Se Fosse Anche Nuovo Sarebbe Uno Dei Dischi Del 2018! John Mellencamp – Other People’s Stuff

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John Mellencamp – Other People’s Stuff – Republic/Universal CD

Ammetto di avere un problema con questo album, in quanto la qualità del materiale in esso contenuto sfiora le cinque stelle, ma l’operazione discografica ne meriterebbe due. Quando avevo letto l’annuncio in pompa magna dell’uscita di un nuovo album di John Mellencamp programmata per il 7 Dicembre scorso (anzi, inizialmente doveva essere a Novembre), ho gioito alquanto, non solo perché il rocker dell’Indiana è da sempre uno dei miei preferiti, ma anche per il fatto che il titolo del disco, Other People’s Stuff, faceva capire che si trattava di un album di cover, un genere nel quale il piccolo musicista dal carattere difficile non ha mai deluso. Quando poi ho letto i titoli dei brani ho iniziato a sentire puzza di bruciato, in quanto erano all’80% canzoni che John aveva già pubblicato in passato, ma ho comunque sperato che si trattasse di nuove registrazioni, dato che molti pezzi erano su dischi fuori catalogo da tempo.

Invece no, una volta ascoltato il CD ho scoperto che Other People’s Stuff è per la maggior parte un lavoro antologico, spacciato per nuovo da una discutibile strategia di comunicazione (e ho proprio dovuto ascoltarlo per capirlo, dato che anche la confezione del CD, spartana al limite del ridicolo – come nel caso dell’ultimo album di studio di Mellencamp, Sad Clowns & Hillbillies – non è che facesse molta chiarezza sull’argomento). Quindi ci troviamo di fronte ad un’antologia di brani altrui, dieci canzoni prese da vecchi (e non) album di John, che peraltro si trovano ancora abbastanza facilmente, e da compilation e tributi decisamente più ardui da reperire. Ci sarebbe anche un’altra magagna: se John ha deciso di costruire un album “nuovo” con canzoni già pubblicate (ma due inediti comunque ci sono), perché lo ha fatto durare solo 34 minuti? Non poteva aggiungere altro materiale inciso negli anni, che non mancava di certo? O sforzarsi un attimino ed incidere due-tre inediti in più? A parte tutte queste considerazioni, il disco preso così com’è è strepitoso, una collezione di canzoni splendide eseguite in maniera magistrale, che se non fosse antologico si posizionerebbe senz’altro nei primi posti di una classifica dei migliori album dell’anno appena trascorso.

Dieci pezzi che si ascoltano tutti d’un fiato, a partire dall’iniziale To The River, che in realtà non è neppure una cover, essendo un brano scritto da John insieme alla cantautrice Janis Ian, e che nel 1993 chiudeva il bellissimo Human Wheels: grande roots rock, potente e solido, con le chitarre elettriche che si affiancano al violino e la sezione ritmica che è una frustata, come è tipico nel sound di John (lo stile è simile a quello del suo capolavoro, The Lonesome Jubilee), un brano quasi dimenticato che l’ex Coguaro ha fatto bene a ripescare. Poi abbiamo una straordinaria rilettura di Gambling Bar Room Blues, preso dal bellissimo (ed ormai fuori catalogo) tributo a Jimmie Rodgers uscito nel 1997 per la Egyptian Records di Bob Dylan: il brano, che poi sarebbe il noto traditional St. James Infirmary con parole diverse, viene riletto da John in maniera decisamente rock, con ritmica pressante, la classica voce arrochita del nostro ed un violino teso come una chitarra elettrica. Teardrops Will Fall (un oscuro brano di Dickey Doo & The Don’ts preso dal cover album Trouble No More) è splendida, con Mellencamp che la fa sua al 100% con un scintillante arrangiamento in stile Americana, sulla falsariga di suoi classici come Pink Houses, e la bellezza della melodia fa il resto.

 

In My Time Of Dying è un vecchio blues di Blind Willie Johnson rifatto un po’ da tutti, da Dylan ai Led Zeppelin, e qui è proposta in una veste folk-blues elettroacustica e polverosa, dal ritmo acceso e con una slide sullo sfondo (era su Rough Harvest); Mobile Blue è storia recente, in quanto è il pezzo di Mickey Newbury che apriva Sad Clowns & Hillbillies, una bella canzone interpretata in maniera rilassata e con il solito approccio roots (e la voce di Carlene Carter nel background). Ed ecco le due canzoni “nuove”: Eyes On The Prize è un’antica folk song conosciuta anche come Gospel Plow, che John ha cantato nel 2010 alla Casa Bianca di fronte ad Obama, ma qui è incisa in studio e trasformata in un vero blues fangoso del Mississippi, solo voce (più roca che mai), un basso ed una slide acustica degna di Ry Cooder, una versione molto diversa da quella esplosiva e corale ad opera di Bruce Springsteen nelle Seeger Sessions; il secondo inedito, ascoltato finora solo all’interno di un documentario del National Geographic Channel trasmesso nel 2017 ma mai pubblicato prima su disco, è una fantastica rilettura del classico di Merle Travis Dark As A Dungeon, dallo splendido arrangiamento tra country e folk che mette in evidenza la fisarmonica, il violino ed il pianoforte, un pezzo che da solo vale l’acquisto del CD (la presenza in sottofondo dell’inconfondibile voce ancora di Carlene Carter mi fa pensare che sia una outtake di Sad Clowns & Hillbillies).

Stones In My Passway, ancora da Trouble No More, è il famoso blues di Robert Johnson, riletto in modo crudo e diretto, con una slide stavolta elettrica, mentre The Wreck Of The Old 97 è proprio il vecchio classico la cui versione più nota è quella di Johnny Cash: la rilettura di Mellencamp è stupenda, diversa da quella dell’Uomo in Nero, più folk ed in linea con i suoi ultimi album, ma sempre con le unghiate elettriche da vecchio puma (il pezzo era su una compilation di folk songs intitolata The Rose And The Briar, tra l’altro ristampata di recente). Chiude il dischetto I Don’t Know Why I Love You, tratta da un poco conosciuto tributo a Stevie Wonder, rifatta con uno stile abbastanza lontano da quello del noto musicista cieco, un arrangiamento rock elettrico tipico di John, con un risultato finale decisamente interessante. Quindi, a parte le critiche sulla reale utilità di una simile pubblicazione, Other People’s Stuff è un dischetto che si ascolta con immenso piacere dalla prima all’ultima canzone, ed in cui non c’è un momento che non sia meno che ottimo.

Marco Verdi

Toh Guarda Chi Si Rivede: Se Siete “Giovani Vecchi”! Reverend Peyton’s Big Damn Band – Poor Until Payday

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Reverend Peyton’s Big Damn Band  – Poor Until Payday – Family Owned Records/Thirty Tigers

Mi ero occupato di loro recensendo l’album del 2011 https://discoclub.myblog.it/2011/10/18/giovani-vecchi-tradizionalisti-rev-peyton-s-big-damn-band-pe/ , ma poi nel frattempo non è che si fossero ritirati, tutt’altro, più o meno un album all’anno lo pubblicano con regolarità e quindi eccomi di nuovo a parlare di loro.

Album numero 10 (più qualche EP), in circa quindici anni di carriera, per il trio “revivalista” Reverend Peyton’s Big Damn Band: nel loro mondo musicale in cui la tecnologia utilizzata non dovrebbe essere più recente del 1959, tutto è registrato dal vivo in studio su nastro analogico, l’unica cosa che ogni tanto cambiava era il batterista. Ma la coppia Josh Peyton, chitarre Fingerstyle e slide, armonica e voce, nonché in questo Poor Until Payday autore di tutti i brani, e la moglie “Washboard Breezy”, un nome, una professione, sembra essersi affezionata al batterista e percussionista Maxwell Senteney, già “ben” al secondo disco con loro. Per il resto in quel mondo parallelo fatto di vecchie chitarre, amplificatori e microfoni dell’era pre-anni ’60, tra blues, rock’n’roll e sonorità vintage, poco o nulla cambia disco dopo disco, forse cresce la loro popolarità, grazie anche ad un contratto di distribuzione con la Thirty Tigers che consente una maggiore visibilità all’etichetta di famiglia, e magari per gradire giusto qualche pizzico di country, hillbilly, gospel e Americana nel loro menu sonoro.

Rodati da qualche centinaio (esageriamo, massimo trecento) di date on the road all’anno, il Reverendo e i suoi seguaci aprono i sermoni con l’arrembante gospel-country-blues corale di You Can’t Steal My Shine , tra slide guitar in fingerpickin’, percussioni in libertà e belle armonie vocali i tre confermano la loro bravura e stamina. Ma la Big Damn Band, come altri hanno ricordato, fa anche del blues come l’avrebbero suonato gli ZZ Top se fossero vissuti ai tempi di Charley Patton, sintomatico in questo senso il boogie blues di Dirty Swerve, con il call and response tra il vocione di Josh e quella più contenuta, ma ricca di grinta, di Breezy, mentre chitarre e percussioni ci danno dentro alla grande; Poor Until Payday, con il bottleneck in modalità Elmore James, è una sorta di inno per l’uomo comune dei nostri giorni, povero fino al giorno di paga ma orgoglioso, come sottolinea una armonica sinuosa. So Good, con una amplificazione più potente, avrebbero potuto suonarla George Thorogood, i Canned Heat o Johnny Winter, sempre con Breezy che “aizza” il marito dai lati e Senteney che picchia di gusto sul suo drumkit, piccolo ma sincero.

Church Clothes è un folk blues acustico dall’atmosfera raccolta, ricco di pathos e amore per i suoni del passato, solo voce e la solita slide insinuante di Peyton che cerca di far rivivere l’epopea di Patton e Robert Johnson. La vibrante Get The Family Together è più scatenata, energica e frenetica, con chitarre e batterie ovunque, tanto che alla fine della galoppata il buon Josh esclama “That Felt Pretty Hot”, Me And The Devil è della categoria figli illegittimi di Howlin’ Wolf e Robert Johnson, il massimo della elettricità a cui si spinge questa piccola grande band, con Frenchmen Street che ci porta a fare una capatina anche nelle strade e nei  vicoli più nascosti di New Orleans, quelli dove impera ancora la musica tradizionale pura e pimpante. I Suffer, I Get Tougher, un titolo e al tempo stesso una dichiarazione di intenti, è un altro esempio del loro blues “bastardizzato” da anni di contatti e ascolti del rock che è venuto dopo, ma che loro suonano con 30 watt scarsi di energia fregati da qualche vicino di casa, e per concludere un’altra abbondante dose di bottleneck boogie-blues and roll, se così possiamo definirlo, per una energica It Is Or It Ain’t che dovrebbe fare faville nei loro Live shows. Solo per “giovani vecchi”, o anche il contrario!

Bruno Conti

Recensioni Cofanetti Autunno-Inverno 4. Un Album Leggendario…Minuto Per Minuto! Bob Dylan – More Blood, More Tracks – Parte 2: Il Box.

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Ecco quindi la seconda parte del mio post dedicato al quattordicesimo episodio delle Bootleg Series di Bob Dylan, box che riassume le sessions complete di New York (dal 16 al 19 Settembre 1974) e quel poco che è rimasto di quelle di Minneapolis (27 e 30 Dicembre), riguardanti il capolavoro Blood On The Tracks (ebbene sì, un disco di questa portata è stato inciso in appena sei giorni!).

CD1: undici brani con il solo Dylan presente, voce, chitarra ed armonica, come se si trattasse di una serie di demo. Si parte con due versioni della struggente If You See Her, Say Hello (la Girl From The North Country di Sara?), entrambe già splendide seppur diverse nella tonalità vocale, con Bob che canta con un’intensità da brividi; seguono tre takes di You’re A Big Girl Now, tutte estremamente rilassate e con il nostro che sillaba le parole con grande chiarezza (splendida la prima, al punto che alla fine sentiamo Ramone esclamare “Great song!”). Poi abbiamo due prime versioni di Simple Twist Of Fate, già bellissima e superbamente eseguita, e due prove di Up To Me (una delle quali appena accennata), un brano che non verrà messo sul disco originale in favore della musicalmente simile Shelter From The Storm. La chicca del primo CD sono però le due performances che lo chiudono, cioè le uniche due letture incise a New York di Lily, Rosemary And The Jack Of Hearts, un pezzo da sempre legato alle sessions di Minneapolis con la band, ma che anche in solitaria è di una bellezza radiosa (specie la seconda versione, completa e con un verso in più rispetto a quella nota): una vera sorpresa.

CD2: per certi versi il dischetto più interessante del box, dato che viene documentata la sfortunata session di Bob con i Deliverance, che ci fa intuire come avrebbe potuto essere il disco se solo si fosse accesa la scintilla. Si inizia con tre diverse Simple Twist Of Fate, ed almeno la prima è davvero splendida, una grande ballata vista da una prospettiva inedita, con un delizioso interplay tra chitarre ed organo, ed una sezione ritmica discreta ma impeccabile: tra gli highlights assoluti del box (mentre le due che seguono non hanno la stessa intensità). Poi troviamo due versioni di Call Letter Blues (tra cui quella finita sul primo Bootleg Series) ed una di Meet Me In The Morning (la take finita sul disco originale, ma qui più lunga e con un verso in più), in pratica lo stesso blues con parole diverse, entrambi ispirati da 32-20 Blues di Robert Johnson, ma soprattutto cinque takes consecutive, solo Dylan con Brown al basso, della straordinaria Idiot Wind, uno dei testi più caustici di Bob e forse il brano più bello di queste sessions: sinceramente non saprei quale versione scegliere, il pathos si tocca quasi con mano, pur essendo il nostro più rilassato e meno “arrabbiato” che nella rilettura di Minneapolis. Alla fine del CD abbiamo ben nove takes di You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go, affrontate da Dylan e band con spirito country-rock: ci sono prove, interruzioni e versioni finite, ma la sensazione chiara e lampante è quella di un gruppo che fatica ad adattarsi all’approccio informale del leader, ed infatti saranno le ultime incisioni full band di New York.

CD3: Weissberg ed i suoi se ne sono andati, e questo dischetto vede presenti solo chitarra, basso, piano, organo e talvolta la steel. Fanno qui il loro esordio due dei brani più popolari di Blood On The Tracks, cioè Tangled Up In Blue e Shelter From The Storm, con quattro versioni a testa: la take 1 di Tangled, molto più lenta di quella conosciuta, è bellissima e struggente, quasi una folk ballad, mentre le varie Shelter sono tutte magnifiche (e fra di esse ci sono quella originale e quella finita nel film Jerry MaGuire, ma qui con piano e basso in più). Detto di un paio di prime versioni di Buckets Of Rain, di un ottimo remake di You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go, di una ripresa non troppo convinta di Call Letter Blues e di due eccellenti You’re A Big Girl Now (compresa quella finita su Biograph, meglio a mio giudizio di quella scelta per il disco uscito nel 1975, grazie anche alla languida steel di Cage), la sorpresa del CD è una rilettura del traditional Spanish Is The Loving Tongue per voce, chitarra, basso e pianoforte. Bob doveva amare particolarmente questa canzone, dato che nel periodo dal 1967 al 1975 l’aveva incisa almeno quattro volte: questa è forse la migliore di tutte, ma capisco che c’entrasse poco con il resto del disco e quindi è stata lasciata fuori a ragion veduta.

CD4: qui la parte del leone la fa Buckets Of Rain, con ben dieci tracce su venti totali (di cui quattro con il solo Bob, le uniche takes del 18/9), un brano considerato minore ma comunque diretto e godibile, e con Dylan ottimo anche alla chitarra: le performances migliori sono la seconda da solo, calda ed appassionata, e la quarta con Brown al basso, che poi è quella finita sull’album definitivo. Da segnalare una You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go più lenta ma non meno bella, la If You See Her, Say Hello del test pressing, davvero splendida (tra le più belle del cofanetto), due Meet Me In The Morning molto spontanee e con Bob che suona con piglio da vero bluesman, e cinque diverse Up To Me, una canzone che più la sento e più penso che doveva essere pubblicata. CD5: questo dischetto offre una panoramica abbastanza varia con sei diversi brani, tra cui il “ritorno” di Idiot Wind e Simple Twist Of Fate. Non ci sono molte takes complete, e quelle presenti sono in gran parte già note (la take 4 di Idiot Wind, già sul primo Bootleg Series, è presente due volte, con e senza overdub di organo), ma quella che da sola vale il CD è una Simple Twist Of Fate intima e quasi sussurrata, appena prima di quella definitiva. Ci sono anche due curiosità interessanti: una Tangled Up In Blue interrotta perché Dylan sbaglia le parole e se la prende con sé stesso, e soprattutto un momento in cui sentiamo dalla consolle la voce di Mick Jagger (che era passato a salutare Bob dallo studio attiguo) che consiglia al nostro di suonare Meet Me In The Morning con la slide acustica, ottenendo prima un cortese ma secco rifiuto (“No, I don’t play slide”) e poi fornendo una breve dimostrazione di una tecnica non proprio impeccabile, che costringe Jagger a dare ragione a Dylan.

CD6: il dischetto più breve, solo otto canzoni. Le prime tre sono anche le ultime registrate a New York, ma c’è comunque il tempo per quella che è forse la migliore Tangled Up In Blue di tutte, mentre, come ho già detto, vengono riproposte le cinque takes incise a Minneapolis e finite poi sul disco ufficiale, ma completamente remixate e leggermente rallentate (all’epoca era infatti pratica comune accelerare di poco il nastro), con il risultato di avere un suono più profondo e nitido (cosa evidente in particolare con Idiot Wind). E’ incredibile notare inoltre la differenza di approccio di Bob rispetto ad appena tre mesi prima: se a New York era rilassato, pacato e quasi malinconico, qui il nostro affronta i brani con un piglio fiero ed appassionato, molto simile a quello poi adottato nella tournée con la Rolling Thunder Revue e sull’album Desire. Quindi un altro capitolo delle Bootleg Series imperdibile da parte di Bob Dylan (ma ce ne sono di “perdibili”?), che ci porta veramente all’interno del suo disco più intimo e personale: se Bruno, al momento dell’annuncio su questo blog aveva avuto qualche dubbio, mi sento in tutta serenità di fugarlo.

Marco Verdi

Ripassi Estivi 1. Un Ottimo Duo Bresciano Di Blues(Rock) Made In Italy. Superdownhome – Twenty Four Days

superdownhome twenty four days

*NDB E’ iniziata ufficialmente l’estate, quindi come usa fare tra le persone scrupolose, iniziano anche i ripassi: anche noi del Blog pure quest’anno ci adeguiamo. Scherzi a parte, da oggi, pur mantenendo la “programmazione” abituale di recensioni di dischi nuovi, anticipazioni di future uscite e quant’altro, di tanto in tanto troverete dei Post (miei e degli altri collaboratori di Disco Club) dedicati al recupero di dischi che per vari motivi non sono stati pubblicati sul Blog nei mesi passati.

Superdownhome – Twenty Four Days – Slang Records

Per la serie blues Made in Italy, un’altra “nuova” formazione che si affaccia sulla nostra scena  interna. Il nuovo virgolettato è perché in effetti  i Superdownhome, da Brescia, sono comunque in pista da un paio di anni, hanno già pubblicato un EP e pure questo Twenty Four Days circola (a fatica, se non trovate il CD fisico c’è comunque il download digitale, ma non è la stessa cosa) da qualche mese, ma in ogni caso non scade!  E senza dimenticare che i due componenti del gruppo (ebbene sì, sono un duo, chitarra e strings, come dicono le note, e batteria) sono in giro da qualche annetto, Henry (Enrico) Sauda prima suonava nei Granny Says e negli Scotch, mentre il batterista Beppe Facchetti ha collaborato con Elizabeth Lee’s Cozmic Mojo, con Louisiana Red, Rudy Rotta, e Slick Steve & The Gangsters, sempre in modo indipendente e sotterraneo: quindi cerchiamo di aiutarli vieppiù ad emergere diffondendo, per quello che si può, il loro verbo. Sul sito della etichetta vengono presentati come un duo di rural blues, con uso di chitarra, Cigar Box e Diddley Bow e batteria, solo rullante e cassa, ma il suono che si percepisce ascoltando questo CD non è per niente rurale, anzi è elettrico, vibrante e ricco di grinta. Sono stati fatti paralleli con Seasick Steve e Scott H. Biram per questo approccio DIY e minimale, ma mi sembra che la quota R&R che esce dalle dieci canzoni di questo album non sia affatto marginale: d’altronde un disco che “coverizza” un brano come la leggendaria Kick Out The Jams degli MC5 non usa certo le mezze misure.

La voce di Sauda, sa essere suadente, ma anche rauca, vissuta ed incazzata, come timbro a tratti mi ricorda quella dell’amico Fabrizio Friggione dei Fargo, anche se lo stile è diverso, per quanto entrambi attingano dal blues come fonte di ispirazione, e poi la presenza di Popa Chubby in un paio di brani  di questo Twenty Four Days è sintomatica. Insomma siamo di fronte ad un gran bel dischetto, solo 34 minuti di musica, ma tanto impegno e passione: ogni tanto si tenta anche la strada della roots music come nella conclusiva delicata Goodbye Girl, una bella ballatona, dove si ascoltano, credo, anche delle tastiere e chitarre aggiuntive suonate da Marco Franzoni, che è il produttore dell’album, registrato tra ottobre e novembre del 2017 al Bluefemme Stereo Rec di Brescia, e che vanta collaborazioni con altri artisti indipendenti ma anche mainstream come Omar Pedrini. I Superdownhome hanno aperto per Popa Chubby, Andy J Forest, Doyle Bramhall II e Bud Spencer Blues Explosion.

Tornando al disco il mood che prevale è spesso robusto e grintoso, se non anche selvaggio: l’iniziale Twenty Four Days con bottleneck in azione, è subito una stilettata di energia, sulle strade del blues più ispido, ma legato alla tradizione, Stop Breaking Down Blues di Robert Johnson, c’era anche su Exile On Main Street degli Stones e l’hanno suonata pure in molti altri, dai Fleetwood Mac di Peter Green in giù, e fa parte dei brani, “buoni, brutti e cattivi”, per citare Sergio Leone, buoni per la musica, ma brutti e cattivi per l’approccio, ruvido ed elettrico, anche grazie alla presenza di Popa Chubby, con il rock che va a braccetto con le 12 battute, con le chitarre che mulinano di gusto. Over You è più sinuosa e serpentina, mentre Nobody Knows ha ritmi più frenetici  e scatenati, con le chitarre sempre in evidenza. Disabuse Boogie si presenta sin dal titolo, un po’ Canned Heat, un po’ Thorogood, un po’ ZZ Top vecchio stile, ottima ed abbondante, Long Time Blues è l’altro brano che prevede la presenza del buon Chubby,  e Down In Mississippi è proprio il classico di J.B. Lenoir, misterioso e dalle atmosfere sospese.  Bad Nature, di nuovo a colpi di slide e blues completa un menu vario e di buona qualità complessiva.

Bruno Conti

Un’Altra Piccola Grande Leggenda Delle 12 Battute. Homesick James – Shake Your Money Maker The Sensational Recordings

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Homesick James – The Sensational Recordings Shake Your Money Maker-  Wolf Records/Ird

Homesick James è sempre stato un artista abbastanza di nicchia, in un genere che lo è per definizione: sicuramente hanno contribuito a questo molti dei “misteri” che costellano la sua vita e la sua carriera; a parte il luogo di nascita, che dovrebbe essere Somerville, Tennessee, anche la data di nascita è molto dibattuta, 1905, l’anno che indicava lui, 1910 quello che alla fine gli è stato attribuito, ma anche 1914 e 1924, come risultava, forse, da alcuni documenti ufficiali. Appurato che la data di morte, certa, è stata il 2006, comunque una vita lunghissima: lui ha millantato, o era veramente, il cugino maggiore di Elmore James (a cui avrebbe insegnato lo stile bottleneck), ma pure il suo cognome è incerto, John William Henderson, James Williams, o James Williamson, e nessuno dei due di cognome faceva James, avrebbe suonato, il condizionale è d’obbligo, con Yank Rachell, Blind Boy Fuller, Sleepy John Estes, Big Joe Williams e pure Robert Johnson, negli anni ’30. Ma la sua carriera discografica inizia solo con un disco per la Prestige (l’unica etichetta relativamente importante per cui ha inciso) nel 1964 con Blues On The South Side, che conteneva l’unico suo brano celebre, Gotta Move o Got To Move (non You Gotta Move, quella che facevano anche gli Stones), anche se la paternità della canzone è dibattuta, visto che spesso si trova con la firma di Elmore James, anche se i Fleetwood Mac, che l’hanno incisa nel loro primo album, riportavano come autore Homesick James.

Il nostro amico poi nel corso degli anni ha pubblicato molti album, per piccole etichette, un paio anche per l’italiana Appaloosa, e negli ultimi anni il repertorio all’incirca si ripeteva spesso: la Wolf annuncia che non è questo il caso per The Sensational Recordings, tratto da tre diverse registrazioni, una dal vivo in solitaria nel 1975, un’altra con Snooky Pryor a Chicago nel 1979, sempre dal vivo, e alcune tracce casalinghe sempre registrate nella Windy City nel 1975. In effetti, a parte l’immancabile You Got To Move (che qui è attribuita a James/Sehorn) ben altre cinque pezzi di Elmore James e cinque di Robert Johnson, oltre ad altri 5 o 6 classici del blues. E a ben vedere l’album, per quanto bello ed interessante, è forse più indirizzato ai “fanatici” del genere, a chi vive di pane e blues, però è anche una occasione per ascoltare la grande maestria di Homesick James alla slide, di cui era un vero virtuoso, senza magari raggiungere i vertici di Elmore James o Robert Johnson, il nostro è stato un buon compromesso tra i due, come testimonia questo album scovato negli archivi della Wolf. Louise Louise Blues di tale Johnnie Temple, altro bluesman delle origini poco noto, oltre a mettere in evidenza la perizia di Homesick alla slide ci presenta un signore, che all’epoca viaggiava sulla settantina, ancora in possesso di una voce forte ed espressiva, come ribadisce nel primo dei pezzi di Elmore James My Baby’s Gone, con la tipica scansione dei brani del maestro del bottleneck, “scivolato” e grintoso come  richiede la canzone.

Tin Pan Alley è di un altro “oscuro” bluesman con cui Homesick James aveva probabilmente incrociato le strade, Robert Geddins, ed è un altro lento lancinante e dalle atmosfere sospese, il pubblico presente gradisce anche la successiva Baby Please Set A Date, ancora dalla penna di James (ci si confonde con i “cognomi”, diciamo quello più famoso), più mossa e tirata, ispira anche la partecipazione dei presenti che tengono il ritmo; Three Ball Blues è il primo dei brani dove Homesick, che abbandona per un attimo il bottleneck, è accompagnato da Snooky Pryor all’armonica, un pezzo dal repertorio di Blind Boy Fuller, seguito dal suo cavallo di battaglia You Got To Move, sinuosa e cadenzata, con la qualità della registrazione meno valida in questa parte del CD, ma con la slide che riprende a scivolare di gusto, come anche in That’s All Right, che pare quasi un brano di Muddy Waters, scritta da tale Othum Brown sembra un “antenato” di un brano omonimo di Little Walter. A questo punto arrivano un paio di pezzi da 90, prima una vigorosa Sweet Home Chicago e poi Dust My Broom, inframmezzate da Someday Baby Blues di Sleepy John Estes, un intenso lento d’atmosfera di gran classe, come Moonshine Woman Blues di Doctor Clayton e la vibrante Bobby’s Rock dove appare anche la batteria, in uno strumentale gagliardo. Negli ultimi pezzi, quelli casalinghi e con la slide acustica, troviamo un’altra versione di My Baby’s Gone, Cross Road Blues di Robert Johnson, con un sound più primitivo, una take 2 di Dust My Broom sempre cadenzata, come pure l’altro classico di Elmore James Shake Your Moneymaker, e per completare l’opera Come On In My Kitchen di Robert Johnson. Un CD forse destinato ai completisti, ruvido e a tratti primitivo ma non per questo meno interessante.

Bruno Conti  

Anche Se Thorogood Ed Acustico Sarebbero Due Termini Antitetici, Comunque Un Buon Disco. George Thorogood – Party Of One

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George Thorogood – Party Of One – Rounder/Universal

Quando, alcuni mesi fa, hanno cominciato a circolare le voci che parlavano di un disco acustico di George Thorogood, devo ammettere di essere rimasto perplesso: come ricordo nel titolo del Post, “acustico” e Thorogood sono due termini che per definizione fanno a botte. Se uno pensa al musicista del Delaware i termini che vengono in mente sono boogie, R&R, la potenza sonora della sua band, i Destroyers, e quindi “elettricità”, ma naturalmente il minimo comune denominatore è il Blues, con la B maiuscola. Perciò forse anche Party Of One comincia ad assumere un senso: certo nella musica del nostro, oltre ai classici dei grandi delle 12 battute, nel corso degli anni e nei suoi dischi e concerti, c’è sempre stato posto per brani scritti anche da musicisti che non frequentano quei lidi, da Hank Williams Chuck Berry, Carl Perkins, gli Isley Brothers, ovviamente Bob Dylan, ma anche Zappa, John Hiatt, Merle Haggard, e moltissimi altri, visto che il buon George non è mai stato un autore prolifico. Anche del repertorio di Johnny Cash Thorogood era uso eseguire Cocaine Blues dal vivo, ma non ricordo cover di brani dei Rolling Stones suonate dal vivo o in studio dal chitarrista, anche se non escludo che ce ne siano state.

Partiamo proprio dalla cover di No Expectations inserita in questo disco: la canzone è già bella di suo, quindi si parte subito bene, ma la versione di George è comunque bellissima, mantiene lo spirito pastorale ed intimo di questa splendida ballata, suonata su una acustica in modalità slide, forse anche un dobro, Thorogood la canta con dolcezza e grande intensità, mostrando una finezza di tocco che non sempre si accosta al suo stile, il suono è intimo e raccolto, con Jim Gaines, di cui non sempre amo le produzioni, che ottiene un suono limpido e cristallino, per me il pezzo migliore dell’album. Mentre di Johnny Cash viene ripresa Bad News, una delle canzoni non tra le più note del “Man In Black”, di cui George adotta in pieno lo stile vocale, tra country e rock, tipico di Cash, con un arrangiamento incalzante ma non travolgente, chitarra acustica e dobro in evidenza, un pezzo più mosso, ma sempre suonato e cantato con gran classe. Questi sono i due brani al centro di questo Party Of One, ma l’album si apre con una I’m A Steady Rollin’ Man di Robert Johnson, che se non ha la potenza di fuoco tipica dei dischi con i Detroyers mantiene il tipico train sonoro di George, quell’incalzare inesorabile del ritmo, con la chitarra elettrica con bottleneck e la voce, temprata dallo scorrere del tempo, ma ancora gagliarda, che “spingono” la canzone, anche se l’ingresso della sezione ritmica che ti travolge un po’ mi manca.

Quando imbraccia l’acustica, in questo alternarsi di stili che caratterizza l’album, per interpretare Soft Spot, un pezzo del texano Gary Nicholson, l’atmosfera si fa rurale, tra country e folk, quasi da cantautore, per poi tornare al blues tirato di Tallahassee Woman, un brano di John Hammond Jr., che rende omaggio allo stile rigoroso del grande bluesman bianco, manca la sezione ritmica ma non la grinta, e il bottleneck viaggia che è un piacere. Wang Dang Doodle è uno dei super classici di Willie Dixon, pensi subito a Howlin’ Wolf Koko Taylor, ma pure questa versione acustica, con Thorogood impegnato anche all’armonica, ha un suo perché, come pure la cover di Boogie Chillen, un brano che Thorogood ha suonato mille volte, in omaggio ad uno dei suoi maestri, quel John Lee Hooker di cui George è una sorta di discepolo, il tempo boogie è intricato anche nella versione acustica, che mostra ancora una volta l’estrema perizia del nostro pure in versione unplugged, per quanto, mi ripeto, Thorogood elettrico è una vera forza della natura, mentre in questa veste è “solo” un bravo musicista. Detto dei due brani nella parte centrale del CD, il disco prosegue con un inconsueto omaggio al primo Bob Dylan, quello di Freewheelin’, e lo fa con un brano non conosciutissimo, Down The Highway che però ben si sposa con lo stile travolgente del musicista di Wilmington, in definitiva un pezzo blues, che se mi passate il termine, viene “thorogoodato”!

Non poteva mancare un brano di un altro dei “Santi Protettori” di George, Elmore James, di cui viene coverizzata a tutta slide e grinta, la poderosa Got To Move, seguita dalla ancor più nota The Sky Is Crying, uno dei veri classici del blues, un pezzo che hanno suonato tutti, da Clapton a Stevie Ray Vaughan, Albert King, per non dire dello stesso George che l’aveva già incisa sia su Move It On Over che nel Live Thorogood, con il “collo di bottiglia” che fa piangere il cielo e il blues. In mezzo troviamo anche un brano di uno dei maestri del folk-blues, quel Brownie McGhee, di cui viene reinterpretata con gusto e classe una brillante Born With The Blues. Per il gran finale si torna a John Lee Hooker, di cui prima viene ripresa una non notissima, ma assai gradita, The Hookers (If You Miss ‘Im… Got ‘Im”), con il solito boogie di Hook, sospeso e sempre sul punto di esplodere, come pure nel grande cavallo di battaglia di entrambi, una One Bourbon, One Scotch, One Beer, questa volta in versione acustica ( e con tanto di citazione di Stevie Ray Vaughan aggiunta nel testo). In mezzo ai due brani una bella versione di Pictures From Life’s Other Side, una canzone country di Hank Williams che nella versione di George diventa quasi un brano alla Johnny Cash, con acustica e dobro che si intrecciano con brio e garbata finezza. In coda al CD, come bonus, un altro pezzo di Robert Johnson, Dynaflow Blues, ancora le classiche 12 battute che sono l’anima della musica di Thorogood.

Buon disco, come si evince dalla recensione, e ci mancherebbe, ma a parere di chi scrive e per parafrasare una famosa pubblicità, tra liscio e F….lle, lo preferisco comunque “gasato”, in tutti i sensi.

Bruno Conti

Semplicemente Uno Dei Migliori Chitarristi Americani! Sonny Landreth – Recorded Live In Lafayette

sonny landreth recorded live in lafayette

Sonny Landreth – Recorded Live In Lafayette – Mascot/Provogue 2CD

Clyde Vernon “Sonny” Landreth non lo scopriamo certo oggi. In giro dagli anni ottanta, si è fatto conoscere inizialmente come chitarrista di John Hiatt (l’album era Slow Turning, il seguito del magnifico Bring The Family), dato che in quegli anni i suoi (pochi) album erano maldistribuiti e quindi difficili da reperire. Poi, negli anni novanta, prima con Outward Bound, ma soprattutto con l’ottimo South Of I-10, Sonny ha alzato la testa cominciando a crearsi un seguito come musicista di culto, ottenendo anche l’apprezzamento di diversi colleghi che lo hanno voluto a suonare con loro (due a caso, Eric Clapton e Mark Knopfler, non proprio degli sprovveduti). Ha inciso pochi dischi Landreth, ma quasi sempre con una qualità molto alta (Levee Town e The Road I’m On sono i miei preferiti), ed il suo particolare stile, che fonde blues (il suo genere di appartenenza) e zydeco (essendo lui della Louisiana), unito al fatto di essere forse il miglior chitarrista slide in circolazione insieme a Ry Cooder (NDB E Derek Trucks dove lo mettiamo? Parlando solo dei viventi!), gli hanno fatto guadagnare il soprannome di “The King Of Slydeco”. Sonny fino ad oggi aveva all’attivo un solo album dal vivo, l’ottimo Grant Street (2005), ma questo nuovo Recorded Live In Lafayette, registrato in diverse serate di Gennaio 2017 appunto a Lafayette, Louisiana, oltre ad essere doppio (Grant Street era singolo), si pone su un livello addirittura superiore, candidandosi forse a miglior disco della sua carriera.

Recorded Live In Lafayette è un album formidabile, suonato in maniera eccellente da Sonny e dalla sua band, un trio formato, oltre che da lui, da David Ranson al basso e Brian Brignac alla batteria: il gruppo per l’occasione è aumentato da due elementi, che però danno un tocco vincente al suono del concerto, vale a dire Sam Broussard, secondo chitarrista che si occupa delle parti ritmiche e soliste “non slide”, e soprattutto dell’eccezionale fisarmonicista (e pianista) Steve Conn, la cui prestazione, oltre a dare un sapore decisamente zydeco a gran parte del concerto, arriva ad entusiasmare quasi quanto quella di Sonny stesso. Il disco, sedici canzoni (di cui solo due sono cover, più una di Conn) ha poi la peculiarità di dividersi in due metà esatte, la prima acustica e la seconda elettrica: se il Landreth elettrico lo conoscevamo, la vera sorpresa è quello unplugged, che riesce a tenere altissimo il livello della performance grazie anche alla bravura dei collaboratori, al punto che dopo due o tre canzoni quasi non ci si accorge che la spina è staccata. Il blues fa come sempre la parte del leone, ma c’è anche parecchio rock (nella parte elettrica) e, grazie alla prestazione fantastica di Conn, la componente zydeco-cajun è perfino più pronunciata del solito.

Il primo CD, che come ho già detto è quello acustico, vede i nostri subito in palla con Blues Attack, un blues quasi canonico al quale la splendida fisarmonica, vera arma in più del gruppo, dona un sapore decisamente zydeco, e le dita di Sonny iniziano a scorrere che è un piacere, ben doppiate da quelle di Broussard. Ancora blues con Hell At Home, con brevi ma ficcanti assoli dei due chitarristi ed altre delizie provenienti dalla fisa (un vero piacere per le orecchie), e con una rilettura fluida del classico di Big Bill Broonzy Key To The Highway, nella quale Sonny sopperisce alla mancanza di una voce da bluesman (l’ugola è forse il suo unico punto debole) con una tecnica sopraffina. La ritmata Creole Angel è coinvolgente anche senza strumenti elettrici, ed anche la melodia è di derivazione cajun; A World Away è una ballata di gran classe solo sfiorata dal blues, con assoli ancora strepitosi e la solita fisa da urlo, mentre, dei tre brani che chiudono il primo dischetto, bisogna citare assolutamente la trascinante The U.S.S. Zydecoldsmobile, uno dei pezzi più popolari del nostro, un rock-blues-zydeco contraddistinto da una prestazione monstre della band sul palco.

Il CD elettrico si apre con la roboante Back To Bayou Teche, un rock’n’roll dal chiaro sapore cajun, chitarra sublime e gran ritmo, sette minuti da manuale, seguita dalla meno appariscente True Blue, anche se neppure qui si scherza, grande musica e grandissimo manico. Poi abbiamo tre strumentali di fila: The Milky Way Home ha ancora un gran tiro (qui siamo in territori puramente rock) e le dita del leader scivolano che è un piacere, Brave New Girl è uno slow dal suono comunque potente, ma forse meno personale delle altre, mentre Uberesso è nuovamente un’esplosione di ritmo e suoni, con Sonny ormai in trance agonistica, al punto che secondo me si porterebbe dietro la chitarra, continuando a suonarla, anche se dovesse andare in bagno. Il doppio si conclude con l’orecchiabile e saltellante Soul Salvation, in cui si risente la fisa, seguita da una scintillante versione di Walkin’ Blues di Robert Johnson, e con The One And Only Truth, scritta e cantata da Conn, uno scatenato e trascinante zydeco-blues, che chiude il concerto nel migliore dei modi.

Fino ad ora, insieme a quello di Bonamassa, disco live dell’anno, senza dimenticare naturalmente quello della Tedeschi Trucks Band.

Marco Verdi

*NDB 2. Come avevo detto nella anticipazione dell’album pubblicata sul Bog il 27 maggio scorso http://discoclub.myblog.it/2017/05/27/alcune-prossime-interessanti-uscite-estive-parte-ii-beach-boys-jason-isbell-joe-bonamassa-jeff-tweedy-willie-nile-peter-perrett-sonny-landreth/ , quindi molto prima dell’uscita di fine giugno, però in rete si trovano vari filmati del concerto ripresi a livello professionale dalla Mascot Provogue: non è che poi dobbiamo aspettarci una ennesima “fregatura”, ovvero la pubblicazione di un DVD o di qualche formato multiplo in un secondo tempo?

In Piccolo, Ma Pure Loro Sono Re, Del Chicago Blues. Cash Box Kings – Royal Mint

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Cash Box Kings  – Royal Mint – Alligator Records/Ird

Li avevo lasciati nel 2015 su etichetta Blind Pig con l’album Holding Court http://discoclub.myblog.it/2015/05/07/vecchia-scuola-del-blues-elettrico-cash-box-kings-holding-court/ , e me li ritrovo nel 2017 con questo nuovo Royal Mint su Alligator. Dovrebbe essere il loro ottavo album, almeno stando alle discografie disponibili, ma nelle note interne del CD, Joe Nosek e Oscar Wilson, i due leader della band, scrivono che si tratta del nono, e chi siamo noi per contraddirli? Purtroppo non c’è più Barrelhouse Chuck, il pianista che aveva condiviso con loro una lunga parte di carriera, che ha dovuto soccombere ad una lunga battaglia con il cancro, ma per il resto non è cambiato molto, i Cash Box Kings sono sempre fieri rappresentanti di quel blues vecchia scuola di Chicago, sia pure fuso al rockabilly di Memphis (e aggiungo io, a soul, R&B e Jump) in quello che il gruppo definisce “bluesabilly”. La missione è quella di perpetrare la grande tradizione delle registrazioni Chess, che un po’ rappresentavano tutti questi stili, cercando di modernizzarlo, ma appena un poco, forse più dal lato delle tecniche di registrazione, e magari con l’iniezione, a fianco di brani classici, di composizioni che portano la firma di Nosek e Wilson, ma nello spirito sono identiche ai brani in modalità anni ’40 e ’50 che compongono il loro repertorio.

Per fare tutto ciò si avvalgono più o meno degli stessi musicisti del disco precedente: Billy Flynn, il solista, e Joel Paterson, l’altro chitarrista, Kenny “Beedy Eyes” Smith, presente solo in tre brani, viene affiancato alla batteria da Mark Haines, mentre c’è un nuovo bassista Brad Beer, che sostituisce Gerry Hundt. E. ovviamente, in sostituzione di Barrelhouse Chuck, c’è un nuovo tastierista aggiunto, Lee Kanahira, oltre ad una piccola sezione fiati, in un brano. L’apertura, House Party, un piccolo classico di Amos Milburn, uno dei veri re del jump blues, indica quale sarà l’atmosfera dell’album, allegra e divertita, con Al Falaschi presente al sax solo in questo pezzo, con il vocione poderoso di Oscar Wilson a guidare le danze e l’armonica amplificata del virtuoso Joe Nosek, a farsi largo tra piano e chitarra, mentre la ritmica swinga di brutto. I’m Gonna Get My Baby è classico Chicago blues, e anche se l’autore Jimmy Reed non ha mai inciso per la Chess,  il sound è quello di quei dischi, poi ribadito nel classico slow di una Flood, proveniente dal repertorio di Muddy Waters, ancora con la bella voce espressiva di Wilson in evidenza, ma anche la slide di Flynn, e gli altri solisti si danno da fare. Comunque il risultato sonoro non cambia neppure quando i Cash Box Kings cantano e suonano le proprie canzoni, come nel divertente rockabilly di Build That Wall, con la piacevole e squillante voce di Nosek e la chitarra twangy di Flynn, oppure nel solido Blues For Chi-Rag, scritta a quattro mani da Joe e da Oscar, che la canta con la sua potente ugola, mentre i fiati aggiungono spessore all’eccellente lavoro del sempre eccellente Billy Flynn.

Certo, un pezzo di Robert Johnson, come Travelling Riverside Blues, anche in una versione solo per voce e chitarra bottleneck, ha ben altro spessore autorale; poi ci si torna a divertire con la leggera e vorticosa If You Get A Jealous Facebook Woman Ain’t Your Friend (titolo che segue la “modernità” della Download Blues del precedente album, anche se il sound è pur sempre quello del secolo scorso). E pure la leggiadra Daddy Bear Blues, cantata in modo suadente da Nosek, è sempre musica da club degli anni ’50, con il pianino barrelhouse di Kanahira che si fa notare, come pure il mandolino di Flynn; altro “bluesaccio” torrido del grande Muddy in una pimpante Sugar Sweet, https://www.youtube.com/watch?v=vQI2o5oP35w sempre più o meno Chess Records metà anni ’50, fedele all’originale, forse fin troppo, e questo è per certi versi il (piccolo?) limite di questo album, fin troppo didascalico e citazionista a tratti, anche se assai godibile. I’m A Stranger è un buon slidin’ blues, con uso puree di armonica e piano, e la solita voce passionale di Wilson, che rilancia nella successiva I Come All The Way From Chi-Town, un omaggio alla propria città di origine, ovvero Chicago, sede della loro nuova etichetta Alligator, solo per voce, chitarra e armonica, prima di tornare al divertimento con la spensierata e scatenata All Night Long di Clifton Chenier e al “bluesabilly” di Don’t Let Life Tether You Down, affidata di nuovo a Joe Nosek.

Bruno Conti    

Una Delle “Signore” Del Blues Bianco. Rory Block – Keepin’ Outta Trouble: A Tribute To Bukka White

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Rory Block – Keepin’ Outta Trouble: A Tribute To Bukka White — Stony Plain/Ird                          

Rory Block è certamente una delle “signore” del Blues bianco, ma è anche una delle più rigorose e fervide portatrici della tradizione delle 12 battute, tra coloro che più si battono per preservarne la memoria tra gli ascoltatori e gli appassionati. Ormai non più giovanissima (come Springsteen è del 1949), ma dalla foto di copertina i suoi 67 anni li porta veramente bene, ciò non di meno è sulle scene dal 1965 circa, quando poco più che quindicenne decise che quella sarebbe stata la sua musica: prima frequentando i locali dove si esibivano gli ultimi giganti del folk blues acustico, gente come Mississippi John Hurt, Reverend Gary Davis, Son House, Skip James, Mississippi Fred McDowell,  a cui ha dedicato i suoi album della cosiddetta “Mentor Series”, incentrata su questi grandi e che ora si arricchisce di un nuovo capitolo, sempre pubblicato dalla Stony Plain, ma in precedenza la Block aveva inciso The Lady And Mr. Johnson, dedicato a Robert Johnson. Come al solito questo Keepin’ Outta Trouble è registrato in solitaria da Rory Block, voce e chitarra acustica (e qualche percussione sparsa), caratteristica che è il grande pregio di tutta la serie, rigorosa e filologica, ma in parte ne è anche il “piccolo” difetto, se uno non è un grande fan del Country Blues, alla fine potrebbe trovare i vari volumi ripetitivi e un filo noiosi.

Potrebbe, ma non è detto, perché comunque la nostra amica è in possesso di una bella voce (temprata da oltre 50 anni di dischi, il primo uscito nel lontano 1967) e a fianco dei vari brani pescati dal repertorio di questi grandi bluesmen, inserisce sempre qualche canzone scritta da lei e ispirata dalle storie di questi musicisti. Nel caso di Bukka White, forse uno dei meno conosciuti tra quelli citati finora, sono le prime due tracce, una sorta di preludio alle canzoni originali: Keepin’ Outta Trouble e Bukka’s Day sono delle piccole biografie in musica, su cui poi si innestano Parchman Farm Blues e Fixin’ To Die, quest’ultima riscoperta da Bob Dylan nel suo primo album (sia pure come sempre riadattata a modo suo) e poi ripresa, sotto varie forme, dai Led Zeppelin, da Plant come solista, dagli Avett Brothers in una collaborazione con G Love, e da altri. Tra i brani celebri mancano Shake ‘Em On Down, che nell’interpretazione di Eddie Taylor diventerà Ride ‘Em On Down, e appare anche nel nuovo degli Stones, come pure Po’ Boy, che con il titolo Poor Boy  e similari, è stata incisa in decine di versioni, prima e dopo quella di White. Rory Block si conferma chitarrista sopraffina, anche nell’uso della slide acustica, come nell’iniziale Keepin’ Outta Trouble, oltre che vocalist superba, una voce temprata dal tempo, ma sempre limpida e fresca come quella di una ragazzina, ottima narratrice di storie, in grado di arrangiare i suoi brani in solitaria, con un tocco di modernità, anche grazie al multitracking di sé stessa. Voce che tocca anche falsetti deliziosi, quasi di stampo gospel o soul, come nella successiva Bukka’s Day.

Dopo i due brani composti per l’occasione dalla nostra amica si passa a Aberdeen Mississippi Blues il primo dei classici di Bukka White (che forse molti non sanno, era cugino di B.B. King), dedicato alla sua città natale, un classico country blues rurale incalzante e ricco di variazioni chitarristiche, a seguire Fixin’ To Die Blues, il brano che più di tutti rimane legato al mito di Booker White, un complesso, elegante ed intenso brano, classico Delta blues, con le percussioni, suonate dalla stessa Block che fanno le veci del washboard, mentre Rory la canta con grande forza ed intensità, sempre con eccellente uso della slide acustica (che nell’originale del 1940 era quella presa in prestito da Big Bill Broonzy). Ottima versione anche del talkin’ blues Panama Limited, mentre Parchman Farm Blues narra della detenzione di Bukka nel famoso (e famigerato) penitenziario dello Stato del Mississippi, dove il nostro passò circa due anni e mezzo, prima di essere rilasciato, proprio nel 1940, in occasione delle sue registrazioni a Chicago di quell’anno. La versione della Block è una delle più vivide ed intense del disco, sempre con lo splendido dualismo tra voce e slide acustica, come pure per la successiva tambureggiante Spooky Rhythm. New Frisco Train è tra le prime registrazioni del bluesman nero, viene dalle incisioni per la RCA Victor del 1930, quindi molto prima di Robert Johnson, e la versione della musicista di NY è sempre rigorosa, ma comunque ricca di variazioni e vitale. Anche le ultime due tracce, Gonna Be Some Walkin’ Done e soprattutto Back To Memphis, confermano il valore e la bravura di questa paladina del country blues che si è presa, come dice lei stessa nelle note, l’impegno di diffondere l’eredità di questa musica che è in parte cantare, in parte “parlare”, ma anche testimoniare e danzare. E forse, a dispetto di quanto detto da chi scrive, meriterebbe un giudizio ancora più favorevole, per quanto  limitato agli “adepti”. Tanto di cappello!

Bruno Conti         

Era Ora, Finalmente Un Bel Johnny Winter Dal Vivo: Woodstock Revival 10 Year Anniversary Festival 1979

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Johnny Winter – Woodstock Revival 10 Year Anniversary Festival 1979 – Klondike

Oh, finalmente un bel Johnny Winter dal vivo! Ironie a parte (ma non troppo, se è la verità), anche questo Live radiofonico relativo ad un broadcast del 1979 è molto buono. Leggendo le note, l’estensore ci ricorda che per il Festival di Woodstock ci sono stati concerti per festeggiare i 10, 25 e 30 anni (ma anche nel 2009, quello per il 40° Anniversario, e già progettano il 50° per il 2019): ma poi ci informa che però quello del decennale è stato uno dei migliori in assoluto perché la memoria dell’evento era fresca e i partecipanti ancora in forma e pimpanti (più o meno, a parte quelli morti). Ci viene comunicato che l’evento si tenne ai Park Meadows Racetrack di Long Island, Brookhaven, stato di New York e non nel sito originale, e che, a dimostrazione del fatto che i tempi erano cambiati, la Pepsi era lo sponsor della serata. Comunque, come detto, dettagli a parte, il concerto dell’8 settembre è decisamente buono; Johnny Winter si presenta con il suo classico trio dell’epoca, Jon Paris, basso e armonica e Bobby T Torello, alla batteria.

Non vi ricordo per l’ennesima volta l’immenso talento di Winter (ma l’ho appena fatto) sia come chitarrista che come portabandiera del blues più sanguigno, ma anche del R&R più selvaggio, entrambi ottimamente rappresentati in questa serata. Quindi se non ne avete ancora abbastanza di concerti del musicista texano, questo si situa su una fascia medio-alta, sia come contenuti che come qualità sonora, eccellente (tra le migliori dei molti broadcast a lui dedicati), e il menu della serata comprende l’apertura affidata a una sparatissima Hideaway di Freddie King, presa a velocità di crociera elevatissima e con rimandi e citazioni anche per Peter Gunn e inserti wah-wah hendrixiani, gran versione, con la ritmica che pompa di brutto, assolo di basso di Paris incluso. Messin’ With The Kid, il brano di Junior Wells, era di recente apparso su Red Hot & Blue, il disco del 1978, ma dal vivo è tutta un’altra storia, Winter è in gran forma anche a livello vocale e dopo il vorticoso pezzo di Wells si lancia subito nel riff immortale di Johnny B. Goode, preceduto dal suo classico urlo “Rock and Roll” e quello è, la sua versione sempre una tra le più belle di questo standard del R&R.

Ma pure l’omaggio al blues e a Robert Johnson con una splendida Come On In My Kitchen è da manuale, con Jon Paris anche all’armonica e Winter che passa alla slide, dove è uno dei maestri assoluti dello stile, come dimostra la turbinosa ripresa di Rollin’ And Tumblin’, un Muddy Waters d’annata, in cui il bottleneck di Winter viaggia come un treno senza guidatore, a livelli di intensità micidiali, in uno dei momenti migliori di un concerto comunque sempre ad alto livello. Help Me rallenta i tempi ma non il vigore della performance, il classico groove del pezzo viene illuminato da altri sprazzi di bravura di Johnny con la sua solista. Perfino un brano “minore” come Stranger, che era su John Dawson Winter III, riceve un trattamento sontuoso, con la solista accarezzata, titillata, strapazzata, con grande ardore, e il nostro che canta con verve decisa, in una serata di quelle ottime, senza lati negativi, solo musica di grande qualità. Serata che si conclude con una versione squassante di Jumpin’ Jack Flash che forse neppure gli Stones migliori avrebbero potuto pareggiare, quanto a potenza e grinta. E, non contento, richiamato a gran voce dal pubblico, ritorna per un altro mezzo terremoto R&R (breve drum solo di Torello annesso) sotto forma di Bony Moronie di Little Richard via Larry Williams, altro devastante esempio di quello che poteva regalare Johnny Winter quando era in una serata giusta, e questa lo era. Solo 63 minuti, ma non un secondo superfluo!

Bruno Conti