Cofanetti Autunno-Inverno 11 & 12. Riprende Una Delle Migliori Serie Di Ristampe, E Non Più Solo Per La Bellezza Dei Manufatti! Paul McCartney – Wings Wild Life & Red Rose Speedway

wings wild lifewings red rose speedway

Wings – Wild Life – Capitol/Universal 2CD – 2LP – Deluxe 3CD/DVD Box Set

Paul McCartney & Wings – Red Rose Speedway – Capitol/Universal 2CD – 2LP with bonus tracks – 2LP with original double album – Deluxe 3CD/2DVD/BluRay Box Set

Paul McCartney & Wings – 1971-1973 Super Deluxe 7CD/3DVD/BluRay Box Set

Dopo una pausa più lunga del consueto, dovuta anche alla firma del contratto con la Capitol ed all’uscita del nuovo album Egypt Station, riprende la serie di ristampe d’archivio di Paul McCartney, una delle più celebrate per la bellezza delle sue edizioni Super Deluxe, manufatti curatissimi in ogni dettaglio e con dentro vere e proprie sciccherie per i fans (anche se va detto che non li regalano di certo). La critica più spesso rivolta a queste riedizioni è che all’impeccabilità della confezione si contrapponeva una scarsa quantità di bonus musicali, un appunto veritiero per molte delle ristampe già uscite fino ad oggi (tranne qualche eccezione, come ad esempio Ram), con la debacle finale di Flowers In The Dirt, che oltre a costare una cifra ben superiore ai cento euro, aveva diverse canzoni disponibili solo come download, una decisione che ha scatenato una specie di rivolta tra i fans di Paul. Ora, sarà che le critiche hanno colpito nel segno, sarà per un eterno duello con l’amico-rivale John Lennon (del quale è uscita una sontuosa edizione deluxe dell’album Imagine), ma le due nuove ristampe della serie, relative ai primi lavori dei Wings, Wild Life (1971) e Red Rose Speedway (1973), sono di gran lunga le migliori fino a questo momento.

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Infatti, oltre alle solite edizioni “basiche” di due CD (o due LP), i cofanetti offrono tre CD ed un DVD per quanto riguarda Wild Life, e ben tre CD, due DVD ed un BluRay per Red Rose Speedway: come se non bastasse, era in vendita solo sul sito di Paul (nel senso che al momento è esaurito, ma non è esclusa una seconda stampa, anche se il sottoscritto è riuscito ad accaparrarselo) un megabox intitolato Paul McCartney & Wings: 1971-1973, che comprendeva i due cofanettoni ed aggiungeva un altro libro fotografico con accluso CD dal vivo inedito dal titolo di Wings Over Europe, che documentava per la prima volta in via ufficiale il tour del 1972/73, che Paul ed il suo gruppo tennero in piccoli club ed università, concerti molto poco pubblicizzati ed in alcuni casi addirittura a sorpresa. L’ironia della sorte è che le migliori ristampe degli archivi di Macca si riferiscono a due album che non sono certo considerati dei capolavori, soprattutto Wild Life, che fu anche un incubo per la casa discografica per vari motivi: il poco appeal radiofonico dei brani, pubblicati senza curare troppo la produzione, la mancanza di un pezzo da pubblicare su singolo, e soprattutto il “nascondersi” di Paul dietro il nome della nuova band (che comprendeva anche la moglie Linda, il chitarrista dei primi Moody Blues Denny Laine ed il batterista Denny Seiwell), con l’aggravante della copertina del disco, nella quale l’ex Beatle era semplicemente uno dei quattro, e riconoscibile solo dopo un’occhiata più attenta.

Risentito oggi, Wild Life non è probabilmente il peggior lavoro di McCartney come si diceva all’epoca (secondo me “l’onore” spetta a Press To Play del 1986), ma non è certo un capolavoro, e mostra una preoccupante incertezza compositiva del nostro, dato che almeno due-tre brani potevano andare bene al massimo come lato B. Questa ristampa, che nel cofanetto si presenta al solito in maniera splendida (libro rilegato, foto inedite, note, testi, polaroid che sembrano vere e la riproduzione esatta di un quaderno di appunti di Linda), cerca di migliorare le cose anche dal punto di vista della musica, ed in parte ci riesce. Certo, brani come l’opening track Mumbo, potente rock song dal buon tiro ma caratterizzata dai vocalizzi incomprensibili di Paul (praticamente uno strumentale), o Bip Bop, che fa parte delle canzoncine “stupide” del nostro (pur essendo orecchiabile), restano nel campo delle bizzarrie; Love Is Strange, una delle rare cover di Macca (è infatti una hit minore del duo Mickey & Sylvia, ed è scritta con Bo Diddley), era inizialmente programmata come singolo portante, ma poi l’uscita è stata cancellata forse non a torto: il brano è anche gradevole, ha un mood quasi caraibico, ma è suonata come se fosse più un’improvvisazione in studio che una canzone fatta e finita. I Am Your Singer, in cui Paul duetta con Linda, è un riempitivo di poco conto, ma Wild Life è una rock ballad fluida ed intensa, suonata stavolta molto bene, ed era un potenziale classico minore (ma non è mai più stata ripresa negli anni a seguire).

Completano il disco originale la discreta Some People Never Know, una ballata elettroacustica dalla melodia limpida e tipica di Paul, la tenue Tomorrow, pop pianistico che è anche il pezzo con più agganci al passato del nostro (leggi Beatles), e l’intensa e drammatica Dear Friend, ancora eseguita al piano e leggermente orchestrata. Il secondo dischetto del box presenta gli stessi brani in versione “rough mix” (e con Love Is Strange solo strumentale), un’aggiunta tutto sommato non indispensabile dato che già i pezzi finiti sul disco non è che fossero curatissimi dal punto di vista tecnico. Il terzo CD contiene una manciata di home recordings di Paul e Linda inerenti a brani del disco e non (c’è anche una breve Good Rockin’ Tonight), registrazioni molto informali ed inoltre con una qualità sonora decisamente amatoriale (e ci sono anche le figlie della coppia che ridacchiano in sottofondo, specie durante Bip Bop). Ci sono fortunatamente anche brani incisi in studio, ed i più interessanti sono la soffusa When The Wind Is Blowing, uno slow con una melodia discreta ma privo di testo, il rock-blues sempre strumentale The Great Cock And Seagull Race, un brano dalle ottime potenzialità e guidato alla grande da piano e chitarra (doveva essere pubblicato, fu passato anche in radio ma poi non se ne fece niente), la versione “edit” di Love Is Strange che doveva uscire come singolo (ma come abbiamo visto non fu mai messa in commercio) e la “strana” e piuttosto caotica African Yeah Yeah. Infine, il singolo “politico” Give Ireland Back To The Irish, a causa del quale Paul venne criticato aspramente, sia per una presunta mancanza di spontaneità e per la banalità del testo (ma musicalmente il brano non era malaccio).

Red Rose Speedway fu invece visto all’epoca come un ritorno di Paul alla forma migliore, un giudizio forse anche influenzato dalle pesanti critiche riservate a Wild Life (ma anche Ram non fu inizialmente apprezzato, mentre oggi è giustamente considerato come uno dei più begli album “minori” di McCartney), dato che il disco è sì un deciso passo avanti, ma non ancora ai livelli abituali per l’ex Scarafaggio, livelli che verranno raggiunti comunque da lì a poco con lo splendido Band On The Run. Di sicuro gli executives della casa discografica dovevano essersi fatti sentire, dato che il disco stavolta è accreditato a Paul McCartney & Wings, il faccione di Paul è ben visibile in copertina, ma soprattutto il primo singolo estratto è ancora oggi una delle ballate più note di Paul: My Love, un pezzo che forse ha un arrangiamento un tantino melenso ma è dotato di una melodia indimenticabile e di sicuro impatto per le classifiche del 1973. Il disco in origine doveva essere un doppio, ma poi, forse su pressioni dell’etichetta, fu ridotto ad un più rassicurante LP singolo: oggi il box offre sia la versione originale (sul primo CD) che quella doppia (sul secondo), ed anche in vinile esce in due configurazioni diverse, entrambe doppie (una con il disco del 1973 più una selezione di bonus tracks presenti sul terzo CD, l’altra con il doppio album che sarebbe dovuto uscire: siete abbastanza confusi?). La versione ampliata presenta diciotto canzoni, contro le nove del disco dell’epoca; dei nove brani aggiunti, sei usciranno di lì a poco come lati B di vari singoli: la deliziosa e bucolica Country Dreamer, rara escursione di Paul appunto nel country, il reggae leggerino di Seaside Woman, cantato da Linda (il che non migliora la canzone), I Lie Around, gradevole e cadenzata rock song che non avrebbe sfigurato sull’LP originale, la vibrante e chitarristica The Mess, eseguita dal vivo (è giusto ricordare che qui i Wings sono in cinque, dato che si è aggiunto il chitarrista Henry McCullough, ex Grease Band), l’acustica e delicata Mama’s Little Girl ed il folk-rock di I Would Only Smile, scritta e cantata da Laine.

Tre brani sono inediti assoluti: Night Out, un rock’n’roll strumentale decisamente elettrico e grintoso, ma più una jam di due minuti che una vera canzone, l’eccellente rock-blues Best Friend, ancora dal vivo e che avrebbe meritato maggior fortuna, e la lenta Tragedy, tutto sommato non indispensabile. E poi ci sono i brani finiti sul disco del 1973: oltre alla già citata My Love i pezzi salienti sono la discreta Get On The Right Thing, dal ritornello accattivante, la solida rock ballad When The Night, il bel medley di undici minuti che comprende quattro mini-canzoni ed il delizioso country-pop di One More Kiss. Mentre le altre sono dignitose pop songs, ma che non troveremo mai su un Best Of di Paul (con una nota di biasimo particolare per l’ambizioso strumentale Loup (1st Indian On The Moon), dalle tentazioni prog ma senza né capo né coda). Il terzo dischetto inizia con due singoli del periodo (la filastrocca Mary Had A Little Lamb, scritta come risposta alle critiche per Give Ireland Back To The Irish, ed il trascinante rock’n’roll Hi Hi Hi, ancora oggi nei concerti di Paul) ed il loro lati B (la guizzante Little Woman Love ed il gradevole reggae C Moon). Detto della presenza della famosissima Live And Let Die, troviamo poi cinque missaggi differenti di brani ascoltati in precedenza, la stessa Live And Let Die in una diversa take (e senza orchestra), l’ottima versione di studio di The Mess, ed altri tre inediti assoluti: la pianistica 1882, proposta in ben tre letture (home recording, studio e live) e niente affatto male, la scanzonata e divertente Thank You Darling e la potente Jazz Street, uno strumentale che di jazz non ha nulla ma servirà come base di partenza per la futura 1985.

Per quanto riguarda entrambi i box, non ho ancora avuto tempo di vedere la parte video, ma se in Wild Life i contenuti si limitano a qualche rehearsal, un breve documentario di Paul e Linda in Scozia ed un filmato che mostra immagini dal party indetto per lanciare l’album, il primo DVD di Red Rose Speedway presenta vari videoclip di singoli dell’epoca, una Live And Let Die dal vivo a Liverpool ed uno special televisivo, mentre il secondo dischetto il raro The Bruce McMouse Show, uno strano cartone animato inframezzato da performance dal vivo dei Wings (ed il BluRay ha il medesimo contenuto). Ed eccoci all’interessantissimo dischetto live Wings Over Europe, come dicevo prima esclusivo del box 1971-1973, un documento di indubbio valore in quanto si occupa di un tour fino a questo momento mai preso in considerazione dalla discografia di Paul. Registrato in varie località del vecchio continente (ma la Gran Bretagna, così come l’Italia, erano state escluse), il CD ci fa vedere che i Wings erano già un’ottima live band (ad eccezione di Linda, che è sempre stata un elemento prettamente ornamentale), e ci presenta versioni di ottimo livello di highlights da Wild Life (Mumbo, Bip Bop, entrambe migliori che in studio, e la title track), Ram (gli scatenati rock’n’roll Smile Away e Eat At Home) ed un solo pezzo dal primo solo album di Paul, che però è la straordinaria Maybe I’m Amazed. Ci sono anche Big Barn Bed e My Love in anteprima da Red Rose Speedway, e purtroppo anche un doppio spazio per Linda con I Am Your Singer e Seaside Woman.

Non mancano versioni molto vitali dei singoli dell’epoca, soprattutto Give Ireland Back To The Irish e la coinvolgente Hi Hi Hi (mentre Mary Had A Little Lamb resta un brano minore), alcuni inediti già trovati nei due box recensiti poc’anzi (The Mess, 1882, Best Friend), una strepitosa cover di Blue Moon Of Kentucky, tra le migliori del CD, e la potente Soily, una vibrante rock song che vedrà la luce su un altro live del gruppo, Wings Over America, ma di cui ancora manca una versione in studio. E i Beatles? A quell’epoca purtroppo vigeva una sorta di embargo verso le canzoni dei Fab Four da parte di Macca (ed anche di John, che però non faceva tour), e la cosa più vicina a quel fantastico periodo è una tirata Long Tall Sally di Little Richard posta in chiusura, che il nostro aveva inciso anche con gli ex compagni di Liverpool. Una doppia (tripla, con il live) ristampa che ci offre quindi tantissimo materiale, forse non tutto di primissima qualità (soprattutto nel box di Wild Life), ma che ci fa sperare in un nuovo trend più “generoso” da parte di Paul per quel che riguarda le riedizioni future (con una speranza di chi scrive di vedere a breve una rivalutazione di Back To The Egg, da sempre uno dei miei preferiti).

Marco Verdi

P.S. Dal suo “amico” John e dal sottoscritto con tanti auguri di Buon Natale.

Bruno Conti

Correva L’Anno 1968 1. The Beatles – White Album 50th Anniversary Edition, Parte II

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E adesso vediamo, in questa seconda parte, più velocemente (si fa per dire), ma comunque diffusamente, il contenuto degli altri 3 CD, con le varie outtakes registrate nel corso di quelle che nel cofanetto sono state definite appunto Sessions, una vera cornucopia di delizie sonore per i fan dei Beatles (senza dimenticare, visto il contesto, che fan è pur sempre una abbreviazione di fanatico): ricordando peraltro che nel volume 3 delle Beatles Anthology, come ho ricordato nella prima parte di questo Post, erano stati ugualmente già utilizzati 27 brani (evidentemente numero magico in queste riedizioni) di cui sette venivano dagli Esher Demos, quindi ne rimangono venti in comune con il box del 50°, anche se, come vediamo tra un attimo, la take di Helter Skelter non è la stessa, come pure quelle di alcuni altri brani inseriti nel cofanetto.

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I due brani forse più interessanti ed attesi di questo primo CD erano le versioni “lunghe” di Revolution Helter Skelter. Revolution 1 take 18, dura 10 minuti e 28 secondi, è la versione elettroacustica e rallentata del celebre brano di John Lennon, con vaghi elementi country e folk sulla base rock del pezzo, raffinata ed estremamente ben definita nei primi quattro minuti, poi Lennon e soci cominciano a sbarellare e andare ad libitum, cercando idee adatte da utilizzare in seguito nella versione definitiva. Helter Skelter, altro brano legato, non per loro scelta, alla tragica vicenda di Charles Manson, è considerato una sorta di brano protometal, con sonorità dure inconsuete anche per i Beatles più rock, questa take 2 di 12:53 (ma si vocifera di una di quasi 20 minuti e in Anthology avevano usato solo i primi 5 minuti di questa stessa performance) è decisamente più scandita, lenta e meno selvaggia, con atmosfere più dilatate in lento crescendo, di quella che uscirà sul White Album, con qualche rimando al futuro doom rock dei Black Sabbath.

Insomma, due brani estremamente interessanti, ma con il senno di poi le versioni pubblicate sono state delle scelte sagge ed oculate. A Beginning è l’introduzione orchestrale a Don’t Pass Me By, che verrà utilizzata anche nella parte orchestrale di Good Night: il brano di Ringo Starr in questa take 7 ha un’aria ancora più country e paesana (tipo gli Slim Chance di Ronnie Lane) con il violino di Jack Fallon in evidenza, a fianco del piano e del basso di Paul, e a conferma che se serviva i Beatles usavano anche musicisti esterni, come confermerà la scelta di Clapton per l’assolo di While My Guitar Gently Weeps. Blackbird, take 28, è sempre un brano incantevole, con qualche piccola variazione sul tema. Everybody’s Got Something to Hide Except Me and My Monkey, prova solo strumentale senza numero, è grintosa e vibrante, forse migliore dell’originale, manca solo la voce, ma le chitarre tirano alla grande.

Delle tre takes di Good Night la più interessante è la numero 10 con una chitarra elettrica solitaria che accompagna la voce di Ringo e gli altri che armonizzano alla grande, tutti insieme appassionatamente ancora per una volta, e anche quella pianistica successiva non è male. Ob-La-Di, Ob-La-Da appare in una versione più rockeggiante, quasi a tempo di galoppo, mentre le due takes di Revolution, quella senza numero e quella strumentale, tiratissima, fanno riferimento al singolo originale, e sono entrambe affascinanti. Prima della conclusiva Helter Skelter versione uno, troviamo una prova senza numero di Cry Baby Cry, squisita e sognante.

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Si parte con una versione da urlo di Sexy Sadie (preceduta una piccola citazione ottimistica di Getting Better, visto che tutto sembra procedere per il meglio), la take 3, degna delle migliori interpretazioni di un ispirato Lennon, seguita da una versione acustica molto bella di While My Guitar Gently Weeps, solo voce, chitarra acustica e organo, con interruzioni per dare disposizioni ai tecnici in studio, e una delle perle di queste session, la prima versione in assoluto di uno dei capolavori di Paul McCartney e dei Beatles, ovvero Hey Jude, che poi uscirà come singolo alla fine di agosto, la canzone è diversa, si va per tentativi, ma già si intuisce che la melodia è splendida e diventerà immortale. Non manca una brevissima e divertita jam session sul classico St. Louis Blues, e la take 102 (!) di Not Guilty, a dimostrazione che il gruppo ha provato ripetutamente questa canzone di George Harrison, che a giudicare da questo provino quasi completato a parte la lunga coda strumentale, forse avrebbe meritato migliore fortuna.

Notevole anche la take 15 di Mother’s Nature Son, la perla acustica e bucolica di Paul e interessante anche una gagliarda versione di Yer Blues, con la parte vocale usata in in sottofondo solo come guida e una prodigiosa prestazione di McCartney al basso, lo stesso non si può dire di What’s the New Mary Jane, che è già “bruttarella” di suo ed incompiuta sin dalla prima take acustica. Rocky Raccoon è ancora in stato embrionale e con qualche “cappella”, ma il tocco magico dei Beatles e di Paul già si intravede; di Back In The U.S.S.R viene proposta una travolgente versione solo strumentale, senza i classici effetti dell’aereo aggiunti in post produzione, e interessante e decisamente bella anche la versione solo voce, chitarra e batteria di Dear Prudence. 

In quel periodo i Beatles già provavano anche Let It Be che sarebbe stata incisa poi l’anno successivo, solo un frammento di 1:18 molto embrionale e con George che la interrompe. Per passare alla guida del gruppo per una scintillante versione di While My Guitar Gently Weeps, la terza della take 27, che rivaleggia con quella definitiva, grazie ad un ispiratissimo Eric Clapton alla chitarra, che in qualità di ospite sprona i Beatles a dare il meglio di sé e poi estrae dal cilindro un assolo fantastico. You’re so Square) Baby, I Don’t Care è un’altra breve jam su uno scatenato brano R&R di Leiber & Stoller incisa da Elvis, e di cui ricordo anche una bellissima versione di Joni Mitchell su Wild Things Run Fast. Tocca nuovamente a Helter Skelter, take 17, questa volta è la versione conosciuta, accelerata e senza freni, del brano, con il gruppo che pigia sull’acceleratore a tutto volume. Anche Glass Onion, pur con la voce in secondo piano, è molto simile alla versione finita, ma viene interrotta bruscamente.

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I Will, dopo una falsa partenza clamorosa, emerge in tutta la sua bellezza cristallina nella take 13; seguita da una latineggiante Blue Moon, con la stessa strumentazione di I Will, che viene ripresa brevemente, prima di divagare di nuovo con Step Inside Love Los Paranoias, altri esempi dei Beatles che cazzeggiano allegramente ed amichevolmente in studio, anche in modalità brasileira. Can You Take Me Back era la breve outro di Paul, posta in coda al brano di John Cry Baby Cry, uno dei classici brani improvvisati con il titolo ripetuto ad libitum, sino a sfinimento. A seguire troviamo le tracce strumentali di una scatenata e “gloriosa” Birthday e del leggiadro valzerone Piggies. Happiness Is A Warm Gun take 19 è già quasi quella meraviglia assoluta che diventerà nella stesura definitiva, anche se mancano ancora quegli intrecci corali  vocali che tanto mi hanno sempre fatto impazzire dalla goduria; altre due tracce strumentali Honey Pie, molto vaudeville, e una guizzante Savoy Truffle, e poi ancora una scarna Martha My Dear, senza fiati e archi. Long, Long, Long è un altro dei brani di George che arriva ad una take ragguardevole numericamente, come la numero 44, versione peraltro molto bella di questo meditativo brano nato a Rishikesh, anche se Harrison sbaglia il testo e blocca il tutto.

A seguire troviamo due takes della incantevole I’m So Tired, uno dei brani migliori scritti da Lennon per il White Album, entrambe eccellenti ed approvate da John che cerca anche il giudizio di Paul, la seconda con armonie vocali più prominenti, interessante anche la take 2 di The Continuing Story Of Bungalow Bill, dove si sente anche una voce femminile che sembra quella di Yoko, una versione acustica, solo voce e chitarra di Why don’t we do it in the road?, due tentativi di registrare Julia, una in fila all’altra, durante le prove. La base strumentale di The Inner Light, che però in teoria era già uscita come lato B di Lady Madonna a marzo, e risulta registrata a Bombay a gennaio, quindi non si capisce cosa centri con le sessions per il doppio bianco; stesso discorso per le due takes del lato A, quella strumentale, solo piano e batteria, e un breve tentativo di registrare i backing vocals sempre dello stesso brano, e anche Across The Universe risulterebbe registrata a febbraio del 1968, quindi prima dell’inizio delle sessioni per l’album bianco, ma visto che è così bella, portiamo a casa il regalo e apprezziamo, una chiusura veramente splendida per questo cofanetto.

Questo è quanto, il contenuto completo dei tre CD di outtakes: nel Blu-ray audio troviamo quattro diverse versioni complete del doppio album originale in diverse guise per audiofili, Tanta roba, magari da ascoltare anche a rate in diverse occasioni, e che completa ed integra uno dei dischi più belli ed amati dei Beatles. Potrebbe essere un buon investimento natalizio. oppure se non volete spendere su YouTube mi pare che si trovino tutte a gratis.

Bruno Conti

Prossime Uscite Autunnali 16. Wings Wild Life & Wings Red Rose Speedway: Altre Due Ristampe Potenziate Di Paul McCartney In Uscita Il 7 Dicembre

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Wings Wild Life – 3 CD + DVD – 2 CD – 2 LP – MPLCapitol/Universal – 07-12-2018

Wings – Red Rose Speedway – 3 CD + 2 DVD + 1 Blu-ray – 2 CD – 2 LP”Reconstructed Double Album” Vinyl Edition –  2LP “Single Album Plus Bonus Tracks” Vinyl Edition – MPL/Capitol/Universal -07-12-2018

Per completare un autunno ricchissimo di ristampe e nuove uscite del giro Lennon/McCartney/Beatles che, se mi passate la battuta, lasceranno invece poverissimi tutti i fans, ecco arrivare un po’ a sorpresa e proprio a ridosso del Natale, ma ancora in Autunno, altri due cofanetti della serie dedicata alla opera omnia di Paul McCartney. Questa volta si ritorna agli inizi della carriera solista dell’ex Beatles, con i due dischi usciti in origine nel 1971-1973 e in effetti per i fans ricchissimi uscirà anche un box intitolato Wings 1971-1973 che raccoglie i due cofanetti per un totale di 11 dischetti, a cui verranno aggiunti un ulteriore libro, il tour programme e un CD inedito Wings Over Europe con 20 brani dal tour del 1972, il tutto per la modica cifra di 400 sterline (quasi 500 euro) acquistabile direttamente sul sito di Paul https://shop.paulmccartney.com/us_en/paul-mccartney-and-wings-1971-73-limited-edition-box-set.html

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Vediamo comunque i contenuti delle ristampe separate dei due box: come vedete dalle immagini riportate sopra dei cofanetti entrambi contengono anche parecchi memorabilia. Wings Wild Life ha un libro rilegato di 128 pagine con la storia dell’album scritta da David Fricke, una delle poche firme “attendibili” che scrive ancora per la rivista Rolling Stone, oltre ad un altro libretto bloc note con le notizie del tour del 1972, più testi delle canzoni, scalette dei concerti, foto polaroid varie mai pubblicate e altro. I tre CD, oltre all’album originale rimasterizzato nel 2018 a Abbey Road, riportano un totale di 25 tracce bonus rare o inedite suddivise in due dischetti, mentre il DVD contiene 4 filmati. La versione in 2 CD avrà il CD 1 e 3 del cofanetto: quindi mancano solo gli 8 pezzi con i rough mixes del CD 2.

Ecco comunque la lista completa dei contenuti:

Tracklist
CD1 – Remastered Album
1. Mumbo (2018 Remaster)
2. Bip Bop (2018 Remaster)
3. Love Is Strange (2018 Remaster)
4. Wild Life (2018 Remaster)
5. Some People Never Know (2018 Remaster)
6. I Am Your Singer (2018 Remaster)
7. Bip Bop Link (2018 Remaster)
8. Tomorrow (2018 Remaster)
9. Dear Friend (2018 Remaster)
10. Mumbo Link (2018 Remaster)

CD2 – Rough Mixes
1. Mumbo [Rough Mix]
2. Bip Bop [Rough Mix]
3. Love Is Strange (Version) [Rough Mix]
4. Wild Life [Rough Mix]
5. Some People Never Know [Rough Mix]
6. I Am Your Singer [Rough Mix]
7. Tomorrow [Rough Mix]
8. Dear Friend [Rough Mix]

CD3 – Bonus Audio
1. Good Rockin’ Tonight [Home Recording]
2. Bip Bop [Home Recording]
3. Hey Diddle [Home Recording]
4. She Got It Good [Home Recording]
5. I Am Your Singer [Home Recording]
6. Outtake I
7. Dear Friend [Home Recording I]
8. Dear Friend [Home Recording II]
9. Outtake II
10. Indeed I Do
11. When The Wind Is Blowing
12. The Great Cock And Seagull Race [Rough Mix]
13. Outtake III
14. Give Ireland Back To The Irish
15. Give Ireland Back To The Irish (Version)
16. Love Is Strange [Single Edit]
17. African Yeah Yeah

DVD – Bonus Video
1. Scotland, 1971
2. The Ball
3. ICA Rehearsals
4. Give Ireland Back To The Irish (Rehearsal)

Plus 24bit 96kHz unlimited high-resolution audio download of the remastered album and bonus audio

Red Rose Speedway è decisamente più sfizioso: con sei dischi è il cofanetto Super Deluxe record della Archive Collection di Paul (il massimo erano stati 5 per Ram). Oltre ai soliti due libri, il primo 128 pagine,, il secondo Wings In Morocco photobook da 64 pagine, ci sono pure 14 repliche di disegnini di Paul per l’album, 5 testi di canzoni scritti a mano, sempre in replica, ma niente foto aggiuntive perché il librone è soprattutto fotografico, mi pare ci siano anche una cartolina e dei piccoli sagomati. Contenuto musicale: CD 1, remaster 2018 dell’album, CD 2 Double Album Edition (ovvero il disco come sarebbe dovuto uscire in doppio LP, e in effetti verrà pubblicata anche questa versione in vinile), CD 3, brani rari, singoli, versioni alternative. Il doppio CD anche in questo caso riporterà il CD 1 e 3. DVD 1, il James Paul McCartney TV Special, parzialmente inedito, Live And Let Die Live In Liverpool e interviste, oltre ai video musicali, DVD 2 il film mai visto primaThe Bruce McMouse Show,  Il Blu-ray riporta il Bruce McMouse Show e tutto il materiale audio in versione Dolby Surround.

Comunque anche in questo caso ecco la lista completa dei contenuti:

 CD1 – Remastered Album
1. Big Barn Bed (2018 Remaster)
2. My Love (2018 Remaster)
3. Get On The Right Thing (2018 Remaster)
4. One More Kiss (2018 Remaster)
5. Little Lamb Dragonfly (2018 Remaster)
6. Single Pigeon (2018 Remaster)
7. When The Night (2018 Remaster)
8. Loup (1st Indian On The Moon) (2018 Remaster)
9. Medley (2018 Remaster)
* a) Hold Me Tight
* b) Lazy Dynamite
* c) Hands Of Love
* d) Power Cut

CD2 – “Double Album”
1. Night Out
2. Get On The Right Thing
3. Country Dreamer
4. Big Barn Bed
5. My Love
6. Single Pigeon
7. When The Night
8. Seaside Woman
9. I Lie Around
10. The Mess [Live At The Hague]
11. Best Friend [Live In Antwerp]
12. Loup (1st Indian On The Moon)
13. Medley
* a) Hold Me Tight
* b) Lazy Dynamite
* c) Hands Of Love
* d) Power Cut
14. Mama’s Little Girl
15. I Would Only Smile
16. One More Kiss
17. Tragedy
18. Little Lamb Dragonfly

CD3 – Bonus Audio
1. Mary Had A Little Lamb
2. Little Woman Love
3. Hi, Hi, Hi
4. C Moon
5. Live And Let Die
6. Get On The Right Thing [Early Mix]
7. Little Lamb Dragonfly [Early Mix]
8. Little Woman Love [Early Mix]
9. 1882 [Home Recording]
10. Big Barn Bed [Rough Mix]
11. The Mess
12. Thank You Darling
13. Mary Had A Little Lamb [Rough Mix]
14. 1882 [Live In Berlin]
15. 1882
16. Jazz Street
17. Live And Let Die [Group Only, Take 10]

DVD 1 – Bonus Video
1. Music Videos
2. James Paul McCartney TV Special
3. Live And Let Die [Live in Liverpool]
4. Newcastle Interview

DVD 2 – Bonus Film
1. The Bruce McMouse Show
5.1 Surround Dolby Digital, 16bit 48kHz /PCM Stereo

Blu-Ray – The Bruce McMouse Show
5.1 Surround DTS-HD Master Audio, 24bit 96kHz/PCM Stereo 24bit 96kHz

Plus 24bit 96kHz unlimited high-resolution audio download of the remastered album and bonus audio

Alla prossima.

Bruno Conti

Prossime Uscite Autunnali 6. The Beatles – White Album : E Naturalmente Per Il 50° Non Potevano Mancare Anche Loro Al 9 Novembre!

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The Beatles – White Album – Apple/Universal – 2 CD – 3 CD – 2 LP – 4 LP – Super Deluxe 6 CD + Blu-ray Audio – 09-11-2018

Se ne parlava da tempo ed ecco che alla fine è stata ufficializzata la data di uscita delle varie edizioni della ristampa di The Beatles, più noto come il White Album, il famoso doppio pubblicato in origine il 22 novembre del 1968, quindi, come era stato per Sgt. Pepper’s, la nuova versione uscirà qualche giorno prima dell’effettivo 50° Anniversario. Il pezzo forte sarà la versione Super Deluxe da 6 CD + 1 Blu-ray, ma ci sarà anche quella doppia del disco ufficiale con nuovo Stero Mix targato 2018, sia in CD come in doppio vinile, e anche un’altra in triplo CD o quadruplo vinile, con un disco extra che conterrà le famose Esher Sessions del maggio 1968, dove vennero realizzate molte registrazioni nella abitazione di George Harrison di canzoni che poi, nella loro versioni definitive sarebbero finite sul Doppio Bianco. Alcune, 7 per la precisione (sono andato a controllare), erano già uscite nella Beatles Anthology Vol. 3, e comunque tutte, e anche molte di più, sono apparse su svariati bootlegs dedicati ai Beatles nel corso degli anni, sia pure mai in modo legale.

Partiamo propria dalla versione tripla e vediamo i suoi contenuti:

CD 1
1. Back In The U.S.S.R.
2. Dear Prudence
3. Glass Onion
4. Ob-La-Di, Ob-La-Da
5. Wild Honey Pie
6. The Continuing Story Of Bungalow Bill
7. While My Guitar Gently Weeps
8. Happiness Is A Warm Gun
9. Martha My Dear
10. I’m So Tired
11. Blackbird
12. Piggies
13. Rocky Racoon
14. Don’t Pass Me By
15. Why Don’t We Do It In The Road?
16. I Will
17. Julia

CD 2
1. Birthday
2. Yer Blues
3. Mother Nature’s Son
4. Everybody’s Got Something To Hide Except Me And My Monkey
5. Sexy Sadie
6. Helter Skelter
7. Long, Long, Long
8. Revolution 1
9. Honey Pie
10. Savoy Truffle
11. Cry Baby Cry
12. Revolution 9
13. Good Night

CD 3
1. Back In The U.S.S.R. (Esher Demo)
2. Dear Prudence (Esher Demo)
3. Glass Onion (Esher Demo)
4. Ob-La-Di, Ob-La-Da (Esher Demo)
5. The Continuing Story Of Bungalow Bill (Esher Demo)
6. While My Guitar Gently Weeps (Esher Demo)
7. Happiness Is A Warm Gun (Esher Demo)
8. I’m So Tired (Esher Demo)
9. Blackbird (Esher Demo)
10. Piggies (Esher Demo)
11. Rocky Raccoon (Esher Demo)
12. Julia (Esher Demo)
13. Yer Blues (Esher Demo)
14. Mother Nature’s Son (Esher Demo)
15. Everybody’s Got Something To Hide Except Me And My Monkey (Esher Demo)
16. Sexy Sadie (Esher Demo)
17. Revolution (Esher Demo)
18. Honey Pie (Esher Demo)
19. Cry Baby Cry (Esher Demo)
20. Sour Milk Sea (Esher Demo)
21. Junk (Esher Demo)
22. Child Of Nature (Esher Demo)
23. Circles (Esher Demo)
24. Mean Mr Mustard (Esher Demo)
25. Polythene Pam (Esher Demo)
26. Not Guilty (Esher Demo)
27. What’s The New Mary Jane (Esher Demo)

Nel caso di questa versione la versione in CD avrà un prezzo abbordabile, mentre il quadruplo vinile limitato veleggerà tra gli 80 e i 100 Euro. Sempre a livello indicativo, ovviamente per i 3 CD. si parla di 25-30 euro. Mentre tutt’altro discorso per la versione Super Deluxe il cui prezzo si aggirerà tra i 140 e i 150 euro. Però il contenuto è molto sfizioso, vediamo quindi i CD dal 4 al 6 e il Blu-ray audio cosa conterranno.

CD 4 – Sessions
1. Revolution 1 (Take 18)
2. A Beginning (Take 4)/Don’t Pass Me By (Take 7)
3. Blackbird (Take 28)
4. Everybody’s Got Something To Hide Except Me And My Monkey (Unnumbered Rehearsal)
5. Good Night (Unnumbered Rehearsal)
6. Good Night (Take 10 With A Guitar Part From Take 7)
7. Good Night (Take 22)
8. Ob-La-Di, Ob-La-Da (Take 3)
9. Revolution (Unnumbered Rehearsal)
10. Revolution (Take 14 Instrumental Backing Track)
11. Cry Baby Cry (Unnumbered Rehearsal)
12. Helter Skelter (First Version Take 2)

CD 5 – Sessions
1. Sexy Sadie (Take 3)
2. While My Guitar Gently Weeps (Acoustic Version Take 2)
3. Hey Jude (Take 1)
4. St Louis Blues (Studio Jam)
5. Not Guilty (Take 102)
6. Mother Nature’s Son (Take 15)
7. Yer Blues (Take 5 With Guide Vocal)
8. What’s The New Mary Jane (Take 1)
9. Rocky Raccoon (Take 8)
10. Back In The U.S.S.R. (Take 5 Instrumental Backing Track)
11. Dear Prudence (Vocal, Guitar & Drums)
12. Let It Be (Unnumbered Rehearsal)
13. While My Guitar Gently Weeps (Third Version Take 27)
14. (You’re So Square) Baby I Don’t Care (Studio Jam)
15. Helter Skelter (Second Version Take 17)
16. Glass Onion (Take 10)

CD 6 – Sessions
1. I Will (Take 13)
2. Blue Moon (Studio Jam)
3. I Will (Take 29)
4. Step Inside Love (Studio Jam)
5. Los Paranoias (Studio Jam)
6. Can You Take Me Back (Take 1)
7. Birthday (Take 2 Instrumental Backing Track)
8. Piggies (Take 12 Instrumental Backing Track)
9. Happiness Is A Warm Gun (Take 19)
10. Honey Pie (Instrumental Backing Track)
11. Savoy Truffle (Instrumental Backing Track)
12. Martha My Dear (Without Brass And Strings)
13. Long Long Long (Take 44)
14. I’m So Tired (Take 7)
15. I’m So Tired (Take 14)
16. The Continuing Story Of Bungalow Bill (Take 2)
17. Why Don’t We Do It In The Road? (Take 5)
18. Julia (Two Rehearsals)
19. The Inner Light (Take 6 Instrumental Backing Track)
20. Lady Madonna (Take 2 Piano & Drums)
21. Lady Madonna (Backing Vocals Take 3)
22. Across The Universe (Take 6)

Blu-ray: The BEATLES (‘White Album’)

Audio Features:
: PCM Stereo (2018 Stereo Mix)
: DTS-HD Master Audio 5.1 (2018)
: Dolby True HD 5.1 (2018)

: Mono (2018 Direct Transfer of ‘The White Album’ Original Mono Mix)

Quindi un totale di altri 50 brani contenuti nei tre dischetti extra del cofanetto. Tra cui si segnalano la Take 10 di Revolution 1, che parte come la Revolution che tutti conosciamo dal Lato B di Hey Jude, solo che in questo caso invece di sfumare, prosegue in una jam di oltre undici minuti totali, con la prima apparizione in studio di Yoko Ono, che suona un synth distorto e recita alcune parti che poi sarebbero finite su Revolution 9. Quello che sorprende, a smentire quello che si è sempre pensato, è che alla fine del brano non c’è tensione, tutti si complimentano, ci sono alcune risatine compiaciute e ad una Yoko preoccupata che chiede se “That’s Too Much?”, John risponde “It Sounds Great” e Paul conferma “Yeah, it’s wild!”. A Beginning, anche questa già presente nella Anthology 3, in pratica era l’introduzione orchestrale di Don’t Pass Me By che qui è unita nella Take 7. Le tre diverse versioni di Good Night, il pezzo per Ringo Starr, prevedono solo John Lennon alla chitarra acustica arpeggiata, niente orchestra aggiunta, e tutti e quattro i Beatles che armonizzano insieme nel coro “good night, sleep tight”. Una occasione rara in questa fase dei loro rapporti.

Helter Skelter è la take 2, la stessa sempre apparsa in Anthology 3, dove veniva però sfumata dopo 5 minuti, mentre in questo caso appare la versione completa da 13 minuti, benché si dice che ne esista una anche da 27 minuti di questo brano proto-metal tiratissimo. Interessante anche la versione di Sexy Sadie con George che canticchia Getting better da Sgt. Pepper, Paul McCartney che suona l’organo in questa take 3. Ci sono due versioni diverse di While My Guitar Gently Weeps, una acustica, la take 2 e la take 27 elettrica, in cui suona anche Eric Clapton di cui si dice fosse presente in ben 20 delle versioni che vennero provate, in quanto si fermò l’intera giornata di registrazione, per la gioia dei fans di Manolenta. Una bellissima versione di Blackbird, take 27, con la “ragazza” di McCartney dell’epoca Francie che si sente sullo sfondo (un po’ di gossip, è lei che fece rompere il fidanzamento con Jane Asher, quando quest’ultima li trovò a letto insieme). Una bellissima versione di Long Long Long con George e Ringo che duettano insieme. Delle Esher Sessions troviamo un demo di Dear Prudence e uno di Sour Milk Sea di George Harrison, brano che poi venne dato a Jackie Lomax.

E ancora alcune delle prime versioni di Hey Jude, già lunga sette minuti, Let It Be. Ancora dai nastri di Esher un pezzo di John Child Of Nature, che poi sarebbe diventato Jealous Guy, come pure molto bella è la take di Julia, mentre due prove successive della stessa canzone sono sul CD 6. Dove ci sono, come negli altri dischetti, molte versioni solo strumentali dei brani del doppio album. Nel reparto “cazzeggi ” troviamo versioni di St. Louis Blues, (You’re So Square) Baby I Don’t Be Care, Blue Moon, Step Inside Love, Los Paranoias, mentre alla fine del disco 6 ci sono versioni alternate di canzoni come The Inner Light, Lady Madonna Across The Universe che poi non sarebbero finite sul disco finale, come pure What’s The New Mary Jane. Insomma materiale raro per la gioia di grandi e piccini ce n’è a iosa, basta attendere fino al 9 novembre, data di uscita del tutto.

Bruno Conti

7 Settembre 2018: Il Giorno Dei Paul! Parte 2: Paul McCartney – Egypt Station

paul mccartney egypt station

Paul McCartney – Egypt Station – Capitol/Universal CD – 2LP

Ecco la seconda parte di un doppio post dedicato ai due più famosi Paul del rock, dopo quello su Paul Simon di ieri.

A cinque anni dalla sua ultima fatica, New, torna Paul McCartney con il suo nuovo lavoro, Egypt Station, annunciato già da qualche mese. Nel mio ultimo post dedicato a Paul Simon, ho scritto che il piccolo cantautore dei Queens non fa un grande disco dal 1986 (Graceland), e questa, oltre al nome di battesimo, è una considerazione che può andar bene anche per l’ex Beatle, il quale però l’ultimo lavoro veramente degno di nota lo ha prodotto nel 1997 (Flaming Pie). Da allora, Paul ha pubblicato solo quattro album di materiale originale (più due di cover, Run Devil Run, ottimo, e Kisses On The Bottom, discreto): Driving Rain (2001) era lungo, noioso e pretenzioso, mentre i suoi ultimi due, Memory Almost Full ed appunto New avevano qualche buona canzone ma alla fine risultavano del tutto dimenticabili. Forse l’unico con qualche possibilità di essere elevato al rango di bel disco era Chaos And Creation In The Backyard, sia per la solidità di varie composizioni che per il fatto che fosse prodotto alla grande da Nigel Godrich. Egypt Station, che esce con una copertina disegnata dallo stesso Paul (non bellissima peraltro, ed in più mi ricorda non poco quella di Gone Troppo dell’ex amico e collega George Harrison), ha anch’esso un produttore di grido, Greg Kurstin, uno che però ha un curriculum non proprio impeccabile per i lettori di questo blog: Adele, Beck (e fin qui ci siamo ancora), Sia, Pink, Foo Fighters, All Saints, Kylie Minogue, Shakira e Kesha.

Nomi che mi fanno tremare i polsi, dunque, ma devo dire che in questo album Greg ha fatto un ottimo lavoro, dando ai brani un suono pulito, quasi essenziale, e nello stesso tempo moderno senza essere troppo tecnologico. Il resto lo ha fatto Paul, scrivendo alcuni tra i suoi migliori brani degli ultimi vent’anni, e confezionando un album che, pur non essendo un capolavoro, surclassa facilmente i due precedenti e si posiziona nella zona medio-alta di un’ipotetica classifica dei suoi dischi. Egypt Station è pensato come un viaggio in treno, con una stazione di partenza ed una di arrivo, dove ogni canzone è una diversa fermata, anche se le tematiche sono differenti e non me la sento di definirlo un concept: la maggior parte degli strumenti è suonata da Paul stesso (è sempre stato un eccellente polistrumentista), con interventi della sua ormai collaudata road band (Paul Wickens, Abe Laboriel Jr, Rusty Anderson e Brian Ray), dello stesso Kurstin e di una sezione fiati. Stranamente non sono previste edizioni speciali per il momento (ma la Target per gli USA e la HMV per il Regno Unito hanno una versione con due bonus tracks, Get Started e Nothing For Free), ma all’orizzonte c’è un’inquietante Super Deluxe Edition, sembra in uscita ad Ottobre, il cui contenuto è al momento segreto (ma vedrete che il buon Macca farà di tutto per farci comprare lo stesso disco due volte in due mesi). Dopo una breve introduzione d’atmosfera con Opening Station, ecco subito i due pezzi già noti da qualche mese in quanto usciti su singolo: I Don’t Know è una bella canzone, una ballata pianistica tipica del suo autore, dal ritmo cadenzato e melodia fluida e squisita, un pezzo di stampo classico che potrebbe essere stato scritto anche negli anni settanta (fa impressione invece la voce di Paul, invecchiatissima rispetto anche all’album precedente), mentre Come On To Me è un uptempo elettrico tra pop e rock e dal riff insistito, abbastanza coinvolgente anche se forse si sente la mancanza di un ritornello.

Happy With You come da titolo è una gioiosa e saltellante ballata acustica, un altro genere di brani che nei dischi di Paul non manca (quasi) mai, Who Cares parte con una chitarra distorta, poi arriva una ritmica sostenuta ed un motivo diretto e piacevolissimo, un rock’n’roll di presa immediata e tra le più riuscite del CD; la bizzarra Fuh You (l’unica non prodotta da Kurstin, ma da Ryan Tedder) sembra una filastrocca pop, ha un arrangiamento molto moderno ma non artefatto, basato sul pianoforte: non è tipica di Paul ma si lascia ascoltare con piacere, grazie anche ad un refrain che si canticchia fin dal primo ascolto. Una chitarra acustica cristallina introduce Confidante, altro esempio tipico di come il nostro sia ancora in grado di costruire melodie semplici e piacevoli nello stesso tempo; People Want Peace è introdotta da un piano che sembra preso da Obladì-Obladà, poi entrano gli altri strumenti ed il brano si fa più serio, anche se è un gradino sotto i precedenti. Splendida per contro Hand In Hand, una scintillante ballata pianistica classica, con una leggera orchestrazione ed una linea melodica notevole, resa ancora più toccante da un assolo di flauto e dalla voce quasi fragile di Macca; di ottimo livello anche Dominoes, altra squisita pop song di classe e dal ritmo vivace, mentre Back In Brazil se la poteva anche risparmiare, in quanto è una sorta di samba-pop moderna dalla consistenza di una piuma, e pure un po’ irritante.

Il disco però si riprende subito con Do It Now, altro pezzo lento per voce, piano e poco altro (vorrei dire beatlesiano ma mi astengo), ma Ceasar Rock, seppur cantata con la tipica voce grintosa “da rocker” di Paul, è un po’ pasticciata. Despite Repeated Warnings, che dura sette minuti, è invece una rock ballad sontuosa, che inizia ancora pianistica per poi arricchirsi strumentalmente a poco a poco, ed è servita da un motivo limpido: ad un certo punto cambia ritmo e melodia e diventa un pop-rock chitarristico e solare di grande immediatezza, per tornare sul finale al tema iniziale. Insieme a Hand In Hand, il brano più bello del CD. Un altro breve strumentale (Station II) porta alla conclusiva Hunt You Down/Naked/C-Link, un medley che parte come un rock’n’roll elettrico e potente (con fiati), prosegue come una pop song fluida ancora guidata dal piano e termina come una rock song lenta e dal suggestivo assolo di chitarra. Un buon ritorno quindi per Paul McCartney: Egypt Station, pur non essendo di certo paragonabile a Band On The Run (ma nemmeno a Tug Of War), è un bel disco, di quelli tra l’altro destinati a crescere ascolto dopo ascolto. Un CD che consente al Baronetto di vincere l’ideale duello tra Paul, anche perché rispetto a Simon il musicista britannico si è affidato a materiale nuovo di zecca.

Marco Verdi

Paul McCartney – Egypt Station: Il 7 Settembre Esce Il Nuovo Album Di Macca, Mentre Filtrano Le Prime News Sulla Ristampa Del White Album Dei Beatles

paul mccartney egypt station

Paul McCartney – Egypt Station – MPL/Capitol/Universal CD/LP – 07-09-2018

Continuano ad arrivare notizie sulle prossime uscite/ristampe di fine estate, inizio autunno: dopo la “ristampa” potenziata di The Song Remains The Same dei Led Zeppelin, anche Paul McCartney ha annunciato, sempre per il 7 settembre, l’uscita del nuovo album Egypt Station, il primo dai tempi di New, uscito nell’ottobre 2013. Sono passati ben 5 anni, anche se la vorticosa attività di ripubblicazioni dei vecchi album solisti e di materiale dei Beatles non ha messo in rilievo questo lungo gap temporale, grazie anche ai molti concerti ed alle partecipazioni a vari eventi del nostro. L’ultima in ordine di tempo è stata quella al Late Late Show With James Corden, uno spettacolo televisivo della televisione americana CBS, condotto però da un inglese, all’interno del quale però è previsto anche uno spazio chiamato Carpool Karaoke, spesso girato a Londra ( o Liverpool, come in questo caso). Non aggiungo altro, se non avete ancora visto il filmato godetevelo, perché è veramente divertente e sorprendente.

Tornando al nuovo album di Sir Paul, non è ancora stata comunicata la lista dei brani completa, ma già sono in vendita e disponibili anche come video le prime due canzoni estratte dal disco, I Don’t Know Come To Me. Si sa anche che l’album, che conterrà 16 brani, con due strumentali Station I II, posti in apertura e chiusura, oppure come interludi, sarà prodotto da Greg Kurstin, un buon “mestierante” che ha lavorato con Lilly Allen, Sia, Kelly Clarkson, Ellie Goulding, Pink e Adele (?!?), ma di recente anche con Liam Gallagher Foo Fighters, ed ha un discreto passato rock con i Geggy Tah e con Inara George (la figlia di Lowell). D’altronde non è che neppure uno dei produttori del precedente New, Paul Epworth, fosse il massimo della vita, anche lui con trascorsi con Bruno Mars, Maximo Park e l’immancabile Adele: comunque l’album pur non essendo un capolavoro si lasciava ascoltare. E anche i due nuovi brani che anticipano New Egypt non sembrano male. La versione Deluxe, con due tracce extra, sarà pubblicata solo negli Stati Uniti, per la catena di vendita Target.

Tra i brani annunciati per il nuovo CD Paul in una intervista ha parlato di Happy with You, un brano di impostazione acustica, People Want Peace, una canzone dai temi universali con il classico sound alla McCartney e la lunga Despite Repeated Warnings, che viene presentata come una epica cavalcata di oltre sette minuti, divisa in più parti e che ricorda alcuni brani deii suoi gruppi precedenti (quali saranno?).

A proposito di vecchio gruppo, nella stessa intervista hanno chiesto a Paul delle conferme sull’uscita della ristampa del White Album dei Beatles prevista per il 50° Anniversario: la data certa non c’è ancora, ma si presume che sarà intorno al 22 novembre, che nel 1968 fu quella del doppio vinile originale. Viene confermata la presenza dei famosi demos acustici,  registrati a Esher, sentiti in mille bootleg (tipo quello che potete ascoltare qui sotto), ma mai a livello ufficiale, un paio di brevi saggi scritti all’interno della confezione, che lo stesso McCartney dice di avere approvato in questi giorni, per il resto si brancola nel buio.

Entro fine anno, o forse inizio 2019, si parla anche di una ristampa potenziata per Imagine di John Lennon, ma anche in questo caso nulla di confermato. L’unica cosa certa è che il 6 luglio uscirà il picture disc a tiratura limitata di Yellow Submarine b/w Eleanor Rigby. Per le solite incongruenze quest’anno è il cinquantenario del film Yellow Submarine, ma il singolo era uscito nel 1966: d’altronde sono discografici, cosa ci vogliamo aspettare?

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Direi che per oggi è tutto, alla prossima.

Bruno Conti

Musica Jazz Per Tutti, Suonata In Maniera Divina! Brad Mehldau Trio – Seymour Reads The Constitution!

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Brad Mehldau Trio – Seymour Reads The Constitution! – Nonesuch/Warner CD

Credo ci siano pochi dubbi sul fatto che Brad Mehldau sia il miglior pianista jazz contemporaneo in attività, almeno per quanto riguarda la sua generazione, anche perché dei suoi principali ispiratori, Bill Evans e Keith Jarrett, il primo non è più tra noi da quasi quarant’anni, mentre il secondo si è praticamente ritirato. Mehldau, originario della Florida ma trapiantato a New York, è un vero virtuoso dello strumento, uno di quelli per il quale la parola “genio” non è assolutamente fuori posto, ma ha anche la capacità di fare musica fruibile, unendo una tecnica incredibile (figlia dei suoi studi classici, e che gli permette di suonare una melodia con la mano destra ed un’altra completamente differente con la sinistra) ad uno spiccato senso melodico. Chi vi scrive non è né un appassionato di jazz né tantomeno un esperto, ma un semplice ascoltatore che ogni tanto si concede qualcosa di questo genere, a patto che non sia eccessivamente cerebrale e difficile: Seymour Reads The Constitution! (gran bel titolo), il suo nuovo lavoro, uscito a poca distanza dal classicheggiante After Bach (in cui si esibiva da solo), fa sicuramente parte di questa categoria, un disco di jazz scintillante, suonato alla grande ma nello stesso tempo alla portata di tutti.

Mehldau, nonostante abbia iniziato negli anni novanta, vanta già una copiosa discografia, e si è esibito in tutte le configurazioni possibili dal “one man show” al quintetto ma, come spesso accade per i pianisti jazz (compresi Evans e Jarrett), il meglio lo dà come leader di un trio. Ed è proprio al Brad Mehldau Trio che è intitolato questo nuovo album, che a mio parere è ancora meglio del già ottimo Blues And Ballads del 2016, inciso anche quello con la medesima formazione, che vede Larry Grenadier al basso e Jeff Ballard alla batteria, due musicisti eccellenti che non si limitano ad accompagnare il nostro ma collaborano con lui agli arrangiamenti e riempiono a meraviglia le pause e gli spazi, creando una miscela sonora di altissimo livello. Seymour Reads The Constitution! è composto da otto canzoni, tutte discretamente lunghe (spesso superano gli otto minuti), e si divide tra composizioni originali, standard jazz e rivisitazioni di brani pop-rock contemporanei. Tre i brani scritti da Mehldau, a partire da Spiral, un pezzo disteso e decisamente melodico, nel quale abbiamo un assaggio della straordinaria bravura del nostro, e la sezione ritmica che accompagna con discrezione, anche se c’è un gran lavoro di batteria: nel corso del brano Brad improvvisa, accelera e rallenta a suo piacimento, ma senza mai perdere il contatto con il tema principale.

La title track è più lenta e soffusa, un andamento quasi da canzone after hours, con Mehldau che ricama con grande classe: il perfetto brano da ascoltare alla sera con magari un bel bicchiere di cognac (Van Morrison lo associo al whisky di malto, Mehldau al cognac), mentre Ten Tune con i suoi dieci minuti è la più lunga del lavoro, ed anche melodicamente la più complessa e “free”, ma non per questo meno godibile. Anche gli standard sono tre, e partono con la nota Almost Like Being In Love (l’hanno fatta, tra gli altri, Gene Kelly, Frank Sinatra e Nat King Cole), che vede le dita del nostro scorrere come un fiume in piena, tecnica e feeling a braccetto, ed i due compagni che lo seguono con grande vigore; De-Dah (Elmo Hope) è decisamente raffinata e “calda”, con Brad che a turno lascia il centro della scena ai suoi due collaboratori facendo quasi il sideman, specie a favore di Grenadier che qui si supera, ma poi si riprende i riflettori e stende tutti con una performance sublime, mentre Beatrice, di Sam Rivers, è un gustoso e rilassato swing, perfetto per le eccezionali doti pianistiche del leader. E poi ci sono i due pezzi di provenienza rock: Friends, title track di un album poco noto dei Beach Boys (1968), rilettura molto pulita e con la melodia in primo piano (e poi è una goduria ascoltare il piano suonato con questa limpidezza), e Great Day di Paul McCartney, altro pezzo non molto conosciuto (era su Flaming Pie), che Brad fa suo con leggerezza e coadiuvato in maniera eccellente da Grenadier e Ballard, rispettando il motivo originale con grande rigore ma aggiungendo il suo tocco inimitabile, regalandoci una delle migliori prestazioni del disco.

Grande album quindi, per nulla ostico, anzi direi che il suo ascolto è un piacere assoluto per le orecchie di chiunque sia sprovvisto delle proverbiali fette di salame sulle medesime.

Marco Verdi

Dopo Chuck Berry Se Ne E’ Andato Anche The “Fat Man”, Uno Degli Ultimi Grandi Del Rock And Roll! E’ Morto Ieri A 89 Anni Fats Domino

fats domino fifties

Fats_Domino_1977

Ormai a difendere il fortino del R&R è rimasto solo Jerry Lee Lewis, visto che ieri, dopo una lunga malattia, ci ha lasciato anche Antoine “Fats” Domino”, nella sua casa, in quel di Harvey, Louisiana, una cittadina non lontana dall’area metropolitana della sua amata New Orleans, di cui è stato uno dei rappresentanti e cantori più importanti. Fats Domino, nato proprio a New Orleans, il 26 febbraio del 1928 (quindi con lui condivido il giorno del compleanno), un musicista che ha saputo riunire nel suo stile prima il rhythm and blues e poi il rock’n’roll, pianista formidabile, cantante dalla voce particolare e unica, dolce, vellutata ed insinuante, grande autore di canzoni, in coppia soprattutto con il suo produttore Dave Bartholomew, ha influenzato intere generazioni di musicisti, uno dei primi neri a saper sfondare nel mercato della musica dei bianchi (cosa che qualche anno dopo sarebbe riuscita anche a Chuck Berry), già nel 1953 la sua The Fat Man, incisa nel 1949, arrivò a vendere fino ad oltre un milione di copie.

Poi il suo stile e le sue canzoni si sono riverberate su tutta la musica, arrivando ad influenzare Paul McCartney che scrisse Lady Madonna come una sorta di risposta alla sua Blue Monday, uno dei tantissimi splendidi brani che ne hanno caratterizzato la carriera: come non ricordare anche Ain’t That A Shame (che fu usata nella colonna sonora di American Graffiti), I’m In Love Again, Blueberry Hill, I’m Walkin’ (pure questa era in American Graffiti https://www.youtube.com/watch?v=oqs5gkyH930), My Girl Josephine e decine di altre canzoni splendide, raccolte in un consistente numero di album, che negli anni ’50, il suo periodo di maggior fama, uscivano al ritmo di due o tre all’anno, e che almeno fino alla fine degli anni ’60 hanno continuato a essere pubblicati a getto continuo, per diradarsi negli anni ’70 e ’80, ma ogni tanto il buon Fats piazzava ancora la zampata del leone, in una discografia che tra album originali, ristampe, antologie, dischi dal vivo, è arrivata a superare i 100 dischi (non tutti fantastici a dire il vero, ogni tanto si raschiava il fondo del barile).

Forse l’ultimo importante ad uscire fu un Live From Austin, Texas, della fortunata serie registrata negli studi televisivi della città texana, che però sebbene fu pubblicato dalla New West nel 2006, sia in CD come in DVD, era stato registrato nel 1986.

Non va dimenticato che Fats Domino, come detto, era anche un formidabile pianista, uno che ha influenzato, oltre al McCartney citato prima, anche altri musicisti di New Orleans, da Allen Toussaint Dr. John, oltre ad altri grandi pianisti R&R che sarebbero venuti dopo di lui, come Jerry Lee Lewis e Little Richard e fu influenzato a sua volta da Smiley Lewis (ma anche un musicista onorario di New Orleans come Randy Newman gli deve moltissimo). E Elvis anche se non suonava nulla, non vogliamo citarlo? https://www.youtube.com/watch?v=54sVT4CtmEM. Una delle ultime apparizioni pubbliche (anzi probabilmente l’ultima) di Domino fu in un episodio della serie Treme, dedicata appunto a New Orleans, nel 2012

Ma le sue sorti sono sempre state legate alla città della Louisiana: nel corso del famoso Uragano Katrina Fats Domino ad un certo punto fu tra le persone dichiarate morte a causa degli allegamenti seguiti alle piogge torrenziali, salvo essere ritrovato dalla Guardia Costiera qualche giorno dopo i tragici eventi. Dopo l’Uragano il nostro pubblicò un album Alive And Kickin’ per raccogliere fondi per le popolazioni stremate dalle conseguenze dell’Uragano.

Credo che l’ultima sua esibizione dal vivo sia stata al famoso locale Tipitina nel maggio del 2007 e suonava ancora, ragazzi e non,  se suonava.

Negli ultimi anni a causa della malattia (a parte l’apparizione a Treme) non lo si era visto più spesso in giro, anche se alcuni filmati suoi giravano ancora in rete, tipo quello di un incontro con Dave Barholomew, che di anni oggi ne ha 98, avvenuto nel 2011 https://www.youtube.com/watch?v=JAxjEWjbuXI, con i due che si scambiavano ricordi sui vecchi tempi e su una canzone in particolare. La vedete qui sotto, forse, ma forse, la sua più bella.

Ma il tempo di lasciarci purtroppo è arrivato anche per lui e quindi gli auguriamo che lo Spirito del R&R, e del R&B, suo fratello, lo accompagnino anche in questo ultimo viaggio, bye bye Fats!

Bruno Conti

Il “Solito” Ringo, Piacevole E Disimpegnato. Ringo Starr – Give More Love

ringo starr give me more love

Ringo Starr – Give More Love – Universal CD

Personalmente non sono mai stato d’accordo con le critiche più frequenti mosse negli anni verso Ringo Starr, e cioè che fosse un batterista piuttosto scarso e che dovesse la sua fama semplicemente all’allontanamento di Pete Best dal posto dietro ai tamburi dei Beatles. Certo, quello può essere stato un colpo di fortuna, ma il piccolo e nasuto Richard Starkey i galloni se li è guadagnati sul campo, migliorandosi negli anni e mettendo a punto uno stile riconoscibilissimo, pulito ed essenziale: non credo infatti che la miriade di musicisti che, dal 1970 in poi, hanno richiesto i servigi di Ringo sui propri album fossero tutti degli autolesionisti che volevano un batterista poco capace solo perché “faceva figo” avere il nome di un Beatle sul disco. Diverso è il discorso quando si parla di Ringo come musicista in proprio, dato che nella sua ormai ampia discografia (19 album di studio compreso l’ultimo) e volendo stare larghi, di dischi indispensabili ne citerei tre: l’ottimo esercizio di puro country Beaucoups Of Blues del 1970, lo splendido Ringo del 1973 ed il riuscito comeback album del 1992 Time Takes Time. Nel corso degli ultimi vent’anni Ringo ha continuato ad incidere con regolarità (e ad esibirsi con la sua All-Starr Band, ma questa è un’altra storia), sfornando una serie di album tanto piacevoli quanto tutto sommato superflui, con alcuni meglio di altri (Vertical Man, Ringo Rama, Liverpool 8) ed altri apprezzabili ma decisamente meno riusciti, tra i quali metterei senz’altro i tre usciti nella presente decade, Y Not http://discoclub.myblog.it/2009/12/30/ringo-starr-y-not/ , Ringo 2012 e Postcard From Paradise.

Give More Love, uscito il 15 Settembre scorso, è un buon disco, con alcune canzoni ottime ed altre più nella norma, un lavoro che non si aggiunge certo ai tre “imperdibili” citati all’inizio ma si colloca altrettanto certamente tra i più positivi delle ultime due decadi. Inizialmente Give More Love doveva essere un album country da realizzare in collaborazione con l’ex Eurythmics Dave Stewart, ma poi Ringo ha scritto canzoni con uno spirito diverso, più rock, e le ha incise e prodotte in proprio nel suo studio casalingo. E l’esito finale è molto piacevole, forse più del solito: Ringo non sarà mai un fuoriclasse, ma in tutti questi anni ha imparato anche a scrivere canzoni migliori, e se messo nelle giuste condizioni, cioè con in brani adatti a lui e con l’aiuto di qualche amico, è ancora in grado di divertire. Dicevo degli amici, ed in questo disco c’è una lista di nomi impressionanti, che solo ad elencarli tutti ci vuole un post a parte (anche se ognuno di loro, devo dirlo, si mette al servizio del nostro senza rubargli mai la scena): Steve Lukather, Peter Frampton, Joe Walsh, Greg Leisz, Dave Stewart, Gary Nicholson, Benmont Tench, Edgar Winter, Don Was, Greg e Matt Bissonette, Timothy B. Schmit, Nathan East e, l’ho lasciato volutamente per ultimo, l’ex compare Paul McCartney al basso in due pezzi. Un gradevole disco di pop-rock quindi, senza troppe problematiche, di classe e suonato benissimo. Si inizia con la potente We’re On The Road Again, un rock’n’roll trascinante con Lukather alla solista e McCartney al basso che “pompano” che è un piacere e Ringo che canta in maniera sicura (e Paul alla fine piazza un paio di controcanti riconoscibilissimi): ottimo avvio. Laughable, cadenzata ed insinuante, è piacevole ed immediata, grazie ad un bel refrain, e mostra che il nostro ha scelto una produzione più rock che pop, con grande spazio per le chitarre (qui l’axeman è Frampton).

Show Me The Way è uno slow piuttosto asciutto nell’arrangiamento (organo, chitarra e sezione ritmica), ma io Ringo lo preferisco nei brani più mossi, come Speed Of Sound, altro rock’n’roll deciso, ben eseguito e sufficientemente coinvolgente, con Frampton che per l’occasione rispolvera il suo talkbox. Molto carina Standing Still, un rock-country-blues con un bravissimo Leisz al dobro e Ringo che intona una melodia che piace all’istante; King Of The Kingdom (scritta con Van Dyke Parks) ha un tempo reggae, un motivo orecchiabile e solare ed un bell’intervento di Winter al sax, mentre Electricity, nonostante la presenza di Walsh e Tench ed un testo autobiografico, non è una gran canzone. Molto meglio So Wrong For So Long, una languida country ballad con la splendida steel di Leisz, unico residuo del progetto iniziale con Stewart (che infatti è co-autore), un peccato comunque che non si sia andati fino in fondo. La parte “nuova” del CD (dopo vedremo perché nuova) si chiude con la swingata Shake It Up, un boogie dal gran ritmo, una delle più immediate del lavoro, e con la squisita title track, la più pop del disco, ma con il sapore nostalgico dei brani dell’amico George Harrison. A questo punto il dischetto presenta quattro bonus tracks, quattro brani che Ringo ha preso dal suo passato reincidendoli ex novo (e va detto, senza mai superare gli originali), a partire da una versione molto particolare di Back Off Boogaloo, che parte dal demo originale del 1971 al quale sono stati aggiunti gli strumenti odierni, e c’è anche Jeff Lynne alla chitarra (e per una volta non alla produzione). Poi abbiamo la beatlesiana Don’t Pass Me By, suonata insieme alla band indie americana Vandaveer (ed accenno finale ad Octopus’s Garden), una tonica You Can’t Fight Lightning con il gruppo anglo-svedese Alberta Cross e, sempre con i Vandaveer, la sempre bellissima Photograph.

Un disco, ripeto, molto piacevole e senza troppe elucubrazioni mentali, forse non imperdibile, ma comunque se lo comprate non sono soldi buttati.

Marco Verdi

It Was (Really) Fifty Years Ago Today, Ovvero, Erano Giusto 50 Anni Fa, Oggi! The Beatles – Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band

 

beatles sgt, pepper

The Beatles – Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band – Parlophone/EMI CD – Deluxe 2CD – 2 LP – Super Deluxe 4CD/DVD/BluRay

I Beatles, forse il gruppo più popolare di tutti i tempi, sono sempre stati decisamente avari nell’aprire i loro archivi dopo la separazione avvenuta nel 1970: a parte il Live At The Hollywood Bowl uscito negli anni settanta e ristampato lo scorso anno, e soprattutto i tre volumi dell’Anthology pubblicati a metà anni novanta, ai fans è sempre stata offerta la solita, peraltro ottima, sbobba, comprese le tanto strombazzate ristampe rimasterizzate del 2009 di tutta la discografia degli Scarafaggi, che non aggiungevano neppure trenta secondi di musica inedita. Quest’anno la svolta: per il cinquantenario dell’album più famoso dei Fab Four (uscito proprio il primo Giugno del 1967, cinquant’anni precisi precisi, ma il disco è nei negozi dal 26 maggio), cioè il leggendario Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (per molti è anche il loro migliore, io preferisco il White Album ma comunque sempre di dischi da cinque stelle stiamo parlando), i superstiti Paul McCartney e Ringo Starr, insieme agli eredi degli scomparsi John Lennon e George Harrison, hanno acconsentito ad aprire il magico scrigno delle sessions di quell’album epocale, affidandone la cura a Giles Martin, figlio di George, il celebre produttore dei quattro ragazzi di Liverpool: il risultato è la solita pletora di edizioni diverse, a partire da quella singola e fondamentalmente inutile se lo possedete già (anche se le tracce sono state remixate, ma non rimasterizzate, per quello andava già benissimo il lavoro fatto nel 2009), una doppia interessante con un secondo CD di versioni alternate, e soprattutto un imperdibile cofanetto con quattro CD, un DVD, un Blu*Ray (con lo stesso contenuto del DVD) ed uno splendido libro.

Data l’importanza sia musicale che culturale del disco, questo sarà il primo post “condiviso” della storia del blog: io introdurrò brevemente il disco originale e la sua storia, mentre Bruno vi parlerà nel dettaglio del contenuto del cofanetto quadruplo. L’idea dell’album del 1967 venne a McCartney (che peraltro vuole la leggenda fosse già “morto” il 9 novembre del 1966, sostituito da Billy Shears!!), che voleva una sorta di concept basato sui ricordi adolescenziali di Liverpool dei quattro, ma ben presto il soggetto si tramutò in quello di una serie di canzoni suonate da una band fittizia dell’epoca vittoriana, appunto la Band Dei Cuori Solitari Del Sergente Pepper, legate solo apparentemente da un filo conduttore: il disco è considerato l’apice creativo dei Fab Four, in quanto contiene una serie di gioiellini pop che rasentano la perfezione, con un accenno appena sfiorato di psichedelia (ma proprio all’acqua di rose), e con la figura di George Martin sempre più fondamentale nell’economia del gruppo, da grande arrangiatore quale era, ma anche abile “traduttore” in pratica delle folli idee dei quattro, una caratteristica che era già risaltata l’anno prima nell’altrettanto geniale (e splendido) Revolver. Il disco fu anche il primo dei Beatles senza un singolo portante: nelle stesse sessions, quasi su imposizione della casa discografica, furono incise anche diverse takes sia di Strawberry Field Forever (forse il miglior brano di Lennon all’interno del gruppo) che di Penny Lane, sessions incluse tra l’altro nel cofanetto: i quattro giudicarono però i due brani un po’ fuori contesto rispetto al resto dell’album e quindi li pubblicarono a parte, con il risultato di avere forse il miglior singolo della loro carriera.

Tutto in Sgt. Pepper è perfetto, dall’iconica ed imitatissima copertina ad opera di Peter Blake (e nella quale verranno trovati oscuri messaggi riguardanti la citata e presunta morte di Paul), alle variopinte giacche utilizzate dai Fab Four, ma soprattutto le tredici tracce del disco, capolavori assoluti di pop e con i tipici nonsense lirici dei quattro. Tutto è imperdibile, dall’introduzione finto-live della title track, poi ripresa nel finale, all’irresistibile singalong affidato a Ringo With A Little Help From My Friends, alla psichedelia leggera di Lucy In The Sky With Diamonds, ai bozzetti molto British e tipicamente McCartney di Fixing A Hole, Getting Better, She’s Leaving Home e Lovely Rita (ai quali partecipa anche Lennon con la bucolica e festosa Godd Morning, Good Morning), mentre ho sempre considerato lo spazio affidato a Harrison, Within You Without You, influenzata pesantemente dalla musica indiana ed a mio parere un po’ soporifera e fuori contesto, come il punto debole del disco. I brani che non ho ancora citato sono quelli che da sempre preferisco (ma non è che gli altri non mi piacciono, diciamo che questi sono da dieci e lode), cioè la squisita When I’m Sixty-Four, dal delizioso sapore vaudeville, la divertente ma geniale Being For The Benefit Of Mr. Kite!, ispirata a Lennon da un vero numero da circo di più di un secolo prima, e soprattutto la monumentale A Day In The Life, una eccezionale sinfonia pop di cinque minuti, risultato della fusione di due diverse canzoni di John e Paul, con un grande contributo di Martin ed un finale orchestrale in crescendo che ancora oggi fa venire i brividi. Dopo Sgt. Pepper i Beatles faranno altri grandi dischi (basti pensare all’Album Bianco e ad Abbey Road), ma qualcosa nel rapporto fra i quattro comincerà ad incrinarsi, complice anche la morte improvvisa del loro manager Brian Epstein che li priverà di una guida fino a quel momento indispensabile: ma questa è un’altra storia.

Ed ora, come già detto, la parola passa a Bruno.

Marco Verdi

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Il 1° Giugno del 1967 era un giovedì, come pure quest’anno, ed Inghilterra usciva Sgt. Pepper’s  nei negozi. Due o tre giorni dopo, un ragazzino che ancora oggi vedo tutte le mattine davanti allo specchio (celebrato già all’epoca, a futura memoria, nel titolo di una canzone, When I’m Sixty Four, contenuta nell’album), la domenica mattina (poiché gli altri giorni si andava a scuola si ascoltava nei giorni festivi) si sintonizza su Radio Uno della RAI, credo allora ci fosse solo quella, dove viene tramesso in anteprima, tutto completo, il suddetto Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, ebbene sì, in una trasmissione condotta, mi pare da Adriano Mazzoletti, ma erano altri tempi, in cui le radio trasmettevano gli album interi: poi lunedì mi recai, perché ovviamente ero io, in un negozio per acquistarlo, mentre il mondo dei Beatles, che già frequentavo (ma anche quello degli Stones, di Dylan, di Hendrix e di  mille altri, ero un ascoltatore precoce), si allargò a dismisura per assumere contorni quasi “epocali”. Cinquanta anni dopo, anzi qualche giorno meno, visto che la nuova edizione è uscita il 26 maggio, finalmente un album del gruppo riceve il trattamento Deluxe, che ora andiamo ad esaminare nel dettaglio.

Intanto la confezione del box sestuplo è molto bella; formato tunnel (in termine tecnico discografico), vuol dire che si sfila la copertina del cofanetto, all’interno troviamo quello che a prima vista appare il vecchio LP, ma in effetti è il contenitore che riporta, allocati in apposite tasche, i quattro CD, il DVD e il Blu-ray. Poi il manifesto del disco, quello del Pablo Fanque’s Circus Royal con l’ultima serata dedicata a Mr. Kite, il cartoncino ritagliabile del Sergente Pepper e un bel librettone ricco anche di immagini rare ed inedite. Il tutto esce su etichetta Apple/Universal ma i dischi (rimixati non rimasterizzati) riportano rigorosamente l’etichetta Parlophone/EMI e nella confezione sul retro del “disco” sono riportati, come in origine, i testi (che ai tempi, nel nostro stentato inglese, ci permisero di sapere che i turnstiles, erano i “tornichetti” della metropolitana e che l’handkerchief era il “fazzoletto”). Detto che il disco, descritto sopra, ha un suono splendido: il dancing bass di Paul, la batteria di Ringo, le chitarre di George, John (e Paul), la produzione magnifica di George Martin e tutto il resto, oltre alle voci, sembrano balzare fuori dagli speakers, veniamo ai contenuti extra. Prima i due CD delle “Sgt. Pepper, Session”.

Disc 2

Strawberry Fields Forever – Take 1

Strawberry Fields Forever – Take 4

Strawberry Fields Forever – Take 7

Strawberry Fields Forever – Take 26

Strawberry Fields Forever – Stereo/Giles Martin Mix

When I’m Sixty-Four

Penny Lane – Take 6

Penny Lane – Vocal Overdubs and Speech

Penny Lane – Stereo / Giles Martin Mix 2017

A Day In The Life – Take 1

A Day In The Life – Take 2

A Day In The Life – Orchestra Overdub

A Day In The Life – Hummed Last Chord

A Day In The Life – The Last Chord

Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band – Take 1

Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band – Take 9

Good Morning Good Morning – Take 1

Good Morning Good Morning – Take 8

Si parte con ben quattro diverse takes di Strawberry Fields Forever che tracciano la storia di una delle canzoni più belle di sempre dei Beatles, e che inserita nell’album (con Penny Lane) lo avrebbe reso ancora più epocale di quanto è stato nella storia della musica moderna. La prima take arriva alla fine di novembre 1966 (pochi giorni dopo la morte di Paul, scusate se insisto), solo i quattro Beatles, basso, batteria, la voce solista di John e la sua chitarra ritmica, la chitarra slide di George e quelle armonie celestiali. La Take 4 introduce il sound del mellotron, la voce filtrata e sognante di Lennon, il grande lavoro di Ringo alla batteria e di Paul al basso, mentre la take 7 si avvicina molto a quella che sarà la versione pubblicata della canzone, con la take 26 che invece ci regala una versione completamente diversa, nettamente più veloce, con una intro assai diversa, la batteria impazzita e gli effetti sonori che si impadroniscono del tessuto sonoro della seconda parte del brano, tra fiati, chitarre e tastiere “trattate”. Tutta roba già sentita sugli innumerevoli bootlegs dedicati negli anni ai Beatles, ma mai così bene. Infine per concludere la sequenza il nuovo mix stereo di Giles Martin del 2015, una vera meraviglia sonora della prima psichedelia. A seguire la Take 2 di When I’m Sixty Four (il pezzo dedicato al sottoscritto), abbastanza diversa dall’originale, senza fiati e con un basso super funky di Paul, e con il piano che è l’altro protagonista principale del pezzo, mentre non ci sono ancora i coretti degli altri Beatles.

Poi tocca a Penny Lane, take 6 strumentale, affascinante, dove mi sembra di cogliere brillanti accenni musicali che poi verranno sviluppati in Magical Mystery Tour e più in là ancora nel tempo in Abbey Road, e che danno un’idea di come dovesse essere in quella fucina di idee che erano gli studi di Abbey Road ai tempi dei Beatles. Più per “anally retentive”, come dicono gli inglesi, la parte dedicata solo a sovraincisioni vocali e discorsi in studio, ma poi la versione Stereo Mix del 2017 è veramente superba. A questo punto parte la sequenza dedicata alla più bella canzone mai scritta dai Beatles, A Day In The Life, uno dei loro splendidi esempi di una canzone formata da più canzoni, uno strato dopo l’altro, con Lennon e McCartney che si completano a vicenda (al sottoscritto un altro brano che piace da impazzire, costruito con questo approccio, è Happinees Is A Warm Gun). Si capisce subito che il brano è un capolavoro sin dalla take 1, solo la voce con eco di John, il piano e una chitarra acustica, ma c’è già lo spazio per inserire la parte scritta da Paul, e pure la take 2 è splendida, acustica ed intima, ma con le stimmate del brano complesso che diverrà, per esempio la melodia complessa e ritmica del piano, il suono delle sveglie che i loro vicino di studio a Abbey Road sublimeranno qualche anno dopo in Dark Side Of The Moon. Gli overdub dell’orchestra, l’accordo finale vocale canticchiato, che sentito da solo sembra un mantra tibetano, e i presenti che si divertono a chiamare takes a capocchia e anche l’ultimo accordo provato svariate volte al piano, fanno parte del fascino di questo ”dietro le quinte”. La prima versione strumentale di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band la canzone, sembra quasi un pezzo a tutto riff dei Kinks, perché i gruppi dell’epoca ascoltavano quello che facevano i loro colleghi, mentre la take 9, cantata, è un gran bel pezzo rock, e si capisce perché Jimi Hendrix, quando la sentì, come tutti gli altri, al 1° giugno, decise di rifarla dal vivo, a modo suo, cioè splendido, solo tre giorni dopo al Saville Theatre, di fronte a degli sbalorditi George Harrison e Paul McCartney. Beatles rockers anche nelle due takes presenti di Good Morning Good Morning, la prima solo un frammento per inquadrare il groove della batteria, la seconda “cruda”, senza tutti gli effetti sonori e gli assolo che saranno aggiunti alla versione definitiva.

Disc 3:

Fixing A Hole – Take 1

Fixing A Hole – Speech And Take 3

Being For The Benefit Of Mr. Kite!

Being For The Benefit Of Mr. Kite! – Take 7

Lovely Rita – Speech and Take 9

Lucy In The Sky With Diamonds – Take 1 And Speech

Lucy In The Sky With Diamonds – Speech

Getting Better – Take 1

Getting Better – Take 12

Within You Without You – Take 1

Within You Without You – George Coaching The Musicians

She’s Leaving Home – Take 1

She’s Leaving Home – Take 6

With A Little Help From My Friends – Take 1

Sgt. Peppers Lonely Hearts Club Band (Reprise) Speech and Take 8

Il disco tre, solo nel cofanetto, contiene altre versioni alternative e prove di studio. Si parte con la Take 1 di Fixing A Hole, che, a differenza del resto dell’album, fu registrata ai Regent Sound Studios di Londra il 9 Febbraio del 1967, perché in quella occasione gli studi di Abbey Road non erano disponibili: un pezzo di Paul McCartney, con la voce double-tracked, e la presenza di George Martin al clavicembalo, il classico walking bass di Paul, mentre in questa versione mancano i coretti degli altri Beatles, assenti anche nella Take 3, preceduta da un breve dialogo, come manca anche il tagliente solo di chitarra di Harrison, presente nella versione pubblicata. Martin passa a harmonium, glockenspiel e organo per Being For The Benefit Of Mr.Kite, il brano circense a tempo di valzer scritto da John Lennon, anche in questo caso, nella Take 1, mancano tutti gli elementi aggiuntivi, i florilegi di armoniche a bocca e la chitarra backwards di George, di nuovo assenti anche nella versione n.7. Diciamo che fino ad ora il disco 3 è quello meno interessante come materiale contenuto. Più compiuta, forse perché è già la take 9, la versione di Lovely Rita, con le chitarre acustiche e il piano in evidenza, ma non il basso di Paul, anche qui mancano tutti gli elementi “decorativi” tipici, fondamentali nelle canzoni dei quattro di Liverpool. Lucy In The Sky With Diamonds, ispirata da un disegno di Julian, il figlio di John, nella take 1, non è ancora quel piccolo gioiellino della psichedelia che sarebbe diventata, ma gli elementi sognanti e i cambi di tempo sono già presenti, mentre la Take 5, con tanto di falsa partenza e John sull’orlo di una crisi di ridarella, come spesso succedeva ai tempi felici, poi nella versione definitiva diventerà uno dei migliori contributi di John Lennon all’album.

Getting Better, fin dal titolo, è uno dei classici pezzi ottimistici di McCartney, che suona il piano elettrico, e si esibisce in uno dei suoi classici esempi di fusione tra rock e errebì “bianco”, la prima take è strumentale, mentre la numero 12 è molto simile all’originale, sempre strumentale, ma con il tampura, l’altro strumento suonato da Harrison in evidenza, e la sezione ritmica di Paul e Ringo molto indaffarata. A proposito di strumenti indiani, l’unico contributo di George Harrison all’album è Within You Without You, posta nel long playing originale all’inizio della seconda facciata, per non spezzare la soluzione quasi da concept album del resto del disco. Anche in questo caso troviamo la Take 1 solo strumentale, con George al sitar, accompagnato da musicisti indiani non accreditati, mentre a seguire troviamo Harrison che insegna ai musicisti stessi le loro parti su una traccia vocale; diciamo non indispensabile, per essere magnanini, o una mezza palla, per essere onesti. Anche She’s Leaving Home appare in due diverse versioni strumentali, ed è un peccato, perché la parte cantata con la storia di Melanie Coe, era uno degli highlight dell’album, comunque la melodia è deliziosa, Sheila Bromberg all’arpa, è la prima donna a venire impiegata in un brano dei Beatles, e l’arrangiamento degli archi è raffinatissimo. With A Liitle Help From My Friends è il contributo di Ringo Starr al LP, ma anche in questo caso non si nota, perché si tratta dell’ennesima versione strumentale, e comunque la canzone diventerà uno degli inni della musica rock nella versione fantastica che ne farà Joe Cocker l’anno successivo, tutta un’altra canzone. Il CD finisce con la take 8 di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club (Reprise), la ripresa in chiave più rock del brano di apertura con McCartney alla chitarra solista.

Il disco 4 del cofanetto contiene l’album completo in versione Mono, come dovrebbe essere ascoltato secondo i puristi (ma io lo preferisco in stereo) e come bonus alcuni differenti mono mix di Strawberry Fields Forever, Penny Lane, A Day In The Life, il primo mixaggio mono, inedito, come pure quello di Lucy In The Sky With Diamonds e She’s Leaving Home, mentre in coda di tutto troviamo la versione mono pubblicata su un Promo americano di Penny Lane. Tutte leggermente differenti dagli originali. Come ricorda il titolo del Post, in questi giorni è uscito, prima al cinema, e poi in doppio DVD, un documentario di Alan G. Parker, intitolato It Was Fifty Years Ago Today, che traccia in modo approfondito, e anche interessante, la storia dell’album, ma, perché c’è un ma, e pure grosso, non c’è neppure un secondo di musica dei Beatles nel film (e neppure nella quattro ore e mezza di extra nella versione DVD, che peraltro comprende interviste con Lennon, materiale dagli archivi di Ringo e altre chicche assortite), a causa del veto della casa discografica che non ha concesso i diritti per la musica. A questo punto viene molto utile il DVD ( e il Blu-Ray, ma perché ormai vanno sempre in coppia in queste versioni Super Deluxe, visto che il materiale è lo stesso?): si tratta di un documentario realizzato nel 1992 per la Apple, The Making Of Sgt. Pepper, circa 50 minuti molto interessanti con interviste a George Martin che è “l’host” del film, ma anche con Paul McCartney, George Harrison, Ringo Starr e materiale d’archivio di John Lennon. Più i video promozionali, girati nel 1967, di A Day In The Life, Strawberry Fields Forever e Penny Lane, e, dedicate agli audiofili, versioni Hi-Res 5.1 Remix e Hi-Res Stereo Remix dell’album. Ci sarà pure un motivo se Sgt. Pepper è ancora al n.°1 nella lista dei 500 album più grandi della storia della rivista Rolling Stone, e Pet Sounds dei Beach Boys, il disco che lo ha “ispirato”, è al n° 2. Ok, se prendete la lista del NME del 2013, è al n° 87 (?!?), ma quella è una lista per “super giovani”, dove vince The Queen Is The Dead degli Smiths, al 4° ci sono gli Strokes, ma per favore, e nella classifica altre “schiccherie” orride ed incomprensibili, della serie lasciateci perdere siamo inglesi! Comunque visto che anche i Beatles sono inglesi, se non al primo posto, nei primi dieci dischi di sempre questo album ci sta di sicuro. Sono sicuro che Bob Dylan, in alto a destra, e Sonny Liston, in basso a sinistra, ma anche tutti gli altri sulla copertina, avrebbero approvato. Forse Revolver, Rubber Soul, il White Album Abbey Road, scegliete il vostro preferito, sono superiori come album, ma Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band ha segnato un’era e questo cofanetto ne è il degno testimone!

Bruno Conti