Dopo 50 Anni E’ Ancora Un Disco Attualissimo! The Kinks – Lola Versus Powerman And The Moneygoround, Part One

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The Kinks – Lola Versus Powerman And The Moneygoround, Part One – ABKCO/BMG CD – Deluxe 2CD – Super Deluxe 3CD/2x45rpm Box Set

Continuano le riedizioni potenziate per i cinquantesimi anniversari degli album dei Kinks, una serie cominciata stranamente da The Village Green Preservation Society e continuata lo scorso anno con Arthur https://discoclub.myblog.it/2019/11/16/cofanetti-autunno-inverno-7-unaltra-bella-ristampa-per-un-piccolo-classico-the-kinks-arthur-or-the-decline-and-fall-of-the-british-empire-50th-anniversary/ : ora è la volta di uno dei lavori più famosi del gruppo dei fratelli Ray e Dave Davies, ovvero Lola Versus Powerman And The Moneygoround, Part One, meglio conosciuto come Lola Versus Powerman o più semplicemente Lola, presentato in diverse versioni delle quali la più lussuosa è l’immancabile cofanetto con tre CD, il solito bel libro ed un paio di 45 giri con le copertine rispettivamente delle edizioni italiana e portoghese di Lola e Apeman (e per la gioia degli acquirenti, per il terzo anno su tre il formato del box è diverso, una cosa che finora era prerogativa dei R.E.M.).

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Lola è come dicevo poc’anzi un album molto popolare presso i fans del gruppo britannico, in gran parte grazie all’omonimo singolo che narra la storia, scandalosa per l’epoca, di un ragazzo che conosce un travestito in un club di Soho (ma il brano venne censurato non per le tematiche scabrose ma bensì per un riferimento alla Coca-Cola, al punto che Davies nella “single version” da passare nelle radio dovette ricantare la parte iniziale sostituendo “Cherry Cola”), canzone che ha dalla sua una melodia tra le più dirette di Ray ed un ritornello che è ormai entrato nell’immaginario collettivo  . L’album è il solito concept che in questo caso se la prende, adottando la consueta feroce ironia, con il music business, le case discografiche e tutto ciò che vi ruota intorno come manager, produttori e giornalisti, mentre la musica è un melting pot di generi che vanno dal rock al country alla ballata fino alla musica anni trenta, ed oltre alla title track ha nella deliziosa e solare Apeman un altro classico assoluto della band https://www.youtube.com/watch?v=RRDSv4ed8_I . Il primo CD del box contiene il disco originale in stereo più qualche bonus track: oltre alle canzoni già citate possiamo dunque riassaporare la trascinante The Contenders, che si apre come una country song e si trasforma subito in un grintoso rock’n’roll elettrico, la splendida ballata pianistica Strangers https://www.youtube.com/watch?v=8ioKKnhaByw , con echi di The Band, il moderno vaudeville Denmark Street, l’ottima rock ballad Get Back In Line https://www.youtube.com/watch?v=qUaWuZD_Og8 , la riffata Top Of The Pops.

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E ancora: il puro vintage pop The Moneygoround https://www.youtube.com/watch?v=TyjHiWQjjw4 , la bellissima This Time Tomorrow, senza dubbio una grande canzone, la grintosa e chitarristica Rats, scritta e cantata da Dave, ed il country-rock Got To Be Free. Le sei bonus tracks erano già presenti nella versione doppia dell’album uscita nel 2014, e a parte quattro mix in mono di altrettanti brani ci sono due versioni alternate di Apeman e The Moneygoround, quest’ultima con una nuova traccia vocale di Ray incisa nel 1972. E veniamo agli altri due CD: evito di citare i missaggi alternativi sia mono che stereo dal momento che sono inediti per modo di dire e servono solo ad allungare il brodo, e parto da una interessante serie di medley intitolati Ray’s Kitchen Sink, in cui sono state create versioni esclusive di alcuni pezzi mettendo insieme demo, takes alternate, strumentali e live, il tutto con i commenti dei due fratelli Davies registrati apposta per questo box nella cucina di Ray, con tanto di testi del dialogo riportati nel libro (e meno male, visto che Dave parla che sembra avere un piccione intero in bocca); le canzoni interessate da questa operazione sono Lola, Got To Be Free, The Contenders, This Tine Tomorrow, Get Back In Line, Rats, Powerman, A Long Way From Home e Strangers.

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Poi abbiamo una notevole take alternata della stupenda This Time Tomorrow forse addirittura superiore all’originale https://www.youtube.com/watch?v=a7c7mJH8RwY , la rockeggiante outtake The Good Life, una bellissima Apeman dal vivo in versione cajun tratta dall’unplugged del 1994 To The Bone e, sempre dal vivo, Get Back In Line registrata alla vigilia di Natale del 1977 https://www.youtube.com/watch?v=Qyad2GRfpGg , una strepitosa Lola del 2010 di Ray Davies con la Danish National Chamber Orchestra & Choir e A Long Way From Home di Ray & Band all’Austin City Limits del 2006 https://www.youtube.com/watch?v=eVeogLcfmwE . Per finire, due pezzi rari dal film TV della BBC The Long Distance Piano Player (l’inedita Marathon ed una diversa Got To Be Free, entrambe con Fiachra Trench al pianoforte), altrettanti dalla colonna sonora del film Percy del 1971 (Moments e The Way Love Used To Be), un work in progress di Apeman ed il pop-rock Anytime, altra outtake di buon livello che sarebbe dovuta uscire come singolo ma poi rimase in un cassetto. Il fatto che il titolo completo di questo album recitasse alla fine “Part One” non significa che esista una seconda parte: i Kinks nel 1971 cambieranno registro e pubblicheranno lo splendido Muswell Hillbillies, altro capolavoro e forse il mio album preferito in assoluto del gruppo londinese: già attendo il cofanetto.

Marco Verdi

Ecco Uno Che Sa Fare Solo Dischi Bellissimi! Chris Stapleton – Starting Over

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Chris Stapleton – Starting Over – Mercury/Universal

Chris Stapleton ha esordito come solista abbastanza tardi (Traveller, del 2015, è stato pubblicato quando il singer-songwriter del Kentucky aveva già 37 anni), ma in pochissimo tempo ha fatto vedere di non avere molto terreno da recuperare. Con un passato da autore per conto terzi ed una militanza in un paio di band con le quali non ha mai inciso alcunché, Stapleton infatti non ci ha messo molto per affermarsi come uno dei musicisti migliori oggi in America: Traveller era un lavoro splendido e ha avuto anche un notevole successo https://discoclub.myblog.it/2015/07/25/good-news-from-dave-cobb-productions-chris-stapleton-traveller-christian-lopez-band-onward/ , ed anche il doppio From A Room del 2017 (pubblicato però in due diverse tranche) era di livello notevole seppur leggermente inferiore all’esordio. C’era quindi parecchia attesa per il terzo album di Chris (in quanto io considero i due From A Room come una cosa unica), e sappiamo quanto possa essere problematico il terzo lavoro per un artista che ha debuttato col botto https://discoclub.myblog.it/2017/12/16/peccato-solo-che-forse-non-ci-sara-un-terzo-volume-chris-stapleton-from-a-room-volume-2/ .

Ebbene, non solo Starting Over conferma la crescita esponenziale del nostro come autore e performer, ma a mio parere è perfino superiore a Traveller, e si candida fin dal primo ascolto ad uno dei posti di vertice per la classifica dei migliori del 2020. Starting Over (che si presenta con una copertina ultra-minimalista, per non dire inesistente) propone la consueta miscela di rock, country e southern music tipica del nostro, ma con una qualità compositiva di primissimo livello ed un feeling interpretativo notevole, grazie soprattutto ad una voce tra le più belle ed espressive del panorama musicale odierno ed una tecnica chitarristica da non sottovalutare. Prodotto al solito dall’amico Dave Cobb e con gli abituali compagni di ventura (la moglie Morgane Stapleton alla seconda voce, Cobb stesso alle chitarre acustiche, J.T. Cure al basso e Derek Mixon alla batteria), Starting Over ha anche degli ospiti che impreziosiscono alcuni brani , come Paul Franklin, leggendario steel guitarist di Nashville, e gli Heartbreakers Benmont Tench e Mike Campbell, non una presenza casuale in quanto Stapleton è presente sul nuovissimo album d’esordio dei Dirty Knobs, il gruppo guidato proprio da Campbell (appena recensito su questi schermi).

In poche parole, forse il miglior disco uscito negli ultimi mesi insieme a quello di Bruce Springsteen, in un periodo solitamente dedicato alle antologie e ristampe proiettate alle vendite natalizie. Il CD parte benissimo con la title track, una spedita ballata di stampo acustico servita da una melodia di prim’ordine e con la prima di tante prestazioni vocali degne di nota: il refrain, poi, è splendido. Devil Always Made Me Think Twice è una robusta rock’n’roll song di chiaro stampo sudista: Chris ha la voce perfetta per questo tipo di musica, ma è il brano in sé ad essere trascinante, ed io ci vedo chiara e lampante l’influenza di John Fogerty sia nelle sonorità swamp che nella linea melodica e modo di cantare. Il piano di Tench introduce Cold, una ballata elettroacustica eseguita con grande forza e pathos (ma sentite che voce), con un leggero accompagnamento d’archi che le dona un tocco suggestivo in più e crea un crescendo da brividi.

When I’m With You è un lento alla Waylon Jennings, una canzone bella, limpida e ricca di anima con gli strumenti dosati alla perfezione, a differenza di Arkansas che è una travolgente rock song elettrica di grande potenza, con Campbell co-autore e chitarra solista che si produce in un mirabolante assolo dei suoi, mentre Joy Of My Life, prima cover del disco, è un delicato pezzo che Fogerty aveva dedicato a sua moglie nel 1997: Stapleton fa lo stesso con Morgane ed il risultato è eccellente, con l’aggiunta di elementi southern che l’originale non aveva. Il sud è ancora presente nell’intensa Hillbilly Blood, notevole ballata tra rock e musica d’autore che ricorda molto da vicino il Gregg Allman più roots, timbro vocale compreso, al contrario di Maggie’s Song, bellissima country ballad dal motivo molto classico (vedo l’ombra di The Band, zona The Weight) e con l’organo di Benmont ad impreziosire ulteriormente un gioiello già luccicante di suo.

Lo slow elettrico di matrice rock-blues Whiskey Sunrise, suonato ancora con indubbia forza e con un paio di pregevoli assoli da parte del leader, precede le altre due cover del CD, entrambe prese dal songbook del grande Guy Clark: se Worry B Gone è un coinvolgente rockin’ country texano al 100% contraddistinto da una performance collettiva da applausi, Old Friends è uno dei pezzi più noti e belli dello scomparso cantautore di Monahans, e la resa di Chris è semplicemente da pelle d’oca. Watch You Burn è il secondo brano scritto e suonato con Campbell, una rock song asciutta e diretta, sempre con quell’afflato southern che è insito nella voce del nostro, canzone che precede You Should Probably Leave, strepitoso e cadenzato pezzo dal sapore decisamente errebi (uno dei più godibili del lotto), e l’intensa Nashville, TN, country ballad “cosmica” alla Gram Parsons che chiude degnamente un album davvero splendido. A parte un paio di dubbi avevo praticamente già deciso i dieci dischi più belli di quest’anno, ma dopo aver ascoltato Starting Over mi vedo costretto a ritoccare la lista. E nei primissimi posti.

Marco Verdi

Nell’Impossibilità Di Avere Gli Originali, Questi Sono Un Ottimo Surrogato! The Weight Band – Live Is A Carnival

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The Weight Band – Live Is A Carnival – ContinentalRecord Services CD

The Band, uno dei gruppi più leggendari della storia del rock, fa parte di quegli acts per così dire “irriformabili”: Richard Manuel, Rick Danko e Levon Helm non sono più tra noi ormai da diversi anni, Robbie Roberston non ne ha mai voluto sapere di riprendere in mano il vecchio moniker e Garth Hudson, vero leader silenzioso del gruppo e musicista dalla preparazione stellare, è sempre stato nell’ombra e non ha certo voglia di diventare un band leader a 83 anni. Il testimone del glorioso gruppo canadese (anche se Helm era americano) da qualche anno è stato preso in mano con una certa legittimità da Jim Weider, chitarrista di Woodstock che negli anni novanta era entrato a far parte della reunion della Band ad opera di Helm, Danko e Hudson prendendo il posto di Robertson (non dal punto di vista compositivo però) negli ottimi Jericho e Jubilation e nel meno riuscito High On The Hog. In seguito Weider si era unito alla Levon Helm Band fino alla scomparsa del leader avvenuta nel 2012, ed in anni recenti si è ripresentato insieme ad alcuni musicisti che avevano suonato sugli album citati poc’anzi per formare The Weight Band, che vuole apparire come un omaggio al mitico quintetto di Music From Big Pink sin dal nome che cita appunto il loro brano più popolare.

Anche The Weight Band sono in cinque: oltre a Weider abbiamo Brian Mitchell (tastiere, fisarmonica e voce, anch’egli ex membro della Levon Helm Band), Matt Zeiner (pure lui tastiere e voce), Albert Rogers (basso e voce) e Michael Bram (batteria). Come vedete anche la loro conformazione rimanda alla Band, con un chitarrista, due tastieristi e la sezione ritmica, ma sbagliate se pensate ad un gruppo solamente derivativo o peggio ancora ad una cover band: i nostri hanno tutti un pedigree musicale notevole e sanno comporre brani più che validi, cosa tra l’altro riscontrabile sul loro unico album di studio pubblicato finora, il riuscito World Gone Mad del 2018. Ora i nostri pubblicano un lavoro ancora più stimolante, un album dal vivo che fin dal titolo, Live Is A Carnival, è un chiaro tributo alla Band: Weider e soci dimostrano con questo CD di essere un gruppo coi controfiocchi e dal suono molto caldo e ricco di feeling, e di possedere una certa personalità, ma nasconderei la verità se non affermassi che la parte più interessante del concerto è costituita dalle loro versioni dei classici dell’ex gruppo guidato da Robertson, la cui resa non è ovviamente superiore agli originali ma neppure così distante. Registrato alla Brooklyn Bowl di New York il 26 gennaio del 2019, Live Is A Carnival ci fa dunque tornare per circa settanta minuti ad assaporare le atmosfere di un tempo, e se chiudiamo gli occhi quasi non ci accorgiamo che a suonare non sono “quelli là” (voci a parte): un gran bel dischetto quindi, con una setlist che si commenta da sola ed un profluvio di momenti strumentali in cui chitarra, organo e pianoforte si prendono il centro della scena con una serie di assoli sopraffini.

Ci sono quattro pezzi originali scritti da Weider, a partire dalla pimpante World Gone Mad, un folk-roots elettrificato e godibile tra antico e moderno, cantato a più voci, per poi proseguire con Heat Of The Moment, una rock song vigorosa ma non particolarmente originale, l’elettrica e cadenzata Bid Legged Sadie, con la chitarra sugli scudi, e la roccata e convincente Common Man, un rock-blues scritto assieme a Helm che è anche la migliore delle quattro. Nel concerto trovano spazio anche tre cover “esterne” alla Band, due delle quali sono comunque legate allo storico gruppo: si tratta dell’opening track Don’t Do It (di Marvin Gaye e pubblicata da Robertson e compagni sul live Rock Of Ages), qui in una strepitosa e funkeggiante versione ricca di groove e trascinante al punto giusto, ed una superba Atlantic City di Bruce Springsteen (era uno dei brani cardine di Jericho), con il mandolino di Weider e la fisa di Mitchell a guidare le danze; la terza cover è una bella e coinvolgente rilettura in puro stile southern-errebi del classico Deal di Jerry Garcia, sempre un bel sentire.

Dulcis in fundo, ecco i brani targati The Band: dopo la relativamente meno nota To Kingdom Come, un pezzo decisamente sanguigno dal sapore sudista, abbiamo una serie di capolavori suonati con grande classe ed immenso rispetto per gli originali, con titoli come Stage Fright, Rag Mama Rag, Ophelia, la straordinaria The Night They Drove Old Dixie Down ed il gran finale con una Life Is A Carnival di otto minuti e mezzo e l’immancabile The Weight di altri sette minuti. Forse l’unica mancanza di rilievo è almeno un brano di Bob Dylan, ma alla fine Live Is A Carnival si rivela un disco dal vivo riuscito e coinvolgente, che ha il merito non indifferente di farci rivivere seppur in minima parte la fantastica epopea di The Band.

Marco Verdi

Anche Quest’Anno Ci Siamo: Il Meglio Del 2019 Secondo Disco Club, Parte III

Proseguiamo con la pubblicazione delle liste del meglio del 2019 dei collaboratori del Blog, questa volta tocca a Tino Montanari. Come vedete sono molto creative e diverse tra loro, ognuno le imposta in modo differente, anche con categorie di fantasia, comunque visto che vogliono essere anche dei suggerimenti, delle segnalazioni delle cose più interessanti e sfiziose uscite nel corso dell’anno (nonché pure per il piacere e il divertimento di chi le scrive), qui e là vengono arricchite da video, link a post del Blog e qualche commento inserito dal sottoscritto.

Bruno Conti

P:S Visto che il Post è un po’ lungo e carico di materiale potrebbe caricarsi con lentezza.

POLL 2019

 leonard cohen thanks for the dance

 Disco Dell’Anno

Leonard Cohen – Thanks For The Dance

Canzone Dell’Anno

Leonard Cohen – The Hills

https://discoclub.myblog.it/2019/11/24/il-testamento-postumo-di-leonard-thanks-for-the-dance-leonard-cohen/

Concerto Dell’Anno

Eric Andersen Trio (Featuring Scarlet Rivera) – Spazio Musica Pavia

https://discoclub.myblog.it/2019/11/15/in-attesa-di-futuri-sviluppi-concerto-evento-a-spazio-musica-di-pavia-eric-andersen-scarlet-rivera-eric-andersen-trio-09112019-dal-nostro-inviato/

tom petty the best of everything

Cofanetto Dell’Anno

Tom Petty And The Heartbreakers – The Best Of Everything 1976-2016

*NDB Non è proprio un cofanetto, visto che si tratta di un doppio CD, ma è comunque un modo per tenere vivo il ricordo del biondo rock che ci manca sempre più.

the band the band 2 CD

Ristampa Dell’Anno

The Band . The Band 50th Anniversary

joni mitchell 75 movie

Tributo Dell’Anno

Various Artists Joni 75: A Birthday Celebration 

joe bonamassa live at sydney opera house

Disco Rock

Joe Bonamassa – Live At The Sydney Opera House

https://discoclub.myblog.it/2019/10/23/sia-pure-in-ritardo-ma-non-poteva-mancare-un-suo-nuovo-album-nel-2019-joe-bonamassa-live-at-the-sydney-opera-house/

robert randolph brighter days

Disco Rock-Blues

Robert Randolph & The Family Band – Brighter Days

Proprio in questi giorni è entrato nella cinquina delle nominations ai Grammy come Best Contemporary Blues Album

https://discoclub.myblog.it/2019/08/19/tra-blues-gospel-e-rock-un-chitarrista-eccezionale-con-la-produzione-di-dave-cobb-robert-randolph-family-band-brighter-days/

Disco Folk

Dervish – The Great Irish Songbook

Disco Roots

Tom Russell – October In The Railroad Earth

old crow medicine show live at the ryman

Disco Country

Old Crow Medicine Show – Live At The Ryman

mavis staples we get by

Disco Rhythm & Blues

Mavis Staples – We Get By

teskey brothers run home slow

Disco Soul

Teskey Brothers – Run Home Slow

peter frampton band all blues

Disco Blues

Peter Frampton Band – All Blues

https://discoclub.myblog.it/2019/06/10/una-dichiarazione-di-intenti-sin-dal-titolo-a-sorpresa-un-eccellente-disco-peter-frampton-band-all-blues/

Disco Jazz (??) *NDB Diciamo fusion.

Spyro Gyra – Vinyl Tap

vent du nord territoires

Disco World Music

Le Vent Du Nord – Territories

Disco Gospel

Marc Cohn & Blind Boys Alabama – Work To Do

creedence live at woodstock

Disco Oldies

Creedence Clearwater Revival – Live At Woodstock

Disco Live

archie roach the concert collection

Archie Roach – The Concert Collection 2012-2018

https://discoclub.myblog.it/2019/06/22/forse-il-canto-del-cigno-di-un-grande-aborigeno-australiano-archie-roach-the-concert-collection-2012-2018/ *NDB Forse, perché prossimamente vi presenteremo sul Blog un nuovo CD di Archie Roach.

cheap wine faces cd

Disco Italiano

Cheap Wine –  Faces

the irishman soundtrack

Colonna Sonora

Various Artists – The Irishman

runrig the last dance

Dvd Musicale

Runrig – The Last Dance

Il Meglio Del Resto 

Chris Knight – Almost Daylight

jimmy barnes my criminal record

Jimmy Barnes – My Criminal Record

paul kelly live at sydney opera house

Paul Kelly Live At Sidney Opera House

Nick CaveGhosteen

Van Morrison Three Chords And The Truth

christy moore magic nights

Christy Moore – Magic Nights

*NDB Questo è bellissimo, sarà anche nella mia lista dei migliori dei migliori del 2019, recensione prossimamente sul Blog, prima la leggerete sul Buscadero (tanto è sempre mia).

Jon Brooks & The Outskirts Of Approval – Moth Nor Rust II

doug seegers a story i got to tell

Doug Seegers – A Story I Got To Tell

anderson east alive in tennessee

Anderson East – Alive In Tennessee

*NDB Facciamo un’eccezione visto che è uscito solo in vinile, ma lui è veramente bravo.

Neil Young – Colorado

mary black orchestrated

Mary Black Orchestrated

Recensione sul Blog nei prossimi giorni!

Carrie Newcomer – The Point Of Arrival

janiva magness sings john fogerty

Janiva Magness – Change In The Weather Sings John Fogerty

Mavis Staples – Live In London

beth hart war in my mind deluxe

Beth Hart – War In My Mind

Rickie Lee Jones – Kicks

Lisa Hannigan & Stargaze – Live In Dublin

Loreena McKennitt – Live At The Royal Albert Hall

jude johnstone living room

Jude Johnstone – Living Room

https://discoclub.myblog.it/2019/11/09/canzoni-dal-salotto-di-casa-jude-johnstone-living-room/

allison moorer blood

Allison Moorer – Blood

 

The Delines – The Imperial

black sorrows live at the palms

Black Sorrows Live At The Palms

https://discoclub.myblog.it/2019/05/22/un-altro-disco-che-quasi-non-ce-un-mitico-locale-australiano-per-una-grande-band-black-sorrows-live-at-the-palms/

goats don't shave out the libe

Goats Don’t Shave – Out The Line

subdudes lickskillet

Subdudes – Lickskillet

The Steel Woods – Old News

Purple Mountains – Purple Mountains

doobie brothers live from the beacon theatre

Doobie Brothers – Live From The Beacon Theatre

over the rhine love and revelation

Over The Rhine – Love & Revelation

whiskey myers whiskey myers

Whiskey Myers – Whiskey Myers

session americana north east

Session Americana – North East

Tino Montanari

Cofanetti Autunno-Inverno 12. Quando Robbie Robertson Scriveva Grandi Canzoni…E Le Faceva Cantare Agli Altri! The Band – The Band 50th Anniversary

The Band The Band 50th anniversary edition

The Band – The Band 50th Anniversary – Capitol/Universal Deluxe 2CD – Super Deluxe 2CD/2LP/BluRay/45rpm Box Set

Il titolo del post odierno è volutamente riferito alla carriera solista di Robbie Robertson ed in particolare al suo recente album Sinematic, nel quale il songwriter canadese ha dimostrato di avere praticamente esaurito la sua vena artistica ed anche la poca voce che aveva https://discoclub.myblog.it/2019/10/01/non-e-un-brutto-disco-ma-nemmeno-bello-robbie-robertson-sinematic/ . Ma c’è stato un tempo, tra il 1968 ed il 1970, in cui Robbie era probabilmente il miglior autore di canzoni al mondo e non aveva bisogno di usare la sua non imperdibile voce per farle ascoltare in quanto era a capo di quel meraviglioso gruppo denominato The Band. Già noti nell’ambiente per aver suonato prima con Ronnie Hawkins e soprattutto con Bob Dylan nel famoso tour del 1966 quando ancora si chiamavano The Hawks, i nostri avevano esordito nel 1968 con il celeberrimo Music From Big Pink, un capolavoro in tutto e per tutto ed uno degli album più influenti negli anni a venire https://discoclub.myblog.it/2018/07/04/grandissimo-disco-ma-questa-edizione-super-deluxe-piu-che-essere-inutile-sfiora-la-truffa-the-band-music-from-big-pink-in-uscita-il-31-agosto/ , capace di colpire a tal punto un giovane Eric Clapton da convincerlo a mettere da parte il tanto amato rock-blues, lasciare i Cream ed iniziare la carriera solista. Dare seguito ad un capolavoro non è mai semplice, ma la Band con l’omonimo The Band del 1969 (detto anche The Brown Album per il colore della copertina) riuscì a fare addirittura meglio, mettendo a punto un lavoro che oggi è giustamente considerato come una pietra miliare del rock mondiale ed uno dei classici dischi da isola deserta.

Ai giorni nostri è quasi un’abitudine avere a che fare con album del genere cosiddetto Americana con all’interno brani che mescolano stili diversi, ma dobbiamo pensare che a fine anni sessanta un certo tipo di sonorità in pratica non esisteva, e la Band fu tra le prime e più importanti realtà a fondere con la massima naturalezza rock, country, folk, blues, errebi, soul, ragtime, bluegrass, gospel e chi più ne ha più ne metta, creando un suono “ibrido” che ancora oggi viene citato come ispirazione fondamentale da intere generazioni di musicisti. Anche i testi delle canzoni erano in aperto contrasto con quanto andava di moda allora (non dimentichiamo che eravamo nel pieno della Summer Of Love), trattando di argomenti poco “cool” come storie di frontiera, la guerra di secessione, i grandi luoghi geografici degli Stati Uniti, o anche della vita rurale di tutti i giorni nelle piccole realtà di provincia da parte di comunità con forti valori religiosi: lo stesso look del gruppo ricordava una piccola congrega di Amish dei primi del novecento. E poi ovviamente c’erano i membri del quintetto, tutti quanti musicisti di primissimo piano: Robertson oltre ad un grande autore era (è) anche un chitarrista coi fiocchi, i tre cantanti Levon Helm, Richard Manuel e Rick Danko, oltre ad essere capaci di splendide armonie erano anche validissimi polistrumentisti, mentre Garth Hudson è sempre stato una sorta di direttore musicale e leader silenzioso, abile com’era nel suonare qualsiasi cosa gli passasse davanti.

The Band (registrato a Los Angeles e co-prodotto da John Simon, quasi un sesto membro del gruppo) è quindi un album in cui si sfiora la perfezione come raramente è successo altrove, ed è anche il primo lavoro dei nostri con solo materiale originale: se Music From Big Pink aveva come brano portante un capolavoro come The Weight, qui troviamo altri due classici che non sono certo da meno, ovvero le straordinarie The Night They Drove Old Dixie Down e Up On Cripple Creek (entrambe cantate da Helm), due canzoni che la maggior parte degli artisti non scrive in un’intera carriera. Ma il disco è anche (molto) altro, come la saltellante apertura con il notevole errebi Across The Great Divide, il trascinante cajun-rock Rag Mama Rag, la ballata rurale in odore di ragtime When You Awake, la toccante soul ballad Whispering Pines, caratterizzata dalla voce vellutata di Manuel, il rock’n’roll da festa campestre Jemima Surrender. E ancora la folk song modello Grande Depressione Rockin’ Chair, il boogie alla Professor Longhair Look Out Cleveland, il rock-got-country-got soul Jawbone, la lenta e pianistica The Unfaithful Servant, un piccolo capolavoro di equilibrio tra roots e dixieland, e l’elettrica e funkeggiante King Harvest (Has Surely Come). Per il cinquantesimo anniversario di questo album fondamentale la Capitol lo ha ripubblicato con un nuovo mix di Bob Clearmountain ed il remastering a cura di Bob Ludwig, arricchendo il tutto con diverse bonus tracks interessanti.

Il cofanetto comprende due CD, due LP, un 45 giri con Rag Mama Rag e The Unfaithful Servant, un BluRay audio con le configurazioni in surround 5.1 ed in alta risoluzione del disco originale oltre al solito bel libro con un saggio del noto giornalista rock Anthony DeCurtis (niente parentela con il nostro Totò) e varie foto rare. Un’edizione molto migliore di quella dello scorso anno riferita a Music From Big Pink, che offriva ancora meno a livello di bonus della ristampa del 2000: mi sento però di affermare che è sufficiente la versione in doppio CD, dato che per un costo decisamente inferiore (è anche a prezzo speciale) avete esattamente gli stessi contenuti musicali del box. Nel primo dischetto oltre ovviamente alle dodici canzoni originali abbiamo sei bonus tracks inedite: si inizia con una prima versione di Up On Cripple Creek non molto diversa da quella pubblicata, due takes alternate di Rag Mama Rag, più lenta e countreggiante e col piano grande protagonista, e di The Unfaithful Servant, meno rifinita ma già bellissima. Seguono due interessanti mix strumentali di Look Out Cleveland ed ancora Up On Cripple Creek ed una eccellente Rockin’ Chair acustica con le voci all’unisono. Il secondo CD ripropone le sette tracce aggiunte nell’edizione del 2000, cioè l’ottima rock song Get Up Jake, una outtake che aveva tutti i requisiti per finire sull’album, due mix alternativi di Rag Mama Rag e The Night They Drove Old Dixie Down (il primo dei quali con una traccia vocale diversa), e quattro versioni differenti di Up On Cripple Creek, Whispering Pines, Jemima Surrender (questa anche più coinvolgente di quella pubblicata nel 1969) e King Harvest (Has Surely Come).

Ma la chicca del secondo CD è l’esibizione completa del quintetto durante il terzo giorno del Festival di Woodstock nell’Agosto dello stesso anno, uno show che non presentava alcun riferimento al loro secondo album che sarebbe uscito poco più di un mese dopo. Un vero must, anche perché in tutti questi anni non era mai trapelato nulla di ufficiale da questa performance, a meno che come il sottoscritto non possediate una delle 1969 copie del cofanetto di 38 CD Back To The Garden. A tal proposito, invece di ri-recensire il concerto della Band, ripropongo qui di seguito quanto scritto lo scorso Settembre nel mio post a puntate sul megabox: The Band. A mio parere la chicca assoluta del box, dato che per 50 anni non era mai uscita neppure una canzone dal set del gruppo canadese. Ed il quintetto di Robbie Robertson non delude le aspettative, producendo un concerto in cui fa uscire al meglio il suo tipico sound da rock band pastorale del profondo Sud; solo tre brani originali (l’iniziale Chest Fever, la meno nota We Can Talk ed il capolavoro The Weight), un paio di pezzi di derivazione soul (Don’t Do It e Loving You Is Sweeter Than Ever), altrettanti standard (Long Black Veil e Ain’t No More Cane, entrambe splendide) e ben quattro canzoni di Dylan (Tears Of Rage, emozionante, This Wheel’s On Fire, Don’t Ya Tell Henry e I Shall Be Released, che diventa quindi l’unico brano ripreso nei tre giorni da tre acts diversi). Gran concerto, e d’altronde i nostri, oltre ad essere di casa a Woodstock, erano nel loro miglior periodo di sempre.

Una ristampa quindi imperdibile di un album già leggendario di suo (e, come ho già scritto, potete accontentarvi del doppio CD): se dovessi stilare una Top 10 dei migliori dischi di tutti i tempi, i prescelti per tale classifica potrebbero variare nel tempo a seconda del mio stato d’animo o di altri fattori, ma credo che uno spazio per The Band lo troverei sempre.

Marco Verdi

Novità Prossime Venture 27. The Band: Quest’Anno Una Ristampa Più Interessante E Sostanziosa Per Il 50° Anniversario Del Secondo Album, Esce il 15 Novembre

The Band The Band 50th anniversary edition

The Band – The Band – 50th Anniversary Super Deluxe Edition) 2xCD/1xBD/2xLP/1×7″ box set – 2 CD – 2 LP Capitol/universal – 15-11-2019

Lo scorso anno era uscita la ristampa del primo album della Band Music From Big Pink, un disco splendido,  ma come potete leggere qui https://discoclub.myblog.it/2018/07/04/grandissimo-disco-ma-questa-edizione-super-deluxe-piu-che-essere-inutile-sfiora-la-truffa-the-band-music-from-big-pink-in-uscita-il-31-agosto/ , si era trattato, per usare un eufemismo, di un cofanetto poco interessante e molto costoso. Quest’anno tocca al secondo album del gruppo di Robbie Robertson Levon Helm (e di Rick Danko, Richard Manuel Garth Hudson), un disco forse ancora più bello del precedente, e anche se non mancherà il solito cofanetto Super Deluxe, che vedete qui sopra, con 2 CD, 2 Vinili, Blu-Ray Audio con versioni Dolby 5.1 surround, un 45 giri, un libro rilegato e alcune stampe, ovviamente molto costoso, incredibilmente, per l’occasione, uscirà anche una versione in 2 CD che raccoglie tutto il materiale audio, che contrariamente allo scorso anno è ricco di materiale inedito.

the band the band 2 CD

Intanto nel primo CD ( o nel doppio vinile) c’è un nuovo mix 2019 dell’album originale, curato da Bob Clearmountain, uno dei grandi specialisti del settore, poi ci sono 6 bonus tracks extra, diverse da quelle della edizione del 2000, che comunque sono riportate tutte otto alla fine del secondo CD, insieme alla esibizione completa della Band al Festival di Woodstock, che se non avete acquistato una delle 1969 copie del recente https://discoclub.myblog.it/2019/09/04/una-splendida-full-immersion-nella-leggenda-3-giorni-di-pace-e-musica-woodstock-back-to-the-garden-the-definitive-50th-anniversary-archive-giorno-3/ , non è disponibile in altro modo. La versione doppia costerà indicativamente intorno ai 20 euro, mentre per il cofanetto credo che ci vorranno un centinaio di euro.In ogni caso ecco il contenuto completo dettagliato delle varie edizioni.

Disc 1 (CD)

The Band new stereo mix

1. Across The Great Divide
2. Rag Mama Rag
3. The Night They Drove Old Dixie Down
4. When You Awake
5. Up On Cripple Creek
6. Whispering Pines
7. Jemima Surrender
8. Rockin’ Chair
9. Look Out Cleveland
10. Jawbone
11. The Unfaithful Servant
12. King Harvest (Has Surely Come)

Bonus tracks

13. Up On Cripple Creek (Earlier Take) *
14. Rag Mama Rag (Alternate Version) *
15. The Unfaithful Servant (Alternate Version) *
16. Look Out Cleveland (Instrumental Mix) *
17. Rockin’ Chair (A Cappella / Stripped Down) *
18. Up On Cripple Creek (Instrumental Mix) *

Disc 2 (CD)

Live At Woodstock (1969)

1. Chest Fever
2. Tears Of Rage
3. We Can Talk
4. Don’t Ya Tell Henry
5. Baby Don’t You Do It
6. Ain’t No More Cane On The Brazos
7. Long Black Veil
8. This Wheel’s On Fire
9. I Shall Be Released
10. The Weight
11. Loving You Is Sweeter Than Ever

Studio Bonus Tracks (from 2000 reissue)

12. Get Up Jake (Outtake – Stereo Mix)
13. Rag Mama Rag (Alternate Vocal Take – Rough Mix)
14. The Night They Drove Old Dixie Down (Alternate Mix)
15. Up On Cripple Creek (Alternate Take)
16. Whispering Pines (Alternate Take)
17. Jemima Surrender (Alternate Take)
18. King Harvest (Has Surely Come) (Alternate Performance)

Disc 3 (Blu-ray audio)

1. Across The Great Divide (Stereo and 5.1 Surround)
2. Rag Mama Rag (Stereo and 5.1 Surround)
3. The Night They Drove Old Dixie Down (Stereo and 5.1 Surround)
4. When You Awake (Stereo and 5.1 Surround)
5. Up On Cripple Creek (Stereo and 5.1 Surround)
6. Whispering Pines (Stereo and 5.1 Surround)
7. Jemima Surrender (Stereo and 5.1 Surround)
8. Rockin’ Chair (Stereo and 5.1 Surround)
9. Look Out Cleveland (Stereo and 5.1 Surround)
10. Jawbone (Stereo and 5.1 Surround)
11. The Unfaithful Servant (Stereo and 5.1 Surround)
12. King Harvest (Has Surely Come) (Stereo and 5.1 Surround)

Bonus Tracks

13. Up On Cripple Creek (Earlier Version) (Stereo and 5.1 Surround)
14. Rag Mama Rag (Alternate Version) (Stereo and 5.1 Surround)
15. The Unfaithful Servant Alternate Version) (Stereo and 5.1 Surround)
16. Look Out Cleveland (Instrumental Mix) (Stereo and 5.1 Surround)
17. Rockin’ Chair (A Cappella / Stripped Down) (Stereo and 5.1 Surround)
18. Up On Cripple Creek (Instrumental Mix) (Stereo and 5.1 Surround)

Disc 4 (The Band vinyl LP) The Band new stereo mix

Side A
1. Across The Great Divide
2. Rag Mama Rag
3. The Night They Drove Old Dixie Down

Side B
4. When You Awake
5. Up On Cripple Creek
6. Whispering Pines

Disc 5 (The Band vinyl LP) The Band new stereo mix

Side A

1. Jemima Surrender
2. Rockin’ Chair
3. Look Out Cleveland [Side A]

Side B

4. Jawbone
5. The Unfaithful Servant
6. King Harvest (Has Surely Come)

Disc: 6 (seven-inch single)

1. Rag Mama Rag (Side A, Original 1969 7″ Capitol Single)
2. The Unfaithful Servant (Side B, Original 1969 7″ Capitol Single)

Assolutamente da non mancare, magari la versione doppia, visto che se non siete accaniti collezionisti oppure molto facoltosi, questa volta si può scegliere.

Bruno Conti

Cadono Le Prime Foglie…Ed Arriva Un Live Dei Dead! Grateful Dead – Saint Of Circumstance

grateful dead saint of circumstances 3 cd

Grateful Dead – Saint Of Circumstance: Giants Stadium, East Rutherford, NJ 6/17/91 – Rhino/Warner 3CD – 5LP

“Consueto” appuntamento autunnale con una pubblicazione dei Grateful Dead (anche se le foglie del titolo per ora sono ancora ben salde sugli alberi, dato che fino a pochi giorni fa il clima era decisamente estivo): a quanto pare le edizoni deluxe per i cinquantesimi anniversari degli album della storica band di San Francisco non comprendono i dischi dal vivo, in quanto il 10 Novembre ci sarebbe la “scadenza” del mitico Live/Dead e nulla è stato ancora annunciato. Invece i nostri hanno dato alle stampe lo scorso 27 Settembre il solito mega-cofanetto costoso e a tiratura limitata di 10.000 copie, intitolato Giants Stadium 1987, 1989, 1991, comprendente cinque concerti completi tenutisi nella location del titolo ad East Rutherford nel New Jersey (demolito nel 2010 e ricostruito con in nome di MetLife Stadium), per un totale di 14 CD ed anche 2 DVD ed un BluRay che documentano visivamente la serata del 17 Giugno 1991. E proprio da quello show è stato pubblicato a parte un triplo CD (o quintuplo LP) dal titolo Saint Of Circumstance, più che sufficiente se non volete accapparrarvi il box, in quanto dovrebbe a detta di molti essere il migliore tra i cinque concerti presenti.

Negli anni a cavallo tra gli ottanta ed i novanta infatti i Dead avevano ritrovato una brillantezza nelle esibizioni dal vivo che sembrava avessero un po’ perso nel periodo 1983-1986, complici anche i problemi di salute di Jerry Garcia: l’album In The Dark del 1987 era stato un grande successo di pubblico e critica, e questo aveva dato nuova linfa ai nostri che erano tornati ai livelli degli anni settanta, come testimoniava all’epoca l’ottimo live album Without A Net (l’ultimo con il tastierista Brent Mydland, che morirà di lì a poco per overdose). Saint Of Circumstance è anche meglio di Without A Net, e vede una band coesa al massimo e notevolmente ispirata, con Garcia in buona forma vocale (cosa non scontata, ma nel 1991 Jerry si destreggiava alla grande anche da solo con la sua Jerry Garcia Band), ed un suono forte e compatto, dovuto anche al fatto che i nostri sono eccezionalmente in sette sul palco. Sì, perchè oltre al nucleo storico Garcia-Weir-Lesh-Hart-Kreutzmann il posto di Mydland era stato dato provvisoriamente a Bruce Hornsby, già noto cantautore in proprio e vecchio fan dei Dead, che poi a causa dei suoi impegni di carriera era stato sostituito dal bravissimo Vince Welnick, ex Tubes.

Ma Saint Of Circumstance è uno dei rari casi nei quali i due si trovavano insieme sul palco, con esiti notevoli dato che stiamo parlando probabilmente dei due migliori tastieristi che i Dead abbiano avuto dopo Ron “Pigpen” McKernan (con tutto il rispetto per Mydland, Keith Godchaux e la “meteora” Tom Constanten), nonostante il ricorso qua e là a sonorità sintetizzate. Il triplo CD ha un suono davvero spettacolare, meglio di altre uscite del passato, e la performance è tutta da godere dall’inizio alla fine, grazie anche ad una scaletta quasi perfetta. Si inizia subito con una fluida e limpida versione di 15 minuti di Eyes Of The World, con Jerry già “liquidissimo” alla solista ed una prestazione superba dei due pianisti, seguita da una rara versione del classico di Robert Johnson Walkin’ Blues (canta Weir): i Dead non hanno mai avuto il blues nel loro dna, ma qua per sette minuti ci portano idealmente in un fumoso club di Chicago, con Garcia che passa con disinvoltura alla slide. Dopo una splendida e solare Brown-Eyed Women, uno dei pezzi migliori dei Dead, c’è un breve accenno a Dark Star, che spunterà qua e là per ben quattro volte nel corso della serata, fatto abbastanza inusuale: tre sono solo frammenti di circa un minuto ciascuno, mentre la quarta chiude il cerchio verso la fine del concerto con una performance di otto minuti che ci riporta per un momento ai lisergici anni sessanta. In scaletta c’è un solo brano di Bob Dylan (spesso ce ne sono anche due o tre), ma è una versione decisamente bella di When I Paint My Masterpiece, con Hornsby alla fisarmonica, seguita dai nove minuti di Loose Lucy, che se in studio non era certo una meraviglia in questa serata fa la sua figura e risulta anche piacevole.

Cassidy è uno dei brani più noti di Weir, ed i Dead la rileggono in maniera solida, mentre sia Might As Well che Saint Of Circumstance sono due canzoni poco eseguite (la prima di Jerry, la seconda di Bob): meglio Might As Well, potente rock song, cadenzata e trascinante e con uno splendido duello strumentale tra Garcia e Welnick. La lenta e delicata Ship Of Fools, tra le migliori ballate del Morto Riconoscente, precede le sempre coinvolgenti Truckin’ e New Speedway Boogie, ancora con Jerry strepitoso in entrambe, e soprattutto uno degli highlights dello show, cioè una lunga e scintillante Uncle John’s Band, probabilmente la più bella canzone mai prodotta dal binomio Garcia/Hunter: undici minuti di altissimo livello. Dopo la già citata ultima tranche di Dark Star ed il solito spreco di tempo (almeno per me) di Drums e Space, arriva il finale con una distesa China Doll, con splendido assolo di Jerry, una Playing In The Band insolitamente sintetica, ed una travolgente Sugar Magnolia di undici minuti, nella quale tutti quanti forniscono una performance notevole. C’è spazio ancora per l’ultima chicca, e cioè una sorprendente versione del capolavoro di The Band The Weight, raramente suonata dai nostri e con una strofa cantata anche da Hornsby (ed una da Lesh, che se la cava meglio del solito): esecuzione superba e pubblico in visibilio.

Gran bel concerto, assolutamente consigliato.

Marco Verdi

Un Altro Gruppo (Anzi, Duo) Che Non Tradisce Mai. Over The Rhine – Love & Revelation

over the rhine love and revelation

Over The Rhine – Love & Revelation – Over The Rhine/GSD CD

Ridendo e scherzando, anche gli Over The Rhine si avviano a celebrare i trent’anni di carriera. Infatti il duo originario dell’Ohio e formato dai coniugi Karin Bergquist e Linford Detweiler ha esordito nell’ormai lontano 1991 con l’autogestito ed ormai introvabile Till We Have Faces, anche se il sottoscritto ha cominciato a seguirli  esattamente dieci anni dopo, e per l’esattezza dall’ottimo Films For Radio, un album che mi aveva impressionato per le sue ballate crepuscolari, intense e profonde, che mi avevano fatto pensare che i due fossero più canadesi che americani: infatti nel loro suono trovavo più di una somiglianza con i Cowboy Junkies più classici e meno sperimentali, grazie anche alla seducente voce della Bergquist che non era molto distante da quella di Margo Timmins. Da Films For Radio in poi non ho più perso un solo album degli OTR, a partire dallo splendido doppio Ohio del 2003, per proseguire con titoli come l’autobiografico Drunkard’s Prayer (con brani ispirati dalla crisi coniugale dei due e dalla successiva riconciliazione), The Trumpet Child e gli ultimi due bellissimi lavori in studio (dischi natalizi esclusi) The Long Surrender e Meet Me At The Edge Of The World, entrambi prodotti addirittura da Joe Henry, il cui stile si era rivelato perfetto per le ballate autunnali dei nostri (senza dimenticare l’ottimo live a tiratura limitata https://discoclub.myblog.it/2017/05/02/nella-vecchia-fattoria-over-the-rhine-live-from-the-edge-of-the-world/.)

Love & Revelation è il titolo del nuovo lavoro di Karin e Linford, e dopo qualche attento ascolto non ho problemi a metterlo nel gruppo dei loro album più riusciti. Non c’è più Henry, che però ha lasciato ai coniugi Detweiler più di un insegnamento sui segreti di produzione, al punto che i due sono riusciti a non far rimpiangere la mano di Joe: l’album è poi stato pubblicato grazie ad una meritoria opera di crowdfunding, con tutti i contribuenti diligentemente elencati in uno dei due libretti acclusi. Ma la cosa più importante di Love & Revelation è che è composto da undici splendide canzoni, tutte originali e rappresentative dello stile dei nostri: musica intensa, lenta ma mai soporifera, con i suoni calibrati alla perfezione, arrangiamenti tra folk e rock, e come ciliegina le interpretazioni dense di pathos e classe da parte di Karin, la cui voce è il vero strumento aggiunto del disco. Dulcis in fundo, ad accompagnare i nostri (la Bergquist suona la chitarra acustica come il marito, il quale però si destreggia alla grande anche con il pianoforte) troviamo una serie di musicisti di livello egregio, la cosiddetta Band Of Sweethearts formata dalla sezione ritmica di Jennifer Condos (basso) e Jay Bellerose (batteria, un “residuo” della collaborazione con Joe Henry), dalle chitarre di Bradley Meinerding, le tastiere ed orchestrazioni a cura di Patrick Warren e la splendida steel guitar di Greg Leisz, grande protagonista del disco.

Che Love & Revelation (dotato anche di una bellissima foro di copertina) non sia un album qualsiasi lo si capisce subito da Los Lunas, una ballata dal passo lento ma dotata di un’intensità notevole, con gli strumenti che, pur essendo appena sfiorati, garantiscono un suono forte e presente, con la ciliegina della voce suadente di Karin e della splendida steel di Leisz che tesse con maestria sullo sfondo. Given Road inizia per voce e chitarra acustica, alle quali si aggiunge una leggera orchestrazione e la steel in lontananza, un brano rarefatto e profondo che cresce a poco a poco; Let You Down, cantata a due voci, è ancora una ballata anche se il tempo è leggermente più cadenzato, il motivo potrebbe far pensare ad un brano di stampo country ma l’arrangiamento è in bilico tra rock e cantautorato puro, con un suggestivo assolo di slide da parte di Meinerding. Broken Angels è splendida, con Karin che canta divinamente una melodia da pelle d’oca accompagnata solo da chitarra e pianoforte del marito (ma il resto della band entra al terzo minuto, anche se con molta discrezione): emozione pura; la title track è vivace, anche se c’è solo Karin, la Condos al basso e Bellerose alle percussioni, un pezzo ritmato e con un ritornello accattivante ed immediato, che dimostra che i nostri sanno scrivere musica a 360 gradi.

Making Pictures è un’altra bella canzone, uno slow pianistico con i suoni dosati e centellinati al millimetro (e qui si vede l’esperienza fatta con Henry), con un uso geniale dell’orchestrazione e la solita languida steel, mentre Betting On The Muse è un mezzo capolavoro, una rock ballad intensa e potente dalla melodia fantastica (vedo qualche influenza di The Band), guidata da piano e chitarre, i due coniugi che si alternano alle lead vocals con disinvoltura ed un ispirato assolo elettrico centrale: una meraviglia. Leavin’ Days è pura, cristallina e di stampo folk, con un ricco suono basato sugli strumenti a corda (due chitarre, due mandolini ed una slide acustica), Rocking Chair è solare e quasi pop, una sorta di filastrocca elettroacustica diretta e piacevole, al contrario di May God Love You (Like You’ve Never Been Loved), ennesimo brano struggente cantato dalla Bergquist con voce da brividi, anche questa tra le migliori del CD. Chiusura in tono soffuso con An American In Belfast, uno strumentale di grande forza espressiva per sole chitarra e steel. Gli Over The Rhine sono ormai da tempo un gruppo (o come ho specificato nel titolo del post, un duo) sul quale contare a scatola chiusa, e Love & Revelation ne è l’ennesima conferma.

Marco Verdi

Tra Chitarre E Rock’n’Roll, Un Disco A Tratti Irresistibile! The National Reserve – Motel La Grange

national reserve motel la grange

The National Reserve – Motel La Grange – Ramseur CD

Se dovessi partecipare ad un ipotetico gioco nel quale si associano luoghi a generi musicali, parlando di Brooklyn tenderei sicuramente a pensare a rap o hip-hop. Eppure anche nel noto quartiere di New York ci sono le eccezioni, e ad una di esse appartengono certamente The National Reserve, un quintetto di giovani musicisti che, sia nell’aspetto fisico che nel tipo di proposta sonora, sembrano in tutto e per tutto una rock band del Sud. Guidati dal cantante, chitarrista ed autore principale Sean Walsh (gli altri membri sono Jon Ladeau alle chitarre, Matthew Stoulil al basso, Steve Okonski alle tastiere e Brian Geltner alla batteria), i NR hanno una bella gavetta alle spalle, essendosi formati nel 2009 ed avendo maturato una lunga esperienza on the road in tutti questi anni, nei quali hanno dato alle stampe appena un paio di EP ed un album, Homesick, autodistribuito ed impossibile da trovare. Motel La Grange si può dunque considerare a tutti gli effetti il vero debutto per Walsh e compagni, e devo dire che il suo ascolto è stato per me una piacevolissima sorpresa, in quanto mi sono trovato davanti ad un gran bel dischetto di puro rock’n’roll senza fronzoli, come si usava fare negli anni settanta, una miscela decisamente accattivante di rock, country e southern music, con tante chitarre, ritmo spesso elevato ed un songwriting di ottimo livello. Non sembra neanche un lavoro di un gruppo praticamente al debutto, e questo è merito sicuramente degli anni passati sui palchi di mezza America: i NR hanno pazientemente aspettato il loro momento, e con questo Motel La Grange si può dire che finalmente l’attesa è finita.

Nel disco ci sono diversi altri musicisti che appaiono come ospiti, praticamente tutti degli illustri sconosciuti, ma la loro presenza fa sì che il suono delle dieci canzoni presenti sia ancora più corposo, profondo ed interessante, ed il risultato finale è uno degli album di puro rock più riusciti da me ascoltati ultimamente. L’inizio è molto promettente: No More è una rock song elettrica e potente, quasi viscerale, dal gran tiro chitarristico (ma c’è anche un organo che si insinua nelle pieghe del suono) ed un motivo molto diretto e piacevole. Ricorda, ma solo in parte, certe cavalcate di Neil Young con i Crazy Horse. Big Bright Light, sempre caratterizzata da un ritmo sostenuto, è più tersa e quasi country-oriented, ma il suono è ancora rock e la melodia immediata, e c’è anche una splendida steel a fungere da strumento solista; Found Me A Woman cambia registro, ed è un gustoso rock-blues con spruzzate di funky, un suono “grasso” ed uno stile a metà tra Little Feat e certa musica sudista, il tutto impreziosito da un coro femminile e da una mini sezione fiati (due sax ed un trombone), oltre ad apprezzabili interventi di piano, armonica e chitarra solista: grande musica.

La fluida e distesa Don’t Be Unkind è una deliziosa rock ballad che irrompe in territori cari a The Band, basti sentire il tipo di melodia e l’uso della fisarmonica (mentre la slide è suonata alla maniera di George Harrison), la solida Other Side Of Love, ancora cadenzata e dagli umori sudisti, ha il ritmo guidato dal piano ed un bell’intervento centrale di organo, mentre la vibrante Standing On The Corner è puro e semplice rock, con chitarre un po’ ovunque (e tutte dal suono ruspante) ed il solito motivo diretto e vincente. Splendida New Love, coinvolgente rock’n’roll dal sapore country ed il piano suonato come se fosse un organo farfisa: i ragazzi riescono a fare dell’ottimo rock, piacevole e suonato davvero bene, e brani come questo ne sono la conferma. Motel La Grange è un lentaccio in puro stile southern soul, dal suono classico basato su chitarre ed organo, ed il ricordo dei grandi gruppi dei seventies; il CD si chiude con la squisita I’ll Go Blind, una delle più riuscite ed orecchiabili, che reca tracce del miglior Doug Sahm, e con la lenta ed elettroacustica Roll On Babe, finale quasi crepuscolare ma di grande pathos, ed un suono che sembra uscito dai Fame Studios di Muscle Shoals. Un dischetto bello e sorprendente, per chi ama il vero rock’n’roll.

Marco Verdi

Strepitosa Trasferta Soul A Memphis Per Una Delle Più Belle Voci Del Rock Americano. Dana Fuchs – Love Lives On

dana fuchs loves live on

Dana Fuchs – Love Lives On – Get Along Records

Come sa chi legge abitualmente questo Blog Dana Fuchs è una delle “nostre” cantanti preferite, secondo chi scrive la seconda miglior voce dell’attuale panorama rock americano (la prima è Beth Hart, ma di poco), una cantante dalla vocalità esplosiva, ma anche capace di grande finezza e sensibilità, tutte cose già dette più volte nel passato, ma ribadirle non fa male, anche se Dana è una “cliente” abituale” di queste pagine virtuali. L’avevamo lasciata alle prese con un disco acustico https://discoclub.myblog.it/2016/05/02/grande-voce-anche-versione-acustica-dana-fuchs-broken-down-acoustic-sessions/  che sembrava avere concluso un periodo devastante della sua vita (dopo la morte della sorella, del padre e del fratello, nel 2016 è scomparsa anche la madre): ma sempre nel 2016, per compensarla di tante perdite, è nato anche il suo primo figlio, e da lì è partito un processo di rinascita anche artistica. La nostra amica, essendo rimasta priva di un contratto discografico, in quanto era finito quello con la Ruf che comunque ci aveva regalato ottimi dischi, in studio https://discoclub.myblog.it/2013/07/11/grandi-voci-dopo-beth-hart-dana-fuchs-bliss-avenue-5503590/ e dal vivo https://discoclub.myblog.it/2014/12/11/quindi-le-cantanti-vere-nel-rock-esistono-dana-fuchs-songs-from-the-road/,  (all’interno dei Post trovate anche i link delle recensioni degli album precedenti) ha deciso di affidarsi al crowdfunding per finanziare il suo nuovo album di studio. La raccolta fondi è andata molto bene e la Fuchs ha potuto permettersi di andare a registrare il suo nuovo album ai Music+Arts Studio in quel di Memphis, Tennessee, che sono i diretti discendenti, per certi versi, di altri studios della città del Sud, da quelli dove venivano registrati i dischi della Hi Records, agli Ardent, passando per i Muscle Shoals e i Fame Sudios, luoghi leggendari dove è nata grandissima musica.

Ma non solo, Dana accompagnata dal fido Jon Diamond, il suo braccio destro, co-autore delle canzoni e chitarrista abituale sin dagli inizi, si è potuta permettere di utilizzare una pattuglia di musicisti formidabili; sotto la guida del produttore Kevin Houston, che ha una lista di assistiti veramente lunghissima, i due si sono appoggiati al Reverend Charles Hodges, all’organo (quello dei dischi di Al Green, Willie Mitchell Ann Peebles), Jack Daley al basso, già presente nella band della Fuchs, ma anche con Little Steven e Joss Stone, per dirne un paio, Glen Patscha, al piano e Wurlitzer, uno degli Ollabelle di Amy Helm (di cui a settembre è annunciato il nuovo album, che sarà prodotto da Joe Henry), Steve Potts alla batteria, presente nell’ultimo Gregg Allman, ma ha suonato anche con Paul Rodgers, Robben Ford, Al Green, Irma Thomas, Neil Young. In più, per non farsi mancare nulla, una piccola sezione fiati con Kirk Smothers Marc Franklin del giro Bo-Keys, Love Light Orchestra, e se leggete i credits degli album, li trovate con Buddy Guy, Jim Lauderdale, Dee Dee Bridgewater; non mancano due voci femminili strepitose come Reba Russell e soprattutto Susan Marshall https://discoclub.myblog.it/2017/10/28/una-voce-meravigliosa-interpreta-cover-dautore-susan-marshall-639-madison/e nei brani con un approccio più country-folk, l’ottimo Eric Lewis, alla pedal steel, lap steel e mandolino, anche lui piccola gloria della musica del Sud. Con tutto questo spiegamento di forze ovviamente il risultato è eccellente, Love Lives On è un signor disco, non per fare paragoni, ma, esageriamo, mi ha ricordato molto un incrocio tra Pearl I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Again Mama di Janis Joplin, non per nulla Dana Fuchs (come Beth Hart) ad inizio carriera era stata una delle interpreti del musical Love Janis. Backstreet Baby è una partenza in perfetto stile Deep South, tra Stax e soul revue, con fiati sincopati, le voci femminili di supporto, organo, ritmica, tutti perfetti e Diamond che ci regala anche una breve sciabolata di chitarra, sul tutto ovviamente svetta la voce della nostra amica.

Per andare ancora di più alle radici, Nobody’s Fault But Mine era su The Immortal Otis Redding, un’altra sciccheria funky-soul di grande impatto, con Dana Fuchs in piena modalità Janis, voce roca, con il giusto mix tra R&B e rock, con la band sempre sul pezzo e Diamond che si rivela chitarrista più eclettico del solito; Callin’ Angels è un mid-tempo godurioso, giusto a metà strada tra il deep soul della Stax e quello più danzabile della Motown, comunque altro brano eccellente, e poi quei fiati in sincrono e l’assolo di organo sono da manuale della perfetta musica soul. Sittin’ On ha un giro di basso libdinoso suonato da Daley, che pompa di gusto sul proprio strumento, mentre tutti i musicisti e una deliziosa Dana, rivisitano la grande musica che usciva dai solchi dei dischi dei tempi che furono, rock, soul e belle melodie mescolati e shakerati con grande classe ed arrangiamenti scintillanti, con la ciliegina dell’assolo di Diamond nella parte centrale, breve ma intenso e perfetto, e come cantano anche le due coriste. Love Lives On è il primo dei brani che oltre alle firme di Fuchs e Diamond riporta anche quella di Scott Sharrard, il musicista che è stato la chitarra solista e il direttore musicale della Gregg Allman Band negli ultimi anni di vita del grande musicista di Nashville (perché lì era nato): una ballata struggente di quelle strappa mutande, degna erede del grande repertorio Stax, ma anche dei brani lenti della indimenticabile Janis Joplin di Pearl, che viene fatta rivivere da una interpretazione vocale da brividi, di grande intensità. Sad Solution ci riporta alla consueta ma non scontata, se ben eseguita, miscela di soul, funky e rock, che è il principale stile che contraddistingue l’album, con organo, sax e chitarra a dividersi i compiti, mentre il testo verte sulle vicende dei rifugiati e degli immigrati illegali che hanno toccato la coscienza sociale della Fuchs.

Faithful Sinner, un altro dei brani scritti con Sharrard è nuovamente una splendida power ballad, più intima e raccolta, di impianto quasi gospel per l’occasione, con organo e fiati che fanno sentire sempre la loro presenza e stimolano un’altra prestazione vocale eccellente di Dana; Sedative potrebbe addirittura ricordare il soul più “moderno” di Amy Winehouse, molto piacevole, per quanto non memorabile, l’atmosfera sonora raffinata lo lascia comunque gustare. Ready To Rise, di nuovo scritta con Sharrard, potrebbe ricordare un suono alla Steve Winwood, quando nei suoi Traffic anni ’70 suonavano i musicisti del giro Muscle Shoals, quindi più rock, ma con le scivolate dell’organo in evidenza che rimandano a quel sound e poi notevole assolo di Jon Diamond in grande spolvero alla solista; mentre il “ruggito” vocale è tra Janis e Joe Cocker. Nella parte finale dell’album arrivano alcuni brani più dolci ed acustici, per esempio Fight My Way, che oltre che di Sharrard porta anche la firma di David Gelman, un brano di impianto country-folk che parte da un riff iniziale simile a Blackbird dei Beatles, per poi trasformarsi in una delizia di mandolini, dobro, lap steel, acustiche arpeggiate, e la nostra amica del tutto a suo agio anche in questo impianto più delicato e raffinato.

Per poi tuffarsi in Battle Lines, un altro brano che profuma di paesaggi sudisti e sembra uscire da qualche disco della Band o di Levon Helm, ancora con mandolino, piano, armonie vocali sognanti che si vanno ad unire ad una armonica sbarazzina, all’organo avvolgente di Hodges e al cantato splendido in assoluta souplesse e controllo che solo le grandi cantanti come la Fuchs sanno avere. In quel di Memphis non può mancare un blues fiatistico di quelli duri e puri, come Same Sunlight, suono Stax o à la Janis Joplin più blues, ancora con ottimo lavoro di Diamond alla solista. Il brano conclusivo, uno dei migliori di un album dai livelli comunque notevoli, è una cover sorprendente di Ring Of Fire di Johnny Cash, rallentata ad arte e trasformata in una ballata country che rivaleggia come bellezza con la classica Me And Bobby McGee, in un tripudio di pedal steel, chitarre acustiche, organo e tastiere assortite, tra rallentamenti e ripartenze deliziose, una piccola gemma finale. Il suo disco migliore e uno dei più belli del 2018, fino ad ora: da New York a Memphis con passione.

Bruno Conti