Ma Allora Sanno Ancora Fare Grandi Dischi! Phish – Big Boat

phish big boat

Phish – Big Boat – JEMP CD

Dalla loro reunion nel 2009, in seguito alla separazione avvenuta nel 2004 dopo l’ottimo Undermind (separazione alla quale non avevano creduto in molti, almeno non al fatto che fosse definitiva), i Phish non hanno inciso moltissimo, anche se sono stati sempre attivi dal vivo, sia con i concerti che con le ristampe d’archivio. Joy, del 2009 appunto, era un buon disco, con tre-quattro ottime canzoni e qualche episodio più di routine, ma Fuego, di due anni orsono, era parecchio involuto, con brani che faticavano ad emergere ed un pesante senso di già sentito, quasi come se la popolare band del Vermont avesse pubblicato il disco più per dovere che per reale intenzione  (*NDB Per una volta, non sono d’accordo, come avevo scritto ai tempi http://discoclub.myblog.it/2014/08/04/se-ci-fossero-bisognerebbe-inventarli-phish-fuego/.) Era quindi lecito pensare che il gruppo formato da Trey Anastasio, Mike Gordon, Page McConnell e Jon Fishman fosse arrivato quasi a fine corsa, almeno in termini di ispirazione (dato che dal vivo continuano ad essere formidabili), e che la loro rimpatriata fosse più una cosa a fini pecuniari che per una reale voglia di continuare il percorso intrapreso nell’ormai lontano 1983. Ebbene, sono il primo ad essere contento nell’affermare di essermi sbagliato, in quanto il loro nuovissimo lavoro, intitolato Big Boat, non solo è il loro migliore da quando hanno ricominciato, ma non sfigurerebbe accanto a nessun album della loro discografia pre-2004. I quattro sono di nuovo ispirati, suonano alla grande (ma questo non avevano mai smesso di farlo) e, cosa più importante, hanno ripreso a scrivere grandi canzoni.

Big Boat, prodotto come il precedente Fuego dal grande Bob Ezrin (Alice Cooper, Lou Reed, Deep Purple, Kiss, Pink Floyd, Peter Gabriel, non proprio un pirla quindi) è proprio questo, un disco di canzoni, che tralascia parzialmente le jam per le quali i nostri sono diventati famosi (tranne in un paio di casi) e lascia spazio alle melodie, accompagnandole in maniera sublime, grazie alla splendida chitarra di Anastasio, al formidabile pianoforte di McConnell, ed alla sezione ritmica schiacciasassi di Gordon e Fishman (più diversi sessionmen tra cui una splendida sezione fiati). Da tempo non sentivo un disco con dodici brani di questo spessore tutti insieme (su tredici, solo uno è una schifezza, ma glielo perdoniamo), una sorpresa ancora più gradita in quanto cominciavo a considerare l’ascolto dei nuovi CD del quartetto come un dovere e non più un piacere. E non è che, come accadeva spesso in passato, solo i brani di Trey sono di livello superiore (un po’ come succedeva nei Grateful Dead con Garcia, tanto per citare un gruppo tanto caro ai nostri), ma anche i suoi tre compagni sono in stato di grazia dal punto di vista del songwriting, facendo di Big Boat uno degli album a mio giudizio imperdibili di questo 2016 che si avvia quasi al termine.

Friends dà il via al disco, una rock song fluida e potente, con lo splendido piano di McConnell a dialogare egregiamente con la chitarra di Anastasio (ma anche il drumming di Fishman, che tra l’altro è l’autore del brano, è notevole), un suono molto classico per una canzone creativa, densa, piena di idee, che immagino farà faville dal vivo. Breath And Burning è il primo singolo, ed è una canzone splendida, solare, godibile, quasi caraibica, con una tersa melodia tipica di Trey, ed i fiati a mo’ di ciliegina su una torta già saporita di suo; anche Home è un gran bel pezzo, disteso e diretto, quasi pop ma con classe, ancora con Trey e Page (che l’ha scritta) a guidare le danze, e nel finale un accenno di jam, con McConnell che si conferma un pianista eccezionale. Molto gradevole anche Blaze On, che ricorda molto da vicino certi pezzi solari dei Dead (tipo Scarlet Begonias), con il suo ritornello da canticchiare al primo ascolto e, tanto per cambiare, un grande pianoforte (ma che ve lo dico a fà?), così come bellissima è Tide Turns, un errebi puro e dal motivo decisamente fruibile, una delle migliori canzoni che ho ascoltato ultimamente, sarebbe stato bene anche sul disco dello scorso anno di Anderson East, con la sua melodia classica ed i fiati (guidati da Jim Horn) usati con classe e misura.

Dopo la breve Things People Do, una specie di filastrocca per sola voce e chitarra elettrica, abbiamo la vibrante Waking Up Dead (di Gordon), una sorta di pop song lisergica, con soluzioni ritmiche e melodiche non scontate, il classico Phish sound insomma, mentre Running Out Of  Time è una deliziosa folk ballad con il solo Anastasio per il primo minuto e mezzo, poi entra il resto del gruppo, sebbene in punta di piedi, bellissima anche questa, un altro dei molti highlights del CD. La funkeggiante e ritmata No Men In No Men’s Land, molto energica (e come suonano), precede la fantastica Miss You, più di sette minuti di puro godimento, una rock ballad classica e dal motivo splendido, suonata alla grandissima (e con Anastasio stratosferico), una delle canzoni più belle dell’anno. A questo punto sarei già contento, ma abbiamo ancora tre pezzi, a cominciare dalla strana I Always Wanted It This Way, una pop song elettronica e sintetizzata, completamente fuori contesto in questo disco (e lo sarebbe in qualsiasi disco dei nostri), stava meglio forse negli ultimi lavori dei Mumford And Sons, quelli brutti però. Uno scivolone che mi sento di perdonare, anche perché c’è ancora More, un’altra rock song molto anni settanta (e molto Anastasio), con melodia liquida e solito piano strepitoso, e la maestosa Petrichor, più di tredici minuti di puro suono Phish, con cambi di ritmo continui e soluzioni melodiche molto Dead, un’irresistibile canzone-jam che chiude alla grande un disco sopraffino.

Non solo il migliore degli ultimi tre lavori, ma sicuramente un album allo stesso livello di Rift, Hoist e Billy Breathes: aspettatevi di rivederlo nelle classifiche di fine anno.

Marco Verdi