“Liquido” Ma Anche Solido, Soprattutto Dal Vivo Un Vero Virtuoso Della 6 Corde. Michael Landau – Liquid Quartet Live

michael landau liquid quartet live

Michael Landau – Liquid Quartet Live – Players Club/Mascot Label Group

Altro album chiaramente indirizzato agli appassionati della chitarra, dopo quello recente, sempre dal vivo, pubblicato da David Grissom https://discoclub.myblog.it/2020/06/13/per-la-gioia-degli-appassionati-della-chitarra-se-riescono-a-trovarlo-david-grissom-trio-live-2020/ , o quello uscito alcuni mesi fa di Sonny Landreth https://discoclub.myblog.it/2020/02/23/e-intanto-sonny-landreth-non-sbaglia-un-disco-sonny-landreth-blacktop-run/ : tre virtuosi assoluti, perché anche Michael Landau ha un passato (e anche un presente, visto il recente Rock Bottom del 2018 https://discoclub.myblog.it/2018/02/23/sempre-a-proposito-di-chitarristi-michael-landau-rock-bottom/ ) di dischi dove l’utilizzo della chitarra elettrica è elevato a livelli quasi “sublimi”, ovviamente per chi ama questo tipo di approccio molto sofisticato alla musica, che per quanto abbia importanti sfumature jazz, però non manca di nerbo e di una varietà di tematiche musicali ispirate da tutta la lunga carriera musicale di Landau, che negli ultimi anni lo avevano portato anche a formare una band con Robben Ford, i Renegade Creation, dove i due stili convivevano appunto alla perfezione https://discoclub.myblog.it/2010/12/27/posso-solo-confermare-michael-landau-robben-ford-jimmy-hasli/ .

Come mi è capitato di dire in passato il buon Michael è una sorta di “chitarrista dei chitarristi” e nei suoi dischi come titolare ama mettere in mostra tutta la tecnica imparata in oltre 45 anni di onorata carriera, suonando di tutto, con tutti. Ma in questo disco dal vivo ha voluto privilegiare soprattutto la componente jazz(rock) della propria musica: nel disco troviamo, come nel precedente CD del 2018, il vecchio amico David Frazee, cantante e chitarrista aggiunto, già con lui nei Burning Water sin dagli anni ‘90, ma anche una nuova sezione ritmica con due pezzi da 90 come il batterista Abe Laboriel Jr (nella band di Paul McCartney da quasi 20 anni) e Jimmy Johnson, bassista nei dischi del compianto Allan Holdsworth da metà anni ‘80 in avanti. La presenza di questi musicisti naturalmente alza l’asticella dei contenuti tecnici della musica a livelli molto alti. Aiuta anche il fatto chi il CD sia stato registrato, lo scorso novembre, in un piccolo locale, il Baked Potato Jazz Club di Los Angeles, famoso per i suoi intimi concerti dove il pubblico presente può apprezzare nitidamente nei dettagli il fluire della musica che viene dispensata agli appassionati presenti.

La serata si apre con Can’t Buy My Way Home, un pezzo quasi after hours del repertorio dei Burning Water, dove rock, blues e jazz convivono mirabilmente nella “musicalità” dei vari componenti la band che si scambiano da subito acrobatici interscambi sonori con nonchalanche ma anche con impeto, interagendo tra loro in modo quasi telepatico, con Landau che lavora di fino su timbriche e sonorità quasi al limite dell’impossibile, per non parlare di Greedy Life un brano dei Renegade Creation dove Landau riproduce la sua parte e quella di Robben Ford in una vorticosa jam da power trio, dove Laboriel e Johnson creano un tappeto ritmico in crescendo da sentire per credere. Well Let’s Just See è uno dei brani nuovi, dove rock hendrixiano e sonorità alla Allan Holdsworth si intrecciano goduriosamente, con Killing Time che rivisita nuovamente il repertorio dei Burning Water in una ballata spaziale e delicata dove si apprezza una volta di più la tecnica prodigiosa del musicista californiano, un vero maestro della chitarra.

Bad Friend viene da Rock Bottom, un brano grintoso e tempestoso cantato a due voci da Michael e Frazee, sempre con la ritmica che imperversa e anche nell’altra canzone nuova Can’t Walk Away From It Now, più flessuosa e sinuosa, Landau esplora i toni e i vibrati della sua chitarra in maniera magistrale e in Renegade Creation quello più carnale e vicino al rock più “riffato” e tradizionale, si fa per dire visto che la chitarra viaggia a velocità supersoniche sostenibili per pochi. One Tear Away è l’altro pezzo estratto da Rock Bottom, un’altra ballata “astrale” di una raffinatezza e sciccheria nuovamente sublimi che mi ha ricordato certe cose dei King Crimson dell’epoca di Adrian Belew. Il concerto si chiude con due brani strumentali Tunnel 88 e Dust Bowl dove Michael Landau esplora sentieri quasi sperimentali con la chitarra in viaggio verso la stratosfera nel primo brano e nelle volute del jazz nel secondo. Che dire? “Cazzarola” se è bravo! Esce al 21 agosto.

Bruno Conti

7 Settembre 2018: Il Giorno Dei Paul! Parte 2: Paul McCartney – Egypt Station

paul mccartney egypt station

Paul McCartney – Egypt Station – Capitol/Universal CD – 2LP

Ecco la seconda parte di un doppio post dedicato ai due più famosi Paul del rock, dopo quello su Paul Simon di ieri.

A cinque anni dalla sua ultima fatica, New, torna Paul McCartney con il suo nuovo lavoro, Egypt Station, annunciato già da qualche mese. Nel mio ultimo post dedicato a Paul Simon, ho scritto che il piccolo cantautore dei Queens non fa un grande disco dal 1986 (Graceland), e questa, oltre al nome di battesimo, è una considerazione che può andar bene anche per l’ex Beatle, il quale però l’ultimo lavoro veramente degno di nota lo ha prodotto nel 1997 (Flaming Pie). Da allora, Paul ha pubblicato solo quattro album di materiale originale (più due di cover, Run Devil Run, ottimo, e Kisses On The Bottom, discreto): Driving Rain (2001) era lungo, noioso e pretenzioso, mentre i suoi ultimi due, Memory Almost Full ed appunto New avevano qualche buona canzone ma alla fine risultavano del tutto dimenticabili. Forse l’unico con qualche possibilità di essere elevato al rango di bel disco era Chaos And Creation In The Backyard, sia per la solidità di varie composizioni che per il fatto che fosse prodotto alla grande da Nigel Godrich. Egypt Station, che esce con una copertina disegnata dallo stesso Paul (non bellissima peraltro, ed in più mi ricorda non poco quella di Gone Troppo dell’ex amico e collega George Harrison), ha anch’esso un produttore di grido, Greg Kurstin, uno che però ha un curriculum non proprio impeccabile per i lettori di questo blog: Adele, Beck (e fin qui ci siamo ancora), Sia, Pink, Foo Fighters, All Saints, Kylie Minogue, Shakira e Kesha.

Nomi che mi fanno tremare i polsi, dunque, ma devo dire che in questo album Greg ha fatto un ottimo lavoro, dando ai brani un suono pulito, quasi essenziale, e nello stesso tempo moderno senza essere troppo tecnologico. Il resto lo ha fatto Paul, scrivendo alcuni tra i suoi migliori brani degli ultimi vent’anni, e confezionando un album che, pur non essendo un capolavoro, surclassa facilmente i due precedenti e si posiziona nella zona medio-alta di un’ipotetica classifica dei suoi dischi. Egypt Station è pensato come un viaggio in treno, con una stazione di partenza ed una di arrivo, dove ogni canzone è una diversa fermata, anche se le tematiche sono differenti e non me la sento di definirlo un concept: la maggior parte degli strumenti è suonata da Paul stesso (è sempre stato un eccellente polistrumentista), con interventi della sua ormai collaudata road band (Paul Wickens, Abe Laboriel Jr, Rusty Anderson e Brian Ray), dello stesso Kurstin e di una sezione fiati. Stranamente non sono previste edizioni speciali per il momento (ma la Target per gli USA e la HMV per il Regno Unito hanno una versione con due bonus tracks, Get Started e Nothing For Free), ma all’orizzonte c’è un’inquietante Super Deluxe Edition, sembra in uscita ad Ottobre, il cui contenuto è al momento segreto (ma vedrete che il buon Macca farà di tutto per farci comprare lo stesso disco due volte in due mesi). Dopo una breve introduzione d’atmosfera con Opening Station, ecco subito i due pezzi già noti da qualche mese in quanto usciti su singolo: I Don’t Know è una bella canzone, una ballata pianistica tipica del suo autore, dal ritmo cadenzato e melodia fluida e squisita, un pezzo di stampo classico che potrebbe essere stato scritto anche negli anni settanta (fa impressione invece la voce di Paul, invecchiatissima rispetto anche all’album precedente), mentre Come On To Me è un uptempo elettrico tra pop e rock e dal riff insistito, abbastanza coinvolgente anche se forse si sente la mancanza di un ritornello.

Happy With You come da titolo è una gioiosa e saltellante ballata acustica, un altro genere di brani che nei dischi di Paul non manca (quasi) mai, Who Cares parte con una chitarra distorta, poi arriva una ritmica sostenuta ed un motivo diretto e piacevolissimo, un rock’n’roll di presa immediata e tra le più riuscite del CD; la bizzarra Fuh You (l’unica non prodotta da Kurstin, ma da Ryan Tedder) sembra una filastrocca pop, ha un arrangiamento molto moderno ma non artefatto, basato sul pianoforte: non è tipica di Paul ma si lascia ascoltare con piacere, grazie anche ad un refrain che si canticchia fin dal primo ascolto. Una chitarra acustica cristallina introduce Confidante, altro esempio tipico di come il nostro sia ancora in grado di costruire melodie semplici e piacevoli nello stesso tempo; People Want Peace è introdotta da un piano che sembra preso da Obladì-Obladà, poi entrano gli altri strumenti ed il brano si fa più serio, anche se è un gradino sotto i precedenti. Splendida per contro Hand In Hand, una scintillante ballata pianistica classica, con una leggera orchestrazione ed una linea melodica notevole, resa ancora più toccante da un assolo di flauto e dalla voce quasi fragile di Macca; di ottimo livello anche Dominoes, altra squisita pop song di classe e dal ritmo vivace, mentre Back In Brazil se la poteva anche risparmiare, in quanto è una sorta di samba-pop moderna dalla consistenza di una piuma, e pure un po’ irritante.

Il disco però si riprende subito con Do It Now, altro pezzo lento per voce, piano e poco altro (vorrei dire beatlesiano ma mi astengo), ma Ceasar Rock, seppur cantata con la tipica voce grintosa “da rocker” di Paul, è un po’ pasticciata. Despite Repeated Warnings, che dura sette minuti, è invece una rock ballad sontuosa, che inizia ancora pianistica per poi arricchirsi strumentalmente a poco a poco, ed è servita da un motivo limpido: ad un certo punto cambia ritmo e melodia e diventa un pop-rock chitarristico e solare di grande immediatezza, per tornare sul finale al tema iniziale. Insieme a Hand In Hand, il brano più bello del CD. Un altro breve strumentale (Station II) porta alla conclusiva Hunt You Down/Naked/C-Link, un medley che parte come un rock’n’roll elettrico e potente (con fiati), prosegue come una pop song fluida ancora guidata dal piano e termina come una rock song lenta e dal suggestivo assolo di chitarra. Un buon ritorno quindi per Paul McCartney: Egypt Station, pur non essendo di certo paragonabile a Band On The Run (ma nemmeno a Tug Of War), è un bel disco, di quelli tra l’altro destinati a crescere ascolto dopo ascolto. Un CD che consente al Baronetto di vincere l’ideale duello tra Paul, anche perché rispetto a Simon il musicista britannico si è affidato a materiale nuovo di zecca.

Marco Verdi