Un Disco Dal Vivo Veramente “Mitico”, Anzi Due! Gov’t Mule – Bring On The Music – Live At The Capitol Theatre Parte 2

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Gov’t Mule  – Bring On The Music – Live At The Capitol Theatre

2 CD + 2 DVD Deluxe/ Mascot/Provogue – Esce il 19 Luglio

Per chi non si accontenta della versione in 2 CD di cui abbiamo parlato ieri vediamo cosa troviamo in più e di diverso nella versione Deluxe 2 CD + 2 DVD, anzi prima vediamo cosa non c’è delle due serate tenute nello scorso aprile: manca la cover di Effigy dei Creedence, Unring The Bell, Mr. High And Mighty, il bis finale con I’ll Be The One, un brano solista di Haynes, che incorpora la Blue Sky Jam, è questo è un vero peccato, Rocking Horse dalla prima serata e anche una Tributary Jam, a favore di un paio pezzi ripetuti più volte, comunque in diverse versioni, sia nella parte audio che video. Per la serie “purtroppo”, parlo per i portafogli degli acquirenti, bisognerà avere entrambe le edizioni::quella Deluxe, seguendo sempre il formato CD doppio, inizia con Hammer And Nails, la cover del brano degli Staple Singers, che era su Deep End Vol. 2, dal soul dell’originale al blues a tutta slide della loro rilettura, seguita da una granitica e lunghissima Thorazine Shuffle, oltre dodici minuti di super jam per uno dei loro cavalli di battaglia sin dai tempi di Dose, sempre da quel disco anche Larger Than Life, altro pezzo rock di quelli tosti, Forsaken Savior da Shout, contiene una citazione della bellissima Sad And Deep As You di Dave Mason, Broke Down On The Brazos è un altro massiccio pezzo rock costruito su un pantagruelico riff di basso di Carlsson, Endless Parade è una splendida ballata ripresa da High And Mighy, lirica e malinconica, con un altro assolo da manuale di Haynes, Lola Leave Your Light On è un’altra scarica zeppeliniana da Dèjà Voodoo e Blind Man In The Dark è la quintessenza del suono dei Gov’t Mule, potenza devastante, classe, improvvisazione alla ennesima potenza, tra wah-wah impazziti e ritmica in libertà, e sempre da quel periodo arriva anche Raven Black Night, altro limpido e complesso esempio della loro musica, traccia che chiude il primo CD della versione Deluxe quadrupla.

In apertura del secondo CD, TravelingTune, versione alternata, ancora più allmaniana, e una durissima Stone Cold Rage, nuovamente dal disco del 2017, di Whisper In Your Soul su Shout c’era una bella versione cantata con Grace Potter, qui viene forgiata in una strana ed inconsueta versione quasi psych-soul, sorniona e ricercata, mentre molto bella è la blues and soul ballad Little Toy Brain, con Warren sempre splendido alla solista, canzone che placa un attimo gli animi prima del pezzo forte dell’intero concerto, un magnifico e lunghissimo medley di oltre 17 minuti di Trane ed Eternity Breath della Mahavishnu Orchestra, che poi sfocia in una jam costruita intorno a una sontuosa St. Stephen dei Grateful Dead, con tutti e quattro i musicisti in grande spolvero ai rispettivi strumenti, per un quarto d’ora di grandissima musica (come se il resto non bastasse), minchia se suonano, scusate il francesismo (però, delitto di lesa maestà, questo medley non è stato inserito nella parte video del doppio DVD) . Un attimo per riprenderci e arriva un altro brano da Revolutions, una breve ma epica Pressure Under Fire e pure Fool’s Moon da Deep End Vol. 1 non è malaccio, si fa per dire, sempre rock magistrale, che precede l’altra versione di Revolutions Come…Revolutions Go, ancora 10:45 magici tanto per gradire e dallo stesso album anche Bring On The Music che dà il titolo a questo Live, altro brano notevole, dall’inizio in sordina, solo percussioni e chitarre e tastiere accarezzate, fino all’ingresso vigoroso della ritmica e il “consueto” crescendo strumentale, tra pause ed improvvise ripartenze che poi confluiscono nella ripresa di Traveling Tune (Part 2) che concludeva il concerto del 28 aprile e pure questo doppio CD magnifico.

Il doppio DVD splendidamente ripreso con ben nove telecamere dal fotografo e regista Danny Clinch riporta un corposo estratto dai due concerti, pizzicando sia dalla versione standard che da quella deluxe, 23 brani in tutto, sempre non seguendo la sequenza originale, ma con interviste con la band, riprese dietro le quinte, fotografie ed altre chicche,  pur se con la pecca appena citata. Concludendo, in ogni caso, in una parola, “mitico”.

Bruno Conti

Prosegue La Serie Di Ristampe…Proiettata Molto Nel Futuro! Grateful Dead – Aoxomoxoa 50th Anniversary

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Grateful Dead – Aoxomoxoa 50th Anniversary – Rhino/Warner Deluxe 2CD

Terzo episodio delle riedizioni per i cinquantennali degli album sia in studio che dal vivo dei Grateful Dead, un’iniziativa che come ho già avuto modo di dire ha ottenuto parecchie critiche, dato che quando sarà il turno dell’ultimo album pubblicato dalla storica band californiana durante il periodo di attività, il live Without A Net, sarà il 2040 e molti fans della prima ora (ed anche della seconda) non saranno più tra noi, per non parlare della possibile sparizione del CD come supporto prima di quella data. Ma per ora direi di non pensare al futuro, e quindi eccomi ad occuparmi dell’edizione deluxe del terzo album del Morto Riconoscente, che risponde al misterioso titolo palindromo di Aoxomoxoa (titolo mai spiegato, tra l’altro), disco che tra l’altro presenta quella che è la più bella copertina in assoluto dei nostri, ed una delle massime espressioni grafiche del grande Rick Griffin. Aoxomoxoa è un lavoro che ha sempre diviso la critica e i fans: chi lo considera il capolavoro del gruppo per quanto riguarda il periodo psichedelico, chi invece lo vede come un album di transizione. A mio parere hanno un po’ di ragione entrambe le fazioni, dato che da una parte c’è ancora molta psichedelia nelle canzoni contenute nel disco, che è quindi il naturale seguito di Anthem Of The Sun, ma in alcuni brani si cominciano ad intravedere i germogli del suono roots che poi si paleserà nei due lavori seguenti, Workingman’s Dead e American Beauty.

In Aoxomoxoa i Dead sono in sette, con la seconda ed ultima apparizione di Tom Constanten all’interno del gruppo, e c’è anche la partecipazione come ospiti di John Dawson e David Nelson, che un paio di anni dopo formeranno i New Riders Of The Purple Sage proprio con Jerry Garcia. Questo doppio CD presenta nel primo dischetto l’album originale in due missaggi diversi (quello originale del 1969 ed il remix del 1971, con i brani leggermente più corti), mentre come da consuetudine in queste ristampe il secondo supporto contiene una performance inedita dal vivo. Aoxomoxoa (che è anche l’unico episodio della discografia dei Dead con tutti i brani a firma Garcia-Hunter, con l’aggiunta di Phil Lesh in St. Stephen) contiene due classici assoluti del gruppo come appunto St. Stephen, che diventerà uno dei brani più apprezzati dal vivo con versioni anche chilometriche (mentre qui è più sintetica, quattro minuti e mezzo più rock e meno psichedelici) e la vibrante China Cat Sunflower, spesso usata come apertura dei concerti (video delizioso che vedete sopra). Altri pezzi conosciuti e proposti più volte on stage sono l’elettroacustica e diretta Dupree’s Diamond Blues, a metà tra rock e musica old-time, Doin’ That Rag, vivace rock song elettrica con gran lavoro di organo da parte di Ron “Pigpen” McKernan, ed il puro psychedelic pop di Mountains On The Moon. Meno noti sono la breve Rosemary, un pezzo acustico cantato con una strana voce filtrata e la lunga ed allucinata What’s Become Of The Baby, otto minuti di delirio psichedelico per voce ed effetti sonori di difficile digestione.

Finale con la countreggiante Cosmic Charile con Garcia alla steel, brano che in un certo senso anticiperà le atmosfere di Workingman’s Dead. Il secondo CD presenta nove brani selezionati da due serate del Gennaio 1969 all’Avalon Ballroom di San Francisco, due concerti ancora molto acidi e psichedelici: Aoxomoxoa è rappresentato da due ottime rese di Dupree’s Diamond Blues e Doin’ That Rag, abbastanza simili alle versioni di studio anche come durata (rispettivamente poco meno di cinque e sei minuti). Anthem Of The Sun è presente per tre quinti: una liquidissima New Potato Caboose di 14 minuti con Jerry subito in tiro (e cantata purtroppo da Lesh che è tutto tranne che un cantante), una potente Alligator di nove minuti, con annesso assolo della doppia batteria ed un grande Garcia, brano che si fonde con la spedita e tonica Caution (Do Not Stop On Tracks). Il finale è notevole (a parte la consueta traccia Feedback che come al solito “skippo” col telecomando): dopo il breve siparietto a cappella di And We Bid You Goonight troviamo una delle ultime versioni di Clementine, che dopo il 1969 non verrà mai più suonata, ed una favolosa versione di Death Don’t Have No Mercy (Rev. Gary Davis), dieci minuti di puro “acid blues” con Pigpen e Garcia protagonisti indiscussi.

A Novembre toccherà ai 50 anni di Live/Dead, uno dei dischi dal vivo più importanti di tutti i tempi: visto anche il periodo pre-natalizio non mi dispiacerebbe un bel cofanetto.

Marco Verdi

Tra I Tributi Della Ace Questo E’ Uno Dei Più Belli. VV.AA. – Holding Things Together

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VV.AA – Holding Things Together: The Merle Haggard Songbook – Ace CD

La Ace è una meritoria etichetta indipendente londinese che si è specializzata in tributi ad artisti famosi, compilati però assemblando cover già edite, anche se molto spesso rare ed introvabili (ricordo i due omaggi a Bob Dylan, uno con solo cantanti di colore ed l’altro con cover inglesi degli anni sessanta, uno a Chuck Berry, uno ai primi anni dei Bee Gees, oltre a varie compilation a tema blues, rock’n’roll, doo-wop, eccetera). La due pubblicazioni più recenti targate Ace sono Hallelujah, tributo a Leonard Cohen, e questo Holding Things Together, che come recita il sottotitolo è dedicato alle canzoni del grande Merle Haggard.

Ed il disco è davvero ben fatto e godibile dalla prima all’ultima canzone: sono presenti ovviamente le canzoni storiche del songbook del grande countryman californiano, ma anche episodi meno noti, e la scelta delle cover è parecchio eterogenea, in quanto sono stati selezionati artisti di varia estrazione. C’è parecchio country chiaramente, ma anche soul, rock’n’roll, swing e blues (una diversificazione che aumenta il piacere dell’ascolto) e su 24 canzoni totali almeno la metà sono decisamente rare, come per esempio il brano di apertura, una registrazione del 1968 di Swinging Doors ad opera di Jerry Lee Lewis, uscita soltanto nel 1986 su un box della Bear Family: versione essenziale, solo piano, una sezione ritmica e la voce inconfondibile del Killer, puro honky-tonk. Okie From Muskogee, a parte il testo controverso, è una grande canzone, e la rilettura del singin’ cowboy Roy Rogers è splendida: voce profonda, arrangiamento western e la famosa melodia che svetta maestosa; il soul singer Barrence Whitfield si cimenta magnificamente anche con il country, e la sua Irma Jackson (presa dal tributo collettivo del 1994 Tulare Dust) è semplicemente deliziosa, e che voce, mentre Bettye Swann con Just Because You Can’t Be Mine si muove su territori a lei abituali, un soul-gospel intenso e di sicuro pathos, con la canzone che non perde un grammo della sua bellezza.

The Knitters, estemporaneo supergruppo degli anni ottanta con Dave Alvin e John Doe, forniscono una rilettura elettroacustica e molto rispettosa del superclassico Silver Wings, solo voce e varie chitarre, la grande Tammy Wynette rifà molto bene The Legend Of Bonnie And Clyde, con un coinvolgente arrangiamento bluegrass ed un coro maschile quasi gospel, la stupenda White Line Fever è invece presente nella nota versione dei Flying Burrito Brothers, puro country-rock in una delle sue migliori accezioni. La lenta Kern River era uno dei brani più belli e toccanti di West Of The West di Dave Alvin, esecuzione e voce da pelle d’oca, seguita dalla nota ripresa di Honky Tonk Night Time Man dei Lynyrd Skynyrd (era su Street Survivors), tra boogie e blues, e dall’altrettanto famosa Life In Prison dei Byrds, contenuta sul capolavoro Sweetheart Of The Rodeo (ma è sempre un piacere riascoltarla). Abbiamo anche lo stesso Haggard in persona con il brano che dà il titolo alla raccolta, un pezzo del 1974 finito all’epoca sulla b-side di un singolo e comunque una gran bella canzone in puro stile honky-tonk classico, mentre Brenda Lee si destreggia con la languida Everybody’s Had The Blues, gran voce ma arrangiamento un po’ troppo ridondante e nashvilliano. I Grateful Dead hanno suonato Mama Tried dal vivo un’infinità di volte, e qui è tratta del famoso live del 1971 soprannominato Skull & Roses; anche Chip Taylor è uno dei grandi, e lo dimostra con una rara Farmer’s Daughter del 1976, bella, intensa ed ottimamente eseguita.

Perfino Dean Martin si è cimentato con il songbook di Merle, e i Take A Lot Of Pride In What I Am è rifatta con gusto e swing, nel classico stile del crooner italo-americano, mentre con Dolly Parton torniamo ovviamente in territori country, con la limpida e solare Life’s Like Poetry. Wynn Stewart rifà in maniera classica la famosissima Today I Started Loving You Again, puro country, gli Everly Brothers alle prese con la mitica Sing Me Back Home (dal loro album Roots del 1968) non sbagliano il colpo e forniscono una interpretazione di gran classe e molto sentita, mentre Elvin Bishop lascia da parte per un attimo il blues e ci delizia con una splendida I Can’t Hold Myself In Line, country al 100%. Ecco Country Joe McDonald con l’incisione più recente del CD (2012), una discreta Rainbow Stew per voce e chitarra, seguita da George Thorogood che offre una rilettura guizzante ed estremamente godibile di Living With The Shades Pulled Down, tra country e rock’n’roll. Finale con il vocione di Hank Williams Jr. alle prese con una bella I’d Rather Be Gone, la International Submarine Band (il gruppo pre-Byrds di Gram Parsons) con la cristallina I Must Be Somebody Else You’ve Known, ed una deliziosa Emmylou Harris d’annata con The Bottle Let Me Down. Un ottimo tributo, che vale la pena accaparrarsi sia per la difficoltà di trovare molte delle registrazioni incluse, sia per il bel libretto che fornisce esaurienti note su tutti i pezzi, ma soprattutto per l’assoluta bellezza delle canzoni di Merle Haggard.

Marco Verdi

Tre Annate Diverse, Ma Lo Stesso Godimento! Jerry Garcia Band – Electric On The Eel

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Jerry Garcia Band – Electric On The Eel – ATO 6CD Box Set (+ Bonus CD “Acoustic On The Eel”)

Sospesa momentaneamente la serie Garcia Live, ecco un nuovo album dal vivo che vede protagonista la Jerry Garcia Band, e questa volta sono state fatte le cose in grande. Electric On The Eel è infatti un box sestuplo che presenta ben tre concerti completi del gruppo capitanato dal leader dei Grateful Dead, registrati rispettivamente nelle estati del 1987, 1989 e 1991 nella medesima location, cioè al French’s Camp presso il fiume Eel vicino a Piercy, una suggestiva località californiana in mezzo ai boschi non lontana da dove sorge la Hog Farm, cioè la più grande comune hippie d’America: anzi, questi concerti erano stati organizzati proprio per raccogliere fondi da destinare a quella comunità, per iniziativa di Bill Graham e di quel vecchio fricchettone di Wavy Gravy. In quel periodo Garcia, dopo i gravi problemi di salute della metà degli anni ottanta, era tornato più in forma che mai e dal vivo era una garanzia, sia che si esibisse coi Dead che con il suo gruppo, ed in questi tre show ci troviamo di fronte ad un crescendo continuo: ottimo quello del 1987, eccellente quello del 1989, splendido quello del 1991.

La band è la stessa in tutte e tre le date: Melvin Seals alle tastiere, vero alter ego di Jerry (tranne quando si sposta al synth), John Kahn al basso, David Kemper alla batteria ed i contributi vocali di Gloria Jones e Jacklyn LaBranch; la struttura è quella tipica degli spettacoli di Garcia solista, cioè una piccola selezione di brani originali ed una grande maggioranza di cover. La differenza sostanziale con i Dead, ma anche con la JGB degli anni settanta, è che questi concerti sono più basati sulle canzoni e meno sulle jam, con il risutato di avere più brani del solito e con durate più limitate (anche se stiamo comunque parlando di pezzi che vanno in media dai cinque ai dieci minuti). E, oltre alla bravura straordinaria di Jerry che è ormai assodata (ma non sottovaluterei l’apporto della band, che fornisce un suono compatto e solido), ci sono anche diverse sorprese in scaletta, soprattutto nella serata del 1991; ovviamente non mancano le ripetizioni (alcuni brani in due serate, alcuni in tutte e tre), anche se va detto che Garcia era uno di quelli che non suonava mai lo stesso pezzo due volte allo stesso modo.

CD 1-2, 29/08/87: che Garcia sia in forma lo capiamo sin dalle prime note della guizzante How Sweet It Is (To Be Loved By You) (Marvin Gaye), in cui il nostro ci fa sentire da subito il suono sublime della sua chitarra (ma Seals non è da meno all’organo), ed anche dal punto di vista vocale è in buona forma, cosa non scontata. Solo tre brani vengono dal repertorio di Jerry, la pimpante Run For The Roses, la sempre trascinante Deal e la rara Gomorrah; tre anche gli omaggi all’amico Bob Dylan, con una splendida Forever Young, cantata forse con qualche sbavatura ma con un paio di assoli celestiali, una solida I Shall Be Released ed una lunga e liquida Tangled Up In Blue posta in chiusura di serata. Altri highlights sono una bellissima And It Stoned Me, uno dei capolavori di Van Morrison, una breve ma ficcante Evangeline (Los Lobos), l’omaggio al reggae con The Harder They Come di Jimmy Cliff, grande canzone nonostante io non ami il genere, ed il momento rock’n’roll con una torrida Let It Rock di Chuck Berry, in cui Jerry fa quello che vuole con il suo strumento.

CD 3-4, 10/07/89: qui Jerry e la band sono anche più in forma di due anni prima, e lo dimostrano subito con una vibrante I’ll Take A Melody (Allen Toussaint), dieci minuti suonati con classe (peccato il synth nel finale); qui i brani scritti da Garcia sono quattro, le “ripetizioni” di Run For The Roses e Deal, la nota They Love Each Other e Mission In The Rain, in una delle versioni più fluide mai sentite. C’è ancora I Shall Be Released di Dylan, ma è una rilettura magnifica, forse la migliore di sempre per quanto riguarda Garcia, e risulta gradevolissima anche Stop That Train di Peter Tosh (Jerry riusciva a farmi piacere anche il reggae). Detto di una rara I Hope It Won’t Be This Way Always, un oscuro brano degli Angelic Gospel Singers, gli altri pezzi da novanta del concerto sono la sempre bellissima Waiting For A Miracle di Bruce Cockburn, una vigorosa ripresa di Think (Jimmy McCracklin, non il classico di Aretha Franklin dallo stesso titolo), che vede il nostro perfettamente a suo agio anche con il blues, e soprattutto una monumentale Don’t Let Go (Jesse Stone) di 14 minuti, con una performance chitarristica incredibile da parte di Mr. Captain Trips.

CD 5-6, 10/08/91: il concerto più breve dei tre, ma anche quello con la setlist più rivoluzionata e con diverse sorprese, oltre ad essere in assoluto quello che vede i nostri in forma migliore, cosa che si capisce immediatamente con la scintillante The Way You Do The Things You Do (The Temptations) in apertura, e con la sempre grandissima And It Stoned Me subito dopo: raramente Jerry ha cantato così bene. Dicevo delle rarità in scaletta, a partire con l’altro omaggio a Berry con una spettacolare You Never Can Tell (conosciuta anche come C’Est La Vie), rock’n’roll allo stato puro contraddistinto dalle magiche evoluzioni chitarristiche del leader ed il gruppo che è un treno lanciato. Ma la maggior parte delle sorprese sono nella seconda parte (e c’è in tutto lo show un solo pezzo di Jerry, la solita Deal), a cominciare da un doppio omaggio a Eric Clapton con una potente Lay Down Sally e la meno nota See What Love Can Do (scritta da Jerry Lynn Williams, era su Behind The Sun), per poi proseguire con la splendida Twilight dal repertorio di The Band ed un gran finale con Lazy Bones di Hoagy Carmichael, dal sapore antico e con Jerry che canta in maniera quasi confidenziale, e con il grande classico soul Everybody Needs Somebody To Love, in versione leggermente rallentata ma con Garcia che suona in maniera divina. Con le prime copie di Electric On The Eel (da accaparrarsi in pre-ordine, cosa che ho fatto) veniva dato in omaggio un ulteriore CD, ora purtroppo esaurito, intitolato Acoustic On The Eel, che prendeva in esame uno show unplugged registrato nell’agosto del 1987 dalla versione acustica della JGB, con una formazione che conservava solo Jerry alla chitarra e Kahn al basso, ed aggiungeva il vecchio amico David Nelson alla seconda chitarra e Sandy Rothman al banjo, dobro e mandolino. Ed il CD è, manco a dirlo, davvero stupendo, con cristalline versioni tra folk, country e bluegrass di classici della tradizione come I’ve Been All Around This World, Little Sadie e I’m Troubled, vecchi blues rivisti alla maniera folk come Deep Elem Blues, Oh Babe It Ain’t No Lie (Elizabeth Cotton) e Spike Driver Blues (Mississippi John Hurt), oltre ad un paio di classici dei Dead del calibro di Friend Of The Devil e Ripple.

Ma se non ce l’avete fatta a fare vostro anche il dischetto acustico, direi che Electric On The Eel può bastare a regalarvi quasi sei ore di puro godimento musicale.

Marco Verdi

Altro Disco “Fantomatico” Purtroppo, Anche Se Molto Bello! Apple City Slough Band – Lower Highland To Paradise

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Apple City Slough Band  – Lower Highland To Paradise – Apple City Slough Band CD (forse) – Download Digitale

Per parafrasare una vecchia pubblicità, esagerando, si potrebbe dire: “Le Jam Band sono tante, milioni di milioni, ma la Apple City Slough Band vuol dire qualità”! Anche se non fa rima e forse è appunto un po’ esagerato: ma il sestetto californiano (da Watsonville, la Apple City della Contea  di Santa Cruz, da cui il nome) si autodefinisce una Americana Mountain Jam Rock Band, termine che indica sia il loro stile che la provenienza geografica. Sono insieme dal 2015 e questo Lower Highland To Paradise è il loro esordio, pubblicato dopo tre anni on road, con concerti tenuti soprattutto nei weekend e durante il tempo libero in fiere e picnic vari, visto che tutti i musicisti hanno un lavoro a tempo pieno per mantenersi e suonano per passione, però con la giusta attitudine, con un repertorio che attinge, oltre che dalle proprie canzoni, da Creedence, Grateful Dead, Allman Brothers, Clapton, alternati nei propri concerti.

Per il disco, registrato a Boulder Creek nel fine settimana del giorno della Festa della Mamma (quindi prima domenica di Maggio del 2018), si sono affidati semplicemente ad un ingegnere del suono Barry Tanner, che li ha aiutati a mettere su nastro, con molta semplicità, ed un suono ruspante, basico, ma vibrante, dieci canzoni originali, tutte tra i cinque e i sei minuti, dove la voce piacevole ed ispirata di Jamie Norton, il leader della band, è sostenuta dalla chitarra guizzante di Danny Grilli, dalle tastiere di Lindsey Bearden, unica presenza femminile, da una sezione ritmica precisa e senza particolari virtuosismi, Dave Ott, basso e Sparky (Ken) Klinger alla batteria, con l’aggiunta di Bobby Yliz alla chitarra ritmica e armonie vocali. Il risultato, come detto, è molto semplice e fresco, ci sono tutte le influenze citate, e il suono finale è un roots-rock che deve molto a tutti i nomi citati, probabilmente senza i virtuosismi di Allman, Clapton e Fogerty, ma con l’approccio dei Dead meno ricercati ed improvvisativi. Comunque estremamente godibile all’ascolto e di qualità molto buona, come certifica immediatamente l’iniziale Into The Blue dove la voce classica da cantautore di Norton si libra sulla liquida e guizzante chitarra di Grilli che lavora di fino e di continuo nel brano, ben sostenuta dal piano della Bearden https://www.youtube.com/watch?v=LYzWozxaypk ; Glow Upon The Steel è anche meglio, su un ritmo incalzante che ricorda vagamente i primi Dire Straits, sempre con la solista in bella evidenza, la band improvvisa con gusto e misura.

Don’t Mean Nothing è una tersa ed ariosa ballata anni ’70 che ricorda il miglior country-rock dell’epoca, o il sound della California da cui vengono anche i nostri amici https://www.youtube.com/watch?v=4Sve3VGlEfA . Riley Mae Never di nuovo costruita su un ritmo incalzante, ha degli agganci ancora con i Dead del periodo elettroacustico, un’altra piccola perla, Grilli non è Jerry Garcia, ci mancherebbe, ma suona con impeto, passione e bella tecnica. The Mud Just Might, ancora con un suono saltellante figlio dei Grateful Dead, prosegue con brio questa raccolta di belle canzoni, ripeto, semplici ma veramente gustose, come conferma pure Next Stop Siena (un omaggio all’Italia o si tratta di qualche strana località americana?), un’altra ballata sognante ricca di fascino senza tempo, sempre arricchita dall’eccellente lavoro di Grilli alla solista, che poi improvvisa su un riff di stampo decisamente più rock in Destination Unknown, uno dei brani più mossi ed elettrici del CD. Something I Ain’t Never Done prosegue questo viaggio nelle delizie dell’Americana Mountain Jam Rock degli Apple City, che poi sfoderano una Thinking Out Loud alla giusta intersezione tra Creedence e Grateful Dead, prima di congedarci con Orange Jam un pezzo più improvvisato e rock da jam band pura, sempre molto basilare nel suono naturale e senza produzioni ricercate di studio, ma per questo forse ancora più godibile https://www.youtube.com/watch?v=7JAHrMk17Mo . Al solito la reperibilità non è il punto di forza del CD, anzi, quindi se non avete previsioni di viaggi a Santa Cruz, buona caccia. Ne varrebbe la pena, i dischi belli diventano sempre più difficili da trovare. Se no, per una volta, ripiegate sul download digitale (siamo contrari, ma se non c’è alternativa).

Bruno Conti

Il Rock Non E’ Musica Per Panettieri…O Forse Sì! Phish – The Baker’s Dozen: Live At Madison Square Garden

phish baker's dozen

*NDB Anche ieri, e nei tre giorni precedenti, come è tradizione ormai da parecchi anni, i Phish hanno festeggiato la fine dell’anno con una serie di concerti al Madison Square Garden di New York, che è diventato per loro una sorta di quartier generale per le “residenze” più lunghe nei loro tour, oltre che per i concerti di Halloween. Gli eventi di cui leggete sotto, invece si sono tenuti, sempre al Madison Square Garden, nel luglio del 2017.

Phish – The Baker’s Dozen: Live At Madison Square Garden – JEMP 3CD – 6LP

I Phish sono ormai da più di due decenni una delle migliori live band al mondo, e giustamente vengono considerati gli eredi dei Grateful Dead, per la loro capacità di trasformare e dilatare qualsiasi canzone, originale o cover che sia, con feeling, grande tecnica e creatività: non a caso quando nel 2015 i membri superstiti dei Dead hanno deciso di dare l’addio con cinque Farewell Concerts, il prescelto per sostituire Jerry Garcia è stato proprio Trey Anastasio, cantante, chitarrista e principale compositore del quartetto del Vermont (gli altri tre sono da sempre il bassista Mike Gordon, lo straordinario pianista Page McConnell ed il batterista Jon Fishman, un pazzo scatenato che però quando suona non ha paura di nessuno). Di conseguenza, è chiaro che la discografia dal vivo dei quattro sia corposa, per usare un eufemismo, tra live normali, cofanetti e CD pubblicati in esclusiva sul loro sito: l’ultima uscita in ordine di tempo è anche una delle più interessanti, e stiamo parlando cioè di The Baker’s Dozen: Live At Madison Square Garden, un triplo CD (o sestuplo LP) che presenta una selezione dai ben tredici concerti consecutivi tenuti nel 2017 dai nostri nel famoso teatro di New York.

In realtà il piatto forte era The Complete Baker’s Dozen, un megabox di 36 CD che comprendeva la residence completa, un cofanetto costoso e limitato che è andato esaurito in breve tempo (e per una volta il sottoscritto si è accontentato del triplo). La particolarità di quegli show (e non è una cosa da poco) è che i Phish durante le tredici serate non hanno mai suonato la stessa canzone per due volte, una cosa che non tutti si possono certo permettere di fare. La selezione per il triplo CD (presentato in un’elegante confezione mini-box, che quelli che hanno studiato chiamano “clamshell”) deve dunque essere stata difficile e dolorosa, anche perché la lunghezza dei brani presenti (una media di 11-12 minuti a canzone: si va dai sette di More e Miss You ai venticinque di Simple) non ha consentito di inserire più di tredici pezzi in totale. Personalmente sono abbastanza soddisfatto della scelta, anche se avrei ascoltato volentieri anche altri pezzi del gruppo, ed in particolare non mi sarebbe dispiaciuto un CD in più con una selezione delle varie cover suonate durante gli show, brani appartenenti, tra gli altri, ai songbook di Bob Dylan, Neil Young, Frank Zappa, David Bowie, Beatles e Led Zeppelin).

Il risultato finale è comunque eccellente, e The Baker’s Dozen si colloca quasi fuori tempo massimo tra i migliori album live dell’anno: Anastasio e soci sono in forma strepitosa, avendo ormai raggiunto uno status per cui sarebbero in grado di suonare qualsiasi cosa e renderla propria. I brani partono spesso dalle melodie iniziali per poi svilupparsi in maniera assolutamente creativa ed improvvisata, con la chitarra ed il pianoforte sempre a dettare legge ma con la sezione ritmica che non si tira mai indietro: i Phish non utilizzano altri musicisti sul palco, sono solo loro quattro, ma in certi momenti sembra che siano in sedici tanto corposo ed intenso è il groove che mettono nei vari brani. Ci sono quattro pezzi tratti da Big Boat, il loro ultimo bellissimo album di studio https://discoclub.myblog.it/2016/10/18/allora-sanno-grandi-dischi-phish-big-boat/  (mentre nulla proviene dai due precedenti, Joy e Fuego), a partire da una formidabile Blaze On, un brano limpido e solare che ricorda molto da vicino gli episodi più orecchiabili dei Dead: 23 minuti di piacere assoluto, con Anastasio e McConnell (il quale passa con estrema disinvoltura dal piano acustico a quello elettrico) che fanno sentire da subito di che pasta sono fatti, con improvvisazioni continue ed assoli su assoli, ma senza mai perdere di vista la canzone stessa.

Completano la selezione da Big Boat l’immediata More, un brano rock solido e molto ben costruito (e l’assolo di Trey è da urlo), la fulgida slow ballad Miss You, dal motivo bellissimo che evidenzia il gusto melodico del gruppo, e la funkeggante No Men In No Man’s Land, dal suono grasso e ritmo sostenuto. Abbiamo anche due inediti, e cioè la gustosa Everything’s Right, una rock song cadenzata, godibile e dal ritornello vincente, e la travolgente Most Events Aren’t Planned, in cui i Phish suonano con grande affiatamento e compattezza, un brano ancora tra rock e funky, con il basso di Gordon piacevolmente sopra le righe. Ci sono due pezzi tratti da The Story Of The Ghost, a mio parere il disco meno riuscito della carriera della band, che però non sembra pensarla come me: la rock ballad Roggae, un brano fluido tipico del loro repertorio, eseguita al solito impeccabilmente e con potenti riff elettrici (ed un liquidissimo assolo di Anastasio), e l’annerita Ghost (20 minuti), che dal vivo risulta molto più coinvolgente che sull’album originale. Il resto? Innanzitutto la strepitosa Simple (unica del triplo scritta da Gordon), un pezzo che i nostri hanno suonato sempre e solo dal vivo, che parte come una potente rock song di stampo classico, molto chitarristica e dal motivo diretto, e che poi nei suoi 25 minuti vede il gruppo percorrere tutte le direzioni musicali possibili (e non manca anche qui un mood funky, genere che i nostri amano infilare un po’ dappertutto).

Ci sono poi tre canzoni prese dalla discografia “di mezzo”, cioè da Farmhouse (una maestosa Twist, altri 20 minuti di grande intensità e con Anastasio monumentale, nonostante ad un certo punto compaia un synth poco gradito), da Round Room la quasi soffusa Waves, dallo spirito “deaddiano” e finale psichedelico, e da Undermind l’energica Scents And Subtle Sounds, che alterna momenti parecchio roccati ad altri più distesi, con un grandissimo McConnell e Fishman debordante: una delle performance migliori del triplo. L’unico classico appartenente ai primi dischi della band è la nota Chalk Dust Torture, qui proposta in una roboante e vitale rilettura di 24 minuti, in cui i quattro ci fanno vedere e soprattutto sentire perché sono uno dei migliori gruppi del pianeta (e Trey è in pura trance agonistica). Un grande live album, da ascoltare attentamente dalla prima all’ultima nota: alla fine arrivo quasi a rimpiangere di essermi lasciato sfuggire la versione extralarge.

Marco Verdi

Finalmente Anche I Dead Pubblicano Un Bel Disco Dal Vivo! Grateful Dead – Pacific Northwest ’73-’74: Believe It If You Need It

grateful dead pacific northwest 73-74

Grateful Dead – Pacific Northwest ’73-’74: Believe It If You Need It – Rhino/Warner 3CD

Il titolo del post odierno è chiaramente ironico, in quanto sul mercato esistono più dischi dal vivo dei Grateful Dead di quanti uno possa ragionevolmente riuscire ad ascoltare in un anno intero (con pause per i pasti ed almeno otto ore di sonno per notte). Però quando una proposta discografica è targata Rhino, state certi che il contenuto è meritevole di attenzione. Non fa eccezione questo Believe It If You Need It, triplo CD che è in realtà un condensato del solito mega-cofanetto in tiratura limitata (e parecchio costoso), cioè Pacific Northwest ’73-’74, un box di 19 CD che presenta sei concerti completi che lo storico gruppo di San Francisco tenne nel Maggio e Giugno del 1973 e 1974 in Oregon (a Portland), nello stato di Washington (a Seattle) e nella British Columbia canadese (a Vancouver): Believe It If You Need It è quindi costituito dalle migliori performances di quelle serate, ed è compilato come se si trattasse di un concerto a sé stante (solo Truckin’ è presente due volte). I Dead sono in sei (l’unico batterista è Bill Kreutzmann, Mickey Hart in quel periodo era fuori dalla band), ma sarebbero andati bene anche in cinque, dato che i gorgheggi di Donna Jean Godchaux sono più di danno che di utilità, e vedono Jerry Garcia in forma strepitosa, protagonista di una serie di assoli di rara bellezza, sia nei momenti più “roots” che in quelli più acidi, ed una sorpresa è anche la performance di Keith Godchaux, mai troppo considerato come pianista, ma che qui suona con una liquidità notevole.

E’ noto che la prima metà degli anni settanta è stato forse il periodo migliore per quanto riguarda le prove dal vivo dei nostri, e questo album lo conferma appieno: in più, l’incisione è davvero spettacolare, nitida, pulita e forte, come se si trattasse di musica registrata solo qualche mese fa. Si capisce che Garcia e soci sono in palla già dall’iniziale China Cat Sunflower (brano che molto spesso apriva i loro concerti), con la chitarra di Jerry subito protagonista in maniera magistrale con una serie di fraseggi distesi, ben assecondato da un Godchaux in gran spolvero. I Know You Rider vede i nostri lanciati come un treno, Bird Song arriva ad un quarto d’ora, una ballata melodicamente impeccabile, suonata in maniera spettacolare (e perdoniamo pure a Jerry una prestazione vocale appena sufficiente), mentre Box Of Rain è da sempre una gran bella canzone, e qui Phil Lesh la canta un po’ meglio del solito. Brown-Eyed Women è splendida, una delle più dirette ed orecchiabili del songbook di Garcia e Hunter; poi abbiamo una monumentale jam che parte da una travolgente Truckin’ e confluisce in Not Fade Away e nella travolgente Goin’ Down The Road Feeling Bad, prima del rock’n’roll di One More Saturday Night, che chiude la prima parte.

Il secondo CD è composto da sole quattro canzoni, ma il vero highlight è una leggendaria Playing In The Band, che con i suoi 46 minuti di durata è il brano singolo (quindi non mescolato con altri) più lungo mai suonato dal gruppo: una versione apocalittica, un’esperienza quasi extrasensoriale (o come dicono in America, una “mind left body jam”), nella quale i nostri toccano vette di pura psichedelia che neanche negli anni sessanta durante gli acid test. Il resto del CD vede una rara Here Comes Sunshine (ma sentite Garcia, un fenomeno) ed una sempre eccellente Eyes Of The World, che si fonde con la lenta China Doll. Nel terzo dischetto i Dead tornano con i piedi per terra (più o meno), iniziando in maniera sublime con la splendida Sugaree, tra le più belle composizioni di Garcia, e poi con un super medley (registrato a Vancouver) formato dalla cristallina He’s Gone, un’altra grandiosa Truckin’ (26 minuti solo questa, compreso una lunga improvvisazione con il basso di Lesh come strumento solista), una rimembranza dei sixties con The Other One, la solida ballata Wharf Rat e gran finale con la sempre coinvolgente Sugar Magnolia, in assoluto uno dei pezzi migliori di Bob Weir. Altra ottima proposta dunque dagli infiniti archivi live dei Grateful Dead, e stavolta direi che è sufficiente questo estratto in tre CD rispetto al mega-box (ammesso che sia ancora disponibile), dato che nei mesi di Ottobre e Novembre, tra box di Dylan, Petty, Lennon, Beatles, Kinks e Hendrix le vostre (anzi, nostre) tasche saranno messe a durissima prova.

Marco Verdi

Uno Dei Dischi Cardine Della Psichedelia Californiana Degli Anni Sessanta. Grateful Dead – Anthem Of The Sun 50th Anniversary

grateful dead anthem of the sun 50th anniversary

Grateful Dead – Anthem Of The Sun 50th Anniversary – Rhino/Warner 2CD

Prosegue la ristampa della discografia ufficiale dei Grateful Dead in occasione dei cinquantenari dall’uscita degli album originali: dopo la ripubblicazione deluxe del loro esordio omonimo avvenuta lo scorso anno https://discoclub.myblog.it/2017/01/29/ci-mancavano-solo-le-ristampe-dei-cinquantesimi-grateful-dead-50th-anniversary-deluxe-edition/ , un’operazione che ha attirato diverse critiche in quanto dovrebbe terminare nel 2039 con la riedizione di Built To Last (il loro ultimo disco in studio), con il rischio concreto che molti fans della prima ora non possano completare l’opera per motivi anagrafici (ammesso e non concesso che tra 21 anni esisteranno ancora i CD). Anthem Of The Sun, uscito appunto nel 1968, è considerato da molti il primo vero album in cui i Dead introducono il loro suono, in quanto nel debutto di The Grateful Dead, pur essendo presenti diversi futuri classici delle loro esibizioni dal vivo, il gruppo di San Francisco aveva deciso di includere canzoni piuttosto brevi (con l’eccezione di Viola Lee Blues) e con arrangiamenti rock che non avevano ancora del tutto le caratteristiche del suono che li renderà famosi.

Per contro, Anthem Of The Sun è esattamente l’opposto, in quanto presenta soltanto cinque brani, di cui uno solo di breve durata: non solo, ma di tutta la discografia dei Dead è quello in assoluto che si avvicina di più al suono dei loro concerti, grazie soprattutto all’idea, decisamente innovativa per l’epoca, di mischiare incisioni in studio con spezzoni di vari live show, creando una sorta di ibrido. In seguito diventerà la prassi per molti artisti “aggiustare” i dischi dal vivo con incisioni in studio (e quasi mai dichiarandolo), ma il caso di Anthem Of The Sun, cioè un disco in studio viceversa aggiustato con frammenti live, è tuttora abbastanza unico. I cinque brani presenti in questo disco diventeranno tutti dei veri classici del gruppo, e sono ancora oggi considerati uno dei punti più alti della musica psichedelica dell’epoca, con una band in stato di grazia, guidata da un Jerry Garcia ai vertici della sua creatività: in questo album i Dead sono tra l’altro in una formazione a sette elementi che non durerà a lungo, con Tom Constanten che si aggiunge allo zoccolo duro formato da Garcia, Bob Weir, Ron “Pigpen” McKernan (il sui organo è un altro elemento indispensabile nell’economia del suono), Phil Lesh e la doppia batteria di Mickey Hart e Bill Kreutzmann. Questa ristampa deluxe, che esce con la copertina a cui è stato donato uno splendido effetto lenticolare in 3D, presenta nel primo CD l’album originale in due diversi missaggi, quello del 1968 ed il remix del 1971: le differenze sono minime, anche se il secondo sembra meno confuso ed “impastato”, oltre a prolungare la durata di alcuni brani.

I cinque pezzi del disco sono, come ho già detto, tutti molto noti tra i fans dei Dead, a partire dalla straordinaria That’s It For The Other One, una mini-suite in quattro movimenti che lascia ampio spazio alle scorribande dei nostri, con Garcia e Weir che si alternano alle parti vocali soliste: pura psichedelia, con tanto di finale rumoristico ad opera di Constanten. La lenta e sinuosa New Potato Caboose (di Lesh), che vede addirittura spuntare un clavicembalo, ha soluzioni melodiche e strumentali che la avvicinano al pop, anche se la parte centrale dà spazio ad una grande performance di Jerry, mentre Born Cross-Eyed mantiene le atmosfere lisergiche nonostante duri poco più di due minuti. Il disco termina con la rockeggiante Alligator, ancora di Lesh, che è un fluido brano tutto giocato su cambi di ritmo ed improvvisazioni varie, e con Caution (Do Not Stop On Tracks), un rock-blues allucinato che è anche il momento in cui Pigpen si prende il centro della scena (ma Garcia si fa largo a suon di assoli).

Il secondo CD propone un concerto, ovviamente inedito, registrato al Winterland di San Francisco nell’autunno del 1967 (anche la ristampa dello scorso anno prendeva in esame uno show dell’anno precedente). Un concerto bello, potente e lisergico quanto basta, con Garcia ovviamente sugli scudi ma anche il resto della band (ancora senza Constanten) che lo segue con sicurezza, con McKernan in testa. La serata inizia con una vibrante versione dell’apocalittica Morning Dew, molto bella, e prosegue tra momenti di pura psichedelia (New Potato Caboose, con Jerry strepitoso), cover di classici del blues (It Hurts Me Too di Elmore James) e brani dove emergono sia il lato roots della band (Cold Rain And Snow) che quello rock’n’roll (Beat It On Down The Line). Le due canzoni restanti sono anche gli highlights del concerto: una scintillante rilettura di Turn On Your Lovelight di Bobby “Blue” Bland, che diventerà un must dei loro show, ed una spettacolare That’s It For The Other One di 15 minuti, che chiude la serata in deciso crescendo.

Quindi all’anno prossimo, con la ristampa di uno dei lavori dei Dead che preferisco (Aoxomoxoa) e, se la campagna di riedizioni prevede anche i dischi dal vivo, di Live/Dead, uno degli album registrati on stage più importanti di sempre.

Marco Verdi

Un’Ottima Band Dal Nobile Lignaggio! Midnight North – Under The Lights

midnight north under the lights

Midnight North – Under The Lights – Trazmick CD

I Midnight North sono un quintetto californiano con già due album in studio ed un live all’attivo, e sono guidati da un giovane chitarrista e cantante, Grahame Lesh, che è anche figlio d’arte, e non uno qualsiasi: infatti il padre è proprio Phil Lesh, storico bassista dei Grateful Dead, una delle colonne portanti del leggendario gruppo di San Francisco sin dalla prima ora. Quindi Grahame non ha avuto un’infanzia ed un’adolescenza qualunque, ma è cresciuto respirando grande musica ogni singolo giorno, cosa che sicuramente gli è servita a formarsi un background culturale di tutto rispetto: questo è evidente ascoltando questo Under The Lights, terzo album della sua band, che è indubbiamente un signor disco. Lesh Jr. (che è coadiuvato dalla seconda voce solista di Elliott Peck, che nonostante il nome è una ragazza, dal polistrumentista Alex Jordan e dalla sezione ritmica formata da Alex Koford e Connor O’Sullivan) ha però uno stile diverso dal gruppo di suo padre, in quanto è fautore di un rock chitarristico decisamente diretto ed imparentato con il genere Americana: Graheme scrive canzoni semplici e fruibili, ma non banali, ha un senso della melodia non comune e le sue canzoni sono tutte estremamente piacevoli; l’unico punto in comune con i Dead può essere una certa tendenza alla jam nella coda strumentale di alcuni pezzi, anche perché se ci pensiamo un attimo anche il combo guidato da Jerry Garcia nei dischi in studio era spesso piuttosto diverso che durante i concerti.

Under The Lights è quindi un disco di puro rock, con qualche aggancio al country ed una brillante propensione alle melodie corali e dirette, un lavoro fresco e piacevole, che spero metta in luce questo gruppo aldilà del cognome del suo leader. Anche se poi mi viene in mente che i due più bei dischi di studio dei Dead, Workingman’s Dead ed American Beauty, erano anch’essi esempi di Americana ante litteram, e quindi in un certo senso il cerchio si è chiuso. Il CD parte col piede giusto con la bella title track, una rock song fluida e scorrevole, dall’ottimo refrain corale, un tocco country ed un uso scintillante di piano e chitarra. E Grahame è un cantante migliore di suo padre (non che ci volesse molto). Playing A Poor Hand vede la Peck alla voce solista (lei e Lesh si alterneranno per tutto il disco), per una rock ballad ariosa, cadenzata e decisamente gradevole, con un bel gusto melodico che è un po’ il fiore all’occhiello del gruppo; la gioiosa Everyday è una via di mezzo tra un errebi con tanto di fiati ed un pop-rock alla Fleetwood Mac, mentre Greene County è chiaramente una country ballad, sempre di stampo californiano, con qualcosa di Eagles e del Bob Seger più bucolico (Fire Lake).

Roamin’ ha un approccio più rock, con sonorità anni settanta ed il solito ritornello immediato, Headline From Kentucky è una ballata elettrica dal ritmo sostenuto e dal mood intrigante, con un ottimo motivo senza sbavature: tra le più belle del CD; una bella chitarra introduce la fluida Back To California, fino ad ora la più dead-iana (più nella parte strumentale che nella melodia), ed anche qui siamo di fronte ad un brano coi fiocchi, mentre la saltellante e coinvolgente One Night Stand dona al disco un altro momento di allegria e buona musica. Echoes è un rock a tutto tondo, tra le più elettriche del lavoro e con tracce di Tom Petty, con ottime parti di chitarra e solito refrain vincente, The Highway Song è vera American music, un pop-rock terso ed altamente godibile, che porta in un soffio alla conclusiva Little Black Dog, puro country elettroacustico ancora corale e gioioso, che ricorda quasi la Nitty Gritty Dirt Band dei bei tempi. Midnight North è un nome da tenere a mente, il nome di un’altra piccola grande band sotto il sole della California.

Marco Verdi

Vecchio E Nuovo Rock, “Psichedelico”? Hans Chew – Open Sea

hans chew open sea

Hans Chew – Open Sea – At The Helm Records

Hans Chew, anche se la pronuncia del suo nome e cognome ricorda molto quella di uno starnuto, è in effetti un artista piuttosto interessante: prima membro di una band “country psichedelica” come D. Charles Speer & the Helix, poi si è creato una reputazione per i suoi interventi al piano nei dischi di Jack Rose, e in seguito anche Hiss Golden Messenger, Chris Forsyth e più di recente ancora con Steve Gunn. Nel frattempo ha registrato tre album solisti, di cui il primo Tennessee & Other Stories era entrato quasi nella Top 20 dei migliori dischi dell’anno di Uncut nel 2010; da poco è uscito il suo quarto album, questo Open Sea di cui stiamo per occuparci, un prodotto piuttosto interessante che lo vede alla guida di un quartetto con Dave Cavallo, il suo chitarrista abituale, e una sezione ritmica formata dal batterista Jimmy Seitang (spesso con Michael Chapman e il citato Steve Gunn) e da Rob Smith alla batteria. Lo stile che ne risulta incorpora elementi di rock, blues, country con spiccate venature southern e anche tocchi R&B e folk, quindi un suono piuttosto eclettico, dove spicca il piano di Chew, ma ancor di più le chitarre, suonate di sovente pure da Hans, che sono spesso e volentieri le protagoniste, in sei brani, tutti piuttosto lunghi, a parte uno, e che ricordano abbastanza anche una sorta di psichedelia gentile, come evidenzia subito l’iniziale Give Up The Ghost, che potrebbe rimandare ad un album come Shady Grove dei Quicksilver Messenger Service.

Il nostro ha anche una bella voce, particolare, rauca, profonda e risonante, ben inserita nel tessuto sonoro che si apre in continue jam strumentali, e scrive pure pezzi di eccellente qualità, come conferma la guizzante Cruikshanks, oltre otto minuti di una sorta di country-southern-rock anni ’70 che ricorda anche (sia pure in modo più vibrante e meno compassato) le sonorità di Hiss Golden Messenger (aka MC Taylor), con le chitarre che si rincorrono in un continuo intreccio di rimandi psych di ottima fattura, con la band che tira alla grande e in piena libertà. Molto bella anche la title track Open Sea che ha addirittura dei tratti che potrebbero riferirsi ai Grateful Dead più bucolici, almeno nella parte iniziale, perché poi nel dipanarsi del brano non siamo lontani dalle evoluzioni di una band come i Magpie Salute oppure di altre jam band attuali, tipo i Widespread Panic, con le chitarre che vengono rinforzate da improvvise entrate fluenti del piano di Chew, veramente bella musica; si diceva che l’unico brano breve del disco è riferito ai circa quattro minuti di Who Am Your Love?, introdotta da una chitarra acustica, da piccole percussioni e poco altro, ma che poi nella seconda parte si anima e si apre in un classico rock and roll con tanto di uso della solista in modalità wah-wah.

Freely, con il suo titolo, e gli oltre nove minuti di durata, è nuovamente musica psichedelica, acid rock, chiamatela come volete, libera e molta improvvisata, con gli strumenti sempre in modalità jam, anche con tocchi jazz e leggermente sperimentali che non sono lontani da quelli di Chris Forsyth http://discoclub.myblog.it/2016/04/02/chitarre-go-go-psych-rock-television-richard-thompson-improvvisazione-chris-forsyth-the-solar-motel-band-the-rarity-of-experience/ , altro musicista con cui Chew ha condiviso una parte di percorso, cambi di tempo continuo, chitarre e piano che si alternano alla guida per creare paesaggi sonori di grande bellezza e nuovamente in piena libertà, ma anche con improvvisi ritorni alla melodia e alla forma canzone. La conclusiva Extra Mile è un brano quasi di cosmic country e Americana, con una sorta di pianino honky-tonk, la voce alla Leon Russell del titolare e le solite chitarre acustiche ed elettriche che non mancano di farsi sentire nell’economia musicale della canzone. Quindi un menu veramente ricco e vario che non mancherà di colpire chi è alla ricerca di qualità e idee brillanti, ben realizzate, anche se con continui rimandi alla tradizione della migliore musica americana classica. Segnatevi il nome, questo signore è veramente bravo.

Bruno Conti