Cofanetti Autunno-Inverno 8. Il Loro Disco Più Discusso E’ Anche (Finora) La Ristampa Più Interessante! The Doors – The Soft Parade 50th Anniversary

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The Doors – The Soft Parade 50th Anniversary – Rhino/Warner 3CD/LP Box Set

Dal 2017 anche i Doors hanno iniziato una campagna di ristampe dell’intero catalogo per celebrare il cinquantesimo anniversario di tutti i loro album. Se la riedizione del loro mitico esordio omonimo del 1967 era stata una delusione (nessun vero inedito, ed una performance dal vivo al Matrix solo parziale rispetto ad un live pubblicato anni fa), Strange Days era stata una presa in giro, con soltanto le versioni stereo e mono del disco in un doppio CD (che quindi non si allinea neppure logisticamente sugli scaffali con i cofanetti pubblicati finora). L’uscita lo scorso anno del box di Waiting For The Sun aveva lasciato intravedere qualche inedito dal vivo, ma solo cinque brani tratti da un concerto a Copenhagen, mentre il resto era formato da semplici “rough mixes” di alcuni pezzi dell’album originale https://discoclub.myblog.it/2018/10/02/con-il-terzo-cinquantenario-arriva-anche-qualche-misero-inedito-the-doors-waiting-for-the-sun-50th-anniversary/ . Non avevo quindi grosse aspettative per la riedizione del quarto lavoro della band californiana The Soft Parade, ed invece devo dire che questa volta i nostri (John Densmore e Robby Krieger gli unici membri ancora in vita) hanno avuto il braccino meno corto e, a parte il solito “inutile” LP che serve solo a rendere più elegante la confezione ma anche a far salire il prezzo, ci hanno gratificato di ben due CD di brani quasi del tutto inediti, con addirittura delle parti strumentali ri-suonate ex novo e la pubblicazione per la prima volta nella sua interezza di un brano leggendario.

La cosa ironica è che finora la migliore tra le ristampe celebrative del quartetto di Venice Beach riguarda il loro album più discusso e meno amato di sempre, The Soft Parade appunto, un disco all’epoca molto criticato per la scelta del produttore Paul Rothchild di “manipolare” le canzoni dei nostri con arrangiamenti a base di archi e fiati per dare ai brani stessi una veste più pop. Se aggiungiamo a questo il fatto che per la prima volta le canzoni non erano frutto di una collaborazione di gruppo ma recavano in gran parte la firma di Krieger in quanto Jim Morrison in quel periodo era più interessato alle suo poesie che a registrare musica, capirete il perché The Soft Parade sia sempre stato guardato come il disco meno rappresentativo dello stile dei nostri. Tra l’altro nell’album l’unico pezzo che nel 1969 si fece un po’ valere in classifica fu il primo singolo Touch Me, che riuscì ad arrivare fino alla terza posizione. Risentito oggi il disco originale (che occupa il primo CD del box appena uscito, opportunamente rimasterizzato) non è affatto male, anche se posso capire la sorpresa di fans e critici all’epoca nel sentire sonorità non troppo familiari: detto della presenza al basso in diversi pezzi del grande Harvey Brooks (Bob Dylan, Electric Flag), dato che come saprete i nostri non avevano un vero bassista nella line-up, partiamo con una disamina dei contenuti del cofanetto.

L’album del 1969 parte con Tell All The People, una gradevole pop song dalla base pianistica, un motivo immediato e con l’accompagnamento dei fiati che ci sta anche bene, brano seguito dalla già citata Touch Me, vivace pezzo cantato da Jim in maniera fluida e rilassata, con un refrain delizioso nel quale sentiamo gli archi per la prima volta. A questo punto abbiamo un poker di brani senza orchestra, con i nostri che si esibiscono quindi nel loro ambiente sonoro naturale, come l’ottima Shaman’s Blues, un tipico pezzo in cui Morrison gioca con la voce in un crescendo emozionale mentre Ray Manzarek si fa largo tra organo e clavicembalo, Krieger ricama da par suo e Densmore tiene il ritmo col suo solito stile raffinato di influenza jazz. Do It ha un buon train sonoro rock anche se dal punto di vista dello script si può definire un brano minore, Easy Ride (unica a provenire dalle sessions del disco precedente, Waiting For The Sun) è un coinvolgente e pimpante rockabilly dominato dallo splendido organo di Ray e con Robbie che suona in stile quasi country, mentre  Wild Child è un rock-blues vibrante e diretto. Tornano i fiati nella saltellante Runnin’ Blue, tra jazz e rock ma con un ritornello (cantato da Krieger) quasi bluegrass e con tanto di violino e mandolino, e con la melodiosa Wishful Sinful, che forse sarebbe stata meglio senza archi. Finale con la lunga title track, quasi nove minuti di cambi di tempo e melodia: inizio ipnotico, poi si prosegue tra rock, funky e cabaret ed una parte centrale jammata e decisamente creativa; come bonus abbiamo Who Scared You, discreta rock song che era in origine sul lato B di Wishful SInful.

Il secondo CD vede un nuovo remix da parte dello storico tecnico del suono Bruce Botnick dei cinque pezzi con archi e fiati (compresa Who Scared You), riproposti qui nudi e crudi: infatti Botnick all’epoca non era d’accordo con Rothchild sulla direzione musicale del disco, ed oggi in un certo senso si prende la rivincita. I brani in questione sono ancora più diretti e piacevoli, specialmente Tell All The People e Touch Me, ed in Runnin’ Blue, Wishful Sinful e la stessa Touch Me vedono nuove parti di chitarra suonate quest’anno da Krieger (mentre alla fine del CD gli stessi tre pezzi sono riproposti con le tracce chitarristiche originali, ma sempre senza orchestrazioni). Una delle chicche del box sono però i tre brani eseguiti dai Doors come trio (Morrison era assente, pare, ingiustificato), con Manzarek che assume il ruolo di leader e cantante con lo pseudonimo di Screamin’ Ray Daniels: due blues di Muddy Waters (Don’t Go No Further, che verrà re-incisa con Jim alla voce per un lato B del 1971, e I’m Your Doctor), entrambi suonati alla grande, e soprattutto una prima e già trascinante versione del futuro classico Roadhouse Blues, che meno di un anno dopo aprirà Morrison Hotel (questi tre pezzi vedono anche nuove parti di basso incise nel 2019 da Robert DeLeo degli Stone Temple Pilots)

Il terzo CD, a parte un frammento di 40 secondi intitolato I Am Troubled, un’invettiva da predicatore di Morrison (Seminary School) che servirà da introduzione alla title track e la bizzarra Chaos, è tutto incentrato sulla leggendaria e monumentale Rock Is Dead, uno dei brani più mitizzati di quel periodo, una sorta di suite di 64 minuti in cui i nostri ripercorrono alla loro maniera la storia del rock con improvvisazioni a go-go, Morrison che gigioneggia alla grande, citazioni di brani famosi (Love Me Tender e Mystery Train di Elvis, Pipeline degli Chantays), ed un misto di rock, blues, jazz ed un pizzico di avant-garde: il brano è qui proposto nella sua interezza per la prima volta, dato che finora ne era uscita solo una parte in un’antologia del 1997. Un tour de force incredibile che da solo vale la spesa del box, e per una volta non è una frase fatta. Speriamo che questa bella ristampa abbia invertito il trend per quanto riguarda le riedizioni dei Doors: lo scopriremo il prossimo anno quando toccherà a Morrison Hotel.

Marco Verdi

Novità Prossime Venture 12. Proseguono Le Ristampe Deluxe Per Il 50° Anniversario Degli Album Dei Doors, Il 1° Novembre Tocca A The Soft Parade

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The Doors – The Soft Parade – 3CD/1LP Deluxe Edition Limited And Numbered 15.000 copie- Elektra/Rhino 01-11-2019

A settembre dello scorso anno era uscita la ristampa del terzo album dei Doors https://discoclub.myblog.it/2018/10/02/con-il-terzo-cinquantenario-arriva-anche-qualche-misero-inedito-the-doors-waiting-for-the-sun-50th-anniversary/ , e per la prima volta nel cofanetto, come potete leggere qui sopra nel Post di Marc, erano stati inseriti alcuni inediti, diciamo in quantità se non congrua comunque incoraggiante, pur se persisteva pervicacemente l’abitudine di inserire il vinile dell’album originale nella confezione, invece di pubblicarlo separatamente, scontentando sia gli appassionati degli LP che quelli dei CD. Anticipo che purtroppo anche per The Soft Parade, quarto album della loro discografia, uscito in origine nel 1969, si è applicata ancora perversamente questa abitudine, ma quantomeno, scorrendo i contenuti del box, questa volta ci sono parecchi brani interessanti, una dozzina in totale, mai pubblicati prima, tra i quali uno in particolare è veramente fantastico. La versione completa ed integrale della famosa jam Rock Is Dead, un’ora, dicasi 60 minuti (!!!), di improvvisazioni di Jim Morrison e soci sulla storia della musica rock, dal blues alla musica surf fino ad arrivare alla “morte del rock”: apparsa in passato su alcuni bootleg non era mai stata pubblicata a livello ufficiale.

Sempre nel CD 3 ci sono anche Seminary School Chaos, altri brani inediti, mentre nel secondo CD ci sono ulteriori tre brani molto interessanti, tra cui una prima versione alternativa di Roadhouse Blues, che uscirà solo l’anno successivo su Morrison Hotel, tutti e tre cantati da Screamin’ Ray Daniels (ovvero Ray Manzarek), oltre a cinque brani estratti dall’album del 1969 che però appaiono nella versione “pulita”, cioè senza le aggiunte di archi e fiati; e ancora tre brani con nuove parti di chitarra aggiunte da Robby Krieger. Quindi come si suol dire stavolta c’è molta trippa per gatti. Ma ecco la lista completa dei contenuti, con i brani inediti e rari evidenziati.

CD1]
1. Tell All The People
2. Touch Me
3. Shaman’s Blues
4. Do It
5. Easy Ride
6. Wild Child
7. Runnin’ Blue
8. Wishful Sinful
9. The Soft Parade
Bonus Track:
10. Who Scared You – B-side

[CD2]
1. Tell All The People (Doors only mix) *
2. Touch Me (Doors only mix w/new Robby Krieger guitar overdub) *
3. Runnin’ Blue (Doors only mix w/new Robby Krieger guitar overdub) *
4. Wishful Sinful (Doors only mix w/new Robby Krieger guitar overdub) *
5. Who Scared You (Doors only mix) *
6. Roadhouse Blues – Screamin’ Ray Daniels (a.k.a. Ray Manzarek) on vocal *
7. (You Need Meat) Don’t Go No Further – Screamin’ Ray Daniels (a.k.a. Ray Manzarek) on vocal *
8. I’m Your Doctor – Screamin’ Ray Daniels (a.k.a. Ray Manzarek) on vocal *
9. Touch Me (Doors only mix) *
10. Runnin’ Blue (Doors only mix) *
11. Wishful Sinful (Doors only mix) *

[CD3]
1. I Am Troubled
2. Seminary School (aka Petition The Lord With Prayer) *
3. Rock Is Dead – Complete Version *
4. Chaos *

* previously unreleased

[LP]
1. Tell All The People
2. Touch Me
3. Shaman’s Blues
4. Do It
5. Easy Ride
6. Wild Child
7. Runnin’ Blue
8. Wishful Sinful
9. The Soft Parade

Il cofanetto uscirà il 18 ottobre p:v. e il prezzo indicativo sarà intorno ai 50-60 euro. Poi dopo l’uscita al solito recensione dettagliata del tutto a cura dell’amico Marco Verdi.

Bruno Conti

Un Disco Bello Al Cinquanta Per Cento, Forse Qualcosa Di Più. Rod Melancon – Pinkville

rod melancon pinkville

Rod Melancon – Pinkville – Blue Elan CD

Terzo lavoro per Rod Melancon, giovane rocker della Louisiana, a distanza di due anni dal più che discreto Southern Gothic https://discoclub.myblog.it/2017/09/12/vibrante-rocknroll-dalla-louisiana-rod-melancon-southern-gothic/ , un album che, pur con un paio di perdonabili cadute di tono, ci presentava una serie di rock’n’roll songs di buon livello, molto dirette e non necessariamente in stretta relazione con la musica del bayou, ma in generale più vicine ad un suono tra Rolling Stones, southern rock e Americana. Pinkville nasce come un’immaginaria colonna sonora di un fantomatico film dallo stesso titolo (un po’ come per Greendale di Neil Young, che però esisteva anche come lungometraggio), con una storia che narra di questa città immaginaria abitata da gente in cerca di riabilitazione e reinserimento nella società, siano essi reduci dal Vietnam, ex galeotti o in generale persone con le quali la vita non è stata benevola, uno scenario un po’ alla Cormac McCarthy, che infatti è una delle influenze principali di Rod dal punto di vista letterario.

Ma se i testi sono indubbiamente interessanti, per quanto riguarda la musica a mio giudizio Pinkville segna un passo indietro rispetto a Southern Gothic, in quanto Melancon spesso si trova a dover accompagnare le liriche piuttosto pessimistiche con una musica altrettanto dura e cruda, come se avesse privilegiato la parte rock del suono dimenticandosi però di accompagnare il tutto con delle canzoni fatte e finite. Intendiamoci, l’album (prodotto da Adrian Quesada e Will Walden e suonato da un essenziale quartetto formato da chitarra (lo stesso Walden), basso, batteria e tastiere) non è da bocciare, ma a mio parere risulta discontinuo e con troppa differenza tra il Melancon rocker dal pelo duro ma con poche idee ed il songwriter dalle diverse e più interessanti sfumature. Pinkville parte proprio con la title track, che nei suoi due minuti di durata (infatti è più un’introduzione che una canzone vera e propria) ha più riferimenti al suono della Louisiana che in tutto il disco precedente: infatti il brano è percorso per tutta la sua durata da una chitarra dal chiaro sapore swamp e da un’atmosfera plumbea, ma Rod non canta, limitandosi a parlare con un tono da voce narrante. Goin’ Out West è invece un’esplosione rocknrollistica dal ritmo sostenuto, basso pulsante, chitarra in tiro e voce aggressiva al limite del “growl”, un pezzo duro e spigoloso che non regala molto all’ascoltatore, ma risulta a suo modo trascinante.

L’intro chitarristico e ritmico di Westgate rimanda subito agli Stones, poi però Rod inizia ancora a parlare più che cantare e nel refrain tira ancora fuori una voce piuttosto sguaiata: una buona rock song dal punto di vista strumentale (c’è anche un ottimo assolo centrale di Walden), ma un po’ latitante da quello compositivo. Rehabilitation è notturna e suadente, con una chitarrina che si muove sinuosa nell’ombra, una ritmica cadenzata ed un piano elettrico che colora il suono, un mood che mi fa pensare ad una versione aggiornata dei Doors, anche per il tono vocale “morrisoniano” (nel senso di Jim) da parte del nostro; completamente diversa è Corpus Christi Carwash, una ballatona dal sapore anni sessanta, con tanto di chitarrone twang alla Duane Eddy, e sempre con i piedi ben saldi al Sud: finora il brano più orecchiabile e riuscito. Abbastanza intrigante anche The Heartbreakers, un boogie alla La Grange con attacco tipico ed uno sviluppo fluido degno di una blues band sudista, con annesso splendido assolo di piano, mentre con Lord Knows siamo in pieno Muscle Shoals Sound, un pezzo di ottimo impatto in cui il suono caldo del Sud incontra il songwriting di Bob Dylan e l’eleganza formale dei Dire Straits (in pratica ho descritto il suono di Slow Train Coming, ed infatti siamo da quelle parti, pur senza le tematiche mistiche).

Manic Depression è un vibrante brano di stampo country-rock, che non ha niente a che vedere con l’omonimo classico di Jimi Hendrix, a differenza di 57 Channels che è proprio quella di Bruce Springsteen, già non un granché nella versione originale, e non molto meglio neanche qui (ma con tutto quello che ha scritto il Boss proprio questa?): se una canzone è brutta rimane brutta. La potente Cobra chiude il disco con lo stesso tono cupo con cui era iniziato, un rock-blues-swamp molto elettrico ma tutt’altro che irresistibile. Un disco quindi a fasi alterne, che contrappone il Rod Melancon capace e financo raffinato songwriter del Sud al rocker duro e vigoroso ma dalla scarsa fantasia.

Marco Verdi

“Nuovi” Dischi Live Dal Passato 1. Elliott Murphy – Elliott Murphy Is Alive!

elliott murphy is alive

Elliott Murphy – Elliott Murphy Is Alive! – Murphyland CD

Sesto album dal vivo per Elliott Murphy, singer-songwriter nato a New York e trapiantato da diversi anni a Parigi. Dopo aver goduto di una certa popolarità negli anni settanta, grazie a dischi bellissimi come Aquashow, Night Lights e Just A Story From America (che lo avevano fatto rientrare di diritto nella categoria dei “nuovi Dylan”), Murphy ha continuato a fare la sua musica con regolarità anche nelle decadi seguenti, fregandosene delle mode e del fatto che i suoi lavori non andassero aldilà di un apprezzabile status di culto, ed arrivando ad avere una discografia di qualità e quantità con oltre trenta album di studio il cui ultimo, Prodigal Son (2017), è uno dei suoi più riusciti del corrente millennio https://discoclub.myblog.it/2017/07/01/35-album-e-non-sentirli-un-inossidabile-storyteller-cittadino-del-mondo-elliott-murphy-prodigal-son/ . Elliott è uno che in carriera ha guadagnato abbastanza per fare una vita più che dignitosa, ma probabilmente non si può permettere lunghe tournée con band elettriche a seguito, e quindi spesso si esibisce in duo con l’ormai inseparabile chitarrista francese Olivier Durand, e a volte in quartetto ma sempre senza batteria, come nei due album Alive In Paris e Just A Story From New York.

Elliott Murphy Is Alive! è il nuovissimo disco registrato on stage, ma non si riferisce ad un concerto recente, bensì ad una serata belga del 7 Maggio 2008 (il tour è lo stesso di Alive In Paris), e vede il nostro alla chitarra acustica e armonica e Durand che lo doppia come al solito in maniera egregia, suonando spesso e volentieri l’elettrica: i due nel 1999 avevano già dato alle stampe l’ottimo April, un live di stampo decisamente folk, mentre qui, pur essendo i due ancora completamente soli, l’approccio è nettamente più rock, ed in diversi momenti sembra di sentire una band al completo. Il CD comprende undici canzoni, quasi tutte discretamente lunghe, ma la noia non affiora neppure per un momento: Elliott canta con voce forte e ben centrata, e gli intrecci chitarristici tra lui e Durand fanno letteralmente decollare i brani, specie durante gli assoli di Olivier. Spesso gli spettacoli dal vivo acustici vanno bene per qualche canzone, poi iniziano a mostrare la corda, ma non è il caso di Elliott Murphy Is Alive!, e questo grazie alla bravura ed all’intesa dei due personaggi sul palco, oltre naturalmente alla bellezza delle canzoni. Sugli undici pezzi totali, ben sei provengono da Notes From The Underground (che all’epoca era il nuovo album di Murphy), a partire da Crepescule, una folk song cantautorale decisamente bella e con ottimi ricami di Durand, per proseguire con la toccante e delicata Ophelia e con la sanguigna Razzmatazz, dall’arrangiamento che è una via di mezzo tra un flamenco sotto steroidi ed un western psichedelico (sentite l’assolo del collega di Elliott): magnifica.

Scandinavian Skies è fluida, distesa ed evocativa (scritta, dice Murphy, dopo un viaggio in macchina da Stoccolma ad Oslo), The Valley Below ha una profonda ed intensa melodia di stampo folk, mentre Frankenstein’s Daughter è coinvolgente e cadenzata, ed è eseguita con il contributo del pubblico che si occupa di tenere il tempo. Le altre cinque canzoni provengono da diversi momenti della carriera del songwriter newyorkese, a cominciare dall’energica Sonny, suonata con forza e decisione dai due, al punto che sembra di essere investiti da una cascata di note cristalline, e cantata da Elliott con grinta e passione (e Durand rilascia un assolo elettrico strepitoso): quasi otto minuti che passano in un baleno. Anche la tesa Green River è una vera rock song, e l’assenza della band è coperta dalla performance magistrale del duo, e poi la canzone è bella di suo, e ha un ritornello immediato, mentre la trascinante Canaries In The Mind è puro rock’n’roll, e non importa che manchino basso e batteria, il ritmo lo tiene il pubblico. Il finale è appannaggio della classica Diamonds By The Yard, di gran lunga il brano più noto tra quelli inclusi (versione che nel suo arrangiamento essenziale fa fuoriuscire tutta la straordinaria bellezza della canzone) e da una cover di L.A. Woman dei Doors, che suonare elettroacustica poteva sembrare un azzardo, ma Elliott e Olivier la fanno loro con una prestazione assolutamente debordante.

Elliott Murphy è un grande, ma non ci voleva di certo questo disco dal vivo (pur decisamente riuscito) per ricordarcelo.

Marco Verdi

Con Il Terzo Cinquantenario Arriva Anche Qualche (Misero) Inedito! The Doors – Waiting For The Sun 50th Anniversary

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The Doors – Waiting For The Sun 50th Anniversary – Rhino/Warner 2CD/LP

Quando nell’Aprile del 2017, alla fine della recensione del box commemorativo uscito per i cinquant’anni dell’album d’esordio dei Doors https://discoclub.myblog.it/2017/04/23/la-versione-deluxe-di-un-album-leggendarioma-si-poteva-fare-meglio-the-doors-the-doors/ , avevo auspicato la presenza di qualche inedito nella (allora) futura ristampa del loro secondo album Strange Days (dato che nella riedizione del debutto era presente  lo stesso lavoro sia nel missaggio originale sia a velocità reale, più un concerto già uscito anni prima, e per di più monco), non avrei pensato che la Rhino ci avrebbe dato ancora meno: semplicemente un doppio CD con lo stesso album in stereo e mono (e quindi lo scorso Novembre non avevo nemmeno ritenuto opportuno parlarne). Ora è la volta del terzo album del quartetto formato da Jim Morrison, Ray Manzarek, Robbie Krieger e John Densmore, quel Waiting For The Sun che fu anche il loro lavoro più venduto, ed unico ad andare al numero uno in America: qui la Rhino si è sprecata, in quanto, oltre al solito ed inutile LP (ma venderlo a parte no?) ed al disco originale con il missaggio stereo dell’epoca sul primo CD, abbiamo un secondo dischetto con nove “rough mix” degli undici pezzi dell’album, ritrovati da poco tempo dal produttore Bruce Botnick (che si occupa del remastering, mentre il disco originale era prodotto da Paul Rothchild), cioè praticamente le stesse takes prima degli aggiustamenti (quindi tecnicamente non sono inediti) e, udite udite, ben cinque pezzi (!) tratti da un concerto a Copenhagen del Settembre 1968, mai sentiti finora.

Ho detto cinque pezzi ma in realtà sono quattro, in quanto il primo è una sorta di introduzione parlata di Morrison…ma perché allora non mettere tutto il concerto? Lasciamo da parte un attimo questi quesiti e parliamo del disco originale: Waiting For The Sun fu, come ho già detto, il best seller per il gruppo di Venice Beach, ed all’epoca fu anche criticato per certe sonorità ammorbidite e “pop”, che poco avevano da spartire secondo i fans con la crudezza degli esordi. Io tutta questa commercialità non ce la vedo, anche perché i nostri hanno sempre sfornato negli anni singoli brevi ed orecchiabili quando volevano, ed in Waiting For The Sun i momenti più complessi e poco “radiofonici” non mancano di certo (ed i testi sono poetici e visionari come sempre). Il brano più celebre è sicuramente il singolo Hello, I Love You, uno dei pezzi più noti dei Doors, una pop song orecchiabile e saltellante trainata dall’organo di Manzarek, che per l’occasione sembra quasi un prototipo di synth. Love Street è una deliziosa canzone pop, insolitamente solare per i nostri, che contrasta nettamente con l’inquietante Not To Touch The Earth, che in realtà è un frammento della chilometrica Celebration Of The Lizard, che Morrison e compagni all’epoca non riuscirono a portare a termine e proporranno solo in seguito dal vivo (troverà posto in Absolutely Live). Summer’s Almost Gone è una bella ballata, pacata ed eterea, con Ray al piano e Krieger che ricama ottimamente alla slide, la breve Wintertime Love è dotata di una melodia avvolgente e ha come protagonista un suggestivo clavicembalo, mentre The Unknown Soldier è un pezzo antimilitarista, una rock song che ci fa ritrovare i Doors più familiari, quelli “arrabbiati” dei primi due dischi.

Spanish Caravan è uno squisito brano acustico caratterizzato da una splendida chitarra flamenco, prima del finale a tutto rock psichedelico; My Wild Love è una bizzarria, una canzone quasi a cappella piuttosto ripetitiva e con un coro tribale, mentre We Could Be So Good Together è un pop-rock gradevole ma abbastanza nella media. Il disco originale si chiude con la pianistica Yes, The River Knows, e con la drammatica e misteriosa (il suo significato non è mai stato chiarito) Five To One, il brano centrale dell’album, punteggiato dal ritmo marziale dato da Densmore, con una notevole performance chitarristica di Krieger e Jim che gigioneggia in lungo e in largo. Nessuna bonus track, nemmeno quelle incluse nella versione del quarantennale (tra cui Celebration Of The Lizard incisa in studio, anche se incompleta). Il secondo CD come dicevo prima presenta nove rough mix (mancano The Unknown Soldier e We Could Be So Good Together), e per notare le differenze bisogna essere degli audiofili, anche se Hello, I Love You, Not To Touch The Earth e Five To One hanno comunque un suono più diretto e potente. Poi, come abbiamo visto, la miseria di quattro pezzi dal concerto di Copenhagen, incisi tra l’altro con la qualità sonora di un buon bootleg: tre brani da Waiting For The Sun (un’energica Hello, I Love You e due eccellenti Five To One e The Unknown Soldier), completati da una tonante Back Door Man di Howlin’ Wolf, da sempre un cavallo di battaglia per Morrison e soci. Quindi un’altra ristampa dai contenuti discutibili per quanto riguarda i Doors, anche se non siamo ai livelli bassissimi di Strange Days: speriamo in qualcosa di più l’anno prossimo quando toccherà a The Soft Parade, anche se è meglio non farsi troppe illusioni.

Marco Verdi

Probabilmente Il Loro Ultimo Grande Concerto. The Doors – Live At The Isle Of Wight Festival 1970

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The Doors – Live At The Isle Of Wight Festival 1970 – Eagle Rock/Universal CD/DVD – DVD – BluRay – CD/BluRay (solo USA e Canada)

Dopo le deludenti versioni celebrative dei loro primi due album, The Doors e Strange Days (la seconda più della prima), finalmente un’uscita come si deve che riguarda i Doors, ovvero la pubblicazione integrale audio e video di Live At The Isle Of Wight Festival 1970, di cui vi aveva accennato Bruno qualche settimana fa: si tratta dell’ultimo show ripreso dalle telecamere dello storico gruppo californiano, e del quale erano finora usciti pochi frammenti all’interno del film Message To Love di Murray Lerner (che è quindi il regista anche di questo live). Le notizie che giravano su questa serata parlavano di un gruppo non al meglio, con una profonda spaccatura tra Jim Morrison e gli altri tre, ma mi sento di dover smentire questi rumours, in quanto ci troviamo di fronte ad una grandissima esibizione, nella quale non ci sono assolutamente segni di contrasti intestini (ed i quattro avevano ancora un grande disco in canna, quel L.A. Woman che sarebbe uscito l’anno seguente). Certo, forse la parte visiva non è poi così spettacolare, dato che Ray Manzarek, John Densmore e Robby Krieger si “limitano” a suonare, e Morrison resta praticamente fermo durante tutta l’esibizione (in quei giorni la sua mente era anche rivolta al famoso processo di Miami per atti osceni), ma la parte musicale è sublime, sia dal punto di vista dell’incisione che da quello della qualità della performance, una chiara conferma della bontà del gruppo on stage.

Il concerto (un’ora e cinque minuti), che si tenne alle due del mattino del 29 Agosto di quell’anno, inizia con la roboante Roadhouse Blues, uno dei brani più noti della band, rock’n’roll allo stato puro, in cui ci si rende subito conto come le voci di un gruppo allo sbando fossero infondate: Morrison si dimostra subito aggressivo ed in palla dal punto di vista vocale, Krieger rilascia un assolo chitarristico torcibudella, Densmore picchia con vigore e raffinatezza allo stesso tempo (frutto di una formazione di stampo jazz), mentre l’organo Vox Continental di Manzarek si conferma come il vero punto di forza del sound del quartetto. La loro versione del classico di Willie Dixon Back Door Man è fluida e godibile, con la vocalità di Morrison decisamente centrale, forte e sicura, e gli altri tre che lo seguono con classe e maestria; la diretta Break On Through (To The Other Side) è il solito attacco frontale, con Manzarek che fa viaggiare le dita che è un piacere, mentre la sinuosa When The Music’s Over vede i nostri nel loro ambiente naturale, ovvero i brani lunghi e fluidi per cui sono famosi, con Ray impegnato contemporaneamente all’organo ed al basso (frutto dell’accoppiamento del Rhodes Piano Bass al suo strumento principale), Jim che gigioneggia da par suo, canta, declama, urla, sembra perdere il filo ma poi lo riprende all’improvviso.

Robby Krieger che si dimostra un chitarrista notevolmente creativo (e qui l’influenza di certa musica orientale è palese) e John molto più di un semplice batterista. La poco nota Ship Of Fools, una sorta di vivace rock-blues molto sixties e dal mood jazzato, anticipa la grande Light My Fire, la signature song del gruppo ed ideale scorribanda per le evoluzioni di Manzarek e Krieger, qui in una versione davvero spettacolare. Il finale è appannaggio di una lunga e drammatica The End, una vera manna per le improvvisazioni di Morrison e soci, con all’interno accenni ad altri canzoni quali Across The Sea, Away In India, Wake Up e la Crossroads di Robert Johnson. Come parte video bonus (che non ho ancora visto), ci sono nuove interviste a Lerner, Krieger, Densmore e Bill Siddons (ex manager del gruppo), oltre ad una testimonianza del 2002 di Manzarek. So che sul mercato gli album dal vivo dei Doors non mancano di certo, ma questo Live At The Isle Of  Wight Festival 1970 secondo me fa parte di quelli da avere, e non solo per il suo valore storico.

Marco Verdi

Uscite Prossime Venture 5. Sai Cos’è L’Isola Di Wight? The Doors – Live At The Isle Of Wight Festival 1970

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Doors – Live At The Isle Of Wight  Festival 1970 – CD+DVD – DVD – Blu-Ray (solo per gli USA CD+Blu-Ray) Eagle Vision/Universal – 23-02-2018

Nell’agosto del 1970, tra il 26 e il 30, si tenne quello che fu considerato l’ultimo grande Festival Rock, all’Isola di Wight, nel sud dell’Inghilterra; canale della Manica, avete presente, sotto Southampton? Partecipò la crema della musica mondiale (non solo rock, tra i tanti ricordiamo anche la presenza di Miles Davis), e dell’evento fu pubblicato all’epoca un triplo album in Vinile, The First Great Rock Festivals of the Seventies, che raccoglieva nel primo LP anche una selezione dell’Atlanta International Pop Festival tenuto nel mese di luglio, con brani di Johnny Winter, Poco, Chambers Brothers, Allman Brothers Band Mountain, le altre quattro facciate riportavano materiale registrato all’Isola di Wight (confermo, ce lo avevo). Poi, nel corso degli anni, è stato pubblicato, in doppio CD e anche DVD, una ampia selezione di estratti in un film intitolato Message to Love: The Isle of Wight Festival 1970, e sempre successivamente diversi DVD dedicati alle performance di singoli artisti che parteciparono alla kermesse: Who, Emerson, Lake & Palmer, Jimi Hendrix, Jethro Tull, Miles Davis, Free, Moody Blues, Leonard Cohen e, ultimo in ordine di tempo, quello dedicato ai Taste.

E adesso tocca ai Doors, che si esibirono sabato 29 agosto alle due di notte (o di mattina, fate voi), in un concerto che fu uno dei loro ultimi, tenuto sulle ali delle polemiche per il processo per oscenità a Jim Morrison (per il concerto di Miami dell’anno prima) e la cui sentenza di condanna (per un fatto mai appurato con certezza) sarebbe arrivata solo il 30 di ottobre dello stesso anno. Il gruppo forse non era al massimo della forma, ma secondo le versioni postume, nelle parole di Ray Manzarek, “Suonammo con una furia controllata e Jim era in perfetta forma”, secondo altri non uno dei loro migliori concerti anche perché i rapporti all’interno della band erano ad un minimo storico (ma si sarebbero appianati per registrare quello che sarà il loro canto del cigno, lo splendido L.A. Woman) e Morrison, sempre nelle parole di Manzarek, non mosse un muscolo per tutta la durata del concerto! Quindi a quasi 50 anni dall’epoca esce per la prima volta ufficialmente la versione integrale del concerto (due pezzi erano nel film Message To Love, e un altro, mi pare, nel documentario When You’re Strange): come leggete sopra ci sono vari formati, e nella parte degli extra c’è pure il bonus video “This Is The End” – 17 minuti di interviste del regista del film Murray Lerner con Robby Krieger, John Densmore e l’allora manager dei Doors Bill Siddons. C’è inoltre un’intervista del 2002 con Ray Manzarek.

Ecco la tracklist completa del concerto

1. Roadhouse Blues
2. Backdoor Man
3. Break on Through (To The Other Side)
4. When The Music’s Over
5. Ship of Fools
6. Light My Fire
7. The End (medley): Across The Sea/Away in India/Crossroads Blues/Wake Up

Secondo me è un grande concerto, così potrete dare una volta di più una risposta al quesito posto dalla famosa canzone, poi vedete voi, esce il 23 febbraio.

Bruno Conti

Ecco Un Altro (Piccolo) Cofanetto Futuro Fondamentalmente (In)Utile. Doors – Strange Days (50th Anniversary Expanded Edition)

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The Doors – Strange Days 50th Anniversary Edition – 2 CD Elektra/Rhino 17-11-2017

Si avvicinano le feste natalizie e cominciano a moltiplicarsi gli annunci delle principali ristampe future, molte veramente inutili. A parte forse per i patiti dell’alta fedeltà. Dopo la ripubblicazione del primo album dei Doors, avvenuta questa primavera in formato Deluxe http://discoclub.myblog.it/2017/04/23/la-versione-deluxe-di-un-album-leggendarioma-si-poteva-fare-meglio-the-doors-the-doors/ , con l’album pubblicato in un box quadruplo, con l’album in CD in versione mono e stereo, ma senza le bonus della precedente edizione, con i concerti del Matrix, già usciti peraltro completi nel 2008 in doppio CD, qui ridotto a uno, e il vinile dell’album. Non per nulla l’amico Marco così concludeva la recensione del cofanetto: ” Speriamo che nella (probabile) deluxe edition di Strange Days (il secondo album dei Doors, uscito anch’esso nel 1967) ci si impegni un po’ di più per includere qualche extra interessante.”

E invece direi che abbiamo nettamente peggiorato: nell’annunciare in pompa magna l’uscita del doppio CD rendono note orgogliosamente due cose. Innanzi tutto che il disco è stato prodotto dall’ingegnere originale dell’album Bruce Botnick, che per la prima volta da dieci anni ha utilizzato in CD il mix stereo originale dell’epoca e poi che il suono di Strange Days è stato rimasterizzato per la prima volta da trent’anni a questa parte. E ancora che si sono nuove note firmate dal giornalista David Fricke, e soprattutto una selezione di rare, e in alcuni casi, mai viste fotografie. E queste son soddisfazioni. Quasi meglio del recente Their Satanic Majesties Request degli Stones, che almeno ha la copertina lenticolare. Ormai pur di far comprare ai fan sempre le stesse cose, stiamo arrivando a questi mezzucci delle edizioni mono/stereo. Scusate ma mi sembra che si sfiora la circonvenzione di incapaci, oltre a tutto in molti casi, pare, anche contenti di essere, come si dice, “cornuti e mazziati”!

In ogni caso il piccolo manufatto esce il 17 novembre. Benché forse inutile questa versione almeno non sarà particolarmente costosa. Io mi limito a segnalare, poi vedete sempre voi. Ecco il contenuto del doppio CD.

 [CD1: Stereo Mix – 2017 Remaster]
1. Strange Days
2. You’re Lost Little Girl
3. Love Me Two Times
4. Unhappy Girl
5. Horse Latitudes
6. Moonlight Drive
7. People are Strange
8. My Eyes Have Seen You
9. I Can’t See Your Face in My Head
10. When the Music’s Over

[CD2: Mono Mix – 2017 Remaster]
1. Strange Days
2. You’re Lost Little Girl
3. Love Me Two Times
4. Unhappy Girl
5. Horse Latitudes
6. Moonlight Drive
7. People are Strange
8. My Eyes Have Seen You
9. I Can’t See Your Face in My Head
10. When the Music’s Over

E’ giusto che i dischi classici vengano proposti in nuove edizioni, ma visto che, ribadisco, li comprano bene o male sempre le stesse persone, almeno inserire delle bonus (che nella versione del 40° Anniversario c’erano) mi sembra il minimo sindacale. O troppo, in tutti i sensi, vedi Dylan, o (quasi) niente, vedi i Doors, ma anche altre uscite recenti e future. Ovviamente se vi manca l’album non tenete conto di quanto detto finora, perché il disco merita assolutamente di entrare in ogni discoteca che si rispetti!

Bruno Conti

Il Loro Canto Del Cigno? Se Sarà Così, Un Addio Con Stile! Deep Purple – Infinite

deep purple infinite box deep purple infinite

Deep Purple – Infinite – earMUSIC/Edel CD – CD/DVD – 2LP/DVD – Box Set CD/DVD/2LP

Nel 2013 i Deep Purple, leggendaria band hard rock Britannica, diedero alle stampe l’ottimo Now What?! dopo un silenzio discografico di ben otto anni http://discoclub.myblog.it/2013/05/16/finalmente-un-disco-come-si-deve-deep-purple-now-what/ , un album che per molti (incluso il sottoscritto) era il migliore dall’addio definitivo di Ritchie Blackmore avvenuto nel 1993 (sostituito da Steve Morse, ex Dixie Dregs e terzo americano della storia del gruppo dopo Tommy Bolin e Joe Lynn Turner), anche se Purpendicular del 1996 e soprattutto Abandon del 1998 hanno molti estimatori tra i fans della nota band: di sicuro Now What?! era il migliore da quando Don Airey aveva preso il posto di Jon Lord alle tastiere, lasciando il drummer Ian Paice come unico membro presente in tutte le configurazioni del gruppo (anche se il cantante Ian Gillan ed il bassista Roger Glover sono ormai considerati alla sua stessa stregua, ben pochi si ricordano oggi di Rod Evans e Nick Simper). Now What?! era un solido disco di hard rock classico nel più puro “Purple style”, merito anche della scelta vincente di affidarsi ad un produttore esperto come Bob Ezrin, uno che è famoso per non soffrire di alcuna soggezione rispetto a chi ha di fronte, e che se una canzone fa schifo te lo dice in faccia anche se ti chiami Lou Reed, Roger Waters, Gene Simmons, Paul Stanley, Alice Cooper o Peter Gabriel (per citare gente prodotta da lui in passato, non esattamente personaggi dal carattere accomodante, forse con la sola eccezione di Cooper).

Quel disco deve aver fatto tornare ai nostri l’ispirazione, se è vero che dopo “soli” quattro anni ci riprovano con Infinite, che da alcune voci messe in giro (forse ad arte) potrebbe essere il loro ultimo lavoro, indiscrezione confermata dal nome scelto per il tour che partirà a Maggio, The Long Goodbye, che però potrebbe anche essere ironico dato che la storia del rock è piena di finti addii alle scene. A parte queste considerazioni, Infinite conferma l’ottimo stato di forma del quintetto, un album anche superiore al precedente, con una bella serie di canzoni nello stile che ha reso famosi i Purple, i quali però sono stati attenti a non limitarsi a riciclare il loro suono, ma sono riusciti a tenere alto il vessillo della creatività ed a rimanere attuali pur nella loro classicità, grazie anche alla decisione di proseguire la collaborazione con Ezrin anche per questo disco. Paice e Glover si confermano una delle sezioni ritmiche più devastanti della storia, Morse è un chitarrista coi controfiocchi e dal suono pulito e lirico, Airey un tastierista della Madonna, forse l’unico in quell’ambiente in grado di sostituire a dovere Lord, mentre Gillan con l’età è (giocoforza) diventato praticamente un altro cantante rispetto al passato, molto meno screamer ma con un timbro dalle tonalità più basse e calde. Un bel disco di hard rock classico quindi questo Infinite (che esce nelle solite molte versioni più o meno deluxe, con anche un DVD che racconta il making of del disco, ma senza canzoni aggiunte), niente di nuovo sotto il sole ma quello che c’è è fatto benissimo, anche perché non credo che qualcuno si aspettasse novità rivoluzionarie nel 2017 da parte di un gruppo in giro bene o male da cinquant’anni.

L’album inizia con la già nota (è in giro da qualche mese ormai) Time For Bedlam, introdotta da un’inquietante voce robotica, un uptempo potente e dal ritmo pressante, con la timbrica inconfondibile di Gillan ed una parte strumentale fluida (belle le parti di chitarra, ma sarà una costante), che mescola classico e moderno: un buon inizio, anche se mi aspetto di meglio. Ed il meglio arriva già con Hip Boots, altra granitica rock song contraddistinta dal tipico Purple sound, ottimi interplay tra chitarra ed organo, Glover e Paice che pestano di brutto e Gillan che sopperisce con il mestiere all’impossibilità di raggiungere ancora le note più alte; molto bella All I Got Is You, che ha un inizio epico ed emozionante dominato dall’organo di Airey, che accompagna alla grande la costante crescita ritmica del brano, poi entra Ian che intona una melodia molto discorsiva, e non manca neppure la solita parte strumentale scintillante, ma anche creativa: hard rock sì, ma di gran classe. One Night In Vegas è un rock-blues roccioso, con i nostri che marciano spediti come treni, Airey e Morse in gran forma, per uno dei brani più diretti del CD, mentre Get Me Outta Here non abbassa la guardia e ripropone i Deep Purple più classici, dove solo apparentemente ognuno va per conto suo, ma poi ci si accorge che fa tutto parte di uno schema preciso (e Paice qui è incontenibile).

The Surprising è forse il capolavoro del disco, una straordinaria ballata ricca di pathos con Gillan che canta magnificamente, uno dei pezzo migliori dei nostri da trent’anni a questa parte: l’accelerazione strumentale dopo due minuti e mezzo poi è da applausi, con Morse che non fa rimpiangere Blackmore, e non manca un languido assolo pianistico che è la ciliegina sulla torta. Ottima anche Johnny’s Band, mossa, diretta e chitarristica, forse il pezzo più immediato ed orecchiabile, altra conferma del notevole stato di forma dei cinque; la roboante On Top Of The World è rock duro in giacca e cravatta, classe pura, mentre la maestosa Birds Of Prey mostra ancora elementi blues ed una grinta per nulla scalfita dall’età, anche se la parte recitata alla fine del brano poteva anche non esserci. Gran finale con una splendida cover di Roadhouse Blues dei Doors (è raro che i nostri inseriscano brani di altri nei loro dischi, anche se il loro primo successo è stata proprio una cover, Hush), rilettura potente e tonica di un classico senza tempo, con i nostri che riescono nel non facile compito di personalizzare un brano che conoscono anche le pietre (ed Airey è strepitoso al pianoforte). Grandissima versione, degna conclusione di un disco di vero rock anni settanta, suonato come solo i Deep Purple sanno fare.

Marco Verdi

La Versione Deluxe Di Un Album Leggendario…Ma Si Poteva Fare Meglio! The Doors – The Doors

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The Doors – The Doors – Elektra/Rhino 3CD/LP Box Set

Strano destino quello dei Doors, storico gruppo californiano molto famoso anche dalle nostre parti: popolarissimi sia nel loro periodo di attività sia dopo (ed ancora oggi), principalmente grazie, oltre ad una manciata di canzoni entrate a far parte dei classici, all’immagine da “bello e maledetto” tramandata ai posteri del loro leader Jim Morrison (cosa ingigantita dalla sua prematura scomparsa avvenuta nel 1971 all’età di 27 anni), oggi sono molto poco citati come influenza dalle band contemporanee, a differenza, per citare un gruppo che operava nello stesso periodo, dei Velvet Underground, che in attività vendette pochissimo ma in seguito ha raggiunto una statura tale al punto da far affermare a Brian Eno che “pochi comprarono i loro dischi quando vennero pubblicati, ma tutti coloro che lo fecero poi formarono una band”. Questo penso sia dovuto al fatto che il sound dei Doors oggi possa risultare un po’ datato (ma a mio parere meno di quello dei Jefferson Airplane, altra grande band di quell’epoca oggi spesso dimenticata), anche se le orecchie più attente hanno sempre riconosciuto l’importanza del quartetto di Venice Beach ed anche il loro sound innovativo, che obiettivamente in quegli anni non li faceva assomigliare a nessun altro. Gran parte del merito va (andava) sicuramente a Ray Manzarek, vero leader musicale del gruppo, che con il suo organo Vox Continental (che dal vivo veniva accoppiato ad un Rhodes Piano Bass sopperendo così all’assenza di un bassista) ha da sempre caratterizzato il sound del gruppo, fungendo sia da strumento solista che ritmico: questo non vuol però dire che sia Robby Krieger, gran chitarrista dal tocco raffinato ed influenzato dal jazz e dalla musica indiana, sia John Densmore, ottimo batterista anch’egli di formazione jazz (e classica), fossero inferiori, e pure Morrison non era solo “un figo” come diremmo oggi, ma aveva una presenza magnetica sul palco, una voce notevole e soprattutto un cultura smisurata, che ritrovavamo nei testi delle canzoni (scritti per la maggior parte da lui), talvolta un vero e proprio campionario di riferimenti letterari, sotto l’influenza (oltre che delle droghe di cui era un vorace consumatore) di poeti, scrittori e filosofi del calibro di William Blake, Arthur Rimbaud, Jack Kerouac e Friedrich Nietzsche, solo per citarne alcuni.

I Doors furono scoperti del presidente della Elektra, Jac Holzman, che li vide esibirsi nei club di Los Angeles, principalmente il London Fog ed il Whiskey-A-Go-Go, e li segnalò al produttore Paul A. Rothchild (figura di vitale importanza per il gruppo insieme al tecnico del suono Bruce Botnick), il quale li portò in sala di incisione e, dopo soli sei giorni, ne uscì con l’album di debutto omonimo dei nostri, un disco che ancora oggi è considerato una pietra miliare del rock dell’epoca (e non solo), ed uno di quelli da possedere assolutamente in una collezione che si rispetti. Gran parte del merito va sicuramente a tre fra i brani più celebri della band, a cominciare dall’aggressiva e potente Break On Through (To The Other Side), posta in apertura, per continuare con la straordinaria Light My Fire, vera e propria signature song del gruppo (e non importa che sia uno di quei pezzi che si conoscono a memoria, ancora oggi le parti di organo e chitarra sono tra le più belle mai incise in assoluto), ed infine con la lunga ed ipnotica The End, delirio letterario di quasi dodici minuti ispirato a Morrison dalla lettura dell’Edipo Re di Sofocle, un brano che ha avuto un utilizzo geniale dodici anni dopo da parte di Francis Ford Coppola per due scene chiave del capolavoro Apocalypse Now. Ma non è che il resto del disco fosse di basso livello, dalla sinuosa Soul Kitchen, all’emozionante The Crystal Ship, nella quale Manzarek si sposta al pianoforte rilasciando un assolo strepitoso (e Morrison si conferma un vocalist dalla straordinaria duttilità), a Twentieth Century Fox, un riempitivo di gran lusso. Completavano il disco la diretta ed orecchiabile I Looked At You (con il basso suonato da Larry Knetchel), l’ipnotica End Of The Night, la bella Take It As It Comes, dal ritmo sostenuto e motivo diretto (peccato duri poco) e due covers, e se la quasi cabarettistica Alabama Song (traduzione inglese di un brano di Bertold Brecht e Kurt Weill) è un esperimento bizzarro, la versione personalizzata del classico blues Back Door Man (scritta da Willie Dixon e resa nota da Howlin’ Wolf) è tra le cose migliori dell’album.

Quest’anno cade il cinquantesimo anniversario di The Doors, e la Rhino ne ha approfittato per pubblicare una versione deluxe in triplo CD (con accluso anche il vinile) di questo disco storico, ma qualcosa non torna. Ok per la decisione di inserire nel primo dischetto un nuovo mix in stereo con le canzoni proposte alla velocità originale in cui furono suonate (pare infatti che il disco uscito all’epoca fosse leggermente rallentato, e questa versione è presente sia nel secondo CD, mixata in mono, sia nell’LP, anche se bisogna stare con le orecchie davvero dritte per accorgersi delle differenze), ma non capisco la scelta di non accludere nessuna bonus track, visto che ciò era stato fatto in edizioni precedenti a questa (ci sono due canzoni non entrate a far parte del disco originale, Moonlight Drive e Indian Summer, e pare che esistano anche versioni alternate molto interessanti di altre canzoni dell’album, tra cui The End). E veniamo al terzo CD, ed anche qui continuano le decisioni incomprensibili: infatti troviamo otto canzoni tratte da un concerto al Matrix di San Francisco (le prime sette di The Doors nello stesso ordine più The End), peccato che questo concerto fosse già stato pubblicato nel 2008 in doppio CD, e quindi in versione completa (prendendo in esame due diverse serate); va bene che qui sono stati usati per la prima volta i nastri originali di Peter Abrams (proprietario del Matrix), ma non è che la qualità di incisione sia migliorata poi di molto, diciamo che siamo sui livelli di un buon bootleg. Morrison fornisce un’interpretazione selvaggia (e qua e là un po’ sopra le righe) di tutti gli otto pezzi, e gli altri tre dimostrano di essere una notevole live band, ma il concerto rimane nettamente incompleto (il doppio del 2008 contava ben sedici brani in più). Quindi questo cofanetto è da considerarsi indispensabile per un neofita (o per chi come me non possiede il Live At Matrix originale, ed avendo già altri album dal vivo della band mi bastano anche otto canzoni), ma non offre nulla di succulento ai fans del gruppo.

Speriamo che nella (probabile) deluxe edition di Strange Days (il secondo album dei Doors, uscito anch’esso nel 1967) ci si impegni un po’ di più per includere qualche extra interessante.

Marco Verdi