Da Gruppo Leader Del Rock Psichedelico A Paladini Del Suono “Americana”. Grateful Dead – Workingman’s Dead 50th Anniversary

grateful dead workingman's dead 50th anniversary

Grateful Dead – Workingman’s Dead 50th Anniversary – Rhino/Warner 3CD Deluxe – Lp Picture Disc

Riprendono le celebrazioni dei cinquantesimi anniversari per quanto riguarda gli album dei Grateful Dead, dopo che lo scorso novembre il mitico Live/Dead è stato “saltato” (evidentemente i nostri hanno cambiato idea decidendo di premiare solo i dischi in studio, modificando il progetto originale che prevedeva anche i live. La cosa comunque ha senso dato che ad esempio per Europe ’72 non potrebbero proporre nulla di inedito visto che nel 2011 era uscito un megabox con i concerti completi). Il 1970 fu un anno fondamentale per i Dead, che abbandonarono il suono psichedelico che li aveva eletti come uno dei gruppi cardine della Bay Area e della Summer Of Love, reinventandosi come band che rispolverava le sonorità delle radici proponendo una miscela vincente di rock, country, folk e blues, un sound che oggi definiremmo Americana ma che allora era visto come una novità assoluta. La cosa all’epoca stupì un po’ i fans del gruppo (ma i Dead avevano già dentro di loro questo suono, basta pensare agli esordi folk e bluegrass di Jerry Garcia), benché di sicuro contribuì ad aumentare la base dei loro estimatori: infatti i due album pubblicati a pochi mesi di distanza uno dall’altro, Workingman’s Dead e American Beauty, furono all’epoca anche i più venduti fino a quel momento.

Il motivo del successo non riguardava solo il cambio di suono, ma soprattutto il fatto che ci trovavamo di fronte a due grandissimi dischi, anzi a posteriori i loro capolavori assoluti, con dentro talmente tanti futuri classici da sembrare quasi dei Greatest Hits, brani che costituiranno l’ossatura dei loro concerti da quel momento in poi. Oggi mi occupo nello specifico di Workingman’s Dead in occasione della ristampa deluxe uscita ai primi di luglio (American Beauty verrà festeggiato in autunno, al momento non si sa ancora con quali contenuti), che invece dei soliti doppi CD usciti finora nell’ambito di questa campagna di ristampe è proposto in versione tripla, sia in edizione “normale” in digipak, che in una speciale confezione “slipcase” che però la fa costare dieci euro in più senza aggiungere nulla a livello musicale (esiste anche una versione in vinile picture disc con solo l’album originale, chiaramente per collezionisti incalliti). Il primo dischetto presenta Workingman’s Dead rimasterizzato ex novo, un album ancora oggi straordinariamente attuale, con una serie di canzoni che sono tutte diventate dei classici ed un suono elettroacustico largamente influenzato dal country e dal folk, con il sestetto (oltre a Garcia, Bob Weir, Mickey Hart, Bill Kreutzmann, Phil Lesh e Ron “Pigpen” McKernan) in stato di grazia sia dal punto di vista strumentale che vocale.

Gli otto brani presenti non hanno bisogno di presentazioni: c’è quella che per me è la migliore canzone di sempre dei Dead, ovvero la strepitosa Uncle John’s Band, ma anche tre grandissimi pezzi come High Time, Casey Jones e la countreggiante Dire Wolf, in cui Garcia si cimenta alla pedal steel (sua passione di quegli anni), mentre i restanti quattro brani, New Speedway Boogie, Black Peter, Cumberland Blues e Easy Wind, sono comunque largamente superiori alla media. (NDM: stranamente Weir non compare come autore in nessuno dei pezzi, che sono tutti accreditati al binomio Garcia/Hunter tranne Easy Wind che è del solo Hunter). Il secondo e terzo CD riportano un concerto completo ed inedito che i nostri tennero il 21 febbraio 1971 al Capitol Theatre di Port Chester, NY (sarebbe stato più logico un live del ’70, ma pare che il materiale di quell’anno scarseggi): non che io mi lamenti del “solito” disco dal vivo, ma sinceramente avrei preferito almeno un CD di outtakes e versioni alternate, dato che non solo esistono ma sono state messe a disposizione nelle ultime settimane sotto il nome The Angel’s Share, sia pure esclusivamente come streaming.

Il concerto è comunque strepitoso (nonché inciso benissimo), cosa che non mi sorprende dal momento che gli show del biennio 1971-72 sono unanimamente considerati i migliori di sempre per quanto riguarda i Dead. Il sestetto è davvero in stato di grazia, preciso e concentrato in ogni passaggio e molto presente anche dal punto di vista vocale (cosa non sempre scontata), con Garcia che è veramente un’iradiddio alla chitarra e ci regala una prestazione da urlo. Lo spettacolo è nettamente diverso da quelli della stagione psichedelica, con molti più brani in scaletta e durate ridotte anche se sempre “importanti”, oltre ad un suono decisamente più “roots”. Anche il repertorio è cambiato, con l’introduzione di una serie di cover di ispirazione country (Me And Bobby McGee, Me And My Uncle), rock’n’roll (Johnny B. Goode, Beat It On Down The Line, entrambe parecchio trascinanti), errebi (una Good Lovin’ di 17 minuti, la più lunga della serata) e blues (due strepitose Next Time You See Me di Junior Parker e I’m A King Bee di Slim Harpo, entrambe cantate da Pigpen e con Jerry formidabile alla sei corde).

E poi ovviamente ci sono i brani dei Dead, quattro dei quali da Workingman’s Dead (Easy Wind, Cumberland Blues, Casey Jones e Uncle John’s Band) e “solo” tre da American Beauty (ma forse i migliori: Sugar Magnolia, Truckin’ e la splendida Ripple, altro pezzo da Top Five di sempre dei Dead); inoltre non mancano altri classici che ormai è quasi normale per noi ascoltare su un live del gruppo, ma che all’epoca erano alle prime apparizioni, titoli come Playing In The Band, Loser, Bird Song, Wharf Rat, Bertha. E poi la sequenza finale formata da Truckin’, Casey Jones, Good Lovin’ e Uncle John’s Band vale da sola il prezzo richiesto. Fra pochi mesi vedremo cosa ci riserverà la ristampa di American Beauty: dato che un concerto del 1971 lo abbiamo già avuto qui, continuo a sperare in qualche outtake e rarità di studio.

Marco Verdi

Ecco Cosa Mancava: Un Bel Live Dei Dead! Grateful Dead – June 1976

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Grateful Dead – June 1976 – Rhino/Warner/Grateful Dead Records 15CD Box Set

Quando conclusero il loro tour autunnale del 1974, i Grateful Dead sembravano una band sul punto di sciogliersi a causa di qualche frizione interna e all’apparente scelta dei due membri principali Jerry Garcia e Bob Weir di privilegiare le rispettive carriere soliste. L’ipotesi di una band in dismissione prese poi ulteriore corpo nel 1975, quando nonostante la pubblicazione dell’album Blues For Allah i nostri suonarono solo quattro concerti in tutto l’anno, cosa inaudita per un gruppo che aveva fatto della frequente attività live uno dei suoi punti di forza. Nel 1976 fortunatamente le divergenze si appianarono, ed i sette (oltre a Garcia e Weir, i coniugi Keith e Donna Jean Godchaux, il bassista Phil Lesh ed il batterista Bill Kreutzmann, ai quali si ricongiunse l’altro drummer Mickey Hart dopo cinque anni d’assenza) ripresero a girare l’America con una nuova tournée che prese il via nel mese di giugno, e che riconsegnò ai fans una band tirata a lucido ed in grande forma: il ’76 non è unanimamente considerato uno degli anni “top” per i Dead, e questo in parte è dovuto al live uscito quell’anno, Steal Your Face, un disco che ritraeva un gruppo stanco e svogliato e per di più con un suono ed un missaggio pessimi (tanto che i nostri quando pubblicarono nel 2004 il box riepilogativo Beyond Description lo ignorarono bellamente, in pratica rinnegandolo), ma non tutti sanno che i concerti dai quali era tratto quel doppio album erano quelli finali del 1974.

Oggi invece la parte iniziale di quel “reunion tour” è documentata in questo cofanetto nuovo di zecca intitolato semplicemente June 1976, che comprende cinque concerti completi in quindici dischetti complessivi (questa volta non c’è nessuna versione “ridotta” in tre CD come è successo per altri box del recente passato) e che, e questo la dice lunga sulle priorità degli ascoltatori americani in tempi di coronavirus, non è andato esaurito quasi subito come sempre ma è ancora disponibile sul sito del gruppo. Il box si presenta molto bene, con un elegante confezione delle dimensioni di un libro (diciamo di quelli spessi, di 700/800 pagine) con apertura a scrigno ed all’interno un bel booklet ed i cinque concerti separati tra loro in altrettanti digipak; le cose però più importanti sono la performance, che è davvero notevole ed in crescendo (infatti gli ultimi due concerti sono i migliori), e la qualità di registrazione che è perfetta, come capita d’altronde ogni volta che esce un prodotto dei Dead targato Rhino. Non siamo ai livelli del biennio 1971-1972, nei quali Garcia e soci diedero il loro meglio sul palco, ma non siamo neppure troppo lontani: ecco dunque qui di seguito una rapida disamina serata per serata.

CD 1-3: Boston Music Hall, Boston (10/6/76). Inizio a tutto rock’n’roll con Promised Land di Chuck Berry, che vede Garcia subito in partita (ma anche Godchaux, solitamente un po’ bistrattato dalla critica, mostra di essere in gran forma con un assolo strepitoso), poi i nostri esplorano alcune delle pagine migliori del loro songbook come le splendide Sugaree e Brown-Eyed Women, le ballate Row Jimmy e Looks Like Rain e la chicca Mission In The Rain, brano del repertorio solista di Jerry che diventerà un classico delle esibizioni future della Jerry Garcia Band ma che i Dead suoneranno solo in questa porzione di tour. L’highlight della seconda parte è lo streordinario medley che apriva Blues For Allah (Help On The Way/Slipknot/Franklin’s Tower), mentre il finale è appannaggio di una Playing In The Band di un quarto d’ora (con un intermezzo di pura psichedelia), una discreta Dancing In The Street di Martha & The Vandellas e ancora ottimo rock’n’roll con U.S. Blues.

CD 4-6: Boston Music Hall, Boston (11/6/76). Secondo show consecutivo a Boston, che parte con una pimpante Might As Well e che presenta altri classici come Tennessee Jed, Scarlet Begonias, le bellissime ballate It Must Have Been The Roses e Ship Of Fools, mentre Brown-Eyed Women è sempre un piacere ascoltarla. Weir è più in palla della sera prima, e lo dimostra soprattutto con due solide rese di Cassidy e Looks Like Rain, oltre che con una buona cover della hit di Merle Haggard Mama Tried. C’è anche una concessione ai sixties con la classica St. Stephen, ed una parte finale sontusa nella quale spiccano la trascinante Sugar Magnolia, i magistrali tredici minuti di Eyes Of The World, una canzone che dal vivo è sempre stata tra le mie preferite per quanto riguarda i Dead, ed il finale travolgente di Johnny B. Goode, con Jerry che dà spettacolo alla sei corde.

CD 7-9: Beacon Theatre, New York (14/6/76). La prima parte della scaletta è simile a quelle di Boston, con ottime rese dell’iniziale Cold Rain And Snow (versione splendida), Row Jimmy, Tennessee Jed ed una vigorosa cover di Big River di Johnny Cash. Nel prosieguo troviamo la bella The Wheel ed una notevole High Time di dieci minuti, subito seguita dall’altrettanto riuscita Crazy Fingers. Finale con il country-rock psichedelico di Cosmic Charlie, il medley di Blues For Allah ancora meglio di quello della prima serata e la solita trascinante conclusione con l’uno-due Around And Around (di nuovo Berry) e U.S. Blues.

CD 10-12: Beacon Theatre, New York (15/6/76). Nonostante i non particolari stravolgimenti nella setlist (a parte le “nuove” Let It Grow e Not Fade Away) e l’inclusione della soporifera Stella Blue (forse il brano più noioso del binomio Garcia-Hunter), questo show è il migliore del cofanetto, una di quelle serate magiche che hanno fatto dei Dead la band leggendaria che sono, e che supera di una leggera attaccatura il seguente per merito di una sequenza finale da urlo. Qui troviamo versioni magistrali di Promised Land, Sugaree, It Must Have Been The Roses, Tennessee Jed, St. Stephen e Friend Of The Devil, con un Garcia scatenato ottimamente seguito dai suoi compagni, Godchaux in testa (a differenza della moglie che, cosa che ho sempre pensato, si conferma un corpo estraneo al gruppo). Il finale come ho già detto è una goduria, con una sequenza micidiale formata da The Wheel, Sugar Magnolia, Scarlet Begonias, Sunshine Daydream e Johnny B. Goode.

CD 13-15: Capitol Theatre, Passaic (19/6/76). Altro concerto super, nel luogo che da lì a due anni vedrà Bruce Springsteen costruire parte della sua fama di straordinario performer dal vivo. Il medley Help On The Way/Slipknot/Franklin’s Tower stavolta è posto in apertura di serata, mentre gli altri highlights sono le “solite” Brown-Eyed Women, Tennessee Jed, la migliore Might As Well del box ed una superba Playing In The Band di diciannove minuti (con una parte centrale “acida” che ci riporta per un attimo ai tempi di Live/Dead). Nel finale troviamo due brani suonati solo in questo show (rispetto al resto del cofanetto, non del tour), e cioè il coinvolgente rock’n’roll di Weir One More Saturday Night ed una sontuosa Goin’ Down The Road Feeling Bad che rasenta la perfezione.

Un box quindi di livello eccelso questo June 1976, ed il fatto che alcune delle 12.000 copie totali siano ancora disponibili potrebbe rappresentare una ghiotta tentazione.

Marco Verdi

Un Altro Live Dei Dead? Sì, Ma Stavolta E’ Un Po’ Diverso! Grateful Dead – Ready Or Not

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Grateful Dead – Ready Or Not – Rhino/Warner CD

Mentre scrivo queste righe il mese di Dicembre è ormai inoltrato e con il 100% di sicurezza posso affermare che, nell’ambito delle ristampe dei Grateful Dead per i cinquantennali dei loro album, non sarà prevista una riedizione del loro storico disco dal vivo Live/Dead, il cui anniversario è caduto il 10 Novembre: pertanto è lecito assumere che l’operazione riguardi solo i lavori in studio, nonostante il comunicato stampa uscito nel 2017 affermasse il contrario. Volevate però che i nostri non ci gratificassero comunque di una bella uscita dal vivo, nonostante il triplo Saint Of Circumstance (per tacere del box di 14 CD da cui è tratto) risalga a meno di due mesi fa? https://discoclub.myblog.it/2019/10/08/cadono-le-prime-foglie-ed-arriva-un-live-dei-dead-grateful-dead-saint-of-circumstance/  Però questa volta la band di San Francisco ci ha riservato una sorpresa: Ready Or Not non è infatti il solito concerto dal vivo del passato, bensì una collezione di nove brani su un singolo CD (da quando i Dead non pubblicavano qualcosa su un CD singolo?) tratta da vari show tenuti negli ultimi anni di attività prima della tragica scomparsa nel 1995 di Jerry Garcia.

E se i titoli dei brani non vi suonano familiari avete ragione, in quanto stiamo parlando delle canzoni che avrebbero in teoria dovuto formare il nuovo album di studio dei nostri, in pratica il seguito di Built To Last del 1989, progetto che non andò in porto un po’ per la loro proverbiale lunghezza, un po’ perché il fato ci mise il becco, appunto con la morte di Garcia. Nove brani inediti quindi, ma suonati varie volte dal vivo tra il 1992 ed il 1995 ed ora finalmente riproposti tutti insieme quasi a voler rendere pubblico quell’album mai pubblicato. I collezionisti più assidui dei Dead conosceranno già questi titoli, dato che non è comunque la prima volta che escono ufficialmente: le versioni più rare si trovano su un concerto del 1993 uscito nel 2009 nell’ambito della serie Road Trips e nel megabox di 80CD Thirty Trips Around The Sun (nei concerti degli anni 1993, 1994 e 1995), ma anche nello splendido cofanetto quintuplo del 1999 So Many Roads, al cui interno c’erano ben sei di questi nove brani, tre dei quali addirittura incisi in studio in versione più da rehersal che come canzone finita. Se però non possedete quanto appena indicato, Ready Or Not è sicuramente il modo migliore per scoprire i pezzi in questione, in quanto suonati da quella che secondo molti è la migliore formazione di sempre dei Dead, cioè con Vince Welnick alle tastiere.

In più, per compilare questo CD sono state scelte con cura le performance migliori disponibili, che provengono da varie serate tra il 1992 ed il 1995, di cui due al Madison Square Garden di New York e tutte le altre una ciascuna da una location diversa (Memphis, Atlanta, Noblesville, Chapel Hill, Burgettstown, Philadelphia e Oakland), con lunghezze che vanno dai sei ai quindici minuti. Negli ultimi anni Garcia aveva dato molto più spazio del solito al songwriting dei suoi compagni, soprattutto a Bob Weir ma anche a Brent Mydland prima della sua improvvisa scomparsa, e ciò era stato il problema principale di Built To Last, album inferiore al precedente In The Dark proprio per la differente qualità dei brani non scritti da Jerry; ma si sa che nei gruppi rock l’eccessiva democrazia ha spesso fatto danni. Ready Or Not, pur risultando alla fine un album coi fiocchi, soffre in parte degli stessi problemi, cioè con i pezzi a firma Garcia/Hunter di livello nettamente superiore agli altri. I brani di Jerry iniziano con Liberty, una rock ballad godibile e diretta dal motivo immediato che richiama i classici degli anni settanta del gruppo, una bella canzone punteggiata dal piano liquido di Welnick ed ovviamente dalla magnifica chitarra del leader.

Lazy River Road è un delizioso pezzo dal sapore tradizionale, suonato con piglio rock, quasi southern, ma con una melodia decisamente folk, mentre So Many Roads è una splendida ballata lenta, tra le migliori scritte da Jerry nei suoi ultimi decenni di vita, dotata di un motivo toccante ed un crescendo formidabile, che culmina in un finale stupendo con un coro in sottofondo che richiama la melodia di Knockin’ On Heaven’s Door: avrebbe potuto diventare un classico assoluto. Per contro lo slow Days Between è un brano piuttosto nella media, nobilitato però da una solida performance da parte di tutti. Eternity è la prima delle tre tracce di Weir, scritta insieme a Rob Wasserman e addirittura al mitico Willie Dixon, un brano fluido solo sfiorato dal blues, dall’andatura insinuante e con ottimi spunti di Jerry e Vince, che passa con disinvoltura dal piano al synth (poco per fortuna) all’organo. Poi abbiamo la lunga Corrina (un quarto d’ora), brano grintoso e ben strutturato che è un pretesto per una jam di ottimo livello, ancora con chitarra e tastiere sugli scudi; chiude il trittico dei brani di Bob la roccata Easy Answers, una discreta canzone inficiata però dall’uso insistito del sintetizzatore: non imperdibile.

Anche Welnick ha l’onore di avere due brani a disposizione (primi ed unici all’interno dei Dead), scritti anch’essi con l’aiuto del paroliere Robert Hunter: Samba In The Rain è un pezzo mosso e fluido che fortunatamente non ha molto di brasiliano ma ricorda al limite un latin-rock alla Santana, non un capolavoro ma si lascia ascoltare specie nelle parti strumentali, dato che Vince non aveva una voce bellissima e neanche particolarmente intonata (meglio comunque di quella di Phil Lesh). Way To Go Home, rock-blues alla maniera dei nostri, è un brano diretto e gradevole grazie anche ad uno strepitoso assolo di Garcia ed a Welnick che tiene più sotto controllo la voce. Quindi un altro bel live per i Grateful Dead, questa volta con canzoni che non si ascoltano spesso, e con quelle di Garcia di un gradino superiore alle altre. E poi c’è So Many Roads, un capolavoro.

Marco Verdi

Cadono Le Prime Foglie…Ed Arriva Un Live Dei Dead! Grateful Dead – Saint Of Circumstance

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Grateful Dead – Saint Of Circumstance: Giants Stadium, East Rutherford, NJ 6/17/91 – Rhino/Warner 3CD – 5LP

“Consueto” appuntamento autunnale con una pubblicazione dei Grateful Dead (anche se le foglie del titolo per ora sono ancora ben salde sugli alberi, dato che fino a pochi giorni fa il clima era decisamente estivo): a quanto pare le edizoni deluxe per i cinquantesimi anniversari degli album della storica band di San Francisco non comprendono i dischi dal vivo, in quanto il 10 Novembre ci sarebbe la “scadenza” del mitico Live/Dead e nulla è stato ancora annunciato. Invece i nostri hanno dato alle stampe lo scorso 27 Settembre il solito mega-cofanetto costoso e a tiratura limitata di 10.000 copie, intitolato Giants Stadium 1987, 1989, 1991, comprendente cinque concerti completi tenutisi nella location del titolo ad East Rutherford nel New Jersey (demolito nel 2010 e ricostruito con in nome di MetLife Stadium), per un totale di 14 CD ed anche 2 DVD ed un BluRay che documentano visivamente la serata del 17 Giugno 1991. E proprio da quello show è stato pubblicato a parte un triplo CD (o quintuplo LP) dal titolo Saint Of Circumstance, più che sufficiente se non volete accapparrarvi il box, in quanto dovrebbe a detta di molti essere il migliore tra i cinque concerti presenti.

Negli anni a cavallo tra gli ottanta ed i novanta infatti i Dead avevano ritrovato una brillantezza nelle esibizioni dal vivo che sembrava avessero un po’ perso nel periodo 1983-1986, complici anche i problemi di salute di Jerry Garcia: l’album In The Dark del 1987 era stato un grande successo di pubblico e critica, e questo aveva dato nuova linfa ai nostri che erano tornati ai livelli degli anni settanta, come testimoniava all’epoca l’ottimo live album Without A Net (l’ultimo con il tastierista Brent Mydland, che morirà di lì a poco per overdose). Saint Of Circumstance è anche meglio di Without A Net, e vede una band coesa al massimo e notevolmente ispirata, con Garcia in buona forma vocale (cosa non scontata, ma nel 1991 Jerry si destreggiava alla grande anche da solo con la sua Jerry Garcia Band), ed un suono forte e compatto, dovuto anche al fatto che i nostri sono eccezionalmente in sette sul palco. Sì, perchè oltre al nucleo storico Garcia-Weir-Lesh-Hart-Kreutzmann il posto di Mydland era stato dato provvisoriamente a Bruce Hornsby, già noto cantautore in proprio e vecchio fan dei Dead, che poi a causa dei suoi impegni di carriera era stato sostituito dal bravissimo Vince Welnick, ex Tubes.

Ma Saint Of Circumstance è uno dei rari casi nei quali i due si trovavano insieme sul palco, con esiti notevoli dato che stiamo parlando probabilmente dei due migliori tastieristi che i Dead abbiano avuto dopo Ron “Pigpen” McKernan (con tutto il rispetto per Mydland, Keith Godchaux e la “meteora” Tom Constanten), nonostante il ricorso qua e là a sonorità sintetizzate. Il triplo CD ha un suono davvero spettacolare, meglio di altre uscite del passato, e la performance è tutta da godere dall’inizio alla fine, grazie anche ad una scaletta quasi perfetta. Si inizia subito con una fluida e limpida versione di 15 minuti di Eyes Of The World, con Jerry già “liquidissimo” alla solista ed una prestazione superba dei due pianisti, seguita da una rara versione del classico di Robert Johnson Walkin’ Blues (canta Weir): i Dead non hanno mai avuto il blues nel loro dna, ma qua per sette minuti ci portano idealmente in un fumoso club di Chicago, con Garcia che passa con disinvoltura alla slide. Dopo una splendida e solare Brown-Eyed Women, uno dei pezzi migliori dei Dead, c’è un breve accenno a Dark Star, che spunterà qua e là per ben quattro volte nel corso della serata, fatto abbastanza inusuale: tre sono solo frammenti di circa un minuto ciascuno, mentre la quarta chiude il cerchio verso la fine del concerto con una performance di otto minuti che ci riporta per un momento ai lisergici anni sessanta. In scaletta c’è un solo brano di Bob Dylan (spesso ce ne sono anche due o tre), ma è una versione decisamente bella di When I Paint My Masterpiece, con Hornsby alla fisarmonica, seguita dai nove minuti di Loose Lucy, che se in studio non era certo una meraviglia in questa serata fa la sua figura e risulta anche piacevole.

Cassidy è uno dei brani più noti di Weir, ed i Dead la rileggono in maniera solida, mentre sia Might As Well che Saint Of Circumstance sono due canzoni poco eseguite (la prima di Jerry, la seconda di Bob): meglio Might As Well, potente rock song, cadenzata e trascinante e con uno splendido duello strumentale tra Garcia e Welnick. La lenta e delicata Ship Of Fools, tra le migliori ballate del Morto Riconoscente, precede le sempre coinvolgenti Truckin’ e New Speedway Boogie, ancora con Jerry strepitoso in entrambe, e soprattutto uno degli highlights dello show, cioè una lunga e scintillante Uncle John’s Band, probabilmente la più bella canzone mai prodotta dal binomio Garcia/Hunter: undici minuti di altissimo livello. Dopo la già citata ultima tranche di Dark Star ed il solito spreco di tempo (almeno per me) di Drums e Space, arriva il finale con una distesa China Doll, con splendido assolo di Jerry, una Playing In The Band insolitamente sintetica, ed una travolgente Sugar Magnolia di undici minuti, nella quale tutti quanti forniscono una performance notevole. C’è spazio ancora per l’ultima chicca, e cioè una sorprendente versione del capolavoro di The Band The Weight, raramente suonata dai nostri e con una strofa cantata anche da Hornsby (ed una da Lesh, che se la cava meglio del solito): esecuzione superba e pubblico in visibilio.

Gran bel concerto, assolutamente consigliato.

Marco Verdi

Che Lungo, Strano Viaggio E’ Stato: Un Ricordo Di Robert Hunter.

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La frase del titolo del post è presa dalla canzone Truckin’, ed è una delle più celebri uscite dalla penna di Robert Hunter, scrittore-poeta-liricista scomparso lo scorso 23 Settembre nella sua casa di San Rafael in California all’età di 78 anni, il cui nome sarà per sempre legato a quello dei Grateful Dead ed in particolare a Jerry Garcia. Nato Robert Burns nel piccolo centro californiano di San Luis Obispo, Hunter iniziò ad interessarsi alla musica tradizionale e bluegrass fin da ragazzo, e fu introdotto all’età di 19 anni a Garcia dall’allora fidanzata di Jerry: i due, anche se non legarono al primo impatto, condividevano le stesse passioni musicali, e fu così che iniziarono ad esibirsi in piccoli locali con il nome di Bob & Jerry (Hunter si dilettava al mandolino) ed in seguito come membri di Hart Valley Drifters, Wildwood Boys e Black Mountain Boys.

La svolta avvenne quando Hunter fu “assunto” come cavia per provare gli effetti delle all’epoca nuove droghe allucinogene, in particolare LSD e mescalina: diciamo che il giovane Robert andò leggermente “oltre” quanto richiesto dall’esperimento scientifico e divenne un convinto consumatore di tali sostanze, cosa che contribuì senz’altro alla creazione di poesie e scritti di carattere psichedelico e surreale. La cosa fu notata da Garcia (che nel frattempo aveva formato i Warlocks, i quali a breve cambieranno nome in Grateful Dead), al quale serviva un paroliere per le sue canzoni altrettanto influenzate dagli acidi: il resto è storia, e parla di un sodalizio tra i due continuato per trent’anni, cioè fino alla morte di Jerry avvenuta nel 1995, una unione che ha prodotto un’infinità di brani ormai diventati classici del rock mondiale, a partire dall’inno psichedelico Dark Star e continuando con capolavori del calibro di Uncle John’s Band, Friend Of The Devil, Casey Jones, China Cat Sunflower, Scarlet Begonias, RippleBertha, Brown-Eyed Women, Ripple, Tennessee Jed, Dire Wolf, Touch Of Grey e Black Muddy River (ma potrei andare avanti all’infinito).

La collaborazione tra Robert e Jerry si sviluppò anche negli album solisti di Garcia, e saltuariamente il nostro collaborò anche con altri membri dei Dead, come Bob Weir (Sugar Magnolia, anche se la controparte preferita da Weir era John Barlow), Phil Lesh (Box Of Rain) ed anche Ron “Pigpen” McKernan (Mr. Charlie). Ma Hunter, che venne sempre considerato una sorta di membro aggiunto dei Dead, scrisse anche diversi libri e soprattutto pubblicò anche un buon numero di album come solista, sia cantati che spoken word, anche se va detto che nessuno di essi può essere considerato indispensabile. Ma la carriera di paroliere di Hunter non si fermò solo ai Dead e Garcia, in quanto collaborò anche con artisti come New Riders Of The Purple Sage, Bruce Hornsby, Little Feat, Jim Lauderdale e soprattutto Bob Dylan (uno che non avrebbe certo bisogno di un co-autore, specie per i testi), con il quale compose due brani che finiranno sul non eccelso Down In The Groove del 1988 (Ugliest Girl In The World e Silvio, non proprio due capolavori), ma specialmente la quasi totalità delle canzoni contenute nell’ottimo Together Through Life del 2009 ed anche il brano Duquesne Whistle da Tempest del 2012.

Ora Robert è quindi tornato a fare compagnia a Jerry, e chissà se i due non comporranno qualche nuovo pezzo ad esclusivo beneficio degli angeli.

Marco Verdi

P.S: un breve accenno anche ad altri due artisti scomparsi nei giorni scorsi: Eddie Money, cantante e chitarrista americano di discreta fama negli anni settanta ed ottanta con brani in stile pop-rock come Baby Hold On, Two Tickets To Paradise, Take Me Home Tonight e Walk On Water

, e Ric Ocasek, popolarissimo leader dei Cars (uno dei gruppi cardine della new wave degli anni ottanta), che frequentò a lungo le classifiche dell’epoca con album come Candy-O, Panorama e Heartbeat City e singoli come Shake It Up, You Might Think, Drive e Tonight She Comes, uno degli artisti più di successo della decade nonostante il non proprio lusinghiero soprannome di “più brutta rockstar del mondo”.

Bellissimo Album D’Esordio (Con 50 Anni Di Ritardo) Per Queste Quattro Arzille “Carampane”! Ace Of Cups – Ace Of Cups

ace of cups

Ace Of Cups – Ace Of Cups – High Moon 2CD

Questo disco in realtà è uscito a Novembre 2018, ma, un po’ per colpa mia che l’ho scoperto in ritardo, un po’ per il fatto che ho rimandato la recensione, ne parlo soltanto oggi, anche perché merita davvero e non mi sembrava giusto bypassarlo. La storia delle Ace Of Cups, gruppo tutto al femminile originario di San Francisco, è più simile ad una favola a lieto fine. Formatesi nel 1967, quindi in piena Summer Of Love, le AOC avevano subito fatto parlare di loro un po’ per il fatto che all’epoca non si vedeva tutti i giorni una band formata solo da ragazze, ma soprattutto per la loro bravura on stage, al punto che un certo Jimi Hendrix le notò e le volle come opening act per aprire un suo concerto al Golden Gate Park. Il quintetto (Denise Kaufman, chitarra ritmica, Mary Gannon, basso, Marla Hunt, organo, Diane Vitalich, batteria, Mary Simpson, chitarra solista, e tutte e cinque al canto) venne poi preso in consegna da Ron Polte, ex manager tra gli altri dei Quicksilver Messenger Service, che iniziò a guardarsi intorno per cercare loro un contratto discografico, ma ricevette solo offerte a suo giudizio non adeguate. Nel frattempo gli anni passavano, e le nostre si limitavano a tenere dei concerti e ad incidere qualche demo di canzoni scritte da loro, ma nel frattempo si erano sposate ed avevano fatto figli.

Il periodo del Flower Power passò, ed un disco delle Ace Of Cups diventava sempre meno probabile, anche perché pubblicare un album significava dover andare in tour, e ciò non era possibile per cinque madri di famiglia. Così la band si sciolse e divenne una sorta di leggenda metropolitana, ma le ragazze (che uscirono dal mondo della musica) si tennero in contatto fino ai giorni nostri: la svolta avvenne quando il boss della label indipendente High Noon le vide esibirsi nel 2011 al concerto per i 75 anni di Wavy Gravy, e ne fu così colpito che le mise sotto contratto per registrare finalmente quel disco di debutto che avrebbero dovuto fare negli anni sessanta (nel 2003 la Ace aveva fatto uscire It’s Bad For You But Buy It!, una collezione di demo e brani dal vivo delle AOC incisi in gioventù, un disco che passò quasi inosservato). Il resto è storia recente: nel 2016 le ormai non più ragazze (ridotte a quartetto, la Hunt ha preferito non partecipare alla reunion) si sono ritrovate in studio con circa cento canzoni, tra brani scritti nei sixties, pezzi abbozzati e da finire sul momento e brani nuovi, e hanno registrato non uno ma ben due album doppi (il secondo dovrebbe uscire nel corso del 2019) sotto la guida del produttore Dan Shea, uno con un curriculum a mio parere non proprio immacolato (Mariah Carey, Jennifer Lopez, Celine Dion), ma che qui ha fatto un lavoro egregio.

Ed Ace Of Cups si rivela essere un disco splendido, sorprendente e per nulla nostalgico: le quattro amiche non sono ex musiciste stanche che vogliono rivivere il bel tempo che fu, ma quattro tostissime rockers che hanno ancora una grinta ed una voglia di spaccare il mondo invidiabile. Non è facile trovare un doppio album bello dalla prima all’ultima canzone, ma devo dire che questo lavoro omonimo delle AOC è la classica eccezione: canzoni belle, intense, cantate con voci giovanili e suonate con grande forza; è chiaro che c’è più di un accenno agli anni sessanta (la maggior parte dei brani risale a quell’epoca), ma il disco non è affatto monotematico in quanto offre una stimolante miscela di rock, folk, country, blues ed anche un tocco di psichedelia e garage rock. Dulcis in fundo, abbiamo una serie impressionante di ospiti di altissimo livello, che elevano ancora di più un disco già bello di suo. La divisione degli strumenti è quella del gruppo originale, con la differenza che la Gannon qui si limita a cantare e battere le mani, ed il basso lo suona la Kaufman. Se pensate a quattro tranquille signore vi basti ascoltare l’iniziale Feel Good, una rock song potente ed elettrica, dal drumming secco e un riff di chitarra bello tosto, ma con una melodia decisamente accattivante ed un ritornello di presa immediata: abbiamo anche i primi ospiti, nientemeno che Jack Casady (ex Jefferson Airplane e Hot Tuna) al basso ed il grande organista Pete Sears.

Pretty Boy ha elementi pop, quasi beat (ma il suono è indubbiamente attuale), un brano diretto che paga tributo alle band inglesi, dai Beatles in giù; l’intro di organo di Fantasy 1&4 è decisamente sixties, ed il pezzo stesso è una deliziosa e fresca pop song che non dimostra affatto 50 anni, mentre Circles è puro rock’n’roll, ritmato, coinvolgente e cantato con grinta, che aggiunge anche un assolo torcibudella da parte di Barry Melton, ex Country Joe & The Fish (anzi, The Fish era proprio lui). We Can’t Go Back Again è una suadente ballata sostenuta da un bellissimo refrain e da un suono molto classico, da vera rock band, ed un bel assolo di organo da parte di Sears, preludio a uno degli highlights del doppio, cioè The Well, una canzone scritta dalle quattro ragazze insieme ma affidata alla voce solista di Bob Weir (che suona anche le chitarre), ed il pezzo è un coinvolgente brano di pura Americana con tanto di banjo e strumentazione roots (e qui all’organo c’è il leggendario Melvin Seals, quindi due ex compagni di Jerry Garcia in un colpo solo). Taste Of One è uno scintillante folk-rock con splendido assolo di slide della Simpson ed ancora reminiscenze pop (tipo la prima Marianne Faithfull), mentre Mama’s Love è a sorpresa un blues tosto, grintoso e perfettamente credibile, impreziosito da due mostri sacri come Charlie Musselwhite all’armonica e Jorma Kaukonen alla lead guitar. Ritroviamo Jorma anche nella classica rock ballad Simplicity (con un inizio un po’ alla Stairway To Heaven), che parte lenta ma dal secondo minuto in poi aumenta di ritmo, fino ad uno strepitoso duello chitarristico tra Kaukonen e la Simpson; il primo CD si chiude con la sognante Feel It In The Air, altro slow di stampo rock con un motivo di prima scelta.

Il secondo dischetto parte con Stones, un sanguigno e gagliardo rock’n’roll che dimostra ancora che nonostante l’età le “ragazze” hanno grinta da vendere, al punto da sembrare una garage band under 30. Life In Your Hands vede alla voce solista addirittura Taj Mahal, per un blues lento di stampo rurale, eseguito quasi a cappella (c’è solo un basso e qualche percussione) e con le voci delle AOC a dare il tocco gospel. Il medley Macushla/Thielina è una suggestiva folk song dal sapore irlandese, con tanto di uilleann pipes e whistle (ed anche un coro di bambini di cui avrei fatto a meno), As The Rain è scritta e cantata dall’attore Peter Coyote, che mostra di avere una voce perfetta per il brano, una splendida ballata tra folk, country ed Irlanda, tra le migliori del CD. Dopo un breve interludio per voci e banjo intitolato Daydreamin’ e cantato ancora da Mahal, abbiamo On The Road, strepitosa country song cantata a più voci e dalla melodia coinvolgente, l’ottimo rock-blues elettrico Pepper In The Pot, con la voce principale di Buffy Sainte-Marie e la chitarra solista di Steve Kimock, e la lenta e distesa Indian Summer, ancora con strumentazione roots ed una leggera orchestrazione alle spalle. Chiusura con Grandma’s Hands, altro godibile e ritmato pezzo tra blues e gospel, il medley The Hermit/The Flame Still Burns/Gold & Green/Living In The Country, suggestivo esempio di vintage rock di gran classe, con una deliziosa atmosfera sixties ed un intermezzo di musica indiana (e in The Hermit c’è anche la voce di David Freiberg, ex Quicksilver e Jefferson Starship), per finire con la breve e corale Music, eseguita a cappella.

Mi dispiace non poter tornare indietro nel tempo e poter riscrivere le classifiche del 2018, dato che questo “esordio” delle Ace Of Cups avrebbe occupato posizioni molto alte: sarà per il secondo volume, che spero arrivi a breve.

Marco Verdi

Il Suo Disco Migliore (Non Ci Voleva Molto): Diciamo Una Sufficienza Piena? Don Felder – American Rock’n’Roll

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Don Felder – American Rock’n’Roll – BMG CD

Don Felder, noto per essere stato una delle due chitarre soliste degli Eagles dal 1974 al 1980 prima e dal 1994 al 2001 poi, ha sempre vissuto di rendita sull’appartenenza al famoso gruppo californiano. Originario della Florida (nativo di Gainesville, proprio come Tom Petty), Felder è sempre stato un ottimo chitarrista, ma mai un vero cantante e neppure un compositore prolifico: con le Aquile l’unico brano scritto e cantato interamente da lui è Visions, non esattamente un pezzo indimenticabile, mentre le canzoni della band che lo vedono come co-autore si contano sulle dita di una mano, anche se una di esse è nientemeno che Hotel California (ma è noto che l’accredito gli è stato concesso da Henley e Frey per via del meraviglioso assolo finale, del quale Don è il solo responsabile). Come artista solista ha sempre confermato di non essere molto prolifico, e di preferire al limite l’attività di sessionman di lusso: appena due dischi dalla prima separazione fino all’anno scorso, il non certo imperdibili Airborne (1983) e Road To Forever (2012), entrambi lavori all’insegna di un soft-rock piuttosto banale, ed il primo dei due pure infarcito da sonorità tipicamente anni ottanta.

Per questi motivi inizialmente la notizia di un nuovo album di Felder in uscita non mi aveva fatto vibrare più di tanto, ma poi sia il titolo, American Rock’n’Roll, che la copertina, evocativa anche se un po’ ruffiana, avevano attirato la mia attenzione, ed ancora di più aveva fatto l’ascolto in anteprima del brano che dà il titolo al CD: una canzone che mantiene quello che promette, chitarre a manetta, gran ritmo, suono molto potente anche se un po’ bombastico ed un testo che nomina un po’ tutti (da Hendrix a Santana, passando per Grateful Dead, Janis Joplin, Seger, Springsteen e finendo con Guns’n’Roses e Motley Crue), un pezzo che fa di tutto per essere “piacione” ma che non manca di trascinare chi lo ascolta. Devo comunque ammettere che il resto dell’album non è tutto a questo livello, in quanto Felder si dimostra un cantante appena sufficiente (ed infatti negli Eagles era l’unico che non cantava, ma è comunque migliore di altri sidemen, penso, per esempio, a Bill Wyman) ed un compositore che fatica a scrivere un intero disco senza incappare in alti e bassi. Musicalmente l’album è diverso dai due precedenti, in quanto spinge parecchio l’acceleratore sul rock, con sonorità spesso un po’ grezze e tamarre, tra hard rock e AOR non troppo levigato: va in ogni caso detto che le parti chitarristiche sono egregie e la grinta non manca, anche se siamo parecchio lontani dal sound delle Aquile.

Un’altra caratteristica peculiare è il fatto che American Rock’n’Roll sia letteralmente pieno zeppo di ospiti illustri, e se da una parte c’è gente dal pedigree immacolato o quasi (Bob Weir, Mick Fleetwood, Peter Frampton, Nathan East, Steve Gadd, Greg Leisz, Jim Keltner, Lenny Castro, Mike Finnigan, i due Toto Steve Porcaro e David Paich), dall’altra troviamo elementi che non si immaginerebbero su un disco di un ex Eagle, come i chitarristi Slash, Alex Lifeson (dei Rush), Richie Sambora e Joe Satriani, il batterista Chad Smith (Red Hot Chili Peppers) e l’ugola di Sammy Hagar. Un gruppo di musicisti che dà quindi un’idea abbastanza chiara del fatto che Don ha cercato di fare un disco mischiando capre e cavoli, con ballate (poche) in odore di California e soprattutto tanto rock di grana un po’ grossa. La cosa buona è che il disco alla fine non è poi così brutto, si lascia ascoltare abbastanza bene, e pur non avvicinandosi neanche per un istante alla parola “capolavoro” riesce a rimanere comunque al di sopra della sufficienza. Della title track ho già detto, ma anche Charmed è un pezzo a tutto rock, possente e con i riff tagliati con l’accetta, un suono forse più adatto ad una band hard rock che ad un ex californiano degli anni settanta, ma non posso dire che il tutto mi dispiaccia; Falling In Love è una ballatona quasi AOR, ma dal punto di vista compositivo non è malaccio (forse necessiterebbe di un cantante più dotato), e Don rilascia un lungo assolo molto lirico, che da solo vale il brano. Hearts On Fire ha una ritmica un po’ finta a causa della batteria elettronica, ma è dotata di un ritornello abbastanza piacevole anche se sembra più una canzone di Bryan Adams (che tra l’altro ha in repertorio un pezzo con lo stesso titolo), Limelight è dura e granitica (c’è Sambora, non proprio uno raffinato), sembra una rock song “hair metal” degli anni ottanta, non una grande canzone ma suonata con molta energia.

Little Latin Lover ha delle velleità, appunto, latine, grazie alla fisarmonica e ad una bella chitarra spagnoleggiante, ma anche qui è meglio la confezione del contenuto. Rock You è decisamente hard e un po’ tamarra, con la presenza di Satriani ed un duetto vocale con Hagar, sempre un po’ sguaiato ma più cantante di Felder (ai cori c’è Weir, che immagino un po’ spaesato in mezzo a queste sonorità), mentre con She Just Doesn’t Get It siamo ancora dalle parti di Adams, ma il brano non è male, ha il giusto tiro ed un discreto refrain; Sun è in assoluto il pezzo più vicino agli Eagles, una ballatona corale molto californiana di buon livello sia compositivo che esecutivo (ed infatti in session ci sono East, Gadd e Leisz, gente giusta quindi), di sicuro la canzone migliore insieme alla title track. The Way Things Have To Be è un altro lentone che inizia pianistico e con la strumentazione che si arricchisce a poco a poco, ancora un pezzo di buona fattura e cantato abbastanza bene, con Don che viene assistito da Frampton sia alla chitarra che alla voce; chiusura con You’re My World, pop song elettroacustica gradevole e diretta.  Al terzo lavoro da solista Don Felder non è ancora riuscito a consegnarci un lavoro senza sbavature dall’inizio alla fine, anche se stavolta qualche buona canzone c’è, e chi ama i suoni di chitarra (magari non proprio per palati finissimi) troverà trippa per i suoi gatti, mentre i fans degli Eagles e di un certo rock californiano continueranno a guardare altrove.

Marco Verdi

Finalmente Anche I Dead Pubblicano Un Bel Disco Dal Vivo! Grateful Dead – Pacific Northwest ’73-’74: Believe It If You Need It

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Grateful Dead – Pacific Northwest ’73-’74: Believe It If You Need It – Rhino/Warner 3CD

Il titolo del post odierno è chiaramente ironico, in quanto sul mercato esistono più dischi dal vivo dei Grateful Dead di quanti uno possa ragionevolmente riuscire ad ascoltare in un anno intero (con pause per i pasti ed almeno otto ore di sonno per notte). Però quando una proposta discografica è targata Rhino, state certi che il contenuto è meritevole di attenzione. Non fa eccezione questo Believe It If You Need It, triplo CD che è in realtà un condensato del solito mega-cofanetto in tiratura limitata (e parecchio costoso), cioè Pacific Northwest ’73-’74, un box di 19 CD che presenta sei concerti completi che lo storico gruppo di San Francisco tenne nel Maggio e Giugno del 1973 e 1974 in Oregon (a Portland), nello stato di Washington (a Seattle) e nella British Columbia canadese (a Vancouver): Believe It If You Need It è quindi costituito dalle migliori performances di quelle serate, ed è compilato come se si trattasse di un concerto a sé stante (solo Truckin’ è presente due volte). I Dead sono in sei (l’unico batterista è Bill Kreutzmann, Mickey Hart in quel periodo era fuori dalla band), ma sarebbero andati bene anche in cinque, dato che i gorgheggi di Donna Jean Godchaux sono più di danno che di utilità, e vedono Jerry Garcia in forma strepitosa, protagonista di una serie di assoli di rara bellezza, sia nei momenti più “roots” che in quelli più acidi, ed una sorpresa è anche la performance di Keith Godchaux, mai troppo considerato come pianista, ma che qui suona con una liquidità notevole.

E’ noto che la prima metà degli anni settanta è stato forse il periodo migliore per quanto riguarda le prove dal vivo dei nostri, e questo album lo conferma appieno: in più, l’incisione è davvero spettacolare, nitida, pulita e forte, come se si trattasse di musica registrata solo qualche mese fa. Si capisce che Garcia e soci sono in palla già dall’iniziale China Cat Sunflower (brano che molto spesso apriva i loro concerti), con la chitarra di Jerry subito protagonista in maniera magistrale con una serie di fraseggi distesi, ben assecondato da un Godchaux in gran spolvero. I Know You Rider vede i nostri lanciati come un treno, Bird Song arriva ad un quarto d’ora, una ballata melodicamente impeccabile, suonata in maniera spettacolare (e perdoniamo pure a Jerry una prestazione vocale appena sufficiente), mentre Box Of Rain è da sempre una gran bella canzone, e qui Phil Lesh la canta un po’ meglio del solito. Brown-Eyed Women è splendida, una delle più dirette ed orecchiabili del songbook di Garcia e Hunter; poi abbiamo una monumentale jam che parte da una travolgente Truckin’ e confluisce in Not Fade Away e nella travolgente Goin’ Down The Road Feeling Bad, prima del rock’n’roll di One More Saturday Night, che chiude la prima parte.

Il secondo CD è composto da sole quattro canzoni, ma il vero highlight è una leggendaria Playing In The Band, che con i suoi 46 minuti di durata è il brano singolo (quindi non mescolato con altri) più lungo mai suonato dal gruppo: una versione apocalittica, un’esperienza quasi extrasensoriale (o come dicono in America, una “mind left body jam”), nella quale i nostri toccano vette di pura psichedelia che neanche negli anni sessanta durante gli acid test. Il resto del CD vede una rara Here Comes Sunshine (ma sentite Garcia, un fenomeno) ed una sempre eccellente Eyes Of The World, che si fonde con la lenta China Doll. Nel terzo dischetto i Dead tornano con i piedi per terra (più o meno), iniziando in maniera sublime con la splendida Sugaree, tra le più belle composizioni di Garcia, e poi con un super medley (registrato a Vancouver) formato dalla cristallina He’s Gone, un’altra grandiosa Truckin’ (26 minuti solo questa, compreso una lunga improvvisazione con il basso di Lesh come strumento solista), una rimembranza dei sixties con The Other One, la solida ballata Wharf Rat e gran finale con la sempre coinvolgente Sugar Magnolia, in assoluto uno dei pezzi migliori di Bob Weir. Altra ottima proposta dunque dagli infiniti archivi live dei Grateful Dead, e stavolta direi che è sufficiente questo estratto in tre CD rispetto al mega-box (ammesso che sia ancora disponibile), dato che nei mesi di Ottobre e Novembre, tra box di Dylan, Petty, Lennon, Beatles, Kinks e Hendrix le vostre (anzi, nostre) tasche saranno messe a durissima prova.

Marco Verdi

Che Natale (O Santo Stefano) Sarebbe Senza Un Bel Box Dei Dead? Grateful Dead – RFK Stadium 1989

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Grateful Dead – RFK Stadium 1989 – dead.net Store – Rhino/Warner 6CD Box Set

Ormai ci ho fatto il callo: con puntuale cadenza semestrale, solitamente in primavera ed autunno, esce un nuovo cofanetto dei Grateful Dead, e qualche volta anche qualcosa di più in altri periodi dell’anno, ma diciamo che almeno due uscite ogni 365 giorni sono garantite. Lo scorso Maggio avevo celebrato lo splendido Cornell 5/8/1977, estratto del super box Get Shown The Light, ed ora mi trovo a parlarvi di un’altra eccellente uscita riguardante il gruppo di San Francisco: RFK Stadium 1989  è un boxettino di sei CD che contiene due concerti completi tenutisi nella location e nell’anno del titolo (a Washington DC), rispettivamente il 12 e 13 Luglio, un cofanetto in tiratura limitata di 15.000 copie ed in vendita solo sul sito della band (quindi per una volta non esiste la consueta versione ridotta disponibile su larga scala, anche se mentre scrivo queste righe i box disponibili sono ancora più di 4.000). Gli anni che vanno dal 1987 al 1990 sono tra i migliori in assoluto per quanto riguarda l’attività live dei Dead, che avevano ritrovato sia uno stato di forma smagliante (a differenza del periodo a metà della decade, anche a causa dei problemi di salute di Jerry Garcia, problemi che si ripresenteranno nei novanta portandolo alla morte prematura nel 1995) sia il successo commerciale con l’ottimo album In The Dark del 1987, unico della loro storia ad entrare nella Top Ten. In quegli anni, un po’ come Elvis che negli anni settanta aveva raggiunto la piena maturità vocale, i Dead erano in grado di suonare qualsiasi cosa, ed erano famosi per proporre scalette completamente diverse da una serata all’altra quando si esibivano nella stessa location per più di una volta.

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Questo è esattamente quello che accade in questi due concerti registrati nella capitale nell’estate del 1989, con i nostri in grande spolvero e che suonarono due setlists differenti al 100%: Garcia era sempre di più un chitarrista formidabile, le sue prestazioni erano uno spettacolo nello spettacolo, ma anche i suoi compagni non perdevano un colpo, dalla chitarra ritmica di Bob Weir al basso di Phil Lesh alla doppia batteria di Mickey Hart e Bill Kreutzmann, fino alle tastiere di Brent Mydland (che qui è alle sue ultime esibizioni, in quanto morirà l’anno dopo per overdose, sostituito da Vince Welnick e, provvisoriamente, da Bruce Hornsby, che è già presente in questo box come ospite speciale in due canzoni a sera). Un box decisamente godibile quindi, un lungo viaggio nel songbook dello storico gruppo, inciso tra l’altro molto bene, con gli unici due difetti dell’uso saltuario del sintetizzatore da parte di Mydland e delle voci non sempre intonate, specie nelle armonie dove spesso ognuno va per conto suo (ma è risaputo che questo è sempre stato il tallone d’Achille dei Dead). Per chi scrive la scaletta migliore è quella della prima serata, in quanto sono presenti quattro tra i miei brani preferiti della band: la bellissima Touch Of Grey, che apre il concerto (e con Garcia che rilascia subito un assolo dei suoi), le splendide Mississippi Half-Step Uptown Toodeloo, con Mydland ottimo al piano, ed una Sugaree con Horsby alla fisarmonica, oltre al finale con la struggente Black Muddy River. Ma ovviamente ci sono anche altri highlights, come una lunga ed intensa Ship Of Fools, la sempre vibrante Eyes Of The World (perfetta per le jam liquide del gruppo), ed una cristallina cover del classico dei Traffic Dear Mr. Fantasy, con Jerry incontenibile.

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https://www.youtube.com/watch?v=eEG2PnRl9zI

La cover dylaniana Just Like Tom Thumb’s Blues viene affidata a Lesh, che per una volta non fa danni dal punto di vista vocale (ed il pezzo ne esce molto bene), mentre i contributi migliori di Weir alla serata sono una fluida Cassidy (grande ancora Garcia), il sempre coinvolgente rock’n’roll di Chuck Berry Promised Land ed una guizzante e solare Man Smart, Woman Smarter (un classico calyspo inciso tra gli altri da Harry Belafonte ed i Carpenters), in duetto vocale con Mydland. Il secondo show, accanto a canzoni discrete ma “normali” come Let It Grow, Looks Like Rain, I Will Take You Home (anteprima dall’album Built To Last, che uscirà qualche mese dopo) e Throwing Stones, offre comunque diverse performances solide, come l’apertura Hell In A Bucket, che forse non sarà una grande canzone ma garantisce un avvio potente (e Jerry è formidabile). Poi i nostri piazzano un uno-due notevole con la classica Cold Rain And Snow ed una sopraffina rilettura di Little Red Rooster (Willie Dixon): il blues non era tra le specialità dei Dead, ma qui suonano eccome, specie un Garcia insolitamente alla slide. Altri momenti di impatto sono la cadenzata Tennessee Jed, un’altra tra le migliori del binomio Garcia-Hunter, la splendida e raramente eseguita To Lay Me Down e la suite Terrapin Station, in quella serata ridotta a “soli” 13 minuti ma sempre molto bella. C’è spazio anche per un po’ di psichedelia con The Other One, ed il finale è a tutto rock’n’roll con una scintillante Good Lovin’ dei Rascals e la trascinante U.S. Blues. Un (altro) ottimo cofanetto per i Grateful Dead: varrebbe la pena di fare uno sforzo per accaparrarselo.

Marco Verdi

Se Non E’ Il Loro Miglior Concerto Di Sempre, Poco Ci Manca! Grateful Dead – Cornell 5/8/77

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Grateful Dead – Cornell 5/8/77 – Rhino 3CD – 5LP

Credo che stilare una classifica dei migliori concerti di sempre dei Grateful Dead sia impresa alquanto ardua per chiunque, dato che nel loro periodo di attività (e cioè fino alla morte di Jerry Garcia avvenuta nel 1995) hanno suonato on stage per ben più di duemila volte. Se si parla con i Deadheads più integralisti, però, in almeno otto casi su dieci verranno fuori un nome ed una data: Cornell 1977. Si dice infatti che fu in quella serata, più precisamente il 5 Maggio (Cornell è il nome di un’università, la città è Ithaca, nello stato di New York), che il gruppo di Garcia e soci, e cioè Bob Weir, Phil Lesh, Keith Godchaux, Donna Jean Godchaux, Mickey Hart e Bill Kreutzmann, suonò il suo miglior show di sempre, tanto che il concerto fu definito il Santo Graal delle loro performances. Ora, a distanza di giusto quarant’anni, i Dead pubblicano questo Cornell 5/8/77, un triplo CD (o quintuplo LP) che permette a tutti di condividere l’esperienza di una serata a suo modo leggendaria, un’operazione subito salutata da fans e addetti ai lavori con grande entusiasmo, nonostante in questi ultimi anni il mercato discografico sia stato letteralmente inondato da album targati Grateful Dead (il triplo si trova anche all’interno di un box di 11 CD, intitolato May1977: Get Shown The Light, che comprende anche i concerti di quel periodo a New Haven, Buffalo e Boston, cofanetto in vendita solo sul sito della band e da tempo esaurito).

Ebbene, non so se questo show di Cornell sia effettivamente il migliore di sempre del gruppo di San Francisco, i loro live pubblicati ufficialmente li ho quasi tutti ma non me li ricordo certo a memoria (e ho sempre considerato il biennio 1971/1972 come il loro periodo top, anche se so che anche gli anni che vanno dal 1977 al 1979 sono molto considerati), ma dopo averlo ascoltato attentamente posso confermare che ci troviamo davanti ad uno show fantastico, nel quale tutti i componenti della band sembrano quasi suonare in balia di un’estasi mistica, con Garcia naturalmente cinque spanne sopra tutti, ma anche con la sezione ritmica più presente del solito e senza passaggi a vuoto, un Weir decisamente in palla e Godchaux che fa vedere perché i nostri lo avessero scelto come tastierista dopo la dipartita di Pigpen. L’ascolto di questo triplo CD è dunque una vera esperienza che, una volta arrivato all’ultima canzone, mi fa quasi prendere come buone le parole dei fans: anche le prestazioni vocali, spesso il tallone d’Achille nei concerti dei Dead, qua sono rigorose, senza sbavature ed in linea con le parti strumentali. Che la serata è destinata ad entrare nella storia lo si capisce dall’iniziale New Minglewood Blues, solitamente un brano minore ma che qui vede subito una band in forma ed un Garcia subito ispirato e liquidissimo, pezzo a cui fanno seguito una fluida e vibrante Loser ed una eccellente cover di El Paso di Marty Robbins, a quell’epoca molto comune nei concerti del Morto Riconoscente. Ma il primo CD contiene già degli highlights assoluti, a partire da una splendida They Love Each Other, dove Garcia sembra veramente nella forma strumentale e vocale dei concerti europei del 1972, oltre ad una Jack Straw solida e potente come non mai, la sempre trascinante Deal (e come suona Jerry!), la straordinaria Brown-Eyed Women, da sempre una delle mie canzoni preferite dei Dead, per finire con una maestosa Row Jimmy, con Garcia formidabile alla slide ed uno squisito sapore reggae (e notate che a me di solito il reggae non piace), forse la migliore mai sentita.

Con il secondo dischetto si entra nella leggenda: solo quattro canzoni, ma straordinarie, un CD aperto da una magistrale Dancing In The Streets di sedici minuti (e con Jerry in modalità extraterrestre, non ho parole per descrivere come suona) e chiuso da una altrettanto bella Estimated Prophet; in mezzo un medley inarrivabile che fonde Scarlet Begonias e Fire On The Mountain, quasi mezz’ora di musica a livelli celestiali, in assoluto una delle cose più belle che ho sentito fare dai Dead. Il terzo CD ci dà il colpo di grazia con una scintillante (ed insolitamente sintetica) St. Stephen, che confluisce in una Not Fade Away da favola, più di sedici minuti di sublime Dead sound; ma ecco il momento centrale di tutta la performance, con una Morning Dew incredibile, una rilettura davvero leggendaria, di certo la migliore versione di uno dei brani più intensi del loro repertorio live, con Garcia semplicemente stellare e Godchaux che fa di tutto per stare al suo livello: un pezzo che in quella sera trasmise davvero all’ascoltatore tutta l’inquietudine post-atomica di cui parla il testo originale. Chiude il triplo una coinvolgente One More Saturday Night, più rock’n’roll che mai: sono tre CD, ma alla fine avrei voluto che fossero almeno sei.

Si dice che non esista un concerto dei Grateful Dead uguale ad un altro: di sicuro non ne esiste uno uguale a Cornell 5/8/77.                                                                                                                      Irrinunciabile.

Marco Verdi