Provenienza Dubbia, Ma Buona Qualità E Tanti Ospiti Per L’Album Della Figlia Di B.B. Shirley King – Blues For A King

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Shirley King – Blues For A King – Cleopatra Blues

Presentato da alcuni come l’esordio discografico di Shirley King, l’album ha creato interesse perché stiamo parlando di colei che è stata definita “Daughter of the blues”, in qualità di figlia del grande B.B. King. In effetti la nostra amica non è più una giovinetta, quest’anno ad ottobre compirà 71 anni, e la sua carriera musicale consta solo di un paio di episodi tra fine anni ‘80 e negli anni ‘90 (quindi questo CD non è l’esordio), poi diverse comparsate sia come ospite di artisti più o meno celebri, che del babbo negli ultimi di carriera di quest’ultimo. Nata a West Memphis, Arkansas, lungo le rive del Mississippi, Shirley non è mai stata una stretta praticante del blues, in gioventù più orientata verso gospel, soul, perfino country & western, ma poi già dal 1969 aveva fatto la sua scelta di vita, diventando una ballerina, attività che ha svolto per una ventina di anni, dice lei anche con successo, e con buoni riscontri economici, senza dover essere vista per forza come la “figlia di B.B. King”. Vivendo a Chicago a lungo è venuta in contatto anche con la scena locale, ed ha avuto pure una relazione di 5 anni con Al Green (ma non era Reverendo?).

Poi dal 1989 ha cercato, come detto, la strada del blues, cantando soprattutto grandi classici, senza tralasciare ovviamente i brani del padre, presenti in quantità. Il successo diciamo che non l’ha mai sfiorata, un’onesta carriera ma nulla più: poi arrivano i nostri amici della Cleopatra che le propongono un contratto discografico, per un album che viene realizzato seguendo le metodologie della etichetta di Chicago. Ovvero, repertorio, ospiti e sistemi di registrazione li scelgono loro. Poi piazzano Shirley in studio con le cuffie, senza incontrare ospiti e musicisti, e spesso, come ha ricordato lei stessa in alcune interviste, senza neppure conoscere bene le canzoni che doveva interpretare. Ma alla fine, per una volta (o forse due), devo dire che all’ascolto questo Blues For A King funziona, si ascolta con piacere, ci sono alti e bassi ed evidenti disparate fonti del materiale: per esempio in Hoodoo Man Blues, un grande classico delle 12 battute, oltre a Joe Louis Walker alla solista, appare all’armonica colui che ha portato al successo il brano, quel Junior Wells che però è scomparso nel 1998, comunque la voce di Shirley King è ancora potente e vibrante e il suono vigoroso.

Altrove, come nell’iniziale All Of My Lovin’, un brano dal repertorio della Motown, sempre con Walker alla chitarra, la voce di Shirley pare più roca e vissuta, come ribadisce la successiva eccellente cover del brano dei Traffic Feelin’ Alright, con Duke Robillard alla solista, guizzante ed inventiva https://www.youtube.com/watch?v=DNaJhEwkKk0 . Chitarristi che si susseguono brano dopo brano, per esempio nel classico Chicago Blues I Did You Wrong troviamo Elvin Bishop, anche se il suono della base sembra quello di una registrazione di decine di anni fa, scherzi dell’immaginazione o ripescaggio da archivi datati? Per That’s All Right Mama, il classico di Arthur Crudup e di Elvis, si materializza Pat Travers, gagliardo nel suo assolo, però forse un po’ troppo sopra le righe; Can’t Find My Way Home, a conferma della scelta eclettica del repertorio e delle sonorità, è proprio il classico dei Blind Faith con Martin Barre dei Jethro Tull alla solista, versione decisamente rock, ma ben realizzata e con la King che si adatta al suono più “moderno”.

Johnny Porter è un vecchio brano minore dei Temptations, e prevede un duetto con un altro bluesman “attempato” come Arthur Adams, discepolo di babbo Riley, ma alla fine i due se la cavano egregiamente, anche se gli archi sintetici non quagliano molto con il resto. Feeling Good, con sezione fiati e archi aggiunti, è un brano che hanno cantato in tanti, da Nina Simone a Michael Bublé, la nostra amica ci mette impeto e passione, alla solista viene accreditato Robben Ford e lascia il suo segno, Give It All Up francamente non so da dove provenga, ma è un gioioso errebì molto piacevole, con Kirk Fletcher alla chitarra. Il traditional Gallows Pole con Harvey Mandel alla solista in modalità wah-wah, sembra quasi un brano psych-rock e rimandi ala versione dei Led Zeppelin https://www.youtube.com/watch?v=NTYWZOVEUXE , e in conclusione troviamo una buona cover del super classico di Etta James At Last, con archi a profusione e ci sta, la King la canta con grande trasporto e Steve Cropper ci mette il suo tocco discreto. Non un capolavoro ma tutto sommato un album onesto.

Bruno Conti

Un Altro “Giovanotto” Pubblica Uno Dei Suoi Migliori Album Di Sempre! Dion – Blues With Friends

dion blues with friends

Dion – Blues With Friends – Keeping The Blues Alive CD

Dion DiMucci, conosciuto semplicemente come Dion, fra un mese compierà 81 anni, di cui più di sessanta di carriera musicale: a dirlo uno non ci crede, in quanto il cantante originario del Bronx non dimostra assolutamente le sue primavere e soprattutto non le dimostra la sua voce, che è ancora incredibilmente limpida e giovanile. Dagli esordi negli anni cinquanta a capo dei Belmonts in poi, Dion ha sempre proposto un’ottima miscela di rock’n’roll, doo-wop, pop (il suo famoso album del 1975 Born To Be With You è stata una delle ultime produzioni di Phil Spector) e gospel, fino al ritorno al rock nel 1989 con lo splendido Yo Frankie. Nel nuovo millennio il nostro si è decisamente avvicinato al blues, con una trilogia di album di buona fattura pubblicati tra il 2006 ed il 2011 “interrotti” nel 2016 dal più variegato New York Is My Home https://discoclub.myblog.it/2016/02/18/vecchie-glorie-alla-riscossa-dion-new-york-is-my-homejack-scott-way-to-survive/ . Quest’anno Dion ha deciso di tornare di nuovo al blues, ma questa volta ha alzato il tiro a livelli inimmaginabili, confezionando un disco davvero magnifico, con una serie di ospiti da capogiro ed una produzione nettamente migliore rispetto agli ultimi lavori.

Blues With Friends è quindi una sorta di capolavoro della terza età per Dion, un album strepitoso in cui il nostro si cimenta ancora con la musica del diavolo (ma non solo, c’è anche qualche brano non blues) e lo fa con un parterre de roi incredibile, una serie di musicisti che non appaiono tutti i giorni su un disco solo, e che vedremo tra poco canzone dopo canzone. Ma il protagonista del disco è senza dubbio Dion, con la sua voce ancora splendida e la sua attitudine da bluesman sempre più sicura: se devo essere sincero, quando nel 2006 era uscito Bronx In Blue avevo storto un po’ il naso dato che non ritenevo Dion adatto al blues (ma il disco si era rivelato ben fatto), però negli anni il rocker newyorkese mi ha smentito acquistando sempre più credibilità come bluesman. E non è tutto: in Blues With Friends non ci sono cover di classici del blues, ma tutti i brani sono usciti dalla penna del nostro, alcuni nuovi, altri rifatti, altri ancora tirati fuori da un cassetto (e per il 98% scritti insieme a tale Mike Aquilina). Pare che lo stimolo iniziale per il progetto lo abbia dato Joe Bonamassa (ed infatti il CD esce per la Keeping The Blues Alive Records, etichetta di sua proprietà), ma gli altri grandi della chitarra non hanno tardato a rispondere presente, a parte qualche inevitabile assenza (dov’è Clapton?): e attenzione, questo non è un disco di duetti vocali (ce ne sono solo due su 14 brani totali), ma un album di chitarre al 100%.

La house band, se così si può dire, è formata dallo stesso Dion alla chitarra ritmica e da Wayne Hood (che produce anche il lavoro con Mr. DiMucci, una produzione solida ed asciutta) alla seconda chitarra, basso, tastiere e batteria; dulcis in fundo, Dion stesso accompagna nel libretto ogni canzone con interessanti aneddoti, e la prefazione è stata scritta nientemeno che da Bob Dylan, che ha gratificato il nostro con parole molto sentite e toccanti. L’iniziale Blues Comin’ On vede proprio Bonamassa protagonista, un boogie poderoso dal suono limpido e forte e dominato dalla voce scintillante del leader, con “JoBo” che arrota da par suo piazzando un paio di assoli torcibudella: miglior avvio non poteva esserci. Kickin’ Child era già stata incisa da Dion nei sixties con la produzione di Tom Wilson (era anche il titolo del suo “lost album” uscito nel 2017), ma qui viene rifatta con uno stile rock-blues pimpante ed allegro che ricorda un po’ B.B. King, accompagnato dalla chitarra “swamp” di Joe Menza (un commerciante in chitarre vintage che si cimenta anche con lo strumento); la sei corde piena di swing di Brian Setzer contribuisce fin dalle prime note alla riuscita della bella Uptown Number 7, altro coinvolgente boogie dal ritmo vigoroso con Dion che gorgheggia con la solita naturalezza ed il biondo Brian che lo segue senza perdere un colpo.

Il tintocrinito Jeff Beck è uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi (sicuramente da Top Ten, per qualcuno anche da Top Five) e qui è alle prese con Can’t Start Over Again che è uno slow più country che blues e forse un tantino sdolcinato (e poi quel synth che scimmiotta la sezione d’archi…), ma Jeff accarezza comunque il brano con classe e misura, mentre con My Baby Loves To Boogie torniamo in territori più consoni con un pezzo tutto ritmo e feeling, un jump blues classico nel quale le chitarre soliste sono di Dion e Hood in quanto l’ospite, John Hammond, per l’occasione suona (bene) l’armonica. Forse I Got Nothin’ potrebbe essere considerato un blues abbastanza canonico, ma se poi ci piazzi il grande Joe Louis Walker alla solista e soprattutto Van Morrison alla voce (in duetto con Dion), ti ritrovi con uno dei pezzi migliori del CD, da ascoltare in religioso silenzio; i fratelli Jimmy e Jerry Vivino, rispettivamente alla chitarra e sax, donano spessore, calore ed un tocco di raffinato jazz a Stumbling Blues, mentre Billy Gibbons non ha mezze misure dato che la chitarra se la mangia a colazione, e con la solidissima e cadenzata Bam Bang Boom porta un po’ di Texas nel Bronx. Se Gibbons è un macigno, Sonny Landreth è un fine tessitore di melodie con la sua splendida slide, ma sa dare potenza quando è necessario come accade con I Got The Cure (dove spuntano anche i fiati), fornendo una prestazione strepitosa, ricca di classe e grondante feeling, per uno degli highlights del CD.

Con Song For Sam Cooke (Here In America) Dion mette un attimo da parte il blues per un toccante omaggio al grande soul singer citato nel titolo (i due si conoscevano bene), una splendida ed evocativa ballata di stampo folk impreziosita dal violino di Carl Schmid e soprattutto dalla voce di Paul Simon, che fornisce il secondo duetto del disco. La giovane promessa del blues Samantha Fish si destreggia con brio ed energia nella saltellante e godibile What If I Told You (performance eccellente), e non sono da meno ancora John Hammond (slide) e la brava Rory Block (chitarra, basso e controcanto) nel notevole country-blues elettroacustico Told You Once In August, un pezzo degno di Mississippi John Hurt. Finale all’insegna della E Street Band prima con la roboante e coinvolgente Way Down (I Won’t Cry No More), dove la chitarra solista è di Little Steven che tira fuori un assolo molto sanguigno, e poi con il Boss e signora, quindi Bruce Springsteen (chitarra solista, ma non voce) e Patti Scialfa (armonie vocali) che accompagnano Dion nella bellissima e ricca di pathos (ma non blues) Hymn To Him, remake di un brano già inciso dal nostro nel 1987 e finale perfetto per un disco favoloso.

Credo che dal prossimo album Dion dovrà rivolgersi ad un genere musicale diverso, dato che per quanto riguarda le dodici battute a mio parere ha raggiunto l’apice con questo imperdibile Blues With Friends: disco blues dell’anno?

Marco Verdi

Un Irruente Fulmine Di Guerra Della Chitarra, Anche Troppo! Tyler Morris – Living In The Shadows

tyler morris living in the shadows

Tyler Morris – Living In The Shadows – VizzTone Label Group

Sono passati circa due anni dal precedente Next In Line, attribuito alla Tyler Morris Band e prodotto da Paul Nelson, che era comunque il terzo album del musicista di Boston https://discoclub.myblog.it/2018/04/10/avanti-il-prossimo-chitarrista-tyler-morris-band-next-in-line/ : nella copertina del nuovo album sembra un po’ meno giovane, mantenendo comunque un che di fanciullesco nelle fattezze. La sua etichetta, sempre la VizzTone, gli ha affiancato un nuovo produttore, il grande Mike Zito, specializzato nel trattare con talenti vecchi e nuovi del blues e dei dintorni più vicini al rock, tra gli ospiti, accanto a Joe Louis Walker, che appariva anche nell’album precedente, oltre a Zito, troviamo anche un altro acclamato specialista della chitarra come Ronnie Earl, e la vocalist Amanda Fish (sorella maggiore della più nota Samantha).

Come al solito, a maggior ragione in questi tempi di virus e pandemie, recensendo l’album in netto anticipo e non avendo quindi molte informazioni, neanche quella se verrà mantenuta la data di uscita (confermata in questi giorni), vado un po’ a occhio, anzi a orecchio, regolandomi solo con quello che ascolto, sempre una buona pratica comunque da applicare e quindi vado a descrivervi ciò che sto ascoltando, che mi sembra valido. Il giovane Tyler è rimasto un irruento fulmine di guerra della chitarra, anche se la produzione di Zito cerca di mettere in luce anche altri aspetti della musica: rispetto al precedente album Morris ha accantonato una buona abitudine che avevo sottolineato con favore, ovvero ha deciso di essere lui la voce solista nella quasi totalità delle canzoni, uhm, mah! Il suono è sempre “duretto” anziché no, la chitarra viaggia al solito che è un piacere, la sezione ritmica ci dà dentro, un organo, Lewis Stephens, agisce sullo sfondo e il risultato in Movin’ On è classico rock-blues di buona fattura, dal repertorio di Gary Moore, altro musicista di riferimento per il giovane Tyler https://www.youtube.com/watch?v=SxRo-o2ml2k Everybody Wants To Go To Heaven è un robusto slow blues, dal repertorio di Albert King, la solista è fluida e con un tocco più raffinato, Zito si occupa della seconda chitarra e l’insieme è godibile, anche se la voce mi sembra appena adeguata.

Polk Salad Annie è il classico swamp rock di Tony Joe White, Mike Zito e Joe Louis Walker sono della partita e qui si comincia a ragionare, un vocione potente e rabbioso, una slide che taglia il brano in due, un groove gagliardo; la title track, di nuovo tirata e “cattiva”, con le chitarre che imperversano su un bel giro di basso, suonato da Terry Dry, quasi alla Free, e un tempo scandito con grande energia, non è per niente male, ma la voce, per fortuna poco presente, continua a non piacermi troppo https://www.youtube.com/watch?v=tcfG8DRWtyg . Altra hard ballad è Temptation, diciamo che si scorge l’impeto e il vigore del primo Jeff Healey, ma la classe è un’altra, però gli amanti delle sonorità diciamo robuste apprezzeranno. Amanda Fish, ottima cantante, chitarrista e multistrumentista, rende il favore a Morris (che era apparso come ospite in Free, il secondo album della cantante di Kansas City per la VizzTone) canta in Better Than You, un altro roboante brano rock a tutto riff vagamente stonesiano, dove non si prendono ostaggi e la Fish sembra una novella Beth Hart o Dana Fuchs prima maniera, mentre le chitarre ruggiscono e c’è persino un pianino sullo sfondo.

Why Is Love So Blue va di boogie duro alla ZZ Top, sempre con chitarre arrotatissime, con il nostro che si conferma comunque solista di vaglia; Nine To Five direi che non è decisamente quella di Dolly Parton e ci si avvicina pericolosamente all’hard rock “esagerato” https://www.youtube.com/watch?v=0evxmRHuVu4 , mentre Young Man’s Blues, il duetto con Ronnie Earl, che come sapete non canta neppure sotto minaccia armata, non è quella di Mose Allison, resa celebre anche dagli Who, c’è un genitivo sassone in più, ma è un blues tirato anziché no in cui Morris sciorina tutti i suoi idoli, e dove Earl si adatta allo stile del giovane amico, con un assolo però che fa risaltare la differenza tecnica tra i due, uno in punta di dita, l’altro impegnato a cercare di sfondare gli ampli. Anche Taken From Me è sempre violentissima, con Zito che comunque risponde colpo su colpo alle bordate del suo nuovo protetto https://www.youtube.com/watch?v=NyFnah9Go_k , e anche la conclusiva I’m On To You non molla la presa, sempre con un rock-blues ad alta densità chitarristica, forse persino troppo.

Bravo è bravo, ma calmatelo un po’, per il momento la parola d’ordine è “viuulenza”!

Bruno Conti

 

 

Anche Senza Il Vecchio “Titolare” Un Gruppo Formidabile! The BB King Blues Band – The Soul Of The King

bb king blues band the soul of the king

B.B. King Blues Band – The Soul Of The King – Ruf Records

Sono stati per 35 anni i fedeli compagni di avventura di B.B. King, gli eredi di quella formidabile formazione che dall’inizio degli anni ’70, sotto la definizione di B.B. King Orchestra, aveva accompagnato l’omone di Indianola attraverso una serie di album di studio, ma anche infuocate esibizioni live che erano una sorta di celebrazione della blues e soul revue, con fiati a profusione, l’immancabile MC (Master Of Ceremonies) ad attizzare il pubblico con le sue infervorate presentazioni quasi simili ad un sermone, ed uno stile gioioso ed esuberante, che però non dimenticava mai gli anni difficili della gioventù nelle piantagioni, anche attraverso una serie di sofferti blues lenti dove BB King faceva cantare la sua Lucille e si confermava cantante di grande classe ed eleganza.

Anche se discograficamente non era più attivo dal 2008 King aveva proseguito con le esibizioni live fino all’ottobre del 2014, poco meno di un anno prima della sua morte. Questa B.B. King Blues Band, al momento un ensemble di 10 elementi (anche se in copertina se ne vedono otto), ha raccolto il testimone del blues, ed ora, sotto gli auspici della Ruf Records e con l’aiuto del produttore esecutivo Terry Harvey, realizza The Soul Of The King, un tributo alla musica del Maestro, attraverso la rivisitazione di alcuni classici di Riley B. King e alcuni brani composti per l’occasione dai componenti della band. Sono della partita anche quattro ospiti di pregio come Kenny Wayne Shepherd, Taj Mahal, Joe Louis Walker, Kenny Neal e il nuovo vocalist del gruppo, Michael Lee, presente solo nella conclusiva The Thrill Is Gone. Nel disco cantano anche, oltre agli ospiti, il trombettista e leader della band James Boogaloo Bolden, il bassista ed abituale voce solista Russell Jackson e il sassofonista Eric Demmer, con un piccolo aiuto da parte delle voci femminili di Diunna Greenleaf e Mary Griffin. Il risultato, manco a dirlo (ma non era scontato), è assolutamente delizioso, con alcune punte di eccellenza, e forse qualche brano dove le versioni sono fin troppo simili agli originali, ma d’altronde le hanno suonate sempre loro! Senza fare un lungo elenco di nomi, a parte i principali appena citati, basta dire che ci sono due batteristi, un tastierista, un bassista, un chitarrista e una sezione fiati con ben cinque elementi ,che garantiscono un suono pieno ed esuberante:

Irene Irene apre le danze, con la rovente chitarra di Kenny Wayne Shepherd ad offrire un diverso punto di prospettiva rispetto al più elegante per quanto intenso solismo di B.B., mentre i fiati punteggiano questa ottima ballata, cantata con sicurezza dalla voce vissuta di Russell Jackson https://www.youtube.com/watch?v=nlqaZAFGshI . Sweet Little Angel , uno dei capolavori assoluti di King è uno di quei brani sulla falsariga dell’originale, con organo e fiati in grande spolvero, e Kenny Neal, alla solista e all’armonica, per una interpretazione che cerca, riuscendoci, di non fare rimpiangere l’originale https://www.youtube.com/watch?v=ePD8DECct6c , ottima anche There Must Be A Better World Somewhere, ballata notturna e splendida, con un sax languido e una interpretazione vocale da brividi di Diunna Greenleaf, per non dire di Paying The Cost To Be The Boss , un vibrante e swingato duetto, con un dancing bass eccellente di Jackson, e un duetto inconsueto tra Mary Griffin e un pimpante Taj Mahal, al posto dell’armonica un assolo di sax di Demmer. Low Down è uno dei brani scritti per l’occasione, con tuba e tromba che gli conferiscono uno spirito molto New Orleans, grazie anche ad un ritmo sincopato e all’ottimo Jackson sempre impeccabile tra voce e basso, anche She’s The One è stata scritta per l’occasione, una sognante ballata con l’organo e il sax in grande spolvero, cantata appunto Demmer, mentre Taking Care Of Business, un ottimo funky, rimanda al sound del periodo di King con i Crusaders, canta ancora Jackson e l’assolo di chitarra sinuoso è di Wilbert Crosby.

Becoming The Blues è un intenso duetto di blues old school, una ballatona cantata da Jackson e la Greenleaf, con Neal all’armonica, brano che poi prende corpo e cresce nella seconda parte, con un ottimo Crosby alla solista https://www.youtube.com/watch?v=vyRU5GMC0Ew , seguita da Hey There Pretty Woman, cantata da Bolden, che rimanda al BB King anni ’70, più leggero e orecchiabile, non male anche Here Today, Gone Tomorrow, molto swingata  e mossa, che cede poi spazio ad una sontuosa , come da titolo, Regal Blues, con Joe Louis Walker che fa il BB King della situazione, con una grande prestazione in ricordo dei tempi andati, alla voce e alla solista. Molto bella anche la jazzata Pocket Full Of Money, una canzone quasi da crooner cantata da Bolden, che però non può competere con l’impeto vocale e chitarristico del grande B.B., che invece l’ottimo Michael Lee cattura in parte (l’originale era un capolavoro) in una versione esemplare e più contemporanea di The Thrill Is Gone. B.B. King avrebbe sicuramente approvato i suoi vecchi discepoli.

Bruno Conti

In Studio O Dal Vivo, Non Ne Sbaglia Uno. Tommy Castro And The Painkillers – Killin’ It Live

tommy castro killin' it live

Tommy Castro And The Painkillers – Killin’ It Live – Alligator/Ird

Tommy Castro viene da San Jose, California, dove è nato nel 1955, ma è sempre in giro per gli Stati Uniti (e ogni tanto anche in Europa) a proporre la propria musica dal vivo, anche se nella sua carriera solista iniziata negli anni ’90 (prima suonava con i Dynatones), questo Killin’ It è già il suo terzo disco dal vivo. Il quarto CD registrato con i Painkillers, in una discografia che conta su una quindicina di album, più un paio di EP: da alcuni anni si è accasato con la Alligator, etichetta che ormai da un po’ di anni non sbaglia un disco, e anche questo CD non fa eccezione. Se amate del blues robusto, a forte componente rock, con elementi soul  e southern, non vi potete esimere, anche questa nuova prova di Castro centra l’obiettivo. Registrato nel tour del 2018 Tommy ha pescato da registrazioni effettuate con il suo quartetto tra New York, Michigan, California e in Texas, al leggendario Antone’s: niente ospiti per l’occasione,  solo il bassista Randy McDonald, il batterista Bowen Brown e il tastierista Michael Emerson, che sono diventati uno delle formazioni più gagliarde in circolazione. La scelta del repertorio spazia un po’ in tutta la sua produzione, con due cover, Leaving Trunk di Sleepy John Estes, cavallo di battaglia di Taj Mahal, ma suonata spesso anche da Derek Trucks e Gov’t Mule, nonché Them Changes di Buddy Miles, il celebre brano presente anche nel Live con Santana ed estratto da Stompin’ Ground  l’ultimo album del nostro amico https://discoclub.myblog.it/2017/10/09/delaney-bonnie-e-pure-eric-clapton-avrebbero-approvato-tommy-castro-the-painkillers-stompin-ground/ .

Quindi niente fiati questa volta, ma l’impressione da blues and soul revue è tipica sempre nelle produzioni di Tommy Castro, fin dall’annuncio iniziale “Party Time, It’s Saturday Night Everybody”, l’atmosfera è subito gioiosa e spumeggiante, con una Make It Back To Memphis che sta giusto a metà strada tra il sound della J. Geils Band (anche senza l’armonica di Magic Dick) e il Texas sound di un pimpante Delbert McClinton, grazie ad un ritmo ondeggiante, alla bellissima voce di Castro e al pianino debordante di Emerson, poi nel finale entra la chitarra di Tommy e non ce n’è più per nessuno, il divertimento è assicurato. Can’t Keep A Good Man Down tratta dall’omonimo album del 1997 non è da meno, con una pulsante sezione ritmica e la solista che comincia a  lanciare traccianti rock-blues sul pubblico presente, si capisce perché il musicista californiano è considerato uno dei migliori chitarristi in circolazione, come viene ribadito nelle volute funky di Leaving Trunk, che nella versione di Taj Mahal aveva Ry Cooder e Jesse Ed Davis alle chitarre, ma il nostro amico fa di tutto per non farli rimpiangere, con il suo timbro grasso e pungente, mentre Emerson passato all’organo lo sostiene con brio.

Lose Lose era un brano scritto con Joe Louis Walker presente nel disco del 2015, uno slow blues di quelli tiratissimi e lancinanti dove la chitarra di Castro fa i numeri in un fluentissimo assolo ricco di una forza e una tecnica strabilianti, notevole anche il vibrante shuffle Calling San Francisco, tratto da un vecchio album del 1999, sempre cantato e suonato in grande spinta da tutta le band, che poi accelera vorticosamente a tempo quasi di rock and roll per una potente Shakin ‘The Hard Times Loose dove impazza il batterista Bowen Brown e sembra di sentire appunto una rock’n’soul revue devastante. Un attimo di quiete per godere della bella ballata soul Anytime Soon, che anche vocalmente ricorda il miglior McClinton, con breve solo di grande finezza in punta di dita, She Wanted To Give It To Me è tratta dal disco del 2014 con i Painkillers The Devil You Know, un brano scritto con Narada Michael Walden dal groove funky accentuato, chitarra dal suono nuovamente “grasso” e pungente e ottimo lavoro dell’organo, ancora con quell’aria da party music che spesso trasuda dai brani di Castro; ottima anche Two Hearts altro blues up-tempo con retrogusto soul e il “solito” assolo furioso della Gibson del nostro amico, che per chiudere sceglie Them Changes, un classico del rock-blues, che oltre che con Carlos Santana Buddy Miles era solito suonare nella Band Of Gypsys di Hendrix, versione gagliarda, con lungo assolo di organo nella parte centrale e la solista di Castro che imperversa nel resto del  brano, e spazio anche per i classici assoli di basso e batteria, come in tutti i Live che si rispettano, e questo lo è!

Bruno Conti

L’Uomo Delle Angurie Torna A Predicare Il Blues Come Lui Sa. Watermelon Slim – Church Of The Blues

watermelon slim church of the blues

Watermelon Slim – Church Of The Blues – Northernblues Music

Nel recensire il precedente disco di Watermelon Slim, all’anagrafe, oppure quando firma le proprie canzoni, William P. Homans, avevo annunciato, forse frettolosamente, la prematura dipartita della Northernblues Music, l’etichetta canadese che aveva pubblicato tutti gli album precedenti del nostro, con l’eccezione appunto dell’eccellente Golden Boy, uscito nella primavera del 2017 https://discoclub.myblog.it/2017/06/03/non-piu-un-ragazzo-pero-un-finto-canadese-di-quelli-bravi-watermelon-slim-golden-boy/ . Ovviamente non me lo ero sognato, in quanto il sito della etichetta pare defunto, e non riporta aggiornamenti dal 2013, però questo nuovo Church Of The Blues, viene annunciato come una “worldwide esclusive” della Northernblues e al di là della distribuzione discografica mi sembra un ottimo album. Watermelon Slim non gira più conla sua vecchia band, i Workers, da tempo, ma sembra ancora in discreta forma, a giudicare dal disco, visto che ormai va quasi per i 70 anni:

La voce è decisamente vissuta, con la sua classica ed immancabile “zeppola”, ma la chitarra, preferibilmente lap steel ed in modalità slide, e l’armonica, macinano ancora blues di grande intensità. In più per l’occasione Homans, oltre ad una tosta sezione ritmica incentrata su  John Allouise, basso e Brian Wells, batteria, ha chiamato a raccolta una bella pattuglia di ospiti, tra cui spiccano, insieme al rientrante produttore Chris Hardwick (che aveva prodotto il disco del 2013 e suona anche la chitarra in un paio di brani), Bob Margolin, Nick Schnebelen e Albert Castiglia alle chitarre (oltre a tale Joe Lewis Walker, così è indicato nelle note, ma presumo sia Joe Louis), nonché John Nemeth e Sherman Holmes alle voci, Red Young e Chris Wiser alle tastiere, e anche una piccola sezione fiati “The Church of Blues Brass” in alcuni brani. Il disco è stato registrato tra l’Oklahoma e Nashville e le canzoni sono un gustoso misto di pezzi originali e classici, importanti o minori, del blues: per la grintosa apertura di St. Peter’s Ledger, Homans viene affiancato da Bob Margolin, un brano di puro Chicago Blues dove la slide scivola con grande libidine, mentre in Tax Man Blues di Tom W McFarland, con Young al piano e Hardwick alla seconda chitarra, il ritmo è più cadenzato, con elementi R&B inseriti e la solita slide magistrale, mentre la prima cover importante è quella del super classico Gypsy Woman di Muddy Waters, con Watermelon anche all’armonica, Bob Margolin ad omaggiare il suo maestro, ed il magnifico slow blues di McKinley Morganfield che prende vita in questa versione cruda e genuina.

Post-Modern Blues è il brano con Nick Schnebelen (ex Trampled Under Foot) alla seconda slide, e la sezione fiati in aggiunta, un altro bel soul’n’blues  pimpante https://www.youtube.com/watch?v=vHIWyxBx4vg ; Get Out of My Life Woman è la cover del celebre brano di Allen Toussaint, con Nemeth e Holmes alle voci di supporto, sempre gagliardo e grintoso blues miscelato a rock, come nella miglior tradizione di Watermelon Slim., con la guizzante slide di nuovo in grande evidenza https://www.youtube.com/watch?v=93uEZTONkoM . Nella fiatistica, con uso di organo, Mni Wiconi – The Water Son, troviamo un eccellente lavoro di Joe Louis Walker, perché ovviamente di lui parliamo, alla solista, mentre Me and My Woman è la cover di un brano di Gene Barge, altro corposo blues elettrico con Homans che passa all’armonica, sostituito alla chitarra da Albert Castiglia. Smokestack Lightnin’ di Howlin’ Wolf è minacciosa e tirata il giusto, con Slim che mena fendenti al bottleneck, ben sostenuto dal produttore Hardwick alla seconda chitarra, in uno dei migliori brani del disco; That Ole 1-4-5, ha una andatura country-roots, con Ike Lamb, vecchio collaboratore ai tempi dei Workers, impegnato alla solista, con la “tribale”, suggestiva e primeva Holler # 4, solo voce, percussioni e una armonica, che è quasi un canto di lavoro nei campi, il vecchio lavoro del nostro amico.61 Highway Blues di Fred McDowell, in una poderosa e lunga rilettura elettrica a tutta slide è un altro dei brani migliori del CD https://www.youtube.com/watch?v=c5sdxFV9_jw , seguito da Too Much Alcohol che anche se non indicato mi sembra proprio il vecchio brano che era anche nel repertorio di Rory Gallagher, con Watermelon Slim sempre impegnato con la sua lap steel  in modalità bottleneck, che rimane protagonista anche nella forsennata Charlottesville (Blues for My Nation) con Nemeth alla seconda voce. Conclude un album ancora una volta di sostanza e con belle vibrazioni blues il divertente R&B fiatistico Halloween Mama, con l’organetto Farfisa di Wiser che gli dà quasi un’aria alla Sir Douglas Quintet.

Bruno Conti

Ecco Un Altro Inedito E Brillante Terzetto Acustico. Joe Louis Walker Bruce Katz Giles Robson – Journeys To The Heart Of The Blues

joe louis walker bruce katz giles robson journeys to the heart of the blue

Joe Louis Walker Bruce Katz Giles Robson – Journeys To The Heart Of The Blues – Alligator/Munich Records

Erano circa tre anni che Joe Louis Walker non dava notizie di sé, almeno a livello discografico: l’ultima pubblicazione era stata per l’ottimo Everybody Wants A Piece, uscito per la Mascot/Provogue sul finire del 2015, il consueto gagliardo album di blues elettrico pubblicato dal chitarrista di San Francisco in oltre cinquanta anni di carriera https://discoclub.myblog.it/2015/10/13/il-solito-joe-louis-walker-quindi-bello-everybody-wants-piece/ . Per cui sono rimasto sorpreso quando ho letto che per il suo rientro con la Alligator (ma il disco in Europa esce per la Munich Records) Walker aveva deciso di unire le forze con altri due musicisti, per un disco acustico che come dice il titolo Journeys To The Heart Of The Blues voleva tornare alle radici della musica Blues. Peraltro, come hanno raccontato loro stessi, quello che ha avviato questo progetto, che doveva essere in duo, è stato il giovane armonicista inglese Giles Robson, che francamente conoscevo molto poco, ma sul quale stampa e colleghi, in particolare Sugar Blue e Paul Jones, hanno espresso lusinghieri giudizi. Robson oltre a tutto è il primo non americano, a parte l’australiano Dave Hole, a essere messo contratto dalla Alligator.

Comunque le mie perplessità erano legate soprattutto al fatto che non vedevo bene Walker, uno degli eredi della grande tradizione dei chitarristi elettrici, da Buddy Guy in giù, alle prese con un disco acustico in duo: evidentemente deve averlo pensato anche lui che ha coinvolto in questo progetto pure il pianista Bruce Katz, che oltre alla propria band ha suonato anche con Duke Robillard, Ronnie Earl, lo stesso Walker e mille altri musicisti. In ogni caso ascoltando il disco mi sono convinto che il risultato sia più che soddisfacente, un bel disco che va alle radici delle 12 battute con una scelta di brani anche coraggiosa ed inconsueta: intanto JLW, se non può mulinare la sua solista, ha comunque una delle voci più intense e potenti nell’ambito del blues, e gli altri due si rivelano dei veri virtuosi ai rispettivi strumenti.  Si capisce subito che tutto funziona alla perfezione dai primi soffi potenti dell’armonica in Mean Old Train di Papa Lightfoot, poi entra la voce rauca e vissuta di Walker, il piano insinuante di Katz, poche pennate della chitarra ed è subito Blues di qualità, cosa che viene confermata nella successiva brillante cover di It’s You Baby di Albert “SunnylandSlim, altra scelta inconsueta che conferma questo tuffo nel blues primordiale, ribadita ancora in I’m A Lonely Man di Sonny Boy Williamson, titoli che non si leggono abitualmente sulle copertine dei CD blues. Ma la musica è vibrante, oltre alla guizzante armonica di Robson si apprezzano le doti pianistiche di Katz, il cui strumento è forse il principale protagonista di queste canzoni, con JLW che ci mette del suo con interpretazioni vocali di grande intensità.

You Got To Run Me Down è un’altra oscura perla dal repertorio di Washboard Sam, con le mani di Katz che volano sulla tastiera a tempo di boogie, ben sostenuto dall’acustica di JLW,  mentre si torna ancor di più nel passato per una cover veramente intensa di Murderer’s Home di Blind Willie McTell, minacciosa e cadenzata come prescrive la tradizione. Non manca un omaggio a Robert Lockwood Jr, il figliastro di Robert Johnson, a  cui è dedicata Feel Like Blowin’ My Horn, un brano nella cui registrazione originale era apparso anche Walker, canzone scritta da Roosevelt Sykes, in cui l’acustica spasmodica di JLW intreccia con gusto il piano e l’armonica dei suoi pards; l’evocativa Hell Ain’t But A Mile And A Quarter era di St. Louis Red (?!?) e sembra provenire da qualche polveroso saloon del secolo scorso, con la scritta “non sparate sul pianista,” ed è seguita da G & J Boogie, l’unico brano originale della raccolta, un vorticoso duo strumentale tra Walker e Robson, seguita da due canzoni di Big Maceo Merryweather, Poor Kelly Blues e Chicago Breakdown, dove il blues della Windy City risuona ancora vigoroso e pieno di profonde sensazioni, con la seconda che ci permette di godere ancora del virtuosismo superbo di Katz agli 88 tasti. Per chiudere mancano una Hard Pill To Swallow di Son Bond, altro nome che si trova solo nei libri di blues, comunque i tre non ci fanno caso e la suonano come fosse un classico senza tempo, prima di congedarci con un’altra cavalcata frenetica nella scandita Real Gone Lover un pezzo di Dave Bartholomew che aveva inciso anche Van Morrison nel disco in coppia con la sorella di Jerry Lee, Linda Gail Lewis https://www.youtube.com/watch?v=zXj4yTIIsjU . Alla fine dei giochi un bel disco, rigoroso ma per nulla palloso.

Bruno Conti

Avanti Il Prossimo, Chitarrista. Tyler Morris Band – Next In Line

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Tyler Morris Band – Next In Line – VizzTone               

Per la serie piovono chitarristi, vista anche la stagione, non passa mese senza che qualche nuovo nome sbuchi, più o meno a sorpresa, dalla scena musicale americana: ogni tanto sono veterani, magari in attività da decine di anni, gente che per vari motivi è rimasta sconosciuta al grande pubblico, anche quello degli appassionati osservanti, in altri casi si tratta di giovani virgulti di talento. Tyler Morris appartiene alla seconda categoria, viene dalla zona di Boston, Massachussetts, e colui che lo ha spinto a prendere in mano la chitarra è stato, come spesso capita, il babbo; le prime influenze sono quelle dei ”chitarristi funambolici”, i soliti noti,  Yngwie Malmsteen, Steve Vai, Van Halen, Gary Hoey https://www.youtube.com/watch?v=LHbO7UTrVGw , tanto per non fare nomi, quindi filone hard rock acrobatico, poi comincia a studiare anche altri musicisti, Eric Clapton e Freddie King, Stevie Ray Vaughan e Kenny Wayne Shepherd, e qui devo dire che cominciamo a esserci. Nel frattempo ha già pubblicato un paio di album, And So It Begins e The Chaos Continues, per approdare nei primi mesi del 2018 alla VizzTone con questo Next In Line.

Il nostro amico ha solo 19 anni compiuti da poco (come si vede anche nella foto di copertina e nel frame del video qui sopra, dove ne dimostra anche meno), ma con la guida dell’etichetta di Chicago (che ultimamente ci sta dando parecchie soddisfazioni, Billy Price, Nick Schnebelen, Austin Young Band, Dani Wilde, Billy Walton, Heather Newman e svariati altri in ambito blues-rock) realizza il nuovo album sotto la guida di Paul Nelson, manager e produttore di Johnny Winter negli ultimi anni di carriera, che gli affianca, oltre alla sua band, un paio di ospiti di pregio, Joe Louis Walker e gli Uptown Horns. A proposito della Tyler Morris Band, oltre alla solista del titolare, troviamo Scott Spray basso, Tyger Macneal  batteria, Mike Dimeo alle tastiere quando servono, e soprattutto un eccellente vocalist come Morten Fredheim, saggia mossa che non tutti i giovani chitarristi riescono a capire quando si tratta di dare voce alla propria musica e non si è dei cantanti adeguati. Il risultato sono dieci corposi brani per una quarantina di minuti di energico rock, con ampie spruzzate di blues, i ragazzi ci danno dentro di gusto come certifica il classic rock a tutto riff dell’iniziale Ready To Shove, con la chitarra di Morris che comincia a scivolare fluida e scorrevole, spesso raddoppiata, sui ritmi del buon rock duro made in the ‘70’s, la voce di Fredheim è ben centrata, e lo stile può ricordare i primi Shepherd o Jonny Lang, quelli meno bluesati, ma per nulla disprezzabili.

Livin’ The Life va addirittura dalle parti di Bad Company, Deep Purple, Frank Marino, Leslie West, persino del Johnny Winter rock’n’roller, con la mediazione di Nelson, con la solista sempre molto impegnata e la ritmica che picchia di brutto; l’unica cover è Willie The Pimp il pezzo di Bill Carter che è stato un successo per Stevie Ray Vaughan, cantata nell’occasione da Joe Louis Walker, il sound aggiunge elementi blues, l’arrangiamento è più complesso, la chitarra più raffinata e definita e il brano molto godibile. Down In My Luck è il classico heavy blues, tirato e scandito, con Fredheim e Morris che si sfidano a colpi di voce e chitarra, mentre l’ottimo strumentale Choppin’, dove appare la sezione fiati degli Uptown Horns, swinga di brutto, in uno stile che non sarebbe dispiaciuto a BB King e mette in luce le eccellenti qualità tecniche del nostro amico. Talkin’ To Me è uno shuffle mid-tempo e se dovessi fare un nome come ispirazione, ne farei due, Robben Ford e Jeff Healey, il giovane di Boston ha stoffa e stile, la sua band suona in modo eccellente e l’album è molto godibile; Thunder è il classico brano power-rock a tutto wah-wah, duro e tirato, ma senza sbracare troppo, con trame velocissime della solista di Morris che ogni tanto indulge in quei virtuosismi fini a sé stessi presi dalle sue prime influenze musicali. This Ain’t No Fun è eccellente, con tocchi “sudisti”, quasi Allmaniani, grazie anche alla presenza dell’organo e un ottimo lavoro della sezione ritmica, mentre Tyler è sempre pimpante con i suoi interventi di chitarra, fluenti e non scontati. Ancora sano rock-blues chitarristico (e pure la voce non scherza) con la potente e scandita Truth Is The Question e di nuovo raffinate derive ritmiche con le interessanti divagazioni sonore della composita Keep On Driving, dove si apprezza il lavoro del piano di Dimeo. Non un capolavoro perciò, ma un nome da appuntarsi, uno dei chitarristi più interessanti delle ultime generazioni.

Bruno Conti

Il Tempo Passa Per Tutti Ma Non Per Loro. The Original Blues Brothers Band – The Last Shade Of Blue Before Black

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The Original Blues Brothers Band – The Last Shade Of Blue Before Black – Severn Records

Le origini dei Blues Brothers ovviamente non partono dal celeberrimo (e bellissimo) film di John Landis del 1980, ma da un paio di anni prima, quando John Belushi e Dan Aykroyd erano due attori comici emergenti che facevano parte del cast dell’altrettanto celebre trasmissione televisiva Saturday Night Live, e accomunati da una passione per il blues, e la musica nera in generale (più Aykroyd, Belushi era legato anche al metal e al punk) assunsero gli alter ego di “Joliet” Jake Blues e Elwood Blues, assecondati da alcuni componenti dalla formidabile house band della trasmissione, che vedeva tra i musicisti in azione Paul Shaffer, l’ex B. S. & T Lou Marini, Tom Malone, entrambi ai fiati, a cui si aggiunsero alcuni luminari della musica americana, come Steve Cropper e Donald “Duck” Dunn, entrambi da Booker T & The Mg’s (vi risparmio i nomignoli che ogni artista si era dato), Matt Murphy, Tom Scott, e molti altri che contribuirono a creare una leggenda, all’inizio sulle ali di un formidabile disco dal vivo (più bello della colonna sonora, se non fosse per gli ospiti) Briefcase Full Of Blues, che arrivò al n°1 della classifica di Billboard, vendendo tre milioni e mezzo di dischi e dando il la al film, la cui colonna sonora stranamente arrivò solo al n°18 delle classifiche, ma poi è diventata un disco di culto. In seguito, come sappiamo, Belushi ci ha lasciato prematuramente, ma ci sono stati vari seguiti, fino a giungere al film Blues Brothers 2000, preceduto da diversi Live e dischi in studio.

Dan Aykroyd nei suoi vari locali House Of The Blues utilizza ancora il nome per dei concerti periodici e quindi è nata una band collaterale, definita The Original Blues Brothers Band, dove Elwood Blues non partecipa, ma il cast dei partecipanti è formidabile. L’ultimo capitolo è questo eccellente disco di studio The Last Shade Of Blue Before Black, dove i due leader Lou Marini al sax e Steve Cropper alla chitarra, entrambi co-produttori del CD, sono affiancati da un gruppo da sogno: i tre “nuovi vocalist, Tommy “Blues Pipes” McDonnell, Rob “The Honeydripper” Paparozzi, entrambi anche all’armonica, e Bobby “Sweet Soul” Harden, oltre a John Tropea alla chitarra, Lee Finkelstein alla batteria e Leon Pendarvis alle tastiere, e sono solo alcuni, ma come ospiti “minori”, si fa per dire, in alcuni brani, ci sono anche Eddie Floyd, Dr John, Joe Morton, Paul Shaffer, Joe Louis Walker, Tom “Bones” Malone, Matt “Guitar” Murphy e David Spinozza. Alla faccia del cucuzzaro: a questo punto il contenuto potrebbe essere ininfluente ma invece è ottimo, con scintillanti versioni di Baby What You Want Me To Do, un blues puro di Jimmy Reed, con i tre cantanti che si alternano e un grande Tropea alla solista, una Cherry Street di Delbert McClinton, a tutto fiati, con l’ottimo McDonnell alla voce, Texas R&B, seguita dal puro soul Stax di On A Saturday Night che ci consegna un Eddie Floyd in grande forma, Itch And Scratch, cantata da Harden, grande voce anche lui, che sembra qualche pezzo perduto di James Brown e invece è di Rufus Thomas, uno che in quanto a funky pure lui non scherzava, e anche i “nuovi Blues Brothers” vanno di brutto di groove.

Don’t Go No Further è un grande blues di Willie Dixon, cantato da Joe Louis Walker, che cede l’onore di un solo fiammeggiante di chitarra a Matt “Guitar” Murphy. You Left The Water Running era una grande soul ballad, scritta da Dan Penn, che cantavano sia Otis Redding che Wilson Pickett, e Bobby “Sweet Soul” Harden non li fa rimpiangere con la sua voce vellutata. Poi Eddie Floyd ci canta di Don’t Forget About James Brown, e come potremmo, visto che poi lo ribadiscono in una torrida Sex Machine, peccato che la canti Paul Shaffer, grande pianista ma solo discreto cantante, però la band pompa di brutto, mentre Your Feet’s Too Big, un “antico” brano di Fats Waller, illustra anche il lato storico della band, con Rob Paparozzi, voce e armonica, che poi si ripete nel suo brano 21st Century, forse l’unica canzone contemporanea, insieme a Blues In My Feet, scritta e cantata da Rusty Cloud, un pianista e vocalist jazz&blues non notissimo ma coinvolgente, che poi passa il microfono al grande Dr. John per una ondeggiante e deliziosa Qualified, suonata veramente da Dio da tutta la band. Ancora una corale I Got My Mojo Working e la conclusiva Last Shade Of Blue Before Black, scritta e cantata da Lou Marini, uno slow blues intimo e notturno, dove i fiati, e un eccellente John Tropea, si qualificano ancora tra i protagonisti assoluti di questo sorprendente album. Il tempo passa per tutti, ma non per loro.

Bruno Conti

Tutti Insieme Appassionatamente: Difficile Fare Meglio! Walter Trout And Friends – We’re All In This Together

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Walter Trout And Friends – We’re All In This Together – Mascot/Provogue

Quando, nella primavera del 2014, usciva The Blues Came Callin’, una sorta di testamento sonoro per Walter Trout costretto in un letto di ospedale, praticamente quasi in fin di vita, in attesa di un trapianto di fegato che non arrivava, con pochi che avrebbero scommesso sulla sua sopravvivenza http://discoclub.myblog.it/2014/05/19/disco-la-vita-walter-trout-the-blues-came-callin/ . E invece, all’ultimo momento, trovato il donatore, Trout è stato sottoposto all’intervento che lo ha salvato e oggi può raccontarlo. O meglio lo ha già raccontato; prima in Battle Scars, un disco che raccontava la sua lenta ripresa http://discoclub.myblog.it/2015/10/03/storia-lieto-fine-walter-trout-battle-scars/ , con canzoni malinconiche, ma ricche di speranza, che narravano degli anni bui, poi lo scorso anno è uscito il celebrativo doppio dal vivo Alive In Amsterdam http://discoclub.myblog.it/2016/06/05/supplemento-della-domenica-anteprima-walter-trout-alive-amsterdam/  ed ora esce questo nuovo We’re All In This Together, un disco veramente bello, una sorta di “With A Little Help From My Friendso The Sound Of Music, un film musicale che in Italia è stato chiamato “Tutti Insieme Appassionatamente”, un album di duetti, con canzoni scritte appositamente da Trout per l’occasione, e se gli album che lo hanno preceduto erano tutti ottimi, il disco di cui andiamo a parlare è veramente eccellente, probabilmente il migliore della sua carriera.

Prodotto dal fido Eric Come, con la band abituale di Walter, ovvero l’immancabile Sammy Avila alle tastiere, oltre a Mike Leasure alla batteria e Johnny Griparic al basso, il disco, sia per la qualità delle canzoni, tutte nuove e di ottimo livello (a parte una cover), sia per gli ospiti veramente formidabili che si alternano brano dopo brano, è veramente di grande spessore. Questa volta si è andati oltre perché Walter Trout ha pescato anche musicisti di altre etichette, e non ha ristretto il campo solo ai chitarristi (per quanto preponderanti), ma anche ad altri strumentisti e cantanti: si parte subito alla grande con un poderoso shuffle come Gonna Hurt Like Hell dove Kenny Wayne Shepherd e Trout si scambiano potenti sciabolate con le loro soliste e il nostro Walter è anche in grande spolvero vocale. Partenza eccellente che viene confermata in un duetto da incorniciare con il maestro della slide Sonny Landreth (secondo Trout il più grande a questa tecnica di sempre), Ain’t Goin’ Back è un voluttuoso brano dove si respirano profumi di Louisiana, su un ritmo acceso e brillante le chitarre scorrono rapide e sicure in un botta e risposta entusiasmante, quasi libidinoso, ragazzi se suonano; The Other Side Of The Pillow è un blues duro e puro che ci rimanda ai fasti della Chicago anni ’60 della Butterfield Blues Band o del gruppo di Charlie Musselwhite, qui come al solito magnifico all’armonica e alla seconda voce.

Poi arriva a sorpresa, o forse no, una She Listens To The Blackbird, in coppia con Mike Zito, che sembra un brano uscito da Brothers and Sisters degli Allman Brothers più country oriented, un incalzante mid-tempo di stampo southern dove anche i florilegi di Avila aggiungono fascino al lavoro dei due chitarristi; notevole poi l’accoppiata con un ispirato Robben Ford, che rende omaggio a tutte le anime del suo passato, in una strumentale Mr. Davis che unisce jazz, poco, e blues alla Freddie King, molto, con risultati di grande fascino. L’unica cover presente è una torrenziale The Sky Is Crying, un duetto devastante con Warren Haynes, qui credo alla slide, per oltre 7 minuti di slow blues che i due avevano già suonato dal vivo e qui ribadiscono in una magica versione di studio; dopo sei brani incredibili, il funky-blues hendrixiano a tutto wah-wah di Somebody Goin’ Down insieme a Eric Gales, che in un altro disco avrebbe spiccato, qui è solo “normale”, ma comunque niente male, come pure un piacevole She Steals My Heart Away, in coppia con il Winter meno noto, Edgar, impegnato a sax e tastiere, per una “leggera” ballatona di stampo R&B che stempera le atmosfere, mentre nella successiva Crash And Burn registrata insieme allo “spirito affine” Joe Louis Walker , i due ci danno dentro di brutto in un electric blues di grande intensità.

Nel brano Too Much To Carry avrebbe dovuto esserci Curtis Salgado, una delle voci più interessanti del blues’n’soul contemporaneo che però di recente ha avuto un infarto, comunque il sostituto è un altro cantante-armonicista con le contropalle come John Nemeth, che non lo fa rimpiangere http://discoclub.myblog.it/2017/06/27/blues-got-soul-da-una-voce-sopraffina-john-nemeth-feelin-freaky/ . Quando il nostro deciderà di ritirarsi, è già pronto il figlio Jon Trout per sostituirlo, e a giudicare da Do You See Me At All, sarà il più tardi possibile, ma l’imprinting e la classe ci sono. L’unica concessione ad un rock più classico la troviamo in Got Nothin’ Left, un pezzo molto adatto all’ospite Randy Bachman, e come dice lo stesso Trout se chiudete gli occhi può sembrare un pezzo dei vecchi BTO, boogie R&R a tutto riff; naturalmente non poteva mancare uno dei mentori di Walter, quel John Mayall di cui Trout è stato l’ultimo grande Bluesbreaker, i due se la giocano in veste acustica in un Blues For Jimmy T, solo chitarra, armonica e la voce del titolare. La conclusione è affidata ad un blues lento di quelli fantastici, la title-track We’re All In This Together, e sono quasi otto minuti dove Walter Trout e Joe Bonamassa distillano dalle rispettive chitarre una serie di solo di grande pregio e tecnica, e cantano pure alla grande, che poi riassume quello che è questo album, un disco veramente bello dove rock e blues vanno a braccetto con grande ardore e notevole brillantezza, difficile fare meglio. Esce venerdì 1° settembre.

Bruno Conti