Novità Prossime Venture 27. The Band: Quest’Anno Una Ristampa Più Interessante E Sostanziosa Per Il 50° Anniversario Del Secondo Album, Esce il 15 Novembre

The Band The Band 50th anniversary edition

The Band – The Band – 50th Anniversary Super Deluxe Edition) 2xCD/1xBD/2xLP/1×7″ box set – 2 CD – 2 LP Capitol/universal – 15-11-2019

Lo scorso anno era uscita la ristampa del primo album della Band Music From Big Pink, un disco splendido,  ma come potete leggere qui https://discoclub.myblog.it/2018/07/04/grandissimo-disco-ma-questa-edizione-super-deluxe-piu-che-essere-inutile-sfiora-la-truffa-the-band-music-from-big-pink-in-uscita-il-31-agosto/ , si era trattato, per usare un eufemismo, di un cofanetto poco interessante e molto costoso. Quest’anno tocca al secondo album del gruppo di Robbie Robertson Levon Helm (e di Rick Danko, Richard Manuel Garth Hudson), un disco forse ancora più bello del precedente, e anche se non mancherà il solito cofanetto Super Deluxe, che vedete qui sopra, con 2 CD, 2 Vinili, Blu-Ray Audio con versioni Dolby 5.1 surround, un 45 giri, un libro rilegato e alcune stampe, ovviamente molto costoso, incredibilmente, per l’occasione, uscirà anche una versione in 2 CD che raccoglie tutto il materiale audio, che contrariamente allo scorso anno è ricco di materiale inedito.

the band the band 2 CD

Intanto nel primo CD ( o nel doppio vinile) c’è un nuovo mix 2019 dell’album originale, curato da Bob Clearmountain, uno dei grandi specialisti del settore, poi ci sono 6 bonus tracks extra, diverse da quelle della edizione del 2000, che comunque sono riportate tutte otto alla fine del secondo CD, insieme alla esibizione completa della Band al Festival di Woodstock, che se non avete acquistato una delle 1969 copie del recente https://discoclub.myblog.it/2019/09/04/una-splendida-full-immersion-nella-leggenda-3-giorni-di-pace-e-musica-woodstock-back-to-the-garden-the-definitive-50th-anniversary-archive-giorno-3/ , non è disponibile in altro modo. La versione doppia costerà indicativamente intorno ai 20 euro, mentre per il cofanetto credo che ci vorranno un centinaio di euro.In ogni caso ecco il contenuto completo dettagliato delle varie edizioni.

Disc 1 (CD)

The Band new stereo mix

1. Across The Great Divide
2. Rag Mama Rag
3. The Night They Drove Old Dixie Down
4. When You Awake
5. Up On Cripple Creek
6. Whispering Pines
7. Jemima Surrender
8. Rockin’ Chair
9. Look Out Cleveland
10. Jawbone
11. The Unfaithful Servant
12. King Harvest (Has Surely Come)

Bonus tracks

13. Up On Cripple Creek (Earlier Take) *
14. Rag Mama Rag (Alternate Version) *
15. The Unfaithful Servant (Alternate Version) *
16. Look Out Cleveland (Instrumental Mix) *
17. Rockin’ Chair (A Cappella / Stripped Down) *
18. Up On Cripple Creek (Instrumental Mix) *

Disc 2 (CD)

Live At Woodstock (1969)

1. Chest Fever
2. Tears Of Rage
3. We Can Talk
4. Don’t Ya Tell Henry
5. Baby Don’t You Do It
6. Ain’t No More Cane On The Brazos
7. Long Black Veil
8. This Wheel’s On Fire
9. I Shall Be Released
10. The Weight
11. Loving You Is Sweeter Than Ever

Studio Bonus Tracks (from 2000 reissue)

12. Get Up Jake (Outtake – Stereo Mix)
13. Rag Mama Rag (Alternate Vocal Take – Rough Mix)
14. The Night They Drove Old Dixie Down (Alternate Mix)
15. Up On Cripple Creek (Alternate Take)
16. Whispering Pines (Alternate Take)
17. Jemima Surrender (Alternate Take)
18. King Harvest (Has Surely Come) (Alternate Performance)

Disc 3 (Blu-ray audio)

1. Across The Great Divide (Stereo and 5.1 Surround)
2. Rag Mama Rag (Stereo and 5.1 Surround)
3. The Night They Drove Old Dixie Down (Stereo and 5.1 Surround)
4. When You Awake (Stereo and 5.1 Surround)
5. Up On Cripple Creek (Stereo and 5.1 Surround)
6. Whispering Pines (Stereo and 5.1 Surround)
7. Jemima Surrender (Stereo and 5.1 Surround)
8. Rockin’ Chair (Stereo and 5.1 Surround)
9. Look Out Cleveland (Stereo and 5.1 Surround)
10. Jawbone (Stereo and 5.1 Surround)
11. The Unfaithful Servant (Stereo and 5.1 Surround)
12. King Harvest (Has Surely Come) (Stereo and 5.1 Surround)

Bonus Tracks

13. Up On Cripple Creek (Earlier Version) (Stereo and 5.1 Surround)
14. Rag Mama Rag (Alternate Version) (Stereo and 5.1 Surround)
15. The Unfaithful Servant Alternate Version) (Stereo and 5.1 Surround)
16. Look Out Cleveland (Instrumental Mix) (Stereo and 5.1 Surround)
17. Rockin’ Chair (A Cappella / Stripped Down) (Stereo and 5.1 Surround)
18. Up On Cripple Creek (Instrumental Mix) (Stereo and 5.1 Surround)

Disc 4 (The Band vinyl LP) The Band new stereo mix

Side A
1. Across The Great Divide
2. Rag Mama Rag
3. The Night They Drove Old Dixie Down

Side B
4. When You Awake
5. Up On Cripple Creek
6. Whispering Pines

Disc 5 (The Band vinyl LP) The Band new stereo mix

Side A

1. Jemima Surrender
2. Rockin’ Chair
3. Look Out Cleveland [Side A]

Side B

4. Jawbone
5. The Unfaithful Servant
6. King Harvest (Has Surely Come)

Disc: 6 (seven-inch single)

1. Rag Mama Rag (Side A, Original 1969 7″ Capitol Single)
2. The Unfaithful Servant (Side B, Original 1969 7″ Capitol Single)

Assolutamente da non mancare, magari la versione doppia, visto che se non siete accaniti collezionisti oppure molto facoltosi, questa volta si può scegliere.

Bruno Conti

Cadono Le Prime Foglie…Ed Arriva Un Live Dei Dead! Grateful Dead – Saint Of Circumstance

grateful dead saint of circumstances 3 cd

Grateful Dead – Saint Of Circumstance: Giants Stadium, East Rutherford, NJ 6/17/91 – Rhino/Warner 3CD – 5LP

“Consueto” appuntamento autunnale con una pubblicazione dei Grateful Dead (anche se le foglie del titolo per ora sono ancora ben salde sugli alberi, dato che fino a pochi giorni fa il clima era decisamente estivo): a quanto pare le edizoni deluxe per i cinquantesimi anniversari degli album della storica band di San Francisco non comprendono i dischi dal vivo, in quanto il 10 Novembre ci sarebbe la “scadenza” del mitico Live/Dead e nulla è stato ancora annunciato. Invece i nostri hanno dato alle stampe lo scorso 27 Settembre il solito mega-cofanetto costoso e a tiratura limitata di 10.000 copie, intitolato Giants Stadium 1987, 1989, 1991, comprendente cinque concerti completi tenutisi nella location del titolo ad East Rutherford nel New Jersey (demolito nel 2010 e ricostruito con in nome di MetLife Stadium), per un totale di 14 CD ed anche 2 DVD ed un BluRay che documentano visivamente la serata del 17 Giugno 1991. E proprio da quello show è stato pubblicato a parte un triplo CD (o quintuplo LP) dal titolo Saint Of Circumstance, più che sufficiente se non volete accapparrarvi il box, in quanto dovrebbe a detta di molti essere il migliore tra i cinque concerti presenti.

Negli anni a cavallo tra gli ottanta ed i novanta infatti i Dead avevano ritrovato una brillantezza nelle esibizioni dal vivo che sembrava avessero un po’ perso nel periodo 1983-1986, complici anche i problemi di salute di Jerry Garcia: l’album In The Dark del 1987 era stato un grande successo di pubblico e critica, e questo aveva dato nuova linfa ai nostri che erano tornati ai livelli degli anni settanta, come testimoniava all’epoca l’ottimo live album Without A Net (l’ultimo con il tastierista Brent Mydland, che morirà di lì a poco per overdose). Saint Of Circumstance è anche meglio di Without A Net, e vede una band coesa al massimo e notevolmente ispirata, con Garcia in buona forma vocale (cosa non scontata, ma nel 1991 Jerry si destreggiava alla grande anche da solo con la sua Jerry Garcia Band), ed un suono forte e compatto, dovuto anche al fatto che i nostri sono eccezionalmente in sette sul palco. Sì, perchè oltre al nucleo storico Garcia-Weir-Lesh-Hart-Kreutzmann il posto di Mydland era stato dato provvisoriamente a Bruce Hornsby, già noto cantautore in proprio e vecchio fan dei Dead, che poi a causa dei suoi impegni di carriera era stato sostituito dal bravissimo Vince Welnick, ex Tubes.

Ma Saint Of Circumstance è uno dei rari casi nei quali i due si trovavano insieme sul palco, con esiti notevoli dato che stiamo parlando probabilmente dei due migliori tastieristi che i Dead abbiano avuto dopo Ron “Pigpen” McKernan (con tutto il rispetto per Mydland, Keith Godchaux e la “meteora” Tom Constanten), nonostante il ricorso qua e là a sonorità sintetizzate. Il triplo CD ha un suono davvero spettacolare, meglio di altre uscite del passato, e la performance è tutta da godere dall’inizio alla fine, grazie anche ad una scaletta quasi perfetta. Si inizia subito con una fluida e limpida versione di 15 minuti di Eyes Of The World, con Jerry già “liquidissimo” alla solista ed una prestazione superba dei due pianisti, seguita da una rara versione del classico di Robert Johnson Walkin’ Blues (canta Weir): i Dead non hanno mai avuto il blues nel loro dna, ma qua per sette minuti ci portano idealmente in un fumoso club di Chicago, con Garcia che passa con disinvoltura alla slide. Dopo una splendida e solare Brown-Eyed Women, uno dei pezzi migliori dei Dead, c’è un breve accenno a Dark Star, che spunterà qua e là per ben quattro volte nel corso della serata, fatto abbastanza inusuale: tre sono solo frammenti di circa un minuto ciascuno, mentre la quarta chiude il cerchio verso la fine del concerto con una performance di otto minuti che ci riporta per un momento ai lisergici anni sessanta. In scaletta c’è un solo brano di Bob Dylan (spesso ce ne sono anche due o tre), ma è una versione decisamente bella di When I Paint My Masterpiece, con Hornsby alla fisarmonica, seguita dai nove minuti di Loose Lucy, che se in studio non era certo una meraviglia in questa serata fa la sua figura e risulta anche piacevole.

Cassidy è uno dei brani più noti di Weir, ed i Dead la rileggono in maniera solida, mentre sia Might As Well che Saint Of Circumstance sono due canzoni poco eseguite (la prima di Jerry, la seconda di Bob): meglio Might As Well, potente rock song, cadenzata e trascinante e con uno splendido duello strumentale tra Garcia e Welnick. La lenta e delicata Ship Of Fools, tra le migliori ballate del Morto Riconoscente, precede le sempre coinvolgenti Truckin’ e New Speedway Boogie, ancora con Jerry strepitoso in entrambe, e soprattutto uno degli highlights dello show, cioè una lunga e scintillante Uncle John’s Band, probabilmente la più bella canzone mai prodotta dal binomio Garcia/Hunter: undici minuti di altissimo livello. Dopo la già citata ultima tranche di Dark Star ed il solito spreco di tempo (almeno per me) di Drums e Space, arriva il finale con una distesa China Doll, con splendido assolo di Jerry, una Playing In The Band insolitamente sintetica, ed una travolgente Sugar Magnolia di undici minuti, nella quale tutti quanti forniscono una performance notevole. C’è spazio ancora per l’ultima chicca, e cioè una sorprendente versione del capolavoro di The Band The Weight, raramente suonata dai nostri e con una strofa cantata anche da Hornsby (ed una da Lesh, che se la cava meglio del solito): esecuzione superba e pubblico in visibilio.

Gran bel concerto, assolutamente consigliato.

Marco Verdi

Un Altro Gruppo (Anzi, Duo) Che Non Tradisce Mai. Over The Rhine – Love & Revelation

over the rhine love and revelation

Over The Rhine – Love & Revelation – Over The Rhine/GSD CD

Ridendo e scherzando, anche gli Over The Rhine si avviano a celebrare i trent’anni di carriera. Infatti il duo originario dell’Ohio e formato dai coniugi Karin Bergquist e Linford Detweiler ha esordito nell’ormai lontano 1991 con l’autogestito ed ormai introvabile Till We Have Faces, anche se il sottoscritto ha cominciato a seguirli  esattamente dieci anni dopo, e per l’esattezza dall’ottimo Films For Radio, un album che mi aveva impressionato per le sue ballate crepuscolari, intense e profonde, che mi avevano fatto pensare che i due fossero più canadesi che americani: infatti nel loro suono trovavo più di una somiglianza con i Cowboy Junkies più classici e meno sperimentali, grazie anche alla seducente voce della Bergquist che non era molto distante da quella di Margo Timmins. Da Films For Radio in poi non ho più perso un solo album degli OTR, a partire dallo splendido doppio Ohio del 2003, per proseguire con titoli come l’autobiografico Drunkard’s Prayer (con brani ispirati dalla crisi coniugale dei due e dalla successiva riconciliazione), The Trumpet Child e gli ultimi due bellissimi lavori in studio (dischi natalizi esclusi) The Long Surrender e Meet Me At The Edge Of The World, entrambi prodotti addirittura da Joe Henry, il cui stile si era rivelato perfetto per le ballate autunnali dei nostri (senza dimenticare l’ottimo live a tiratura limitata https://discoclub.myblog.it/2017/05/02/nella-vecchia-fattoria-over-the-rhine-live-from-the-edge-of-the-world/.)

Love & Revelation è il titolo del nuovo lavoro di Karin e Linford, e dopo qualche attento ascolto non ho problemi a metterlo nel gruppo dei loro album più riusciti. Non c’è più Henry, che però ha lasciato ai coniugi Detweiler più di un insegnamento sui segreti di produzione, al punto che i due sono riusciti a non far rimpiangere la mano di Joe: l’album è poi stato pubblicato grazie ad una meritoria opera di crowdfunding, con tutti i contribuenti diligentemente elencati in uno dei due libretti acclusi. Ma la cosa più importante di Love & Revelation è che è composto da undici splendide canzoni, tutte originali e rappresentative dello stile dei nostri: musica intensa, lenta ma mai soporifera, con i suoni calibrati alla perfezione, arrangiamenti tra folk e rock, e come ciliegina le interpretazioni dense di pathos e classe da parte di Karin, la cui voce è il vero strumento aggiunto del disco. Dulcis in fundo, ad accompagnare i nostri (la Bergquist suona la chitarra acustica come il marito, il quale però si destreggia alla grande anche con il pianoforte) troviamo una serie di musicisti di livello egregio, la cosiddetta Band Of Sweethearts formata dalla sezione ritmica di Jennifer Condos (basso) e Jay Bellerose (batteria, un “residuo” della collaborazione con Joe Henry), dalle chitarre di Bradley Meinerding, le tastiere ed orchestrazioni a cura di Patrick Warren e la splendida steel guitar di Greg Leisz, grande protagonista del disco.

Che Love & Revelation (dotato anche di una bellissima foro di copertina) non sia un album qualsiasi lo si capisce subito da Los Lunas, una ballata dal passo lento ma dotata di un’intensità notevole, con gli strumenti che, pur essendo appena sfiorati, garantiscono un suono forte e presente, con la ciliegina della voce suadente di Karin e della splendida steel di Leisz che tesse con maestria sullo sfondo. Given Road inizia per voce e chitarra acustica, alle quali si aggiunge una leggera orchestrazione e la steel in lontananza, un brano rarefatto e profondo che cresce a poco a poco; Let You Down, cantata a due voci, è ancora una ballata anche se il tempo è leggermente più cadenzato, il motivo potrebbe far pensare ad un brano di stampo country ma l’arrangiamento è in bilico tra rock e cantautorato puro, con un suggestivo assolo di slide da parte di Meinerding. Broken Angels è splendida, con Karin che canta divinamente una melodia da pelle d’oca accompagnata solo da chitarra e pianoforte del marito (ma il resto della band entra al terzo minuto, anche se con molta discrezione): emozione pura; la title track è vivace, anche se c’è solo Karin, la Condos al basso e Bellerose alle percussioni, un pezzo ritmato e con un ritornello accattivante ed immediato, che dimostra che i nostri sanno scrivere musica a 360 gradi.

Making Pictures è un’altra bella canzone, uno slow pianistico con i suoni dosati e centellinati al millimetro (e qui si vede l’esperienza fatta con Henry), con un uso geniale dell’orchestrazione e la solita languida steel, mentre Betting On The Muse è un mezzo capolavoro, una rock ballad intensa e potente dalla melodia fantastica (vedo qualche influenza di The Band), guidata da piano e chitarre, i due coniugi che si alternano alle lead vocals con disinvoltura ed un ispirato assolo elettrico centrale: una meraviglia. Leavin’ Days è pura, cristallina e di stampo folk, con un ricco suono basato sugli strumenti a corda (due chitarre, due mandolini ed una slide acustica), Rocking Chair è solare e quasi pop, una sorta di filastrocca elettroacustica diretta e piacevole, al contrario di May God Love You (Like You’ve Never Been Loved), ennesimo brano struggente cantato dalla Bergquist con voce da brividi, anche questa tra le migliori del CD. Chiusura in tono soffuso con An American In Belfast, uno strumentale di grande forza espressiva per sole chitarra e steel. Gli Over The Rhine sono ormai da tempo un gruppo (o come ho specificato nel titolo del post, un duo) sul quale contare a scatola chiusa, e Love & Revelation ne è l’ennesima conferma.

Marco Verdi

Tra Chitarre E Rock’n’Roll, Un Disco A Tratti Irresistibile! The National Reserve – Motel La Grange

national reserve motel la grange

The National Reserve – Motel La Grange – Ramseur CD

Se dovessi partecipare ad un ipotetico gioco nel quale si associano luoghi a generi musicali, parlando di Brooklyn tenderei sicuramente a pensare a rap o hip-hop. Eppure anche nel noto quartiere di New York ci sono le eccezioni, e ad una di esse appartengono certamente The National Reserve, un quintetto di giovani musicisti che, sia nell’aspetto fisico che nel tipo di proposta sonora, sembrano in tutto e per tutto una rock band del Sud. Guidati dal cantante, chitarrista ed autore principale Sean Walsh (gli altri membri sono Jon Ladeau alle chitarre, Matthew Stoulil al basso, Steve Okonski alle tastiere e Brian Geltner alla batteria), i NR hanno una bella gavetta alle spalle, essendosi formati nel 2009 ed avendo maturato una lunga esperienza on the road in tutti questi anni, nei quali hanno dato alle stampe appena un paio di EP ed un album, Homesick, autodistribuito ed impossibile da trovare. Motel La Grange si può dunque considerare a tutti gli effetti il vero debutto per Walsh e compagni, e devo dire che il suo ascolto è stato per me una piacevolissima sorpresa, in quanto mi sono trovato davanti ad un gran bel dischetto di puro rock’n’roll senza fronzoli, come si usava fare negli anni settanta, una miscela decisamente accattivante di rock, country e southern music, con tante chitarre, ritmo spesso elevato ed un songwriting di ottimo livello. Non sembra neanche un lavoro di un gruppo praticamente al debutto, e questo è merito sicuramente degli anni passati sui palchi di mezza America: i NR hanno pazientemente aspettato il loro momento, e con questo Motel La Grange si può dire che finalmente l’attesa è finita.

Nel disco ci sono diversi altri musicisti che appaiono come ospiti, praticamente tutti degli illustri sconosciuti, ma la loro presenza fa sì che il suono delle dieci canzoni presenti sia ancora più corposo, profondo ed interessante, ed il risultato finale è uno degli album di puro rock più riusciti da me ascoltati ultimamente. L’inizio è molto promettente: No More è una rock song elettrica e potente, quasi viscerale, dal gran tiro chitarristico (ma c’è anche un organo che si insinua nelle pieghe del suono) ed un motivo molto diretto e piacevole. Ricorda, ma solo in parte, certe cavalcate di Neil Young con i Crazy Horse. Big Bright Light, sempre caratterizzata da un ritmo sostenuto, è più tersa e quasi country-oriented, ma il suono è ancora rock e la melodia immediata, e c’è anche una splendida steel a fungere da strumento solista; Found Me A Woman cambia registro, ed è un gustoso rock-blues con spruzzate di funky, un suono “grasso” ed uno stile a metà tra Little Feat e certa musica sudista, il tutto impreziosito da un coro femminile e da una mini sezione fiati (due sax ed un trombone), oltre ad apprezzabili interventi di piano, armonica e chitarra solista: grande musica.

La fluida e distesa Don’t Be Unkind è una deliziosa rock ballad che irrompe in territori cari a The Band, basti sentire il tipo di melodia e l’uso della fisarmonica (mentre la slide è suonata alla maniera di George Harrison), la solida Other Side Of Love, ancora cadenzata e dagli umori sudisti, ha il ritmo guidato dal piano ed un bell’intervento centrale di organo, mentre la vibrante Standing On The Corner è puro e semplice rock, con chitarre un po’ ovunque (e tutte dal suono ruspante) ed il solito motivo diretto e vincente. Splendida New Love, coinvolgente rock’n’roll dal sapore country ed il piano suonato come se fosse un organo farfisa: i ragazzi riescono a fare dell’ottimo rock, piacevole e suonato davvero bene, e brani come questo ne sono la conferma. Motel La Grange è un lentaccio in puro stile southern soul, dal suono classico basato su chitarre ed organo, ed il ricordo dei grandi gruppi dei seventies; il CD si chiude con la squisita I’ll Go Blind, una delle più riuscite ed orecchiabili, che reca tracce del miglior Doug Sahm, e con la lenta ed elettroacustica Roll On Babe, finale quasi crepuscolare ma di grande pathos, ed un suono che sembra uscito dai Fame Studios di Muscle Shoals. Un dischetto bello e sorprendente, per chi ama il vero rock’n’roll.

Marco Verdi

Strepitosa Trasferta Soul A Memphis Per Una Delle Più Belle Voci Del Rock Americano. Dana Fuchs – Love Lives On

dana fuchs loves live on

Dana Fuchs – Love Lives On – Get Along Records

Come sa chi legge abitualmente questo Blog Dana Fuchs è una delle “nostre” cantanti preferite, secondo chi scrive la seconda miglior voce dell’attuale panorama rock americano (la prima è Beth Hart, ma di poco), una cantante dalla vocalità esplosiva, ma anche capace di grande finezza e sensibilità, tutte cose già dette più volte nel passato, ma ribadirle non fa male, anche se Dana è una “cliente” abituale” di queste pagine virtuali. L’avevamo lasciata alle prese con un disco acustico https://discoclub.myblog.it/2016/05/02/grande-voce-anche-versione-acustica-dana-fuchs-broken-down-acoustic-sessions/  che sembrava avere concluso un periodo devastante della sua vita (dopo la morte della sorella, del padre e del fratello, nel 2016 è scomparsa anche la madre): ma sempre nel 2016, per compensarla di tante perdite, è nato anche il suo primo figlio, e da lì è partito un processo di rinascita anche artistica. La nostra amica, essendo rimasta priva di un contratto discografico, in quanto era finito quello con la Ruf che comunque ci aveva regalato ottimi dischi, in studio https://discoclub.myblog.it/2013/07/11/grandi-voci-dopo-beth-hart-dana-fuchs-bliss-avenue-5503590/ e dal vivo https://discoclub.myblog.it/2014/12/11/quindi-le-cantanti-vere-nel-rock-esistono-dana-fuchs-songs-from-the-road/,  (all’interno dei Post trovate anche i link delle recensioni degli album precedenti) ha deciso di affidarsi al crowdfunding per finanziare il suo nuovo album di studio. La raccolta fondi è andata molto bene e la Fuchs ha potuto permettersi di andare a registrare il suo nuovo album ai Music+Arts Studio in quel di Memphis, Tennessee, che sono i diretti discendenti, per certi versi, di altri studios della città del Sud, da quelli dove venivano registrati i dischi della Hi Records, agli Ardent, passando per i Muscle Shoals e i Fame Sudios, luoghi leggendari dove è nata grandissima musica.

Ma non solo, Dana accompagnata dal fido Jon Diamond, il suo braccio destro, co-autore delle canzoni e chitarrista abituale sin dagli inizi, si è potuta permettere di utilizzare una pattuglia di musicisti formidabili; sotto la guida del produttore Kevin Houston, che ha una lista di assistiti veramente lunghissima, i due si sono appoggiati al Reverend Charles Hodges, all’organo (quello dei dischi di Al Green, Willie Mitchell Ann Peebles), Jack Daley al basso, già presente nella band della Fuchs, ma anche con Little Steven e Joss Stone, per dirne un paio, Glen Patscha, al piano e Wurlitzer, uno degli Ollabelle di Amy Helm (di cui a settembre è annunciato il nuovo album, che sarà prodotto da Joe Henry), Steve Potts alla batteria, presente nell’ultimo Gregg Allman, ma ha suonato anche con Paul Rodgers, Robben Ford, Al Green, Irma Thomas, Neil Young. In più, per non farsi mancare nulla, una piccola sezione fiati con Kirk Smothers Marc Franklin del giro Bo-Keys, Love Light Orchestra, e se leggete i credits degli album, li trovate con Buddy Guy, Jim Lauderdale, Dee Dee Bridgewater; non mancano due voci femminili strepitose come Reba Russell e soprattutto Susan Marshall https://discoclub.myblog.it/2017/10/28/una-voce-meravigliosa-interpreta-cover-dautore-susan-marshall-639-madison/e nei brani con un approccio più country-folk, l’ottimo Eric Lewis, alla pedal steel, lap steel e mandolino, anche lui piccola gloria della musica del Sud. Con tutto questo spiegamento di forze ovviamente il risultato è eccellente, Love Lives On è un signor disco, non per fare paragoni, ma, esageriamo, mi ha ricordato molto un incrocio tra Pearl I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Again Mama di Janis Joplin, non per nulla Dana Fuchs (come Beth Hart) ad inizio carriera era stata una delle interpreti del musical Love Janis. Backstreet Baby è una partenza in perfetto stile Deep South, tra Stax e soul revue, con fiati sincopati, le voci femminili di supporto, organo, ritmica, tutti perfetti e Diamond che ci regala anche una breve sciabolata di chitarra, sul tutto ovviamente svetta la voce della nostra amica.

Per andare ancora di più alle radici, Nobody’s Fault But Mine era su The Immortal Otis Redding, un’altra sciccheria funky-soul di grande impatto, con Dana Fuchs in piena modalità Janis, voce roca, con il giusto mix tra R&B e rock, con la band sempre sul pezzo e Diamond che si rivela chitarrista più eclettico del solito; Callin’ Angels è un mid-tempo godurioso, giusto a metà strada tra il deep soul della Stax e quello più danzabile della Motown, comunque altro brano eccellente, e poi quei fiati in sincrono e l’assolo di organo sono da manuale della perfetta musica soul. Sittin’ On ha un giro di basso libdinoso suonato da Daley, che pompa di gusto sul proprio strumento, mentre tutti i musicisti e una deliziosa Dana, rivisitano la grande musica che usciva dai solchi dei dischi dei tempi che furono, rock, soul e belle melodie mescolati e shakerati con grande classe ed arrangiamenti scintillanti, con la ciliegina dell’assolo di Diamond nella parte centrale, breve ma intenso e perfetto, e come cantano anche le due coriste. Love Lives On è il primo dei brani che oltre alle firme di Fuchs e Diamond riporta anche quella di Scott Sharrard, il musicista che è stato la chitarra solista e il direttore musicale della Gregg Allman Band negli ultimi anni di vita del grande musicista di Nashville (perché lì era nato): una ballata struggente di quelle strappa mutande, degna erede del grande repertorio Stax, ma anche dei brani lenti della indimenticabile Janis Joplin di Pearl, che viene fatta rivivere da una interpretazione vocale da brividi, di grande intensità. Sad Solution ci riporta alla consueta ma non scontata, se ben eseguita, miscela di soul, funky e rock, che è il principale stile che contraddistingue l’album, con organo, sax e chitarra a dividersi i compiti, mentre il testo verte sulle vicende dei rifugiati e degli immigrati illegali che hanno toccato la coscienza sociale della Fuchs.

Faithful Sinner, un altro dei brani scritti con Sharrard è nuovamente una splendida power ballad, più intima e raccolta, di impianto quasi gospel per l’occasione, con organo e fiati che fanno sentire sempre la loro presenza e stimolano un’altra prestazione vocale eccellente di Dana; Sedative potrebbe addirittura ricordare il soul più “moderno” di Amy Winehouse, molto piacevole, per quanto non memorabile, l’atmosfera sonora raffinata lo lascia comunque gustare. Ready To Rise, di nuovo scritta con Sharrard, potrebbe ricordare un suono alla Steve Winwood, quando nei suoi Traffic anni ’70 suonavano i musicisti del giro Muscle Shoals, quindi più rock, ma con le scivolate dell’organo in evidenza che rimandano a quel sound e poi notevole assolo di Jon Diamond in grande spolvero alla solista; mentre il “ruggito” vocale è tra Janis e Joe Cocker. Nella parte finale dell’album arrivano alcuni brani più dolci ed acustici, per esempio Fight My Way, che oltre che di Sharrard porta anche la firma di David Gelman, un brano di impianto country-folk che parte da un riff iniziale simile a Blackbird dei Beatles, per poi trasformarsi in una delizia di mandolini, dobro, lap steel, acustiche arpeggiate, e la nostra amica del tutto a suo agio anche in questo impianto più delicato e raffinato.

Per poi tuffarsi in Battle Lines, un altro brano che profuma di paesaggi sudisti e sembra uscire da qualche disco della Band o di Levon Helm, ancora con mandolino, piano, armonie vocali sognanti che si vanno ad unire ad una armonica sbarazzina, all’organo avvolgente di Hodges e al cantato splendido in assoluta souplesse e controllo che solo le grandi cantanti come la Fuchs sanno avere. In quel di Memphis non può mancare un blues fiatistico di quelli duri e puri, come Same Sunlight, suono Stax o à la Janis Joplin più blues, ancora con ottimo lavoro di Diamond alla solista. Il brano conclusivo, uno dei migliori di un album dai livelli comunque notevoli, è una cover sorprendente di Ring Of Fire di Johnny Cash, rallentata ad arte e trasformata in una ballata country che rivaleggia come bellezza con la classica Me And Bobby McGee, in un tripudio di pedal steel, chitarre acustiche, organo e tastiere assortite, tra rallentamenti e ripartenze deliziose, una piccola gemma finale. Il suo disco migliore e uno dei più belli del 2018, fino ad ora: da New York a Memphis con passione.

Bruno Conti

Grandissimo Disco, Ma Questa Edizione Super Deluxe Più Che Essere Inutile Sfiora La Truffa! The Band – Music From Big Pink In Uscita Il 31 Agosto

band music from big pink

The Band – Music From Big Pink – Capitol – CD – Blu-ray Audio – 2 LP – 45 giri – libro e foto varie – 31/08/2018

Continuano a susseguirsi gli anniversari di gruppi e dischi importanti che hanno fatto la storia della musica rock, e considerando che si tratta di avvenimenti avvenuti nel 1968, che è stato uno degli anni più fecondi nella storia della nostra musica si tenderebbe a sperare in ristampe si “importanti”, ma anche ricche di materiale raro o inedito, e se fosse possibile magari anche a prezzi abbordabili. Il recente doppio CD di Graham Nash Over The Years ne è un buon esempio, mentre questo cofanetto di Music From Big Pink è l’esatto opposto: confezione molto bella, ma ad un prezzo assurdo (negli USA 125 dollari, in Europa indicativamente costerà tra i 90 e i 100 euro), 1 CD, 1 Blu-ray Audio, 2 vinili, un 45 giri per collezionisti con The Weight b/w I Shall Be Released e un bel librone). Però a parte il CD e il doppio vinile non è possibile acquistarli separatamente, per avere il tutto bisogna comprare il box.

band music from big pink cd singolo

Perché nel titolo dico che si sfiora la truffa, o la circonvenzione di incapaci? Pensate ad un album che a mio modesto parere (insieme con il successivo The Band, forse ancora più bello), rientra di diritto diciamo tra i 20 migliori dischi di sempre (oltre a contenere, insieme ad altre, una delle più belle canzoni di sempre come The Weight), e quindi non è la prima volta che viene ristampato. Però l’edizione rimasterizzata a 24 bit uscita nel 2000 è tuttora in catalogo, ad un prezzo al pubblico nettamente inferiore ai 10 euro, con un totale di 20 brani contenuti nel CD, gli undici del disco originale del 1968 e nove tracce inedite. Per la nuova edizione, che vedete qui sopra, avranno almeno mantenuto lo stesso contenuto o addirittura lo avranno migliorato? Ma manco per niente: in effetti è stata aggiunta una versione alternata A Cappella di I Shall Be Released e quello che viene definito “studio chatter”, ovvero i componenti della Band che chiacchierano in studio, però i brani totali sono diventati 17, quindi rispetto al CD del 2000 ne mancano quattro. Dei veri geni! Però c’è un nuovo stereo mix del 2018 curato da Bob Clearmountain: ah beh allora.

Comunque per chi dovesse essere interessato (e temo si tratti solo di collezionisti compulsivi facoltosi, o audiofili incalliti), qui sotto trovate la tracklist completa dei vari formati:

[CD: 2018 stereo mix]
1. Tears Of Rage
2. To Kingdom Come
3. In A Station
4. Caledonia Mission
5. The Weight
6. We Can Talk
7. Long Black Veil
8. Chest Fever
9. Lonesome Suzie
10. This Wheel’s On Fire
11. I Shall Be Released
Bonus Tracks:
12. Yazoo Street Scandal (Outtake)
13. Tears Of Rage (Alternate Take)
14. Long Distance Operator (Outtake)
15. Lonesome Suzie (Alternate Take)
16. Key To The Highway (Outtake)
17. I Shall Be Released (A Cappella)

[Blu-ray Audio]
Tracklist above in new 5.1 surround mix + 96kHz/24bit high resolution stereo (exclusive to the box set)

[LP1: 2018 stereo mix]
1. Tears Of Rage
2. To Kingdom Come
3. In A Station
4. Caledonia Mission
5. The Weight

[LP2: 2018 stereo mix]
1. We Can Talk
2. Long Black Veil
3. Chest Fever
4. Lonesome Suzie
5. This Wheel’s On Fire
6. The Weight

[7″ Single]
1. The Weight
2. I Shall Be Released

Appurato che le case discografiche (e spesso anche i musicisti, perché pare che dietro questa operazione ci sia Robbie Robertson, o forse il suo management) non finiscono mai di stupirci, se per caso questo capolavoro manca comunque dalla vostra discoteca fateci un pensierino, magari anche nella versione “normale”. Copertina di Bob Dylan.

Bruno Conti

Una Notevolissima Two-Men Band! The Contenders – Laughing With The Reckless

contenders laughing with the reckless

The Contenders – Laughing With The Reckless – Rock Ridge CD

I Contenders sono un gruppo, o meglio un duo, di recente formazione, ma con le radici profonde. Il deus ex machina è il cantautore Jay Nash, già titolare di diversi album come solista, che qualche anno fa ha conosciuto a Los Angeles il batterista Josh Day, grande appassionato di Levon Helm. Siccome The Band è anche da sempre uno dei gruppi preferiti da Nash, i due hanno unito le forze e dato alle stampe con il nuovo moniker un EP, Meet The Contenders, che ha avuto un positivo riscontro nei circuiti locali. Laughing With The Reckless è il primo full lenght del duo, e devo dire che è un disco di una bellezza sorprendente, nel senso che non mi aspettavo un lavoro di una tale intensità da uno (Nash) che è in giro da diversi anni ma non è mai andato oltre un dignitoso livello medio. Eppure nelle nove canzoni di questo album c’è tutto il microcosmo dei due, che partendo dal loro amore per l’ex gruppo guidato da Robbie Robertson, hanno messo a punto una serie di brani di Americana al 100%, tra rock, country e folk, con bellissimi intrecci di chitarre elettriche ed acustiche, mandolini, banjo e chi più ne ha più ne metta, con uno splendido senso della melodia ed un feeling non comune. Nash si occupa di vari tipi di strumenti a corda, Day suona la batteria, ed i due sono coadiuvati da validi compagni di viaggio che rispondono ai nomi di Daniel Rhine (basso), Phil Krohnengold (piano ed organo hammond), Andy Keenan (slide guitar) e Jens Kruger (banjo). Solo nove canzoni ma, ripeto, una più bella dell’altra: sembra quasi di essere tornati di botto nei primi anni novanta, quando la nuova frontiera della musica americana era rappresentata da gruppi come Jayhawks ed Uncle Tupelo.

contenders laughing with the reckless 2

https://www.youtube.com/watch?v=G6z08I-k7B0

L’opening track Line Across The Water mi fa venire in mente addirittura il miglior Ray Wylie Hubbard, sarà per il timbro di voce “vissuto” o per il suono insinuante tra country, blues e southern, con una bella slide ed un mood di fondo decisamente coinvolgente. Call Me The Lucky One è bellissima, ha uno splendido attacco strumentale che ricorda non poco le cose più bucoliche di The Band, quel suono tipicamente americano tra rock e radici, e poi il brano è servito da una melodia di prim’ordine; l’elettroacustica e cadenzata The Flood è attendista ed intrigante, ma il refrain è di ottimo livello, così come l’intreccio degli strumenti a corda, un altro dei punti di forza del CD https://www.youtube.com/watch?v=nREiHVRcivU . Finer Weather è una roots ballad scintillante, lenta e rilassata, ma con un motivo di cristallina bellezza, mentre The Night That Jackson Fell, ancora a metà tra rock e radici, riporta ancora l’orologio indietro di vent’anni, quando No Depression era la rivista di riferimento di un certo tipo di musica. Uno splendido arpeggio di chitarra acustica introduce la toccante Save A Place At The Table, una ballata folk dal pathos notevole, con una strumentazione acustica ed un banjo a fare capolino, una delle più belle del disco; Something True aumenta il ritmo, puro folk-rock, diretto e godibilissimo, ancora con un gioco di chitarre da applausi, mentre Not Enough è un’altra rock ballad di grande spessore: potente, fluida e vibrante, non è un brano che tutti sono in grado di scrivere (e più va avanti più diventa bella). L’album si chiude con Hills Of Caroline, altro slow dall’ottimo motivo ed un delizioso sapore di honky-tonk classico, con piano e chitarra sugli scudi.

https://www.youtube.com/watch?v=GvKdrxRjQGE

TheContenders-1024x683

Una bella ed inattesa sorpresa questi Contenders, un disco targato ancora 2017 ma che ci terrà compagnia per tutto il 2018, ed anche oltre.

Marco Verdi

Torna Finalmente Il Padre Di Tutti I Tributi! VV.AA. – Woody Guthrie: The Tribute Concerts

woody guthrie the tribute concerts front woody guthrie the tribute concerts box

Woody Guthrie: The Tribute Concerts – Bear Family 3CD Box Set

Non ho controllato con precisione, ma credo proprio che il concerto del Gennaio 1968 tenutosi alla Carnegie Hall di New York in memoria di Woody Guthrie sia stato il primo omaggio “all-stars” ad un singolo artista, evento tra l’altro replicato due anni dopo stavolta sulla costa Ovest, alla Hollywood Bowl di Los Angeles, con successo molto minore (anche perché nel frattempo, musicalmente parlando, era cambiato il mondo). E’ comprovato comunque che se in quel periodo c’era una figura meritevole di un tale trattamento, questa era certamente Guthrie (passato a miglior vita nell’Ottobre 1967 dopo una lunga malattia), grandissimo folksinger, attivista convinto e padre putativo musicale del cosiddetto “folk revival” in voga nei primi anni sessanta, oltre che titolare di un songbook talmente importante che negli anni è entrato a far parte della Biblioteca del Congresso (la sua This Land Is Your Land è considerata una sorta di inno americano non ufficiale). I due concerti in questione, organizzati entrambi dal figlio di Woody, Arlo Guthrie (singer-songwriter a sua volta, anche se di statura artistica decisamente inferiore rispetto al padre), portarono sul palco la crema della musica folk (e non) dell’epoca, due serate magiche che vennero pubblicate prima su LP ed in seguito anche su CD, anche se il tutto era ormai fuori catalogo da anni.

Ora la benemerita Bear Family, etichetta tedesca specializzata quasi esclusivamente in ristampe (e quasi mai a buon mercato), immette sul mercato questo Woody Guthrie: The Tribute Concerts, uno splendido cofanetto triplo che presenta per la prima volta i due concerti nella loro interezza, comprendendo anche le parti narrate tra un brano e l’altro (da Robert Ryan, Will Geer e Peter Fonda), ed aggiungendo anche diverse performances mai sentite prima. In più, il box si presenta con due bellissimi libri a copertina dura pieni zeppi di note dettagliate, rare foto dei due eventi, testimonianze dei partecipanti, oltre ad una esauriente retrospettiva sulla figura di Guthrie e sulla sua importanza, includendo anche una discografia essenziale e le copertine di tutti gli album tributo usciti negli anni. Un’operazione importante quindi anche dal punto di vista culturale, che per una volta vale fino all’ultimo centesimo l’alto costo richiesto (circa cento euro). Dal punto di vista della musica, il meglio si trova nel primo CD, che riporta integralmente la serata del 1968 a New York, soprattutto grazie alla presenza di Bob Dylan, un evento nell’evento in quanto si trattava della prima volta on stage dopo i famosi concerti europei del ’66 (e dopo l’altrettanto noto incidente motociclistico). Bob si presenta sul palco insieme a The Band (unico artista della serata a beneficiare di un accompagnamento elettrico, ma stavolta, a differenza di Newport 1965, sono solo applausi), dimostrandosi in ottima forma e proponendo ben tre brani uno in fila all’altro, “rubando” lo show come si dice in gergo: una coinvolgente Grand Coulee Dam, dal ritmo saltellante (e Bob che urla nel microfono come nei concerti del 1966), seguita da una lunga e godibile Dear Mrs. Roosevelt di stampo quasi country e da I Ain’t Got No Home, splendido esempio di folk-rock di classe.

Il resto della serata include la crema del circuito folk dell’epoca, pur con qualche grave assenza (soprattutto Phil Ochs e Dave Van Ronk, oltre a Jack Elliott che però ci sarà nel 1970). Le performances migliori sono date da Arlo Guthrie, con una Oklahoma Hills pura e rigorosa, la splendida Judy Collins con una cristallina So Long, It’s Been Good To Know Yuh (Dusty Old Dust) e la meravigliosa Plane Wreck At Los Gatos (Deportee), una delle più belle folk songs di sempre, Roll On Columbia, la bellissima Union Maid in duetto con Pete Seeger ed una in trio con Pete ed Arlo per una fluida Goin’ Down The Road. Seeger è stranamente poco presente (ma si rifarà due anni dopo), in quanto esegue soltanto la poco nota Curly Headed Baby da solo al banjo e Jackhammer John insieme a Richie Havens, il quale ha poi spazio con la sua Blues For Woody (unico brano della serata non scritto da Guthrie) e con una lunga ed a suo modo coinvolgente Vigilante Man, caratterizzata dal tipico modo di suonare la chitarra del folksinger di colore. Tom Paxton è un altro bravo, e si prende due classici assoluti (Pretty Boy Floyd e Pastures Of Plenty) e la meno nota Biggest Thing That Man Has Ever Done, mentre l’immensa (non solo in senso fisico) Odetta presta la sua grandissima voce ad una Ramblin’ Round da brividi. Gran finale con tutti sul palco (Dylan compreso) per la prevedibile celebrazione di This Land Is Your Land.

La serata del 1970 occupa invece tutto il secondo dischetto e metà del terzo e, nonostante l’assenza di Dylan, risulta in certi momenti ancora più piacevole, grazie soprattutto alla presenza in diversi pezzi di una band elettrica, guidata nientemeno che da Ry Cooder (e la sua slide è riconoscibilissima) e con gente del calibro di Chris Etheridge al basso, John Beland al dobro, Gib Guilbeau al violino, Thad Maxwell e John Pilla alle chitarre e Stan Pratt alla batteria. Rispetto a New York sono “confermati” Guthrie Jr., Seeger, Havens ed Odetta, mentre le new entries sono Jack Elliott, Earl Robinson, Country Joe McDonald e soprattutto una ispiratissima Joan Baez a prendere idealmente il posto della Collins. L’inizio è simile, con Arlo ad intonare Oklahoma Hills (ma con la slide di Cooder in più), mentre gli highlights sono rappresentati da un intenso duetto tra la Baez e Seeger (So Long, It’s Been Good To Know Yuh), le stupende Hobo’s Lullaby e Plane Wreck At Los Gatos (Deportee) sempre con Joan protagonista, una I Ain’t Got No Home con Pete ed Arlo (ed il figlio di Woody ci regala anche una trascinante Do Re Mi, quasi rock), la solita potentissima Odetta (Ramblin’ Round e John Hardy – che è di Leadbelly – entrambe elettriche e da brividi lungo la schiena), mentre Elliott e Country Joe il meglio lo danno rispettivamente con la drammatica 1913 Massacre (dalla quale Dylan rubò la melodia per scrivere la sua Song To Woody) e con la countreggiante Pretty Boy Floyd, con Cooder in grande evidenza. Senza dimenticare una strepitosa Hard Travelin’ dall’arrangiamento bluegrass ad opera di un inedito sestetto formato da McDonald, Eliott, Robinson, Baez, Arlo e Seeger, ed il maestoso finale con This Land Is Your Land ed ancora So Long, It’s Been Good To Know Yuh unite in medley per la durata di dieci minuti (e con la voce di Odetta che si staglia su tutte).

Come ulteriore bonus abbiamo una serie di brevi ed interessanti interviste di quest’anno in cui vari protagonisti (Arlo, la Collins, Paxton, Seeger in una testimonianza del 2012, McDonald ed Elliott) ricordano le due serate fornendo anche qualche aneddoto, oltre ad un Phil Ochs del 1976 (quindi a poco tempo dalla sua morte) ancora risentito del mancato invito. Per chiudere con Dylan che recita la sua poesia Last Thoughts On Woody Guthrie, performance già edita sul primo Bootleg Series. Splendido box quindi, che ci presenta per la prima volta due serate nelle quali i migliori folksingers del mondo hanno fatto squadra per omaggiare il loro ideale padre artistico. In una parola: imperdibile.

Marco Verdi

Sono Canadesi, Quindi Sono Bravi! Deep Dark Woods – Yarrow

deep dark woods yarrow

Deep Dark Woods – Yarrow – Six Shooter Records/Thirty Tigers

E’ da qualche anno che seguo questo gruppo, e colpevolmente, per un qualche motivo non identificabile, in questi anni non abbiamo mai avuto l’occasione di recensire i loro dischi, ma finalmente con questo ultimo lavoro, possiamo rimediare. I Deep Dark Woods sono una band, diciamo “alternative-country”, che proviene dal freddo Canada (precisamente da Saskatoon, in mezzo alle sterminate foreste del Saskatchewan), con un “sound” che dal country rock degli esordi, nel corso degli anni si è sviluppato nell’attuale folk rock d’autore, ma tenendo sempre ben presente tra le proprie influenze il DNA di una storico gruppo come The Band. La formazione iniziale era composta da Ryan Boldt voce e chitarra, Burke Barlow alle chitarre, Geoff Hilhorst piano e tastiere, e una buona sezione ritmica composta dal basso di Chris Mason e la batteria di Lucas Goetz; hanno esordito nel 2006 con l’album omonimo The Deep Dark Woods, a cui fecero seguire l’anno successivo Hang Me, Oh Hang Me (con una prima “nomination” ai Canadian Music Awards),per poi farsi conoscere un pubblico più grande con Winter Hours (09), un lavoro pieno di suoni, suggestioni e sensibilità musicali intriganti. Il loro cammina continua con il pregevole The Place I Left Behind (11), un pugno di canzoni tra rock e tradizione (e alcune splendide ballate).

Fino ad arrivare alla consacrazione di Jubilee (13), prodotto da Jonathan Wilson con un suono caldo e inebriante, che si spinge in alcuni casi fino alla “psichedelia”. Alla fine del 2014 il batterista Lucas Goetz ha abbandonato la band, e di conseguenza il gruppo si è sciolto per una pausa di riflessione; ma dopo qualche anno ecco che i Deep Dark Woods si ripresentano con una nuova “line-up” composta sempre dal leader, cantante e chitarrista Ryan Boldt, e dal pianista e tastierista Geoff Hilhorst, con l’inserimento dei due cugini Kacy & Clayton (Jeff Tweedy dei Wilco ha prodotto il secondo album) e autori di due ottimi lavori Strange & Country e The Siren’s Song, e dal noto produttore e musicista Shuyler Jansen, per un lavoro come Yarrow dove la musica e le sonorità cambiano ancora, un folk rock con influenze dark, soppesato da testi che parlano di tragedie varie e oscure.

La traccia d’apertura di Yarrow, Fallen Leaves, si fa notare subito per un lieve accompagnamento “psichedelico”, con un bel controcanto femminile che accompagna la voce di Boldt, a cui fanno seguito l’alt-country di una raffinata Un Op The Mountaintop, e la dolcissima litania di una soave Deep Flooding Waters (dove si sente ancora l’apporto di Kacy & Claytonhttps://www.youtube.com/watch?v=57jLQIC2kcc , a chiudere una “trilogia” di brani che dimostrano come Yarrow possa essere il successore naturale di Jubilee. Con Roll Julia si cambia registro, veniamo trasportati in un West dove sembra di sentire le cadenze  del mai dimenticato Johnny Cash, per poi passare ancora alle meravigliose armonie della lunga, evocativa e intrigante The Birds Will Stop Their Singing (che rappresenta perfettamente il nuovo corso del gruppo), e una San Juan Hill, dove si ripresentano i cugini per un corale e trasognato alt-country. Ci si avvia alla chiusura con i ritmi lenti di Drifting On A Summer’s Night, dove il controcanto di Kacy e le scosse elettriche del gruppo danno un impronta dark al sound https://www.youtube.com/watch?v=zQuO01lCmr8 , mentre Teardrops Fell rimette in pista la vellutata e struggente atmosfera “psichedelica” del brano iniziale, una ballata languida imperniata sulla voce di Ryan, come pure nel brano finale The Winter Has Passed, con un accompagnamento acustico, e Kacy il cui controcanto segue in modo inappuntabile i musicisti della band.

Suoni, suggestioni e sensibilità musicali si diceva, il tutto che ruota fin dai primi passi attorno ai Deep Dark Woods, e sicuramente questo Yarrow chiude il cerchio di un primo decennio di carriera, ma nello stesso tempo ne apre subito un altro alla ricerca di nuovi suoni, sperimentando anche diverse strade musicali, per una musica che si presume in seguito sarà magari ancor più intensa e magnetica, ma in cui la voce di Ryan Boldt, misurata e struggente, deve comunque essere sempre la stella cometa in qualsiasi futura edizione del gruppo. In definitiva, forse, questi Deep Dark Woods non sono un gruppo di facile ascolto, ma ciò nondimeno le canzoni di Yarrow, registrate tra le grandi foreste e i fiumi del Saskatchewan e la west coast dove ora risiedono, bastano e avanzano per allietare le nostre serate in attesa del prossimo inverno, e quindi se volete un consiglio dal sottoscritto, e se non lo avete ancora fatto, sono da scoprire assolutamente.

Tino Montanari

Vecchi Amici Di Woodstock E Della Band. Professor Louie And The Crowmatix – Crowin’ The Blues

professor louie and the crowmatix crowin' the blues

Professor Louie And The Crowmatix  – Crowin’ The Blues – Woodstock Records          

Professor Louie & The Crowmatix, probabilmente il nome non vi dirà nulla, anche se vantano già dodici album e una lunga ed onorata carriera che li vede calcare i palcoscenici da oltre 15 anni. Se aggiungessi che il vero nome di “Professor Louie” è Aaron Hurvitz potrebbe aiutarvi? Niente eh. E si vi dicessi che in questa guisa, nei quindici anni precedenti, è stato il factotum, pianista e tastierista, vocalist, nonché co-produttore degli album della Band pubblicati negli anni ’90, questo invece mi pare aiuterebbe ad inquadrare il personaggio. Il nomignolo, tra l’altro, glielo ha assegnato proprio Rick Danko, con il quale Hurvitz ha collaborato durante gli anni ’90. Non trascuriamo che i dischi (di non facile reperibilità) del gruppo, vengono pubblicati dalla Woodstock Records, e che i musicisti vengono più o meno tutti da New York e dintorni. Caliamo un altro paio di ulteriori assi: il batterista è Clem Burke (esatto, quello con Dylan nella Rolling Thunder Revue e poi per quindici anni con Joe Jackson) e il chitarrista John Platania (se scorrete le note dei dischi di Van Morrison vi potrebbe capitare di incontrarlo), e, a completare la formazione, l’eccellente bassista Frank Campbell (che ha suonato “solo” con Levon Helm & Rick Danko, poi Steve Forbert e 10 anni con gli Asleep At The Wheel) e “Miss Marie” Spinosa (la trovate nei credits dei dischi della Band, dei Four Men And A Dog, sempre prodotti da Professor Louie), vocalist aggiunta a fianco di Hurvitz e anche pianista.

Comunque se il CV non vi convince del tutto c’è il solito sistema infallibile Guido Angeli, provare per credere: ascoltate questo Crowin’ The Blues e sarete conquistati da questa miscela musicale che, oltre ai nomi citati, rievoca anche le scorribande della Midnight Ramble Band di Levon Helm, ma anche (questo a livello personale) il sound del gruppo di David Bromberg, a cui la voce di Hurvitz mi pare si avvicini: quindi blues, rock, r&b,,un buon uso globale delle voci, visto che oltre a Miss Marie, anche gli altri armonizzano di gusto, e, quello che più conta un’aria di leggero e complice divertissement di fondo nella musica. Music for fun, ma eseguita con classe, semplicità e grande perizia tecnica. Come è immaginabile, vista la notevole sezione ritmica a disposizione, si va molto pure di groove, come esemplifica subito I’m Gonna Play The Honky Tonks, un classico pezzo tra gospel e errebì, dal repertorio di Marie Adams (vecchia cantante nera molto popolare negli anni ’50), comunque la cantava anche Levon Helm: il classico brano che ti aspetti da una band come questa, pianoforte, e la chitarra di Platania, subito sugli scudi, da notare anche un assolo di organo old time che fa molto anni ’60. Prisoner Of Your Sound è uno dei pezzi firmati dalla premiata ditta Hurwitz/Spinosa, un agile R&B misto a Americana Music, con la chitarra slide di Platania che si insinua negli spazi lasciati dal piano del Professor, e un intervento vocale che ricorda molto il miglior Bromberg citato poc’anzi; e anche la loro versione della classica High Heel Sneakers è deliziosa, ci trasporta dalle parti della New Orleans di Dr. John, sempre con un ottimo Platania alla solista e l’immancabile duopolio piano-organo vintage.

Love Is Killing Me, è un altro brano originale della band, cantato all’unisono dal Prof, che poi lascia spazio a Miss Marie, per una ipnotica blues ballad, che si innerva anche per la presenza di ben due chitarristi ospiti, Josh Colow e Michael Falzarano.. Ed estremamente piacevole anche il quasi latineggiante strumentale Blues & Good News, “fischiettato” con grande perizia dalla Spinosa, giuro! Quando le cose si fanno serie la band si rivolge ad un classico di Elmore James come Fine Little Mama per esplorare il blues, Hurvitz va di barrelhouse piano, e canta con intensità, mentre Platania è di nuovo alle prese con il bottleneck, il tutto a tempo di shuffle; I Finally Got You, un successo di Jimmy McCracklin, ci raccontano nelle note che glielo ha insegnato Levon Helm e dalla classe con cui lo eseguono non si fatica a crederlo.

E anche Big Bill Broonzy riceve un trattamento deluxe in Why Did You Do That To Me?, che grazie alla fisarmonica e al piano di Professor Louie ci trasporta quasi d’incanto negli anni ’20 del primo Blues swingante; non poteva mancare un brano di B.B. King con l’eccellente Confessin’ The Blues, cantata da Miss Marie, mentre come al solito il gruppo, e soprattutto Platania e Hurvitz ci danno dentro alla grande. Brights Lights, Bright City sarebbe il classico di Jimmy Reed, ma i Crowmatix la fanno come se fosse On Broadway di George Benson, geniale! That’s Allright di Jimmy Rogers è uno slow blues di quelli duri e puri, cantato con classe da Marie, mentre per il traditional I’m On My Way, con le sue derive gospel e un organo da chiesa, si inventano ritmi di cha cha cha, e cantano alternandosi alla guida. Il finale Blues For Buckwheat è proprio un omaggio a Buckwheat Zydeco, a tutta fisa, divertente ed irriverente come tutto l’album. Sono proprio bravi!

Bruno Conti