Il “Ritorno” Di Una Delle Vecchie Leggende Della Chitarra. Jan Akkerman – Close Beauty

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Jan Akkerman – Close Beauty – Music Theories Recordings / Mascot Label Group                       

Ammetto che era da moltissimi anni che non seguivo più attentamente le vicende musicali di Jan Akkerman: mi capitava saltuariamente di leggere in modo distratto che era uscito un nuovo album del chitarrista olandese (e comunque dal 2011 non ne usciva uno, a parte live, antologie o cofanetti). Più che altro ho seguito le vicende della band che è legata alla vicenda musicale di Akkerman, ovvero i Focus, una delle migliori band prog rock dei primi anni ’70, soprattutto per i due ottimi album II (noto anche come Moving Waves) e Focus III, entrambi prodotti da Mike Vernon, e dominati dalle tastiere e dal flauto di Thijs van Leer, ma soprattutto dalla chitarra fenomenale di Jan Akkerman, che in virtù di ciò venne eletto nel referendum dei lettori del Melody Maker miglior chitarrista del mondo nel 1973, battendo Eric Clapton e Jimmy Page.

Comunque già  nel1976 Jan venne cacciato dai Focus, che poi hanno avuto varie reunion, sempre senza la presenza del chitarrista. Il nostro amico già dal 1972 aveva iniziato pure una carriera solista, il cui secondo album Tabernakel lo vedeva impegnato al liuto (!!), ma accompagnato da Bogert e Appice, uno strano connubio tra classica, rock, blues e jazz/fusion che è sempre stata la cifra stilistica della sua carriera,  e che viene ribadita dall’uscita di questo Close Beauty, che però uscendo per la olandese Mascot/Provogue, che sta facendo incetta di chitarristi in giro per il mondo da mettere sotto contratto, avrà comunque una rilevanza ben maggiore rispetto alle uscite delle decadi precedenti. Vi dico tutto ciò anche perché ho scritto questa recensione molto prima dell’uscita prevista per il 25 ottobre e non avendo molte informazioni mi sono arrabattato con quel poco che avevo: naturalmente si tratta di un album strumentale, come sempre per Akkerman, accompagnato da  Marijn van den Berg (batteria), David de Marez Oyens (basso) e Coen Molenaar (tastiere), che ha anche prodotto l’album.

Lo stile è la consueta miscela di rock sinfonico, progressive, molto jazz-rock e fusion, con la proverbiale abilità tecnica e virtuosistica del 72enne musicista olandese che di recente è stato anche nominato dalla regina Cavaliere dell’Ordine di Orange-Nassau. Chi ricorda il vecchio sound dei Focus non si può magari aspettare la violenza rock della celeberrima Hocus Pocus, ma i passaggi simil pastorali di Sylvia, Answers? Questions! Questions? Answers!e Eruption sono sempre presenti nel suono attuale di Akkerman, che attinge però maggiormente da stilemi jazz-rock e fusion rispetto al passato, e quindi potrebbe rimandare a musicisti come Steve Morse, Eric Johnson, Allan Holdsworth, Ollie Halsall dei Patto, il tutto, come detto, esclusivamente in modalità strumentale: dodici brani che spaziano da Spiritual Privacy, tra flamenco, new age raffinata, world music e jazz-rock, un po’ alla Al Di Meola, con Jan impegnato alla chitarra acustica, passando per Beyond The Horizon, classico rock progressivo dove la Gibson del musicista orange è ancora in grado di emozionare gli appassionati del genere, con il suo timbro elegante e la grande tecnica individuale rimasta inalterata negli anni, insomma il signore suona ancora alla grande.

Reunion è più scontata, elettroacustica ma poco significativa, mentre Close Beauty è una delle sue classiche melodie piacevoli e cantabili, con Retrospection che è il brano, anche grazie al vibrato inconfondibile, che più ricorda i vecchi brani dei Focus, con improvvise aperture sonore. Passagaglia (con la g, ma per favore!), per sola chitarra elettrica è un po’ narcotica, mentre la lunga Tommy’s Anniversary è un ottimo esempio di vibrante jazz-rock con la chitarra scintillante in bella evidenza, Meanwhile In St. Tropez, solare e vagamente latineggiante si potrebbe accostare agli strumentali più orecchiabili di Santana, French Pride è un funkettino anonimo e la conclusiva e sinuosa Good Body Every Evening ci permette di gustare ancora una volta la sua tecnica sopraffina.

Bruno Conti

John Mayall Retrospective, Il Grande Padre Bianco Del Blues Parte II

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Seconda Parte

A questo punto John  Mayall è praticamente di nuovo senza gruppo, ma il vecchio John si inventa un nuovo chitarrista, questa volta di 18 anni, e nei Bluesbreakers arriva Mick Taylor per registrare

220px-Crusade_(John_Mayall_album)_coverartThe_Blues_Alone

Crusade – Decca 1967 ****

E per l’occasione quel diavolo di un Mayall si inventa anche un sestetto con due fiati fissi in formazione, i sassofonisti Rip Kant e Chris Mercer, realizzando un disco, Crusade, che arriva fino all’ottavo posto delle classifiche nel settembre del 1967, anche perché comunque in quegli anni la concorrenza (Beatles e Stones per iniziare, ma pure il resto) non scherzava. John McVie è ancora il bassista, ma alla batteria c’è il nuovo Keef Hartley (che poi fonderà la sua ottima band basata su questo tipo di suono “Jazz-rock”). Nella solita edizione espansa in CD ci sono parecchie bonus, di cui ben otto ancora con Green, tutte estratte peraltro dalla compilation del 1971 Thru The Years, e per non farsi mancare nulla a novembre pubblica anche The Blues Alone ***, un album, come dice il titolo, registrato a maggio in solitaria, prima di A Hard Road, con il solo aiuto di Keef Hartley alle percussioni.

Il 1968 inizia come era finito l’anno precedente: dopo una pausa di qualche mese John Mayall ad aprile entra in studio, sempre con la produzione di Mike Vernon, per registrare quello che sarà l’ultimo album a portare la sigla Bluesbreakers. Si tratta di

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 Bare Wires – Decca 1968 ***1/2

Disco che accentua lo spostamento verso atmosfere più jazz e in un certo senso ancora una volta anticipa i fermenti della scena musicale inglese, che da lì a poco inizierà a proporre le prime band jazz-rock, una delle quali nascerà proprio dall’abbandono di tre dei componenti della band presenti in questo album, John Hiseman alla batteria, Tony Reeves al basso e Dick Hecktall-Smith al sax, tutti confluiranno nei Colosseum. Mick Taylor è ancora la chitarra solista, Chris Mercer e Henry Lowther (anche al violino) sono gli altri due musicisti impegnati ai fiati, e stranamente Bare Wires, uno degli album più “difficili”  incisi da Mayall fino a quel momento , diventa anche quello di maggior successo, arrivando fino al 3° posto delle charts.

Non male per un disco dove la prima facciata contiene una unica lunga suite di quasi 23 minuti Bare Wires Suite, anche se poi in effetti si tratta di un medley di sette brani uniti tra loro, che comunque vira decisamente verso un sound a tratti lontano dal blues abituale dei dischi precedenti, con qualche deriva prog grazie alla presenza del violino di Lowther, ma Taylor fa sentire sempre la sua presenza, sia nella suite che nella “strana” No Reply, solo armonica e chitarra wah-wah a duettare, o nel R&R strumentale Quits, scritto dallo stesso Mick, come pure nel lancinante blues lento Killing Time. Tra le bonus le più interessanti sarebbero quelle estratte da Primal Solos, che però sono incise veramente maluccio, molto meglio i due pezzi Knocker’s Step Forward e Hide And Seek, due potenti blues-rock con Taylor al meglio, che usciranno su Thru The Years nel 1971. In quel periodo era transitato in formazione anche il 15enne Andy Fraser, poi nei Free, ma per il disco successivo, l’ultimo con Mick Taylor, arrivano Colin Allen alla batteria e Stephen Thompson al basso. Il nuovo disco che esce sempre nel 1968 a novembre, nonostante il titolo non è registrato negli Stati Uniti (anche se poi Mayall andrà a vivere proprio in California dal 1969 al 1979), ma al solito a Londra negli studi della Decca, con Mike Vernon alla produzione.

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Blues From Laurel Canyon – Decca 1968 – ****

Ancora una volta oltre al blues ci sono altri elementi sonori, con Taylor impegnato anche alla pedal steel e Allen alle tablas. I testi raccontano dei viaggi e dei primi incontri californiani di John, mentre le canzoni sono tutte legate tra loro senza soluzione di continuità e Mick suona alla grande la solista in un album dal suono potente come testimoniano l’iniziale Vacation, una Walking On Sunset che ricorda molto il boogie dei Canned Heat, l’intima e sognante ballata Laurel Canyon Home, la tirata 2401, con ottimo lavoro di slide di Taylor, brano che ricorda il suono di band british blues come Ten Years After, Savoy Brown, Chicken Shack e per certi versi anche degli Stones, che evidentemente ascoltano attentamente il lavoro del loro futuro compagno. Ready To Rise è un” bluesaccio” Chicago Style alla Muddy Waters, mentre The Bear è sicuramente dedicata Bob Hite dei Canned Heat. In Long Gone Midnight c’è una rimpatriata di Peter Green sempre grande alla chitarra, lasciando per ultima la lunga Fly Tomorrow, quasi 9 minuti con introduzione orientaleggiante delle tablas di Allen e poi  una parte rock che si dipana su un esteso e splendido assolo di chitarra dove Mick Taylor prima di congedarsi dà il meglio di sé.

Gli Anni Americani Prima Parte 1969-1972

Dopo il divorzio dalla Decca, la casa inglese, prima, durante e anche dopo la fine del contratto, pubblica molti dischi che sono raccolte, antologie di materiale dal vivo e inedito, non sempre particolarmente interessanti e spesso incise anche con mezzi tecnici diciamo “poveri”. Comunque il primo album che esce per la Polydor nel 1969 è un (mezzo) capolavoro.

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The Turning Point – Polydor 1969 ****

Dopo il suo album più rock ed elettrico, Blues From Laurel Canyon, Mayall  per l’esordio con la Polydor decide di lanciarsi in un nuovo progetto di “low volume music”, senza batteria e chitarra elettrica, mantenendo Stephen Thompson al basso, e Johnny Almond al sax alto e tenore e flauto, oltre ad introdurre il nuovo membro Jon Mark, virtuoso della chitarra acustica e futuro socio di avventura di Almond, in quella splendida band che risponde al nome di Mark-Almond  che realizzerà una serie di meravigliosi album elettroacustici negli anni ’70. Per il momento Mayall e compagni si ritrovano il 12 luglio del 1969 al Fillmore East di New York per registrare questo disco acustico che segna davvero un “punto di svolta” nella musica rock dell’epoca, un po’ come sarà quasi contemporaneamente per il primo disco degli Hot Tuna.

Solo sette tracce (più le tre aggiunte nella ristampa in CD del 2000), ma una più bella dell’altra: la “politica” The Laws Must Change, ancorata come tutti i brani dal solido groove del basso di Thompson, vive sulle improvvisazioni dell’armonica di Mayall, del flauto di Almond e dell’acustica di Mark, usata anche in funzione ritmica. La musica è vivida ed “elettrica” anche in questa veste “unplugged”,  la delicata Saw Mill Gulch Road, con Mayall impegnato alla slide elettrica, I’m Gonna Fight for You J.B, dedicata a JB Lenoir, uno dei miti di John, un blues acustico che ricorda certe cose di Jansch e Renbourn, con e senza Pentangle, So Hard To Share, con un ottimo Johnny Almond al sax, è uno dei brani più complessi, mentre la splendida California, che apriva la seconda facciata del vecchio LP, come la precedente, anticipa il suono dei dischi di Mark-Almond, tra folk, jazz, rock e canzone d’autore, quasi dieci minuti di pura magia sonora.

Anche Thoughts About Roxanne  vede come autori Mayall, Thompson e Fischer Thompson, ed è un altro lungo brano meditativo e ricercato, prima di lasciare spazio a Room To Move, un brano devastante dove John Mayall rilascia alcune improvvisazioni  fenomenali  per voce ed armonica prese a velocità supersoniche, un pezzo che qualcuno ha definito “incomparabile”: concordo. Tra le bonus Sleeping By Her Side, dove si apprezzano il fingerpicking di Mark e il flauto di Almond.

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Empty Rooms – Polydor 1969 ***1/2

Empty Rooms esce alla fine dell’anno, stessa formazione, con l’aggiunta di Larry Taylor al basso in un pezzo, e cerca di replicare anche in studio il suono di Turning Point, in parte riuscendoci: spiccano la sinuosa Don’t Waste My Time, l’intensa Plan Your Revolution, il folk della sognante Don’t Pick A Flower, le 12 battute di Something New, Waiting For The Right Time, che anticipa certe atmosfere di John Martyn e Nick Drake, l’intricato finger picking di Counting The Days, anche se non tutti i brani sono al livello del  disco precedente.

 

USA Union – Polydor 1970 ***

Dopo quasi un anno esce questo album: sempre formazione senza batteria, Larry Taylor rimane al basso, portandosi dietro il vecchio socio dei Canned Heat, Harvey Mandel alla solista, ed arriva Don “Sugarcane” Harris al violino, dai Mothers Of Invention di Frank Zappa. Quindi nuove ricerche di differenti formule sonore, ma questa volta “l’esperimento” pare meno riuscito. Tutto composto di canzoni d’amore per la fiamma dell’epoca Nancy Throckmorton (già soggetto delle canzoni del precedente Empty Rooms) presenta però anche uno dei primi brani “ecologici” dell’epoca, anticipatore delle future lotte a favore della natura in pericolo, la profetica Nature’s Disappearing, che è anche il brano migliore del disco, con l’armonica di Mayall a duettare con la solista di Mandel e il violino di Harris, mentre il basso pulsante di Taylor è spesso prodigioso. In una sorta di “inseguimento” con gli Hot Tuna, che avevano introdotto Papa John Creach al violino, anche Sugarcane Harris è spesso protagonista con il suo strumento elettrificato di frequente usato con il pedale wah-wah come In You Must Be Crazy, nella romantica Night Flyer, mentre nel barrellhouse di Where Did My Legs Go il protagonista è il piano di John, ma nell’insieme il disco, risentito oggi, è in parte moscio e deludente.

Fine seconda parte, segue.

Bruno Conti

Uno Splendido Disco Restaurato E Ristampato. Butterfield Blues Band – Live

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Paul Butterfield Blues Band – Live  – 2 CD Elektra/Wounded Bird      

Come recitava il titolo di una delle sue canzoni più famose (anche se scritta dall’amico Nick Gravenites) I Was Born In Chicago, Paul Butterfield è stato con la sua Blues Band, sin dal 1964/65, uno dei grandi “padri bianchi” della rinnovata ondata delle 12 battute, che seguiva gli anni d’oro caratterizzati principalmente dagli artisti  neri che negli anni ’50 avevano inciso per l’etichetta Chess nella Windy City, ma anche un poco dovunque sul territorio americano. Quando nasce la Butterfield Blues Band negli States, e in Inghilterra i gruppi di Ciryl Davies, Alexis Korner, e soprattutto i Bluesbreakers di John Mayall, il R&R sta diventando rock, il folk diventa elettrico a Newport, anche grazie alla presenza di alcuni membri della band di Butterfield al concerto di Bob Dylan. Ma il periodo inarrivabile del gruppo coincide con i primi due album, quelli con Bloomfield e Bishop alle chitarre, e Mark Naftalin alle tastiere, ma Paul, come Mayall dall’altra parte dell’oceano, seppe rinnovarsi, introducendo prima l’uso di una gagliarda sezioni fiati, e partecipando ad importanti kermesse sonore come il Festival di Woodstock nel 1969.

Quando arriva il 1970, l’anno in cui esce questo doppio LP Live, i grandi solisti come quelli citati, e anche gente come David Sanborn al sax e” Buzz” Feiten alla chitarra non ci sono più, ma il gruppo rimane una entità solida, con l’armonica di Butterfield sempre al centro della scena, oltre alla sua voce vibrante, ben coadiuvato da solisti come Gene Dinwiddie (già con James Cotton) e Trevor Lawrence ai sax, l’ottimo Steve Madaio alla tromba, un trio di musicisti che poi troveremo in decine di album nel corso degli anni a venire, nonché i bravi Ted Harris al piano e Ralph Walsh alla chitarra, con George Davidson alla batteria e Rod Hicks, uno dei primi ad utilizzare il basso fretless, a completare la formazione. Questo album è uscito varie volte nel corso degli anni, prima in doppio vinile nel 1970, poi è stato pubblicato brevemente come doppio CD (aggiungendo un dischetto di materiale inedito all’album originale) nel 2004 dalla Rhino Handmade, fuori catalogo da parecchi anni, sempre in questa versione era uscito nel cofanetto da 14 CD Complete Albums 1965-1980, ancora della Rhino, ed ora è di nuovo disponibile tramite la rinata Wounded Bird.

E rimane sempre un gran bel disco dal vivo, registrato nel corso di due serate, il 21 e 22 marzo del 1970 al Troubadour di Los Angeles, cattura la band in un momento di transizione, ma anche in grandissimo spolvero. Butterfield è autore di pochi brani, ma conduce il gruppo con grande autorità, sin dalla scintillante rilettura di Everything Going To Be Alright il classico brano di Little Walter che si dipana ben oltre i dieci minuti, con l’armonica di Paul subito protagonista assoluta, mentre il resto del gruppo macina un blues jazzato, ma sempre con quelle nuances rock ed improvvisative che hanno reso unica questa band formidabile, grazie ai fiati spesso in fibrillazione all’unisono e con Walsh che ci regala un bel assolo di chitarra, mentre Paul è in pieno controllo anche alla voce; la breve e swingante Love Disease scritta da Dinwiddie è stretta parente di quel rock alla Blood, Sweat And Tears che imperava in quegli anni, con un prodigioso Hicks al basso, e proprio Hicks è l’autore di The Boxer, un eccellente esempio dell’errebì vigoroso che erano in grado di generare, mentre Butterfield scrive e canta con passione una vibrante e nerissima No Amount Of Loving, seguita da Driftin’ And Driftin’ un classico brano mellifluo di Charles Brown, uno slow blues tiratissimo che è l’occasione per improvvisare alla grande in oltre tredici minuti di musica sublime, dove tutti i solisti si alternano, sempre con Paul “primo inter pares”, ma anche Walsh non scherza. Segue la presentazione della band e poi un’altra cavalcata di dieci minuti in Number Nine, un pezzo firmato dal pianista Ted Harris, uno strumentale dove sembra di ascoltare i B, S & T più sperimentali, ma sempre con quella magica armonica ad aleggiare.

I Want To Be With You è cantata dal suo autore Gene Dinwiddie, una bella ballata soul di buona fattura, prima di tornare al blues fiatistico con una cover notevole di Born Under A Bad Sign, seguito da un gospel-soul-rock caldo, cantato coralmente e in modo coinvolgente come Get Together Again, chiude il primo disco un altro brano pimpante, da soul revue scatenata e a tutto fiati,  So Far So Good, cantata ad ugola spiegata da un trascinante Butterfield. Il secondo CD inizia con Gene’s Tune, altri 12 minuti micidiali di improvvisazione pura, tra blues, soul e jazz, a cui la BBB fa seguire una accorata versione di uno dei brani più belli tra quelli meno noti di Otis Redding, Nobody’s Fault But Mine, e poi un altro brano firmato da un maestro come Ray Charles, ovvero Losing Hand, in cui arriviamo a quattordici minuti di goduria pura, in un lento sontuoso, dove Paul e il chitarrista Ralph Walsh si superano ai rispettivi strumenti.  All In A Day, di nuovo di Hicks, è un altro limpido esempio del loro rock-blues-jazz trascinante, ribadito nella tirata Feel So Bad, un brano di Chuck Willis più vicino al rock chitarristico dell’epoca, Except You di Jerry Ragavoy (quello per intenderci che ha scritto Time Is On My Side,Stay With Me e Cry Baby) è una splendida ballata strappalacrime cantata con grande pathos da Butterfield, che poi si riappropria delle proprie radici blues con You’ve Got To Love Her With  A Feeling, una grandissima canzone dal repertorio di Freddie King.  E per chiudere alla grande la serata ci regalano un’altra dozzina d minuti di grande musica con la divertente e scatenata Love March. Grande ristampa, forse non è uno dei Live fondamentali della storia della musica rock, ma sta subito sotto, non lasciatevelo fuggire, vi sorprenderà.

Bruno Conti

Jeff Beck, Una Vita Per La Chitarra, E Non E’ Ancora Finita: Dai Cori Nelle Chiese Al Rock In Tutte Le Sue Forme, Ecco La Storia! Parte Terza

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Jeff Beck, Uno Dei Tre Più Grandi Chitarristi Del British Rock (Blues),  Il Più Eclettico Ed Estroso. Una Vita Per La Chitarra, E Non E’ Ancora Finita: Dai Cori Nelle Chiese Al Rock In Tutte Le Sue Forme, Ecco La Storia!

Terza e conclusiva parte.

Gli anni del Jazz-rock e dei dischi strumentali.

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Dopo lo scioglimento del sodalizio con Bogert e Appice, e senza completare un secondo disco di studio, Jeff Beck realizza alcune collaborazioni con David Bowie, prima di decidere di esplorare nuove strade, con una lunga serie di dischi strumentali, anche in parte ispirati dal jazz-rock e dalla fusion imperanti in quegli anni, ma rivisitati alla luce delle sue caratteristiche personali, e impiegando, almeno agli inizi, un produttore di grande nome ed esperienza come George Martin (che curò anche gli arrangiamenti orchestrali), insieme al quale realizzerà Blow By Blow, un disco appunto completamente strumentale, che stranamente (o forse no) sarà il suo massimo successo commerciale, arrivando fino al 4° posto delle classifiche di vendita nel 1975: un album comunque splendido, con pezzi memorabili come le sue cover di Cause We’ve Ended As Lovers, un languido brano di Stevie Wonder, una ballata magnifica dedicata al grande chitarrista Roy Buchanan, in cui il suo uso del vibrato è praticamente perfetto, e anche She’s A Woman dei Beatles è deliziosa, con la parte vocale realizzata ancora una volta con il talk-box, senza dimenticare una serie di brani solidi come You Know What I Mean, scritta con Max Middleton, che era rimasto come tastierista, e firma anche la scoppiettante e funambolica Freeway Jam, dove oltre alle evoluzioni strabilianti della chitarra di Beck, si apprezza anche una sezione ritmica notevole come quella composta dall’esplosivo Richard Bailey alla batteria (ancora in pista ai giorni nostri con Steve Winwood) e Phil Chen al basso.

Air Blower attribuita a tutta la band, un pezzo funky fusion di grande appeal, Scatterbrain, che sembra quasi un brano di Billy Cobham, Thelonius, un omaggio trasversale al pianista Monk e la liquida e sognante Diamond Dust dove gli archi di George Martin supportano con classe la solista di Beck. L’anno successivo esce l’ancora notevole Wired, dove arrivano dalla Mahavishnu Orchestra l’ottimo batterista Narada Michael Walden e Jan Hammer, che si aggiunge a Middleton con il suono del suo synth che quasi duplica la solista di Jeff in pezzi come Led Boots, Sophie o Blue Wind, anche se il pezzo più bello del disco, ancora prodotto da George Martin, con Bailey alla batteria, è una versione delicata e splendida di Goodbye Pok Pie Hat, uno dei capolavori di Charles Mingus, con Come Dancing un pezzo di Walden che rivaleggia invece con il repertorio più funky degli Headhunters di Herbie Hancock.  L’anno dopo, nel 1977, esce Jeff Beck with the Jan Hammer Group Live, il cui titolo sintetizza (in tutti I sensi) i contenuti, Jeff Beck in teoria è ospite del gruppo di Jan Hammer, ma poi si rivela il protagonista assoluto con una serie di assoli  in cui spinge la sua ricerca di sonorità sempre più ricercate quasi ai limiti delle possibilità di una chitarra, ben coadiuvato dal synth del compagno di avventura, dal basso di Fernando Saunders e dalla batteria di Tony Smith.

A questo punto Beck si prende una lunga pausa sabbatica per cercare nuovi compagni di avventura e si ripresenta nel 1980 con l’album There And Back, dove in metà dei brani appare ancora Jan Hammer, mentre negli altri alle tastiere c’è Tony Hymas che a tutt’oggi fa parte della band i Beck, e alla batteria arriva Simon Phillips, per un disco ancora di buona fattura, dove spiccano le deflagrazioni sonore di Star Cycle, You Never Know, El Becko e Space Boogie.

Gli Anni Bui, Poche Luci E Molte Ombre

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Nel 1985 esce Flash,  un disco per me di una bruttezza senza limiti, una vera tavanata, con un suono disco dance anni ’80 orribile, dove forse l’unico brano che si salva è una cover di People Get Ready di Curtis Mayfield, dove Jeff si riunisce con il vecchio pard Rod Stewart per una dignitosa rilettura di questo classico, ma il sound eighties pompato è sempre da dimenticare. Decisamente meglio l’ultimo album degli anni ’80, Jeff’s Beck Guitar Shop (che proprio in questo periodo è stato ristampato in un vinile di colore blu): niente di memorabile, ma l’accoppiata Hymas alle tastiere e Terry Bozzio alla batteria, niente basso, a tratti funziona, per questo ritorno al rock e al blues, come nell’iniziale, cadenzata Guitar Shop , dove la chitarra ricerca le solite sonorità impossibili, nella cavalcata blues and roll di Savoy , nella possente Big Block e in un brano sognante alla Buchanan come Where Were You, fino al southern boogie di  Stand On It. Crazy Legs del 1993, con i Big Town Playboys, è un disco di tributo alle canzoni di Gene Vincent e dei suoi Blue Caps, in particolare il chitarrista Cliff Gallup, idolo della giovinezza di Beck, un ritorno al R&R e al rockabilly delle origini, il suono è impeccabile e quando canta il pianista Mike Sanchez sembra di sentire i vecchi dischi di Vincent, inutile ricordare i titoli, tutte le canzoni sono godibili.

Ma quando esce,  ancora dopo una lunga pausa, il disco del 1999 Who Else, Jeff Beck ricade in parte nei vecchi vizi e il disco, nuovamente interamente strumentale e influenzato dalla musica elettronica, almeno per chi scrive diciamo che non convince, escluse le parti di chitarra e la scintillante Brush With The Blues.

La Rinascita (Parziale) Degli Anni 2000.

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Nel 2001 esce You Had It Coming, altro esperimento di “rock elettronico” che anche se vince il Grammy, dimostra che spesso questo premio lo danno a capocchia: si salvano forse, ma forse, per stima, Dirty Mind, dove il duetto con l’altra chitarrista Jennifer Batten è travolgente, e la rivisitazione futuribile di Rollin’ And Tumblin’ cantata da Imogen Heap. Grammy che Beck rivince nel 2003 con Jeff, altro disco di rock “moderno” incomprensibile per il sottoscritto, benché animato dalla solita incontenibile ed ammirevole furia chitarrista fatico a trovare dei brani decenti, forse Hot Rod Honeymoon. Poi a partire dal 2006 il nostro amico comincia a pubblicare una serie di album dal vivo, prima in versione bootleg, poi ufficiali, come il Live At Ronnie Scott’s, dove Jeff, aiutato da una serie di amici e ospiti, e sostenuto da una band formidabile, nella quale scopriamo i talenti della giovanissima e prodigiosa bassista Tal Wilkenfeld e con Vinnie Colaiuta alla batteria, inizia a rivisitare il meglio del suo catalogo passato, soprattutto i brani strumentali,

ma anche People Get Ready cantata da Joss Stone, e nuove perle come Stratus di Billy Cobham e soprattutto una rilettura spaziale di A Day In The Life dei Beatles, che gli fa vincere un altro Grammy, questa volta meritato, per la migliore versione strumentale di un brano musicale.

Nel 2010 esce Emotion And Commotion, che segna un ritorno ai primi posti delle classifiche di vendita ed è anche un buon disco, tra alti e bassi, ottimi soprattutto i brani cantati dalla Stone e da Imelda May, di effetto, benché un po’ tamarra la sua versione di Nessuna Dorma, meglio Over The Rainbow; tanto per cambiare il disco vince addirittura due Grammy, uno proprio per Nessun Dorma (mah!). Lo stesso anno esce l’ottimo Live and Exclusive from the Grammy Museum,  con versioni dal vivo di molti dei  brani di Emotion, bissato nel 2011 da  Rock ‘n’ Roll Party (Honoring Les Paul), ennesimo tributo Live ad uno dei miti della giovinezza di Beck, sia in CD che DVD, dove Jeff è accompagnato da Imelda May e dalla sua band, oltre a Gary U.S. Bonds, Trombone Shorty e Brian Setzer, altro eccellente tuffo negli anni ’50 e ’60.

Il Live+ è un altro buon disco dal vivo, ma le due canzoni in studio aggiunte come bonus non si possono sentire. E anche l’ultimo Loud Hailer del 2016, presenta un 72enne Jeff Beck dai capelli sempre più neri corvini, ma dalle idee un po’ confuse forse anche a causa della tintura dei capelli, e il gruppo londinese Bones, che lo accompagna in alcuni pezzi , non risulta tra le sue scoperte più brillanti di talent scout.

L’ultimo ad uscire è l’ottimo Live At The Hollywood Bowl, che festeggia, con un leggero ritardo, i 50 anni di carriera di  Beck, con la presenza di parecchi ospiti di vaglia, da Jimmy Hall dei Wet Willie, già compagno di avventura di Jeff in passato, a Billy F. Gibbons, passando per Buddy Guy, Jan Hammer, Steven Tyler e Beth Hart. Comunque se ancora nel 2015 la rivista Rolling Stone lo poneva al n° 5 dei più grandi chitarristi di tutti i tempi, subito dopo Hendrix, Clapton, Page e Keith Richards, un motivo, e forse più di uno, ci sarà pure. La storia continua!

Bruno Conti

Uno Dei Migliori Album Del Jazz-Rock Anni ’70, “Rivisitato” 40 Anni Dopo Dal Vivo. Al Di Meola – Elegant Gypsy & More LIVE

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Al Di Meola – Elegant Gypsy & More LIVE – earMUSIC/Edel

Non si può certo dire che Al Di Meola nella sua carriera non abbia mai pubblicato dischi live: ne sono usciti almeno sei, oltre ad una decina di DVD e a quelli delle collaborazioni con John McLaughlin e Paco De Lucia, oltre a reunion varie dei Return To Forever. Uno dei suoi dischi solisti più belli del post RTF, anzi probabilmente il suo migliore in assoluto, era stato Elegant Gypsy, di cui proprio lo scorso anno si festeggiavano i 40 anni dall’uscita con un tour celebrativo. A differenza di altri eventi simili, però nel corso dei concerti non è stata eseguita la totalità dei brani contenuti in quel disco, ma solo una piccola selezione degli stessi: o almeno questo è quanto risulta dalla scaletta di questo Elegant Gypsy & More LIVE, che a sua volta festeggia quel fortunato tour. Con Di Meola suona una formazione di tutto rispetto, che forse non può competere con i RTF originali, Chick Corea, Lenny White e Stanley Clarke, oltre allo stesso Al, erano un bel “gruppettino”, e anche nell’Elegant Gypsy originale suonavano fior di musicisti, disco di cui appaiono “solo” tre brani  (manca per esempio la splendida title track), ma ci provano https://www.youtube.com/watch?v=EYl6qh_ZvDc .

Si diceva della formazione del tour: oltre a Di Meola, con la sua immancabile Les Paul, troviamo Philippe Saisse, bravissimo tastierista francese, Evan Garr, al violino, Gumbi Ortiz, alle percussioni, Elias Tona, al basso e Luis Alicea, alla batteria: il risultato è un disco scintillante che rivisita il classico jazz-rock degli anni ’70, quello mediato dal latin-rock, ma anche dal rock classico, per esempio esplicitato in una versione breve ma potente di Black Dog,  proprio il brano dei Led Zeppelin, riproposto in veste strumentale, dove il violino fa la parte della voce di Plant,, mentre Di  Meola con le sue scale velocissime e fiammeggianti cerca di non fare rimpiangere Jimmy Page, e se McLaughlin (e Larry Coryell) hanno “inventato” l’uso della chitarra elettrica nel jazz-rock, Di Meola ne è stato negli anni uno degli interpreti migliori nel corso delle decadi. One Night Last June, in origine su Kiss My Axe è una partenza strepitosa, sembra di ascoltare i primi Santana quelli migliori, con le percussioni di Ortiz e le tastiere di Saisse in grande evidenza, ma pure il violino elettrico e poi Di Meola è subito straripante, con la sua tecnica incredibile, soprattutto l’uso del vibrato, ma anche un grande gusto per i particolari ed un feeling sopraffino; Senor Mouse scritta da Chick Corea, era su Hymn Of The Seventh Galaxy, il disco con Bill Connors, ma anche Di Meola l’ha incisa su Casino, e la melodia spagnoleggiante del brano è memorabile grazie agli incisi deliziosi della solista e del piano (pur se non è da dimenticare che Di Meola nonostante il cognome, e la musica che suona, è di origine italiana).

Molto buone anche Adour, da Elysium, più lenta, sognante e raffinata, e dallo stesso disco del 2015 anche Babylon, con intermezzi vocali, un arrangiamento più composito e che dopo un inizio attendista si scatena sui vorticosi interventi dei solisti. Chiquilin De Bachim è un omaggio alla musica di Piazzolla, sound comunque rotondo ed incalzante, benché fedele alla melodia originale, che ci introduce al primo dei brani di Elegant Gypsy, una fantasmagorica Flight Over Rio, che potrebbe ricordare i Santana del periodo di Lotus o addirittura I Rush più intrippati. Di Black Dog abbiamo detto, a seguire, senza requie, sempre dal  disco del 1977 una ottima Midnight Tango, molto rilassata e godibile nelle sue morbide spire, con la chitarra ariosa di Di Meola affiancata dal piano di Saisse e dal violino di Garr https://www.youtube.com/watch?v=-TTKWMM4-W8 ; Egyptian Danza, nuovamente da Casino, evidenzia anche temi etnici comunque sempre affrontati a velocità supersoniche e con virtuosismi incredibili da Di Meola e soci che si congedano dal pubblico presente al concerto con Race With Devil On Spanish Highway, un pezzo di chiara impronta rock il cui riff rimanda nuovamente ai Santana del terzo album, con le linee liquide della solista del nostro che sono un vero piacere per gli amanti dello strumento, sempre affrontate a velocità da ritiro della patente. Un ottimo live. Esce domani 20 luglio.

Bruno Conti

Anche Al “Cubo” E’ Sempre Bonamassa Con Soci Vari. Rock Candy Funk Party – The Groove Cubed

rock candy funk party the groove cubed

Rock Candy Funk Party – The Groove Cubed – Mascot/Provogue     

Già serpeggiava la preoccupazione tra I fans e gli addetti al settore: ma come, saranno almeno un paio di mesi (o poco più), in pratica dall’ultimo dei Black Country Communion  , che non usciva nulla di nuovo di Joe Bonamassa http://discoclub.myblog.it/2017/09/13/avevano-detto-che-non-sarebbe-mai-successo-e-invece-sono-tornati-e-picchiano-sempre-come-dei-fabbri-black-country-communion-bcciv/ ! E invece niente paura ecco il nuovo CD dei Rock Candy Funk Party, il quarto, compreso il Live del 2014: il titolo The Groove Cubed, ovvero “il groove al cubo” farebbe pensare ad un album ancora più funky del solito, invece mi sembra, pur rimanendo in quell’ambito, che la quota rock sia aumentata http://discoclub.myblog.it/2015/09/05/attesa-del-nuovo-live-ecco-laltro-bonamassa-rock-candy-funk-party-groove-is-king/ . Non che il funk ed jazz-rock strumentale dei dischi precedenti sia assente, ma già la presenza di due brani cantati, uno da Ty Taylor dei Vintage Trouble e l’altro da Mahalia Barnes (sempre più figlia di Jimmy, e spesso “complice” di Bonamssa nei suoi dischi), segnala una maggiore varietà di temi sonori, peraltro non del tutto per il meglio.

Il disco è suonato comunque in modo impeccabile (a tratti addirittura travolgente a livello tecnico) dal quintetto dei RCFP: Ron De Jesus alle chitarre e Renato Neto alle tastiere, si dividono con Joe Bonamassa le parti soliste, senza dimenticare la sezione ritmica con l’ottimo bassista Mike Merritt ed il fantastico batterista Tal Bergman, una vera potenza nonché leader della band. Brani come l’iniziale Gothic Orleans, con le sue atmosfere sospese che poi esplodono in un vortice rock, e la successiva Drunk On Bourbon On Bourbon Street segnalano una maggiore presenza appunto del filone rock, con elementi funky in arrivo questa volta dalla Louisiana, ma la con band che tira anche di brutto, con le chitarre ficcanti e un piano elettrico che si dividono gli spazi solisti. Il funky al cubo riprende il sopravvento in una ritmatissima In The Groove che sembra uscire da qualche vecchio disco dei Return To Forever con Al DiMeola o della band di Herbie Hancock di metà anni ’70, quella con Wah-Wah Watson alla chitarra; pure il brano cantato da Ty Taylor, Don’t Even Try It, più che a James Brown o al soul, mi sembra si rivolga a Prince e Chaka Khan, piuttosto che a Parliament o Funkadelic, per la gioia della casa discografica, quasi un singolo radiofonico, direi fin troppo commerciale.

Two Guys And Stanley Kubrick Walk Into A Jazz Club, oltre a candidarsi tra i migliori titoli di canzone dell’anno, è più scandita e jazzata, con improvvise scariche elettriche a insinuarsi in un tessuto quasi “tradizionale” con Merritt impegnato anche al contrabbasso e Renato Neto al piano, entrambi che lavorano di fino; Isle Of The Wright Brothers è un breve intermezzo superfluo, mentre il groove torna padrone assoluto nella atmosferica Mr. Space, che tiene fede al proprio titolo, in un brano che potrebbe richiamare persino i Weather Report più elettrici. I Got The Feelin’ è il pezzo dove appare Mahalia Barnes, ma anche  in questo caso più che al soul o al R&B misto al rock, marchio di famiglia, ci si rivolge ad un funky alla Chaka Khan, ma non del periodo Rufus. Insomma i due brani cantati mi sembrano i meno validi ed interessanti, bruttarelli direi, a dispetto delle belle voci utilizzate, sulla pista da ballo faranno la loro porca figura, ma ci interessa meno. Afterhours è un altro breve episodio più riflessivo, ma termina troppo presto, mentre nella ricerca di titoli divertenti e curiosi, il secondo che troviamo è This Tune Should Run For President, un mid-tempo quasi melodico, con improvvise accelerazioni e cambi di tempo di stampo zappiano, che culmina in un notevole assolo di Bonamassa, ricco di feeling, tecnica e velocità.

Mr Funkadamus Returns And He Is Mad, sembra un pezzo estratto da Spectrum di Billy Cobham, con la batteria “lavorata” di Bergman in evidenza. Funk-o-potamia (nei titoli la fantasia regna sovrana), potrebbe essere il figlio illegittimo di Kashmir e di qualche brano degli Yes o degli Utopia, quindi più sul lato rock che funky, mentre The Token Ballad, nonostante il titolo che fa presagire qualcosa di tranquillo,  viaggia ancora verso territori prog, con vorticosi interscambi tra tastiere e chitarre, con un assolo di synth molto anni ’70. Ping Pong è il divertissement finale, una specie di swing jazz con assolo di chitarra situato tra Jim Hall e Wes Montgomery e successivo intervento di piano elettrico. Molta carne al fuoco, forse anche troppa, ma chi ama la musica complessa potrebbe trovare pane per i suoi denti.

Bruno Conti

Da Una Costola Degli Allman Brothers Vennero I Sea Level – Live In Chicago 1977

sea level live in chicago 1977

Sea Level – Live In Chicago 1977 –Live Wire 

Nel 1976, a seguito di varie tensioni interne tra i membri della band, si scioglievano una prima volta gli Allman Brothers (poi di nuovo insieme dal 1979 al 1981). Nell’interregno, tre componenti del gruppo, Chuck Leavell, Lamar Williams e Jaimoe, pensarono di dare vita ad una nuova formazione chiamata We Three, optando poi, con l’aggiunta dell’ottimo chitarrista Jimmy Nalls, per il nome Sea Level.  Già in quell’anno fecero molti tour, poi pubblicando l’anno successivo per la Capricorn il loro album di debutto omonimo, seguito, sempre nel 1977, da un ampliamento della band a sette elementi e la pubblicazione di Cats On the Coast, che con il successivo On The Edge è stato ristampato in CD come un twofer dalla Real Gone Music. Il primo omonimo album, quello più bello, a mio parere, era uscito in CD bervemente a fine anni ’90 per la Capricorn, ma è sparito da tempo: proprio da quel disco viene gran parte del materiale contenuto in questo Live In Chicago 1977, il solito broadcast radiofonico registrato nel luglio di quell’anno, inciso veramente benissimo e con un repertorio che riprende anche alcuni brani della Allman Brothers Band, con versioni notevoli di Statesboro Blues e Hot ‘Lanta, oltre ad altre escursioni nel blues con Hideaway e I’m Ready.

 

Per il resto si tratta perlopiù di brani strumentali con la band che usa uno stile che fonde un jazz-rock più “umano” di quello di gruppi come i Return To Forever di Chick Corea o gli Eleventh House di Larry Coryell, con il classico southern del gruppo madre, grazie al virtuosismo spinto dei vari componenti della formazione. Lamar Williams era un bassista formidabile, che unito al drive inarrestabile di Jay Johanny Johanson (sarebbe Jaimoe con il suo vero nome per esteso), consentiva ai due solisti, Chuck Leavell, tuttora uno dei tastieristi migliori e più ricercati in ambito rock (chiedere agli Stones) e Jimmy Nalls, chitarrista sottovalutato, ma di grande valore, di dare libero sfogo alle loro capacità, senza eccedere troppo in un virtuosismo fine a sé stesso, diciamo il giusto. Si parte con una scintillante Tidal Wave dove l’intrecciarsi tra il liquido piano elettrico di Leavell, che si rifà molto al sound di Chuck Corea e la chitarra fantastica di Nalls, ricordano proprio i citati Return To Forever, anche se con un approccio meno cerebrale e più rock, anche vicino alle fughe strumentali degli Allman. E pure Rain In Spain ha quell’aura spagnoleggiante tipica del grande Chick e del suo socio dei tempi Al Di Meola, e comunque, se suonavano i ragazzi! Scarborough Fair, sempre tratta dal primo album è la ripresa di quel pezzo tradizionale, che tutti conosciamo nella versione di Simon & Garfunkel, sognante e delicata come si addice al pezzo, anche se la chitarra di Nalls è sempre pungente e la sezione ritmica indaffaratissima.

Si rimane nell’ambito dei pezzi strumentali con una cover fantastica della classica Hideaway di Freddie King che ci riporta al classico blues-rock della band di provenienza, come pure una vorticosa Hot ‘Lanta dove le tastiere magiche di Leavell si sostituiscono alla solista di Duane Allman in uno sfoggio di forza e bravura, prima di lasciare spazio al riff ricorrente del brano poi sviluppato in modo eccellente da Nalls. La lunga Patriotic Flag Weaver (quasi 10 minuti), con i suoi ritmi tra il marziale e il jazzato, rivisita l’inno nazionale a tempo di rock, con una lunga parentesi delle tastiere di Leavell nella parte centrale. Anche con Gran Larceny rimaniamo sempre in questo ambito jazz-rock virtuosistico per poi lasciare spazio al leggendario riff di Statesboro Blues, con Jimmy Nalls alla slide e la voce umana che fa la sua prima gradita apparizione in un concerto per il resto tutto strumentale, gran bella versione, ricca di grinta e stamina, e niente male anche la vorticosa Midnight Pass che ricorda i classici brani strumentali di Dickey Betts per gli Allmans. Si chiude a tempo di blues con I’m Ready, il pezzo del vecchio Muddy Waters che non manca di alzare la quota emotiva del concerto. Bella serata, preservata in modo perfetto per i posteri.

Bruno Conti