La Più “Bianca” Delle Cantanti Nere Recenti? Shemekia Copeland – Outskirts Of Love

shemekia copeland outskirts

Shemekia Copeland – Outskirts Of Love – Alligator

Il titolo del Post forse non è accurato al 100%, ma quello giusto lo avevo già utilizzato per il recente album di Amy Helm, “degna figlia di tanto padre”, e quindi ho dovuto ripiegare su quello che leggete, con punto di domanda, che comunque fotografa efficacemente, per quanto parzialmente, i contenuti di questo album, il nono (compresa una antologia) di Shemekia Copeland, che vede il suo ritorno in casa Alligator, dopo due dischi pubblicati per la Telarc, peraltro molto buoni, in particolare l’ultimo 33 1/3, uscito nel 2012, che vedeva anche la partecipazione di Buddy Guy JJ Grey e la produzione di Oliver Wood (dei Wood Brothers, di cui vi segnalo in uscita il 2 ottobre il nuovo album Paradise) che produce anche questo nuovo Outskirts Of Love, che “risponde” al precedente con la presenza come ospiti di Billy Gibbons, Alvin Youngbood Hart Robert Randolph, e tra i musicisti impiegati vede anche Will Kimbrough, Arthur Neilson, Guthrie Trapp Pete Finney a vari tipi di chitarra. Come ricorda il titolo di cui sopra il nuovo CD ha un suono più “bianco”, più rock del penultimo, con la scelta di brani come Jesus Just Left Chicago degli ZZ Top dove Billy Gibbons inchioda un paio di solo che ne testimoniamo la buona forma, in attesa del suo album solista previsto per novembre https://www.youtube.com/watch?v=wc1j5Z7L0bU .

Ma anche una versione molto rootsy, pigra e ciondolante di Long As I Can See Light dei Creedence, e pure una escursione nel puro country, Drivin’ Out Of Nashville, con tanto di pedal steel affidata a Pete Finney, dove Shemekia ci ricorda che il country in fondo è solo il blues con un twang aggiunto, e le chitarre di Will Kimbrough e Guthrie Trapp lo confermano. E pure il poderoso rock-blues ad alto tasso chitarristico che apre l’album, una Outskirts Of Love veramente sontuosa, magnetica e tirata che conferma questo spirito battagliero del disco, come pure la cover di una vecchia canzone di Jesse Winchester Isn’t That So che diventa quasi un brano tra New Orleans sound e i Little Feat più laid-back. E anche l’ottima Crossbone Beach, uno dei tre brani firmati da John Hahn con il produttore Oliver Wood, ha questo drive funky-rock e chitarristico con la steel guitar di Robert Randolph a disegnare le consuete ma sempre impossibili traiettorie sonore https://www.youtube.com/watch?v=5VI6-DAwZUo . Naturalmente sul tutto si erge la magnifica voce di Shemekia Copeland, che la rivista inglese Mojo ha recentemente definito come un incrocio tra Mavis Staples Koko Taylor, e sentendola come non si può non essere d’accordo. Però il soul, il R&B, il gospel e ovviamente il blues non possono mancare: per esempio nel sentito omaggio al babbo Johnny Copeland in una gagliarda cover di un pezzo anni ’80, tratto dai dischi Rounder del genitore (di cui vi consiglio assolutamente il superbo Showdown, il disco registrato con Robert Cray Albert Collins), Devil’s Hand è un pezzo blues sanguigno, con una piccola sezione fiati (in realtà costituita dal solo Matt Glassmeyer), dove Jano Nix oltre che confermarsi eccellente batterista si esibisce con grande perizia anche all’organo Hammond https://www.youtube.com/watch?v=xKQwwQSVetM . The Battle Is Over (But The War Goes On) è un vecchio pezzo di Sonny Terry & Brownie McGhee che riceve un altro trattamento ad alta densità elettrica, con una chitarra che taglia in due la canzone e Shemekia che canta con impeto e passione.

Ottimo anche il duetto con Alvin Youngblood Hart, impegnato sia come seconda voce che come chitarrista in Cardboard Box, un pezzo a firma John Hahn Ian Siegal che è uno di quelli dal suono più autenticamente blues con un flavor sonoro quasi simile ai dischi di Ry Cooder degli anni ’70. I Feel A Sin Coming On ha lo stesso titolo di uno dei recenti brani delle Pistol Annies, ma in effetti è una cover di un magnifico brano deep soul degli anni ’60 di Solomon Burke, di cui mi sono andato a risentire l’originale, e secondo me questa versione di Shemekia è addirittura più bella, con fiati, organo, chitarre e voci di supporto a seguire la Copeland che ci regala una interpretazione vocale di grande intensità. Di Isn’t That So, Long As I Can See Light e di una “minacciosa” Jesus Just Left Chicago abbiamo già detto e non posso che confermare, con una nota di merito per il lavoro quasi certosino della band coordinata da Oliver Wood. A completare l’album rimangono il blues elettrico urbano di Wrapped Up In Love Again, un pezzo di Albert King dove brilla la chitarra dell’ospite Arthur Neilson Lord, Help The Poor And Needy, un gospel-blues semiacustico di Jessie Mae Hemphill, una delle tante blueswomen originarie della zona del Mississippi arrivata alle registrazioni discografiche in età matura, di cui Shemekia Copeland rende con grande partecipazione questo brano dai connotati senza tempo.

Potrei aggiungere “gran bel disco” e consigliarvelo caldamente, cosa che faccio.

Bruno Conti

Ed Ecco Il Tributo. One More For The Fans – Lynyrd Skynyrd

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Lynyrd Skynyrd & Friends – One More For The Fans – 2 CD – 2 DVD – Blu-ray Ear Music/Edel – Solo per il mercato USA Loud & Proud Records 2CD+DVD 24-07-15

Dopo una lunga pausa riprendiamo la rubrica delle anticipazioni discografiche, per il momento con un titolo, ma nei prossimi giorni conto di rendervi conto di molte uscite estive, alcune prossime, altre più a lunga gittata. Per iniziare parliamo di questo tributo ai Lynyrd Skynyrd.

In passato ne sono usciti moltissimi, country, rock, dal vivo, in studio, alcuni belli, altri decisamente meno, ma questo One More For The Fans, mi sembra uno dei meglio riusciti, se non il migliore in assoluto di quelli usciti fino ad oggi. Come vi dicevo un paio di giorni fa nella recensione del doppio CD al Rockpalast http://discoclub.myblog.it/2015/07/16/attesa-del-tributo-vecchio-concerto-dal-vivo-lynyrd-skynyrd-sweeet-home-alabama-rockpalast-1996/, ormai della formazione originale è rimasto solo Gary Rossington alla solista, gli altri sono Johnny Van Zant, voce, Rickey Medlocke, anche lui chitarra solista, Johnny Colt al basso, Peter Keys alle tastiere e gli ultimi arrivati Michael Cartellone alla batteria e Mark Mateijka alla terza solista, che sono quelli che mi convincono meno e, secondo me, hanno reso troppo hard il sound della band negli ultimi anni (vedi i due album di studio, Last Of A Dyin’ Breed God And Guns, non a caso usciti per i “metallari” della Roadrunner e anche il Live From Freedom Hall del 2010, non era memorabile, suono troppo duro e risaputo).

Ma in questa serata del 12 novembre dello scorso anno al mitico Fox Theatre di Atlanta, Georgia, finanziata con il crowfunding dalla band ed in uscita il 24 luglio per la loro etichetta Loud And Proud negli Stati Uniti (dove ci sarà anche una versione con i 2 CD insieme al DVD) e per Ear Music/Edel in Europa, tutta funziona a meraviglia, anche grazie al cast notevole che è stato assemblato per l’occasione. Ecco artisti e titoli:

1. Whiskey Rock A Roller – performed by Randy Houser
2. You Got That Right – performed by Robert Randolph & Jimmy Hall
3. Saturday Night Special – performed by Aaron Lewis
4. Workin’ For MCA – performed by Blackberry Smoke
5. Don’t Ask Me No Questions – performed by O.A.R.
6. Gimme Back My Bullets – performed by Cheap Trick
7. The Ballad of Curtis Loew – performed by moe. & John Hiatt
8. Simple Man – performed by Gov’t Mule
9. That Smell – performed by Warren Haynes
10. Four Walls of Raiford – performed by Jamey Johnson
11. I Know A Little – performed by Jason Isbell
12. Call Me The Breeze – performed by Peter Frampton
13. What’s Your Name – performed by Trace Adkins
14. Down South Jukin’ – performed by Charlie Daniels & Donnie Van Zant
15. Gimme Three Steps – performed by Alabama
16. Tuesday’s Gone – performed by Gregg Allman
17. Travelin’ Man – performed by Lynyrd Skynyrd With Johnny and Ronnie – Ronnie on big screen
18. Free Bird – performed by Lynyrd Skynyrd
19. Sweet Home Alabama – performed by Lynyrd Skynyrd and the entire line-up

Come vedete, ormai è una consuetidine, alla fine del tributo salgono sul palco anche i Lynyrd Skynyd stessi, con la trovata scenica dei due fratelli, Johnny e Ronnie (sul grande schermo), che duettano in Travelin’ Man, prima di lanciarsi in una ottima versione di Free Bird e nella classica Sweet Home Alabama, con tutto il cast sul palco. Non tutto luccica, ma mi piaiono buone le versioni di You Got That Right con Robert Randolph e Jimmy Hall dei Wet Willie, gli O.A.R. con una versione muscolare, ma ben eseguita di Don’t Ask Me No Questions e al sottoscritto piace anche la rilettura di Working For MCA dei Blackberry Smoke. Ottima, e non poteva essere diversamente, The Ballad Of Curtis Loew di John Hiatt (visto recentemente in gran forma a Milano) accompagnato dalla jam band dei moe., come pure la Simple Man dei Gov’t Mule di Warren Hayes, che poi esegue come solista anche That Smell. Notevole anche la versione acustica, che conclude il primo CD, di Four Walls Of Raiford di un Jamey Johnson dalla voce prorompente.

Parlando sempre di cantanti-chitarristi anche Jason Isbell con I Know A Little e un sorprendente Peter Frampton, in grande spolvero con Call Me The Breeze, mantengono elevato il livello qualitativo. E pure Gregg Allman, accompagnato alle armonie vocali dalle McCrary Sisters, rilascia una versione di Tuesday’s Gone da antologia, anche grazie alla house band guidata da Don Was, anche al basso, con Sonny Emory alla batteria e Jimmy Hall, voce e armonica. Le altre versioni non sono brutte, alcune caciarone, alcune troppo country (non male gli Alabama con Gimme Three Steps), ma forse si poteva trovare di meglio, anche Randy Houser è comunque molto buono. Comunque il tutto, unito al gran finale, fa sì che questo One More For The Fans sia un disco da avere, una grande festa del southern rock, magari per metterlo sullo scaffale di fianco al giustamente più  celebrato One More From The Road.

Bruno Conti

Un Chitarrista Per Tutte Le Stagioni. Così Parlò Robben Ford!

robben ford interview Robben-Ford

In occasione dell’uscita del nuovo album di Robben Ford Into The Sun mi è stato chiesto di fare, attraverso gli auspici della sua etichetta, quattro chiacchiere con il  grande chitarrista californiano, uno dei più longevi, eclettici e multiformi virtuosi della chitarra, uno che ha attraversato, in cinque e più decadi di attività musicale, praticamente tutti i generi, dal blues al jazz, passando per rock, fusion, soul e qualsiasi altro stile vi venga in mente. Ha suonato con una infinità di musicisti nel corso degli anni, dagli esordi blues con la Charles Ford Blues accompagnando Charlie Musselwhite, passando per Jimmy Witherspoon ed approdando alla fusion degli L.A. Express di Tom Scott che lo portano a suonare con Joni Mitchell, poi l’avventura con un altro gruppo fusion come i Yellow Jackets, ma anche un breve assaggio con i Kiss, poi la collaborazione con Miles Davis, ma anche nella band dello show televisivo Sunday Night della NBC, oltre a decine di album a nome proprio che sono andati in tutte le direzioni musicali. Veramente un chitarrista per tutte le stagioni. Quindi mi sono preparato una serie di domande, tenendo conto che nel momento in cui le facevo, avevo ascoltato il nuovo disco solo in streaming ed ero quasi completamente a digiuno delle circostanze che avevano portato alla registrazione e quindi mi accingevo a chiederle al soggetto in questione http://discoclub.myblog.it/2015/03/17/la-classe-acqua-2-robben-ford-into-the-sun/ . Devo dire che le risposte sono state cortesi e puntuali, ma molto laconiche e stringate, non dico che apparisse seccato ma quasi l’impressione era quella, forse si tratta semplicemente di riservatezza. Per chi non ha avuto occasione di leggerla sul Buscadero, comunque ecco il fedele resoconto della conversazione via mail: ogni tanto ho riunito più domande visto che le risposte erano veramente brevissime.

Ciao Robben, come va? Spero tutto bene! Prima di iniziare una domanda “geografica”. Io ti chiamo da Milano, tu dove ti trovi al momento, ed è il luogo dove risiedi attualmente?

Ojai, California.

Se non sbaglio i due dischi precedenti sono stati registrati a Nashville, A Day In Nashville, come suggerisce il titolo, addirittura in un giorno, mentre anche Bringing It Back Home, ho letto, è stato realizzato in soli tre giorni di sessions a LA. Questo nuovo, Into The Sun, ha avuto lo stesso tipo di approccio?

BIBH è stato registrato a Los Angeles, tre giorni per le registrazioni basiche, poi gli overdubs e il mixaggio hanno richiesto ancora un poco di tempo. Il nuovo album è stato fatto in un periodo di due mesi, adattandosi agli impegni dei musicisti coinvolti nelle registrazioni.

Nelle poche note di presentazione dell’album che ho ricevuto per recensirlo, sembrava che Niko Bolas, l’ingegnere del suono da molti anni tuo collaboratore, non fosse però il produttore del disco.  Quindi lo hai prodotto tu, giusto?

E’ stato prodotto da Cozmo Flow, una nuova conoscenza dal Minnesota (NDA?!?, mai sentito e non trovato neppure in rete),

Ho anche notato che nel nuovo disco, a parte un brano firmato con la cantante ZZ Ward e quattro pezzi scritti con Kyle Swan, le canzoni sono tutte tue, è vero?

Generalmente scrivo sempre io la mia musica. ZZ Ward ha contribuito i primi quattro versi del brano dove canta, mentre ho scritto tutta la musica del disco, con l’eccezione di Same Train, di Kyle Swan e So Long For You di mio nipote Gabe. Kyle ha anche contribuito con i testi di altre tre canzoni.

Nel disco appare anche il giovane chitarrista e cantante texano Tyler Brown, che recentmente ha fatto un disco con il gruppo degli Shakedown. Non sapevo nulla di Kyle Swan, ma per curiosità sono andato a sentirmi il suo disco Gossamer e, sinceramente, non ho capito che genere di musica faccia:“strana” è il termine corretto?

(Robben glissa su Tyler Brown) Kyle è uno che rompe la regole, molto creativo, ricco di talento. Ama Mingus e Monk, che è il motivo per cui ci siamo trovati a collaborare insieme.

Sembrerebbe che le tue orecchie (come sempre) siano aperte a tutti i generi di musica e ti tieni anche aggiornato con i nuovi nomi in circolazione e quindi, come conseguenza vorrei chiederti se sei sempre un amante della musica, non solo un ascoltatore casuale, oltre che un facitore della stessa?

Sì amo sempre la musica. Non sono poi così aggiornato e ascolto ancora soprattutto un sacco di gente morta. Il musicista vivente che preferisco è Sonny Rollins.

Ovviamente nel disco appaiono molti altri eccellenti musicisti: Warren Haynes, Sonny Landreth, Keb’ Mo’, Robert Randolph e in passato, nel corso degli anni, hai collaborato praticamente con quasi tutti, nel campo musicale. L’arte della collaborazione sembra innata nel tuo modo di fare musica, è così?

Mi piace lavorare con altre persone. Lo farei ancora di più se ci fosse più creatività in circolazione. La gente mi sembra pigra, non si spingono abbastanza in là.

Come giovane musicista, secondo le tue biografie, sei stato influenzato principalmente dal blues e Michael Bloomfield sembra essere stato il primo chitarrista che ammiravi quando eri un ragazzino, è vero? Ma nel corso degli anni hai sviluppato un tipo di suono di chitarra che è solamente tuo. Quando ti ascolto suonare la prima cosa che mi viene in mente quasi automaticamente è “Wow, questo è Robben Ford”! Come nel passato era stato per Hendrix, Clapton, Peter Green (un mio pallino), Santana, nel Blues i tre Kings (BB., Albert and Freddie), e, in anni recenti,  Stevie Ray Vaughan, e molti altri che sono istantaneamente riconoscibili. Come hai ottenuto quel tipo di suono? Il tipo di chitarre, Gibson SG e Telecaster? Tante prove? Talento assoluto? Una combinazione di tutti questi elementi? E sei conscio del tipo di suono che crei?

Ascoltare soprattutto suonatori di sax tenore mi ha realmente aiutato a creare il mio particolare suono alla chitarra. E’ un buon consiglio, ad un certo punto, smettere di ascoltare chitarristi e andare a cercare la tua fonte di ispirazione da qualcosa d’altro.

Ma tornando al nuovo disco, mi sembra che questa volta il tuo obiettivo fosse di mescolare tutte le tue passioni musicali: blues, rock, jazz, persino musica pop, intesa nel suo senso più nobile, per creare un approccio più fresco alla musica, e in questo senso il disco è molto riuscito, uno dei tuoi migliori in assoluto?

L’ispirazione è imprevedibile, e tu vai dove la tua Musa ti porta. Si potrebbe dire che ci sono voluti anni per arrivare a questo disco e non assomiglia a nulla di ciò che ho realizzato in passato. Non ho mai fatto un disco migliore di questo. 

Ho provato a chiedergli chi erano i musicisti che hanno suonato nel disco, anche in relazione ad alcuni specifici brani ed alcuni commenti su Robert Randolph (da me definito una sorta di Hendrix della pedal steel) e gli altri ospiti presenti del disco, nonché una lista di chitarristi contemporanei (ma anche del passato) con cui ha collaborato nel corso degli anni, ma non solo quelli e la stringatissima risposta alle due domande, legata insieme, è la seguente.

Ho incontrato Robert (Randolph) al North Jazz Sea Festival. Per ciò che riguarda i chitarristi contemporanei che ammiro, certamente Mike Landau e Eric Johnson.

Ho provato anche a chiedergli un giudizio su alcuni cosiddetti “chitarristi” di culto, Link Wray, Lonnie Mack, Roy Buchanan, Danny Gatton e sulle sue collaborazioni musicali passate con grandi musicisti. La risposta è stata questa.

Mentre sul tipo di musica che ama suonare, mi ha risposto

Mi piacciono le buone canzoni, ed è il motivo per cui scrivo così tanto. Lo stile non è importante, la qualità sì.

Non avendo ancora in mano il disco ho provato a chiedere se il primo brano, Rose Of Sharon, uno di quelli dalla costruzione sonora “più strana” fosse frutto della collaborazione con Swan, ma la risposta è stata.

Rose Of Sharon non ha nulla a che fare con Kyle.

Ho ancora provato a chiedere se il suono decisamente rock del brano con Tyler Bryant, e anche quelli con Haynes e Landreth, segnalava uno spostamento verso un sound più rock e grintoso, e indovinate quale è stata la risposta?

Mentre risponde alla domanda sul sound fresco e favoloso, dal timbro soul e R&B, di  Days Of The Planets e Breath Of Me, con il suono della chitarra perfettamente evidenziato nel mixaggio, in modo quasi cristallino, il tipico “Robben Ford sound”, come viene ottenuto?

In Breath ho usato la mia Telecaster ’60, attraverso gli amplificatori Dumble in “impostazione Overdrive” (NDA Qualsiasi cosa voglia dire!), mentre in Planets ho utilizzato la Gibson Sg del ’64, che ormai uso da molti anni, sempre attraverso gli stessi amplificatori.

Appurato da questa risposta che era il “vero Robben” a rispondere alle mie domande, ho provato a buttargli lì la classica domanda sui cinque dischi da portare sull’Isola Deserta e qui si è animato un po’ nella risposta, sorprendendomi anche con la prima scelta.

New York Tendaberry- Laura Nyro; Live At The Village Vanguard- John Coltrane; Juju- Wayne Shorter; My Funny Valentine- Miles Davis; Sonny Rollins On Impulse!- Sonny Rollins.

Un bel grazie da R. per concludere e fine delle trasmissioni.

Bruno Conti

P.S. Attualmente Robben Ford è nel pieno del suo tour europeo, con 2 date anche in Italia:

14 maggio Roma
Auditorium Parco della Musica Sala Sinopoli

16 maggio Padova
GranTeatro Geox

Un Altro Supergruppo? Senza Parole! The Word – Soul Food

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The Word – Soul Food – Vanguard/Caroline/Universal

Quando nel 2001 i cinque componenti dei Word unirono per la prima volta le forze per formare un gruppo destinato ad incidere un disco nessuno probabilmente immaginava che 14 anni dopo ci sarebbe stato un seguito e neppure che i vari componenti della band sarebbero diventati più o meno famosi.

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Il disco in questione, quello qui sopra, copertina abbastanza anonima con la scritta The Word, univa i tre componenti dei North Mississippi Allstars, Luther e Cody Dickinson e il bassista Chris Chew, allora agli inizi del loro percorso artistico, avendo appena pubblicato i primi due dischi (forse il secondo non era ancora uscito), con il tastierista John Medeski del trio jazz-funky-rock-groove Medeski, Martin & Wood, che era quello interessato a lavorare con il giovane Robert Randolph, virtuoso della pedal steel guitar, allora sconosciuto ai più, avendo partecipato solo a un paio di brani (forse uno) della compilation Sacred Steel vol. 2 Live pubblicata dalla Arhoolie. Affascinato dal viruosismo di questo giovane musicista (che all’epoca faceva l’impiegato in uno studio di avvocati), Medeski voleva unire lo stile Sacred Steel, che era già una fusione di generi, tra gospel, funky, soul, un pizzico di country, blues naturalmente, con l’improvvisazione del jazz, l’energia del rock e gli schemi liberi delle jam band. Il tutto chiamando disco e gruppo The Word, “la parola”, per un album che era completamente strumentale. Il CD, all’epoca pubblicato dalla Atalantic, fu un buon successo, sia di di critica che di pubblico, lanciando la carriera di Robert Randolph, che oggi con i suoi Family Band raduna folle non dico oceaniche, ma comunque consistenti, partecipando a Festival vari (uno per tutti, il Crossroads Guitar Festival di Eric Clapton, che è un altro dei suoi tanti estimatori https://www.youtube.com/watch?v=hRCyTzXRJBw ) e dischi degli artisti più disparati (non ultimo proprio Heavy Blues di Bachman, recensito giusto ieri). Guadagnandosi lungo il cammino l’attributo di “Jimi Hendrix dalla pedal steel”, per il suo estremo virtuosismo e per la capacità di esplorare le capacità tecniche dello strumento, apportando anche molto migliorie tecniche che lo rendono in grado di creare spesso sonorità quasi impossibili da credere, allontandolo dal classico sound del country e dei gruppi country-rock, che pure hanno avuto i loro virtuosi, da Sneaky Pete Kleinow a Buddy Cage, passando per Rusty Young, Al Perkins, lo stesso Jerry Garcia, senza dimenticare il suono più mellifluo di gente come Santo & Johnny o gli “antenati” hawaiiani.

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Dimenticate tutto, perché nel caso di The Word possiamo parlare di una sorta di fusione tra il soul ricco di groove di Booker T. & The Mg’s, innervato dallo stile jam delle band southern, per non fare nomi gli Allman Brothers, l’improvvisazione jazz-rock già citata di Medeski, Martin & Wood e lo stile tra gospel, R&B e spiritual delle chiese episcopali degli Staples Singers. Il tutto ben esemplificato in questo Soul Food, registrato tra New York, e soprattutto ai leggendari Royal Studios di Memphis, dove il grande Willie Mitchell produceva i dischi di Al Green, Ann Peebles, Otis Clay e moltissimi altri, per la sua Hi Records (di recente anche Paul Rodgers ci ha inciso il suo disco dedicato al soul http://discoclub.myblog.it/2014/01/25/incontro-nobili-quel-memphis-paul-rodgers-the-royal-sessions/). Deep soul arricchito da mille sfumature di musica dal sud degli States. Naturalmente tutto nasce dal gusto per l’improvvisazione e da lunghe jam in assoluta libertà, che mentre nel primo album prendevano lo spunto soprattutto dai brani della tradizione gospel e religiosa, con un paio di pezzi scritti da Luther Dickinson, nel nuovo album sono firmati per la più parte dai componenti del gruppo, ma sono solo un canovaccio per permettere ai vari solisti, soprattutto a Robert Randolph, che è sempre il vero protagonista, di improvvisare in piena libertà.

robert randolph 1

Ed ecco quindi scorrere il puro Booker T Sound  in trasferta a New Orleans di New Word Order, dove la pedal steel di Randolph assume tonalità quasi da tastiera, una sorta di synth dal suono “umano” ed analogico, mentre l’organo di Medeski dà  pennellate di colore e la slide di Dickinson duetta da par suo con la chitarra del buon Robert  https://www.youtube.com/watch?v=4m_jSBbiplw . In Come By Here, le sonorità della pedal steel si fanno ancora più ardite, e il brano è anche cantato (una primizia, poi ripetuta nel CD), solo il titolo del pezzo reiterato più volte, con un effetto d’insieme quasi alla Neville Brothers, mentre Dickinson e Randolph lanciano strali quasi hendrixiani con le loro soliste infuocate su una base ritmica tipo Experience . https://www.youtube.com/watch?v=DZ5cJfePE8k  In When I See Blood, un bellissimo gospel soul, appare pure Ruthie Foster con la sua voce espressiva e partecipe, una variazione anche gradita sullo spirito strumentale dell’album, è sempre un piacere ascoltare una delle migliori cantanti dell’attuale scena musicale americana, e in questo caso l’organo di Medeski, molto tradizionale, assurge a co-protagonista del brano, con la solita folleggiante steel di Randolph. Anche Play All Day è un vorticoso funky-rock-blues con i tre solisti che danno sfogo a tutta la loro grinta, per passare poi a Soul Food 1 e Soul Food 2 due parti estratte da una lunga jam improvvisata nei Royal Studios di Memphis, dopo avere mangiato il cibo sopraffino preparato dalle figlie di Willie Mitchell, parte come un brano di Santo & Johnny e poi va nella stratosfera dell’improvvisazione.

You Brought The Sunshine è considerata una delle canzoni più famosi di Gospel nero (perché c’è anche quello bianco, come ricordano i fratelli Dickinson, ricercatori, come il babbo, della tradizione musicale americana), il brano delle Clark Sisters parte come un reggae, poi diventa un ibrido tra blues, rock e soul quasi alla Little Feat, con Medeski al piano e i due chitarristi sempre liberi di improvvisare. Early In The Moanin’ Time, gioca sul titolo di brani blues famosi e il termine Moanin’ appropriato per definire le sonorità della pedal steel guitar di Robert Randolph che con i suoi “gemiti” sembra veramente un Moog Synthesizer dei primi anni ’70, quelli più genuini e piacevoli delle origini del rock. Swamp Road ha quell’aria dei duetti organo/chitarra di Wes Montgomery e Jimmy Smith se fossero vissuti ai giorni nostri e l’organo di Medeski avesse dovuto misurarsi con due piccoli geni della chitarra rock, ma tiene botta alla grande. Chocolate Cowboy introduce anche l’elemento country, con tutti i musicisti che improvvisano a velocità supersoniche come se fossero in un gruppo bluegrass di virtuosi, mentre The Highest è un maestoso lento di puro sacred steel style, un inno quasi religioso di grande fascino, prima di tuffarci in Speaking In Tongues dove John Medeski sfoggia tutte le sue tastiere, piano elettrico, organo e synth e ci mostra la sua classe e bravura. La conclusione è affidata a Glory Glory, il famoso traditonal reso come un folk-blues acustico, con tanto di acoustic slide e con la brava Amy Helm che la canta in coppia con Randolph, e come verrebbe da dire, tutti i salmi finiscono in gloria. Alla fine, dopo averne spese tante, rimaniano senza parole per la bravura dei protagonisti, musica che è veramente cibo per l’anima di chi ascolta! Esce martedì prossimo.

Bruno Conti

 

Vecchie Glorie Canadesi, Con Amici! (Randy) Bachman – Heavy Blues

bachman heavy blues

Bachman – Heavy Blues – Linus/True North/Ird

Randy Bachman è uno dei musicisti “storici” più importanti del rock canadese: fondatore prima dei Guess Who (con Burton Cummings, che era il pianista e cantante della band) e poi dei Bachman-Turner Overdrive, BTO per tutti, due vere fabbriche di riff, e di successi, grazie alla penna prolifica del nostro. American Woman https://www.youtube.com/watch?v=gkqfpkTTy2w  e No Sugar Tonight per i primi, You Ain’t Seen Nothing Yet https://www.youtube.com/watch?v=7miRCLeFSJo  e Roll On Down The Highway per i secondi, non possono non dire nulla all’appassionato del rock classico e schietto, quello appunto costruito attorno ad un riff di chitarra. Le due band hanno avuto i loro picchi di popolarità negli anni ’70, ma poi di fatto sopravvivono a tutt’oggi, anche se le ultime prove discografiche di Bachman, con Cummings in Jukebox del 2007 e con Fred Turner, in un live del 2012, non possono essere definite memorabili. Anche questo Heavy Blues, volendo, non brilla per originalità, ma quanto meno lo spunto, l’idea che sta alle spalle del progetto, se non innovativa, è comunque intrigante. Tutto nasce da un colloquio con il suo vecchio amico Neil Young, che ha detto a Randy: “Ascolta un consiglio! Non fare la solita vecchia robaccia e chiamarla poi qualcosa di nuovo. Non suonare sempre le solite cose e poi dire che è un nuovo album. Fermati e pensa a un qualcosa senza paura, fiero, feroce, reinventati. Prendi un produttore esterno e fatti aiutare!” (notoriamente tutte cose che Young fa abitualmente!?!).

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Però Bachman lo ha stranamente preso in parola, prima si è cercato una nuova etichetta, l’indipendente True North, poi ha scelto un produttore che nell’ambito rock va per la maggiore, Kevin Shirley, e infine ha deciso di puntare su una nuova formazione per creare questo power rock trio: caso ha voluto che la scelta sia caduta su due donne, prima Dale Ann Brendon, la batterista, vista ad una esibizione della rock opera Tommy, insieme al produttore dello spettacolo, che non sapeva fosse una donna, e scoprendo che la signora aveva studiato a memoria tutte le parti di batteria originali di Keith Moon, con lei Bachman voleva fare un duo alla White Stripes o Black Keys. Dissuaso dai suoi nuovi discografici ha deciso di cercarsi un bassista, e la scelta è caduta su Anna Ruddick, che suonava in un gruppo canadese di country-rock chiamato Ladies Of The Canyon, ma che si è presentata all’audizione con una maglietta di John Enwistle. A questo punto con una sezione ritmica così, un produttore come Shirley ed una serie di amici chitarristi pronti ad offrire i loro servigi era quasi inevitabile che questo Heavy Blues risultasse un album fortemente influenzato dal classico rock-blues britannico degli anni ’70, il power trio di gente come Who, Cream, Led Zeppelin (l’altra passione di Randy dopo Presley e Beatles). Il nostro un riff sa come crearlo, e questo CD è un vero festival del riff: in un blind test potreste fare ascoltare il brano di apertura The Edge e spacciarlo per un brano degli Who, tale è la carica di Brendon e Ruddick che sembrano veramente delle novelle Moon ed Entwistle, in un brano che ha tutta l’energia degli Who più classici, anche se Bachman purtroppo non può competere con Daltrey, e la parte vocale è in effetti il punto debole di tutto il disco, ma quanto a chitarre ed energia ci siamo, l’inizio (e anche il resto) sembra Won’t Get Fooled Again, ma non sottilizziamo https://www.youtube.com/watch?v=xa_pOrgh47c .

Ton Of Bricks sembra Kashmir, o qualche altre pezzo dei Led Zeppelin, ma la cosa è voluta, quindi non scandalizziamoci, i musicisti si sono sempre copiati tra loro, basta dirlo https://www.youtube.com/watch?v=8hsIUDYG7E8 , Bachman duella gagliardamente con Scott Holiday, solista dei Rival Sons, grandi ammiratori degli Zeppelin. Bad Child  è un altro poderoso rock-blues, un duetto con Joe Bonamassa, per cui Randy ha speso delle belle parole. Little Girl Lost, il pezzo con Neil Young è un’altra costruzione ad alta densità rock e sembrano i BTO accompagnati dai Crazy Horse, chitarre a manetta e vai https://www.youtube.com/watch?v=clVbqpeViyg . Learn To Fly è uno dei rari brani veramente blues, con un giro alla Jimmy Reed, ma coniugato all’immancabile rock, anche se la parte cantata non è memorabile. Oh My Lord, con il maestro della sacred steel Robert Randolph in azione, vive sempre sul lavoro delle chitarre https://www.youtube.com/watch?v=vUMRjZF7qf0 ; in Confessin’ To The Devil Bachman e Shirley hanno costruito il brano partendo da un assolo di Jeff Healey tratto da un concerto alla Massey Hall di Toronto di parecchi anni fa, un ritmo alla Bo Diddley e il gioco è fatto https://www.youtube.com/watch?v=bgpER5MtTJA . Heavy Blues, il brano, con Peter Frampton, “casualmente” sembra un brano degli Humble Pie o dei Cream https://www.youtube.com/watch?v=xa_pOrgh47c , mentre Wild Texas Ride è un altro classico rifferama con accenti sudisti e Please Come To Paris, con il canadese Luke Doucet alla seconda solista, è l’omaggio inevitabile al grande Jimi https://www.youtube.com/watch?v=w20jcIyJf5M . We need to talk, posta in chiusura, è una discreta ballatona a tempo di valzer, ma spezza il ritmo serrato del resto del disco.

Bruno Conti

La Classe Non E’ Acqua, 2! Robben Ford – Into The Sun

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Robben Ford – Into The Sun – Mascot/Provogue 31-03-2015

Se vi chiedete il perché del 2 nel titolo, data per scontata la classe di Robben Ford, è semplicemente perché avevo già usato lo stesso titolo, un paio di anni fa, per la recensione di Memphis di Boz Scaggs (a proposito, a fine mese esce il nuovo album, A Fool To Care, che si annuncia eccellente, con Bonnie Raitt e Lucinda Williams). Ma veniamo all’anteprima di questo Into The Sun, anche lui in uscita il 31 marzo. Tra l’altro ho realizzato un’intervista con Robben, che dovreste leggere sul numero di aprile del Buscadero.

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Sinceramente ho perso il conto del numero dei dischi dell’artista californiano, ma credo che tra album a nome suo, con i fratelli e collaborazioni varie con altri musicisti e gruppi, gli album dove appare il nome di Robben Ford (non come ospite), superino abbondantemente le trentacinque unità. Quello che è certo è che gli ultimi tre sono usciti per la Mascot/Provogue, questo Into The Sun incluso, e secondo la critica, almeno nei due precedenti, si era segnalato un certo ritorno di Robben verso le sue radici più blues http://discoclub.myblog.it/2014/01/30/ecco-giorno-nashville-lo-scorso-anno-robben-ford-esce-il-4-febbraio/. A giudicare dai primi ascolti del nuovo album (effettuati in streaming parecchie settimane prima dell’uscita e senza molte informazioni a disposizione sui musicisti coinvolti, ospiti a parte) mi sembra che invece in questa occasione si sia optato per un tipo di suono più eclettico e variegato, magari a tratti un filo più leccato, che è da sempre la critica che gli fanno i suoi detrattori, grande tecnica e bravura infinita, ma un suono fin troppo algido e preciso a momenti. Ford, nella presentazione del disco, ha parlato di un disco solare (vedi titolo) e positivo, molto ritmato e diversificato negli stili usati, spingendosi a dichiarare che si tratta di uno dei suoi migliori in assoluto (ma avete mai sentito un artista dire, “sì in effetti l’album è bruttino, potevo fare meglio”?).

Undici brani in tutto, cinque dove appaiono ospiti molto diversi tra loro, quattro scritti in collaborazione con un certo Kyle Swan, musicista, vocalist e polistrumentista dall’approccio particolare, di cui fino a questo album ignoravo l’esistenza, diciamo un tipo “strano” https://www.youtube.com/watch?v=31FenhgSS3M . Comunque non mi sembra che l’influenza di Swan sia molto marcata, e in ogni caso per uno che ha suonato con Joni Mitchell e Miles Davis nulla di nuovo! L’ingegnere del suono al solito è Niko Bolas, collaboratore di lunga data di Robben Ford, che rende il tutto nitido e ben calibrato (ma sempre dall’intervista ho ricavato che il produttore è tale Kozmo Flow ?!?), per i musicisti che suonano azzardo la presenza della sua ultima sezione ritmica, Wes Little, il batterista e Brian Allen, il bassista, anche in A Day In Nashville e Jim Cox alle tastiere. Il risultato sonoro, come si diceva, è più eclettico del solito, Rose Of Sharon, tra acustico ed elettrico, ad occhio (e a orecchio) sembra una di queste collaborazioni con Swan, molto raffinata e ricercata, con lo spirito jazz-blues della chitarra di Ford che cerca di inserirsi in melodie più complesse (ma nell’intervista mi ha detto che Swan non c’entra nulla). Ma Day Of The Planets ha  questo annunciato sound molto solare ed immediato, tocchi soul, una ritmica esuberante e le tastiere che colorano il solito lavoro magistrale della solista di Robben, dal suono inconfondibile, più misurato rispetto ad altre occasioni. Howlin’ At The Moon, con la presenza di alcune voci femminili di supporto, ha un suono decisamente più rock-blues e carnale con la chitarra che fa sentire una presenza più decisa, ben supportata dall’eccellente lavoro di sezione ritmica e tastiere, oltre ad una ottima interpretazione vocale; molto piacevole anche l’incalzante Rainbow Cover, con le cristalline evoluzioni della solista di Robben inserite in una canzone di impronta decisamente pop-rock, ma di classe.

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La voce maschia di Keb’ Mo’ ben si accoppia con quella di Robben Ford, in un duetto gospel-blues, Justified https://www.youtube.com/watch?v=YisOj_37zUw , dove si apprezza anche la sacred steel del bravissimo Robert Randolph, il piano honky-tonk di Jim Cox, il tutto coronato da un classico assolo di Ford. ZZ Ward è una giovane cantante americana, di recente opening act anche per Eric Clapton, fautrice di un blues-rock leggero, forse più blue-eyed soul https://www.youtube.com/watch?v=4zzeoEjh_ig  che ben si sposa con le sonorità sempre raffinate della chitarra di Robben, che donano una magica aura sospesa e sognante a una notevole Breath Of Me, mentre per High Heels And Throwing Things, un duetto con Warren Haynes, il suono si fa decisamente più maschio e vibrante https://www.youtube.com/watch?v=89wEudH-AMQ , un funky-rock gagliardo dove la slide guizzante del musicista dei Gov’t Mule ben si sposa con la solista del titolare, in una continua alternanza di licks. Cause Of War è un altro bel pezzo, energico e dalla struttura decisamente rock-blues, con un torrido riff di chitarra e un sound tirato inconsueto per Ford, mentre la successiva e complessa So Long 4 You rimane in questo spirito chitarristico presentando un duetto con il maestro della slide Sonny Landreth, in gran spolvero. Ci avviciniamo alla conclusione, prima con una Same Train che anche grazie alla presenza di una armonica (non so chi la suona) alza la quota blues di un album che cresce con il passare dei brani anche grazie al solismo sempre diversificato di Ford, poi con Stone Cold In Heaven, che vede la presenza di Tyler Bryant, leader e solista degli Shakedown, uno dei nomi emergenti del nuovo rock americano http://discoclub.myblog.it/2013/01/19/una-curiosa-coincidenza-tyler-bryant-the-shakedown-wild-chil/ , che imbastisce un bel duetto a colpi di solista con Robben. Forse aveva ragione lui, in effetti sembra uno dei suoi migliori dischi di sempre.

Bruno Conti

 

“Piccoli Alligatori” Con Pettinature Afro! Selwyn Birchwood – Don’t Call No Ambulance

selwyn birchwood don't call no ambulance

Selvyn Birchwood – Don’t Call No Ambulance – Alligator

Dopo Jarekus Singleton http://discoclub.myblog.it/2014/05/10/dei-futuri-del-blues-elettrico-jarekus-singleton-refuse-to-lose/ un altro piccolo “Alligatore” scoperto da Bruce Iglauer, si chiama Selwyn Birchwood, babbo di Trinidad Tobago, mamma inglese, una capigliatura afro che, non so perché,  mi ricorda qualcuno! Anche lui un “giovane” di 29 anni, un album indipendente, FL Boy, uscito nel 2011 e ora questo Don’t Call No Ambulance, pubblicato dall’etichetta di Chicago; carriera perfettamente parallela con quella di Singleton, e sono anche parimenti bravi, ancorché diversi. Non so per quanto la Alligator riuscirà a presentare nuovi talenti con questa frequenza, ma finché dura approfittiamone. Vincitore nel 2013 dell’International Blues Challenge e dell’Albert King Guitarist Of The Year Award, che non so che rilevanza abbiamo, ma sulla carta suonano bene. messo sotto contratto da Iglauer, il nuovo disco è stato presentato come “una finestra sul futuro del Blues”, che mi ricorda tanto un’altra frase famosa coniata per il nostro amico Bruce. Nato nel 1985 a Orlando, Florida, la prima chitarra a 13, teenager nel periodo dell’hip-hop, del metal e del grunge, sulla strada di Damasco scopre Jimi Hendrix, e di conseguenza che quest’ultimo era stato a sua volta influenzato dal Blues. E qui è fatta: inizia ad ascoltare Albert King, Freddie King, Albert Collins, Muddy Waters e soprattutto Buddy Guy. E come in tutte le favole moderne Buddy Guy arriva a Orlando per fare un concerto e Birchwood si trova lì, in prima fila. Un amico gli indica un chitarrista che vive nei dintorni, il texano Sonny Rhodes, che diventa il suo mentore, una decina di anni, per finire scuole ed università e fare la giusta gavetta e siamo ai giorni nostri, il nome comincia a circolare e la sua reputazione lo precede, il disco ha tutti gli elementi al posto giusto per soddisfare gli amanti di tutti i tipi di blues

Bastano pochi secondi dall’intro devastante di chitarra di Addicted e sarete catturati dalla grinta e dalla tecnica di Selwyn, uniti ad una ferocia sonora che ricorda in effetti alcuni dei chitarristi ricordati sopra nel loro mode più elettrico, Collins, Guy, i due King, aggiungete una voce “vissuta”, ben al di là dei suoi 29 anni, e la capacità di prodursi in proprio con ottimi risultati anche a livello sonoro non guasta. La sua band lo asseconda alla grande: la solida sezione ritmica di Donald “Huff” Wright, bassista dal sound straripante e Curtis Natall, che sa alternare groove raffinati e violente scariche di energia rock e blues, che aggiunti al sassofonista Regi Oliver regalano un suono quanto mai vario e poderoso. Don’’t Call No Ambulance è una sventagliata di boogie, a metà tra Hound Dog Taylor e il Thorogood più letale, con chitarra e sax che si sfidano a colpi di riff e di soli – Walking In The Lion’s Den è l’unica oasi di tranquillità nell’album, Oliver prima al flauto e poi al sax, per una atmosfera molto waitsiana, ricercata e notturna.

Ulteriore cambio di tempo per The River Turner Red, un blues misto a rock e R&B, con fiati e la slide aggiunta di Joe Louis Walker, ospite per l’occasione, che fa numeri di grande virtuosismo, Love Me Again è una sorta di soul ballad di grande fascino, cantata con passione da Selwyn Birchwood, voce espressiva e grande fascino, la chitarra qui è molto raffinata, tutta giocata sul tocco e sui toni. Tell Me Why con il nostro amico che opera alla lap steel è forse un esempio di come Hendrix si sarebbe comportato se si fosse cimentato con lo strumento, raffiche di note sparate dalla sua chitarra con una tecnica che ti lascia stupefatto per i suoni che riesce a creare, tipo quelli del Robert Randolph più intricato o di Jeff Healey quando lasciava correre le mani. Ancora lap steel, ma applicata al blues più classico, per una Overworked and Underpaid dove fa capolino l’armonica di RJ Harman e il suono si fa più raccolto, quasi acustico-

She Loves Me Not è semplicemente una bella canzone di stampo soul, cantata anche con un leggero falsetto da Selwyn, bella melodia e bel assolo di sax di Oliver. Ci rituffiamo nel blues più torrido con una splendida Brown Paper Bag, sono quasi dieci minuti di slow blues, l’organo di Dash Dixon che sottolinea le evoluzioni chitarristiche di un Birchwood maestoso, con la solista che sale e scende di tono, rilancia le note e le atmosfere con una padronanza dello strumento stupefacente, del tutto degna dei grandi axemen del passato, bianchi e nero che fossero. Queen Of Hearts è un funky travolgente, tra gli Headhunters di Herbie Hancock, la Band Of Gypsys hendrixiana e il James Brown o il George Clinton più “liberi”, basso slappato, chitarra ritmica con wah-wah, sax jazzato il “solito” assolo assatanato di Selwyn. Falling From The Sky forse l’unico brano non memorabile di questa raccolta, ma onesto e di buona qualità, prima della chiusura frenetica con una Voodoo Stew che viaggia nuovamente a tempo di boogie, con il fantasma del miglior Hound Dog Taylor a due passi mentre controlla la lap steel che sembra tanto una slide, nelle sue poderose evoluzioni solistiche, grandissima tecnica e feeling notevole. Lo aspettiamo al prossimo album, ma già ora la classe e la stoffa non mancano, consigliato vivamente.

Bruno Conti

Un Altro Alvin Lee, Con Fratelli! Lee Boys – Testify

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Lee Boys – Testify – Evil Teen Records 

Certo che non si finisce mai di imparare. Ero convinto che Alvin Lee fosse un bianco e chitarrista dei Ten Years After. Ora crollano le mie certezze: pare che sia un nero, anche di quelli tosti come dimensioni, con due fratelli al seguito e tre nipoti che suonano nella sua band, i Lee Boys. Che non sia la stessa persona? Facezie a parte, questi Lee Boys, che provengono da Miami, Florida, fanno parte di quel movimento musicale che viene definito Sacred Steel Music, per intenderci quello da cui proviene anche Robert Randolph: si tratta di quei gruppi che si ispirano alla musica religiosa, gospel e spiritual, ma lo fanno utilizzando l’accompagnamento di una pedal steel anziché il classico organo delle congregazioni religiose. Ma, come la band di Randolph, anche questi Lee Boys inseriscono nella loro musica elementi di soul, blues, R&B, funky, country, perfino jam band style. E infatti, non casualmente, questo Testify, che è il loro terzo album, esce per la Evil Teen Records, l’etichetta di Warren Haynes, che appare pure in due brani del CD, sia come cantante che come chitarrista. Non è l’unico ospite, anche Matt Grondin, chitarrista e cantante dell’area di New Orleans, nonché figlio del batterista dei 38 Special, è della partita, come produttore e musicista aggiunto e tra gli altri, in due brani, sempre come chitarra solista, è coinvolto l’ottimo Jimmy Herring.

Ovviamente con tutta questa parata di musicisti “sudisti” anche il southern rock è tra gli elementi fondanti della musica di questo disco, vista la presenza spesso di tre o più chitarristi nello stesso brano. Ma non si possono dimenticare le armonie vocali e le voci soliste degli altri fratelli Lee, Derrick & Keith, insieme al nipote Alvin Cordy Jr, che è anche il bassista della band, che garantiscono questa aura gospel-soul-rock, con la costante della pedal steel di Roosevelt Collier,il virtuoso del gruppo, per un suono d’insieme che potrebbe ricordare anche i Neville Brothers, con l’uso di molti cantanti: l’iniziale Smile, è un ottimo esempio di questo sound. Going To Glory, dal ritmo galoppante del gospel, ma sempre fuso con una ritmica rock, è assolutamente coinvolgente, con le chitarre che viaggiano alla grande e in I’m Not Tired quando si aggiunge anche Warren Haynes, come seconda voce solista e chitarrista aggiunto, non so se sia suo un poderoso assolo di wah-wah, ma sembra di ascoltare gli Allman o la Marshall Tucker in tutta la loro gloria, e con una sezione fiati pepata per sovrappiù, per non parlare della steel che viaggia sempre a mille. So Much To Live For parte con un riff alla Doobie Brothers, periodo circa China Grove e poi diventa un funky-rock degno dei primi Chicago o dei Blood, Sweat & Tears, ancora con i fiati in spolvero e tutto quell’incrocio di voci assolutamente coinvolgente ed euforico e dal wah-wah ricorrente non dovrebbe essere Haynes il solista neppure nella precedente, ma uno dei Lee Boys.

Always By My Side è uno dei brani che vede la presenza di Jimmy Herring come solista aggiunto, con il suo bel timbro grintoso, come pure la successiva Testify, sempre in un furioso incrociarsi super funky di chitarre e voci. In tutti i brani non trascurabile la presenza delle tastiere di Matt Slocum, che aggiungono ulteriore spessore alla complessità degli arrangiamenti, con un bel suono corposo che si apprezza con piacere. Anche quando la barra del suono vira verso atmosfere più vicine al R&B, come nell’ottima Sinnerman, il gruppo non perde l’attenzione dell’ascoltatore con continui interscambi vocali e la sacred steel sempre in azione (Alvin Cordy Jr. non sarà Robert Randolph, ma gli manca veramente poco). Per Wade In The Water si aggiunge una notevole voce femminile come quella di Gya Wire che aumenta la già cospicua quota gospel delle procedure. Praise You, reintroduce i fiati e la chitarra di Warren Haynes per una ulteriore lode al Signore a tempo di funky-rock, mentre in Feel The Music lasciano sfogare anche il produttore Matt Grondin che ci regala un bel solo di chitarra, molto lirico, in alternativa alla solita steel indemoniata (oh, non so se visto l’argomento, si può dire!). Si conclude in gloria (scusate, mi è scappato di nuovo) con lo slow di We Need To Hear From You, che conferma una seconda parte dell’album meno brillante dell’inizio scoppiettante, ma sempre ricca di musica di buona qualità e con coda finale della pedal steel, esultante e trascinante, che riabilita il pezzo finale.

Bruno Conti

Purtroppo No… Robbie Robertson – How To Become Clairvoyant

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Robbie Robertson – How To Become Clairvoyant – Fontana/Universal – 2CD Deluxe with 6 bonus tracks

Nel titolo del Post mi rispondo e gli rispondo: nell’anticipazione dell’album di qualche mese fa su questo Blog concludevo con “speriamo bene” e in parte è più no che sì, così pure come sono costretto a dirgli che no, il nostro amico Robbie Robertson non è riuscito a diventare “Chiaroveggente”, come da titolo dell’album.

Espletate queste formalità aggiungo che l’album non è comunque per niente brutto anche se effettivamente non è straordinario e non c’entra niente quella leggenda metropolitana del “troppo lungo”, se avesse qualche brano in meno sarebbe perfetto! Ma che cacchio vuol dire, se un dischetto, un CD può durare fino ad 80 minuti e tu hai scritto parecchio materiale non ci vedo niente di male a sfruttare la durata del supporto, le canzoni belle rimangono belle anche se togli quelle cosiddette brutte e le altre non deturpano la qualità delle migliori. Vogliamo considerarlo un regalo? Ho scritto dieci canzoni nuove molto belle, poi avevo anche queste altre? Non ve le faccio pagare di più, al limite se non vi piacciono usate il tasto skip e le saltate! Volete considerarlo un album “bello” con in omaggio un CD bonus di brani meno belli? Comunque li consideriate secondo me il fattore della durata non c’entra un tubazzo con la qualità di un disco a meno che non sia un doppio, un triplo, un quadruplo e te lo fanno pagare una barca di soldi, allora ti girano le balle. Per i vecchi dischi in vinile era diverso, era difficile superare anche per motivi tecnici e qualitativi i 40 minuti quindi i 10 canonici brani erano spesso, ma non sempre, la regola e se “sprecavi” tempo e spazio il risultato finale ne risentiva.  Fine della divagazione.

Comunque, se proprio vogliamo, se ci fosse qualche canzone in meno sarebbe meglio, ma nel senso che se alcune fossero più belle saremmo tutti più contenti. Qui lo dico e qui lo nego, ma Robbie Robertson ha fatto quattro album da solista e se li metti insieme tutti fai fatica a farne “un” album buono. Anche quelli con gli indiani nativi non mi hanno mai fatto impazzire nonostante la moda del momento e gli altri anche con tutti gli ospiti schierati non erano questi grandi capolavori. E questo lo dice uno che considera Robbie Robertson, leader della Band, chitarrista e compositore, uno dei più grandi autori di canzoni della storia della musica rock americana: uno che ha scritto The Weight, The Night They Drove Old Dixie Down, Up On Cripple Creek, To Kingdom Come, Rag mama Rag, The Unfaithful Servant e decine di altre è lì alla pari con Bob Dylan come narratore della grande tradizione musicale americana, uno scrittore di canzoni dal talento immenso capace in pochi minuti di raccontare delle storie che ad altri avrebbero richiesto libri interi. Ma, c’è un ma: Robertson ha avuto la fortuna di incontrare musicisti come Levon Helm, Rick Danko, Richard Manuel e Garth Hudson ovvero la Band che sono stati capaci interpretare questi brani in un modo sublime. Perchè, come avrete notato, nella lista dei suoi mestieri” non c’è la voce cantante!

Anche il suo grande amico Eric Clapton all’inizio non era un cantante ma con applicazione e studio lo è diventato mentre la voce di Robertson rimane questo strumento indefinito, adeguato nei momenti migliori ma spesso insipido. Certo la chitarra e la composizione hanno coperto questo difetto per anni ma ora che si incaponisce a voler cantare nei suoi album da solista non sempre i risultati sono all’altezza. Certo che quattro album in più di trent’anni non costituiscono questo grande sforzo e più di tredici anni dall’ultimo Contact From The Underworld Of redboy (bruttarello, vogliamo dirlo). L’attesa era notevole ma già alcuni indizi non mi avevano proprio entusiasmato: la scelta del co-produttore, tale Marius De Vries che tra i suoi clienti può vantare Sugarcubes, Cathy Dennis, Soup dragons, Melanie C, Darren Hayes, Sugababes, Madonna e recentemente Pet Shop Boys oltre ad un passato di tastierista con i Blow Monkeys, non sembra indicare uno spirito affine con Robbie Robertson e in alcuni brani questo “modernismo” fa un po’ a pugni con la musica del canadese.

Tra i fattori positivi c’è la chitarra (non sempre) ma comunque: tanta e tanti chitarristi, oltre a Robertson stesso, Eric Clapton in sette brani, Tom Morello e Robert Randolph, non sempre al meglio delle loro capacità ma che aggiungono tessiture sonore inconsuete ai brani. Pino Palladino al basso e Ian Thomas alla batteria sono una sezione ritmica di rispetto anche se spesso sono “coperti” dalle sonorità sintetiche di De Vries. Moltissimi vocalist aggiunti tra cui spiccano le voci di Angela McCluskey e Rocco De Luca. E, purtroppo, anche tante tastiere elettroniche a cura degli stessi Robertson e De Vries, con l’organo di Stevie Winwood che di tanto di tanto dona un tocco di umanità alle canzoni.

Per finire, le canzoni: parliamo di quelle belle o di tutte? Facciamo un misto: l’iniziale Straight Down The Line con le particolari sonorità della pedal steel di Robert Randolph e della solista di Morello è un inizio più che accettabile.

La successiva When The Night Was Young è proprio bella, un classico brano di Robbie Robertson che la canta anche bene favorito dal controcanto della McCluskey, d’altronde la classe non è acqua. He Don’t Live Here Anymore non è fantastica con quella batteria dal suono filtrato e ritmi elettronici ma viene riabilitata in parte, dal testo e dagli assoli delle chitarre di Clapton e Robertson (ma dal vivo da Letterman con i Dawes è decisamente bella).

The Right Mistake, vagamente modern soul non è male, una trama melodica ancora abbellita dagli interventi vocali dei coristi e dall’organo di Winwood, può andare. This Is Where I Get Off è una delle migliori, forse perché racconta il suo glorioso passato con quella Band, lenta e avvolgente cantata da Danko, Manuel o Levon Helm sarebbe stata fantastica ma anche nella versione Robertson rimane una bella canzone.

Anche la successiva Fear Of Falling è una bella canzone, vagamente bluesata, cantata a due voci da Eric Clapton, che apre e Robbie Robertson che lo segue con diligenza, non male l’organo di Winwood che scalda i cuori. Buona anche She’s Not Mine che conclude la trilogia delle partecipazioni di Winwood che non a caso coincide con alcuni dei brani migliori del disco.

Madame X è lo strumentale che vede la partecipazione alle “tessiture” di Trent Reznor ma sarà la chitarra acustica di Clapton, saranno i ritmi tranquilli ma mi ha ricordato molto i brani di Santo & Johnny o del Guardiano del faro. Axman con le chitarre di Morello e Robertson a duellare mi pare bruttarella, ciofega si può dire? Torna l’acustica di Clapton per Won’t Be Back ma non è che lo cose migliorino poi molto nonostante la presenza dei fiati, un discreto lentone.

La title-track How To Become Clairvoyant ancora con Robert Randolph dovrebbe essere il brano trainante, il singolo ed in effetti è piacevole ed orecchiabile senza essere “streordinaria”.

Conclude lo strumentale Tango For Django, un omaggio al grande chitarrista belga, con fisarmonica, violino e una sezione archi, piacevole ma niente di memorabile come gran parte dell’album che ha le sue “luci” ma anche molte ombre.

Le sei bonus tracks sono cinque versioni demo di brani già presenti nel disco che quasi mi fanno rimpiangere la produzione di De Vries e un inedito Houdini che avrebbe fatto la sua bella figura nell’album, meglio di molti altri brani. Comunque ve lo fanno pagare come un singolo quindi vale le pena comunque di avere la versione doppia (e all’inizio solo quella troverete).

Fate Vobis, applico il mio infallibile sistema Ponzio Pilato e me ne lavo le mani, anche se il mio parere (appunto “Veltronamente anche se”) l’ho dato.

Bruno Conti

Speriamo Bene! Robbie Robertson – How To Become Clairvoyant

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Robbie Robertson – How To Become Clairvoyant – 429 Records 05-04-2011

Torna il leader della Band con un nuovo album, da queste anticipazioni sembra interessante, teniamo le dita incrociate!

Questo è il brano che si può sentire nel sito della casa discografica http://www.429records.com/sites/429records/pressclips/robbie/

E questa è la tracklist dei brani:

1. Straight Down The Line
2. When The Night Was Young
3. He Don’t Live Here No More
4. The Right Mistake
5. This Is Where I Get Off
6. Fear Of Falling
7. She’s Not Mine
8. Madame X
9. Axman
10. Won’t Be Back
11. How To Become Clairvoyant
12. Tango For Django

Anche se, per essere onesti, i suoi album solisti non mi hanno mai fatto impazzire (ma quelli della Band sì!).

Bruno Conti