Novità Prossime Venture 18. Steve Miller Band – Welcome To The Vault: L’11 Ottobre La Band Apre I Propri Archivi Per Questo Box Retrospettivo.

steve miller band welcome to the vault

Steve Miller Band – Welcome To The Vault – 3CD + 1 DVD Capitol -11-10-2019 

All’inizio di questa decade la Edsel Uk ha ristampato in CD quasi tutti gli album della Steve Miller Band, alcuni anche potenziati con delle bonus tracks: attualmente la maggior parte sono già andati fuori produzione, ma in rete si trovano ancora quasi tutti. In tempi più recenti la Capitol ha immesso sul mercato in due volumi l’integrale del gruppo in versione vinile. Ora è annunciata l’uscita di questo cofanetto che va a pescare negli archivi della band californiana proponendo in un box quadruplo 52 tracce audio e 21 performance video su DVD (forse la parte più interessante), di cui la bellezza di 38 non sono state mai pubblicate e con 5 canzoni mai ascoltate prima d’ora, insieme a moltissime versioni alternative e dal vivo, registrate dal 1966 agli anni novanta, e alcune canzoni anche da esibizioni live del 2011 e 2016, anno in cui è stata “indotta” nella Rock And Roll Hall Of Fame.

Molto interessante anche il librone rilegato inserito nella confezione, ricco di foto, e con un saggio di oltre 9000 parole curato dal noto giornalista David Fricke e altra memorabilia varia che trovate effigiata sopra. Magari in un prossimo futuro dedicheremo un bell’articolo retrospettivo dedicato alla carriera di questa band che rimane una delle più valide di quell’epoca a cavallo tra eccellente blues, psichedelia e rock classico americano.Nel primo periodo nella band ha militato anche Boz Scaggs e nel corso degli anni sono passati nella fromazione anche Ben Sidran, Nicky Hopkins Norton Buffalo.

Per il momento qui sotto trovate il contenuto dettagliato di questo cofanetto annunciato in uscita il prossimo 11 ottobre, ed il cui prezzo, al solito molto indicativo, è previsto tra i 90 ed i 100 euro.

Tracklist
[CD1]
1. Blues with a Feeling (Live)* (1969)
2. Don’t Let Nobody Turn You Around – Alternate Version* (1969)
3. Super Shuffle (Live)* (1967)
4. It Hurts Me Too (feat. Steve Miller Band) (Live) (1967)
5. Industrial Military Complex Hex – Alternate Version* (1970)
6. Living in the USA (1968)
7. Kow Kow Calculator – Alternate Version* (1973)
8. Going to Mexico – Alternate Version* (1966)
9. Quicksilver Girl – Alternate Version* (1968)
10. Jackson-Kent Blues – Alternate Version* (1970)
11. Crossroads (Live)* (1973)
12. Hesitation Blues* (1972)
13. Seasons – Alternate Version* (1973)
14. Say Wow! * (1973)
15. Never Kill Another Man – Alternate Version (Live)* (1971)

*Previously unreleased

[CD2]
1. The Gangster is Back (Live) (1971)
2. Space Cowboy – Instrumental Version* (1969)
3. Space Cowboy – Alternate Version (Live)* (1973)
4. The Joker (1973)
5. The Lovin’ Cup (1973)
6. Killing Floor* (1975)
7. Evil (Live) (1973)
8. Echoplex Blues* (1973)
9. Rock’n Me – Alternate Version 1* (1976)
10. Rock’n Me – Alternate Version 2* (1976)
11. Tain’t It the Truth* (1976)
12. Freight Train Blues* (1976)
13. True Fine Love – Alternate Version* (1975)
14. The Stake – Alternate Version* (1976)
15. My Babe – Alternate Version* (1982)
16. That’s the Way It’s Got to Be* (1974)
17. Double Trouble* (1992)
18. Love is Strange* (1974)
19. All Your Love (I Miss Loving) – Alternate Version* (1992)

*Previously unreleased

[CD3]
1. I Wanna Be Loved (Live)* (1990)
2. Fly Like an Eagle – Alternate Version* (1974)
3. Space Intro (1976)
4. Fly Like an Eagle (1976)
5. The Window – Alternate Version* (1974)
6. Mercury Blues – Alternate Version* (1975)
7. Jet Airliner – Alternate Version* (1976)
8. Take the Money and Run (1976)
9. Dance, Dance, Dance (1976)
10. Swingtown – Alternate Version* (1976)
11. Winter Time (1977)
12. Who Do You Love? (1984)
13. Abracadabra (1982)
14. Macho City – Short Version (1981)
15. Take the Money and Run – Alternate Version (Live)* (2016)
16. Bizzy’s Blue Tango* (2004)
17. Lollie Lou (T-Bone Walker) (Live)* (1951)
18. Lollie Lou (Steve Miller) (Live)* (2016)

*Previously unreleased

[DVD]
Monterey International Pop Festival – 1967
“Mercury Blues”
“Super Shuffle”

The Fillmore West – Dutch TV Show El Dorado (Pik-In) – 1970
“Kow Kow Calculator”
“Space Cowboy”

Don Kirshner’s Rock Concert – 1973
“Star Spangled Banner”
“Living in the USA”
“Space Cowboy”
“Mary Lou”
“Shu Ba Da Du Ma Ma Ma Ma”
“The Gangster is Back”
“The Joker”
“Come on in My Kitchen”
“Seasons”
“Fly Like an Eagle”
“Living in the USA” (Reprise)

ABC In Concert w/ James Cotton – 1974
“Just a Little Bit”

Pine Knob, Michigan – 1982
“Abracadabra”

Steve Miller and Les Paul at Fat Tuesdays – 1990
“I Wanna be Loved”
“CC Rider”

Live from Austin City Limits – 2011
“Fly Like an Eagle”
“Living in the USA”

Alla prossima.

Bruno Conti

Più Che Fuori, Dentro Al Blues, E Anche Al Blue Eyed Soul Più Raffinato. Boz Scaggs – Out Of The Blues

boz scaggs out of the blues

Boz Scaggs – Out Of The Blues – Concord/Universal

Boz Scaggs, viene da Canton, Ohio, e dopo una giovinezza passata con la sua famiglia, girando anche per Oklahoma e Texas, dove incontra per la prima volta Steve Miller, di cui sarà il cantante nei primi due album registrati a San Francisco, dove approda nell’epopea gloriosa della musica psichedelica: prima ancora, in una trasferta europea che lo aveva portato brevemente a Londra e poi in Svezia, aveva registrato già nel 1965, il suo primo album Boz, un album di blues acustico immediatamente scomparso nella notte dei tempi e di cui si sono perse le tracce. Ma al di là delle ottime prove nei due dischi come cantante della Steve Miller Band, Children Of The Future Sailor, entrambi del 1968, parte della sua fama (forse meglio dire reputazione, visto che l’album non vendette molto), risiede in Boz Scaggs, un LP omonimo registrato nel 1968 e pubblicato l’anno successivo, ai leggendari Muscle Shoals Sound Studios di Sheffield, Alabama, con gli splendidi musicisti che vi suonavano, tra cui spiccava la presenza di Duane Allman all’epoca sessionman di lusso in quegli studi. E come ho ricordato altre volte, in un disco comunque molto bello di country got soul e blues, spiccava la presenza di una canzone come Loan Me A Dime, un slow blues formidabile scritto da Fenton Robinson, dove sia Scaggs che Duane Allman (superlativo quest’ultimo) rilasciavano delle rispettive performance di una intensità e di una classe veramente superbe.

Poi nel corso degli anni il nostro amico, lentamente, attraverso una serie di album interlocutori, è arrivato nel 1976 al grandissimo successo con un disco, Silk Degrees, che ha venduto più di 5 milioni di copie, dove suonavano dei musicisti che poi avrebbero fondato i Toto, e che era l’epitome del sound edonistico di quegli anni, tra rock, funky, le prime avvisaglie della disco music, un suono vellutato infarcito di blue eyed soul felpato e soft rock, che poi Scaggs ha “sfruttato” ancora negli anni a venire. Dischi per certi versi sicuramente commerciali, ma anche suonati benissimo e con la voce splendida del nostro che certamente era uno degli atout di queste prove discografiche. Passato il grande successo, sempre più decrescente fino al 1980, Boz si è preso una prima lunga pausa fino al 1988, anno in cui è ritornato con un disco come Other Roads, dal sound tipicamente e orribilmente anni ’80, prima della svolta definitiva della sua carriera, con due album eccellenti come Some Change del 1994 e soprattutto Come On Home, disco del 1997 che si può considerare come un preludio (riuscitissimo) del nuovo Out Of The Blues: entrambi immersi tra cover di blues e soul e qualche brano originale. Da allora Boz Scaggs ha realizzato ancora ottime prove come Dig, il jazzato But Beautiful Speak Low, ma è con la trilogia iniziata con l’eccellente https://discoclub.myblog.it/2013/02/27/la-classe-non-e-acqua-boz-scaggs-memphis/  (dove per primo rendeva omaggio al recentemente scomparso Willy DeVille con una sua canzone), proseguita con il riuscitissimo A Fool To Care del 2015 e ora completata con Out Of The Blues, il 19° album di studio della carriera di uno dei più bravi cantanti americani in circolazione, ancora oggi a 74 anni in possesso di una delle voci più emozionanti ed espressive che sia dato sentire, sempre in bilico tra musica bianca e nera, uno strumento unico.

Scaggs ha anche sempre (o quasi sempre) saputo scegliere i suoi collaboratori; in questo caso partendo dall’autore dei quattro brani originali, l’amico di lunga data Jack “Applejack” Walroth, co-autore di canzoni in passato anche con Elvin Bishop. E pure la produzione, a differenza dei due dischi precedenti dove era affidata a Steve Jordan, questa volta è divisa tra lo stesso Boz, Michael Rodriguez Chris Tabarez, che era stato l’ingegnere del suono di parecchi degli ultimi album, quindi il sound rimane inalterato, caldo ed avvolgente, intimo ma incisivo, con delle analogie con gli album precedenti e l’ottimo Come On Home. Ed eccellente è anche la scelta dei musicisti: grandissima sezione ritmica con Willie Weeks al basso e Jim Keltner alla batteria, due dei migliori al mondo, Jim Cox alle tastiere, Charlie Sexton Doyle Bramhall II alle chitarre (e Steve Freund in un brano), oltre ad una piccola sezioni fiati impiegata in alcune tracce. Il risultato complessivo è delizioso, con delle punte di eccellenza in alcune canzoni; non tanto dissimile da quello dei dischi dell’amato Bobby “Blue” Bland, già avvicinato stilisticamente in alcune delle prove più riuscite di Scaggs, quelle citate nella recensione: l’apertura è affidata a Rock And Stick, uno shuffle bluesato e raffinato con il cantato che ondeggia tra voce normale e falsetto alla Al Green, mentre gli strumentisti accarezzano i loro strumenti e l’autore del brano Walroth soffia nell’armonica con classe e souplesse, ricorda quel blue eyed soul and blues frequentato anche con gli amici Donald Fagen Michael McDonald nei Dukes Of September. I’ve Just Got To Forget You, di Don Robey alias Deadric Malone, è uno dei brani tratti dal repertorio di Bobby Bland, una perla di soul fiatistico cantata divinamente da Scaggs il cui timbro vocale sembra oscillare tra quello di Art e Aaron Neville, mentre I’ve Just Got To Know di Jimmy McCracklin è un jump blues classico. di nuovo con uso fiati, quasi alla Van Morrison (altro seguace di Bland), molto bello e pungente l’inserto chitarristico di Charlie Sexton.

Radiator 110 di nuovo di Walroth, è più funky-rock, nella migliore accezione del termine, e “riffata”, con un bel tiro di chitarre suonate da Scaggs, Walroth e Steve Freund che le danno un impianto molto godibile, mentre l’organo lavora di fino sullo sfondo, come pure l’armonica. Little Miss Night And Day, l’unico brano con lo zampino del nostro amico come autore, ricorda certi brani di Chuck Berry, un R&R scandito cantato con la classica flemma da Boz Scaggs, che lascia anche ampio spazio al piano di Cox e alle chitarre di Sexton e Bramhall che non si fanno certo pregare con ficcanti assoli. Forse il brano più bello dell’album è una splendida e sorprendente rilettura di On The Beach, con il brano di Neil Young che diventa una ballata notturna cantata con stile quasi da crooner, uno che però ama molto anche il blues, con la sezione ritmica minimale e perfetta, l’organo che scivola quasi sui lati più scabrosi del testo e la chitarra  appena accarezzata, con passione. Down In Virginia è l’omaggio sentito ad un altra delle grandi passioni di Boz, Jimmy Reed, uno dei maestri assoluti del blues, con un brano che profuma delle 12 battute più classiche, sempre con armonica e chitarre a dividersi equamente le parti strumentali mentre il cantato è rilassato e mai sopra le righe, con la voce vissuta di Scaggs che compensa la forza del passato con l’esperienza acquisita nello scorrere del tempo. Those Lies l’ultimo brano di Walroth è un altro ritmato blues-rock nel classico stile del cantante, scandito dall’uso dei fiati sincopati e sempre con l’uso molto piacevole dell’organo e delle chitarre, misurate ma come sempre efficaci,mentre la chiusura è affidata ad un’altra composizione sempre di Robey, pure questa proveniente dal repertorio di Bobby Blue Bland, notturna e jazzata, nuovamente con l’approccio quasi da crooner di Boz Scaggs che lascia che la sua voce galleggi negli spazi lasciati liberi dagli interventi di sax, piano e organo. Se amate le belle voci e le belle canzoni qui trovate entrambi gli elementi in abbondanza.

Bruno Conti

 

La Voce E La Grinta Sono Quelle Di Un Trentenne, Ma Pure Il Disco E’ Bello! Roger Daltrey – As Long As I Have You

roger daltrey as long as i have you

Roger Daltrey – As Long As I Have You – Republic/Universal CD

Roger Daltrey, storico frontman degli Who, è una delle figure più carismatiche della nostra musica, ed anche una delle ugole più potenti in circolazione. Il suo tallone d’Achille è però sempre stato il songwriting, ed è la ragione per la quale da solista non ha mai sfondato (come saprete tutti, negli Who le canzoni le scriveva Pete Townshend). Meno di dieci album in totale nella sua carriera senza il suo gruppo principale, la maggior parte dei quali concentrati negli anni settanta, anche se nessuno di essi si può definire indispensabile, ed in più anche qui Roger non toccava la penna, ma si faceva scrivere i brani da altra gente, con risultati non proprio simili a quando lo faceva Pete. Dopo anni di silenzio per quanto riguarda i dischi a suo nome, Roger aveva sorpreso non poco quando nel 2014 era uscito l’ottimo Going Back Home, un gran bel disco di energico rock’n’roll condiviso con Wilko Johnson, un lavoro nel quale i due ci davano dentro con la foga di una garage band (ed anche lì tutte le canzoni erano opera dell’ex chitarrista dei Dr. Feelgood, nessuna di Roger).

Quella sorta di bagno purificatore deve aver fatto bene al nostro, in quanto il suo nuovo album da solista, As Long As I Have You (il primo dal 1992) è senza dubbio il lavoro migliore della sua carriera, Who a parte ovviamente. Daltrey qui si avventura anche nella scrittura in un paio di pezzi, ma per nove undicesimi il disco si rivolge a classici più o meno noti in ambito rock, soul ed errebi, scelti però con molta cura, ed il riccioluto cantante inglese dimostra di avere ancora una voce della Madonna, ed una grinta che è difficile da trovare anche in musicisti con quaranta anni meno di lui. Merito della riuscita del disco va indubbiamente anche al produttore Dave Eringa, che è intervenuto con mano leggera per quanto riguarda gli arrangiamenti, ma dando comunque un suono potente ed asciutto ai vari brani; da non sottovalutare poi la scelta di chiamare proprio Pete Townshend in ben sette canzoni, dato che stiamo parlando di uno che conosce Roger come le sue tasche, anche se si è comunque scelto di non far sembrare il disco un clone di quelli degli Who. Infatti As Long As I Have You si divide tra brani rock potenti e sanguigni e ballate di sapore soul, che uno come Daltrey canta a meraviglia, grazie anche al supporto notevole delle McCrary Sisters in vari pezzi (tra gli altri musicisti degni di nota abbiamo Sean Genockey alla chitarra, che si alterna con Townshend alle parti ritmiche e soliste, Mick Talbot alle tastiere, John Hogg al basso e Jeremy Stacey alla batteria). La title track, un vecchio brano di Garnet Mimms, apre il disco in maniera decisa, un rock-boogie potente e dal ritmo acceso, con Roger che dimostra subito di avere ancora un’ugola notevole, mentre sullo sfondo basso e batteria pestano di brutto e le sorelle McCrary danno il tocco gospel.

How Far (di Stephen Stills, era nel primo Manassas) è più tranquilla, Townshend suona l’acustica (e lo stile si sente), ma nel refrain si aggiunge l’elettrica di Genockey e Daltrey canta con la solita verve; Where Is A Man To Go?, versione al maschile di una canzone portata al successo da Gail Davis prima e da Dusty Springfield poi, è una rock ballad decisamente energica, con un suono pieno e vigoroso guidato da piano e chitarra, ed un retrogusto soul, merito anche delle backing vocalist: molto bella, e poi Roger canta da Dio. Get On Out Of The Rain era invece un brano dei Parliament, ma Roger lo depura dalle sonorità funky e lo fa diventare un pezzo rock al solito potente e diretto come un macigno, con un raro assolo di Townshend (che è più un uomo da riff), e la canzone stessa così arrangiata è quella più vicina al sound degli Who; I’ve Got Your Love è splendida, forse la migliore del CD, una sontuosa ballata di Boz Scaggs che viene suonata in maniera sopraffina e cantata in modo formidabile, ancora con un caldo sapore soul, il consueto bel coro femminile ed un breve ma toccante assolo di Pete: grandissima canzone. Quasi sullo stesso livello anche Into My Arms, già stupenda nella versione originale di Nick Cave: Roger non la cambia molto, la esegue solo con piano e contrabbasso, cantandola con un’inedita voce bassa molto simile a quella del songwriter australiano, con un esito finale da pelle d’oca.

You Haven’t Done Nothing, di Stevie Wonder, viene rivoltata come un calzino e trasformata in un potentissimo rock-errebi con tanto di fiati, anche se le chitarre sono un filo troppo hard in questo contesto; con Out Of Sight, Out Of Mind (The Five Keys, Dinah Washington) restiamo in territori soul-rhythm’n’blues, ma la canzone è migliore della precedente, con un marcato sapore sixties ed un accompagnamento perfetto (e sentite come canta Roger), mentre Certified Rose, scritta proprio da Daltrey, è una calda e classica ballata pianistica ancora coi fiati in evidenza, fluida e ricca di feeling. The Love You Save (di Joe Tex) è un’altra splendida soul song in stile anni sessanta, meno potente e più raffinata di quelle che l’hanno preceduta, sul genere di Anderson East (che deve ancora mangiarne di bistecche per arrivare ai livelli di Roger); chiusura con Always Heading Home, ancora scritta dal nostro, altro toccante lento pianistico, cantato, ma sono stufo di dirlo, in maniera superlativa. Devo confessare che, visti i precedenti da solista di Roger Daltrey, inizialmente non avevo molta voglia di accaparrarmi questo As Long As I Have You, ma oggi sono contento di averlo fatto.

Marco Verdi

Un Doveroso Omaggio Ad Un Protagonista Del West Coast Sound. Various Artists – A Tribute To Dan Fogelberg

a tribute to dan fogelberg

Various Artists – A Tribute To Dan Fogelberg – BMG Rights Management

Il 16 dicembre (ieri) è caduto il decimo anniversario dalla prematura morte di Dan Fogelberg, autore di ottimi dischi negli anni settanta e ottanta in uno stile riconducibile al country rock molto in auge in quel periodo grazie a protagonisti di assoluto valore come gli Eagles, Jackson Browne, Crosby, Stills & Nash, James Taylor, Poco e Doobie Brothers, solo per citare alcuni dei nomi più noti. Daniel era originario di una piccola cittadina dell’Illinois, Peonia. Dopo aver militato in alcuni gruppi locali, decise di esibirsi in proprio ed ebbe la fortuna di essere notato da Irving Azoff, colui che sarebbe diventato manager di grandi stelle del rock, tra cui i già citati Eagles. Azoff gli fece ottenere il primo contratto discografico e lo presentò all’esperto bassista e produttore Norbert Putnam che divenne suo amico e fidato collaboratore per il decennio che seguì, dal bel disco d’esordio Home Free, del 1972, fino al capolavoro del 1981, il doppio The Innocent Age (disco strepitoso dove erano presenti Joni Mitchell, Glenn Frey, Brecker Brothers, Richie Furay. Emmylou Harris, Don Henley, Chris Hillman e moltissimi altri grandi musicisti).

Per tutta la sua carriera Fogelberg, oltre a mettersi in luce come valido compositore di ballate spezza cuori e di brani rock dalla tipica impronta della West Coast, esibì notevoli doti di arrangiatore e strumentista suonando ogni tipo di chitarra o tastiera, sempre coadiuvato da session men di primissimo ordine. Pubblicò anche due interessanti album in coppia con il flautista Tim Weisberg, prova tangibile di una passione mai sopita per il jazz e per gli arrangiamenti orchestrali, e un vero gioiello in stile bluegrass, High Country Snows del 1985, realizzato con una band di superstars della musica country tradizionale. Negli anni novanta Dan diminuì progressivamente le sue produzioni e l’ultimo lavoro con materiale inedito rimane Full Circle, del 2003 (senza contare Love In Time uscito postumo nel 2009). Dopo le sua scomparsa nel 2007, Jean Fogelberg, terza delle sue mogli, si è presa l’impegno di onorarne la memoria con un album tributo che coinvolgesse musicisti di grande fama, da vecchi amici e collaboratori del marito a stelle emergenti dell’ultima generazione che riconoscessero Fogelberg come fonte d’ispirazione.

Ad aiutarla, i fidati Putnam e Azoff, oltre al noto produttore Chuck Morris. Dopo sette anni e sette mesi passati a reclutare gli artisti e a trovare il tempo utile per farli incidere, ecco finalmente il risultato di tanta passione, un album piacevolissimo in cui la media delle performances si mantiene elevata e la bellezza originaria delle composizioni di Dan Fogelberg rimane intatta. Ad aprire le danze ci pensa l’icona del country nashvilliano Garth Brooks (supportato ai cori da Trisha Yearwood). La sua versione di Phoenix è fresca e potente con quel bel gioco di chitarre che caratterizzava anche la versione originale. Oibò! Che ci fa la regina della disco music in un contesto di questo genere? Frenate la vostra diffidenza, la scelta di Donna Summer (deceduta nel 2012, aveva registrato il pezzo due anni prima) per interpretare Nether Lands si rivela azzeccatissima.

Ascoltate come si dispiega la sua bella e stentorea voce sull’imponente arrangiamento orchestrale che riproduce fedelmente quello d’origine, e non potrete che applaudire. Michael Mc Donald annerisce con il suo vocione Better Change, sottolineandone il ritornello con un robusto coro gospel. La classe non è acqua, ma onestamente preferivo l’arrangiamento del suo autore. Vince Gill (a proposito, che ne dite del suo recente ingresso negli Eagles insieme al figlio di Glenn Frey?) duetta co nla moglie Amy Grant per uno degli hit di maggior successo di Fogelberg, la delicata Longer, qui impreziosita da un bell’assolo di tromba di Chris Botti. I Train (quelli di Hey Soul Sister) danno prova di coraggio dando ritmo ad una delle canzoni più lente e struggenti che Dan abbia mai composto, mantenendo la citazione finale di Auld Lang Syne suonata con il sax. A me non dispiace, ma siete liberi di pensarla diversamente.

Dobie Gray, protagonista negli anni settanta e ottanta tra country, soul e R&B (sua la mitica Drift Away), prima di arrendersi al cancro nel 2011 fece in tempo a registrare l’intensa  Don’t Lose Heart, uno dei pochi inediti presenti nella quadrupla antologia Portrait, del 1997. Versione di gran classe, che fa il pari con quella di Old Tennessee, eseguita da Danny Henson e Tom Kelly, in arte Fool’s Gold,  che accompagnarono Dan Fogelberg per il tour di Souvenirs nel 1974 ed incisero a loro nome un paio di buoni album nel ’76 e ’77. Casey James è un giovane cantautore e chitarrista texano di grandi prospettive come dimostrano i suoi tre dischi e questa incendiaria versione di As The Raven Flies. Casey ci dà dentro di brutto con la sua sei corde, dando nuova linfa ad un pezzo già trascinante. Randy Owen è meglio conosciuto come voce solista degli ultra noti Alabama. La sua scelta è perfetta perchè la magnifica country ballad Sutter’s Mill gli calza a pennello, melodia in crescendo e perfette armonie vocali nel refrain. Da qui in poi il tributo si assesta su livelli altissimi. Run For The Roses  è un’altra masterpiece song di Fogelberg e qui per riproporla al meglio troviamo altri due nomi eccellenti della country music, Richie Furay e la Nitty Gritty Dirt Band.

Boz Scaggs,  vecchia gloria del rock americano, interpreta con la sua calda ed intensa voce la malinconica Hard To Say, dotandola di un’atmosfera più blusey, con un pregevole assolo centrale di chitarra. Joe Walsh fu il produttore dell’ottimo e già citato Souvenirs, ovvio quindi che abbia scelto di riproporrre, insieme agli altri componenti degli Eagles, la canzone che apriva quell’album, Part Of The Plan. Bella versione, che mantiene la freschezza melodica dell’originale. Da quella che apre a quella che chiude lo stesso disco, manco a farlo apposta: There’s A Place In The World For A Gambler è, a mio modesto avviso uno dei vertici compositivi di Dan, una specie di inno che, non a caso, lui poneva in chiusura dei suoi concerti facendone cantare il ritornello al pubblico con un effetto da pelle d’oca (risentitela sul live Greetings From The West, ne vale la pena!). Il grande Jimmy Buffett la rivisita con tutta la maestria e la sensibilità di cui è capace, ricreando quel finale da brividi con gli strumenti e le voci che si rincorrono.

Il gran finale è riservato alla canzone in assoluto più nota e celebrata di Dan Fogelberg, quella Leader Of The Band che egli dedicò al padre, insegnante di musica e direttore della banda cittadina di Peonia. Zac Brown ne dà una versione scarna e toccante, registrata dal vivo, solo chitarra acustica e voci. Applausi…e da lassù padre e figlio riuniti sicuramente sorridono.

Marco Frosi