Strepitosa Trasferta Soul A Memphis Per Una Delle Più Belle Voci Del Rock Americano. Dana Fuchs – Love Lives On

dana fuchs loves live on

Dana Fuchs – Love Lives On – Get Along Records

Come sa chi legge abitualmente questo Blog Dana Fuchs è una delle “nostre” cantanti preferite, secondo chi scrive la seconda miglior voce dell’attuale panorama rock americano (la prima è Beth Hart, ma di poco), una cantante dalla vocalità esplosiva, ma anche capace di grande finezza e sensibilità, tutte cose già dette più volte nel passato, ma ribadirle non fa male, anche se Dana è una “cliente” abituale” di queste pagine virtuali. L’avevamo lasciata alle prese con un disco acustico https://discoclub.myblog.it/2016/05/02/grande-voce-anche-versione-acustica-dana-fuchs-broken-down-acoustic-sessions/  che sembrava avere concluso un periodo devastante della sua vita (dopo la morte della sorella, del padre e del fratello, nel 2016 è scomparsa anche la madre): ma sempre nel 2016, per compensarla di tante perdite, è nato anche il suo primo figlio, e da lì è partito un processo di rinascita anche artistica. La nostra amica, essendo rimasta priva di un contratto discografico, in quanto era finito quello con la Ruf che comunque ci aveva regalato ottimi dischi, in studio https://discoclub.myblog.it/2013/07/11/grandi-voci-dopo-beth-hart-dana-fuchs-bliss-avenue-5503590/ e dal vivo https://discoclub.myblog.it/2014/12/11/quindi-le-cantanti-vere-nel-rock-esistono-dana-fuchs-songs-from-the-road/,  (all’interno dei Post trovate anche i link delle recensioni degli album precedenti) ha deciso di affidarsi al crowdfunding per finanziare il suo nuovo album di studio. La raccolta fondi è andata molto bene e la Fuchs ha potuto permettersi di andare a registrare il suo nuovo album ai Music+Arts Studio in quel di Memphis, Tennessee, che sono i diretti discendenti, per certi versi, di altri studios della città del Sud, da quelli dove venivano registrati i dischi della Hi Records, agli Ardent, passando per i Muscle Shoals e i Fame Sudios, luoghi leggendari dove è nata grandissima musica.

Ma non solo, Dana accompagnata dal fido Jon Diamond, il suo braccio destro, co-autore delle canzoni e chitarrista abituale sin dagli inizi, si è potuta permettere di utilizzare una pattuglia di musicisti formidabili; sotto la guida del produttore Kevin Houston, che ha una lista di assistiti veramente lunghissima, i due si sono appoggiati al Reverend Charles Hodges, all’organo (quello dei dischi di Al Green, Willie Mitchell Ann Peebles), Jack Daley al basso, già presente nella band della Fuchs, ma anche con Little Steven e Joss Stone, per dirne un paio, Glen Patscha, al piano e Wurlitzer, uno degli Ollabelle di Amy Helm (di cui a settembre è annunciato il nuovo album, che sarà prodotto da Joe Henry), Steve Potts alla batteria, presente nell’ultimo Gregg Allman, ma ha suonato anche con Paul Rodgers, Robben Ford, Al Green, Irma Thomas, Neil Young. In più, per non farsi mancare nulla, una piccola sezione fiati con Kirk Smothers Marc Franklin del giro Bo-Keys, Love Light Orchestra, e se leggete i credits degli album, li trovate con Buddy Guy, Jim Lauderdale, Dee Dee Bridgewater; non mancano due voci femminili strepitose come Reba Russell e soprattutto Susan Marshall https://discoclub.myblog.it/2017/10/28/una-voce-meravigliosa-interpreta-cover-dautore-susan-marshall-639-madison/e nei brani con un approccio più country-folk, l’ottimo Eric Lewis, alla pedal steel, lap steel e mandolino, anche lui piccola gloria della musica del Sud. Con tutto questo spiegamento di forze ovviamente il risultato è eccellente, Love Lives On è un signor disco, non per fare paragoni, ma, esageriamo, mi ha ricordato molto un incrocio tra Pearl I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Again Mama di Janis Joplin, non per nulla Dana Fuchs (come Beth Hart) ad inizio carriera era stata una delle interpreti del musical Love Janis. Backstreet Baby è una partenza in perfetto stile Deep South, tra Stax e soul revue, con fiati sincopati, le voci femminili di supporto, organo, ritmica, tutti perfetti e Diamond che ci regala anche una breve sciabolata di chitarra, sul tutto ovviamente svetta la voce della nostra amica.

Per andare ancora di più alle radici, Nobody’s Fault But Mine era su The Immortal Otis Redding, un’altra sciccheria funky-soul di grande impatto, con Dana Fuchs in piena modalità Janis, voce roca, con il giusto mix tra R&B e rock, con la band sempre sul pezzo e Diamond che si rivela chitarrista più eclettico del solito; Callin’ Angels è un mid-tempo godurioso, giusto a metà strada tra il deep soul della Stax e quello più danzabile della Motown, comunque altro brano eccellente, e poi quei fiati in sincrono e l’assolo di organo sono da manuale della perfetta musica soul. Sittin’ On ha un giro di basso libdinoso suonato da Daley, che pompa di gusto sul proprio strumento, mentre tutti i musicisti e una deliziosa Dana, rivisitano la grande musica che usciva dai solchi dei dischi dei tempi che furono, rock, soul e belle melodie mescolati e shakerati con grande classe ed arrangiamenti scintillanti, con la ciliegina dell’assolo di Diamond nella parte centrale, breve ma intenso e perfetto, e come cantano anche le due coriste. Love Lives On è il primo dei brani che oltre alle firme di Fuchs e Diamond riporta anche quella di Scott Sharrard, il musicista che è stato la chitarra solista e il direttore musicale della Gregg Allman Band negli ultimi anni di vita del grande musicista di Nashville (perché lì era nato): una ballata struggente di quelle strappa mutande, degna erede del grande repertorio Stax, ma anche dei brani lenti della indimenticabile Janis Joplin di Pearl, che viene fatta rivivere da una interpretazione vocale da brividi, di grande intensità. Sad Solution ci riporta alla consueta ma non scontata, se ben eseguita, miscela di soul, funky e rock, che è il principale stile che contraddistingue l’album, con organo, sax e chitarra a dividersi i compiti, mentre il testo verte sulle vicende dei rifugiati e degli immigrati illegali che hanno toccato la coscienza sociale della Fuchs.

Faithful Sinner, un altro dei brani scritti con Sharrard è nuovamente una splendida power ballad, più intima e raccolta, di impianto quasi gospel per l’occasione, con organo e fiati che fanno sentire sempre la loro presenza e stimolano un’altra prestazione vocale eccellente di Dana; Sedative potrebbe addirittura ricordare il soul più “moderno” di Amy Winehouse, molto piacevole, per quanto non memorabile, l’atmosfera sonora raffinata lo lascia comunque gustare. Ready To Rise, di nuovo scritta con Sharrard, potrebbe ricordare un suono alla Steve Winwood, quando nei suoi Traffic anni ’70 suonavano i musicisti del giro Muscle Shoals, quindi più rock, ma con le scivolate dell’organo in evidenza che rimandano a quel sound e poi notevole assolo di Jon Diamond in grande spolvero alla solista; mentre il “ruggito” vocale è tra Janis e Joe Cocker. Nella parte finale dell’album arrivano alcuni brani più dolci ed acustici, per esempio Fight My Way, che oltre che di Sharrard porta anche la firma di David Gelman, un brano di impianto country-folk che parte da un riff iniziale simile a Blackbird dei Beatles, per poi trasformarsi in una delizia di mandolini, dobro, lap steel, acustiche arpeggiate, e la nostra amica del tutto a suo agio anche in questo impianto più delicato e raffinato.

Per poi tuffarsi in Battle Lines, un altro brano che profuma di paesaggi sudisti e sembra uscire da qualche disco della Band o di Levon Helm, ancora con mandolino, piano, armonie vocali sognanti che si vanno ad unire ad una armonica sbarazzina, all’organo avvolgente di Hodges e al cantato splendido in assoluta souplesse e controllo che solo le grandi cantanti come la Fuchs sanno avere. In quel di Memphis non può mancare un blues fiatistico di quelli duri e puri, come Same Sunlight, suono Stax o à la Janis Joplin più blues, ancora con ottimo lavoro di Diamond alla solista. Il brano conclusivo, uno dei migliori di un album dai livelli comunque notevoli, è una cover sorprendente di Ring Of Fire di Johnny Cash, rallentata ad arte e trasformata in una ballata country che rivaleggia come bellezza con la classica Me And Bobby McGee, in un tripudio di pedal steel, chitarre acustiche, organo e tastiere assortite, tra rallentamenti e ripartenze deliziose, una piccola gemma finale. Il suo disco migliore e uno dei più belli del 2018, fino ad ora: da New York a Memphis con passione.

Bruno Conti

Grandissimo Disco, Ma Questa Edizione Super Deluxe Più Che Essere Inutile Sfiora La Truffa! The Band – Music From Big Pink In Uscita Il 31 Agosto

band music from big pink

The Band – Music From Big Pink – Capitol – CD – Blu-ray Audio – 2 LP – 45 giri – libro e foto varie – 31/08/2018

Continuano a susseguirsi gli anniversari di gruppi e dischi importanti che hanno fatto la storia della musica rock, e considerando che si tratta di avvenimenti avvenuti nel 1968, che è stato uno degli anni più fecondi nella storia della nostra musica si tenderebbe a sperare in ristampe si “importanti”, ma anche ricche di materiale raro o inedito, e se fosse possibile magari anche a prezzi abbordabili. Il recente doppio CD di Graham Nash Over The Years ne è un buon esempio, mentre questo cofanetto di Music From Big Pink è l’esatto opposto: confezione molto bella, ma ad un prezzo assurdo (negli USA 125 dollari, in Europa indicativamente costerà tra i 90 e i 100 euro), 1 CD, 1 Blu-ray Audio, 2 vinili, un 45 giri per collezionisti con The Weight b/w I Shall Be Released e un bel librone). Però a parte il CD e il doppio vinile non è possibile acquistarli separatamente, per avere il tutto bisogna comprare il box.

band music from big pink cd singolo

Perché nel titolo dico che si sfiora la truffa, o la circonvenzione di incapaci? Pensate ad un album che a mio modesto parere (insieme con il successivo The Band, forse ancora più bello), rientra di diritto diciamo tra i 20 migliori dischi di sempre (oltre a contenere, insieme ad altre, una delle più belle canzoni di sempre come The Weight), e quindi non è la prima volta che viene ristampato. Però l’edizione rimasterizzata a 24 bit uscita nel 2000 è tuttora in catalogo, ad un prezzo al pubblico nettamente inferiore ai 10 euro, con un totale di 20 brani contenuti nel CD, gli undici del disco originale del 1968 e nove tracce inedite. Per la nuova edizione, che vedete qui sopra, avranno almeno mantenuto lo stesso contenuto o addirittura lo avranno migliorato? Ma manco per niente: in effetti è stata aggiunta una versione alternata A Cappella di I Shall Be Released e quello che viene definito “studio chatter”, ovvero i componenti della Band che chiacchierano in studio, però i brani totali sono diventati 17, quindi rispetto al CD del 2000 ne mancano quattro. Dei veri geni! Però c’è un nuovo stereo mix del 2018 curato da Bob Clearmountain: ah beh allora.

Comunque per chi dovesse essere interessato (e temo si tratti solo di collezionisti compulsivi facoltosi, o audiofili incalliti), qui sotto trovate la tracklist completa dei vari formati:

[CD: 2018 stereo mix]
1. Tears Of Rage
2. To Kingdom Come
3. In A Station
4. Caledonia Mission
5. The Weight
6. We Can Talk
7. Long Black Veil
8. Chest Fever
9. Lonesome Suzie
10. This Wheel’s On Fire
11. I Shall Be Released
Bonus Tracks:
12. Yazoo Street Scandal (Outtake)
13. Tears Of Rage (Alternate Take)
14. Long Distance Operator (Outtake)
15. Lonesome Suzie (Alternate Take)
16. Key To The Highway (Outtake)
17. I Shall Be Released (A Cappella)

[Blu-ray Audio]
Tracklist above in new 5.1 surround mix + 96kHz/24bit high resolution stereo (exclusive to the box set)

[LP1: 2018 stereo mix]
1. Tears Of Rage
2. To Kingdom Come
3. In A Station
4. Caledonia Mission
5. The Weight

[LP2: 2018 stereo mix]
1. We Can Talk
2. Long Black Veil
3. Chest Fever
4. Lonesome Suzie
5. This Wheel’s On Fire
6. The Weight

[7″ Single]
1. The Weight
2. I Shall Be Released

Appurato che le case discografiche (e spesso anche i musicisti, perché pare che dietro questa operazione ci sia Robbie Robertson, o forse il suo management) non finiscono mai di stupirci, se per caso questo capolavoro manca comunque dalla vostra discoteca fateci un pensierino, magari anche nella versione “normale”. Copertina di Bob Dylan.

Bruno Conti

Una Notevolissima Two-Men Band! The Contenders – Laughing With The Reckless

contenders laughing with the reckless

The Contenders – Laughing With The Reckless – Rock Ridge CD

I Contenders sono un gruppo, o meglio un duo, di recente formazione, ma con le radici profonde. Il deus ex machina è il cantautore Jay Nash, già titolare di diversi album come solista, che qualche anno fa ha conosciuto a Los Angeles il batterista Josh Day, grande appassionato di Levon Helm. Siccome The Band è anche da sempre uno dei gruppi preferiti da Nash, i due hanno unito le forze e dato alle stampe con il nuovo moniker un EP, Meet The Contenders, che ha avuto un positivo riscontro nei circuiti locali. Laughing With The Reckless è il primo full lenght del duo, e devo dire che è un disco di una bellezza sorprendente, nel senso che non mi aspettavo un lavoro di una tale intensità da uno (Nash) che è in giro da diversi anni ma non è mai andato oltre un dignitoso livello medio. Eppure nelle nove canzoni di questo album c’è tutto il microcosmo dei due, che partendo dal loro amore per l’ex gruppo guidato da Robbie Robertson, hanno messo a punto una serie di brani di Americana al 100%, tra rock, country e folk, con bellissimi intrecci di chitarre elettriche ed acustiche, mandolini, banjo e chi più ne ha più ne metta, con uno splendido senso della melodia ed un feeling non comune. Nash si occupa di vari tipi di strumenti a corda, Day suona la batteria, ed i due sono coadiuvati da validi compagni di viaggio che rispondono ai nomi di Daniel Rhine (basso), Phil Krohnengold (piano ed organo hammond), Andy Keenan (slide guitar) e Jens Kruger (banjo). Solo nove canzoni ma, ripeto, una più bella dell’altra: sembra quasi di essere tornati di botto nei primi anni novanta, quando la nuova frontiera della musica americana era rappresentata da gruppi come Jayhawks ed Uncle Tupelo.

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https://www.youtube.com/watch?v=G6z08I-k7B0

L’opening track Line Across The Water mi fa venire in mente addirittura il miglior Ray Wylie Hubbard, sarà per il timbro di voce “vissuto” o per il suono insinuante tra country, blues e southern, con una bella slide ed un mood di fondo decisamente coinvolgente. Call Me The Lucky One è bellissima, ha uno splendido attacco strumentale che ricorda non poco le cose più bucoliche di The Band, quel suono tipicamente americano tra rock e radici, e poi il brano è servito da una melodia di prim’ordine; l’elettroacustica e cadenzata The Flood è attendista ed intrigante, ma il refrain è di ottimo livello, così come l’intreccio degli strumenti a corda, un altro dei punti di forza del CD https://www.youtube.com/watch?v=nREiHVRcivU . Finer Weather è una roots ballad scintillante, lenta e rilassata, ma con un motivo di cristallina bellezza, mentre The Night That Jackson Fell, ancora a metà tra rock e radici, riporta ancora l’orologio indietro di vent’anni, quando No Depression era la rivista di riferimento di un certo tipo di musica. Uno splendido arpeggio di chitarra acustica introduce la toccante Save A Place At The Table, una ballata folk dal pathos notevole, con una strumentazione acustica ed un banjo a fare capolino, una delle più belle del disco; Something True aumenta il ritmo, puro folk-rock, diretto e godibilissimo, ancora con un gioco di chitarre da applausi, mentre Not Enough è un’altra rock ballad di grande spessore: potente, fluida e vibrante, non è un brano che tutti sono in grado di scrivere (e più va avanti più diventa bella). L’album si chiude con Hills Of Caroline, altro slow dall’ottimo motivo ed un delizioso sapore di honky-tonk classico, con piano e chitarra sugli scudi.

https://www.youtube.com/watch?v=GvKdrxRjQGE

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Una bella ed inattesa sorpresa questi Contenders, un disco targato ancora 2017 ma che ci terrà compagnia per tutto il 2018, ed anche oltre.

Marco Verdi

Torna Finalmente Il Padre Di Tutti I Tributi! VV.AA. – Woody Guthrie: The Tribute Concerts

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Woody Guthrie: The Tribute Concerts – Bear Family 3CD Box Set

Non ho controllato con precisione, ma credo proprio che il concerto del Gennaio 1968 tenutosi alla Carnegie Hall di New York in memoria di Woody Guthrie sia stato il primo omaggio “all-stars” ad un singolo artista, evento tra l’altro replicato due anni dopo stavolta sulla costa Ovest, alla Hollywood Bowl di Los Angeles, con successo molto minore (anche perché nel frattempo, musicalmente parlando, era cambiato il mondo). E’ comprovato comunque che se in quel periodo c’era una figura meritevole di un tale trattamento, questa era certamente Guthrie (passato a miglior vita nell’Ottobre 1967 dopo una lunga malattia), grandissimo folksinger, attivista convinto e padre putativo musicale del cosiddetto “folk revival” in voga nei primi anni sessanta, oltre che titolare di un songbook talmente importante che negli anni è entrato a far parte della Biblioteca del Congresso (la sua This Land Is Your Land è considerata una sorta di inno americano non ufficiale). I due concerti in questione, organizzati entrambi dal figlio di Woody, Arlo Guthrie (singer-songwriter a sua volta, anche se di statura artistica decisamente inferiore rispetto al padre), portarono sul palco la crema della musica folk (e non) dell’epoca, due serate magiche che vennero pubblicate prima su LP ed in seguito anche su CD, anche se il tutto era ormai fuori catalogo da anni.

Ora la benemerita Bear Family, etichetta tedesca specializzata quasi esclusivamente in ristampe (e quasi mai a buon mercato), immette sul mercato questo Woody Guthrie: The Tribute Concerts, uno splendido cofanetto triplo che presenta per la prima volta i due concerti nella loro interezza, comprendendo anche le parti narrate tra un brano e l’altro (da Robert Ryan, Will Geer e Peter Fonda), ed aggiungendo anche diverse performances mai sentite prima. In più, il box si presenta con due bellissimi libri a copertina dura pieni zeppi di note dettagliate, rare foto dei due eventi, testimonianze dei partecipanti, oltre ad una esauriente retrospettiva sulla figura di Guthrie e sulla sua importanza, includendo anche una discografia essenziale e le copertine di tutti gli album tributo usciti negli anni. Un’operazione importante quindi anche dal punto di vista culturale, che per una volta vale fino all’ultimo centesimo l’alto costo richiesto (circa cento euro). Dal punto di vista della musica, il meglio si trova nel primo CD, che riporta integralmente la serata del 1968 a New York, soprattutto grazie alla presenza di Bob Dylan, un evento nell’evento in quanto si trattava della prima volta on stage dopo i famosi concerti europei del ’66 (e dopo l’altrettanto noto incidente motociclistico). Bob si presenta sul palco insieme a The Band (unico artista della serata a beneficiare di un accompagnamento elettrico, ma stavolta, a differenza di Newport 1965, sono solo applausi), dimostrandosi in ottima forma e proponendo ben tre brani uno in fila all’altro, “rubando” lo show come si dice in gergo: una coinvolgente Grand Coulee Dam, dal ritmo saltellante (e Bob che urla nel microfono come nei concerti del 1966), seguita da una lunga e godibile Dear Mrs. Roosevelt di stampo quasi country e da I Ain’t Got No Home, splendido esempio di folk-rock di classe.

Il resto della serata include la crema del circuito folk dell’epoca, pur con qualche grave assenza (soprattutto Phil Ochs e Dave Van Ronk, oltre a Jack Elliott che però ci sarà nel 1970). Le performances migliori sono date da Arlo Guthrie, con una Oklahoma Hills pura e rigorosa, la splendida Judy Collins con una cristallina So Long, It’s Been Good To Know Yuh (Dusty Old Dust) e la meravigliosa Plane Wreck At Los Gatos (Deportee), una delle più belle folk songs di sempre, Roll On Columbia, la bellissima Union Maid in duetto con Pete Seeger ed una in trio con Pete ed Arlo per una fluida Goin’ Down The Road. Seeger è stranamente poco presente (ma si rifarà due anni dopo), in quanto esegue soltanto la poco nota Curly Headed Baby da solo al banjo e Jackhammer John insieme a Richie Havens, il quale ha poi spazio con la sua Blues For Woody (unico brano della serata non scritto da Guthrie) e con una lunga ed a suo modo coinvolgente Vigilante Man, caratterizzata dal tipico modo di suonare la chitarra del folksinger di colore. Tom Paxton è un altro bravo, e si prende due classici assoluti (Pretty Boy Floyd e Pastures Of Plenty) e la meno nota Biggest Thing That Man Has Ever Done, mentre l’immensa (non solo in senso fisico) Odetta presta la sua grandissima voce ad una Ramblin’ Round da brividi. Gran finale con tutti sul palco (Dylan compreso) per la prevedibile celebrazione di This Land Is Your Land.

La serata del 1970 occupa invece tutto il secondo dischetto e metà del terzo e, nonostante l’assenza di Dylan, risulta in certi momenti ancora più piacevole, grazie soprattutto alla presenza in diversi pezzi di una band elettrica, guidata nientemeno che da Ry Cooder (e la sua slide è riconoscibilissima) e con gente del calibro di Chris Etheridge al basso, John Beland al dobro, Gib Guilbeau al violino, Thad Maxwell e John Pilla alle chitarre e Stan Pratt alla batteria. Rispetto a New York sono “confermati” Guthrie Jr., Seeger, Havens ed Odetta, mentre le new entries sono Jack Elliott, Earl Robinson, Country Joe McDonald e soprattutto una ispiratissima Joan Baez a prendere idealmente il posto della Collins. L’inizio è simile, con Arlo ad intonare Oklahoma Hills (ma con la slide di Cooder in più), mentre gli highlights sono rappresentati da un intenso duetto tra la Baez e Seeger (So Long, It’s Been Good To Know Yuh), le stupende Hobo’s Lullaby e Plane Wreck At Los Gatos (Deportee) sempre con Joan protagonista, una I Ain’t Got No Home con Pete ed Arlo (ed il figlio di Woody ci regala anche una trascinante Do Re Mi, quasi rock), la solita potentissima Odetta (Ramblin’ Round e John Hardy – che è di Leadbelly – entrambe elettriche e da brividi lungo la schiena), mentre Elliott e Country Joe il meglio lo danno rispettivamente con la drammatica 1913 Massacre (dalla quale Dylan rubò la melodia per scrivere la sua Song To Woody) e con la countreggiante Pretty Boy Floyd, con Cooder in grande evidenza. Senza dimenticare una strepitosa Hard Travelin’ dall’arrangiamento bluegrass ad opera di un inedito sestetto formato da McDonald, Eliott, Robinson, Baez, Arlo e Seeger, ed il maestoso finale con This Land Is Your Land ed ancora So Long, It’s Been Good To Know Yuh unite in medley per la durata di dieci minuti (e con la voce di Odetta che si staglia su tutte).

Come ulteriore bonus abbiamo una serie di brevi ed interessanti interviste di quest’anno in cui vari protagonisti (Arlo, la Collins, Paxton, Seeger in una testimonianza del 2012, McDonald ed Elliott) ricordano le due serate fornendo anche qualche aneddoto, oltre ad un Phil Ochs del 1976 (quindi a poco tempo dalla sua morte) ancora risentito del mancato invito. Per chiudere con Dylan che recita la sua poesia Last Thoughts On Woody Guthrie, performance già edita sul primo Bootleg Series. Splendido box quindi, che ci presenta per la prima volta due serate nelle quali i migliori folksingers del mondo hanno fatto squadra per omaggiare il loro ideale padre artistico. In una parola: imperdibile.

Marco Verdi

Sono Canadesi, Quindi Sono Bravi! Deep Dark Woods – Yarrow

deep dark woods yarrow

Deep Dark Woods – Yarrow – Six Shooter Records/Thirty Tigers

E’ da qualche anno che seguo questo gruppo, e colpevolmente, per un qualche motivo non identificabile, in questi anni non abbiamo mai avuto l’occasione di recensire i loro dischi, ma finalmente con questo ultimo lavoro, possiamo rimediare. I Deep Dark Woods sono una band, diciamo “alternative-country”, che proviene dal freddo Canada (precisamente da Saskatoon, in mezzo alle sterminate foreste del Saskatchewan), con un “sound” che dal country rock degli esordi, nel corso degli anni si è sviluppato nell’attuale folk rock d’autore, ma tenendo sempre ben presente tra le proprie influenze il DNA di una storico gruppo come The Band. La formazione iniziale era composta da Ryan Boldt voce e chitarra, Burke Barlow alle chitarre, Geoff Hilhorst piano e tastiere, e una buona sezione ritmica composta dal basso di Chris Mason e la batteria di Lucas Goetz; hanno esordito nel 2006 con l’album omonimo The Deep Dark Woods, a cui fecero seguire l’anno successivo Hang Me, Oh Hang Me (con una prima “nomination” ai Canadian Music Awards),per poi farsi conoscere un pubblico più grande con Winter Hours (09), un lavoro pieno di suoni, suggestioni e sensibilità musicali intriganti. Il loro cammina continua con il pregevole The Place I Left Behind (11), un pugno di canzoni tra rock e tradizione (e alcune splendide ballate).

Fino ad arrivare alla consacrazione di Jubilee (13), prodotto da Jonathan Wilson con un suono caldo e inebriante, che si spinge in alcuni casi fino alla “psichedelia”. Alla fine del 2014 il batterista Lucas Goetz ha abbandonato la band, e di conseguenza il gruppo si è sciolto per una pausa di riflessione; ma dopo qualche anno ecco che i Deep Dark Woods si ripresentano con una nuova “line-up” composta sempre dal leader, cantante e chitarrista Ryan Boldt, e dal pianista e tastierista Geoff Hilhorst, con l’inserimento dei due cugini Kacy & Clayton (Jeff Tweedy dei Wilco ha prodotto il secondo album) e autori di due ottimi lavori Strange & Country e The Siren’s Song, e dal noto produttore e musicista Shuyler Jansen, per un lavoro come Yarrow dove la musica e le sonorità cambiano ancora, un folk rock con influenze dark, soppesato da testi che parlano di tragedie varie e oscure.

La traccia d’apertura di Yarrow, Fallen Leaves, si fa notare subito per un lieve accompagnamento “psichedelico”, con un bel controcanto femminile che accompagna la voce di Boldt, a cui fanno seguito l’alt-country di una raffinata Un Op The Mountaintop, e la dolcissima litania di una soave Deep Flooding Waters (dove si sente ancora l’apporto di Kacy & Claytonhttps://www.youtube.com/watch?v=57jLQIC2kcc , a chiudere una “trilogia” di brani che dimostrano come Yarrow possa essere il successore naturale di Jubilee. Con Roll Julia si cambia registro, veniamo trasportati in un West dove sembra di sentire le cadenze  del mai dimenticato Johnny Cash, per poi passare ancora alle meravigliose armonie della lunga, evocativa e intrigante The Birds Will Stop Their Singing (che rappresenta perfettamente il nuovo corso del gruppo), e una San Juan Hill, dove si ripresentano i cugini per un corale e trasognato alt-country. Ci si avvia alla chiusura con i ritmi lenti di Drifting On A Summer’s Night, dove il controcanto di Kacy e le scosse elettriche del gruppo danno un impronta dark al sound https://www.youtube.com/watch?v=zQuO01lCmr8 , mentre Teardrops Fell rimette in pista la vellutata e struggente atmosfera “psichedelica” del brano iniziale, una ballata languida imperniata sulla voce di Ryan, come pure nel brano finale The Winter Has Passed, con un accompagnamento acustico, e Kacy il cui controcanto segue in modo inappuntabile i musicisti della band.

Suoni, suggestioni e sensibilità musicali si diceva, il tutto che ruota fin dai primi passi attorno ai Deep Dark Woods, e sicuramente questo Yarrow chiude il cerchio di un primo decennio di carriera, ma nello stesso tempo ne apre subito un altro alla ricerca di nuovi suoni, sperimentando anche diverse strade musicali, per una musica che si presume in seguito sarà magari ancor più intensa e magnetica, ma in cui la voce di Ryan Boldt, misurata e struggente, deve comunque essere sempre la stella cometa in qualsiasi futura edizione del gruppo. In definitiva, forse, questi Deep Dark Woods non sono un gruppo di facile ascolto, ma ciò nondimeno le canzoni di Yarrow, registrate tra le grandi foreste e i fiumi del Saskatchewan e la west coast dove ora risiedono, bastano e avanzano per allietare le nostre serate in attesa del prossimo inverno, e quindi se volete un consiglio dal sottoscritto, e se non lo avete ancora fatto, sono da scoprire assolutamente.

Tino Montanari

Vecchi Amici Di Woodstock E Della Band. Professor Louie And The Crowmatix – Crowin’ The Blues

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Professor Louie And The Crowmatix  – Crowin’ The Blues – Woodstock Records          

Professor Louie & The Crowmatix, probabilmente il nome non vi dirà nulla, anche se vantano già dodici album e una lunga ed onorata carriera che li vede calcare i palcoscenici da oltre 15 anni. Se aggiungessi che il vero nome di “Professor Louie” è Aaron Hurvitz potrebbe aiutarvi? Niente eh. E si vi dicessi che in questa guisa, nei quindici anni precedenti, è stato il factotum, pianista e tastierista, vocalist, nonché co-produttore degli album della Band pubblicati negli anni ’90, questo invece mi pare aiuterebbe ad inquadrare il personaggio. Il nomignolo, tra l’altro, glielo ha assegnato proprio Rick Danko, con il quale Hurvitz ha collaborato durante gli anni ’90. Non trascuriamo che i dischi (di non facile reperibilità) del gruppo, vengono pubblicati dalla Woodstock Records, e che i musicisti vengono più o meno tutti da New York e dintorni. Caliamo un altro paio di ulteriori assi: il batterista è Clem Burke (esatto, quello con Dylan nella Rolling Thunder Revue e poi per quindici anni con Joe Jackson) e il chitarrista John Platania (se scorrete le note dei dischi di Van Morrison vi potrebbe capitare di incontrarlo), e, a completare la formazione, l’eccellente bassista Frank Campbell (che ha suonato “solo” con Levon Helm & Rick Danko, poi Steve Forbert e 10 anni con gli Asleep At The Wheel) e “Miss Marie” Spinosa (la trovate nei credits dei dischi della Band, dei Four Men And A Dog, sempre prodotti da Professor Louie), vocalist aggiunta a fianco di Hurvitz e anche pianista.

Comunque se il CV non vi convince del tutto c’è il solito sistema infallibile Guido Angeli, provare per credere: ascoltate questo Crowin’ The Blues e sarete conquistati da questa miscela musicale che, oltre ai nomi citati, rievoca anche le scorribande della Midnight Ramble Band di Levon Helm, ma anche (questo a livello personale) il sound del gruppo di David Bromberg, a cui la voce di Hurvitz mi pare si avvicini: quindi blues, rock, r&b,,un buon uso globale delle voci, visto che oltre a Miss Marie, anche gli altri armonizzano di gusto, e, quello che più conta un’aria di leggero e complice divertissement di fondo nella musica. Music for fun, ma eseguita con classe, semplicità e grande perizia tecnica. Come è immaginabile, vista la notevole sezione ritmica a disposizione, si va molto pure di groove, come esemplifica subito I’m Gonna Play The Honky Tonks, un classico pezzo tra gospel e errebì, dal repertorio di Marie Adams (vecchia cantante nera molto popolare negli anni ’50), comunque la cantava anche Levon Helm: il classico brano che ti aspetti da una band come questa, pianoforte, e la chitarra di Platania, subito sugli scudi, da notare anche un assolo di organo old time che fa molto anni ’60. Prisoner Of Your Sound è uno dei pezzi firmati dalla premiata ditta Hurwitz/Spinosa, un agile R&B misto a Americana Music, con la chitarra slide di Platania che si insinua negli spazi lasciati dal piano del Professor, e un intervento vocale che ricorda molto il miglior Bromberg citato poc’anzi; e anche la loro versione della classica High Heel Sneakers è deliziosa, ci trasporta dalle parti della New Orleans di Dr. John, sempre con un ottimo Platania alla solista e l’immancabile duopolio piano-organo vintage.

Love Is Killing Me, è un altro brano originale della band, cantato all’unisono dal Prof, che poi lascia spazio a Miss Marie, per una ipnotica blues ballad, che si innerva anche per la presenza di ben due chitarristi ospiti, Josh Colow e Michael Falzarano.. Ed estremamente piacevole anche il quasi latineggiante strumentale Blues & Good News, “fischiettato” con grande perizia dalla Spinosa, giuro! Quando le cose si fanno serie la band si rivolge ad un classico di Elmore James come Fine Little Mama per esplorare il blues, Hurvitz va di barrelhouse piano, e canta con intensità, mentre Platania è di nuovo alle prese con il bottleneck, il tutto a tempo di shuffle; I Finally Got You, un successo di Jimmy McCracklin, ci raccontano nelle note che glielo ha insegnato Levon Helm e dalla classe con cui lo eseguono non si fatica a crederlo.

E anche Big Bill Broonzy riceve un trattamento deluxe in Why Did You Do That To Me?, che grazie alla fisarmonica e al piano di Professor Louie ci trasporta quasi d’incanto negli anni ’20 del primo Blues swingante; non poteva mancare un brano di B.B. King con l’eccellente Confessin’ The Blues, cantata da Miss Marie, mentre come al solito il gruppo, e soprattutto Platania e Hurvitz ci danno dentro alla grande. Brights Lights, Bright City sarebbe il classico di Jimmy Reed, ma i Crowmatix la fanno come se fosse On Broadway di George Benson, geniale! That’s Allright di Jimmy Rogers è uno slow blues di quelli duri e puri, cantato con classe da Marie, mentre per il traditional I’m On My Way, con le sue derive gospel e un organo da chiesa, si inventano ritmi di cha cha cha, e cantano alternandosi alla guida. Il finale Blues For Buckwheat è proprio un omaggio a Buckwheat Zydeco, a tutta fisa, divertente ed irriverente come tutto l’album. Sono proprio bravi!

Bruno Conti

Quasi Black Crowes! The Magpie Salute – The Magpie Salute

the magpie salute

The Magpie Salute – The Magpie Salute – Eagle Rock/Universal 09-06-2017

Da una costola dei “Corvi Neri” ora arrivano le “Gazze”, che peraltro in ornitologia risultano essere della stessa famiglia. E anche musicalmente parlando nei Magpie Salute di “vecchi” Black Crowes ce ne sono ben tre, oltre al tastierista Eddie Harsch, scomparso nel novembre del 2016, ma presente tra i membri fondatori della nuova band ed alle registrazioni dell’album, insieme ai due chitarristi Rich Robinson Marc Ford e al bassista Sven Pipien. In effetti, guardando la foto di copertina, che li riprende di spalle, la formazione del gruppo conta su ben dieci elementi (quasi come la Tedeschi Trucks Band, altro riferimento sonoro, ma senza i fiati): oltre ai nomi citati ci sono anche Matt Slocum alle tastiere, il vocalist di colore John Hogg e il batterista Joe Magistro, tutti provenienti dalla band di Rich Robinson, che aveva registrato l’ottimo Flux lo scorso anno http://discoclub.myblog.it/2016/07/04/era-meglio-se-i-fratelli-rimanevano-insieme-rich-robinson-flux/ . Anzi, da quella band arriva pure la voce femminile di Katrine Ottosen, che insieme a Adrien Reju e Charity White, fornisce il consistente supporto vocale della pattuglia femminile, e per non farsi mancare nulla c’è anche un terzo chitarrista, Nico Beraciartua. Il loro omonimo esordio è stato registrato lo scorso anno dal vivo agli Applehead Studios per la serie delle Woodstock Sessions, mentre il primo brano, un inedito, firmato da Hogg e Robinson, Omission, è stato registrato live in studio, mi pare senza la presenza del pubblico ed il suono è veramente potente, il classico rock alla Crowes, con elementi Led Zeppelin, grazie alla voce di Hogg, e molto southern rock assai robusto robusto, con chitarre e voci ovunque.

Ma è la parte delle “cover” che è il piatto forte del disco, a partire da una Comin’ Home di Delaney & Bonnie che non ha nulla da invidiare all’originale, il classico rock got soul a tutto chitarre, soliste e slide che imperversano, armonie vocali importanti, ritmica solida e le tastiere a “colorare” il sound di Sud, e il pubblico apprezza. A proposito di “casa” What Is Home? era su Before The Frost dei Black Crowes, un altro pezzo tipicamente sudista dove si apprezza il lavoro del piano e dell’organo di Hearsch (o Slocum?), mentre la parte vocale, con molti musicisti impegnati al canto, ha un appeal quasi Westcoastiano, tipo i pezzi più rock di CSNY, con le chitarre più sognanti, ma sempre in tiro ed eccellenti intrecci melodici, d’altronde Ford e Robinson non sono i primi due che passano per strada, e nella lunga parte strumentale lo dimostrano. Wiser Time, da Amorica, in una versione sontuosa, rincara la dose, forse mancano il nome e la voce solista, ma per il resto sono proprio i Black Crowes, e si sente, oltre nove minuti di grande musica a ribadire la classe di questa “nuova” formazione, dove comunque ha sempre molta importanza l’impasto vocale d’assieme, ma l’ugola di Hogg è notevole, però è la parte strumentale che si gode al massimo, con continui assoli e rilanci dei diversi chitarristi, con le tastiere che svolgono un eccellente lavoro di raccordo. Goin’ Down South, una splendida incursione nel jazz, dal repertorio del vibrafonista Bobby Hutcherson, prevede proprio la presenza di questo strumento che apre la lunga parte introduttiva, prima di trasformarsi in una bella jam strumentale, liquida e ricercata, quasi alla Grateful Dead, con le chitarre che conquistano lentamente il proscenio, mentre piano e vibrafono lavorano ancora di fino sullo sfondo, su un eccellente groove della sezione ritmica, mentre il brano sfuma…

E anche War Drums, la cover del pezzo dei War, ha una forte propensione ritmica, con un rotondo giro del basso di Pipien ad introdurre le danze, prima che il tempo latin jazz e precussivo del brano venga sviluppato attraverso gli oltre nove minuti di durata del pezzo, di nuovo con le chitarre in grande spolvero, attraverso una serie di assoli incrociati e triplicati che virano quasi verso il jazz-rock e la fusion e derive santaneggianti. Vista l’aria di Woodstock che si respira nelle sessions non poteva mancare un omaggio alla Band con una ripresa di Ain’t No More Cane, molto rispettosa dell’originale, con gli splendidi intrecci vocali della band di Levon Helm, Rick Danko, Richard Manuel Robbie Robertson (per non parlare di Garth Hudson, ma lui non cantava) rivisti attraverso l’ottica dei Magpie Salute, che in questo brano è molto vicina allo spirito della canzone originale, musica del Sud, registrata nel profondo Nord del continente statunitense, la vera musica “Americana”. E non mancano neppure gli omaggi al lato ispiratore “inglese” dei vecchi Crowes, prima i Pink Floyd, con una bella Fearless, ripresa da Meddle, e di cui viene accentuato lo spirito americano, senza dimenticare il lavoro della slide di Gilmour, qui a cura di Rich Robinson, che canta anche il brano, mentre il lato più “cialtrone” e rock dei “Corvi” è insito nella rivisitazione di Glad And Sorry dei grandi Faces, una sorta di  nostalgica rock ballad che ricordiamo su Ooh La La, nella interpretazione del suo autore, il compianto Ronnie Lane. Come sapete non amo molto il genere, ma la versione di Time Will Tell di Bob Marley & The Wailers, già su The Southern Harmony and Musical Companion dei Black Crowes, in questo Melting Pot di generi musicali ci sta perfettamente e chiude alla grande un ottimo album. Quindi salutiamo la gazza perché Rich Robinson (e la superstizione) ci dicono che non farlo porta male, ma la musica basta e avanza, anche se attendiamo altri capitoli. Esce venerdì 9 giugno anche questo.

Bruno Conti

Nella Saga Delle Bande Southern Rock Fratello E Sorella Mancavano Ancora All’Appello. Thomas Wynn And The Believers – Wade Waist Deep

thomas wynn and the believers wade waist deep

Thomas Wynn And The Believers – Wade Waist Deep – Mascot/Provogue Records

 Questi Thomas Wynn And The Believers sono un sestetto, vengono da Orlando, Florida, quindi in un certo senso doppiamo aspettarci radici sudiste nella loro musica: se poi aggiungiamo che il babbo del leader (e della sorella Olivia, altro importante elemento nella formazione) Tom Wynn, era stato il primo batterista dei Cowboy, storica formazione di southern-rock e county che incideva per la Capricorn, questo sospetto viene confermato. Ok, non è che il batterista fosse un elemento importante in quel gruppo, ma il fatto di essere stati cresciuti da un musicista che per anni aveva gravitato nel giro degli Allman Brothers e di tutti gruppi dell’etichetta di Macon, Georgia, ha avuto un influenza decisiva sugli anni formativi di questa nuova band. Che comunque ha avuto già diverse fasi, prima come Wynn Brothers Band, tra il 2005 ed il 2008, dove accanto a Thomas e al fratello Jordan, c’era pure il padre alla batteria. Finita la prima fase il gruppo si è sciolto, ma subito, nel 2009, e (ri)partita l’avventura come Thomas Wynn & The Believers, arriva la sorella Olivia, come seconda vocalist aggiunta, spesso cantante all’unisono nei brani della band, dove troviamo già anche l’armonicista Chris “Bell” Antemesaris, tuttora in formazione, e registrano un primo album, The Reason nel 2009, e poi Brothers And Sisters nel 2012, doppiamente esplicativo nel titolo, sia per le radici sudiste, sia per il fatto di essere veramente fratello e sorella.

In quell’album arriva anche la nuova sezione ritmica, Dave Wagner, basso e Ryan Miranda, batteria, mentre per completare l’attuale formazione arriva pure, nel 2014, il tastierista Bill Fey. Nel frattempo la band si è creata la reputazione di miglior band di Orlando e zone limitrofe, e vengono notati dalla Mascot che decide di metterli sotto contratto per registrare il loro esordio con l’etichetta, questo Wade Waist Deep. Tra le fonti di ispirazione e le influenze vengono citati anche i Black Crowes, la Band, i Creedence, i Pink Floyd, come al solito praticamente chiunque suoni: ma anche la musica soul, e il gospel, grazie all’educazione religiosa ricevuta in gioventù, oltre a parecchio sano hard rock seventies di buona fattura. Nel nuovo album la prima cosa che salta all’orecchio, ripeto, è questo uso inconsueto delle voci dei due fratelli, spesso utilizzate all’unisono, con un effetto molto gradevole e anche spiazzante. In effetti a tratti sembra quasi di sentire due voci femminili, visto che  Thomas utilizza spesso i suoi registri più alti: prendete l’iniziale Man Out Of Time, un solido groove ritmico, su cui galleggiano le due voci, chitarre e tastiere grintose, un sound che potrebbe rimandare al prog anni ’70, ma anche ai primi album delle Heart, e quindi per proprietà transitiva ai Led Zeppelin; il produttore Vance Powell (White Stripes, Jack White, Chris Stapleton), accentua gli elementi hard, con la chitarra di Wynn che inizia a farsi sentire. Ma nel secondo brano, la title track Wade Waist Deep le radici sudiste prendono il sopravvento, piano elettrico e organo, tocchi di chitarre acustiche, un cantato pieno di soul del bravo Thomas, eccellenti armonie vocali, per una ballata che rimanda alla citata Band o ai Black Crowes più rootsy.

Anche Heartbreak Alley rimane su queste coordinate sonore, un suono elettroacustico, una bella melodia, un sound avvolgente con retrogusti gospel e country, il cantato intenso della coppia e un testo che gronda buoni sentimenti, mentre il sound della band rimane compatto e gagliardo; My Eyes Won’t Be Open svolta ancora di più verso il soul, un’altra bella ballata, che parte sulla voce dei due Wynn, che entrano lentamente sui rintocchi dell’elettrica e delle tastiere, e poi in un crescendo di notevole efficacia catturano l’attenzione dell’ascoltatore, sempre con la tonalità quasi unica del leader che spesso vira quasi su un falsetto appena accennato, mentre la band costruisce arrangiamenti di notevole qualità. Thin Love ricorda nell’andatura qualche elemento dei CCR, ma le voci sono più sognanti e meno travolgenti, con strati di chitarre e tastiere sempre molto vicine ad un sound assai raffinato. I Don’t Regret è un’altra notevole deep soul ballad dove si apprezza la voce espressiva di Wynn (e della sorella), ma anche la potenza d’insieme dei Believers, con un organo gospel e la chitarra che inizia a ruggire, ottimo rock got soul. You Can’t Hurt Me alza la quota rock-blues, doppie chitarre assatanate, ritmica incattivita e le voci che si impennano e, non ce lo eravamo dimenticato, Chris Bell che per la prima volta soffia con vigore nella sua armonica.

Mountain Fog parte acustica e sognante, tipo Led Zeppelin IV, Plant e Sandy Denny, poi alza l’asticella del sound verso derive decisamente più hard, ma di ottima fattura, con le elettriche che iniziano a farsi sentire. Altro momento blues-rock con la gagliarda Burn As One, di nuovo con l’armonica di Bell a dividersi il proscenio con la chitarra di Wynn, e qui più che i Black Crowes mi hanno ricordato band recenti come i Blues Pills. Di nuovo partenza pastorale per una Feel The Good che poi prende un groove incalzante e disvela una volta di più le radici gospel-soul-rock della band, con un travolgente call and response vocale tra i due fratelli, mentre Chris Bell è di nuovo presente all’armonica. Potente anche il rock “robusto” di We Could All Die Screaming dove la band mette in luce il lato più muscolare della propria musica, con le chitarre in overdrive. E pure la violentissima e chitarristica Turn In Into Gold, è un’altra scarica di adrenalinico rock-blues, oltre sette di minuti di poderoso rock che scalda gli animi e ci consegna una “nuova” ottima band da gustare: se vi piacciono SIMO, JJ Grey & Mofro, quel mondo insomma. Esce il 19 maggio.

Bruno Conti

Se Lo Dicono Tutti Sarà Veramente Così Bello? Questa Volta Direi Proprio Di Sì! Conor Oberst – Salutations

conor oberst salutations

Conor Oberst – Salutations – Nonensuch/Warner

Come sapete al sottoscritto non piace uniformarsi per forza ai giudizi critici (che comunque leggo per documentarmi) relativi ai nuovi dischi in uscita: preferisco sempre adottare l’infallibile metodo “San Tommaso”, o se preferite Guido Angeli, ovvero provare per credere, anzi meglio, ascoltare per credere. E quindi, se posso, compatibilmente con le qualità industriali di dischi che “devo” sentire ogni mese, cerco di ascoltare gli album che per vari motivi hanno stuzzicato la mia curiosità, anche se poi non sempre riesco a scrivere il resoconto delle mie impressioni: ma questa volta, come dico nel titolo, sì! Perché l’album in questione, nello specifico parliamo del nuovo Salutations, a firma Conor Oberst, mi pare proprio un ottimo album. Disco che nasce sulla scia della prova acustica Ruminations, pubblicata solo alcuni mesi or sono e che che conteneva dieci delle canzoni ora riproposte in versione elettrica nel CD, con l’aiuto del grande batterista Jim Keltner, che ha curato anche la co-produzione dell’album insieme a Oberst, e alla band roots-rock dei Felice Brothers, veri spiriti affini di Conor e di cui l’estate scorsa vi avevo segnalato l’eccellente Life In The Dark, un piccolo gioiellino http://discoclub.myblog.it/2016/07/06/antico-dylaniano-sempre-gradevole-felice-brothers-life-the-dark/, che si muoveva, come questo, su territori cari alla Band Bob Dylan, ma non solo. Quindi il solito retro-rock? Direi di sì, ma quando è fatto così bene è difficile resistere, e le 17 canzoni contenute in questo disco (le dieci di Ruminations più altre sette aggiunte per l’occasione) sono tutte veramente belle e non si riscontrano momenti di noia dovuti alla eccessiva lunghezza dell’album.

Oltre ai Felice Brothers e Keltner nell’album appaiono parecchi altri musicisti di pregio: dall’ottimo Jim James Blake Mills, Gillian Welch Maria Taylor alle armonie vocali, nonché M. Ward e il quasi immancabile, in un disco di questo tipo, Jonathan Wilson, a chitarre e tastiere in due dei brani più belli del disco, uno dei due, Anytime Soon, dove è anche coautore del pezzo, con lo stesso Oberst, Taylor Goldsmith dei Dawes, Johnathan Rice, frequente collaboratore di Jenny Lewis, in una sorta di meeting di alcuni dei “nuovi” talenti del suono westcoastiano, considerando pure che il tutto è stato registrato ai famosi Shangri-La Studios di Malibu. Quindi Dylan+Band+California, risultato: ottimo disco, che lo riporta ai fasti dei migliori album fatti con i Bright Eyes. Partiamo proprio con la citata Anytime Soon, un bel pezzo rock di impianto californiano, con la slide pungente di Wilson, che ricorda quella di David Lindley, a percorrerla e una melodia solare che si rifà al sound dei Dawes o del loro mentore Jackson Browne, ma anche con spunti beatlesiani.

Comunque fin dall’apertura deliziosa della valzerata Too Late For Fixate, con in evidenza il violino di Greg Farley e la fisarmonica di James Felice, che uniti all’armonica dello stesso Oberst, crea subito immediati rimandi alla musica del Dylan anni ’70 ( e anche la Band, ovviamente, grazie all’uso della doppia tastiera, affidata spesso a Felice); contribuiscono ampiamente alla riuscita anche i testi visionari e surreali, sentite che incipit: “Tried Some Bad Meditation/ Sittin’ Up In The Dark/They Say To Picture An Island/Cuz That’s One Place To Start/I Guess I Could Count My Blessings/I Don’t Sleep In The Park/With All My Earthly Possessions/In One Old Shopping Cart”, e ditemi chi vi ricorda. Anche la seconda canzone Gossamer Thin mantiene questa atmosfera sonora, con il riff circolare a tempo di valzer, sempre impreziosito dall’uso di violino, fisa ed armonica, oltre alle armonie vocali di Jim James, che rimane poi anche per la successiva Overdue, dove si apprezza il lavoro delle chitarre elettriche e quello di un piano Wurlitzer, molto alla Neil Young anni ’70, con il ritornello che ti rimane subito in testa.

Afterthought in veste full band acquisisce ulteriore fascino, anche grazie al lavoro preciso e variegato di Jim Keltner, uno dei più grandi batteristi della storia del rock, ancora splendide le armonie vocali corali dei Felice Brothers assortiti, il violino guizzante di Farley e l’armonica insinuante di Conor, sembra quasi di essere capitati in qualche outtake di Blonde On Blonde. Molto coinvolgente anche la delicata ballata Next Of Kin, già presente in Ruminations, che rimanda ai pezzi più belli di un altro cantautore che quando viene colto dall’ispirazione può regalare canzoni stupende, penso a Ryan Adams, e pure in questo testo ci sono deliziose citazioni d’epoca:  “Yeah I met Lou Reed and Patti Smith/It didn’t make me feel different/I guess I lost all my innocence/Way too long ago”. In Napalm il ritmo si fa più incalzante e bluesy, per continuare il parallelo con Dylan ci tuffiamo in Highway 61 con l’organo di Felice e le chitarre di Oberst a ricreare il sound dell’accoppiata Kooper/Bloomfield, con i dovuti distinguo, e senza dimenticare Farley che si dà sempre da fare con il suo violino.

Blake Mills aggiunge il suo guitaron e la baritone guitar per una intima e raccolta Mamah Borthwick (A Sketch), dove si apprezza anche la voce di Gillian Welch, splendida. Mentre nelle successive Till St. Dymphna Kicks Us Out e Barbary Coast (Later) appare anche un quartetto di archi e il pianoforte assurge a ruolo di protagonista, nel primo brano, a fianco degli immancabili violino, fisarmonica e armonica, senza dimenticare la chitarra elettrica di Ian Felice, sempre presente, con un lavoro sia di raccordo quanto solista; Barbary Coast addirittura mi ha ricordato certe cose del primo Van Morrison, quello californiano, con il prezioso apporto della voce di Maria Taylor. Tachycardia è un’altra ballata di ampio respiro, con doppia tastiera e armonica sempre in evidenza (ma è difficile trovare un brano non dico scarso, ma poco riuscito), mentre Conor Oberst canta sempre con grande trasporto e convinzione, mentre il violino e la chitarra di Mills ricamano sullo sfondo. Serena ed avvolgente anche la dolcissima Empty Hotel By The Sea, con mille particolari sonori gettati nel calderone sonoro di una ennesima riuscita canzone, con gli strumenti sempre usati con una precisione quasi matematica.

Del pezzo con Jonathan Wilson abbiamo detto. Counting Sheep è una ulteriore variazione sul tema sonoro dell’album, e nonostante il titolo è meno “sognante” di altri episodi, con le chitarre elettriche più graffianti e la bella voce della Taylor che ben supporta il nostro. Rain Follows The Plows, di nuovo con la presenza del quartetto di archi, assume un carattere quasi più barocco e complesso, grazie all’uso del piano elettrico e della chitarra elettrica di Blake Mills, presente per l’ultima volta, a fianco di violino,, armonica e tastiere, che, l’avrete ormai capito, sono gli strumenti più caratterizzanti dell’album. Di nuovo Gillian Welch a duettare con Oberst in You All Loved Him Once, altra love ballad di elevata qualità e delicatezza, con armonica e chitarra elettrica che deliziano i nostri padiglioni auricolari ancora una volta, una delle più belle canzoni del disco.

A Little Uncanny, con video prodotto dal bassista del disco (e dei Felice Brothers) Josh Rawson è uno dei pezzi più rock e mossi di questo Salutations, chitarristico ed incalzante, prima del commiato, Salutations appunto, dove ritornano il piano, la chitarra ed il synth di Jonathan Wilson, per un altro tuffo nel sound da singer songwriter californiano degli anni ’70, a conferma della qualità di questo lavoro che si candida fin d’ora tra le migliori prove di questo inizio 2017, e che vi consiglio caldamente!

Bruno Conti 

Se La Sono Presa Comoda, Ma Sono Decisamente Migliorati! The Lumineers – Cleopatra

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The Lumineers – Cleopatra – Dualtone CD USA – Decca/Universal Europa

Uno dei singoli più gettonati del 2012 è stato sicuramente Ho Hey, un brano folk-rock dal ritornello molto orecchiabile ad opera di un terzetto originario di Denver, The Lumineers, un successo che ha trascinato nelle classifiche di vendita anche il loro album omonimo di debutto, un buon disco che però dava la sensazione di essere inferiore a prodotti di altre band che si rivolgevano allo stesso bacino d’utenza, come Mumford & Sons, Low Anthem e Decemberists. Ora si rifanno vivi a ben quattro anni di distanza dall’esordio, un tempo molto lungo per una nuova band, ma devo dire che Cleopatra (da non confondersi con la famigerata etichetta californiana tanto amata da Bruno) è di gran lunga superiore al disco precedente: il loro percorso è quasi l’inverso degli Of Monsters And Men (altra band che si può equiparare ai nostri come stile), in quanto gli islandesi hanno esordito nel 2011 con un ottimo album (My Head Is An Animal) che conteneva un singolo, Little Talks, diventato poi un tormentone mondiale, mentre il loro secondo lavoro Beneath The Skin dell’anno scorso non era male ma non altrettanto esplosivo; al contrario, Cleopatra forse non conterrà una canzone spacca classifiche come Ho Hey ma si rivela un lavoro più unitario e riuscito (e le vendite danno ragione ai ragazzi di Denver, in quanto il disco sta già facendo molto bene ed è andato in testa sia in America che in Inghilterra).

Il trio è sempre composto da Wesley Schultz alla voce e chitarra, Jeremiah Fraites alla batteria e piano e Neyla Pekarek al basso e violoncello, ed in questo album si fanno aiutare da pochi ma selezionati amici, a partire da Simone Felice dei Felice Brothers,, che si occupa anche della produzione (*NDB. E anche dei The Duke And The King, tre splendidi dischi, che fine hanno fatto?), ed inoltre Byron Isaacs, Lauren Jacobson e David Baron: il suono non è cambiato molto dal loro esordio, i brani hanno sempre un forte impianto folk-rock con un retrogusto pop, con influenze che vanno da Bob Dylan (soprattutto) a Tom Petty, passando per Leonard Cohen e Bruce Springsteen (questi ultimi due non li ritrovo molto, ma mi inchino in quanto sono gli stessi membri del gruppo a citarli, anche se poi aggiungono anche Guns’n’Roses, Cars e Talking Heads…), canzoni elettroacustiche ma con la sezione ritmica sempre in grande evidenza, voci spesso cariche di eco e melodie dirette ed immediate. Il suono c’è, dunque, e se aggiungiamo che la qualità media delle canzoni è nettamente migliorata si può dire che Cleopatra contribuisce a mettere i Lumineers sullo stesso piano dei gruppi che ho citato all’inizio (anzi, mi sa che i Mumford & Sons ce li siamo giocati, *NDB 2. A giugno è in uscita un EP Johannesburg, con musicisti sudafricani, dove hanno cambiato ancora genere https://www.youtube.com/watch?v=eCIHPdx1OAs!); undici brani, ma quindici nella versione deluxe (che non ho. *NDB 3. E’ quella in MP3, per il download, che entrambi non amiamo molto) e quattordici in un’altra edizione in esclusiva per la catena americana Target, ma con tre canzoni che non sono le stesse della deluxe “normale” (adoro queste cose: ma non potevano fare una edizione sola, dato che quella regolare dura solo 33 minuti?).

Sleep On The Floor inizia con un drumming secco, un riff di chitarra elettrica e la voce di Schultz che canta un motivo suggestivo ma attendista nel primo minuto e mezzo, poi la ritmica sale ed il pezzo si trasforma in una rock song con tutti i crismi, potente e profondamente evocativa: un avvio migliore non poteva esserci. Ophelia (è il primo singolo, ma non è la stessa di The Band) ha un inizio sospeso, con piano, percussioni e voce, poi prende vivacità, la ritmica si fa saltellante ed arriva il classico ritornello orecchiabile, anche se è il pianoforte a mantenere il ruolo di protagonista: non è immediata come Ho Hey (anche se lo stile non è lontanissimo), ma cresce alla distanza. Cleopatra è un folk-rock elettrico dalla splendida melodia dylaniana, un mood trascinante ad ancora gran lavoro di piano, un brano di grande valore; Gun Song, ancora con Dylan in mente, è più acustica anche se la ritmica è sempre molto sostenuta, una costante nel suono del trio, mentre Angela (è il terzo brano su cinque con un nome di donna come titolo) è più tranquilla, inizia solo voce e chitarra (ma l’eco sulla voce non manca mai), poi entra il resto ed il pezzo cresce in pathos, grazie anche ad uno splendido break strumentale dove è ancora il piano a dettare legge. In The Light è una tenue ballata dalla melodia vincente e dall’arrangiamento semplice ma di grande impatto, con un finale maestoso che la catapulta tra le migliori del CD; ancora Dylan, quello dei primi anni, ad ispirare la limpida Long Way From Home, altro brano di notevole potenza emotiva, mentre Sick In The Head è l’unico pezzo un gradino sotto, a causa di uno sviluppo melodico un po’ incartato su sé stesso. L’album però si chiude molto bene con My Eyes, sempre a metà tra folk e rock, di grande forza nonostante il tempo lento, e con Patience, un breve ma suggestivo strumentale per piano solo.

Hanno avuto bisogno di tempo i Lumineers per dare un seguito al loro esordio, ma con Cleopatra hanno decisamente centrato il bersaglio e dimostrato di essere non solo un gruppo con un singolo fortunato al loro attivo, ma una vera band con un suo stile ed una spiccata personalità.

Marco Verdi