Altro Disco “Fantomatico” Purtroppo, Anche Se Molto Bello! Apple City Slough Band – Lower Highland To Paradise

apple city slough band lower highland to paradise

Apple City Slough Band  – Lower Highland To Paradise – Apple City Slough Band CD (forse) – Download Digitale

Per parafrasare una vecchia pubblicità, esagerando, si potrebbe dire: “Le Jam Band sono tante, milioni di milioni, ma la Apple City Slough Band vuol dire qualità”! Anche se non fa rima e forse è appunto un po’ esagerato: ma il sestetto californiano (da Watsonville, la Apple City della Contea  di Santa Cruz, da cui il nome) si autodefinisce una Americana Mountain Jam Rock Band, termine che indica sia il loro stile che la provenienza geografica. Sono insieme dal 2015 e questo Lower Highland To Paradise è il loro esordio, pubblicato dopo tre anni on road, con concerti tenuti soprattutto nei weekend e durante il tempo libero in fiere e picnic vari, visto che tutti i musicisti hanno un lavoro a tempo pieno per mantenersi e suonano per passione, però con la giusta attitudine, con un repertorio che attinge, oltre che dalle proprie canzoni, da Creedence, Grateful Dead, Allman Brothers, Clapton, alternati nei propri concerti.

Per il disco, registrato a Boulder Creek nel fine settimana del giorno della Festa della Mamma (quindi prima domenica di Maggio del 2018), si sono affidati semplicemente ad un ingegnere del suono Barry Tanner, che li ha aiutati a mettere su nastro, con molta semplicità, ed un suono ruspante, basico, ma vibrante, dieci canzoni originali, tutte tra i cinque e i sei minuti, dove la voce piacevole ed ispirata di Jamie Norton, il leader della band, è sostenuta dalla chitarra guizzante di Danny Grilli, dalle tastiere di Lindsey Bearden, unica presenza femminile, da una sezione ritmica precisa e senza particolari virtuosismi, Dave Ott, basso e Sparky (Ken) Klinger alla batteria, con l’aggiunta di Bobby Yliz alla chitarra ritmica e armonie vocali. Il risultato, come detto, è molto semplice e fresco, ci sono tutte le influenze citate, e il suono finale è un roots-rock che deve molto a tutti i nomi citati, probabilmente senza i virtuosismi di Allman, Clapton e Fogerty, ma con l’approccio dei Dead meno ricercati ed improvvisativi. Comunque estremamente godibile all’ascolto e di qualità molto buona, come certifica immediatamente l’iniziale Into The Blue dove la voce classica da cantautore di Norton si libra sulla liquida e guizzante chitarra di Grilli che lavora di fino e di continuo nel brano, ben sostenuta dal piano della Bearden https://www.youtube.com/watch?v=LYzWozxaypk ; Glow Upon The Steel è anche meglio, su un ritmo incalzante che ricorda vagamente i primi Dire Straits, sempre con la solista in bella evidenza, la band improvvisa con gusto e misura.

Don’t Mean Nothing è una tersa ed ariosa ballata anni ’70 che ricorda il miglior country-rock dell’epoca, o il sound della California da cui vengono anche i nostri amici https://www.youtube.com/watch?v=4Sve3VGlEfA . Riley Mae Never di nuovo costruita su un ritmo incalzante, ha degli agganci ancora con i Dead del periodo elettroacustico, un’altra piccola perla, Grilli non è Jerry Garcia, ci mancherebbe, ma suona con impeto, passione e bella tecnica. The Mud Just Might, ancora con un suono saltellante figlio dei Grateful Dead, prosegue con brio questa raccolta di belle canzoni, ripeto, semplici ma veramente gustose, come conferma pure Next Stop Siena (un omaggio all’Italia o si tratta di qualche strana località americana?), un’altra ballata sognante ricca di fascino senza tempo, sempre arricchita dall’eccellente lavoro di Grilli alla solista, che poi improvvisa su un riff di stampo decisamente più rock in Destination Unknown, uno dei brani più mossi ed elettrici del CD. Something I Ain’t Never Done prosegue questo viaggio nelle delizie dell’Americana Mountain Jam Rock degli Apple City, che poi sfoderano una Thinking Out Loud alla giusta intersezione tra Creedence e Grateful Dead, prima di congedarci con Orange Jam un pezzo più improvvisato e rock da jam band pura, sempre molto basilare nel suono naturale e senza produzioni ricercate di studio, ma per questo forse ancora più godibile https://www.youtube.com/watch?v=7JAHrMk17Mo . Al solito la reperibilità non è il punto di forza del CD, anzi, quindi se non avete previsioni di viaggi a Santa Cruz, buona caccia. Ne varrebbe la pena, i dischi belli diventano sempre più difficili da trovare. Se no, per una volta, ripiegate sul download digitale (siamo contrari, ma se non c’è alternativa).

Bruno Conti

Il Rock Non E’ Musica Per Panettieri…O Forse Sì! Phish – The Baker’s Dozen: Live At Madison Square Garden

phish baker's dozen

*NDB Anche ieri, e nei tre giorni precedenti, come è tradizione ormai da parecchi anni, i Phish hanno festeggiato la fine dell’anno con una serie di concerti al Madison Square Garden di New York, che è diventato per loro una sorta di quartier generale per le “residenze” più lunghe nei loro tour, oltre che per i concerti di Halloween. Gli eventi di cui leggete sotto, invece si sono tenuti, sempre al Madison Square Garden, nel luglio del 2017.

Phish – The Baker’s Dozen: Live At Madison Square Garden – JEMP 3CD – 6LP

I Phish sono ormai da più di due decenni una delle migliori live band al mondo, e giustamente vengono considerati gli eredi dei Grateful Dead, per la loro capacità di trasformare e dilatare qualsiasi canzone, originale o cover che sia, con feeling, grande tecnica e creatività: non a caso quando nel 2015 i membri superstiti dei Dead hanno deciso di dare l’addio con cinque Farewell Concerts, il prescelto per sostituire Jerry Garcia è stato proprio Trey Anastasio, cantante, chitarrista e principale compositore del quartetto del Vermont (gli altri tre sono da sempre il bassista Mike Gordon, lo straordinario pianista Page McConnell ed il batterista Jon Fishman, un pazzo scatenato che però quando suona non ha paura di nessuno). Di conseguenza, è chiaro che la discografia dal vivo dei quattro sia corposa, per usare un eufemismo, tra live normali, cofanetti e CD pubblicati in esclusiva sul loro sito: l’ultima uscita in ordine di tempo è anche una delle più interessanti, e stiamo parlando cioè di The Baker’s Dozen: Live At Madison Square Garden, un triplo CD (o sestuplo LP) che presenta una selezione dai ben tredici concerti consecutivi tenuti nel 2017 dai nostri nel famoso teatro di New York.

In realtà il piatto forte era The Complete Baker’s Dozen, un megabox di 36 CD che comprendeva la residence completa, un cofanetto costoso e limitato che è andato esaurito in breve tempo (e per una volta il sottoscritto si è accontentato del triplo). La particolarità di quegli show (e non è una cosa da poco) è che i Phish durante le tredici serate non hanno mai suonato la stessa canzone per due volte, una cosa che non tutti si possono certo permettere di fare. La selezione per il triplo CD (presentato in un’elegante confezione mini-box, che quelli che hanno studiato chiamano “clamshell”) deve dunque essere stata difficile e dolorosa, anche perché la lunghezza dei brani presenti (una media di 11-12 minuti a canzone: si va dai sette di More e Miss You ai venticinque di Simple) non ha consentito di inserire più di tredici pezzi in totale. Personalmente sono abbastanza soddisfatto della scelta, anche se avrei ascoltato volentieri anche altri pezzi del gruppo, ed in particolare non mi sarebbe dispiaciuto un CD in più con una selezione delle varie cover suonate durante gli show, brani appartenenti, tra gli altri, ai songbook di Bob Dylan, Neil Young, Frank Zappa, David Bowie, Beatles e Led Zeppelin).

Il risultato finale è comunque eccellente, e The Baker’s Dozen si colloca quasi fuori tempo massimo tra i migliori album live dell’anno: Anastasio e soci sono in forma strepitosa, avendo ormai raggiunto uno status per cui sarebbero in grado di suonare qualsiasi cosa e renderla propria. I brani partono spesso dalle melodie iniziali per poi svilupparsi in maniera assolutamente creativa ed improvvisata, con la chitarra ed il pianoforte sempre a dettare legge ma con la sezione ritmica che non si tira mai indietro: i Phish non utilizzano altri musicisti sul palco, sono solo loro quattro, ma in certi momenti sembra che siano in sedici tanto corposo ed intenso è il groove che mettono nei vari brani. Ci sono quattro pezzi tratti da Big Boat, il loro ultimo bellissimo album di studio https://discoclub.myblog.it/2016/10/18/allora-sanno-grandi-dischi-phish-big-boat/  (mentre nulla proviene dai due precedenti, Joy e Fuego), a partire da una formidabile Blaze On, un brano limpido e solare che ricorda molto da vicino gli episodi più orecchiabili dei Dead: 23 minuti di piacere assoluto, con Anastasio e McConnell (il quale passa con estrema disinvoltura dal piano acustico a quello elettrico) che fanno sentire da subito di che pasta sono fatti, con improvvisazioni continue ed assoli su assoli, ma senza mai perdere di vista la canzone stessa.

Completano la selezione da Big Boat l’immediata More, un brano rock solido e molto ben costruito (e l’assolo di Trey è da urlo), la fulgida slow ballad Miss You, dal motivo bellissimo che evidenzia il gusto melodico del gruppo, e la funkeggante No Men In No Man’s Land, dal suono grasso e ritmo sostenuto. Abbiamo anche due inediti, e cioè la gustosa Everything’s Right, una rock song cadenzata, godibile e dal ritornello vincente, e la travolgente Most Events Aren’t Planned, in cui i Phish suonano con grande affiatamento e compattezza, un brano ancora tra rock e funky, con il basso di Gordon piacevolmente sopra le righe. Ci sono due pezzi tratti da The Story Of The Ghost, a mio parere il disco meno riuscito della carriera della band, che però non sembra pensarla come me: la rock ballad Roggae, un brano fluido tipico del loro repertorio, eseguita al solito impeccabilmente e con potenti riff elettrici (ed un liquidissimo assolo di Anastasio), e l’annerita Ghost (20 minuti), che dal vivo risulta molto più coinvolgente che sull’album originale. Il resto? Innanzitutto la strepitosa Simple (unica del triplo scritta da Gordon), un pezzo che i nostri hanno suonato sempre e solo dal vivo, che parte come una potente rock song di stampo classico, molto chitarristica e dal motivo diretto, e che poi nei suoi 25 minuti vede il gruppo percorrere tutte le direzioni musicali possibili (e non manca anche qui un mood funky, genere che i nostri amano infilare un po’ dappertutto).

Ci sono poi tre canzoni prese dalla discografia “di mezzo”, cioè da Farmhouse (una maestosa Twist, altri 20 minuti di grande intensità e con Anastasio monumentale, nonostante ad un certo punto compaia un synth poco gradito), da Round Room la quasi soffusa Waves, dallo spirito “deaddiano” e finale psichedelico, e da Undermind l’energica Scents And Subtle Sounds, che alterna momenti parecchio roccati ad altri più distesi, con un grandissimo McConnell e Fishman debordante: una delle performance migliori del triplo. L’unico classico appartenente ai primi dischi della band è la nota Chalk Dust Torture, qui proposta in una roboante e vitale rilettura di 24 minuti, in cui i quattro ci fanno vedere e soprattutto sentire perché sono uno dei migliori gruppi del pianeta (e Trey è in pura trance agonistica). Un grande live album, da ascoltare attentamente dalla prima all’ultima nota: alla fine arrivo quasi a rimpiangere di essermi lasciato sfuggire la versione extralarge.

Marco Verdi

Finalmente Anche I Dead Pubblicano Un Bel Disco Dal Vivo! Grateful Dead – Pacific Northwest ’73-’74: Believe It If You Need It

grateful dead pacific northwest 73-74

Grateful Dead – Pacific Northwest ’73-’74: Believe It If You Need It – Rhino/Warner 3CD

Il titolo del post odierno è chiaramente ironico, in quanto sul mercato esistono più dischi dal vivo dei Grateful Dead di quanti uno possa ragionevolmente riuscire ad ascoltare in un anno intero (con pause per i pasti ed almeno otto ore di sonno per notte). Però quando una proposta discografica è targata Rhino, state certi che il contenuto è meritevole di attenzione. Non fa eccezione questo Believe It If You Need It, triplo CD che è in realtà un condensato del solito mega-cofanetto in tiratura limitata (e parecchio costoso), cioè Pacific Northwest ’73-’74, un box di 19 CD che presenta sei concerti completi che lo storico gruppo di San Francisco tenne nel Maggio e Giugno del 1973 e 1974 in Oregon (a Portland), nello stato di Washington (a Seattle) e nella British Columbia canadese (a Vancouver): Believe It If You Need It è quindi costituito dalle migliori performances di quelle serate, ed è compilato come se si trattasse di un concerto a sé stante (solo Truckin’ è presente due volte). I Dead sono in sei (l’unico batterista è Bill Kreutzmann, Mickey Hart in quel periodo era fuori dalla band), ma sarebbero andati bene anche in cinque, dato che i gorgheggi di Donna Jean Godchaux sono più di danno che di utilità, e vedono Jerry Garcia in forma strepitosa, protagonista di una serie di assoli di rara bellezza, sia nei momenti più “roots” che in quelli più acidi, ed una sorpresa è anche la performance di Keith Godchaux, mai troppo considerato come pianista, ma che qui suona con una liquidità notevole.

E’ noto che la prima metà degli anni settanta è stato forse il periodo migliore per quanto riguarda le prove dal vivo dei nostri, e questo album lo conferma appieno: in più, l’incisione è davvero spettacolare, nitida, pulita e forte, come se si trattasse di musica registrata solo qualche mese fa. Si capisce che Garcia e soci sono in palla già dall’iniziale China Cat Sunflower (brano che molto spesso apriva i loro concerti), con la chitarra di Jerry subito protagonista in maniera magistrale con una serie di fraseggi distesi, ben assecondato da un Godchaux in gran spolvero. I Know You Rider vede i nostri lanciati come un treno, Bird Song arriva ad un quarto d’ora, una ballata melodicamente impeccabile, suonata in maniera spettacolare (e perdoniamo pure a Jerry una prestazione vocale appena sufficiente), mentre Box Of Rain è da sempre una gran bella canzone, e qui Phil Lesh la canta un po’ meglio del solito. Brown-Eyed Women è splendida, una delle più dirette ed orecchiabili del songbook di Garcia e Hunter; poi abbiamo una monumentale jam che parte da una travolgente Truckin’ e confluisce in Not Fade Away e nella travolgente Goin’ Down The Road Feeling Bad, prima del rock’n’roll di One More Saturday Night, che chiude la prima parte.

Il secondo CD è composto da sole quattro canzoni, ma il vero highlight è una leggendaria Playing In The Band, che con i suoi 46 minuti di durata è il brano singolo (quindi non mescolato con altri) più lungo mai suonato dal gruppo: una versione apocalittica, un’esperienza quasi extrasensoriale (o come dicono in America, una “mind left body jam”), nella quale i nostri toccano vette di pura psichedelia che neanche negli anni sessanta durante gli acid test. Il resto del CD vede una rara Here Comes Sunshine (ma sentite Garcia, un fenomeno) ed una sempre eccellente Eyes Of The World, che si fonde con la lenta China Doll. Nel terzo dischetto i Dead tornano con i piedi per terra (più o meno), iniziando in maniera sublime con la splendida Sugaree, tra le più belle composizioni di Garcia, e poi con un super medley (registrato a Vancouver) formato dalla cristallina He’s Gone, un’altra grandiosa Truckin’ (26 minuti solo questa, compreso una lunga improvvisazione con il basso di Lesh come strumento solista), una rimembranza dei sixties con The Other One, la solida ballata Wharf Rat e gran finale con la sempre coinvolgente Sugar Magnolia, in assoluto uno dei pezzi migliori di Bob Weir. Altra ottima proposta dunque dagli infiniti archivi live dei Grateful Dead, e stavolta direi che è sufficiente questo estratto in tre CD rispetto al mega-box (ammesso che sia ancora disponibile), dato che nei mesi di Ottobre e Novembre, tra box di Dylan, Petty, Lennon, Beatles, Kinks e Hendrix le vostre (anzi, nostre) tasche saranno messe a durissima prova.

Marco Verdi

Uno Dei Dischi Cardine Della Psichedelia Californiana Degli Anni Sessanta. Grateful Dead – Anthem Of The Sun 50th Anniversary

grateful dead anthem of the sun 50th anniversary

Grateful Dead – Anthem Of The Sun 50th Anniversary – Rhino/Warner 2CD

Prosegue la ristampa della discografia ufficiale dei Grateful Dead in occasione dei cinquantenari dall’uscita degli album originali: dopo la ripubblicazione deluxe del loro esordio omonimo avvenuta lo scorso anno https://discoclub.myblog.it/2017/01/29/ci-mancavano-solo-le-ristampe-dei-cinquantesimi-grateful-dead-50th-anniversary-deluxe-edition/ , un’operazione che ha attirato diverse critiche in quanto dovrebbe terminare nel 2039 con la riedizione di Built To Last (il loro ultimo disco in studio), con il rischio concreto che molti fans della prima ora non possano completare l’opera per motivi anagrafici (ammesso e non concesso che tra 21 anni esisteranno ancora i CD). Anthem Of The Sun, uscito appunto nel 1968, è considerato da molti il primo vero album in cui i Dead introducono il loro suono, in quanto nel debutto di The Grateful Dead, pur essendo presenti diversi futuri classici delle loro esibizioni dal vivo, il gruppo di San Francisco aveva deciso di includere canzoni piuttosto brevi (con l’eccezione di Viola Lee Blues) e con arrangiamenti rock che non avevano ancora del tutto le caratteristiche del suono che li renderà famosi.

Per contro, Anthem Of The Sun è esattamente l’opposto, in quanto presenta soltanto cinque brani, di cui uno solo di breve durata: non solo, ma di tutta la discografia dei Dead è quello in assoluto che si avvicina di più al suono dei loro concerti, grazie soprattutto all’idea, decisamente innovativa per l’epoca, di mischiare incisioni in studio con spezzoni di vari live show, creando una sorta di ibrido. In seguito diventerà la prassi per molti artisti “aggiustare” i dischi dal vivo con incisioni in studio (e quasi mai dichiarandolo), ma il caso di Anthem Of The Sun, cioè un disco in studio viceversa aggiustato con frammenti live, è tuttora abbastanza unico. I cinque brani presenti in questo disco diventeranno tutti dei veri classici del gruppo, e sono ancora oggi considerati uno dei punti più alti della musica psichedelica dell’epoca, con una band in stato di grazia, guidata da un Jerry Garcia ai vertici della sua creatività: in questo album i Dead sono tra l’altro in una formazione a sette elementi che non durerà a lungo, con Tom Constanten che si aggiunge allo zoccolo duro formato da Garcia, Bob Weir, Ron “Pigpen” McKernan (il sui organo è un altro elemento indispensabile nell’economia del suono), Phil Lesh e la doppia batteria di Mickey Hart e Bill Kreutzmann. Questa ristampa deluxe, che esce con la copertina a cui è stato donato uno splendido effetto lenticolare in 3D, presenta nel primo CD l’album originale in due diversi missaggi, quello del 1968 ed il remix del 1971: le differenze sono minime, anche se il secondo sembra meno confuso ed “impastato”, oltre a prolungare la durata di alcuni brani.

I cinque pezzi del disco sono, come ho già detto, tutti molto noti tra i fans dei Dead, a partire dalla straordinaria That’s It For The Other One, una mini-suite in quattro movimenti che lascia ampio spazio alle scorribande dei nostri, con Garcia e Weir che si alternano alle parti vocali soliste: pura psichedelia, con tanto di finale rumoristico ad opera di Constanten. La lenta e sinuosa New Potato Caboose (di Lesh), che vede addirittura spuntare un clavicembalo, ha soluzioni melodiche e strumentali che la avvicinano al pop, anche se la parte centrale dà spazio ad una grande performance di Jerry, mentre Born Cross-Eyed mantiene le atmosfere lisergiche nonostante duri poco più di due minuti. Il disco termina con la rockeggiante Alligator, ancora di Lesh, che è un fluido brano tutto giocato su cambi di ritmo ed improvvisazioni varie, e con Caution (Do Not Stop On Tracks), un rock-blues allucinato che è anche il momento in cui Pigpen si prende il centro della scena (ma Garcia si fa largo a suon di assoli).

Il secondo CD propone un concerto, ovviamente inedito, registrato al Winterland di San Francisco nell’autunno del 1967 (anche la ristampa dello scorso anno prendeva in esame uno show dell’anno precedente). Un concerto bello, potente e lisergico quanto basta, con Garcia ovviamente sugli scudi ma anche il resto della band (ancora senza Constanten) che lo segue con sicurezza, con McKernan in testa. La serata inizia con una vibrante versione dell’apocalittica Morning Dew, molto bella, e prosegue tra momenti di pura psichedelia (New Potato Caboose, con Jerry strepitoso), cover di classici del blues (It Hurts Me Too di Elmore James) e brani dove emergono sia il lato roots della band (Cold Rain And Snow) che quello rock’n’roll (Beat It On Down The Line). Le due canzoni restanti sono anche gli highlights del concerto: una scintillante rilettura di Turn On Your Lovelight di Bobby “Blue” Bland, che diventerà un must dei loro show, ed una spettacolare That’s It For The Other One di 15 minuti, che chiude la serata in deciso crescendo.

Quindi all’anno prossimo, con la ristampa di uno dei lavori dei Dead che preferisco (Aoxomoxoa) e, se la campagna di riedizioni prevede anche i dischi dal vivo, di Live/Dead, uno degli album registrati on stage più importanti di sempre.

Marco Verdi

Un’Ottima Band Dal Nobile Lignaggio! Midnight North – Under The Lights

midnight north under the lights

Midnight North – Under The Lights – Trazmick CD

I Midnight North sono un quintetto californiano con già due album in studio ed un live all’attivo, e sono guidati da un giovane chitarrista e cantante, Grahame Lesh, che è anche figlio d’arte, e non uno qualsiasi: infatti il padre è proprio Phil Lesh, storico bassista dei Grateful Dead, una delle colonne portanti del leggendario gruppo di San Francisco sin dalla prima ora. Quindi Grahame non ha avuto un’infanzia ed un’adolescenza qualunque, ma è cresciuto respirando grande musica ogni singolo giorno, cosa che sicuramente gli è servita a formarsi un background culturale di tutto rispetto: questo è evidente ascoltando questo Under The Lights, terzo album della sua band, che è indubbiamente un signor disco. Lesh Jr. (che è coadiuvato dalla seconda voce solista di Elliott Peck, che nonostante il nome è una ragazza, dal polistrumentista Alex Jordan e dalla sezione ritmica formata da Alex Koford e Connor O’Sullivan) ha però uno stile diverso dal gruppo di suo padre, in quanto è fautore di un rock chitarristico decisamente diretto ed imparentato con il genere Americana: Graheme scrive canzoni semplici e fruibili, ma non banali, ha un senso della melodia non comune e le sue canzoni sono tutte estremamente piacevoli; l’unico punto in comune con i Dead può essere una certa tendenza alla jam nella coda strumentale di alcuni pezzi, anche perché se ci pensiamo un attimo anche il combo guidato da Jerry Garcia nei dischi in studio era spesso piuttosto diverso che durante i concerti.

Under The Lights è quindi un disco di puro rock, con qualche aggancio al country ed una brillante propensione alle melodie corali e dirette, un lavoro fresco e piacevole, che spero metta in luce questo gruppo aldilà del cognome del suo leader. Anche se poi mi viene in mente che i due più bei dischi di studio dei Dead, Workingman’s Dead ed American Beauty, erano anch’essi esempi di Americana ante litteram, e quindi in un certo senso il cerchio si è chiuso. Il CD parte col piede giusto con la bella title track, una rock song fluida e scorrevole, dall’ottimo refrain corale, un tocco country ed un uso scintillante di piano e chitarra. E Grahame è un cantante migliore di suo padre (non che ci volesse molto). Playing A Poor Hand vede la Peck alla voce solista (lei e Lesh si alterneranno per tutto il disco), per una rock ballad ariosa, cadenzata e decisamente gradevole, con un bel gusto melodico che è un po’ il fiore all’occhiello del gruppo; la gioiosa Everyday è una via di mezzo tra un errebi con tanto di fiati ed un pop-rock alla Fleetwood Mac, mentre Greene County è chiaramente una country ballad, sempre di stampo californiano, con qualcosa di Eagles e del Bob Seger più bucolico (Fire Lake).

Roamin’ ha un approccio più rock, con sonorità anni settanta ed il solito ritornello immediato, Headline From Kentucky è una ballata elettrica dal ritmo sostenuto e dal mood intrigante, con un ottimo motivo senza sbavature: tra le più belle del CD; una bella chitarra introduce la fluida Back To California, fino ad ora la più dead-iana (più nella parte strumentale che nella melodia), ed anche qui siamo di fronte ad un brano coi fiocchi, mentre la saltellante e coinvolgente One Night Stand dona al disco un altro momento di allegria e buona musica. Echoes è un rock a tutto tondo, tra le più elettriche del lavoro e con tracce di Tom Petty, con ottime parti di chitarra e solito refrain vincente, The Highway Song è vera American music, un pop-rock terso ed altamente godibile, che porta in un soffio alla conclusiva Little Black Dog, puro country elettroacustico ancora corale e gioioso, che ricorda quasi la Nitty Gritty Dirt Band dei bei tempi. Midnight North è un nome da tenere a mente, il nome di un’altra piccola grande band sotto il sole della California.

Marco Verdi

Vecchio E Nuovo Rock, “Psichedelico”? Hans Chew – Open Sea

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Hans Chew – Open Sea – At The Helm Records

Hans Chew, anche se la pronuncia del suo nome e cognome ricorda molto quella di uno starnuto, è in effetti un artista piuttosto interessante: prima membro di una band “country psichedelica” come D. Charles Speer & the Helix, poi si è creato una reputazione per i suoi interventi al piano nei dischi di Jack Rose, e in seguito anche Hiss Golden Messenger, Chris Forsyth e più di recente ancora con Steve Gunn. Nel frattempo ha registrato tre album solisti, di cui il primo Tennessee & Other Stories era entrato quasi nella Top 20 dei migliori dischi dell’anno di Uncut nel 2010; da poco è uscito il suo quarto album, questo Open Sea di cui stiamo per occuparci, un prodotto piuttosto interessante che lo vede alla guida di un quartetto con Dave Cavallo, il suo chitarrista abituale, e una sezione ritmica formata dal batterista Jimmy Seitang (spesso con Michael Chapman e il citato Steve Gunn) e da Rob Smith alla batteria. Lo stile che ne risulta incorpora elementi di rock, blues, country con spiccate venature southern e anche tocchi R&B e folk, quindi un suono piuttosto eclettico, dove spicca il piano di Chew, ma ancor di più le chitarre, suonate di sovente pure da Hans, che sono spesso e volentieri le protagoniste, in sei brani, tutti piuttosto lunghi, a parte uno, e che ricordano abbastanza anche una sorta di psichedelia gentile, come evidenzia subito l’iniziale Give Up The Ghost, che potrebbe rimandare ad un album come Shady Grove dei Quicksilver Messenger Service.

Il nostro ha anche una bella voce, particolare, rauca, profonda e risonante, ben inserita nel tessuto sonoro che si apre in continue jam strumentali, e scrive pure pezzi di eccellente qualità, come conferma la guizzante Cruikshanks, oltre otto minuti di una sorta di country-southern-rock anni ’70 che ricorda anche (sia pure in modo più vibrante e meno compassato) le sonorità di Hiss Golden Messenger (aka MC Taylor), con le chitarre che si rincorrono in un continuo intreccio di rimandi psych di ottima fattura, con la band che tira alla grande e in piena libertà. Molto bella anche la title track Open Sea che ha addirittura dei tratti che potrebbero riferirsi ai Grateful Dead più bucolici, almeno nella parte iniziale, perché poi nel dipanarsi del brano non siamo lontani dalle evoluzioni di una band come i Magpie Salute oppure di altre jam band attuali, tipo i Widespread Panic, con le chitarre che vengono rinforzate da improvvise entrate fluenti del piano di Chew, veramente bella musica; si diceva che l’unico brano breve del disco è riferito ai circa quattro minuti di Who Am Your Love?, introdotta da una chitarra acustica, da piccole percussioni e poco altro, ma che poi nella seconda parte si anima e si apre in un classico rock and roll con tanto di uso della solista in modalità wah-wah.

Freely, con il suo titolo, e gli oltre nove minuti di durata, è nuovamente musica psichedelica, acid rock, chiamatela come volete, libera e molta improvvisata, con gli strumenti sempre in modalità jam, anche con tocchi jazz e leggermente sperimentali che non sono lontani da quelli di Chris Forsyth http://discoclub.myblog.it/2016/04/02/chitarre-go-go-psych-rock-television-richard-thompson-improvvisazione-chris-forsyth-the-solar-motel-band-the-rarity-of-experience/ , altro musicista con cui Chew ha condiviso una parte di percorso, cambi di tempo continuo, chitarre e piano che si alternano alla guida per creare paesaggi sonori di grande bellezza e nuovamente in piena libertà, ma anche con improvvisi ritorni alla melodia e alla forma canzone. La conclusiva Extra Mile è un brano quasi di cosmic country e Americana, con una sorta di pianino honky-tonk, la voce alla Leon Russell del titolare e le solite chitarre acustiche ed elettriche che non mancano di farsi sentire nell’economia musicale della canzone. Quindi un menu veramente ricco e vario che non mancherà di colpire chi è alla ricerca di qualità e idee brillanti, ben realizzate, anche se con continui rimandi alla tradizione della migliore musica americana classica. Segnatevi il nome, questo signore è veramente bravo.

Bruno Conti

Ecco La Prima Ristampa Inutile Del 2018! Grateful Dead – Best Of Grateful Dead Live

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Grateful Dead – The Best Of The Grateful Dead Live – 2 CD Grateful Dead/Rhino

Dalla scomparsa del grande Jerry Garcia, avvenuta nel 1995, le uscite d’archivio dei Grateful Dead si sono moltiplicate a dismisura, fino a far diventare quasi impossibile tenerne una contabilità completa. Il 99% di questi CD, quasi sempre multipli e spesso in mega-cofanetti anche parecchio costosi, sono composti da materiale dal vivo, e la lista viene aggiornata ogni anno con almeno due nuove uscite (e mi limito a quelle targate Rhino, poi ci sono i Dave’s Picks, ed in passato i Dick’s Picks e la serie Road Trips). Ora la casa discografica californiana ha avuto una pensata “originale” (prego leggere ironia in queste mie parole), decidendo di pubblicare una bella antologia live doppia con il meglio di quanto è stato pubblicato ufficialmente dai Dead, privilegiando la discografia di quando il gruppo era attivo (1967-1995), ma aggiungendo anche qualcosa tratto dagli album usciti dopo la morte di Garcia (escludendo però le tre diverse serie da me citate poc’anzi). La domanda però è: a chi si rivolge questa antologia, dato che nessuna delle performances incluse è inedita? Non ai Deadheads, in quanto saranno già in possesso anche dei bootlegs, oltre che dei dischi ufficiali. Non ai fans “normali” del gruppo (tra i quali ricade anche il sottoscritto), che comunque queste uscite le posseggono almeno all’80%; forse neppure ai neofiti, che probabilmente preferiscono rivolgersi ad una antologia di studio, o magari ad un live storico della loro discografia (penso a Live/Dead, Grateful Dead (Skull & Roses) e Europe 72, tutti e tre imperdibili). Questa comunque la tracklist: come vedete è stato seguito un criterio cronologico di performance.

Disc One
1. “St. Stephen” – Fillmore West (2/27/69) from Live/Dead (1969)
2. “Bertha” – Fillmore East (4/27/71) from Grateful Dead (Skull & Roses) (1971)
3. “Wharf Rat” – Fillmore East (4/26/71) from Grateful Dead (Skull & Roses) (1971)
4. “Sugar Magnolia” – Olympia Theatre (5/4/72) from Europe ’72 (1972)
5. “Jack Straw” – Olympia Theatre (5/3/72) from Europe ’72 (1972)
6. “Truckin’” – Lyceum Theatre (5/26/72) from Europe ’72 (1972)
7. “Morning Dew” – Lyceum Theatre (5/26/72) from Europe ’72 (1972)
8. “Brown Eyed Women” – Tivoli Concert Hall (4/14/72) from Europe ’72 (1972)
9. “The Music Never Stopped” – Great American Music Hall (8/13/75), One From The Vault (1991)
10. “Estimated Prophet” – Barton Hall (5/8/77) from Cornell 5/8/77 (2017)

Disc Two
1. “Friend Of The Devil” – Radio City Music Hall (10/27/80) from Dead Set (1981)
2. “Feel Like A Stranger” – Warfield Theatre (10/4/80) from Dead Set (1981)
3. “Fire On The Mountain” – Radio City Music Hall (10/31/80) from Dead Set (1981)
4. “Bird Song” – Warfield Theatre (10/14/80) from Reckoning (1981)
5. “Ripple” – Warfield Theatre (10/4/80) from Reckoning (1981)
6. “Eyes Of The World” – Nassau Coliseum (3/29/90) from Wake Up To Find Out (2014)
7. “Touch Of Grey” – Rich Stadium (7/4/89) from Truckin’ Up To Buffalo (2005)
8. “Blow Away” – JFK Stadium (7/7/89) from Crimson, White & Indigo (2010)
9. “So Many Roads” – Soldier Field (7/9/95) from So Many Roads (1999)

A occhio mi vengono in mente alcune considerazioni, in ordine sparso:

  • Il live del 1976, Steal Your Face, è stato giustamente ignorato (credo sia il loro peggiore in assoluto)
  • Mancano anche brani da Without A Net del 1990, che era invece ottimo
  • Sia Live/Dead che Reckoning, lo splendido live acustico del 1981, meritavano più spazio, ma in questo caso ci voleva almeno un triplo, ed infatti
  • Proporre solo un doppio è una cosa abbastanza ridicola
  • E’ stato completamente ignorato il quadruplo Ladies And Gentlemen, secondo me il disco dal vivo più bello di sempre dei nostri (quello sì da avere se non si possiede ancora nulla del gruppo)

Potrei andare avanti, ma preferisco fermarmi qui: se proprio ci tenete, il doppio CD (o quadruplo LP, che però sarà diviso in due volumi da due LP ciascuno) uscirà il 23 Marzo p.v. (anche se alcuni siti americani riportano il 23 febbraio, vi terremo informati, ammesso che qualcuno lo voglia mai comprare)!

Marco Verdi

*NDB E in un Best Of Live non c’è Dark Star?

Che Natale (O Santo Stefano) Sarebbe Senza Un Bel Box Dei Dead? Grateful Dead – RFK Stadium 1989

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Grateful Dead – RFK Stadium 1989 – dead.net Store – Rhino/Warner 6CD Box Set

Ormai ci ho fatto il callo: con puntuale cadenza semestrale, solitamente in primavera ed autunno, esce un nuovo cofanetto dei Grateful Dead, e qualche volta anche qualcosa di più in altri periodi dell’anno, ma diciamo che almeno due uscite ogni 365 giorni sono garantite. Lo scorso Maggio avevo celebrato lo splendido Cornell 5/8/1977, estratto del super box Get Shown The Light, ed ora mi trovo a parlarvi di un’altra eccellente uscita riguardante il gruppo di San Francisco: RFK Stadium 1989  è un boxettino di sei CD che contiene due concerti completi tenutisi nella location e nell’anno del titolo (a Washington DC), rispettivamente il 12 e 13 Luglio, un cofanetto in tiratura limitata di 15.000 copie ed in vendita solo sul sito della band (quindi per una volta non esiste la consueta versione ridotta disponibile su larga scala, anche se mentre scrivo queste righe i box disponibili sono ancora più di 4.000). Gli anni che vanno dal 1987 al 1990 sono tra i migliori in assoluto per quanto riguarda l’attività live dei Dead, che avevano ritrovato sia uno stato di forma smagliante (a differenza del periodo a metà della decade, anche a causa dei problemi di salute di Jerry Garcia, problemi che si ripresenteranno nei novanta portandolo alla morte prematura nel 1995) sia il successo commerciale con l’ottimo album In The Dark del 1987, unico della loro storia ad entrare nella Top Ten. In quegli anni, un po’ come Elvis che negli anni settanta aveva raggiunto la piena maturità vocale, i Dead erano in grado di suonare qualsiasi cosa, ed erano famosi per proporre scalette completamente diverse da una serata all’altra quando si esibivano nella stessa location per più di una volta.

grateful dead rfk box

Questo è esattamente quello che accade in questi due concerti registrati nella capitale nell’estate del 1989, con i nostri in grande spolvero e che suonarono due setlists differenti al 100%: Garcia era sempre di più un chitarrista formidabile, le sue prestazioni erano uno spettacolo nello spettacolo, ma anche i suoi compagni non perdevano un colpo, dalla chitarra ritmica di Bob Weir al basso di Phil Lesh alla doppia batteria di Mickey Hart e Bill Kreutzmann, fino alle tastiere di Brent Mydland (che qui è alle sue ultime esibizioni, in quanto morirà l’anno dopo per overdose, sostituito da Vince Welnick e, provvisoriamente, da Bruce Hornsby, che è già presente in questo box come ospite speciale in due canzoni a sera). Un box decisamente godibile quindi, un lungo viaggio nel songbook dello storico gruppo, inciso tra l’altro molto bene, con gli unici due difetti dell’uso saltuario del sintetizzatore da parte di Mydland e delle voci non sempre intonate, specie nelle armonie dove spesso ognuno va per conto suo (ma è risaputo che questo è sempre stato il tallone d’Achille dei Dead). Per chi scrive la scaletta migliore è quella della prima serata, in quanto sono presenti quattro tra i miei brani preferiti della band: la bellissima Touch Of Grey, che apre il concerto (e con Garcia che rilascia subito un assolo dei suoi), le splendide Mississippi Half-Step Uptown Toodeloo, con Mydland ottimo al piano, ed una Sugaree con Horsby alla fisarmonica, oltre al finale con la struggente Black Muddy River. Ma ovviamente ci sono anche altri highlights, come una lunga ed intensa Ship Of Fools, la sempre vibrante Eyes Of The World (perfetta per le jam liquide del gruppo), ed una cristallina cover del classico dei Traffic Dear Mr. Fantasy, con Jerry incontenibile.

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https://www.youtube.com/watch?v=eEG2PnRl9zI

La cover dylaniana Just Like Tom Thumb’s Blues viene affidata a Lesh, che per una volta non fa danni dal punto di vista vocale (ed il pezzo ne esce molto bene), mentre i contributi migliori di Weir alla serata sono una fluida Cassidy (grande ancora Garcia), il sempre coinvolgente rock’n’roll di Chuck Berry Promised Land ed una guizzante e solare Man Smart, Woman Smarter (un classico calyspo inciso tra gli altri da Harry Belafonte ed i Carpenters), in duetto vocale con Mydland. Il secondo show, accanto a canzoni discrete ma “normali” come Let It Grow, Looks Like Rain, I Will Take You Home (anteprima dall’album Built To Last, che uscirà qualche mese dopo) e Throwing Stones, offre comunque diverse performances solide, come l’apertura Hell In A Bucket, che forse non sarà una grande canzone ma garantisce un avvio potente (e Jerry è formidabile). Poi i nostri piazzano un uno-due notevole con la classica Cold Rain And Snow ed una sopraffina rilettura di Little Red Rooster (Willie Dixon): il blues non era tra le specialità dei Dead, ma qui suonano eccome, specie un Garcia insolitamente alla slide. Altri momenti di impatto sono la cadenzata Tennessee Jed, un’altra tra le migliori del binomio Garcia-Hunter, la splendida e raramente eseguita To Lay Me Down e la suite Terrapin Station, in quella serata ridotta a “soli” 13 minuti ma sempre molto bella. C’è spazio anche per un po’ di psichedelia con The Other One, ed il finale è a tutto rock’n’roll con una scintillante Good Lovin’ dei Rascals e la trascinante U.S. Blues. Un (altro) ottimo cofanetto per i Grateful Dead: varrebbe la pena di fare uno sforzo per accaparrarselo.

Marco Verdi

Funky, Soul, Desert-Rock, Psichedelia E Tanto Blues-Rock. Tornano I SIMO Con Rise And Shine

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SIMO – Rise And Shine – Provogue/Mascot

Il disco precedente http://discoclub.myblog.it/2016/01/29/ritmi-sudisti-blues-vecchie-chitarre-simo-let-love-show-the-way/ , uscito a gennaio 2016, era stato, non dico un fulmine a ciel sereno, ma una bellissima sorpresa: un album come quelli che si facevano una volta, tra blues, rock e southern, suonato alla grande, con il suo protagonista principale, il chitarrista JD Simo, in grado di utilizzare nelle registrazioni la vecchia Gibson Les Paul che fu di Duane Allman, custodita proprio nella Big House di Macon, Georgia, la vecchia magione degli Allman Brothers nel loro periodo più fertile, libero e selvaggio, dove incidevano e provavano. E lo spirito di quello strumento e di quelle sonorità era presente in modo massiccio nell’album Let Love Show The Way, un tipico disco da power trio vecchia maniera: irruente, ma anche ricco di finezza, e con l’aggiunta di una bella cover come Please Be With Me, Cowboy via Eric Clapton. Dopo quell’album i SIMO sono partiti per un tour mondiale durato tutto l’anno, 215 date in giro per il mondo (Italia compresa, grande concerto anche a Milano come opening act dei Blackberry Smoke): poi sono tornati alla loro base di Nashville, e da febbraio del 2017 sono entrati in studio di registrazione per incidere il nuovo album Rise And Shine, con l’aiuto dell’ingegnere del suono Don Bates, e producendosi da soli, oltre a JD Simo alla chitarra, Elad Shapiro al basso e Adam Abrashoff alla batteria.

Undici canzoni nuove, scritte dal gruppo, che per l’occasione, oltre ai generi citati, esplora anche altre forme sonore, secondo le loro stesse parole, Stax soul, funky, desert-rock e psichedelia, quindi andiamo a sentire. Come spesso accade sto ascoltando in streaming in anteprima l’album, parecchio prima dell’uscita e quello che sento mi sembra veramente più che valido: Return è un sinuoso, moderno, quasi futuribile, R&B degli anni duemila, con voce filtrata, ritmo quasi minimale e sospeso, con un corposo giro di basso ad ancorarlo, e una chitarrina sorniona che poi esplode in un assolo dalle timbriche inconsuete, con la solista che quasi se la “ride”. In effetti lo stesso JD Simo ha ricordato che nella sua collezioni di dischi, ai fianco dei nomi e degli stili citati, ci sono anche artisti contemporanei, tipo D’Angelo, Alabama Shakes, Prince e i Roots, solo che, a modesto parere di chi scrive, lui li rielabora molto meglio nella sua visione musicale. Meditation è un funky-rock che fonde Stax, Sly And Family Stone e un pizzico di Blaxploitation, con le scintille di una chitarra hendrixiana e la voce nera del musicista di Chicago, per una eccitante cavalcata a tutto ritmo nella musica rock del futuro o nel futuro della musica rock, come preferite. Shine, potrebbe rimandare a degli ZZ Top leggermente schizzati e psych, con una tastiera ad irrobustire il power rock del trio e ad un assolo di chitarra con wah-wah che rallenta improvvisamente in un blues acidissimo e poi riesplode a tutta velocità, mentre People Say insiste in questa carnale combinazione di blues-rock alla Cream, voci e chitarre impazzite e acrobazie sonore di basso e batteria che ne sostengono le divagazioni verso sonorità che ricordano Funkadelic o Parliament https://www.youtube.com/watch?v=fPqgQiItkEo .

I nostri amici, soprattutto Simo, mettono a fuoco suoni e grooves probabilmente studiati in centinaia di dischi di altri musicisti, ascoltati o perché ci hanno suonato, il melting pot ogni tanto funziona bene, altre volte è più pasticciato, ma ci sono comunque sempre interessanti situazioni musicali anche in un brano “strano” come Don’t Waste. In I Want Love il buon JD sfodera il suo miglior falsetto da soul crooner, per una ballata lenta ed avvolgente che ogni tanto viene percorsa da brevi e brusche sferzate di chitarra che cercano di turbarne la quiete; The Climb è quello che abbiamo definito desert-rock psichedelico, uno strumentale che deve qualcosa sia alle furiose schitarrate dell’Hendrix sperimentale, quanto, in parte, anche alle colonne sonore dei western all’italiana. Non poteva mancare ovviamente uno slow blues cattivissimo e malevolo come Light The Candle, dove la chitarra va in overdrive verso il blues-rock più heavy di stampo power trio anni ’70, con un assolo selvaggio ed incontenibile che conferma la reputazione di JD Simo come uno dei guitar heroes più fenomenali del nuovo millennio, anche senza la chitarra di Duane Allman.

E il trio, non pago, dopo gli oltre sette minuti di questo tour de force, rilancia con altri sette di minuti di gran classe in Be With You, una lenta soul ballad che viene travolta da un’altra torrenziale cascata di note della solista del nostro che sale e scende nei volumi e nell’intensità in un altro assolo, formidabile per timbri, feeling e gusto squisito, e che nel crescendo finale ricorda With A Little Help From My Friends, il loro cavallo di battaglia delle loro esibizioni Live, mirabilmente registrata in una unica take notturna. Siamo quasi al finale, ma prima uno sketch acustico, The Light che è una sorta di folk blues intimo e intenso, solo voce e chitarra; a questo punto manca un solo brano, ma che brano, tredici minuti di “follia” sonora in modalità jam, per una I Pray, di nuovo tra derive psichedeliche alla Grateful Dead e rintocchi chitarristici tribali che rimandano al Peter Green esoterico di End Of The Game, in una orgia di wah-wah di rara potenza, ma anche passaggi jazzati di rara finezza e tocco. Se volevamo una conferma questo Rise And Shine ce la dà a pieno titolo: non solo per JD Simo, ma per tutta la band, un trio di musicisti veramente, si spera, dal luminoso futuro,  ma per ora anche dal presente brillante e stimolante!

Esce domani venerdì 15 settembre.

Bruno Conti  

“Il” Vero Sudista: Quasi Un Capolavoro Finale. Gregg Allman: Southern Blood

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Gregg Allman – Southern Blood – Rounder/Universal CD – CD/DVD

Quando alcuni mesi fa, più o meno all’inizio della primavera, venne annunciato che il tour americano di Gregg Allman, previsto per i mesi successivi, era stato cancellato (e non rinviato) e che i biglietti sarebbero stati rimborsati, la voci che si rincorrevano da mesi sulla salute del musicista di Nashville (perché li era nato) erano probabilmente giunte al capolinea. In seguito si è saputo che, nonostante il trapianto al fegato, riuscito, del 2010, Gregg Allman aveva avuto anche problemi ai polmoni e aveva sviluppato un nuovo tumore al fegato, per cui aveva preferito non essere sottoposto ad un nuovo intervento o a cure mediche intensive che avrebbero probabilmente compromesso definitivamente l’uso delle corde vocali e quindi ha continuato la sua vita cantando dal vivo e incidendo un ultimo disco, finché la salute glielo ha permesso. L’uscita dell’album era prevista in un primo tempo per il gennaio del 2017, poi posticipata a data ignota, fino alla notizia della sua morte, avvenuta il 27 maggio del 2017: il disco comunque era stato inciso nel marzo del del 2016, ai famosi Fame Studios di Muscle Shoals, Alabama, nel corso di nove giorni, e sotto la produzione di Don Was, con il supporto della Gregg Allman Band guidata dal chitarrista Sonny Sharrard, e anche l’impiego di una sezione di fiati in alcuni brani. In questi giorni si è saputo che era stato completati anche altri due brani, Pack It Up di Freddie King e Hummingbird di Leon Russell, a cui Allman avrebbe dovuto aggiungere la traccia vocale, insieme alle armonie vocali per tutti i brani finiti, ma a causa delle condizioni di salute peggiorate in modo tale da non consentirglielo, queste parti sono state completate da Buddy Miller.

Il disco, composto da dieci brani, otto cover, più una canzone firmata insieme da Gregg e Sonny Sharrard, e una, Love Like Kerosene, dal solo chitarrista (tratta dal suo album solista Scott Sharrard & The Brickyard Band, uscito nel 2012 e che vi consiglio di recuperare perché si tratta di un ottimo disco di blues-rock-soul, sullo stile del suo datore di lavoro): l’album, si diceva, registrato negli studi dove si è svolta la parte iniziale della carriera di sessionman del fratello Duane Allman, è una sorta di omaggio a quella musica, tra soul, R&B, blues, ma anche southern rock, perché le prime tracce degli Hourglass, la band d’esordio discografico dei fratelli Allman, vennero registrate proprio in quegli studi, e per chiudere il cerchio, di comune accordo con Was si è deciso di inciderlo proprio laggiù. L’ultima line-up della band prevedeva, accanto ad Allman e Sharrard, Steve Potts e Marc Quinones, a batteria e percussioni, Ron Johnson al basso, Peter Levin alle tastiere, Jay Collins, Art Edmaiston.e Mark Franklin ai fiati, oltre agli ospiti Spooner Oldham David Hood, che erano due dei musicisti originali dei Muscle Shoals Studios, nonché di Jackson Browne, che è la seconda voce, aggiunta in un secondo momento, nella canzone Song For Adam, che porta la sua firma. E proprio le canzoni sono tra i punti di forza di questo album, un quasi capolavoro ho detto nel titolo, perché secondo il sottoscritto bisogna comunque cercare di tenere un punto di prospettiva serio ed obiettivo nel giudicare un disco: non si possono dare cinque stellette a destra e a manca come usano fare molte riviste e siti musicali, se vogliamo confrontarli, per dire, con At Fillmore East degli stessi Allman Brothers, o con Blonde On Blonde Highway 61 Revisited di Dylan, Music From Big Pink o il 2° della Band, Electric Ladyland di Jimi Hendrix, o dischi dei Little Feat, dei Grateful Dead, e così via, che sono rappresentati nel CD e sono i veri capolavori. Comunque questo Southern Blood è un grande disco, probabilmente superiore anche al suo esordio solista Laid Back e al recente Low Country Blues, in una discografia solista che ha visto solo otto dischi di studio e un paio di Live, ma una infinita serie di perle con il suo gruppo, l’Allman Brothers Band.

E l’unica canzone veramente nuova, My Only True Friend, scritta con Sharrard, non sfigura affatto al cospetto di brani classici: si tratta di una canzone che è una sorta di inno al suo vero grande amore, la musica, raccontata ad una donna, con un impeto e una passione ammirevole, una sorta di autobiografia e testamento finale in un unico pezzo, che è splendido anche a livello musicale (se mi scappano gli aggettivi non fateci caso, eventualmente ne chiederò a Mollica), una tipica ballata allmaniana dove la voce di Gregg (come peraltro in tutto il disco) nonostante i problemi di salute e gli anni vissuti pericolosamente, ha comunque la maturità che si conviene ad uno della sua età, ma ancora una freschezza ed una vivacità che pochi interpreti odierni possono vantare, con organo e piano, per non parlare della chitarra e dei fiati che distillano note magiche (bellissimo l’assolo di tromba di Franklin e quello di chitarra di Sharrard) , mentre tutta la band rende giustizia a questa canzone che probabilmente è una delle più belle mai scritte da Gregg durante tutta la sua carriera, se il rock ha un’anima, rock got soul, questo brano ne è un manifesto. Once I Was è un’altra ballata (che è lo stile musicale privilegiato in questo album) magnifica, scritta da Tim Buckley per il suo album del 1967 Goodbye And Hello, un pezzo malinconico, di una bellezza struggente, già interpretato alla grande ai tempi da Buckley, uno dei miei cantanti preferiti in assoluto, e qui reso in una versione altrettanto bella da Gregg Allman, con la voce che quasi scivola sul lussuoso background musicale realizzato dai musicisti, che hanno trasformato questo pezzo, folk all’origine, in una complessa melodia notturna dove tastiere, fiati (il sax, credo di Edmaiston, rilascia un pregevole assolo) e la pedal steel sono protagonisti assoluti. Sharrard ha raccontato che ai tempi Gregg aveva proposto a Tim di scrivere qualcosa insieme, vista la rispettiva stima, ma la cosa non si era concretizzata per la morte di Buckley, e sempre Sharrard racconta di avere introdotto Allman anche alla musica del figlio Jeff.

Per completare un trittico di brani fantastici, ecco Going Going Gone un pezzo di Bob Dylan tratto da Planet Waves, il disco del 1974 realizzato con la Band, una canzone forse non notissima, ma di cui ricordo sempre una versione splendida realizzata per Rubaiyat il tributo per i 40 anni della Elektra, cantata da Robin Holcomb e con un assolo di chitarra incredibile e lancinante di Bill Frisell, da sentire https://www.youtube.com/watch?v=ALM2SI0GZj8 , ma anche questa rilettura di Gregg Allman sfiora la perfezione, con slide, acustica e steel che si fondono in modo magistrale con i fiati, mentre la voce si libra in modo struggente sulla melodia del brano. E che dire di Black Muddy River? Anche questo pezzo dei Grateful Dead non viene da uno dei loro lavori forse più noti e migliori, In The Dark comunque fu il disco della band di Garcia a vendere di più e la canzone in ogni caso è un piccolo capolavoro, specie in questa versione che forse è persino migliore dell’originale, già quella di Bruce Hornsby & De Yarmond Edison, presente in Day Of The Dead, era notevole, ma quella presente in Southern Blood raggiunge un equilibrio sonoro tra la parte strumentale, dove fiati, tastiere e chitarre sono ancora una volta amalgamati in modo chirurgico da Was e quella vocale, con un bell’uso anche delle armonie vocali, per non parlare dell’intervento splendido della pedal steel, che ha quasi del miracoloso, Gregg la canta di nuovo in modo intenso e passionale con una partecipazione quasi dolorosa, per un brano che ancora una volta è l’epitome perfetta della ballata, l’arte in cui eccelleva l’Allman solista. Non poteva mancare il blues naturalmente, affidato ad una cover di I Love The Life I Live, un pezzo scritto da Willie Dixon, ma associato a Muddy Waters, grintoso e fiatistico, diverso dall’approccio più sanguigno e rock usato negli Allman Brothers, ma comunque sempre affascinante, e la voce, che assume per l’occasione quasi un timbro alla Joe Cocker, lascia il segno. 

Altra canzone epocale, tra le più belle nell’ambito ristretto di quelle che hanno fatto la storia del rock, è Willin’ di Lowell George, di cui si ricordano due diverse versioni dei Little Feat, quella del primo album, tra rock e blues, e quella successiva, indimenticabile, di stampo “stoned” country, apparsa su Sailin’ Shoes (e al sottoscritto piace moltissimo anche quella che incisero i Commander Cody https://www.youtube.com/watch?v=L-TBiCJQVlQ ): questa di Allman ancora una volta rivaleggia, sia pure in modo diverso, con l’originale, in un turbinio di chitarre acustiche ed elettriche e della steel, tutte presumo magnificamente suonate da Sharrard, con il piano a sottolineare l’interpretazione misurata e sincera di Gregg che, ben coadiuvato dalle avvolgenti armonie vocali aggiunte da Don Was, ci regala una versione da manuale. Dopo una serie di brani così è difficile proseguire a questi livelli, ma Gregg e i suoi musicisti ci provano, con una versione sinuosa e misteriosa della voodoo song Blind Bats And Swamp Roots, un vecchio pezzo di Johnny Jenkins tratto da Ton-Ton Macoute, album del 1970, in cui avevano suonato il fratello Duane e altri musicisti del giro Allman Brothers. Un altro omaggio alla musica dei Muscle Shoals è Out Of Left Field, un vecchio brano scritto da Dan Penn Spooner Oldham (che appare anche come musicista in questa versione) per Percy Sledge, quindi un’altra ballata, questa volta di vero deep soul sudista, sembra quasi un pezzo della Stax, quelli in cui spesso suonava il fratello Duane come chitarrista, in ogni caso bellissima pure questa. Love Like Kerosene, è l’altro pezzo contemporaneo, scritto da Scott Sharrard, un brano blues, già apparso sul Live Back To Macon del 2015 e che insieme a I Love The Life I Live fa parte delle bonus tracks dal vivo, registrate nel 2016, contenute nella versione Deluxe dell’album, che riporta anche un breve documentario con il Making Of del disco, in un DVD aggiunto. Comunque anche Love Like Kerosene è un signor brano, quello forse con il drive sonoro più vicino al classico blues-rock dei migliori Allman Brothers. E per concludere in gloria, e forse chiudere la sua vicenda musicale e di vita, una versione, bellissima pure questa, di Song For Adam, un pezzo scritto da Jackson Browne, che appare anche alle armonie vocali e che aveva scritto These Days, un pezzo contenuto in Laid Back, il primo disco solista di Gregg Allman. Si tratta di una canzone che Gregg ha sempre amato molto, in quanto la legava alla scomparsa del fratello Duane e che ha faticato a completare, lasciando incompleto l’ultimo verso “Still it seems he stopped singing in the middle of his song…”. Se gran finale doveva essere così è stato.

Uno dei dischi più belli del 2017. Anche questo esce domani 8 settembre.

Bruno Conti