Correva L’Anno 1968 – Bonus Track. Pearls Before Swine – Balaklava

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Pearls Before Swine – Balaklava – Drag City CD

Pensavo che le recensioni riguardanti i dischi che nel 2018 hanno compiuto 50 anni si fossero esaurite con la disamina da parte di Bruno della versione ampliata di Cheap Thrills di Janis Joplin, ma, complice un momento in cui le novità discografiche latitano alquanto, ho voluto cogliere l’opportunità di parlare di un album che, pur non avendo l’importanza né del White Album né di Electric Ladyland (ma neppure di In Search Of The Lost Chord o The Village Green Preservation Society), rimane uno dei dischi più di culto dell’epoca nonché il capolavoro del gruppo che lo ha realizzato: sto parlando di Balaklava, secondo full-length dei Pearls Before Swine, band originaria della Florida e guidata da Tom Rapp, vulcanico e geniale musicista scomparso quasi esattamente un anno fa (l’11 febbraio 2018). I PBS oggi purtroppo sono un gruppo abbastanza dimenticato, ma tra gli anni sessanta e settanta erano fautori di un suono abbastanza unico in America, una sorta di fusione tra folk e psichedelia che non aveva molti termini di paragone: se proprio vogliamo, in certi momenti mi sembra di sentire il Tim Buckley meno sperimentale, mentre artisti contemporanei come Father John Misty e Fleet Foxes devono sicuramente qualcosa a questo tipo di sound.

 

I PBS erano una band i cui componenti venivano cambiati spesso e volentieri da Rapp, che era chiaramente il deus ex machina (e negli anni settanta Tom manterrà attivo il monicker nonostante i suoi lavori saranno sempre di più opere soliste): il loro esordio risale al 1967 con l’apprezzato One Nation Underground, ma è con Balaklava dell’anno seguente che i nostri pubblicano la loro opera unanimemente riconosciuta come la migliore. L’album prende il titolo dalla città della Crimea che fu teatro della famosa battaglia del 1854 tra impero russo da una parte e le forze alleate di Francia, Regno Unito ed impero ottomano dall’altra, ed è un lavoro dai testi profondamente anti-bellici, una sorta di pacifismo alternativo a quello della Summer Of Love della West Coast, mentre dal punto di vista musicale troviamo una serie di canzoni di stampo folk e sfiorate in più punti dalla psichedelia, una miscela intrigante che oggi viene riproposta con il suono opportunamente rimasterizzato per questa bella edizione che ricalca anche nella confezione il disco originale (e One Nation Underground aveva beneficiato dello stesso trattamento, quindi aspettiamoci la stessa cosa quest’anno per These Things Too, terzo album del gruppo), con la bella copertina che riproduce Il Trionfo Della Morte del visionario pittore olandese Pieter Bruegel: l’unico punto a sfavore di questa ristampa è la totale mancanza di bonus tracks, che ci stavano eccome dato che Balaklava durava appena mezz’ora.

In questo album la formazione dei PBS, oltre a Rapp che canta e suona la chitarra, comprende Jim Bohannon al piano, organo e marimba, Wayne Harley al banjo e Lane Lederer al basso, mentre un ridotto gruppo di ospiti (tra cui Warren Smith ed il noto jazzista Joe Farrell) riveste il suono con interventi di batteria, flauto, archi e corno inglese, mentre la produzione è nelle mani di Richard Alderson, già responsabile del suono dal vivo di Nina Simone, Thelonious Monk e Bob Dylan (compreso il mitico tour del 1966 con The Band). Dopo una breve introduzione parlata volta a ricreare un vecchio annuncio radiofonico, il disco si apre in maniera suggestiva con Translucent Carriages, un brano acustico in cui la voce limpida e decisamente da folksinger di Rapp viene doppiata dal suo stesso sussurro sullo sfondo, un’atmosfera bucolica e sognante di sicuro impatto. Il mood campestre prosegue con Images Of April, in cui si sente distintamente un cinguettio di uccelli, mentre un flauto accompagna la voce sospesa di Tom, e comincia a filtrare un certo sentore psichedelico; There Was A Man è semplicemente splendida, altro brano guidato da voce e chitarra e servito da una melodia straordinaria, in assoluto la migliore dell’album: nella gentilezza con la quale Rapp porge la canzone vedo qualcosa di Tim Hardin, altro grande songwriter oggi purtroppo dimenticato.

I Saw The World è tenue ed onirica, ma la strumentazione è più presente e circonda in maniera limpida la voce del leader, con il piano a dominare ed una leggera orchestrazione sul finale, Guardian Angels è un delizioso bozzetto per voce e quartetto d’archi, con un suono low-fi creato volutamente per farlo sembrare un brano uscito da un 78 giri degli anni venti, mentre Suzanne è proprio quella di Leonard Cohen (ed unica cover del disco), un pezzo perfetto per l’approccio di Tom e compagni, versione pulita, cristallina e leggermente più elettrica di quella del poeta canadese. Il CD, trenta minuti di pura bellezza, si chiude con la pacata Lepers And Roses, con una squisita base strumentale per piano, basso, flauto ed organo (e qui la somiglianza con Buckley è più marcata) e con la tesa ed inquietante Ring Thing, in assoluto il brano più psichedelico della raccolta. Un plauso alla Drag City per aver ritirato fuori dalla naftalina un gruppo come i Pearls Before Swine: Balaklava, oltre ad essere un piccolo grande disco, risulta attuale ed innovativo ancora oggi.

Marco Verdi

Dopo La Scomparsa Di Paul Kantner Nel 2016, Giovedì 27 Ottobre Ci Ha Lasciato Anche Marty Balin, Aveva 76 Anni. Dei Tre Grandi Cantanti Dei Jefferson Airplane Ora Rimane Solo Grace Slick!

marty balin 1 marty balin 2

All’incirca due anni fa, nel gennaio del 2016, ci lasciava Paul Kantner, uno dei fondatori dei Jefferson Airplane https://discoclub.myblog.it/2016/01/29/direbbero-i-romani-mo-basta-ci-ha-lasciato-anche-paul-kantner/ora se ne è andato anche Marty Balin, che di quella formazione era una delle due formidabili voci soliste, insieme a Grace Slick, con cui era in grado di imbastire strepitosi interscambi vocali, sostenuti dalla voce più piana di Kantner e dalla perizia strumentale di Jorma Kaukonen alla chitarra e Jack Casady al basso (senza dimenticare Spencer Dryden alla batteria). Balin, nato Martyn Jerel Buchwald a Cincinnati,Ohio, nel gennaio del 1942, era presente sin dagli inizi del 1965 dei Jefferson, quando l’altra cantante era ancora Signe Toly Anderson, e l”‘Aeroplano” prese quota sui cieli della California con il primo album Takes Off. Ma fu nel quinquennio dal 1967 al 1971, con l’ingresso della Slick in formazione che i Jefferson Airplane divennero una delle leggende della Bay Area e della musica rock psichedelica americana di quegli anni, con una serie di album formidabili che rispondevano al nome di Surrealistic Pillow,  After Bathing At Baxter’s, Crown Of Creation Volunteers, senza dimenticare il live Bless Its Pointed Little Head (pubblicato nel 1969 come Volunteers, ma registrato nel 1968). Sul finire del 1969 Balin, nel famoso concerto degli Stones di Altamont, immortalato in Gimme Shelter, fu steso privo di sensi dagli stessi Hell’s Angels che causarono la morte di uno spettatore in quel tragico evento.

E l’anno successivo alla fine del tour del 1970, decise di abbandonare la band (scosso anche dalla morte di Janis Joplin), formalizzando l’abbandono poi nell’aprile del 1971, senza partecipare alla realizzazione dei due ultimi dischi di studio Bark Long John Silver. Nel 1973 iniziò la sua carriera solista con un album Bodacious DF, che non è rimasto certamente negli annali della musica rock, anche se la splendida voce di Marty Balin, questa sì tra le più belle ed espressive della storia della nostra musica, era comunque in piacevole evidenza. Poi Balin, richiamato da Kantner, entrò nella formazione dei Jefferson Starship (di nuovo ancora con la Slick), prima come ospite in Dragon Fly, dove cantava Caroline, una notevole power ballad scritta con Kantner.

Poi rimase in formazione per il successivo Red Octopus, il disco del 1975 che includeva la deliziosa Miracles, la canzone che arrivando al n*3 delle classifiche americane, fu il più grande successo di qualsiasi configurazione del giro Airplane/Starship: forse non era più il rock barricadero dei primi album, ma la voce di Balin si stagliava forte e sicura con quel suo cantato dai toni alti, fin quasi a sfiorare il falsetto, ricco di acuti, che da sempre era stato il suo grande pregio, tanto da farne una voce unica e subito riconoscibile. Marty rimase anche per Spitfire del 1976, anche questo finito al terzo posto delle charts, e per Earth del 1978, dove i problemi di alcolismo di Grace Slick si fecero sempre più evidenti, tanto da causarne l’uscita dalla band, subito seguita ad ottobre da Balin, che comunque non era mai stato un grande amante della vita on the road, anche lui in passato con qualche problema di droga e questa foto leggendaria con una canna lo ricorda.

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Nel 1979 produce una rock opera Rock Justice, dove però non appare come cantante, e poi inizia la sua carriera solista nel 1981 con l’omonimo album Balin, che come tutti quelli che seguiranno negli anni a seguire conteneva dell’AOR abbastanza banale e poco memorabile, impreziosita a tratti dalla solo dalla sua voce, lasciando alla reunion del 1989 della formazione originale dei Jefferson Airplane, l’ultimo “acuto” della sua carriera, con un album più che dignitoso e degno della loro reputazione. Poi a parte qualche partecipazione con i riuniti Jefferson Starship di Kantner, la sua carriera ha vivacchiato fino ad arrivare ai due dischi del 2015 e del 2016, il primo Good Memories dove riproponeva oneste riprese dei suoi vecchi cavalli di battaglia, e il secondo The Greatest Love, il primo dove aveva scritto parecchi canzoni originali, ma in uno stile tendente all’hard rock dove impazzava un chitarrista, tale Chuck Morrongiello, un nome, un programma, con cui Balin aveva scritto le canzoni dell’album. Se vi interessa li trovate effigiati qui sotto.

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A marzo del 2016, nel corso del tour per promuovere l’ultimo album, Balin a causa di dolori al petto, fu ricoverato in un ospedale di New York dove fu sottoposto ad un intervento a cuore aperto, che anche se gli salvò la vita lo ha lasciato chiaramente menomato, una corda vocale paralizzata, senza il pollice della mano sinistra sinistra, una parte della lingua, seri problemi alle reni e altri problemi che probabilmente sono stati tra quello che hanno portato alla sua attuale dipartita, avvenuta già al 27 di settembre in quel di Tampa, Florida, ma comunicata solo oggi dalla famiglia con un Post sul suo Facebook ufficiale (dove si trova anche il ricordo del suo amico Jorma Kaukonen https://www.facebook.com/martybalinmusic/ )  che non riporta peraltro la causa ufficiale della morte, ma visto quanto detto poc’anzi è immaginabile, Per il resto la moglie e le figlie ricordano affettuosamente un personaggio che almeno per una decade, tra gli anni ’60 e ’70, è stato una delle voci più belle della musica rock, l’interprete di canzoni indimenticabili, oltre a quelle citate, It’s No Secret, Comin’ Back To Me, Plastic Fantastic Lover, Young Girl Sunday Blues, The House At Pooneil Corners, l’epocale Volunteers, e tante altre trascinanti, cantate a due o tre voci con la Slick e Kantner, che lo aspetta sull’astronave per un viaggio nel futuro, dove potrà riposare le sue membra stanche.

Bruno Conti

Big Brother And The Holding Co. – Sex, Dope And Cheap Thrills. Anche “Questo” Album Compie 50 Anni E Recupera Il Suo Titolo Originale (Oltre A 25 Tracce Inedite): Esce il 30 Novembre.

Big Brother And The Holding Company Sex Dope And Cheap Thrills

Big Brother & The Holding Co. – Sex, Dope And Cheap Thrills – 2 CD Sony Legacy – 30-11-2018

Naturalmente stiamo parlando di quel disco che all’origine si chiamava Cheap Thrills, uscito il 12 agosto del 1968, si trattava del secondo album della band guidata da Janis Joplin (con Sam Andrew, James Gurley, Peter Albin Dave Getz), quello della loro consacrazione, che li porterà al primo posto delle classifiche di vendita americane di Billboard, e segnerà anche l’inizio della fine della loro breve vita come gruppo, in quanto già il 1° Dicembre, dopo un concerto a San Francisco, Janis Joplin lascia la la band, anche se continueranno comunque come Big Brother fino al 1972, ma senza Janis non è più stata la stessa cosa. L’album all’inizio doveva chiamarsi Sex, Dope And Cheap Thrills, abbreviato su richiesta della Columbia, che bocciò anche la foto di copertina che li ritraeva nudi sul letto di una camera di albergo, sostituendolo con il famoso disegno di Robert Crumb, va bene che era la Summer Of Love, ma l’America era ancora molto puritana. Il disco era anche un finto Live, in quanto gli applausi erano stati aggiunti in post produzione e l’unico pezzo veramente dal vivo era la strepitosa versione di Ball And Chain, registrata al San Francisco’s Winterland Ballroom il 12 Aprile del 1968. Ecco qui sotto come doveva essere la copertina originale, che non è stata recuperata, solo il titolo non usato, e quella dell’album dell’epoca.

Big Brother And The Holding Company Sex Dope And Cheap Thrills coverBig Brother And The Holding Company Cheap Thrills

Il fatto interessante è che in questa nuova edizione non appaiono i brani del disco originale, meno uno (quindi un’ottima cosa se lo avete già, in caso contrario è d’uopo provvedere, in quanto si tratta di uno dischi più belli dell’era psichedelica, e per meno di 10 euro fate vostra l’edizione rimasterizzata del 1999, arricchita anche da 4 bonus tracks), a cui aggiungere il CD doppio in cui ci sono trenta pezzi, di cui 25 sono inediti su disco, mentre i restanti cinque era apparsi nei seguenti CD: Summertime (Take 2) (su una compilaton del 1993 della Joplin); Roadblock (Take 1) (era l’unica presente come bonus nella versione 1999 di Cheap Thrills); It’s A Deal (Take 1) e Easy Once You Know How (Take 1) (entrambe erano sul disco Rare Pearls nel Box Pearls); e Magic Of Love (Take 1) (dal disco Columbia/Legacy per il Record Store Day, Move Over!). Tutto il resto è inedito, come potete verificare nella tracklist completa che leggete sotto; in questo caso quelli con l’asterisco sono i pezzi già editi.

[CD1]
1. Combination Of The Two (Take 3)
2. I Need A Man To Love (Take 4)
3. Summertime (Take 2) *
4. Piece Of My Heart (Take 6)
5. Harry (Take 10)
6. Turtle Blues (Take 4)
7. Oh, Sweet Mary
8. Ball And Chain (Live, The Winterland Ballroom, April 12, 1968)
9. Roadblock (Take 1) *
10. Catch Me Daddy (Take 1)
11. It’s A Deal (Take 1) *
12. Easy Once You Know How (Take 1) *
13. How Many Times Blues Jam
14. Farewell Song (Take 7)

[CD2]
1. Flower In The Sun (Take 3)
2. Oh Sweet Mary
3. Summertime (Take 1)
4. Piece Of My Heart (Take 4)
5. Catch Me Daddy (Take 9)
6. Catch Me Daddy (Take 10)
7. I Need A Man To Love (Take 3)
8. Harry (Take 9)
9. Farewell Song (Take 4)
10. Misery’n (Takes 2 & 3)
11. Misery’n (Take 4)
12. Magic Of Love (Take 1) *
13. Turtle Blues (Take 9)
14. Turtle Blues (Last Verse Takes 1-3)
15. Piece Of My Heart (Take 3)
16. Farewell Song (Take 5)

* Previously released

Di Janis Joplin, che, detto per inciso, è una delle mie voci femminili rock preferite in assoluto (probabilmente la numero uno, e un’altra delle grandissime come Grace Slick ha firmato proprio le note del libretto del doppio CD, insieme a Dave Getz) mi è capitato di scrivere in un paio di occasioni sul Blog: trovate i Post qui https://discoclub.myblog.it/2010/10/04/janis-joplin-19-01-1943-04-10-19701/ e qui https://discoclub.myblog.it/2012/04/02/quatto-ragazzi-e-una-ragazza-44-anni-fa-big-brother-the-hold/ . Dopo l’uscita del disco, prevista per il 30 novembre p.v., non mancheremo di tornarci nuovamente con la recensione completa.

Per il momento prendete buona nota.

Bruno Conti

Vecchio E Nuovo Rock, “Psichedelico”? Hans Chew – Open Sea

hans chew open sea

Hans Chew – Open Sea – At The Helm Records

Hans Chew, anche se la pronuncia del suo nome e cognome ricorda molto quella di uno starnuto, è in effetti un artista piuttosto interessante: prima membro di una band “country psichedelica” come D. Charles Speer & the Helix, poi si è creato una reputazione per i suoi interventi al piano nei dischi di Jack Rose, e in seguito anche Hiss Golden Messenger, Chris Forsyth e più di recente ancora con Steve Gunn. Nel frattempo ha registrato tre album solisti, di cui il primo Tennessee & Other Stories era entrato quasi nella Top 20 dei migliori dischi dell’anno di Uncut nel 2010; da poco è uscito il suo quarto album, questo Open Sea di cui stiamo per occuparci, un prodotto piuttosto interessante che lo vede alla guida di un quartetto con Dave Cavallo, il suo chitarrista abituale, e una sezione ritmica formata dal batterista Jimmy Seitang (spesso con Michael Chapman e il citato Steve Gunn) e da Rob Smith alla batteria. Lo stile che ne risulta incorpora elementi di rock, blues, country con spiccate venature southern e anche tocchi R&B e folk, quindi un suono piuttosto eclettico, dove spicca il piano di Chew, ma ancor di più le chitarre, suonate di sovente pure da Hans, che sono spesso e volentieri le protagoniste, in sei brani, tutti piuttosto lunghi, a parte uno, e che ricordano abbastanza anche una sorta di psichedelia gentile, come evidenzia subito l’iniziale Give Up The Ghost, che potrebbe rimandare ad un album come Shady Grove dei Quicksilver Messenger Service.

Il nostro ha anche una bella voce, particolare, rauca, profonda e risonante, ben inserita nel tessuto sonoro che si apre in continue jam strumentali, e scrive pure pezzi di eccellente qualità, come conferma la guizzante Cruikshanks, oltre otto minuti di una sorta di country-southern-rock anni ’70 che ricorda anche (sia pure in modo più vibrante e meno compassato) le sonorità di Hiss Golden Messenger (aka MC Taylor), con le chitarre che si rincorrono in un continuo intreccio di rimandi psych di ottima fattura, con la band che tira alla grande e in piena libertà. Molto bella anche la title track Open Sea che ha addirittura dei tratti che potrebbero riferirsi ai Grateful Dead più bucolici, almeno nella parte iniziale, perché poi nel dipanarsi del brano non siamo lontani dalle evoluzioni di una band come i Magpie Salute oppure di altre jam band attuali, tipo i Widespread Panic, con le chitarre che vengono rinforzate da improvvise entrate fluenti del piano di Chew, veramente bella musica; si diceva che l’unico brano breve del disco è riferito ai circa quattro minuti di Who Am Your Love?, introdotta da una chitarra acustica, da piccole percussioni e poco altro, ma che poi nella seconda parte si anima e si apre in un classico rock and roll con tanto di uso della solista in modalità wah-wah.

Freely, con il suo titolo, e gli oltre nove minuti di durata, è nuovamente musica psichedelica, acid rock, chiamatela come volete, libera e molta improvvisata, con gli strumenti sempre in modalità jam, anche con tocchi jazz e leggermente sperimentali che non sono lontani da quelli di Chris Forsyth http://discoclub.myblog.it/2016/04/02/chitarre-go-go-psych-rock-television-richard-thompson-improvvisazione-chris-forsyth-the-solar-motel-band-the-rarity-of-experience/ , altro musicista con cui Chew ha condiviso una parte di percorso, cambi di tempo continuo, chitarre e piano che si alternano alla guida per creare paesaggi sonori di grande bellezza e nuovamente in piena libertà, ma anche con improvvisi ritorni alla melodia e alla forma canzone. La conclusiva Extra Mile è un brano quasi di cosmic country e Americana, con una sorta di pianino honky-tonk, la voce alla Leon Russell del titolare e le solite chitarre acustiche ed elettriche che non mancano di farsi sentire nell’economia musicale della canzone. Quindi un menu veramente ricco e vario che non mancherà di colpire chi è alla ricerca di qualità e idee brillanti, ben realizzate, anche se con continui rimandi alla tradizione della migliore musica americana classica. Segnatevi il nome, questo signore è veramente bravo.

Bruno Conti

Uscite Prossime Venture 6. Un Grandissimo Disco, Ma Anche Un’Ennesima Ristampa Inutile. Love – Forever Changes 50th Anniversary

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Love – Forever Changes 50th Anniversary – Elektra/Warner Super Deluxe 4CD/DVD/LP – 06-04-2018

Il 6 Aprile di quest’anno la Elektra pubblicherà quella che dovrebbe essere la versione definitiva di uno degli album più ristampati di sempre, cioè il leggendario Forever Changes dei Love, uno dei dischi più belli ed influenti degli anni sessanta (e non solo), il momento migliore di quel geniaccio che rispondeva al nome di Arthur Lee, uno che avrebbe potuto essere nell’olimpo dei grandissimi se solo avesse avuto più cura di sé stesso ed un carattere diverso, ma in quella fase (1967) era un musicista al quale perfino Jimi Hendrix guardava come fonte di ispirazione. Forever Changes ancora oggi è un capolavoro che mischia rock, folk e psichedelia in maniera mirabile, con una serie di canzoni strepitose ed atmosfere quasi oniriche, tipiche del periodo. Il problema però di questa ristampa per il cinquantesimo anniversario (gli anni sarebbero 51, ma ormai a queste ricorrenze decise “ad mentula canis” ci ho fatto l’abitudine) è che aggiunge ben poco a quella già ottima (e su singolo CD) del 2001. Infatti il box propone nel primo CD il disco originale (e fin qui ci siamo), nel secondo il missaggio mono dello stesso “per la prima volta in CD” (e qui ci siamo già di meno), nel terzo di nuovo il medesimo album con tutti missaggi alternati (e la presa per i fondelli comincia a prendere forma), mentre nel quarto ci sono single versions ed outtakes, anche se poi sono le stesse bonus tracks del 2001, con la presenza di “ben” due inediti assoluti, che poi non sono altro che le backing tracks di due pezzi del disco (in parole povere le basi senza le voci). Nel DVD ed LP, ovviamente, ancora l’album originale nudo e crudo: questo comunque l’elenco completo dei brani contenuti nel cofanetto.

[CD1: Original Album]

1. Alone Again Or
2. A House Is Not A Motel
3. Andmoreagain
4. The Daily Planet
5. Old Man
6. The Red Telephone
7. Maybe T People Would Be The Times Or Between Clark And Hilldale
8. Live And Let Live
9. The Good Humor Man He Sees Everything Like This
10. Bummer In The Summer
11. You Set The Scene

[CD2: Mono Mix]
1. Alone Again Or
2. A House Is Not A Motel
3. Andmoreagain
4. The Daily Planet
5. Old Man
6. The Red Telephone
7. Maybe T People Would Be The Times Or Between Clark And Hilldale
8. Live And Let Live
9. The Good Humor Man He Sees Everything Like This
10. Bummer In The Summer
11. You Set The Scene

[CD3: Alternate Mix]
1. Alone Again Or
2. A House Is Not A Motel
3. Andmoreagain
4. The Daily Planet
5. Old Man
6. The Red Telephone
7. Maybe The People Would Be The Times Or Between Clark And Hilldale
8. Live And Let Live
9. The Good Humor Man He Sees Everything Like This
10. Bummer In The Summer
11. You Set The Scene
12. Wonder People (I Do Wonder) (Outtake, Alternate Mix)

[CD4: Singles And Outtakes]
1. Wonder People (I Do Wonder)
2. Alone Again Or (Single Version)
3. A House Is Not A Motel (Single Version)
4. Hummingbirds (Demo)
5. A House Is Not A Motel (Backing Track)
6. Andmoreagain (Alternate Electric Backing Track)
7. The Red Telephone (Tracking Sessions Highlights)
8. Wooly Bully (Outtake)
9. Live And Let Live (Backing Track) *
10. Wonder People (I Do Wonder) (Outtake, Backing Track) *
11. Your Mind And We Belong Together (Tracking Sessions Highlights)
12. Your Mind And We Belong Together
13. Laughing Stock
14. Alone Again Or (Mono Single Remix)

[DVD: 24/96 Stereo Mix]
1. Alone Again Or
2. A House Is Not A Motel
3. Andmoreagain
4. The Daily Planet
5. Old Man
6. The Red Telephone
7. Maybe The People Would Be The Times Or Between Clark And Hilldale
8. Live And Let Live
9. The Good Humor Man He Sees Everything Like This
10. Bummer In The Summer
11. You Set The Scene
12. Your Mind And We Belong Together (Video)

[LP: Original Album]
Side One
1. Alone Again Or
2. A House Is Not A Motel
3. Andmoreagain
4. The Daily Planet
5. Old Man
6. The Red Telephone

Side Two
1. Maybe The People Would Be The Times Or Between Clark And Hilldale
2. Live And Let Live
3. The Good Humor Man He Sees Everything Like This
4. Bummer In The Summer
5. You Set The Scene

* Previously Unreleased

Fortunatamente il costo non dovrebbe essere eccessivo (attorno ai 50/60 euro, comunque non poco per avere le stesse canzoni ripetute all’infinito): se non lo avete è un disco imperdibile, quasi da isola deserta, ma se fossi in voi prenderei l’edizione del 2001, che si trova ancora e pure a prezzi bassi, o meglio ancora quella doppia del 2008.

Marco Verdi

Qualche Volta Anche Le Riviste “Cool” Ci Azzeccano! Father John Misty – Pure Comedy

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Father John Misty – Pure Comedy – Bella Union/Sub Pop CD

Negli ultimi anni, in sede di stesura delle classifiche dei migliori album dell’anno, le riviste di settore (e non), diciamo “meno specializzate” fanno a gara a chi è più trendy, e più che guardare al reale valore dei dischi privilegiano gli artisti più “cool” e spesso con i migliori dati di vendita. Il 2017 non ha fatto eccezione, e di fianco ad una miriade di titoli che con questo blog c’entrano come i cavoli a merenda, spuntava sovente il nome di Father John Misty, che altri non è che Josh Tillman, ex batterista dei Fleet Foxes, sotto mentite spoglie. Sinceramente avevo bypassato la cosa, ma quando Bruno mi ha chiesto se volevo scrivere due righe a riguardo di questo Pure Comedy, in quanto a suo giudizio meritevole, ho drizzato le antenne e, da buon segugio, ho indagato (in poche parole, me lo sono procurato), scoprendo di essere effettivamente in presenza di un signor disco, un album decisamente ricco di spunti musicali interessanti e di belle canzoni, con un suono che sta tra il pop californiano classico, il primo Elton John (ci sono anche similitudini nella voce di Josh) e le ballate tipiche di uno come Jonathan Wilson, che guarda caso è anche il produttore del disco (ed il cui nuovo album, Rare Birds, in uscita ai primi di Marzo, è tra le novità più attese di questo inizio 2018, anche se le prime notizie che filtrano non sono rassicuranti). Pure Comedy è il terzo lavoro di Tillman come Father John Misty (ed il quarto pare sia già nei piani per quest’anno), ed è un lavoro lungo (74 minuti), profondo, di quelli che crescono alla distanza, un album pieno di canzoni di alto livello, sospese tra rock, pop, folk ed un pizzico di psichedelia, con dei punti in comune anche con la sua ex band, i già citati Fleet Foxes (e lo giudico anche superiore al loro ultimo CD, Crack-Up).

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https://www.youtube.com/watch?v=WfnXM_DmEzo

Le parti strumentali sono quasi tutte nelle mani di Tillman e Wilson, ma partecipano al disco anche i pianisti Keefus Ciancia e Thomas Bartlett (il piano ha un ruolo centrale nell’economia sonora dell’album), il chitarrista Elijah Thomson, il batterista Daniel Bailey, oltre al noto musicista Gavin Bryars al basso, vibrafono ed arrangiamenti orchestrali (anch’essi spesso presenti ma mai invadenti), ed il grande steel guitarist Greg Leisz. La title track, che apre l’album, è una ballata pianistica lenta ma profondamente melodica, che rimanda molto al giovane Elton John: dopo quasi tre minuti entra anche il resto della band, ma comunque in punta di piedi, e nel finale arriva anche una sezione archi e fiati a rendere più rotondo il suono. Un bell’inizio, molto classico. Molto bella anche Total Entertainment Forever, una rock ballad sontuosa ed ancora guidata da uno splendido pianoforte, e si sente anche lo zampino di Wilson, specie nella ricerca melodica e nell’arrangiamento deliziosamente retro. Ancora il piano introduce la cadenzata Things It Would Be Helpful To Know Before The Revolution (bel titolo, molto Randy Newman), un midtempo musicalmente ricco e con un altro motivo figlio di Elton, ma quello buono (cioè di dischi come Tumbleweed Connection e Madman Across The Water), anche se l’uso dell’orchestra sfiora la psichedelia: Josh predilige le atmosfere lente, quasi rarefatte, le ballate classiche, e devo dire che il risultato finale è superiore alle mie aspettative. Una chitarra acustica e gli immancabili rintocchi di piano introducono la fluida Ballad Of The Dying Man, altro pezzo melodicamente notevole, con un’anima pop che fuoriesce con classe da ogni nota.

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https://www.youtube.com/watch?v=wKrSYgirAhc&t=286s

Birdie ha un avvio un po’ sghembo, ed è un brano decisamente etereo, con la voce che si fa largo tra le scarne note del pianoforte, versi di gabbiani e percussioni appena accennate, ma che non manca di fascino, mentre Leaving L.A., con i suoi tredici minuti di durata, è il pezzo centrale del disco, una suggestiva ballata lenta e triste, ma dal pathos enorme, che vede solo Josh con la sua chitarra acustica e l’orchestra che ricama alle sue spalle: grande musica, per nulla commerciale tra l’altro. A Bigger Paper Bag è puro late sixties pop, tra (ancora) Elton John ed i Beatles, altra canzone in cui l’accompagnamento discreto è atto a valorizzare il motivo principale; con When The God Of Love Returns There’ll Be Hell To Pay torniamo alla struttura portante piano-voce, e melodicamente il brano è tra i più riusciti, mentre la sognante Smoochie rimanda addirittura ai Pink Floyd più bucolici, similitudine che prosegue con Two Widly Different Perspectives, anche a causa delle sonorità ambientali presenti, tipiche dell’ex gruppo di Roger Waters. The Memo è una squisita canzone dal sapore quasi folk, e precede la lunga So I’m Growing Old On Magic Mountain, altri dieci minuti splendidi, pieni di suoni e melodie celestiali, con la partecipazione della steel di Leisz ed un finale maestoso: tra le più belle del CD. Chiusura con In Twenty Years Or So, altro brano leggiadro tra pop d’autore e psichedelia comunque all’acqua di rose (tipo quella dei Moody Blues). Che altro dire? Forse non è il caso che io rifaccia la classifica dei migliori del 2017 per farci entrare questo Pure Comedy, ma di certo siamo in presenza di un album che merita tutta la vostra attenzione.

Marco Verdi

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P.S. Siccome ho citato i Moody Blues, volevo spendere due parole per ricordare Ray Thomas, scomparso lo scorso 4 Gennaio all’età di 76 anni per un cancro alla prostata, che del famoso gruppo britannico è stato una delle colonne portanti per quasi tutta la loro storia (aveva infatti lasciato nel 2002). Della band Thomas era uno dei due “baffoni” (l’altro è Graeme Edge) ed anche una delle voci, ma anche quello che scriveva meno canzoni, anche se il suono del suo flauto era molto importante nell’economia del gruppo, specie nei primi, gloriosi anni. Vorrei ricordarlo con quello che è forse il suo brano più noto tra quelli da lui composti, cioè Legend Of A Mind.

https://www.youtube.com/watch?v=ldSFuEOA9wc

E Questi Da Dove Sono Sbucati? Various Artists – Golden State Psychedelia

golden state psychedelia

Various Artists – Golden State Psychedelia – Big Beat/Ace 

Nel corso degli anni sono uscite decine, forse centinaia, di compilations dedicate alla musica psichedelica e garage americana, la più famosa è la serie Nuggets, curata da Lenny Kaye, ma pure i due cofanetti quadrupli della Rhino sulla scena di San Francisco e Los Angeles, o i vari album dedicati ai gruppi texani dalla International Artists sono fondamentali per conoscere questa musica, e anche in Inghilterra, soprattutto attraverso l’etichetta Big Beat del gruppo Ace (e parecchie altre meno note), sono usciti molti CD dedicati a questo fenomeno musicale di fine anni ’60. Non stiamo ad addentrarci troppo nel filone che è complesso, perché rischiamo di non uscirne vivi. Diciamo solo che vanta molti estimatori, ancorché di nicchia, e passiamo oltre. Il titolo dell’album in questo caso spiega molte cose: Psychedelia è piuttosto chiaro, Golden State è il nome degli studi di registrazione fondati da Leo De Gar Kulka in quel di San Francisco nel 1965: Kulka era un ex agente dei servizi segreti americani nella II guerra mondiale, di origine cecoslovacca e con una passione sfrenata per gli aspetti audiofili della musica, da qui l’idea di creare degli studi di registrazione nella nascente industria discografica californiana, quando ancora le grandi case non avevano i loro studios, che sarebbero arrivati verso la fine dei sixties.

Comunque se volete leggervi tutta la storia, all’interno del CD c’è un libretto molto esauriente, a cura del giornalista Alec Palao (grande esperto della materia) che racconta tutti gli avvenimenti con dovizia di particolari e che è quasi più bello dei contenuti del disco, quasi. Come recita la fascetta sul retro copertina stiamo per addentrarci in “ rare o mai pubblicate gemme psichedeliche pescate dagli archivi dei Golden State Recorders Studios di San Francisco nei tardi anni ‘60” e questo può bastare. Le cose che ci interessa conoscere sono fondamentalmente due: primo, la qualità sonora è veramente eccellente, in quanto gli studi di Kulka erano quanto di meglio la tecnologia di allora era in grado di offrire, secondo, i nomi dei gruppi sono sconosciuti ai più, per quanto alcuni brani erano usciti in una compilation della Big Beat pubblicata nel 1997, What A Way To Come Down che faceva parte della serie Nuggets From The Golden State. Il sottoscritto tra i nomi presenti ricorda solo, ma a fatica, The Immediate Family, che erano nel dischetto chiamato “Suburbia” del box della Rhino Love Is The Song We SIng, dedicato alla scena di San Francisco. Ma di tutti i tredici gruppi presenti, per un totale di 25 brani, ci si meraviglia che non siano riusciti a pubblicare degli album nel dipanarsi del loro percorso musicale.

Abbiamo The Goody Box, che venivano da Pacifica, con due ottimi brani, Blow Up, tra organi sognanti e chitarre “fuzzate”, e Ah Gee, meno frenetica ma sempre molto psych (e ci mancherebbe). The Carnival, da LA, che avevano il clavinet come strumento solista, sono presenti con tre pezzi, caratterizzati da belle e complesse armonie vocali. I Tow-Away Zone, tra i più acidi, che pubblicarono un singolo per la Epic nel 1968, la qui presente Shab’d, più Daddy’s Zoo Song, The Bristol Boxkite, con ben quattro brani presenti nella compilation, sono tra i più interessanti e, insisto, ci si meraviglia come mai non pubblicarono un album, Sunless Night, Mad Rush World, Chasing Rainbows e Who Are We rivaleggiano con il meglio della produzione di quegli anni, con un interessante dualismo tra una voce solista maschile ed una femminile. I citati Immediate Family, due brani, sono più corali e sempre affascinanti, mentre The Ticket Agents, Magician con la “maligna” Fuck For Peace, The Seventh Dawn, con Don’t Worry Me, incisa nel 1970 ma ancora in mono, però molto bella, The Royal Family e The Gants, tutti presenti solo con una canzone, hanno comunque un loro perché. The Short Yellow, già presenti con entrambi i brani nel CD del 1997, molto validi, come pure Celestial Hysteria,  presenti con due brani, che suonarono anche al Fillmore e hanno un cantante che ricorda Marty Balin. Ottimi anche Royal Family, da Los Angeles, anche loro tra i tanti che Kulka e il suo tecnico del suono Larry Goldberg presentarono a varie etichette senza arrivare a pubblicare un disco, e pure i Just Slightly Richer, con tracce R&B nella loro musica, non erano male. Direi che li abbiamo citati tutti, disco di nicchia, nomi sbucati dal nulla, e che lì sono tornati, ma se amate il genere, vale assolutamente la pena.

Bruno Conti        

Se Fosse Anche Inciso Bene Sarebbe Perfetto! Quicksilver Messenger Service – New Year’s Eve 1967

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Quicksilver Messenger Service – New Year’s Eve 1967 – Cleopatra 

Ho contato almeno otto CD (più l’Anthology Box, e non credo sia finita la serie) pubblicati dalla Cleopatra Records e relativi a prezioso materiale d’archivio dei Quicksilver Messenger Service, la prodigiosa band californiana che giustamente viene considerata uno dei capisaldi del rock psichedelico ed acido che imperava sulla costa occidentale americana tra la fine anni ’60 ed i primi anni ’70. In effetti la storia inizia ancora prima, nel 1965, quando Dino Valenti, John Cipollina e il cantante e armonicista Jim Murray, uniscono le forze con Gary Duncan, David Freiberg e Greg Elmore, per iniziare una avventura che raggiungerà il suo apice tra il ’68 ed il ’69 quando usciranno i due capolavori, l’omonimo Quicksilver Messenger Service e l’epocale Happy Trails. Ma questa è una storia raccontata mille volte ed in ogni caso molte cose sono successe prima e dopo questi due dischi: da qualche anno a questa parte, oltre alla Cleopatra anche altre etichette, più o meno ufficiali, hanno pubblicato materiale dal vivo proveniente da quel periodo, spesso annunciato come proveniente dagli archivi di Gary Duncan, ma altrettanto spesso di qualità sonora non proprio memorabile.

Anche questo New Year’s Eve 1967 non sfugge alla regola: registrato al Winterland di San Francisco la notte del 31 dicembre del 1967, e quindi, come tutto il materiale proveniente dai locali di proprietà di Bill Graham, presente anche negli archivi di Concert Vault, e pubblicato diverse volte pure come bootleg, il concerto è formidabile per i contenuti musicali, ma la qualità sonora è “scarsina”, a voler essere magnanimi. La formazione è quella classica, il quartetto Cipollina, Duncan, Freiberg e Elmore, che da lì a poco avrebbe pubblicato Quicksilver Messenger Service e Happy Trails, quindi non c’è più Jim Murray alla voce e all’armonica, ma il repertorio comprende ancora molti dei brani del primissimo periodo: ed ecco quindi scorrere un ignoto Instrumental senza nome che fluisce, già iniziato, come prima traccia del concerto, la batteria è in cantina, il basso ha una buona presenza, il suono delle chitarre sfugge di tanto in tanto, ma la qualità sonora è comunque accettabile, mentre le improvvisazioni bluesy delle soliste di Cipollina e Duncan, sono all’altezza delle giornate migliori (non dimentichiamo che in quella serata i Quicksilver dovevano duellare con i Jefferson Airplane e i Big Brother di Janis Joplin che dividevano con loro il palco nell’occasione).

Quindi partenza ottima, poi rafforzata da una eccellente e vibrante versione di Pride Of Man, il brano che sarebbe stato uno dei punti di forza del disco di esordio (qui il suono va e viene, la voce si intuisce e la batteria è purtroppo microfonata male), ma la musica è sempre potente, come nella successiva Who Do You Love (la versione nel video è di due giorni prima), che non è ancora quella “corazzata” da oltre 20 minuti che sarebbe divenuta su Happy Trails, ma l’inconfondibile riff non manca e l’interplay tra le due soliste e la sezione ritmica è già magnifico, il brano è più breve e compatto, “solo” dieci minuti scarsi, ma la magia (anche con gli inconvenienti tecnici ricorrenti nella registrazione) del brano è già presente. Non male pure la bluesata If You Live (Your Time Will Come), cantata da Gary Duncan e che si anima nelle parti improvvisate, mentre It’s Been Too Long è uno dei brani meno conosciuti della band, un classico pezzo psych-garage. Altro discorso per la lunghissima, e ricca di jam chitarristiche, versione di Smokestack Lightning, il classico di Howlin’ Wolf che illustra il lato blues dei Quicksilver visto attraverso l’ottica intrippata di quei tempi e anche Babe I’m Gonna Leave You (quando il suono non sparisce a tratti) illustra il sound acido che condividevano con le altre band di San Francisco dell’epoca. Gold And Silver, con un lungo assolo di batteria nella parte centrale, è sempre quella perfetta fusione tra chitarre rock acide e ritmi jazz alla Dave Brubeck, anche se il livello sonoro è pessimo.

Dino’s Song lascia intuire le evoluzioni soliste del mitico John Cipollina, che poi le reitera in un’ottima Back Door Man e nel lungo medley, Bo Didley goes psych, di improvvisazione Mona/Maiden Of The Cancer Moon. Sono già i Quicksilver della leggenda acida di Haight-Ashbury, se fosse anche inciso bene sarebbe perfetto.

Bruno Conti

Un Disco Maturo, Tra Folk E Psichedelia! Kurt Vile – B’lieve I’m Goin’ Down

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Kurt Vile – B’lieve I’m Goin’ Down  – Matador CD

Fino a qualche anno fa ero convinto che Kurt Vile, musicista originario della Pennsylvania, fosse un bluesman, non so in base a cosa, forse l’aspetto fisico. Poi ho approfondito, e ho scoperto un cantautore raffinato, autore di una miscela intrigante di folk, rock e psichedelia, con influenze che vanno dalla musica che si faceva nei primi anni settanta nel Laurel Canyon a Syd Barrett, passando per Nick Drake. Recentemente ho ascoltato l’ultimo album di Israel Nash, Silver Season http://discoclub.myblog.it/2015/10/14/altro-figlio-del-laurel-canyon-israel-nash-israel-nashs-silver-season/ , e devo dire che tra i due ci sono diverse similitudini, anche se l’approccio di Vile è meno bucolico e più rock, mentre Gripka è maggiormente influenzato da Neil Young ed in generale le sue sonorità sono più eteree.

B’lieve I’m Goin’ Down è il suo sesto lavoro, e giunge a due anni da Wakin’ On A Pretty Daze, che aveva ottenuto un ottimo successo di critica ed aveva anche venduto discretamente: Kurt è accompagnato dalla sua abituale band, The Violators (Rob Laakso, Kyle Spence e Jesse Trbovich), e tutti collaborano alla produzione insieme a Rob Schnapf (già alla consolle con Elliott Smith e Beck). Dodici brani (sedici nell’immancabile edizione deluxe), tutti, tranne uno, con una discreta lunghezza che va dai quattro minuti ai sette: canzoni fluide, meditate, talvolta sognanti e altre volte più rock e dirette, accenni psichedelici qua e là ed una vena intimista piuttosto accentuata, dovuta anche al timbro vocale particolare del nostro (molti hanno definito questo disco il più personale di Kurt: io non avendo ascoltato tutti i suoi CD non posso né confermate né smentire, e quindi mi limito a godermi le canzoni).

B’lieve I’m Goin’ Down fa chiaramente parte del percorso di crescita di Vile, percorso che non è ancora concluso, ed è un’evoluzione ed una maturazione rispetto al già pur valido album precedente: l’iniziale Pretty Pimpin’ dimostra il buon livello sia della sua scrittura che della tecnica strumentale, un rock abbastanza diretto e chitarristico, contraddistinto dalla voce pacata del nostro ed una ritmica vivace, un pezzo che può avere persino qualche velleità radiofonica. In I’m An Outlaw fa capolino un banjo, ed il brano è un’intrigante miscela di western e psichedelia, in quanto l’andamento ha un non so che di ipnotico, anche se nell’insieme ci troviamo davanti ad una canzone molto gradevole e per nulla ostica; Dust Bunnies inizia con un bel riff di chitarra (le parti chitarristiche in questo disco mi piacciono molto), subito doppiato da un piano elettrico, per un brano saltellante e decisamente piacevole, in cui Kurt canta un po’ alla maniera di Lou Reed; That’s Life, Tho (Almost Hate To Say) è più acustica ed intima, la chitarra arpeggiata, la melodia discorsiva, quasi parlata ed un’atmosfera agreste formano un insieme di grande fascino.Wheelhouse è ancora lenta, ma si apre a poco a poco, in coincidenza con l’ingresso dei vari strumenti: Kurt ha anche qui un modo di cantare un po’ monotono, ma funzionale all’esito del brano (in ogni caso sei minuti sono un po’ tanti), Life Like This vede il piano in evidenza, mentre le voci che si incrociano e l’uso delle tastiere danno un sapore barrettiano al tutto, un pezzo indubbiamente creativo anche se in questo caso meno immediato.

La folk song All In A Daze Work mi piace di più, anche se il mood malinconico ed interiore rimane, ma il fatto che ci sia solo Kurt con la sua chitarra la rende degna di nota; Lost My Head There è la più lunga del CD, ma è anche una delle più riuscite: piano in primo piano (scusate il bisticcio), voce un po’ distante, ritmo mosso e soluzioni sonore in sottofondo che la rendono un po’ bizzarra ma intrigante, ed il crescendo finale decisamente psichedelico completa l’opera. Stand Inside è folk-rock con qualche sensazione onirica, e ha una melodia circolare, mentre Bad Omens è la più breve del disco (meno di tre minuti), ed è uno strumentale guidato dal piano e con una chitarra distorta sullo sfondo, senza una vera e propria melodia, quasi fosse una lunga introduzione per una canzone che non c’è; l’album “normale” (non sono in possesso della versione deluxe) volge al termine con l’intensa Kidding Around, ancora tra folk e psichedelia, forse il brano in assoluto più simile allo stile di Gripka, e con Wild Imagination, ancora piano e chitarra acustica in evidenza per una delle canzoni più dirette, che chiude in maniera positiva un disco piuttosto buono e che non deluderà chi già ha apprezzato i lavori precedenti di Kurt Vile.

Marco Verdi

Ma Che Cosa Si Sono “Fumato”? 3rd Ear Experience – Incredible Good Fortune

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3rd Ear Experience – Incredible Good Fortune – Thousand Thunders Music

Si scopre sempre qualcosa di nuovo cercando nell’enorme serbatoio della musica “indipendente” americana: prendete questi 3rd Ear Experience, un quintetto californiano che gravita intorno all’area del deserto del Mojave e quella di Joshua Tree, fino ad oggi mai sentiti (almeno dal sottoscritto), ma già autori di ben tre album, dal 2012, anno della loro formazione, ad oggi https://www.youtube.com/watch?v=JyMGdzJubNo . Che genere fanno? Potremmo proporre uno space rock alla Hawkwind, con derive psichedeliche e progressive, accenni di stoner e desert rock, ma anche del suono della Kosmische Musik tedesca (Amon Duul II, i Popol Vuh meno elettronici e più californiani) molto seventies oriented. Lunghissimi brani di improvvisazione programmata, si va dagli oltre 19 minuti della iniziale Tools ai “soli” otto di White Bee, cinque pezzi in totale per quasi 75 minuti di musica.

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Le chitarre sono le protagoniste principali ma si inseriscono su un tappeto di tastiere, un synth sibilante vecchia maniera (quello che più ricorda gli Hawkwind citati), cavalcate ritmiche in crescendo ma anche tocchi di musica etnica ed elettronica qui e là, l’utilizzo di musicisti esterni, ad esempio un lungo intervento di sax nella parte centrale di Tools https://www.youtube.com/watch?v=TDRAflD9ut8 , affidato a tale John Whollilurie, flauto, percussioni, djembe e mouth organ in altri momenti del disco, ogni tanto ci sono degli spettrali inserti vocali, come in One, dove è il leader della band nonché uno dei due chitarristi, Robbi Robb, a fare sentire la sua voce e qui il sound vira verso la scuola stoner rock desertico, con qualche vaga analogia pure con i primi Pink Floyd, quelli più sperimentali, ma anche con le improvvisazioni strumentali di gente come Bo Hansson, per citare un nome del passato o con le jam band più “estreme”, quelle senza elementi blues e country nel loro Dna, per rimanere nel presente.

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Il titolo del disco (anche in doppio vinile) viene da una raccolta di poesie della bravissima e visionaria autrice americana di fantasy e fantascienza Ursula K. Le Guin, e in effetti la musica ha questo afflato sci-fi, con chitarre e tastiere che si insinuano su dei ritmi costanti, ipnotici e ripetuti, dove di solito strumentalmente peraltro poco si muove, per approdare ad improvvise oasi sonore durante le quali la musica si fa quieta e dominano rumori e sensazioni più intime e raccolte, anche se forse non particolarmente eccitanti. Il terzo brano over 15 (come durata), presenta anche delle componenti orientali, con inserti vocali della presenza femminile della band, tale Amritakripa (?!?), che è colei che si occupa dei synth, anche se in questi picchi e vallate, stop e ripartenze quasi costanti, sono comunque le chitarre, spesso suonate all’unisono (l’altro solista è Eric Ryan), a guidare le danze, lavorando più su impressioni soniche che sul virtuosismo spicciolo, anche se ogni tanto qualche assolo selvaggio tra psichedelia ed heavy rock ci scappa.

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Magari, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, nonostante la musica sia sicuramente energica e poderosa, la varietà dei temi, ad andare bene a vedere, non è proprio così totale come appare, che è un po’ il difetto che di tanto in tanto fa capolino anche nelle migliori jam band, molto apprezzate dai fruitori del genere ma non poi sempre così originali, ovvero, come direbbe qualcuno: dove sono le canzoni? Per i 3rd Ear Experience,  potrei azzardare che dipende in parte da cosa si sono fumati, ma forse anche no. Qualcuno ha citato nelle proprie impressioni di ascolto il Miles Davis di Bitches Brew tra le influenze del gruppo, e non lo escluderei, bisognerebbe chiederlo però a loro. White Bee, la traccia più breve, a otto minuti e spiccioli, è il brano più lento e sperimentale, con interventi parlati e la batteria che nel caso specifico è quella che guida la struttura sonora molto frammentaria del pezzo, che poi esplode in un emozionante crescendo strumentale nel finale, con le chitarre distorte di nuovo protagoniste. La conclusiva Shaman’s Dream è forse la “canzone” più vicina all’hard rock classico, con ritmi serrati, tastiere sibilanti, canti tribali pellerossa (lo Sciamano del titolo) e le chitarre immancabili in ripetuta modalità jam. Non so dirvi se sia un album che incoraggia ascolti ripetuti, ma sicuramente è un prodotto interessante dalla fervente scena alternativa californiana https://www.youtube.com/watch?v=QE0DDxRWcoE , se amate i generi citati all’inizio fateci un pensierino. Ripeto, “strano” ma interessante.

Bruno Conti