Un Gran Bel Concerto Per Una Delle Leggende “Minori” Del Blues. Johnny Shines – The Blues Came Falling Down Live 1973

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Johnny Shines – The Blues Came Falling Down Live 1973 – Omnivore Recordings

Johnny Shines è considerato, giustamente, almeno dalla critica, uno dei più grandi “praticanti” del blues acustico del Delta: anche se il nostro nasce nei sobborghi di Memphis, Tennessee, nel 1915, ha poi frequentato la zona, diventando discepolo prima del giovane Howlin’ Wolf, e per questo fu chiamato “Little Wolf”, poi in seguito incontrò colui che fu la sua più grande ispirazione, Robert Johnson , cercando di carpirne lo stile e la tecnica. Però, per varie vicissitudini e necessità lavorative della vita, la sua carriera non è mai decollata e per il grande pubblico Shines rimane uno sconosciuto, per quanto illustre: 4 canzoni registrate per Columbia nel 1946, pubblicate solo 20 anni dopo, 2 brani per la Chess incisi nel 1951, anche questi poco fortunati a livello discografico, visto che Johnny non gradì molto il cachet da “lustrascarpe” proposto dal boss Leonard Chess, che infatti lo inserì nei loro registri come “Shoe Shine Johnny”. Poi all’esplosione del blues nel South Side di Chicago, qualche registrazione per etichette locali, che non uscirono dai confini della città, una prima “riscoperta” a metà anni ’50, quando si esibiva negli stessi locali di Howlin’ Wolf, e quella definitiva nella grande ondata del blues anni ’60, con registrazioni per Vanguard, Testament, Biograph, Adelphi, Blue Horizon, Rounder e così via, rimanendo comunque sempre un artista di culto.

Dopo la morte, avvenuta nel 1992 a Tuscaloosa, in Alabama, diverse etichette periodicamente ne hanno pubblicato materiale edito ed inedito, ora arriva questo concerto “scoperto” dalla Omnivore e relativo ad una serata alla Washington University, Graham Chapel, St. Louis, nel 1973, anche se dalle note non è dato sapere la data esatta di questo Live, che comunque rimane una performance assolutamente degna della sua reputazione come uno dei grandi ”eroi misconosciuti” delle 12 battute classiche. Una qualità sonora spettacolare, che ci permette di godere la tecnica chitarristica sopraffina di Shines, un vero maestro della chitarra acustica, come ci dimostra subito in uno scintillante Big Boy Boogie, uno strumentale fantastico dal ritmo ondeggiante, in cui le sue mani volano sulla chitarra, mentre Johnny intrattiene il pubblico con alcuni commenti mentre si esibisce; Seems Like A Million Years, uno degli altri tredici brani a sua firma (ce ne sono anche quattro di Robert Johnson, uno di Sleepy John Estes e uno di Blind Willie Johnson) è il primo pezzo dove si apprezza la sua voce vissuta, profonda e risonante, vibrante e potente, in grado di salire e scendere di tono in modo mirabile, mentre narra le storie dei suoi protagonisti comuni, accompagnandosi sempre con quella chitarra che è una propaggine imprescindibile della sua anima.

Per Cold In Hand Blues sfodera un bottleneck magistrale, fremente e palpitante come la sua interpretazione vocale, trattenuta ma al contempo intensa https://www.youtube.com/watch?v=5VvR7f4sAk4 , Kind Hearted Woman Blues è il primo dei brani di Johnson, un esempio del miglior Delta blues eseguito in modo perfetto ed appassionato. Seguita  da una veemente Have You Ever Loved A Man (i temi dei brani sono sempre quelli, si intrecciano con quelli di decine di altri autori, come è consuetudine nel blues, dove ogni canzone difficilmente appartiene ad un singolo autore, ma fluttua nell’aria per essere carpita ed adattata alle proprie esigenze da chi la trova), e ancora dalla vissuta e potente Stay High All Night Long, dal traditional gospel Stand By Me, da un’altra composizione di Johnson, I’m A Steady Rollin’ Man,e poi ancora di Shines, Happy Home e Someday Baby Blues di John Estes, un ulteriore Johnson “minore” (se esiste) la breve e intricata They’re Red Hot (Hot Tamales). You’re The One I Love, preceduta da una lunghissima introduzione sulle virtù del blues, è più lenta e meditativa, Sweet Home Chicago, l’ultimo pezzo di Robert Johnson, direi che non ha bisogno di introduzione, il pubblico gradisce, le mani battono a tempo e quelle di Shines volano nuovamente sul manico della chitarra.

Non mancano un paio di slow magnifici come The Blues Came Falling Down e Big Star Falling (negli ultimi tre brani c’è anche Leroy Jodie Pierson alla seconda chitarra). Nel finale di concerto riappare il bottleneck per Tell Me Mama, Ramblin’ e una sgargiante rilettura del classico di Blind Willie Johnson It’s Nobody Fault But Mine, la brevissima e scatenata Goodbye Boogie e la conclusiva, intensa How You Want Your Rollin’ Done. Per chi ama il blues duro e puro, ma non noioso: un bel “regalo” per rivalutare un personaggio  come Johnny Shines , che forse in vita non ha avuto il credito che meritava.

Bruno Conti

Prosegue La Storia Infinita Della Band Di Joe Camilleri, Sempre Una Garanzia. Black Sorrows – Citizen John

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Black Sorrows – Citizen John – Blue Rose Records/Ird

Album n° 21 per la band di Joe Camilleri, si chiama Citizen John e segue il valido album dello scorso anno Faithful Satellitehttps://discoclub.myblog.it/2017/02/01/l-ennesimo-capitolo-di-una-band-storica-australiana-black-sorrows-faithful-satellite/  : un ennesimo capitolo della saga dei Black Sorrows, iniziata all’incirca 35 anni fa con l’album Sonola. Ma per Camilleri, nelle sue varie incarnazioni, anche come Jo Jo Zep And The Falcons, The Revelators,  e sotto altri svariati pseudonimi, ci viene detto, e mi fido, che questo è il 49° album di una sterminata discografia. Il buon Joe, nato 70 anni fa a Malta, è diventato una delle leggende del rock australiano, in possesso di una voce che a tratti ricorda un riuscito incrocio tra quelle di Van Morrison, Elvis Costello e Graham Parker, e anche musicalmente viaggia su questa lunghezza d’onda, magari inserendo su una base rock pure elementi blues, soul e R&B, senza dimenticare una sorta di unità di intenti con Willy DeVille che è sempre stato un punto di riferimento per lo stile di Camilleri. Il nuovo album, co-prodotto da Joe con il fido John McCall, che è anche il tastierista della band, comprende una decina di nuove composizioni di Camilleri e Nick Smith, il suo paroliere abituale, e tre cover che dimostrano l’eclettismo della band australiana.

Partiamo proprio da queste ultime: abbiamo una bella rilettura della canzone di Nina Simone Do I Move You, un brano dall’album N.S. Sings The Blues, e quindi un classico slow della grande cantante nera, interpretato con grinta dai Black Sorrows che pongono l’accento su armonica, chitarra e piano, in questa versione solida ed elettrica. La scelta di un brano di Bob Dylan cade su una canzone tra le sue meno note, Silvio, ma Camilleri e soci rendono la canzone di Down In The Groove una vivace e galoppante roots song, con in evidenza la slide di Claude Carranza, voci di supporto pimpanti, tra cui quella di Sandy Keenan, e un impianto elettroacustico al quale organo ed acustiche donano un aura divertita e “paesana”. Sitting On Top On The World di solito viene accostata a Howlin’ Wolf, ma in effetti viene dalla tradizione più antica di inizio ‘900 del blues e la versione della band  si rifà a questo canone sonoro, intensa e suggestiva, ma anche intima e gentile, con la bella e profonda voce di Camilleri in primo piano e un flauto che fa le veci dell’armonica. Tra le canzoni originali l’iniziale Wedsneday’s Child  è la tipica composizione alla Camilleri, dal chiaro substrato blues, con chitarre e tastiere, nonché le voci di supporto, guidate dalla Keenan, che si confrontano con la scura voce del leader in uno stile che rimanda appunto al DeVille più bluesy https://www.youtube.com/watch?v=n7oVa72_OTU ; non può certo mancare una delle classiche ed accorate ballate di impianto soul tanto care a Camilleri, e Lover I Surrender ne conferma la classe https://www.youtube.com/watch?v=X5APygIwD_Q .

Messiah ha echi gospel, che al tipico afflato tra soul e blues delle sue canzoni più potenti, affianca un eccellente lavoro di Carranza alla solista. Storm The Bastille, con il violino struggente di Xani Kolac e il mandolino di Kerryn Tolhurst che affiancano la slide di Carranza è un altro ottimo esempio del canzoniere del bravo Joe, che poi fa ricorso all’uso dei fiati per un’altra bella ballata come Way Below The Heavens, dove una tromba struggente affianca il violino, mentre un coro sontuoso avvolge con dolcezza lo spirito quasi celtic rock e morrisoniano di questa  canzone https://www.youtube.com/watch?v=yOZZnCe5uUg . Citizen John è uno swamp blues con uso fiati, tra Chris Rea e Tony Joe White, con il call and response di Camilleri e la Keenan ad insaporire il menu, dove spiccano un liquido piano elettrico e un bel assolo del sax di Wilbur Wilde. Una diversa sezione fiati, The Horns Of Leroy, fa la sua apparizione per un tuffo nel divertente jazz anni ’30 sbucato da qualche fumoso locale di New Orleans dell’era della Depressione, per la deliziosa Brother Moses Sister Mae, con la notturna e soffusa Nothin’ But The Blues, che in modo felpato ci fa apprezzare il lato più intimo del nostro, che poi va di latin rock molto alla DeVille nella mossa e coinvolgente Month Of Sundays  e poi nel rock più classico della brillante Worlds Away, sempre con quel retrogusto blues chitarristico che non manca mai nella sua canzoni migliori, e in questo disco ce ne sono parecchie. Una garanzia.

Bruno Conti

Toh Guarda Chi Si Rivede: Se Siete “Giovani Vecchi”! Reverend Peyton’s Big Damn Band – Poor Until Payday

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Reverend Peyton’s Big Damn Band  – Poor Until Payday – Family Owned Records/Thirty Tigers

Mi ero occupato di loro recensendo l’album del 2011 https://discoclub.myblog.it/2011/10/18/giovani-vecchi-tradizionalisti-rev-peyton-s-big-damn-band-pe/ , ma poi nel frattempo non è che si fossero ritirati, tutt’altro, più o meno un album all’anno lo pubblicano con regolarità e quindi eccomi di nuovo a parlare di loro.

Album numero 10 (più qualche EP), in circa quindici anni di carriera, per il trio “revivalista” Reverend Peyton’s Big Damn Band: nel loro mondo musicale in cui la tecnologia utilizzata non dovrebbe essere più recente del 1959, tutto è registrato dal vivo in studio su nastro analogico, l’unica cosa che ogni tanto cambiava era il batterista. Ma la coppia Josh Peyton, chitarre Fingerstyle e slide, armonica e voce, nonché in questo Poor Until Payday autore di tutti i brani, e la moglie “Washboard Breezy”, un nome, una professione, sembra essersi affezionata al batterista e percussionista Maxwell Senteney, già “ben” al secondo disco con loro. Per il resto in quel mondo parallelo fatto di vecchie chitarre, amplificatori e microfoni dell’era pre-anni ’60, tra blues, rock’n’roll e sonorità vintage, poco o nulla cambia disco dopo disco, forse cresce la loro popolarità, grazie anche ad un contratto di distribuzione con la Thirty Tigers che consente una maggiore visibilità all’etichetta di famiglia, e magari per gradire giusto qualche pizzico di country, hillbilly, gospel e Americana nel loro menu sonoro.

Rodati da qualche centinaio (esageriamo, massimo trecento) di date on the road all’anno, il Reverendo e i suoi seguaci aprono i sermoni con l’arrembante gospel-country-blues corale di You Can’t Steal My Shine , tra slide guitar in fingerpickin’, percussioni in libertà e belle armonie vocali i tre confermano la loro bravura e stamina. Ma la Big Damn Band, come altri hanno ricordato, fa anche del blues come l’avrebbero suonato gli ZZ Top se fossero vissuti ai tempi di Charley Patton, sintomatico in questo senso il boogie blues di Dirty Swerve, con il call and response tra il vocione di Josh e quella più contenuta, ma ricca di grinta, di Breezy, mentre chitarre e percussioni ci danno dentro alla grande; Poor Until Payday, con il bottleneck in modalità Elmore James, è una sorta di inno per l’uomo comune dei nostri giorni, povero fino al giorno di paga ma orgoglioso, come sottolinea una armonica sinuosa. So Good, con una amplificazione più potente, avrebbero potuto suonarla George Thorogood, i Canned Heat o Johnny Winter, sempre con Breezy che “aizza” il marito dai lati e Senteney che picchia di gusto sul suo drumkit, piccolo ma sincero.

Church Clothes è un folk blues acustico dall’atmosfera raccolta, ricco di pathos e amore per i suoni del passato, solo voce e la solita slide insinuante di Peyton che cerca di far rivivere l’epopea di Patton e Robert Johnson. La vibrante Get The Family Together è più scatenata, energica e frenetica, con chitarre e batterie ovunque, tanto che alla fine della galoppata il buon Josh esclama “That Felt Pretty Hot”, Me And The Devil è della categoria figli illegittimi di Howlin’ Wolf e Robert Johnson, il massimo della elettricità a cui si spinge questa piccola grande band, con Frenchmen Street che ci porta a fare una capatina anche nelle strade e nei  vicoli più nascosti di New Orleans, quelli dove impera ancora la musica tradizionale pura e pimpante. I Suffer, I Get Tougher, un titolo e al tempo stesso una dichiarazione di intenti, è un altro esempio del loro blues “bastardizzato” da anni di contatti e ascolti del rock che è venuto dopo, ma che loro suonano con 30 watt scarsi di energia fregati da qualche vicino di casa, e per concludere un’altra abbondante dose di bottleneck boogie-blues and roll, se così possiamo definirlo, per una energica It Is Or It Ain’t che dovrebbe fare faville nei loro Live shows. Solo per “giovani vecchi”, o anche il contrario!

Bruno Conti

Tornano I “Maghi” Della Slide. Delta Moon – Babylon Is Falling

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Delta Moon – Babylon Is Falling – Jumping Jack Records/Landslide Records

Decimo album di studio per I Delta Moon,  Il duo di Atlanta, Georgia, composto da Tom Gray, che è la voce solista e impegnato alla lap steel in modalità slide, e Mark Johnson, pure lui alla slide: in effetti vengono uno da Washington, DC e l’altro dall’Ohio, ma hanno eletto il Sud degli States come loro patria elettiva, e con l’aiuto del solido (in tutti i sensi) bassista haitiano Franher Joseph, che è con loro dal 2007, hanno costruito una eccellente reputazione come band che sa coniugare blues, rock, musica delle radici e un pizzico di swamp, in modo impeccabile. I batteristi, che spesso sono anche i produttori dei dischi, ruotano a ritmo continuo: in questo Babylon Is Falling ne troviamo tre diversi, Marlon Patton è quello principale, mentre in alcuni brani suonano pure Vic Stafford e Adam Goodhue. Il risultato è un album piacevolissimo, dove il materiale originale si alterna ad alcune cover scelte con estremo buon gusto ed eseguite con la classe e la finezza che li contraddistingue da sempre.

Per chi non li conoscesse, i Delta Moon hanno un suono meno dirompente di quanto ci si potrebbe attendere da un gruppo a doppia trazione slide, una rarità, ma anche uno dei loro punti di forza https://discoclub.myblog.it/2017/05/12/due-slide-sono-sempre-meglio-di-una-nuova-puntata-delta-moon-cabbagetown/ :Tom Gray non è un cantante formidabile, ma supportato spesso e voelntieri dalle armonie vocali di Johnson e di Fraher, nelle note basse, è in grado di rendere comunque il loro approccio alla materia blues e dintorni molto brillante e vario, come dimostra subito un brano uscito dalla propria penna come Long Way To Go. Un bottleneck minaccioso che si libra sul suono bluesato  e cadenzato dell’insieme, speziato dal suono della paludi della Louisiana, altra fonte di ispirazione del sound sudista della band, mentre anche l’altra slide di Johnson inizia ad interagire con quella di Gray, che benché il nome lap steel potrebbe far pensare venga suonata sul grembo, in effetti è tenuta a tracolla e “trattata” con una barretta d’acciaio.

Conclusi i tecnicismi torniamo ai contenuti del disco: la title track Babylon Is Falling è un brano tradizionale arrangiato come un galoppante soul-blues-gospel che sta a metà strada tra il Cooder elettrico e i gruppi soul neri, con il consueto sfavillante lavoro delle chitarre, mentre One More Heartache è un vecchio brano Motown firmato da Smokey Robinson  per un album del 1966 di Marvin Gaye, sempre rivisitato con quel sound che tanto rimanda ancora al miglior Ry Cooder. Might Take A Lifetime è il primo contributo come autore di Mark Johnson, ma la voce solista è sempre quella roca e vissuta di Gray, con il suono che qui vira decisamente al rock, pensate ai Little Feat o magari ai primi Dire Straits, tanto per avere una idea; Skinny Woman va a pescare nel repertorio di R.L. Burnside per un tuffo nel blues delle colline, vibrante ed elettrico come i nostri amici sanno essere, grazie a quelle chitarre che volano con leggiadria sul solido tappeto ritmico. Louisiana Rain è un sentito omaggio al Tom Petty più vicino al suono roots, una squisita southern ballad che la band interpreta in modo divino, con l’armonica di Gray che si aggiunge al suono quasi malinconico e delicato delle chitarre accarezzate con somma maestria dai due virtuosi.

Liitle Pink Pistol, nuovamente di Gray, è un rock-blues più grintoso, sempre con le chitarre che si rispondono con  superbo gusto dai canali dello stereo e una spruzzata di organo per rendere il suono più corposo. Nobody’s Fault But Mine è il famoso traditional attribuito a Blind Willie Johnson, altra canzone che brilla nella solida interpretazione del gruppo, con un piano elettrico aggiunto alle due slide tangenziali https://www.youtube.com/watch?v=Bbbvw_Ru5w8 , e sempre in ambito blues eccellente anche il trattamento riservato ad un Howlin’ Wolf d’annata nella inquietante Somebody In My Home, sempre in un intreccio di chitarre ed armonica. Per chiudere mancano una corale e divertente One Mountain At A Time, sempre incalzante e tagliente, e la bellissima e sognante Christmas Time In New Orleans, altro pezzo firmato da Johnson https://www.youtube.com/watch?v=5ZJgSaEjNYU , ennesimo fulgido esempio del loro saper coniugare blues e radici in modo sapido e personale.

Bruno Conti   

Ancora Gagliardo Rock-Blues Dal Canada. Colin James – Miles To Go

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Colin James – Miles To Go – True North Records

Nuovo album blues per il chitarrista e cantante di Regina, Saskatchewan. Qualcuno potrà obiettare: come i diciotto dischi precedenti di Colin James, in quanto in effetti il musicista canadese ha praticamente sempre fatto blues, con delle variazioni sul tema, ma quello è sempre stato il suo credo, sin da quando esordiva dal vivo in Canada nel 1984 come spalla di Stevie Ray Vaughan. Ma evidentemente si vuole evidenziare che questo nuovo Miles To Go è il secondo capitolo, dopo l’ottimo Blue Highways del 2016 https://discoclub.myblog.it/2016/11/03/disco-blues-del-mese-colin-james-blue-highways/ , di un suo personale omaggio ad alcuni dei grandi artisti del Blues, aggiungendo nel CD anche un paio di canzoni a propria firma https://www.youtube.com/watch?v=uqmKtNFRxhc . Anche per il nuovo disco il nostro amico si fa accompagnare dalla sua touring band (quindi niente ospiti di nome), ovvero gli ottimi Geoff Hicks alla batteria, Steve Pelletier al basso, Jesse O’Brien a piano e Wurlitzer, Simon Kendall all’organo e, in alcuni brani, Chris Caddell alla chitarra ritmica e soprattutto Steve Marriner all’armonica, più una piccola sezione fiati composta da Steve Hilliam, Jerry Cook e Rod Murray.

Il risultato è un ennesimo solido album di blues, rock e derivati, sostenuto dalle egregie capacità chitarristiche di Colin James, uno dei migliori su piazza, che sicuramente non ha la forza travolgente di Jeff Healey, o le raffinate nuances roots di Colin Linden, ma è uno dei più eclettici praticanti canadesi del genere, del tutto alla pari con le sue controparti americane, tra cui potremmo ricordare Johnny Lang, Kenny Wayne Shepherd, Chris Duarte, e io aggiungerei, magari come influenze, o per similitudini nel tocco chitarristico, ora potente ora raffinato, solisti come Rory Gallagher e Robben Ford. Si diceva ai tempi che James non ha forse l’irruenza di un Jeff Healey, ma il vibrante vigore della sua solista non manca per esempio nella traccia di apertura, una gagliarda rilettura di One More Mile di Muddy Waters, con organo e armonica a spalleggiare Colin, oltre all’uso di una sezione fiati (utilizzata anche nei suoi  vari album con una big band, che hanno anticipato il cosiddetto swing revival degli anni ’90) che aggiunge pepe ad un suono già bello carico di suo, raffinato ma intenso allo stesso tempo. Formula che viene ribadita anche nella successiva cover sempre dal Chicago Blues di Muddy Waters, con una potente Still A Fool, che cita anche il riff lussureggiante di Two Trains Running, ed il timbro chitarristico degli amati Hendrix e SRV in un tour de force veramente potente, dove Marriner con la sua armonica fronteggia un Colin James veramente scatenato. In Dig Myself A Hole, dove James va alla grande anche di slide, ci sono elementi  R&R e R&B in questa parafrasi di un vecchio pezzo di Arthr Crudup (quello di That’s Allright Mama), tra pianini malandrini e fiati svolazzanti; ma il canadese eccelle anche nella sognante I Will Remain, una propria composizione che rimanda alle cose migliori di Robben Ford, con la chitarra raffinatissima che quasi galleggia sul lavoro della propria band, in un pezzo che ha rimandi al gospel e alle blues ballads di BB King.

40 Light Years, l’altro pezzo originale, non mostra cedimenti nel tessuto sonoro, sempre un blues fiatistico con l’armonica in evidenza e un timbro chitarristico alla Knopler o alla JJ Cale; Ooh Baby Hold Me è un ficcante pezzo di Chester Burnett a.k.a Howlin Wolf, con un riff (e non solo quello) che è uno strettissimo parente di quello della pimpante Killing Floor , mentre Black Night, con Rick Gestrin al piano, è uno splendido blues lento, al giusto crocevia tra Bloomfield e Robben Ford per la finezza del tocco della solista, seguito da Soul Of A Man, uno dei tre brani acustici dell’album, solo voce, chitarra e armonica, una canzone di Blind Willie Johnson, che poi si anima per l’intervento tagliente della slide di James, lasciando a See That My Grave Is Kept Clean di Blind Lemon Jefferson e alla ripresa acustica di One More Mile, il lato più tranquillo di questo album. Che comunque ci propone anche una regale versione di I Need Tour Love So Bad , ballata blues superba di Little Willie John, di cui il sottoscritto ha sempre amato moltissimo la versione che facevano i Fleetwood Mac di Peter Green. E notevole pure Tears Came Rolling Down, un sanguigno e tosto blues elettrico con uso fiati ed armonica, attribuito a Geoff Muldaur, ma derivato da un traditional, altro eccellente esempio della classe di Colin James, che con la voce e una slide tangenziale rende onore al meglio del Blues, in questo brano ed in tutto questo ottimo disco.

Bruno Conti

Il “Mago” Del Blues? Più O Meno. Omar And The Howlers – Zoltar’s Walk

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Omar And The Howlers – Zoltar’s Walk – Big Guitar Music           

Il disco precedente, The Kitchen Sink, uscito nel 2015, me lo ero perso, leggendo in giro i commenti si era parlato di un album per certi versi interlocutorio, qualcuno aveva rilevato segnali di una certa “stanchezza” da parte di Omar e dei suoi Howlers, all’incirca per gli stessi motivi altri erano invece comunque soddisfatti dei risultati. In fondo la formula è comunque più o meno sempre quella, il classico power trio di ambito blues(rock), di derivazione texana (il nostro è nato nel Mississippi, ma vive ad Austin da una vita), aperto ad altre influenze, in ogni caso inserite nel grande bacino delle 12 battute classiche. Negli anni precedenti Omar Dykes aveva provato ad inserire nel menu nuovi elementi, pubblicando a proprio nome, e non del gruppo, Runnin’ With The Wolf, un disco che era un omaggio (riuscito) alla musica di Howlin’ Wolf, prima ancora erano usciti un paio di album dedicati a Jimmy Reed, uno in coppia con Jimmie Vaughan e uno da solo, mentre nel CD del 2012, Too Much Is Not Enough. era accreditato come membro aggiunto Gary Primich http://discoclub.myblog.it/2013/07/09/vai-col-vocione-omar-dykes-runnin-with-the-wolf-5499510/ . Ma poi con I’m Gone si era tornati alla formula in trio classica di Omar And The Howlers http://discoclub.myblog.it/2012/06/28/un-bluesman-texano-del-mississippi-omar-and-the-howlers-i-m/ , poi ribadita con il citato The Kitchen Sink e ora con questo nuovo The Zoltar’s Walk.

Come forse sapete Dykes si ostina, già dal 2012, a festeggiare i suoi 50 anni di carriera (quindi ora dovrebbero essere 55), non male per uno nato nel 1950, le cui prime mosse risalgono al 1973 e il primo album al 1980. Ma questa è una storia già raccontata, veniamo agli undici brani contenuti nell’album; questa volta sono tutte composizioni originali, che ruotano intorno alle vicende di questo Zoltar, mago e divinatore che appariva nel film Big ma anche in altri cartoons giapponesi, niente cover quindi, ma il risultato non cambia di molto, forse per l’occasione c’è più grinta e passione, anche più divertimento, il vocione di Omar è sempre poderoso e fin dall’apertura Diddleyana di Under My Spell, con riferimenti all’immancabile Jimmy Reed, il groove della ritmica e il lavoro della solista di Dykes sono trascinanti. L’etichetta è piccola, la Big Guitar Music, ma come indica la ragione sociale, il suono vorrebbe essere “grande” e vorticoso; Keep Your Big Mouth Shut rimanda anche al sound dei vecchi Fabulous Thunderbirds, con elementi rock e boogie, a fianco dell’immancabile blues.

E Omar è chitarrista dal tocco all’occorrenza felpato e ricco di feeling, come nella ballata quasi presleyana rappresentata nella delicata What Can I Do, per poi scatenarsi nello shuffle strumentale Zoltar’s Walk o ancora nella più cadenzata Stay Out Of My Yard, dove appare anche una guizzante armonica, suonata da Ted Roddy, ma comunque i “difetti” palesati nel suddetto The Kitchen Sink in parte rimangono, non sempre il vecchio “fervore” del passato è presente, non dico che il gruppo suoni per onorare il contratto, visto che l’etichetta è loro, ma non tutti i brani sono all’altezza. Soapbox Shouter, dedicata a Chuck Berry che sta a metà strada tra Stevie Ray Vaughan e Thorogood, ha la giusta intensità e la chitarra viaggia di gusto, con Meaning Of The Blues che tiene fede al suo titolo ed è più “rigorosa” e Big Chief Pontiac, che è di nuovo uno showcase per l’armonica, in questo caso di Dykes. Non può mancare lo slow blues intenso e ingrifato (ce ne vorrebbero di più) di Always Been A Drifter, dove si apprezzano la tecnica ed il feeling sopraffino di Omar Dykes, o il divertente R&R a tutta velocità della scatenata Mr. Freeze, o i ritmi latineggianti e sudisti della “misteriosa” Hoo Doo, in ricordo dell’amato Howlin’ Wolf. Insomma tutto molto piacevole ma anche, volendo, non indispensabile.

Bruno Conti

La Versione Deluxe Di Un Album Leggendario…Ma Si Poteva Fare Meglio! The Doors – The Doors

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The Doors – The Doors – Elektra/Rhino 3CD/LP Box Set

Strano destino quello dei Doors, storico gruppo californiano molto famoso anche dalle nostre parti: popolarissimi sia nel loro periodo di attività sia dopo (ed ancora oggi), principalmente grazie, oltre ad una manciata di canzoni entrate a far parte dei classici, all’immagine da “bello e maledetto” tramandata ai posteri del loro leader Jim Morrison (cosa ingigantita dalla sua prematura scomparsa avvenuta nel 1971 all’età di 27 anni), oggi sono molto poco citati come influenza dalle band contemporanee, a differenza, per citare un gruppo che operava nello stesso periodo, dei Velvet Underground, che in attività vendette pochissimo ma in seguito ha raggiunto una statura tale al punto da far affermare a Brian Eno che “pochi comprarono i loro dischi quando vennero pubblicati, ma tutti coloro che lo fecero poi formarono una band”. Questo penso sia dovuto al fatto che il sound dei Doors oggi possa risultare un po’ datato (ma a mio parere meno di quello dei Jefferson Airplane, altra grande band di quell’epoca oggi spesso dimenticata), anche se le orecchie più attente hanno sempre riconosciuto l’importanza del quartetto di Venice Beach ed anche il loro sound innovativo, che obiettivamente in quegli anni non li faceva assomigliare a nessun altro. Gran parte del merito va (andava) sicuramente a Ray Manzarek, vero leader musicale del gruppo, che con il suo organo Vox Continental (che dal vivo veniva accoppiato ad un Rhodes Piano Bass sopperendo così all’assenza di un bassista) ha da sempre caratterizzato il sound del gruppo, fungendo sia da strumento solista che ritmico: questo non vuol però dire che sia Robby Krieger, gran chitarrista dal tocco raffinato ed influenzato dal jazz e dalla musica indiana, sia John Densmore, ottimo batterista anch’egli di formazione jazz (e classica), fossero inferiori, e pure Morrison non era solo “un figo” come diremmo oggi, ma aveva una presenza magnetica sul palco, una voce notevole e soprattutto un cultura smisurata, che ritrovavamo nei testi delle canzoni (scritti per la maggior parte da lui), talvolta un vero e proprio campionario di riferimenti letterari, sotto l’influenza (oltre che delle droghe di cui era un vorace consumatore) di poeti, scrittori e filosofi del calibro di William Blake, Arthur Rimbaud, Jack Kerouac e Friedrich Nietzsche, solo per citarne alcuni.

I Doors furono scoperti del presidente della Elektra, Jac Holzman, che li vide esibirsi nei club di Los Angeles, principalmente il London Fog ed il Whiskey-A-Go-Go, e li segnalò al produttore Paul A. Rothchild (figura di vitale importanza per il gruppo insieme al tecnico del suono Bruce Botnick), il quale li portò in sala di incisione e, dopo soli sei giorni, ne uscì con l’album di debutto omonimo dei nostri, un disco che ancora oggi è considerato una pietra miliare del rock dell’epoca (e non solo), ed uno di quelli da possedere assolutamente in una collezione che si rispetti. Gran parte del merito va sicuramente a tre fra i brani più celebri della band, a cominciare dall’aggressiva e potente Break On Through (To The Other Side), posta in apertura, per continuare con la straordinaria Light My Fire, vera e propria signature song del gruppo (e non importa che sia uno di quei pezzi che si conoscono a memoria, ancora oggi le parti di organo e chitarra sono tra le più belle mai incise in assoluto), ed infine con la lunga ed ipnotica The End, delirio letterario di quasi dodici minuti ispirato a Morrison dalla lettura dell’Edipo Re di Sofocle, un brano che ha avuto un utilizzo geniale dodici anni dopo da parte di Francis Ford Coppola per due scene chiave del capolavoro Apocalypse Now. Ma non è che il resto del disco fosse di basso livello, dalla sinuosa Soul Kitchen, all’emozionante The Crystal Ship, nella quale Manzarek si sposta al pianoforte rilasciando un assolo strepitoso (e Morrison si conferma un vocalist dalla straordinaria duttilità), a Twentieth Century Fox, un riempitivo di gran lusso. Completavano il disco la diretta ed orecchiabile I Looked At You (con il basso suonato da Larry Knetchel), l’ipnotica End Of The Night, la bella Take It As It Comes, dal ritmo sostenuto e motivo diretto (peccato duri poco) e due covers, e se la quasi cabarettistica Alabama Song (traduzione inglese di un brano di Bertold Brecht e Kurt Weill) è un esperimento bizzarro, la versione personalizzata del classico blues Back Door Man (scritta da Willie Dixon e resa nota da Howlin’ Wolf) è tra le cose migliori dell’album.

Quest’anno cade il cinquantesimo anniversario di The Doors, e la Rhino ne ha approfittato per pubblicare una versione deluxe in triplo CD (con accluso anche il vinile) di questo disco storico, ma qualcosa non torna. Ok per la decisione di inserire nel primo dischetto un nuovo mix in stereo con le canzoni proposte alla velocità originale in cui furono suonate (pare infatti che il disco uscito all’epoca fosse leggermente rallentato, e questa versione è presente sia nel secondo CD, mixata in mono, sia nell’LP, anche se bisogna stare con le orecchie davvero dritte per accorgersi delle differenze), ma non capisco la scelta di non accludere nessuna bonus track, visto che ciò era stato fatto in edizioni precedenti a questa (ci sono due canzoni non entrate a far parte del disco originale, Moonlight Drive e Indian Summer, e pare che esistano anche versioni alternate molto interessanti di altre canzoni dell’album, tra cui The End). E veniamo al terzo CD, ed anche qui continuano le decisioni incomprensibili: infatti troviamo otto canzoni tratte da un concerto al Matrix di San Francisco (le prime sette di The Doors nello stesso ordine più The End), peccato che questo concerto fosse già stato pubblicato nel 2008 in doppio CD, e quindi in versione completa (prendendo in esame due diverse serate); va bene che qui sono stati usati per la prima volta i nastri originali di Peter Abrams (proprietario del Matrix), ma non è che la qualità di incisione sia migliorata poi di molto, diciamo che siamo sui livelli di un buon bootleg. Morrison fornisce un’interpretazione selvaggia (e qua e là un po’ sopra le righe) di tutti gli otto pezzi, e gli altri tre dimostrano di essere una notevole live band, ma il concerto rimane nettamente incompleto (il doppio del 2008 contava ben sedici brani in più). Quindi questo cofanetto è da considerarsi indispensabile per un neofita (o per chi come me non possiede il Live At Matrix originale, ed avendo già altri album dal vivo della band mi bastano anche otto canzoni), ma non offre nulla di succulento ai fans del gruppo.

Speriamo che nella (probabile) deluxe edition di Strange Days (il secondo album dei Doors, uscito anch’esso nel 1967) ci si impegni un po’ di più per includere qualche extra interessante.

Marco Verdi

Lo Hanno Fatto Per Davvero…E Alla Grande! Rolling Stones – Blue And Lonesome

Rolling Stines - Blue&Lonesome

Rolling Stones – Blue And Lonesome – Polydor/Universal CD

Quando diversi mesi fa si era sparsa la voce non confermata di un possibile album a carattere blues da parte dei Rolling Stones, quindi molto prima dell’annuncio ufficiale avvenuto lo scorso 6 Ottobre, le reazioni erano state perlopiù scettiche, in quanto sembrava strano a tutti che un gruppo attento al marketing come loro, che non muove un passo che non sia studiato nei minimi dettagli (e che ama molto poco il rischio, basti vedere le scalette dei loro concerti, specie in grandi arene o stadi, da anni decisamente sovrapponibili data dopo data, in pratica un gigantesco greatest hits ambulante), potesse pubblicare un album così di nicchia come un disco di cover di classici del blues, soprattutto considerando il fatto che il loro ultimo lavoro di inediti di studio, A Bigger Bang, risaliva a ben undici anni fa. Pochi sapevano però che quel disco i nostri lo avevano già inciso, in tre giornate del Dicembre del 2015, e che conteneva effettivamente dodici riletture di brani a tema blues, e neppure tra i più famosi: ora che ho finalmente tra le mani Blue And Lonesome, uno degli album più attesi del 2016, posso affermare quindi che non solo le indiscrezioni erano vere, ma che siamo alle prese con un grandissimo disco, grezzo, diretto e ruspante come è giusto che sia un lavoro di questo tipo. Gli Stones hanno preso in esame canzoni che usavano suonare più di cinquant’anni fa, quando si esibivano nei piccoli club di Londra e non erano nemmeno famosi, una sorta di piccolo Bignami del più classico Chicago blues, ma suonato con la classe, l’esperienza ed il feeling di più di mezzo secolo di strada percorsa insieme.

Musica vera, potente, spontanea, suonata con grande forza e passione da un gruppo che non si è adagiato sugli allori di una carriera unica al mondo, ma che ha voluto rimettersi in gioco (un’ultima volta?) con un disco che è tutto meno che commerciale: tutti e quattro hanno registrato in presa diretta, e d’altronde tre giorni per fare un disco erano pochi anche negli anni sessanta, sotto la supervisione del produttore Don Was, che però non è dovuto intervenire più di tanto per determinare il risultato finale. Sapevamo che sia Keith Richards che Ron Wood sono cresciuti a pane e blues (mentre il background di Charlie Watts è più jazz), ma il dubbio era al massimo sulla resa da parte di Mick Jagger, dato che quando il cantante si è in passato espresso come solista, ha, quasi sempre, pubblicato solenni porcate: ebbene, il grande protagonista del CD è proprio Mick, che canta con una grinta ed una passione, unite alla sua voce eccellente e alla sua capacità di essere istrione delle quali non si dubitava di certo, che quasi sembra uno che per tutto questo tempo non abbia fatto altro che esibirsi in qualche fumoso juke joint di Chicago, a cui aggiungiamo un’abilità come armonicista che non gli ricordavo a questo livello. Come co-protagonisti nel disco troviamo nomi già ultranoti come il bassista Darryl Jones (che di recente ha espresso il legittimo desiderio di venire riconosciuto a tutti gli effetti un membro del gruppo, ma gli altri quattro non credo vogliano rinunciare ad una parte di guadagni per darla a lui), il grande Chuck Leavell al piano ed organo, con l’aggiunta dell’ottimo Matt Clifford sempre alle tastiere, del leggendario batterista Jim Keltner in un brano e, in due pezzi, l’inimitabile chitarra di Eric Clapton (che era nello studio attiguo a dare gli ultimi ritocchi al suo album I Still Do, uscito la scorsa primavera).

Come ho accennato, non ci sono classici blues straconosciuti (Robert Johnson non è presente nemmeno una volta tra gli autori), ma quasi sempre brani più oscuri, che per i nostri rappresentavano le radici, i primi passi, con Little Walter a spiccare come artista più omaggiato, subito seguito da Howlin’ Wolf ed altri; il CD (la cui copertina è l’unica cosa sulla quale ci si poteva spremere un po’ di più, sembra più un’antologia di brani blues che un disco nuovo) esce in due versioni: quella normale ed una deluxe in formato cofanetto che purtroppo costa circa trenta euro in più (tanti soldi!), pur non presentando canzoni aggiuntive, ma con uno splendido libretto ricco di foto tratte dalle sessions e con immagini dei bluesmen originali che hanno scritto i vari brani, oltre ad un ottimo saggio ad opera di Richard Havers, scrittore a sfondo musicale esperto di Stones. L’album inizia con Just Your Fool (Little Walter): subito gran ritmo e Mick che ci dà dentro di brutto all’armonica, suono spettacolare e grandissimo feeling (una costante del disco), un jumpin’ blues fatto alla maniera di una vera rock’n’roll band; una rullata potente ci introduce a Commit A Crime (Howlin’ Wolf), volutamente sporca e ruvida, con Keith e Ron che lavorano di brutto sullo sfondo e Mick che incalza da par suo, un pezzo teso e diretto come una lama, mentre la title track, ancora di Little Walter, è un blues lento, sudato, sexy e minaccioso come nella miglior tradizione delle Pietre, con il solito grande Jagger (un vero mattatore), un pezzo in cui avrei visto bene come ospite Stevie Ray Vaughan se fosse stato ancora tra noi. All Of Your Love (Magic Sam) mantiene l’atmosfera limacciosa e notturna, con ottimo lavoro di Jones e soprattutto di Leavell, grande classe: quello che emerge da questi primi quattro brani non è un mero esercizio calligrafico da parte di rockstar ricche e famose, ma musica suonata con grinta e passione come se avessero ancora la fame dei primi anni sessanta.

I Gotta Go (di nuovo Walter) è caratterizzata dal solito gran lavoro di armonica e dal ritmo spedito, con la splendida voce di Jagger a dominare un brano che nelle mani sbagliate poteva anche suonare scolastico; Everybody Knows About My Good Thing (Little Johnny Taylor) è il primo dei due pezzi con Clapton e, con tutto il rispetto per Richards e Wood, qui siamo su un altro pianeta: Eric avrà anche problemi alla schiena che lo hanno costretto a diradare l’attività, ma quando prende in mano la sua Fender per suonare il blues dà ancora dei punti a chiunque. La saltellante Ride ‘Em On Down, di Eddie Taylor, è puro e trascinante Chicago blues http://discoclub.myblog.it/2016/09/27/altro-tassello-nellinfinita-storia-delle-12-battute-eddie-taylor-session-diary-of-chicago-bluesman-1953-1957/ , con la sua puzza di fumo e whisky (e ca…spita se suonano!), Hate To See You Go, l’ultima delle quattro canzoni di Little Walter, è tutta costruita intorno ad un pressante riff di chitarra doppiato prima dall’armonica e poi dalla voce, un brano secco, tirato e potente, mentre Hoo Doo Blues (Lightnin’ Slim) assume ancora contorni minacciosi e viziosi, con strepitosi intrecci di armonica e chitarre, il tutto guidato dal drumming tonante ma preciso di Watts. Little Rain (Jimmy Reed) è lenta, quasi pigra, con Mick che si destreggia alla grande in questo blues sincopato dai toni afterhours; il CD si chiude con due brani scritti da Willie Dixon, uno per Howlin’ Wolf e l’altro per Otis Rush: la veloce e roccata Just Like I Treat You, ancora con Leavell in gran spolvero, e la fluida e vibrante I Can’t Quit You Baby (la più nota tra quelle presenti), ancora con Eric Clapton splendido Stone aggiunto.

Probabilmente il disco blues dell’anno, ed uno dei migliori di sempre degli Stones (capolavori esclusi): saranno anche la più grande rock’n’roll band di tutti i tempi, ma Blue And Lonesome dimostra che, se avessero voluto, potevano dire la loro anche come blues band.

Marco Verdi

Se Fosse Anche Inciso Bene Sarebbe Perfetto! Quicksilver Messenger Service – New Year’s Eve 1967

quicksilver new year's eve

Quicksilver Messenger Service – New Year’s Eve 1967 – Cleopatra 

Ho contato almeno otto CD (più l’Anthology Box, e non credo sia finita la serie) pubblicati dalla Cleopatra Records e relativi a prezioso materiale d’archivio dei Quicksilver Messenger Service, la prodigiosa band californiana che giustamente viene considerata uno dei capisaldi del rock psichedelico ed acido che imperava sulla costa occidentale americana tra la fine anni ’60 ed i primi anni ’70. In effetti la storia inizia ancora prima, nel 1965, quando Dino Valenti, John Cipollina e il cantante e armonicista Jim Murray, uniscono le forze con Gary Duncan, David Freiberg e Greg Elmore, per iniziare una avventura che raggiungerà il suo apice tra il ’68 ed il ’69 quando usciranno i due capolavori, l’omonimo Quicksilver Messenger Service e l’epocale Happy Trails. Ma questa è una storia raccontata mille volte ed in ogni caso molte cose sono successe prima e dopo questi due dischi: da qualche anno a questa parte, oltre alla Cleopatra anche altre etichette, più o meno ufficiali, hanno pubblicato materiale dal vivo proveniente da quel periodo, spesso annunciato come proveniente dagli archivi di Gary Duncan, ma altrettanto spesso di qualità sonora non proprio memorabile.

Anche questo New Year’s Eve 1967 non sfugge alla regola: registrato al Winterland di San Francisco la notte del 31 dicembre del 1967, e quindi, come tutto il materiale proveniente dai locali di proprietà di Bill Graham, presente anche negli archivi di Concert Vault, e pubblicato diverse volte pure come bootleg, il concerto è formidabile per i contenuti musicali, ma la qualità sonora è “scarsina”, a voler essere magnanimi. La formazione è quella classica, il quartetto Cipollina, Duncan, Freiberg e Elmore, che da lì a poco avrebbe pubblicato Quicksilver Messenger Service e Happy Trails, quindi non c’è più Jim Murray alla voce e all’armonica, ma il repertorio comprende ancora molti dei brani del primissimo periodo: ed ecco quindi scorrere un ignoto Instrumental senza nome che fluisce, già iniziato, come prima traccia del concerto, la batteria è in cantina, il basso ha una buona presenza, il suono delle chitarre sfugge di tanto in tanto, ma la qualità sonora è comunque accettabile, mentre le improvvisazioni bluesy delle soliste di Cipollina e Duncan, sono all’altezza delle giornate migliori (non dimentichiamo che in quella serata i Quicksilver dovevano duellare con i Jefferson Airplane e i Big Brother di Janis Joplin che dividevano con loro il palco nell’occasione).

Quindi partenza ottima, poi rafforzata da una eccellente e vibrante versione di Pride Of Man, il brano che sarebbe stato uno dei punti di forza del disco di esordio (qui il suono va e viene, la voce si intuisce e la batteria è purtroppo microfonata male), ma la musica è sempre potente, come nella successiva Who Do You Love (la versione nel video è di due giorni prima), che non è ancora quella “corazzata” da oltre 20 minuti che sarebbe divenuta su Happy Trails, ma l’inconfondibile riff non manca e l’interplay tra le due soliste e la sezione ritmica è già magnifico, il brano è più breve e compatto, “solo” dieci minuti scarsi, ma la magia (anche con gli inconvenienti tecnici ricorrenti nella registrazione) del brano è già presente. Non male pure la bluesata If You Live (Your Time Will Come), cantata da Gary Duncan e che si anima nelle parti improvvisate, mentre It’s Been Too Long è uno dei brani meno conosciuti della band, un classico pezzo psych-garage. Altro discorso per la lunghissima, e ricca di jam chitarristiche, versione di Smokestack Lightning, il classico di Howlin’ Wolf che illustra il lato blues dei Quicksilver visto attraverso l’ottica intrippata di quei tempi e anche Babe I’m Gonna Leave You (quando il suono non sparisce a tratti) illustra il sound acido che condividevano con le altre band di San Francisco dell’epoca. Gold And Silver, con un lungo assolo di batteria nella parte centrale, è sempre quella perfetta fusione tra chitarre rock acide e ritmi jazz alla Dave Brubeck, anche se il livello sonoro è pessimo.

Dino’s Song lascia intuire le evoluzioni soliste del mitico John Cipollina, che poi le reitera in un’ottima Back Door Man e nel lungo medley, Bo Didley goes psych, di improvvisazione Mona/Maiden Of The Cancer Moon. Sono già i Quicksilver della leggenda acida di Haight-Ashbury, se fosse anche inciso bene sarebbe perfetto.

Bruno Conti

La Via Italiana Al Blues 3: Indipendente E “Alternativo”! Snake Oil Ltd – Back From Tijuana

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Snake Oil Ltd – Back From Tijuana – Killer Bats/Riserva Sonora 

Sono un po’ in ritardo perché il CD è “uscito” da qualche mese ma sono qui a parlarvi di una nuova, allegra, rumorosa, divertente e preparata, brigata di musicisti che si dedicano alla divagazione del Blues Made In Italy. Nuovi, almeno per chi scrive e, presumo, per i lettori del Blog, esclusi i liguri, genovesi nello specifico. I quattro, classica formazione a tre più cantante, i cui nomi probabilmente non diranno molto ai più, ma che per rispetto di chi fa musica con passione ricordiamo: Andrea Caraffini e Zeno Lavagnino (che nel frattempo ha lasciato il gruppo) sono la sezione ritmica, mentre Stefano Espinoza è il chitarrista e last but not least Dario Gaggero, il cantante, nonché autore delle divertenti notizie che punteggiano il loro sito  http://snakeoillimited.altervista.org/, e, nelle proprie parole, “fondatore e Leader Massimo degli Snake Oil Ltd., laureato col massimo dei voti all’ Università della Terza Mano di Fatima, sommo conoscitore di filtri d’amore, rappresentante esclusivo per l’Europa dell’Olio di Serpente più efficace e miracoloso del Globo Terracqueo”. Ma i giovani (almeno all’apparenza delle foto, meno forse Gaggero che vanta pure una collaborazione più “seria” con i Big Fata Mama), sono anche preparati e quasi enciclopedici nella scelta del loro repertorio che, partendo dal blues, sconfina nel rockabilly, nel R&R, nel voodoo rock delle paludi della Louisiana, meno marcato di quello di Dr. John, forse più deferente verso Fats Domino, nume tutelare della band, insieme a Bo Diddley, Hound Dog Taylor, Howlin’ Wolf, con qualche reminiscenza di Tav Falco, a chi scrive (se no cosa sto qui a fare) ricordano anche il sound dei primi dischi di Robert Gordon con Link Wray, o dei primissimi Dr. Feelgood, quelli più deraglianti di Wilko Johnson.

Ma poi la scelta del repertorio cade anche su brani “oscurissimi” tratti da vecchi 45 giri anni ’50 o da compilation di etichette poco conosciute, pure se la grinta e la velocità con cui vengono porti sta a significare la passione, che rasenta la devozione, di questi allegri signori che probabilmente fanno musica per divertirsi e, ovviamente, finiscono per divertire i loro ascoltatori. Anche l’idea di esordire con un disco dal vivo non è peregrina: Back From Tijuana/Live From The Sea è stato registrato ai Bagni Liggia di Genova Sturla, che sono più rassicuranti, presumo, delle stradine di New Orleans e anche temo delle paludi della Louisiana, ma l’aria di festa collettiva che si respira nei solchi digitali di questo album è assolutamente contagiosa anche per chi non era presente all’evento. Loro orgogliosamente annunciano che la prima tiratura del CD è andata esaurita e ne stanno preparando uno nuovo in studio.

Se nel frattempo  vi volete sparare, ad alto volume, una carrellata nelle origini del rock, qui trovate un po’ di tutto: dal blues del Delta di Son House, con l’iniziale Grinnin’ On Your Face ad una Give Back My Wig che dai solchi dei dischi Alligator di Hound Dog Taylor plana sulle tavole di un locale genovese, con la grinta del pub-rock tinto punk dei Feelgood, mista a sonorità Gordon-Wray e persino Blues Brothers, The Greatest Lover In The World è un Bo Diddley “minore” fatto alla Elvis primo periodo, quindi bene, Ask Me No Questions faceva la sua porca figura in In Session, il disco postumo di Albert King con Stevie Ray Vaughan e la solista di Espinoza qui viaggia che è un piacere.This Just Can’t Be Puppy Love, Leopard Man, Going Down To Tijuana, Bow Wow, non nell’ordine in cui appaiono nel disco, appartengono alla categoria “da dove cacchio sono uscite?”, ma ci piacciono. Too Many Cooks apparterebbe alla categoria, ma visto che l’ha recuperata anche Mick Jagger per il suo Very Best, da una inedita session con Lennon, lo mettiamo nella sezione chicche. Dove si aggiunge ad  uno-due tra la trascinante Whole Lotta Loving del vate Fats Domino e la cattivissima Evil (is going on) di mastro Howlin’ Wolf. Aggiungete il divertente R&R di Wynonie Harris Bloodshot eyes, The Drag, un brano degli Isley Brothers che ha la stamina dei più famosi Shout e Twist & Shout, senza dimenticare la conclusiva Let The Four Wind Blows, altro classico di Domino, oltre otto minuti, uno di quei brani che non ne vogliono sapere di finire. Se lo riuscite a trovare (magari sul loro sito citato prima, vista la distribuzione difficoltosa) sono soldi spesi bene, veramente bravi, anche qui siamo nella categoria morfologica “italiani per caso”!

Bruno Conti