Da Gruppo Leader Del Rock Psichedelico A Paladini Del Suono “Americana”. Grateful Dead – Workingman’s Dead 50th Anniversary

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Grateful Dead – Workingman’s Dead 50th Anniversary – Rhino/Warner 3CD Deluxe – Lp Picture Disc

Riprendono le celebrazioni dei cinquantesimi anniversari per quanto riguarda gli album dei Grateful Dead, dopo che lo scorso novembre il mitico Live/Dead è stato “saltato” (evidentemente i nostri hanno cambiato idea decidendo di premiare solo i dischi in studio, modificando il progetto originale che prevedeva anche i live. La cosa comunque ha senso dato che ad esempio per Europe ’72 non potrebbero proporre nulla di inedito visto che nel 2011 era uscito un megabox con i concerti completi). Il 1970 fu un anno fondamentale per i Dead, che abbandonarono il suono psichedelico che li aveva eletti come uno dei gruppi cardine della Bay Area e della Summer Of Love, reinventandosi come band che rispolverava le sonorità delle radici proponendo una miscela vincente di rock, country, folk e blues, un sound che oggi definiremmo Americana ma che allora era visto come una novità assoluta. La cosa all’epoca stupì un po’ i fans del gruppo (ma i Dead avevano già dentro di loro questo suono, basta pensare agli esordi folk e bluegrass di Jerry Garcia), benché di sicuro contribuì ad aumentare la base dei loro estimatori: infatti i due album pubblicati a pochi mesi di distanza uno dall’altro, Workingman’s Dead e American Beauty, furono all’epoca anche i più venduti fino a quel momento.

Il motivo del successo non riguardava solo il cambio di suono, ma soprattutto il fatto che ci trovavamo di fronte a due grandissimi dischi, anzi a posteriori i loro capolavori assoluti, con dentro talmente tanti futuri classici da sembrare quasi dei Greatest Hits, brani che costituiranno l’ossatura dei loro concerti da quel momento in poi. Oggi mi occupo nello specifico di Workingman’s Dead in occasione della ristampa deluxe uscita ai primi di luglio (American Beauty verrà festeggiato in autunno, al momento non si sa ancora con quali contenuti), che invece dei soliti doppi CD usciti finora nell’ambito di questa campagna di ristampe è proposto in versione tripla, sia in edizione “normale” in digipak, che in una speciale confezione “slipcase” che però la fa costare dieci euro in più senza aggiungere nulla a livello musicale (esiste anche una versione in vinile picture disc con solo l’album originale, chiaramente per collezionisti incalliti). Il primo dischetto presenta Workingman’s Dead rimasterizzato ex novo, un album ancora oggi straordinariamente attuale, con una serie di canzoni che sono tutte diventate dei classici ed un suono elettroacustico largamente influenzato dal country e dal folk, con il sestetto (oltre a Garcia, Bob Weir, Mickey Hart, Bill Kreutzmann, Phil Lesh e Ron “Pigpen” McKernan) in stato di grazia sia dal punto di vista strumentale che vocale.

Gli otto brani presenti non hanno bisogno di presentazioni: c’è quella che per me è la migliore canzone di sempre dei Dead, ovvero la strepitosa Uncle John’s Band, ma anche tre grandissimi pezzi come High Time, Casey Jones e la countreggiante Dire Wolf, in cui Garcia si cimenta alla pedal steel (sua passione di quegli anni), mentre i restanti quattro brani, New Speedway Boogie, Black Peter, Cumberland Blues e Easy Wind, sono comunque largamente superiori alla media. (NDM: stranamente Weir non compare come autore in nessuno dei pezzi, che sono tutti accreditati al binomio Garcia/Hunter tranne Easy Wind che è del solo Hunter). Il secondo e terzo CD riportano un concerto completo ed inedito che i nostri tennero il 21 febbraio 1971 al Capitol Theatre di Port Chester, NY (sarebbe stato più logico un live del ’70, ma pare che il materiale di quell’anno scarseggi): non che io mi lamenti del “solito” disco dal vivo, ma sinceramente avrei preferito almeno un CD di outtakes e versioni alternate, dato che non solo esistono ma sono state messe a disposizione nelle ultime settimane sotto il nome The Angel’s Share, sia pure esclusivamente come streaming.

Il concerto è comunque strepitoso (nonché inciso benissimo), cosa che non mi sorprende dal momento che gli show del biennio 1971-72 sono unanimamente considerati i migliori di sempre per quanto riguarda i Dead. Il sestetto è davvero in stato di grazia, preciso e concentrato in ogni passaggio e molto presente anche dal punto di vista vocale (cosa non sempre scontata), con Garcia che è veramente un’iradiddio alla chitarra e ci regala una prestazione da urlo. Lo spettacolo è nettamente diverso da quelli della stagione psichedelica, con molti più brani in scaletta e durate ridotte anche se sempre “importanti”, oltre ad un suono decisamente più “roots”. Anche il repertorio è cambiato, con l’introduzione di una serie di cover di ispirazione country (Me And Bobby McGee, Me And My Uncle), rock’n’roll (Johnny B. Goode, Beat It On Down The Line, entrambe parecchio trascinanti), errebi (una Good Lovin’ di 17 minuti, la più lunga della serata) e blues (due strepitose Next Time You See Me di Junior Parker e I’m A King Bee di Slim Harpo, entrambe cantate da Pigpen e con Jerry formidabile alla sei corde).

E poi ovviamente ci sono i brani dei Dead, quattro dei quali da Workingman’s Dead (Easy Wind, Cumberland Blues, Casey Jones e Uncle John’s Band) e “solo” tre da American Beauty (ma forse i migliori: Sugar Magnolia, Truckin’ e la splendida Ripple, altro pezzo da Top Five di sempre dei Dead); inoltre non mancano altri classici che ormai è quasi normale per noi ascoltare su un live del gruppo, ma che all’epoca erano alle prime apparizioni, titoli come Playing In The Band, Loser, Bird Song, Wharf Rat, Bertha. E poi la sequenza finale formata da Truckin’, Casey Jones, Good Lovin’ e Uncle John’s Band vale da sola il prezzo richiesto. Fra pochi mesi vedremo cosa ci riserverà la ristampa di American Beauty: dato che un concerto del 1971 lo abbiamo già avuto qui, continuo a sperare in qualche outtake e rarità di studio.

Marco Verdi

Tra Country-Rock E Psichedelia, Un Brillante E Creativo Tuffo Nel Passato! Rose City Band – Summerlong

rose city band summerlong

Rose City Band – Summerlong – Thrill Jockey

Rinviato nella sua versione fisica per le note problematiche legate al Covid, ma disponibile da qualche tempo nella versione download, ecco Summerlong il nuovo album, il secondo in meno di un anno, per la Rose City Band. Se il nome non vi dice nulla si tratta del side project, del progetto parallelo se preferite, di Ripley Johnson, leader dei Wooden Shjips, con cinque album all’attivo, una delle band contemporanee più importanti nell’ambito neo psichedelico della Bay Area, anche se magari più orientati a tratti verso un suono sperimentale che fonde per certi versi Grateful Dead, Doors e soci, a Velvet Underground, Kraut Rock e gruppi più sperimentali: Johnson ha anche un’altra band, il Moon Duo, che a sua volta ha già pubblicato ben sette lavori, quindi sicuramente non è un personaggio poco prolifico o soggetto a blocchi creativi.

La Rose City Band si rivolge comunque quasi con devozione sempre al suono dei Grateful Dead, magari però quelli più languidi e con forti componenti country, folk e West Coast di Workingman’s Dead, come anche ai New Riders Of The Purple Sage e altri viaggiatori cosmici, con pedal steel guizzanti, mandolini e chitarre acustiche, nonché cori celestiali e deliziosi, come nella bellissima e malinconica, pur se mossa e brillante, iniziale Only Lonely, una piccola perla country-rock. Johnson suona tutti gli strumenti, a parte la batteria affidata a John Jeffrey, socio di Ripley anche nei Moon Duo. Empty Bottles rallenta i ritmi ma rimane sempre in questi territori dove i suoni del Laurel Canyon rimangono la stella polare di Johnson, con acustiche ed elettriche che si muovono felpate, quasi narcolettiche nel loro dipanarsi, a parte nel finale strumentale dove le elettriche anche in modalità wah-wah inscenano una breve e brillante jam.

Modalità improvvisativa che rimane anche nella successiva Real Long Gone, un altro brano spedito tra country e rock and roll, dove Johnson si sdoppia alle chitarre per un pezzo ancora assai godibile e che ricorda il country cosmico dei primi anni ‘70. Floating Out è una solenne ballata dove si apprezza anche il gusto per la melodia del buon Ripley, in grado di maneggiare perfettamente pure questa materia senza dimenticare le derive psych sempre presenti nei suoi album, mentre la breve Morning Light ricorda appunto i Dead di Workingman’s Dead o i New Riders, tra incroci sublimi di pedal steel e chitarre elettriche. Reno Shuflle viceversa è uno dei pezzi più vicini allo stile dei Wooden Shjips, dopo un inizio sempre in territori country, nella parte successiva si torna alle lunghe jam chitarristiche da sempre marchio di fabbrica della band, e anche Wee Hours mantiene questo spirito alla Grateful Dead con le chitarre libere di galleggiare in pieno trip psichedelico, tra profumi di patchouli, barbe e capelli lunghi, quelli di Ripley Johnson, che sembra veramente un figlio illegittimo di Jerry Garcia, anche sul lato artistico, parliamo di un brano veramente splendido, che senza soluzione di continuità poi si riversa nelle volute ancora più intricate dell’altrettanto intrigante Wildflowers.

Tanta “nostalgia” quindi tra i solchi virtuali di questo Summerlong, ma anche tanta buona musica. Esce domani 17 luglio.

Bruno Conti

Altro Che Facile Compitino Portato A Termine, Questo E’ Piuttosto Un Vero Atto D’Amore! Steve Forbert – Early Morning Rain

steve forbert early morning rain

Steve Forbert – Early Morning Rain – Blue Rose Music

Dopo venti dischi realizzati in studio con materiale originale, il veterano Steve Forbert si è concesso una pausa per scrivere con la giusta calma nuove canzoni. Con L’amico produttore Steve Greenwell, ha però deciso nel frattempo di pubblicare una raccolta di covers, undici brani scelti tra quelli che più ha amato e degli autori che maggiormente lo hanno influenzato all’inizio e durante la sua ormai quarantennale carriera. Il lavoro è stato realizzato in più sessioni fino allo scorso gennaio, e ad accompagnare in studio il cantautore originario di Meridian, Mississippi, troviamo un gruppo di validi musicisti che suonano con lui da parecchio tempo come il chitarrista George Naha, il tastierista Rob Clores e la sezione ritmica formata da John Conte al basso (tranne in due brani dove suona Richard Hammond) e da Aaron Comess degli Spin Doctors alla batteria.

Presentando l’album sul suo sito http://steveforbert.com Steve si rivolge al proprio pubblico dando per scontato che queste canzoni siano sufficientemente note da non richiedere un grande sforzo da parte di chi le ascolta, almeno per i seguaci del genere folk/Americana. Vero è che la maggior parte di esse sono indiscutibilmente molto note, ma dietro ciò poteva celarsi il rischio di una resa piatta e scontata, cosa che non si è mai verificata grazie alla capacità di Forbert di entrare nei brani con passione e rispetto, a cominciare da Early Morning Rain, una tipica acoustic ballad di Gordon Lightfoot scritta a metà degli anni ’60. Rispetto all’originale del grande songwriter canadese, Steve ne rallenta l’andatura accentuandone il sapore malinconico con un sapiente uso del pianoforte e una bella pedal steel guitar sullo sfondo, suonata da Marc Muller. Se chiudete gli occhi, vi sembrerà di sentire il ticchettio della pioggia sui vetri, splendida versione. Non è da meno il trattamento riservato ad un classico dei Grateful Dead, Box Of Rain, che apriva l’album American Beauty. Forbert ripropone quella caratteristica, tipica delle Dead songs, di prendere corpo poco alla volta con l’intervento di piano e chitarre a ricamarne la melodia e, a 50 anni esatti dalla sua pubblicazione, riesce a mantenere intatto il suo inebriante profumo da Californian beatniks.

Il confronto con un monumento, quale Your Song di sir Elton John, poteva creare parecchi problemi, ma anche qui Steve ne esce vincitore grazie al principale dono che la natura gli ha fornito, la voce. Con un’interpretazione ricca di pathos eseguita con quella inconfondibile timbrica roca, densa di sfumature, garantisce la giusta intensità ad una delle più belle love songs di tutti i tempi. Comparate questa e quella che nel recente disco tributo Revamp: Reimagining The Songs Of Elton John & Bernie Taupin ha eseguito la popstar Lady Gaga, e vi renderete conto della differenza che passa tra una cover che possiede un’anima e un semplice buon esercizio stilistico. Sorprende un po’ la scelta di Supersonic Rocket Ship dei Kinks, non proprio un anthem nella vastissima produzione di Ray Davies & soci. Ascoltandola però, ci si rende conto di quanto le frizzanti canzoni ricche di humour della band inglese abbiano influenzato generazioni di cantautori al di là dell’oceano e Forbert lo conferma sentendosi totalmente a proprio agio in questa fresca rendition. Restiamo in terra d’Albione per un sentito omaggio ad un illustre coppia del folk rock britannico, Richard & Linda Thompson: l’accorata atmosfera di Withered And Died, presente in origine nell’album I Want To See The Bright Lights Tonight, è riprodotta qui in modo efficace, con la pedal steel di Muller ancora in gran spolvero e la suadente voce di Emily Grove a doppiare quella del protagonista.

Da una coppia all’altra, dal repertorio degli anni sessanta di Ian & Sylvia Tyson, giunge la piacevole Someday Soon, che viene rivisitata in modo fedele all’originale, conservando quella linea melodica che pare baciata dal sole californiano. Pick Me Up On Your Way fa parte del vasto canzoniere di uno dei padri della country music, Charlie Walker, e Steve ne accentua la cadenza swingante ed allegra prima di cimentarsi con un altro pezzo da novanta, Suzanne, del compianto maestro Leonard Cohen. Penso che lo Steve Forbert giovane adolescente degli anni sessanta abbia sognato più volte di scrivere una canzone di tale intensità emotiva, quindi, giunto alla soglia dei 65 anni si è almeno preso lo sfizio di inciderla, dandone una versione convincente, rilassata e passionale nello stesso tempo. Da un brano arcinoto a un traditional sconosciuto ai più, ma che vanta ben 256 registrazioni accreditate da parte di personaggi del calibro di Lead Belly, Sam Cooke, Pete Seeger, Taj Mahal, Johnny Cash, Van Morrison, tanto per citarne alcuni. Frankie And Johnny, questo è il titolo, parla di un tragico omicidio passionale, dunque il blues ne è la veste sonora più appropriata come anche il nostro protagonista ci dimostra, dandone una sua versione sapida e tecnicamente ineccepibile.

Dal campionario dello stimatissimo songwriter Danny O’Keefe sappiamo in quanti abbiano attinto per ricavarne dei successi, da Jackson Browne con The Road a Judy Collins con Angel Spread Your Wings, ma anche Willie Nelson, Alison Krauss, Jimmy Buffett, Ben Harper e molti altri lo hanno interpretato nel corso degli ultimi decenni. Steve opta per l’unico grande hit single della lunga carriera di Danny, Good Time Charlie’s Got The Blues, una folk ballad che viene qui riproposta in una versione di cristallina bellezza, non a caso scelta per il primo video promozionale dell’album. Il cerchio si chiude con l’inevitabile tributo al nume tutelare di ogni cantautore che si rispetti, Robert Allen Zimmerman, in arte Bob Dylan, che ancora non ha smesso di stupire come è dimostrato dalle ultime due gemme pubblicate di recente sul web, la magniloquente Murder Most Foul e l’evocativa I Contain Multitudes.

Mr. Forbert, che fu proprio uno dei “New Dylan” (insieme a Springsteen, John Prine e Elliott Murphy) non va a pescare nella categoria dei super classici, ma sceglie di interpretare un brano, tra virgolette, minore degli anni ’90, Dignity. Il motivo è forse da ricercare nel testo pieno di acuti riferimenti alla vita sociale, che risultano ancora oggi drammaticamente attuali. La sua versione è vitale e coinvolgente col piano che scandisce il ritmo sovrapponendosi alla batteria e le chitarre che svolazzano libere nella ripetitività delle strofe. Sarà sicuramente un appuntamento fisso nelle sue future esibizioni dal vivo. Per ora godiamoci questo ennesimo riuscito tassello nella discografia di un songwriter di razza che dimostra sensibilità e capacità non comuni anche nel ruolo di interprete.

Marco Frosi

Un Grandissimo Disco…Che Per Ora Non “Esiste”! Phish – Sigma Oasis

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Phish – Sigma Oasis – JEMP/ATO Records Download

Lo scorso 2 aprile i Phish, band del Vermont che ormai possiamo definire storica esistendo dal 1983, ha deciso di fare una sorpresa ai suoi fans pubblicando senza alcun battage pubblicitario un nuovo album, intitolato Sigma Oasis. Probabilmente la cosa era già nei piani del quartetto (Trey Anastasio, Mike Gordon, Page McConnell e Jon Fishman), ma l’emergenza coronavirus li ha spinti a bruciare le tappe in modo da dare al loro pubblico della nuova musica per questo lungo periodo di quarantena: purtroppo al momento l’album è disponibile soltanto come download (a pagamento) sulle principali piattaforme, e non è ancora stata resa nota una data di pubblicazione di un eventuale supporto fisico. Sarebbe un vero peccato se non potessimo avere a breve anche il CD tra le mani (parlo ovviamente di chi come il sottoscritto predilige ancora la fruizione vecchio stile, “da divano”), perché già dal primo ascolto Sigma Oasis si rivela non solo superiore al precedente e già ottimo Big Boat https://discoclub.myblog.it/2016/10/18/allora-sanno-grandi-dischi-phish-big-boat/ , e neanche semplicemente l’episodio migliore dalla reunion del gruppo avvenuta nel 2009, ma addirittura al livello dei loro lavori più belli come Rift, Hoist o Billy Breathes.

Registrato in presa diretta nel loro studio The Barn, e anche Sputnik Sound (Nashville TN), Brighter Shade Studios (Atlanta GA) e Flux Studios (New York NY), con la co-produzione di Vance Powell (già collaboratore di Chris Stapleton, Sturgill Simpson, Jack White e Buddy Guy), Sigma Oasis è formato da nove brani che i fans americani della band conoscono già in quanto presenti nelle setilist dei concerti del gruppo da diversi anni (in un caso, Steam, addirittura dal 2011, mentre altri due pezzi, Mercury e Shade, erano stati anche insisi per Big Boat ma poi lasciati in un cassetto), ma che per la maggior parte degli ascoltatori sono inediti. Ebbene, sarà perché i nostri conoscono già queste canzoni a menadito, sarà per la bontà assoluta delle composizioni (tutte a firma di Anastasio con il suo consueto paroliere Tom Marshall, e se non sbaglio è la prima volta in un disco dei Phish), ma Sigma Oasis è un album straordinario, un lavoro in cui il mix di rock, funky, ballate, progressive e tendenza alla jam di Anastasio e soci è a livelli eccellenti, in più con una serie di canzoni di prima categoria (non me ne voglia Gordon, ma Trey è sempre stato il compositore migliore del quartetto): un vero disco rock, con brani spesso lunghi e fluenti in cui i nostri suonano come se fossero nel bel mezzo di un concerto, al massimo della loro ispirazione e creatività.

L’album si apre proprio con la title track, una rock ballad fluida dal suono pieno e potente, con reminiscenze dei Grateful Dead (specie nell’insistito riff di chitarra), un ritornello disteso e godibile ed un’ottima coda strumentale: il disco (scusate se ogni tanto lo chiamo così) si mette fin da subito sui binari giusti. Leaves inizia come uno slow pianistico, poi entra una chitarra acustica e la voce di McConnell che duetta con quella di Anastasio e la melodia si sviluppa sontuosa ed in continuo crescendo, con un bellissimo gioco di voci che si rincorrono ed anche l’aggiunta di un background orchestrale, il tutto condito dalla splendida chitarra di Trey e dalle nitide note del pianoforte di Page: sette minuti fantastici. Everything’s Right di minuti ne dura più di dodici, ed è un gustoso midtempo rock dal ritmo cadenzato con un refrain corale ed un tappeto sonoro leggermente funky: Phish sound al 100%, un brano epico che dal vivo può toccare anche minutaggi maggiori, dato che dal sesto minuto diventa una straordinaria jam con McConnell che si alterna superbamente a piano ed organo e Trey che suona in modalità wah-wah.

Ancora più funky è Mercury, canzone godibile dal ritornello ripetitivo che però entra in testa subito ed ancora elementi “deaddiani” (periodo Shakedown Street), per altri sette minuti e mezzo di musica ad alti livelli; Shade è un toccante lento pianistico sul genere di classici passati del gruppo come Wading In The Velvet Sea, ancora con un emozionante intervento orchestrale ed Anastasio che canta molto bene una melodia non facile, rilasciando nel finale un assolo decisamente lirico, mentre Evening Song, che con i suoi tre minuti e venti è la più breve del lotto, è una rock song rilassata e dal motivo diretto ed accattivante, di nuovo con piano e chitarra in evidenza ed un ritornello corale molto bello. Con i quasi otto minuti di Steam ci rituffiamo in una miscela robusta ma assai fruibile di rock e funky, un suono che ormai è il marchio di fabbrica dei quattro, con Page e Trey strepitosi ai rispettivi strumenti: si sente che i brani di questo album sono già nel loro repertorio da tempo, in quanto si percepisce la sensazione di una coesione e compattezza del suono perfino maggiori del solito.

A Life Beyond The Dream conferma che i Phish sono un gruppo capace di sfornare anche ballate coi fiocchi, e forse questa è la migliore di tutte: sei minuti e mezzo splendidi, con un motivo intenso e profondo ed un accompagnamento molto anni settanta, con organo ed un coro femminile a dare un tocco southern soul ed un finale maestoso tra rock e gospel. Il CD (ehm…volevo dire lo streaming) si chiude alla grande con gli undici minuti della potente Thread, un pezzo creativo e pieno di idee, cambi di ritmo e melodia a go-go ed ennesima prestazione strumentale di valore assoluto, un brano che denota l’influenza che Frank Zappa ha avuto sui nostri. Sigma Oasis è quindi un lavoro eccellente, tra i migliori dei Phish se non addirittura il migliore: spero vivamente che prima o poi esca anche in CD, così avrò meno remore ad inserirlo nella mia Top Ten annuale.

Marco Verdi

Non Saranno Tanto “Soul-Grass”, Ma Sono Bravi! The Copper Tones – Home Again

copper tones home again

The Copper Tones – Home Again – The Copper Tones CD

Ecco un nuovo gruppo che può entrare di diritto a far parte del genere country-grass moderno di string band del calibro di Old Crow Medicine Show, Avett Brothers (che ultimamente stanno virando verso il pop-rock, seppur di qualità) e Trampled By Turtles: il livello non è ancora quello, ma dopo avere ascoltato attentamente Home Again (il loro secondo album) posso tranquillamente affermare che i Copper Tones sono sulla buona strada. Quartetto proveniente dalla Florida, i CT hanno tutte le caratteristiche per piacere ai fans dei gruppi citati poc’anzi, in quanto sono validissimi strumentisti, sanno comporre canzoni dalla struttura moderna ed arrangiarle in maniera tradizionale e soprattutto suonano con un ritmo ed un feeling notevoli, mischiando con disinvoltura country, folk, rock (non mancano le chitarre elettriche), bluegrass ed anche soul.

Anzi, i nostri (Dyllan Thieme, voce solista, basso e mandolino, Stefanie Smerkers, voce solista, chitarra e banjo, Daniel Gootner, chitarra solista e ukulele, Andu Annoied, batteria, più un paio di ospiti rispettivamente al violino e pianoforte) si sono autodefiniti un gruppo “soul-grass”, anche se a dire il vero in Home Again di brani che potessero avere elementi soul ne ho contati al massimo un paio. Ma l’album, classificazioni a parte, è bello e coinvolgente, con canzoni dalla struttura rock ma suonate con una strumentazione tradizionale e, soprattutto, con molta energia. Il CD parte molto bene con la squisita Home, un folk-grass dal ritmo velocissimo, strumentazione elettrica e melodia deliziosa, una miscela vincente che non li pone lontanissimi dagli Old Crow. Dopo una breve intro a cappella anche Tempting The Bottle parte a tutta velocità, un brano di puro bluegrass dal sapore western suonato con foga da punk band nonostante la spina staccata; The Gallows è una vera e propria rock song nello script anche se gli strumenti sono acustici (tranne l’assolo chitarristico), e ha un altro refrain decisamente piacevole e diretto.

La saltellante Home Again è una bella canzone dal chiaro sapore bucolico e dotata di un ottimo ritornello a due voci, un pezzo che fonde capacità nel songwriting ed abilità strumentale, mentre Big Sugar, Big Change si pone come una classica ballata che sembra provenire dai seventies, quando i Grateful Dead avevano abbandonato la psichedelia per dedicarsi a sonorità più roots. Southbound Train è una splendida folk ballad elettrificata, suonata in punta di dita e servita da un motivo centrale rimarchevole, al contrario di Just Can’t Stop che è la più roccata finora, con un potente riff elettrico che introduce le varie strofe. La lenta Johnny & June è un toccante e riuscito omaggio ai coniugi Cash, con i primi leggeri elementi soul nel suono, ma con Reckless Life riprende il ritmo forsennato per un rock-grass sanguigno e grintoso nonché orecchiabile. La fluida Living In Hell è la prima vera (ed unica) soul ballad del disco, molto ben cantata dalla Smerkers e con un bel crescendo in cui il piano si fa sentire in maniera limpida; finale con To Blame, lucida e profonda ballata country-rock, e Andouille Sausage, un pezzo annerito e funkeggiante che si stacca decisamente dal resto del disco, risultando comunque gradevole e ben eseguito.

I Copper Tones sono una bella scoperta, un gruppo che ha idee e creatività nonché un’ottima tecnica ed un notevole senso del ritmo: da seguire.

Marco Verdi

Quando Il Canada Confina Con Il Texas. Parte 2: Matt Patershuk – If Wishes Were Horses

matt patershuk if wishes were horses

Matt Patershuk – If Wishes Were Horses – Black Hen CD

Matt Patershuk è uno dei segreti meglio custoditi nel panorama del cantautorato canadese. Originario di La Glace, un piccolo villaggio della regione di Alberta, Patershuk non è un songwriter tipicamente made in Canada, ma affonda le sue radici musicali nel country-rock del sud degli Stati Uniti, avendo come fonti di ispirazione maggiore gente come Kris Kristofferson, Willie Nelson e Waylon Jennings, ma anche John Prine anche se non è esattamente un uomo del sud. Non conosco i primi tre lavori di Matt, ma se devo giudicare da questo nuovo If Wishes Were Horses siamo di fronte ad un artista completo, capace, in possesso di un’ottima penna e con il suono giusto. Canzoni tra country, rock, folk e Americana, suonate con buon piglio e cantate con voce profonda: prodotto dall’esperto Steve Dawson (Kelly Joe Phelps, The Deep Dark Woods) e suonato da un manipolo di validi strumentisti tra i quali spicca il leggendario armonicista di Nashville Charlie McCoy, If Wishes Were Horses può essere quindi l’album giusto per far conoscere Patershuk anche al di fuori del Canada, dato che il suo stile ha tutto per essere apprezzato anche all’interno dei confini statunitensi.

Si inizia con la godibile The Blues Don’t Bother Me, country-rock elettrico e corposo, con chitarre ed organo in evidenza ed un suono che ci porta idealmente in qualche stato del sud degli USA, magari in Alabama. Ernest Tubb Had Fuzzy Slippers (bel titolo) è una squisita ed evocativa country tune che parte con il solo accompagnamento delle chitarre, poi entra il resto della band ed il brano diventa quasi irresistibile pur mantenendo un ritmo lento (splendido l’assolo di steel); Horse 1 è un bellissimo strumentale western alla Morricone (ma sento anche qualcosa dei Calexico), un pezzo che si ripresenterà altre tre volte nel corso del CD in diverse vesti sonore. Sugaree è proprio quella dei Grateful Dead, e Matt fa del suo meglio per far risaltare la splendida melodia di Jerry Garcia, rivestendola con pochi strumenti e dandole un delizioso sapore country-blues; Circus inizia quasi cameristica per voce, violino e violoncello, ma in breve il pezzo si trasforma in una sontuosa rock ballad dallo script diretto e lucidissimo, uno dei brani più riusciti del CD, mentre Alberta Waltz è come da titolo un toccante valzer lento che vedrei bene rifatto da Willie Nelson.

Velvet Bulldozer è un limaccioso funk-rock che rimanda al periodo d’oro dei Little Feat, con tanto di slide ad accompagnare la voce corposa del leader ed uno strepitoso assolo di armonica da parte di McCoy, un brano che ci fa vedere la disinvoltura del nostro alle prese con qualsiasi genere musicale. Let’s Give This Bottle A Black Eye è un delizioso honky-tonk che più texano non si può (sembra Dale Watson), Bear Chase è una sorta di folk elettrificato dal ritmo sostenuto e motivo dal sapore tradizionale, mentre con Walkin’ siamo in pieno territorio country, una languida ballata dal suono classico al 100%. Il CD si chiude con Last Dance, slow ballad eseguita con trasporto, e con la vivace e guizzante Red Hot Poker, ritmo e feeling che vanno a braccetto.

Disco piacevole e decisamente riuscito: ora speriamo che Matt Patershuk non resti un privilegio per (pochi) ascoltatori canadesi.

Marco Verdi

Un Altro Live Dei Dead? Sì, Ma Stavolta E’ Un Po’ Diverso! Grateful Dead – Ready Or Not

grateful dead ready or not

Grateful Dead – Ready Or Not – Rhino/Warner CD

Mentre scrivo queste righe il mese di Dicembre è ormai inoltrato e con il 100% di sicurezza posso affermare che, nell’ambito delle ristampe dei Grateful Dead per i cinquantennali dei loro album, non sarà prevista una riedizione del loro storico disco dal vivo Live/Dead, il cui anniversario è caduto il 10 Novembre: pertanto è lecito assumere che l’operazione riguardi solo i lavori in studio, nonostante il comunicato stampa uscito nel 2017 affermasse il contrario. Volevate però che i nostri non ci gratificassero comunque di una bella uscita dal vivo, nonostante il triplo Saint Of Circumstance (per tacere del box di 14 CD da cui è tratto) risalga a meno di due mesi fa? https://discoclub.myblog.it/2019/10/08/cadono-le-prime-foglie-ed-arriva-un-live-dei-dead-grateful-dead-saint-of-circumstance/  Però questa volta la band di San Francisco ci ha riservato una sorpresa: Ready Or Not non è infatti il solito concerto dal vivo del passato, bensì una collezione di nove brani su un singolo CD (da quando i Dead non pubblicavano qualcosa su un CD singolo?) tratta da vari show tenuti negli ultimi anni di attività prima della tragica scomparsa nel 1995 di Jerry Garcia.

E se i titoli dei brani non vi suonano familiari avete ragione, in quanto stiamo parlando delle canzoni che avrebbero in teoria dovuto formare il nuovo album di studio dei nostri, in pratica il seguito di Built To Last del 1989, progetto che non andò in porto un po’ per la loro proverbiale lunghezza, un po’ perché il fato ci mise il becco, appunto con la morte di Garcia. Nove brani inediti quindi, ma suonati varie volte dal vivo tra il 1992 ed il 1995 ed ora finalmente riproposti tutti insieme quasi a voler rendere pubblico quell’album mai pubblicato. I collezionisti più assidui dei Dead conosceranno già questi titoli, dato che non è comunque la prima volta che escono ufficialmente: le versioni più rare si trovano su un concerto del 1993 uscito nel 2009 nell’ambito della serie Road Trips e nel megabox di 80CD Thirty Trips Around The Sun (nei concerti degli anni 1993, 1994 e 1995), ma anche nello splendido cofanetto quintuplo del 1999 So Many Roads, al cui interno c’erano ben sei di questi nove brani, tre dei quali addirittura incisi in studio in versione più da rehersal che come canzone finita. Se però non possedete quanto appena indicato, Ready Or Not è sicuramente il modo migliore per scoprire i pezzi in questione, in quanto suonati da quella che secondo molti è la migliore formazione di sempre dei Dead, cioè con Vince Welnick alle tastiere.

In più, per compilare questo CD sono state scelte con cura le performance migliori disponibili, che provengono da varie serate tra il 1992 ed il 1995, di cui due al Madison Square Garden di New York e tutte le altre una ciascuna da una location diversa (Memphis, Atlanta, Noblesville, Chapel Hill, Burgettstown, Philadelphia e Oakland), con lunghezze che vanno dai sei ai quindici minuti. Negli ultimi anni Garcia aveva dato molto più spazio del solito al songwriting dei suoi compagni, soprattutto a Bob Weir ma anche a Brent Mydland prima della sua improvvisa scomparsa, e ciò era stato il problema principale di Built To Last, album inferiore al precedente In The Dark proprio per la differente qualità dei brani non scritti da Jerry; ma si sa che nei gruppi rock l’eccessiva democrazia ha spesso fatto danni. Ready Or Not, pur risultando alla fine un album coi fiocchi, soffre in parte degli stessi problemi, cioè con i pezzi a firma Garcia/Hunter di livello nettamente superiore agli altri. I brani di Jerry iniziano con Liberty, una rock ballad godibile e diretta dal motivo immediato che richiama i classici degli anni settanta del gruppo, una bella canzone punteggiata dal piano liquido di Welnick ed ovviamente dalla magnifica chitarra del leader.

Lazy River Road è un delizioso pezzo dal sapore tradizionale, suonato con piglio rock, quasi southern, ma con una melodia decisamente folk, mentre So Many Roads è una splendida ballata lenta, tra le migliori scritte da Jerry nei suoi ultimi decenni di vita, dotata di un motivo toccante ed un crescendo formidabile, che culmina in un finale stupendo con un coro in sottofondo che richiama la melodia di Knockin’ On Heaven’s Door: avrebbe potuto diventare un classico assoluto. Per contro lo slow Days Between è un brano piuttosto nella media, nobilitato però da una solida performance da parte di tutti. Eternity è la prima delle tre tracce di Weir, scritta insieme a Rob Wasserman e addirittura al mitico Willie Dixon, un brano fluido solo sfiorato dal blues, dall’andatura insinuante e con ottimi spunti di Jerry e Vince, che passa con disinvoltura dal piano al synth (poco per fortuna) all’organo. Poi abbiamo la lunga Corrina (un quarto d’ora), brano grintoso e ben strutturato che è un pretesto per una jam di ottimo livello, ancora con chitarra e tastiere sugli scudi; chiude il trittico dei brani di Bob la roccata Easy Answers, una discreta canzone inficiata però dall’uso insistito del sintetizzatore: non imperdibile.

Anche Welnick ha l’onore di avere due brani a disposizione (primi ed unici all’interno dei Dead), scritti anch’essi con l’aiuto del paroliere Robert Hunter: Samba In The Rain è un pezzo mosso e fluido che fortunatamente non ha molto di brasiliano ma ricorda al limite un latin-rock alla Santana, non un capolavoro ma si lascia ascoltare specie nelle parti strumentali, dato che Vince non aveva una voce bellissima e neanche particolarmente intonata (meglio comunque di quella di Phil Lesh). Way To Go Home, rock-blues alla maniera dei nostri, è un brano diretto e gradevole grazie anche ad uno strepitoso assolo di Garcia ed a Welnick che tiene più sotto controllo la voce. Quindi un altro bel live per i Grateful Dead, questa volta con canzoni che non si ascoltano spesso, e con quelle di Garcia di un gradino superiore alle altre. E poi c’è So Many Roads, un capolavoro.

Marco Verdi

Cadono Le Prime Foglie…Ed Arriva Un Live Dei Dead! Grateful Dead – Saint Of Circumstance

grateful dead saint of circumstances 3 cd

Grateful Dead – Saint Of Circumstance: Giants Stadium, East Rutherford, NJ 6/17/91 – Rhino/Warner 3CD – 5LP

“Consueto” appuntamento autunnale con una pubblicazione dei Grateful Dead (anche se le foglie del titolo per ora sono ancora ben salde sugli alberi, dato che fino a pochi giorni fa il clima era decisamente estivo): a quanto pare le edizoni deluxe per i cinquantesimi anniversari degli album della storica band di San Francisco non comprendono i dischi dal vivo, in quanto il 10 Novembre ci sarebbe la “scadenza” del mitico Live/Dead e nulla è stato ancora annunciato. Invece i nostri hanno dato alle stampe lo scorso 27 Settembre il solito mega-cofanetto costoso e a tiratura limitata di 10.000 copie, intitolato Giants Stadium 1987, 1989, 1991, comprendente cinque concerti completi tenutisi nella location del titolo ad East Rutherford nel New Jersey (demolito nel 2010 e ricostruito con in nome di MetLife Stadium), per un totale di 14 CD ed anche 2 DVD ed un BluRay che documentano visivamente la serata del 17 Giugno 1991. E proprio da quello show è stato pubblicato a parte un triplo CD (o quintuplo LP) dal titolo Saint Of Circumstance, più che sufficiente se non volete accapparrarvi il box, in quanto dovrebbe a detta di molti essere il migliore tra i cinque concerti presenti.

Negli anni a cavallo tra gli ottanta ed i novanta infatti i Dead avevano ritrovato una brillantezza nelle esibizioni dal vivo che sembrava avessero un po’ perso nel periodo 1983-1986, complici anche i problemi di salute di Jerry Garcia: l’album In The Dark del 1987 era stato un grande successo di pubblico e critica, e questo aveva dato nuova linfa ai nostri che erano tornati ai livelli degli anni settanta, come testimoniava all’epoca l’ottimo live album Without A Net (l’ultimo con il tastierista Brent Mydland, che morirà di lì a poco per overdose). Saint Of Circumstance è anche meglio di Without A Net, e vede una band coesa al massimo e notevolmente ispirata, con Garcia in buona forma vocale (cosa non scontata, ma nel 1991 Jerry si destreggiava alla grande anche da solo con la sua Jerry Garcia Band), ed un suono forte e compatto, dovuto anche al fatto che i nostri sono eccezionalmente in sette sul palco. Sì, perchè oltre al nucleo storico Garcia-Weir-Lesh-Hart-Kreutzmann il posto di Mydland era stato dato provvisoriamente a Bruce Hornsby, già noto cantautore in proprio e vecchio fan dei Dead, che poi a causa dei suoi impegni di carriera era stato sostituito dal bravissimo Vince Welnick, ex Tubes.

Ma Saint Of Circumstance è uno dei rari casi nei quali i due si trovavano insieme sul palco, con esiti notevoli dato che stiamo parlando probabilmente dei due migliori tastieristi che i Dead abbiano avuto dopo Ron “Pigpen” McKernan (con tutto il rispetto per Mydland, Keith Godchaux e la “meteora” Tom Constanten), nonostante il ricorso qua e là a sonorità sintetizzate. Il triplo CD ha un suono davvero spettacolare, meglio di altre uscite del passato, e la performance è tutta da godere dall’inizio alla fine, grazie anche ad una scaletta quasi perfetta. Si inizia subito con una fluida e limpida versione di 15 minuti di Eyes Of The World, con Jerry già “liquidissimo” alla solista ed una prestazione superba dei due pianisti, seguita da una rara versione del classico di Robert Johnson Walkin’ Blues (canta Weir): i Dead non hanno mai avuto il blues nel loro dna, ma qua per sette minuti ci portano idealmente in un fumoso club di Chicago, con Garcia che passa con disinvoltura alla slide. Dopo una splendida e solare Brown-Eyed Women, uno dei pezzi migliori dei Dead, c’è un breve accenno a Dark Star, che spunterà qua e là per ben quattro volte nel corso della serata, fatto abbastanza inusuale: tre sono solo frammenti di circa un minuto ciascuno, mentre la quarta chiude il cerchio verso la fine del concerto con una performance di otto minuti che ci riporta per un momento ai lisergici anni sessanta. In scaletta c’è un solo brano di Bob Dylan (spesso ce ne sono anche due o tre), ma è una versione decisamente bella di When I Paint My Masterpiece, con Hornsby alla fisarmonica, seguita dai nove minuti di Loose Lucy, che se in studio non era certo una meraviglia in questa serata fa la sua figura e risulta anche piacevole.

Cassidy è uno dei brani più noti di Weir, ed i Dead la rileggono in maniera solida, mentre sia Might As Well che Saint Of Circumstance sono due canzoni poco eseguite (la prima di Jerry, la seconda di Bob): meglio Might As Well, potente rock song, cadenzata e trascinante e con uno splendido duello strumentale tra Garcia e Welnick. La lenta e delicata Ship Of Fools, tra le migliori ballate del Morto Riconoscente, precede le sempre coinvolgenti Truckin’ e New Speedway Boogie, ancora con Jerry strepitoso in entrambe, e soprattutto uno degli highlights dello show, cioè una lunga e scintillante Uncle John’s Band, probabilmente la più bella canzone mai prodotta dal binomio Garcia/Hunter: undici minuti di altissimo livello. Dopo la già citata ultima tranche di Dark Star ed il solito spreco di tempo (almeno per me) di Drums e Space, arriva il finale con una distesa China Doll, con splendido assolo di Jerry, una Playing In The Band insolitamente sintetica, ed una travolgente Sugar Magnolia di undici minuti, nella quale tutti quanti forniscono una performance notevole. C’è spazio ancora per l’ultima chicca, e cioè una sorprendente versione del capolavoro di The Band The Weight, raramente suonata dai nostri e con una strofa cantata anche da Hornsby (ed una da Lesh, che se la cava meglio del solito): esecuzione superba e pubblico in visibilio.

Gran bel concerto, assolutamente consigliato.

Marco Verdi

Che Lungo, Strano Viaggio E’ Stato: Un Ricordo Di Robert Hunter.

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La frase del titolo del post è presa dalla canzone Truckin’, ed è una delle più celebri uscite dalla penna di Robert Hunter, scrittore-poeta-liricista scomparso lo scorso 23 Settembre nella sua casa di San Rafael in California all’età di 78 anni, il cui nome sarà per sempre legato a quello dei Grateful Dead ed in particolare a Jerry Garcia. Nato Robert Burns nel piccolo centro californiano di San Luis Obispo, Hunter iniziò ad interessarsi alla musica tradizionale e bluegrass fin da ragazzo, e fu introdotto all’età di 19 anni a Garcia dall’allora fidanzata di Jerry: i due, anche se non legarono al primo impatto, condividevano le stesse passioni musicali, e fu così che iniziarono ad esibirsi in piccoli locali con il nome di Bob & Jerry (Hunter si dilettava al mandolino) ed in seguito come membri di Hart Valley Drifters, Wildwood Boys e Black Mountain Boys.

La svolta avvenne quando Hunter fu “assunto” come cavia per provare gli effetti delle all’epoca nuove droghe allucinogene, in particolare LSD e mescalina: diciamo che il giovane Robert andò leggermente “oltre” quanto richiesto dall’esperimento scientifico e divenne un convinto consumatore di tali sostanze, cosa che contribuì senz’altro alla creazione di poesie e scritti di carattere psichedelico e surreale. La cosa fu notata da Garcia (che nel frattempo aveva formato i Warlocks, i quali a breve cambieranno nome in Grateful Dead), al quale serviva un paroliere per le sue canzoni altrettanto influenzate dagli acidi: il resto è storia, e parla di un sodalizio tra i due continuato per trent’anni, cioè fino alla morte di Jerry avvenuta nel 1995, una unione che ha prodotto un’infinità di brani ormai diventati classici del rock mondiale, a partire dall’inno psichedelico Dark Star e continuando con capolavori del calibro di Uncle John’s Band, Friend Of The Devil, Casey Jones, China Cat Sunflower, Scarlet Begonias, RippleBertha, Brown-Eyed Women, Ripple, Tennessee Jed, Dire Wolf, Touch Of Grey e Black Muddy River (ma potrei andare avanti all’infinito).

La collaborazione tra Robert e Jerry si sviluppò anche negli album solisti di Garcia, e saltuariamente il nostro collaborò anche con altri membri dei Dead, come Bob Weir (Sugar Magnolia, anche se la controparte preferita da Weir era John Barlow), Phil Lesh (Box Of Rain) ed anche Ron “Pigpen” McKernan (Mr. Charlie). Ma Hunter, che venne sempre considerato una sorta di membro aggiunto dei Dead, scrisse anche diversi libri e soprattutto pubblicò anche un buon numero di album come solista, sia cantati che spoken word, anche se va detto che nessuno di essi può essere considerato indispensabile. Ma la carriera di paroliere di Hunter non si fermò solo ai Dead e Garcia, in quanto collaborò anche con artisti come New Riders Of The Purple Sage, Bruce Hornsby, Little Feat, Jim Lauderdale e soprattutto Bob Dylan (uno che non avrebbe certo bisogno di un co-autore, specie per i testi), con il quale compose due brani che finiranno sul non eccelso Down In The Groove del 1988 (Ugliest Girl In The World e Silvio, non proprio due capolavori), ma specialmente la quasi totalità delle canzoni contenute nell’ottimo Together Through Life del 2009 ed anche il brano Duquesne Whistle da Tempest del 2012.

Ora Robert è quindi tornato a fare compagnia a Jerry, e chissà se i due non comporranno qualche nuovo pezzo ad esclusivo beneficio degli angeli.

Marco Verdi

P.S: un breve accenno anche ad altri due artisti scomparsi nei giorni scorsi: Eddie Money, cantante e chitarrista americano di discreta fama negli anni settanta ed ottanta con brani in stile pop-rock come Baby Hold On, Two Tickets To Paradise, Take Me Home Tonight e Walk On Water

, e Ric Ocasek, popolarissimo leader dei Cars (uno dei gruppi cardine della new wave degli anni ottanta), che frequentò a lungo le classifiche dell’epoca con album come Candy-O, Panorama e Heartbeat City e singoli come Shake It Up, You Might Think, Drive e Tonight She Comes, uno degli artisti più di successo della decade nonostante il non proprio lusinghiero soprannome di “più brutta rockstar del mondo”.

Una Splendida Full Immersion Nella Leggenda, 3 Giorni Di Pace E Musica! Woodstock – Back To The Garden: The Definitive 50th Anniversary Archive. Giorno 2

woodstock_deluxebox_productshot_1VV.AA: Woodstock – Back To The Garden: The Definitive 50th Anniversary Archive – Rhino/Warner 38CD/BluRay Box Set

Seconda Parte

Day 2/CD 9-23.   

CD9 – Quill. Band di Boston oggi dimenticata, costruita intorno ai fratelli Dan e Jon Cole e con un solo album all’attivo. Quattro lunghe canzoni tra rock e psichedelia di discreto livello, tra le quali spiccano il godibile jumpin’ blues That’s How I Eat e la coinvolgente Waiting For You, piuttosto Doors-oriented.

CD10 – Country Joe McDonald. Esibizione acustica, da folksinger, per Joseph Allen McDonald (tornerà il terzo giorno con The Fish), con brani originali come Rockin’ Round The World, Flying High e I Seen A Rocket, classici country del calibro di Heartaches By The Number, Ring Of Fire e Tennessee Stud e finale con la mitica I-Feel-Like-I’m-Fixin’-To-Die Rag. Tutto abbastanza piacevole anche se con qualche stonatura qua e là.

CD11 – Santana. Il Festival entra nel vivo con uno dei momenti più leggendari. I Santana erano una band sconosciuta (erano stati raccomandati da Bill Graham, e quando Graham raccomandava qualcuno dovevi ascoltarlo) ed il loro set fu uno shock per tutti i presenti, che si ritrovarono di fronte un chitarrista strepitoso ed una band magnifica (con il tastierista e cantante Gregg Rolie perfetto alter ego di Carlos, e Michael Shrieve devastante alla batteria). Il punto più alto della performance è senza dubbio Soul Sacrifice, ma anche i futuri classici Evil Ways e Jingo non sono da sottovalutare, come neppure la calda e ritmata apertura di Waiting, la potente Just Don’t Care ed il sontuoso latin rock di Savor.

CD12 – John Sebastian. Dopo Santana l’esibizione acustica dell’ex Lovin’ Spoonful (tra l’altro interrotta per il parto della moglie) è quasi un anticlimax, anche se il nostro ce la mette tutta e ci regala cinque buone canzoni, tra cui la folkeggiante How Have You Been e la gradevole Darling Be Home Soon.

CD13 – Keef Hartley Band. Gruppo dell’ex batterista di John Mayall (oltre che di Rory & The Hurricanes, proprio come Ringo), che suona un set di solido blues con tanto di fiati, guidato dalla voce e chitarra di Miller Anderson: cinque brani, con la potente Spanish Fly in apertura, strumentale che si presta ad improvvisazioni varie, il gagliardo rock-blues elettrico di She’s Gone ed il notevole medley finale di 18 minuti Sinnin’ For You/Leaving Trunk/Just To Cry.

CD14 – The Incredible String Band. Dopo una poesia introduttiva (Invocation) il gruppo britannico guidato da Mike Heron e Robin Williamson si lancia in cinque brani nel loro caratteristico stile folk acustico e sognante, un set godibile (pur con alcune sbavature vocali) che ha il suo momento migliore nell’orecchiabile This Moment. Forse un po’ fuori posto in questa fase del Festival, li avrei visti meglio il primo giorno.

CD15/16 – Canned Heat. La boogie-blues band di Los Angeles era molto popolare in quel periodo, e la loro fama aumentò proprio grazie alla partecipazione a Woodstock. Spero però di non attirarmi addosso le ire dei lettori se dico che un conto è quando a cantare è Bob Hite (come nell’energico rock-blues I’m Her Man, nel sanguigno medley A Change Is Gonna Come/Leaving This Town o ancora nel travolgente Woodstock Boogie, ben 28 minuti decisamente esplosivi), un conto quando il microfono passa ad Alan Wilson, il cui falsetto già mi è sempre rimasto un po’ indigesto, ma qui è completamente fuori fase e stona alla grande, rovinando completamente i due brani più famosi del gruppo, Going Up The Country e On The Road Again.

CD17 – Mountain. Il quartetto guidato da Leslie West e Felix Pappalardi (con Steve Knight e Norman Smart) è stata una grande band, e pochi si ricordano della loro partecipazione a Woodstock. Un set al fulmicotone con versioni possenti di alcuni dei loro classici, tra rock, blues e hard: la tonante Blood Of The Sun, le intense ballad Theme For An Imaginary Western (scritta da Jack Bruce) e Who Am I But You And The Sun sono per chi scrive gli episodi migliori, senza però dimenticare una magnifica Stormy Monday di T-Bone Walker, rock-blues affilato come una lama e con West monumentale alla solista, ed un uno-due finale da infarto con Dreams Of Milk And Honey e Southbound Train. Grandissima prestazione.

CD18/19 – Grateful Dead. Ed ecco uno degli highlight del box, l’esibizione completa della storica band di San Francisco. Il gruppo guidato da Jerry Garcia non aveva mai amato questa performance, ed è infatti strano che su circa 24.000 dischi dal vivo della loro discografia, di Woodstock non fosse mai uscito nulla tranne Dark Star dieci anni fa. La loro prestazione fu però inficiata da problemi con la messa a terra degli impianti elettrici, problemi causati dalla pioggia battente, che instillò nei nostri la paura di prendere la scossa non appena avessero toccato strumenti o microfoni. Per fortuna andò tutto bene, e risentita oggi la loro performance non è così male, anche se lontana dalla perfezione dei concerti che da lì a tre mesi formeranno l’ossatura di Live/Dead, il loro miglior album dal vivo di sempre. Cinque pezzi in totale, con due di pura psichedelia (St. Stephen, stranamente appena accennata, e la già citata Dark Star) ed altri due che anticipano il futuro suono “roots”, cioè la cover di Mama Tried di Merle Haggard e High Time un anno prima di Workingman’s Dead. Ma l’highlight del concerto è una fantastica Turn On Your Lovelight di ben 38 minuti, una vera goduria in cui la classe di Garcia e soci viene fuori alla grande.

CD20 – Creedence Clearwater Revival. Tosta performance elettrica e decisamente rock per la band dei fratelli Fogerty, gruppo che non ha mai tradito. Tra riletture potenti e dirette di classici (Born On The Bayou, Green River, Bad Moon Rising, Proud Mary, Keep On Chooglin’), un paio di “deep cuts” (Bootleg, Commotion), qualche cover (Ninety-Nine And A Half, I Put A Spell On You, The Night Time Is The Right Time) ed una Suzie Q di dieci minuti assolutamente devastante, i CCR forniscono una delle migliori prestazioni del Festival. *NDB Come avrete visto all’inizio di agosto è uscito per la Concord anche il CD con la esibizione completa di Fogerty e soci.

CD21 – Janis Joplin. La cantante texana era un’altra che non deludeva mai, una interprete formidabile che qui dimostra di cavarsela alla grande con tutti gli stili, siano essi evergreen (una Summertime da brividi), ballate di derivazione pop (To Love Somebody dei Bee Gees), vibranti errebi (Raise Your Hand di Eddie Floyd e I Can’t Turn You Loose di Otis Redding, cantata in duetto con il sassofonista Cornelius Flowers), blues lenti ma torridi (Kozmic Blues, da pelle d’oca, e Ball And Chain di Big Mama Thornton) e perfino un accenno di swamp alla Creedence con Try (Just A Little Bit Harder). Non manca la splendida Piece Of My Heart, tra i più grandi classici di Janis.

CD22 – Sly & The Family Stone. Non sono mai stato un fan di questa band e della musica funky in generale, ma è difficile restare indifferenti al set infuocato di Sylvester Stone e Famiglia (e poi c’è anche parecchio errebi), che può contare su riprese piene di ritmo ed energia di alcuni classici del loro repertorio, con un cenno particolare per il dirompente medley di 20 minuti Everyday People/Dance To The Music/Music Lover/I Want To Take You Higher.

CD23 – The Who. Il secondo giorno si chiude con un’altra esibizione storica, anche questa tra le più belle del Festival, roccata, grintosa e potente: una macchina da guerra. Tommy era uscito da tre mesi e la quasi totalità dei brani presenti proviene dalla mitica rock opera (ben 16 pezzi), con i soliti highlights che conosciamo (Amazing Journey, Acid Queen, Pinball Wizard, Go To The Mirror Boy, I’m Free, We’re Not Gonna Take It). Il quartetto arrotonda con due classici del calibro di I Can’t Explain e My Generation e due scatenati rock’n’roll come Summertime Blues di Eddie Cochran e Shakin’ All Over di Johnny Kidd & The Pirates. In mezzo al concerto, il ben noto “Abbie Hoffman Incident”, in cui il disturbatore di estrema sinistra Abbie Hoffman (una specie di Gabriele Paolini dell’epoca) salì sul palco tentando di interrompere la performance ma venne preso a male parole e, pare, buttato giù dal palco a chitarrate da Pete Townshend. Che per questo si è guadagnato la mia stima imperitura.

Fine della seconda parte, segue…

Marco Verdi