7 Settembre 2018: Il Giorno Dei Paul! Parte 1: Paul Simon – In The Blue Light

paul simon in the blue light 7-9

Paul Simon – In The Blue Light – Sony CD

Per pura coincidenza, i due Paul più famosi della musica contemporanea, cioè Paul Simon e Paul McCartney, hanno deciso entrambi di fare uscire i loro nuovi lavori il 7 Settembre. Oggi comincio con l’esaminare la proposta del cantautore americano, domani sarà la volta del Paul inglese.

A mio modesto parere (ma so di essere in buona compagnia) Paul Simon non fa un grande disco da un’era geologica, cioè dal mitico Graceland del 1986: The Rhythm Of The Saints (1990) era comunque un buon album, ma alternava grandi canzoni a momenti di noia, mentre You’re The One (2000) aveva il suono ma mancava clamorosamente di canzoni valide, e Surprise (2006), nonostante la presenza di Brian Eno, era sullo stesso livello di mediocrità. Gli ultimi due lavori del songwriter newyorkese, So Beautiful Or So What ed il recente Stranger To Stranger https://discoclub.myblog.it/2016/06/03/sempre-il-solito-simon-complesso-moderno-dai-suoni-stranieri-paul-simon-stranger-to-stranger/ , erano un po’ meglio, ma anche lì non è che i pezzi memorabili abbondassero, e Paul si salvava col mestiere e mascherando il tutto con una produzione ed un suono eccellenti (ho tralasciato, in quanto non era un album vero e proprio, la colonna sonora del fallimentare musical The Capeman: a me era piaciuta, ma non ditelo a nessuno). Mentre scrivo queste righe Paul sta ultimando il suo tour d’addio Homeward Bound, che si concluderà il 22 Settembre al Flushing Meadows Corona Park di New York (nei Queens, vicino a dove andava a scuola da bambino, aspettiamoci ospiti e l’immancabile album dal vivo), e per celebrare meglio il nostro ha deciso di dare alle stampe questo In The Blue Light, album nuovo di zecca che però non contiene inediti, ma dieci brani da lui scelti dal suo repertorio e incisi ex novo, con arrangiamenti totalmente ripensati.

Paul non ha scelto i brani più noti del suo songbook, ma canzoni minori che forse per lui avevano un significato particolare, e le ha davvero rivoltate come calzini, in collaborazione con il suo storico produttore ed amico Roy Halee (tornato a bordo già con Stranger To Stranger). Simon ha sempre avuto una cura maniacale per gli arrangiamenti, ed è stato un pioniere per quanto riguarda le contaminazioni musicali ed i suoni influenzati da culture lontane dalle nostre, però in Into The Blue Light Paul non ha inserito nessuna sonorità “etnica”, ma ha scelto comunque una serie di musicisti del pedigree formidabile: oltre ai soliti noti Steve Gadd e Vincent Nguini, abbiamo gente come John Patitucci, Bill Frisell, Jack DeJohnette, Wynton Marsalis, Sullivan Fortner ed in due pezzi il sestetto d’archi yMusic. Come avrete notato, una lista di musicisti che proviene dal modo del jazz, ed infatti è proprio il jazz la base dei nuovi arrangiamenti pensati da Paul, una rielaborazione di gran classe e raffinatezza, con un gusto sopraffino per i suoni calibrati al millimetro, anche se questo non basta per fare un grande disco. Le canzoni infatti sono contraddistinte da un passo spesso lento, a volte anche lentissimo, e le atmosfere sono qua e là un po’ freddine anche se il tutto risulta tecnicamente ineccepibile: ma Simon ha sempre fatto musica più con la testa che con il cuore, e non potevo certo pensare che cambiasse a quasi ottant’anni.

Il pezzo più noto del disco è senza dubbio René And Georgette Magritte With Their Dog After The War, tratto da Hearts And Bones che era uno dei suoi album migliori di sempre (e forse non tutti sanno che in origine doveva essere il reunion album di Simon & Garfunkel, poi i due hanno “stranamente” litigato): canzone splendida, che fa la sua bella figura anche in questa versione minimale e cameristica, essendo infatti uno dei due pezzi con il sestetto yMusic (più Paul alla chitarra elettrica), con gli archi che accarezzano la melodia facendola risaltare ancora di più. Un altro pezzo che ogni tanto negli anni Paul riproponeva dal vivo è One Man’s Ceiling Is Another Man’s Floor (tratta da There Goes Rhymin’ Simon) un brano bluesato che qui mantiene l’impianto originario aggiungendo un sapore jazz: ritmo cadenzato, ottimo pianoforte di Joel Wenhardt ed un crescendo strumentale notevole, che culmina con l’ingresso di tromba e sax. Uno dei pezzi con più brio, ed infatti è stato messo in apertura di CD. Io non avrei preso in considerazione l’album You’re The One per scegliere canzoni da riarrangiare, dato che lo considero il meno riuscito di tutta la carriera di Paul, che però evidentemente la pensa in modo diverso, dato che di brani da quel disco ne ha scelti ben quattro: in Love sono solo in quattro a suonare, con la riconoscibilissima chitarra di Frisell come leader, per un brano soffice e rilassato, suonato con classe ma sul quale mantengo le mie perplessità riguardo allo script, Pigs, Sheep And Wolves, solo voce, percussioni ed una sezione fiati di sei elementi guidati dalla tromba di Marsalis, è rielaborata quasi dixieland, ma anche qui la canzone latita parecchio, mancando di una vera e propria melodia.

The Teacher è un po’ meglio, sia per un miglior motivo di fondo che per il bell’accompagnamento chitarristico dei fratelli brasiliani Odair e Sergio Assad, in stile flamenco, mentre la lunga (più di sette minuti) Darling Lorraine è suonata alla grande, con una band da sogno che vede in contemporanea Frisell, Nguini, Gadd e Patitucci, e la canzone ne esce migliorata. Can’t Run But (da The Rhythm Of The Saints) è l’altro pezzo con gli yMusic, che qui suonano in maniera nervosa e movimentata, aderendo in maniera perfetta alla linea melodica del brano: Paul canta con il consueto fraseggio vocale rilassato ed il tutto risulta intrigante (l’arrangiamento è di Bryce Dessner, chitarrista e membro di punta dei National). How The Heart Approaches What It Yearns, che viene da One Trick Pony, è puro jazz d’atmosfera, con un accompagnamento di classe sopraffina, che vede la tromba di Marsalis gareggiare in bravura col fantastico piano di Fortner ed il basso di Patitucci: se proprio vogliamo è un po’ soporifera, ma volete mettere addormentarsi con musicisti come questi? Il disco termina con Some Folks Lives’ Roll Easy (presa da Still Crazy After All These Years), tutta incentrata sullo splendido piano classicheggiante di Fortner e con la sezione ritmica Patitucci/DeJohnette che spazzola sullo sfondo, e con Questions For The Angels, che era una delle canzoni migliori di So Beautiful Or So What, ed anche qui si colloca tra le più riuscite, con begli intrecci tra l’acustica di Simon e l’elettrica di Frisell.  Un buon disco quindi, ma non il grande disco che da troppi anni i fans di Paul Simon aspettano, un po’ per la discutibile scelta di alcune canzoni, un po’ per il poco calore umano del suo autore, più propenso a confezionare piccoli e raffinati capolavori di tecnica strumentale che a regalare emozioni.

Marco Verdi

P.S: tra pochi mesi, forse già entro l’anno a detta di qualcuno, Simon dovrebbe pubblicare anche Alternate Tunings/Rare and Unreleased, una collezione appunto di rarità, demos ed inediti presi da vari momenti della sua carriera. Sulla carta dovrebbe essere un disco imperdibile, ma vedremo meglio al momento dell’uscita.

Anticipazioni Della Settimana (Ferr)Agostana, Prossime Uscite Di Settembre: Parte II. Paul Simon, Yes, Bob Seger, Kathy Mattea, Mike Farris

paul simon in the blue light 7-9

Eccoci alla seconda parte delle uscite di settembre, quelle di venerdì 7.

Il nuovo album di Paul Simon In The Blue Light sarà un disco autocelebrativo, nel senso che Simon ricanterà 10 sue vecchie canzoni in versioni con arrangiamenti nuovi di zecca, sempre aiutato in ambito di studio dal suo vecchio produttore Roy Halee, che collabora con lui sin dagli anni ’60. La scelta dei brani, effettuata dallo stesso Paul, è caduta su una serie di pezzi ripescati con cura dallo stesso artista tra le sue composizioni preferite, tra le meno note del suo songbook, estratte da There Goes Rhymin’ Simon (1973), Still Crazy After All These Years (1975), One-Trick Pony (1980), Hearts and Bones (1983), The Rhythm of The Saints (1990), You’re The One (2000) e So Beautiful Or So What (2011).

Tra i musicisti che hanno partecipato alle registrazioni dell’album, oltre al vecchio amico Steve Gadd, ci sono alcune scelte interessanti provenienti dalla scena jazz, tra cui Wynton Marsalis alla tromba, Bill Frisell alla chitarra, sempre alla batteria Jack DeJohnette e il quintetto cameristico yMusic. Questo disco sarà la prima parte di una coppia di dischi, diciamo “commemorativa”, per festeggiare quello che dovrebbe il suo ultimo tour, e sarà seguito da un altro album, intitolato Alternate Tunings, che conterrà versioni alternative e rarità pescate dall’archivio di Simon.

Nell’attesa ecco la tracklist completa di In The Blue Light, con il sesto brano del CD in particolare che è una delle mie canzoni preferite in assoluto di Paul Simon (e so che anche molti altri amano moltissimo Hearts And Bones, il disco splendido, ma meno celebrato di altri, da cui è tratto il brano). Etichetta Sony Legacy. 

1. One Man’s Ceiling Is Another Man’s Floor
2. Love
3. Can’t Run But
4. How The Heart Approaches What It Yearns
5. Pigs, Sheep And Wolves
6. René And Georgette Magritte With Their Dog After The War
7. The Teacher
8. Darling Lorraine
9. Some Folks’ Lives Roll Easy
10. Questions For The Angels

yes live at the apollo 7-9

Sempre il 7 settembre è in uscita, per la Eagle/Universal, un disco per celebrare i 50 anni di carriera degli Yes. Anche se, in modo un po’ surretizio, è presentato come Yes Featuring Jon Anderson, Trevor Rabin and Rick Wakeman, non propriamente la formazione più celebre e più rappresentativa della band inglese, che nel 2017 è stata “indotta” nella Rock And Roll Hall Of Fame, e quindi per festeggiare l’evento è tornata on the road con una serie di concerti culminata con questo Live At The Apollo, che non è quello celeberrimo di New York bensì una sala concerti di Manchester. Mancano Steve Howe e Chris Squire (scomparso nel 2015), ma anche tra i batteristi Alan White o Bill Bruford: Howe e White suonano al momento, con Geoff Downes, in un’altra formazione parallela degli Yes, dove ci sono anche Billy Sherwood e il cantante Jon Davison, mentre a completare la line-up di questo disco dal vivo ci sono Lee Pomeroy e Lou Molino III, basso e batteria, che francamente non conosco. Diciamo una situazione incasinata, anche se creata con l’accordo dei due tronconi del gruppo che possono utilizzare entrambi il nome Yes grazie ad un clausola stipulata da Squire, quando era ancora in vita, con Jon Anderson.

Il disco, come al solito, esce in varie versioni, 2 CD, DVD o Blu-ray, 3 LP e se la formazione della band non è forse quella più rappresentativa, molto delle canzoni sicuramente lo sono, e la dimensione Live sicuramente giova alla riuscita.

Ecco tutti i brani di Live At The Apollo: pochi, perché molti sono lunghissimi e anche sotto forma di medley.

1. Intro / Cinema / Perpetual Change
2. Hold On
3. I’ve Seen All Good People : (i) Your Move (ii) All Good People
4. Lift Me Up
5. And You & I (i) Cord Of Life (ii) Eclipse (iii) The Preacher, The Teacher (iv) Apocalypse
6. Rhythm Of Love
7. Heart Of The Sunrise
8. Changes
9. Long Distance Runaround / The Fish (Schindleria Praematurus)
10. Awaken
11. Make It Easy / Owner Of A Lonely Heart
12. Roundabout

bob seger heavy music 7-9

Dopo l’album di fine anno scorso di Bob Seger, si è creato di nuovo interesse per la sua musica e quindi si va a ripescare anche nei primordi della sua carriera, quando era un giovane rocker dell’area di Detroit, alla guida di un gruppo The Last Heard, che ha lasciato solo una manciata di 45 giri registrati tra il 1966 e il 1967 per la Cameo Records e che vengono raccolti ora in Heavy Music, una sorta di compilation che verrà pubblicata dalla ABKCO, non una piccola etichetta,  visto che fa parte del gruppo Universal ed è quella che abitualmente pubblica in USA il materiale anni ’60 degli Stones.

Partiamo di un disco per completisti ovviamente, ma sembra interessante, sentire per credere qui sopra, tra psych e garage, puro Nugget sound. Ecco la lista dei contenuti.

1. Heavy Music (Part 1)
2. East Side Story (Vocal)
3. Chain Smokin’
4. Persecution Smith
5. Vagrant Winter
6. Very Few
7. Florida Time
8. Sock It To Me Santa
9. Heavy Music (Part 2)
10. East Side Sound (Instrumental)

kathy mattea pretty bird 7-9

Kathy Mattea è una delle voci più interessanti del country americano (quello di qualità), vincitrice di due Grammy ed autrice di molti album, sin dall’esordio nel 1984 con il suo debutto omonimo, sempre con uno stile che incorporava folk e bluegrass nel suo songbook (e un pizzico di rock). Proprio la voce, che è uno dei suoi tratti distintivi, ha subito, a causa di una malattia, dei cambiamenti negli ultimi anni, e quindi la cantante si era presentata titubante alle registrazioni per il nuovo album Pretty Bird (anche questo finanziato con il crowdfunding della Kickstarter Campaign), il primo dal 2012 in cui fu pubblicato l’ultimo CD Calling Me Home. La nuova prova uscirà, sempre il 7 settembre, per la Captain Potato, con la distribuzione Thirty Tigers, ed è stato prodotto dallo specialista Tim O’Brien, anche eccellente chitarrista, violinista e mandolinista (ma suona tutti gli strumenti a corda e ha pure una copiosa carriera solista in proprio). E la Mattea con una serie di lezioni vocali ha ripristinato un timbro vocale diverso, ma sempre ricco ed affascinante, che ricorda quasi la Joni Mitchell,degli anni ’80, mi sembra molto bello il disco a giudicare da questa piccola anteprima che evidenzia anche elementi gospel.

mike farris silver and stone 7-9

Gospel, soul e rock, che sono diventati il nuovo credo di Mike Farris da qualche anno a questa parte, nella sua seconda parte di carriera, dopo essere stato per molti anni il selvaggio cantante degli Screamin’ Cheetah Wheelies. Dopo alcuni album dove il gospel era la fonte principale del sound, e in cui comunque influivano elementi rock e blues, con questo Silver & Stone Farris ritorna maggiormente ad un sound rock classico, grazie anche alla presenza di alcuni musicisti di pregio, dal batterista di Memphis, Gene Chrisman, al mago dell’organo Hammond B3  Reese Wynans (Double Trouble) ai chitarristi Doug Lancio (Patty Griffin, John Hiatt) e Joe Bonamassa.

Ecco un breve assaggio che testimonia della bontà dei contenuti di questo album e della bellissima voce di Farris, il CD è in uscita per la Compass Records, sempre il 7 p.v. Se per caso vi erano sfuggiti, cercate anche quelli vecchi, ne vale assolutamente la pena https://discoclub.myblog.it/2014/09/29/ex-peccatore-convertito-al-grande-gospel-soul-mike-farris-shine-for-all-the-people/ .

Ed ecco anche la lista completa dei brani del disco.

1. Tennessee Girl
2. Are You Lonely For Me Baby?
3. Can I Get a Witness?
4. Golden Wings
5. Let Me Love You Baby
6. Hope She’ll Be Happier
7. Snap Your Fingers
8. Breathless
9. Miss Somebody
10. When Mavis Sings
11. Movin’ Me
12. I’ll Come Running Back To You

Bruno Conti

Il Titolo E’ Interminabile, Il Disco Purtroppo No! The Milk Carton Kids – All The Things That I Did And All The Things That I Didn’t Do

milk carton kids all the things

The Milk Carton Kids – All The Things That I Did And All The Things That I Didn’t Do – Anti CD

Il duo californiano dei Milk Carton Kids, formato da Kenneth Pattengale e Joey Ryan, dopo tre album salutati positivamente da quasi tutta la critica mondiale, al quarto lavoro ha deciso di compiere il grande salto. Fautori di un folk-rock cantautorale chiaramente influenzato da Everly Brothers, Simon & Garfunkel, e dal duo Gillian Welch/David Rawlings, i MKC non hanno cambiato stile, ma hanno migliorato decisamente il loro songwriting e per la produzione si sono rivolti nientemeno che a Joe Henry, con il quale avevano già collaborato nel recente passato ma mai al punto di affidargli le chiavi di un loro album. E Henry non è uno che si muove per tutti, conosce il due ragazzi e li apprezza (li ha avuti anche in tour con lui), e la sua mano in questo All The Things That I Did And All The Things That I Didnt’t Do (un titolo non proprio facile da memorizzare) si sente eccome. Joe è ormai un maestro nel dosare i suoni, nel dare una veste sonora adatta a qualsiasi cosa su cui mette le mani, e quasi sempre per sottrazione, ma c’è da dire che in questo caso gran parte del merito va alle canzoni scritte da Pattengale e Ryan, due che non hanno certo bisogno di sonorità ridondanti per emozionare.

Oltre alle chitarre dei due leader, grande protagonista del disco è la splendida steel guitar di Russ Pahl, ma non bisogna scordare la sezione ritmica discreta ma di gran classe formata da Dennis Crouch (uno che ha suonato con un sacco di grandi, da Gregg Allman a Johnny Cash) e dall’ormai indispensabile Jay Bellerose, oltre alle tastiere di Pat Sansone, membro dei Wilco, ed anche ai fiati (clarinetto e sax) nelle mani di Levon Henry, figlio di Joe. Ballate fluide, lente e distese, suoni centellinati al millimetro, mai una nota fuori posto, con in più alcune tra le migliori canzoni del duo: All The Things (abbrevio per fare prima) è il classico disco che cresce ascolto dopo ascolto, ma piace già dalla prima volta che si mette nel lettore. Il centerpiece dell’album è senza dubbio la straordinaria One More For The Road, un brano che supera i dieci minuti e che definire epico non è esagerazione: una canzone che inizia come una ballata fluida e rilassata, con le due voci, un paio di chitarre e la steel sullo sfondo, un suono molto anni settanta con elementi che rimandano ai gloriosi giorni del Laurel Canyon, e che poi si tramuta in un melting pot di suoni tra folk, jazz ed un tocco di psichedelia in un crescendo strumentale magnifico e di grande pathos, per tornare nel finale al tema principale.

Ma chiaramente il disco è anche altro, a partire dall’iniziale Just Look At Us Now, brano tenue ed interiore, molto discorsivo e con un accompagnamento discreto, una percussione leggera ed un delizioso contorno di strumenti a corda. Il pianoforte introduce la lenta Nothing Is Real, un pezzo raffinato ed ottimo veicolo per le armonie vocali di Kenneth e Joey, con un arrangiamento tra folk e pop d’altri tempi, nel quale si sente lo zampino di Henry; la squisita Younger Years ha molti contatti con la scrittura di Paul Simon, e la sua veste leggermente country & western, con la bella steel di Pahl in sottofondo, la rende una delle più riuscite. Mourning In America, pianistica e con una leggera orchestrazione alle spalle, è lenta e decisamente intensa: musica pura, senza pretese commerciali ma in grado di toccare le corde giuste; You Break My Heart è ancora spoglia nei suoni, voce, chitarra, steel e sezione ritmica appena sfiorata, con uno stile molto vicino all’ultimo Dylan che fa Sinatra, così come Blindness, se possibile ancora più cupa, quasi tetra, con le voci angeliche dei due che contrastano apertamente con il mood triste del brano. Big Time è decisamente più vivace, una canzone limpida ed ariosa tra folk e country, caratterizzata da un bel violino ed una melodia diretta, A Sea Of Roses è ancora puro folk moderno, gentile e raffinato, di nuovo con Simon dietro il pentagramma, mentre Unwinnable War è una ballatona di ampio respiro, con il solito ottimo lavoro di steel alla quale si aggiunge un organo ed il consueto pickin’ chitarristico di gran classe. Chiudono il CD la languida I’ve Been Loving You, molto Everly Brothers, e la delicata title track, tre strumenti in croce ma grande intensità.

Al quarto disco i Milk Carton Kids hanno fatto centro: canzoni come One More For The Road non si scrivono certo per caso, ed il resto non è sicuramente da meno.

Marco Verdi

Rock, Blues E Tanta Chitarra Slide, Da New Orleans Alla Toscana Con Molta Classe! Luke Winslow-King – Blue Mesa

luke winslow-king blue mesa

Luke Winslow-King – Blue Mesa – Bloodshot Records

Lo avevamo lasciato un paio di anni fa, prostrato dagli effetti della sua separazione con la ex moglie Esther Rose King (un matrimonio durato peraltro solo due anni, non per minimizzare) che aveva però prodotto  I’m Glad Trouble Don’t Last Always, il suo quinto album, e terzo per la Bloodshot, nonché il suo migliore in assoluto, proprio incentrato quasi completamente “sulle pene dell’amor perduto”, almeno a livello testuale, mentre a livello musicale lo spettro si era ulteriormente ampliato da quella sorta di vintage blues-folk-jazz-ragtime delle prime prove, ad una roots music di eccellente fattura, con ballate cantautorali sopraffine che si alternavano a blues-rock anche feroci e ferali, grazie al fondamentale apporto della chitarra solista, quasi sempre in modalità slide, del prodigioso strumentista italiano Roberto Luti https://discoclub.myblog.it/2016/10/06/sempre-debbono-soffrire-le-pene-damor-perduto-se-il-risultato-luke-winslow-king-im-glad-trouble-dont-last-always/ . Entrambi cittadini onorari di New Orleans, la città della Louisiana dove Winslow-King si era trasferito nel 2002, all’età di 19 anni, per passare un semestre all’università, e poi lì è rimasto per 15 anni, fino a poco tempo fa, quando ha deciso di tornare nella natia Cadillac, nel Michigan. Ma la musica di New Orleans ovviamente continua  a scorrere nelle vene di Luke, innervata da moltissimi rivoli di altri stili musicali che fanno di Winslow-King uno dei migliori eredi, per esprimere un parere personale, già esplicitato nella precedente recensione, del Ry Cooder degli anni ’70, che comunque è tornato in quella forma sonora, con il nuovo album intitolato, non a caso, The Prodigal Son, e che esce negli stessi giorni di questo Blue Mesa.

Il disco di Luke Winslow-King è stato registrato a Lari, una piccola frazione di Casciana Terme in Toscana, dove Luti ha il suo studio di registrazione: visto che la recensione viene scritta in anticipo sull’uscita del disco, le informazioni sono frammentarie e quindi cerco di integrarle con pareri personali (come andrebbe sempre fatto), perché ognuno nei dischi che ascolta ci sente cose e sensazioni diverse. E quindi se nell’iniziale, bellissima, You Got Mine, scritta con la recentemente scomparsa “Washboard” Lissa Driscoll (una musicista locale che era una sorta di piccola leggenda a New Orleans, amica di Luke e compagna di vita in passato di Luti, e a cui è dedicato l’album) https://www.youtube.com/watch?v=Hwv-jzT_BYU , qualcuno ci ha visto tocchi di Paul Simon e Robert Cray, per il sottoscritto il brano è una suadente ballata deep soul/blues targata Memphis/Muscle Shoals (e quindi Cray ci può stare), attraversata dalle pennellate dell’organo di Mike Lynch (all’opera con Bob Seger, Whitey Morgan e già presente nell’ultimo CD), con l’ottimo Chris Davis alla batteria (che suonava con King James And The Special Men, una delle migliori band di NOLA), da deliziosi interventi vocali e dalle chitarre splendide di Luti e Winslow-King, che pure lui non scherza alla slide, quindi tutti ottimi musicisti, come usava anche Ryland ai tempi d’oro. Se vogliamo cercare il pelo nell’uovo, forse il nostro Luke non ha una voce memorabile, ma comunque molto espressiva e porta con garbo e ricca di una profonda frequentazione con la musica del Sud, sia essa blues, soul o roots-rock.

Come nella vigorosa Leghorn Women, uno swamp-boogie-rock che rimanda ad un’altra band che faceva una sapiente miscela del meglio del rock americano come i Little Feat, oppure di nuovo le derive Stax soul della title-track che narra di una relazione che finisce (forse non ha superato del tutto i suoi dolori amorosi), con una musica malinconica ed evocativa che ricorda proprio il miglior Cooder anni ’70, impegnato con la musica nera vista da un’ottica da “bianco”, di nuovo con magica slide in azione. O ancora nella vibrante Born To Roam, un bel rock and roll dalle melodie ariose, dove si intravede un Tom Petty in trasferta in Louisiana, e pure Better For Knowing You continua il filotto di ottime canzoni, questa volta uno slow malinconico e dalle atmosfere carezzevoli, sempre suonato con sapienza dal gruppo che accompagna il nostro amico. Thought I Heard You, con il suo riff sincopato e la slide tangenziale, è un altro blues-rock di ottimo valore, che ricorda il Sonny Landreth più energico, notevole anche la delicata ballata Break Down The Walls, che mischia con maestrai soul, gospel e stile cantautorale, con una slide sempre evocativa ad elevarne ulteriormente il valore.

Chicken Dinner aggiunge anche dei fiati sincopati al già ampio menu sonoro, per un brano laidback e profondamente sudista nel suo andamento volutamente pigro e vintage nell’atteggiamento, ma mosso e vivace nella realizzazione, con intrecci di chitarre da antologia. After The Rain è un altro brano che poteva venire solo dal melting pot di suoni della Crescent City, tra voci suadenti, chitarre accarezzate, come anche l’organo e la sezione ritmica discreta, per una canzone che, questa volta sì, mi ha ricordato il Paul Simon più ispirato. Per chiudere, giustamente, troviamo Farewell Blues, dove un violino malandrino aggiunge un ulteriore tocco raffinato alle 12 battute classiche ma non convenzionali di questo ottimo musicista che risponde al nome di Luke Winslow-King, uno dei talenti più interessanti del sottobosco musicale americano. Da scoprire, se non l’avete già fatto.

Bruno Conti

Non Mancano I Dischi Dal Vivo Né Degli Uni Né Dell’Altro, Ma Questi Due Sono Bellissimi. The Who – Live At The Isle Of Wight 2004 Festival/Paul Simon – The Concert In Hyde Park

who live at the isle of wight 2004

The Who – Live At The Isle Of Wight 2004 Festival – Eagle Rock DVD – BluRay – 2CD/DVD – 2CD/BluRay

Paul Simon – The Concert In Hyde Park – Legacy/Sony 2CD – 2CD/DVD – 2CD/BluRay

Oggi ci occupiamo di due pubblicazioni dal vivo che hanno in comune il fatto di essere entrambe molto belle, nonché di essere state entrambe registrate qualche anno fa: gli artisti in questione non sono certo privi nelle loro discografie di testimonianze live, sia in audio che in video, ma nonostante ciò sarebbe un peccato ignorare queste due uscite.     Gli Who, una delle più longeve band britanniche, hanno nella fattispecie pubblicato negli anni più album dal vivo che in studio, ma questa performance registrata nel 2004 durante il mitico Isle Of Wight Festival (che aveva riaperto i battenti due anni prima) è da considerarsi tra le più importanti, non fosse altro per il fatto che vedeva i nostri tornare sul luogo del delitto a 34 anni dalla leggendaria serata del 1970 (anch’essa disponibile ufficialmente dal 1996). Il gruppo era alla prima tournée britannica dopo la morte dello storico bassista John Entwistle, e quindi i nostri erano già ridotti a duo, naturalmente composto dal leader e chitarrista Pete Townshend e dalla potente ugola di Roger Daltrey, mentre il resto della band vedeva Pino Palladino al basso, Simon Townshend (fratello minore di Pete) alla chitarra ritmica, Zak Starkey (figlio di Ringo Starr) alla batteria e John Bundrick alle tastiere, formazione in sella ancora oggi, Bundrick escluso. Live At The Isle Of Wight 2004 Festival proposto, come è consuetudine per la Eagle Rock in tutte le combinazioni audio/video possibili, vede dunque gli Who, in forma smagliante, deliziare il numeroso pubblico con un’esibizione potente, roccata e chitarristica come nel loro DNA: sia Daltrey che Townshend sono in grande spolvero, e la band suona con la forza di un macigno, il che non significa mancanza di tecnica; e poi ci sono le canzoni, veri e propri inni entrati a far parte della storia del rock, una scaletta forse con poche sorprese (e poco differente da altri dischi dal vivo del gruppo) ma con talmente tanti capolavori che è sempre un piacere riascoltarli.

Il suono non è forse spettacolare come nel recente Live In Hyde Park, ma è comunque ottimo, e la serata parte subito alla grande con un trittico a tutto rock’n’roll formato da I Can’t Explain, Substitute ed Anyway, Anyhow, Anywhere, e quasi subito dopo una, come al solito, epica Behind Blue Eyes (in mezzo, Who Are You, che non mi è mai piaciuta molto ma è l’unica, mentre purtroppo dalla scaletta manca The Kids Are Alright, una delle mie preferite); l’inarrivabile Baba O’Riley, per chi scrive la più grande canzone rock di sempre dopo Stairway To Heaven, è stranamente al settimo posto nella setlist invece che nei bis, mentre c’è anche qualche chicca come The Punk And The Godfather (da Quadrophenia), Drowned e Naked Eye con solo le chitarre acustiche dei due leader (e nella prima Pete alla voce solista) e due canzoni all’epoca nuove di zecca, uscite come bonus tracks dell’antologia Then And Now: la magnifica Real Good Looking Boy, puro Who sound al suo meglio, e la potente ma meno incisiva Old Red Wine. Altri highlights sono la strepitosa You Better You Bet, i superclassici My Generation (più corta del solito) e Won’t Get Fooled Again ed un finale a tutto Tommy con Pinball Wizard, Amazing Journey, Spark, See Me Feel Me e Listening To You, con Magic Bus come bis conclusivo.

paul simon concert in hyde park

Paul Simon è noto per essere uno dei massimi songwriters di tutti i tempi, ma non certo per il fatto di essere un animale da palcoscenico: di carattere freddo, spesso scostante al limite dello snobismo, non sempre sul palco il newyorkese è garanzia di qualità (io l’ho visto tre volte, sempre a Milano, e se in due occasioni mi aveva entusiasmato ed emozionato, la terza ero rimasto decisamente deluso), ma quando sente aria di grande evento (leggi concerto con folla oceanica, riprese video e futura pubblicazione ufficiale) offre sempre delle performance strepitose. È questo il caso di The Concert In Hyde Park, registrato nel noto polmone verde di Londra nel corso dell’Hard Rock Calling del 2012, una serata magica sotto molti aspetti, un po’ per la suggestiva cornice di pubblico, un po’ per l’ottima forma del leader, ma soprattutto perché nella seconda parte del concerto Simon si è presentato con la band di Graceland al completo, per la prima volta dal tour del 1987, e ha riproposto, anche se con le canzoni in ordine sparso, quasi tutto il famoso album di 26 anni prima (saltando solo, non so bene perché, All Around The World Or The Myth Of Fingerprints). Anche qui, come nel caso degli Who, le canzoni sono una più bella dell’altra, e se aggiungiamo un Simon in serata di grazia il concerto fa presto a diventare imperdibile: Paul ha sempre avuto il pregio di circondarsi di musicisti formidabili, e questa sera non fa certo eccezione, sia per quanto riguarda la sua abituale band che quella “africana”, entrambe guidate dall’eccellente chitarrista Vincent Nguini, e con ospiti come il noto cantautore reggae Jimmy Cliff, il grandissimo gruppo vocale Ladysmith Black Mambazo guidato dal loro leader Joseph Shabalala ed il famoso trombettista sudafricano Hugh Masekela.

La prima parte del concerto è più classica, ma sempre musicalmente ricca e piena di spunti ritmici e melodici mai banali, con classici come la vivace Kodachrome, che apre la serata, il gustoso gospel di Gone At Last, la lenta Dazzling Blue (unica concessione all’allora nuovo So Beautiful Or So What), la sempre intensa e raffinata Hearts And Bones (in medley con Mystery Train di Junior Parker e con lo strumentale Wheels di Chet Atkins), le irresistibili That Was Your Mother, un travolgente cajun ed antipasto di Graceland, e Me And Julio Down By The Schoolyard, per chiudere con la fluida Slip Slidin’ Away, puro Simon classico, e la ritmatissima e coinvolgente The Obvious Child. In questa prima metà c’è anche il mini set di Jimmy Cliff, con le famosissime The Harder They Come e Many Rivers To Cross solo nella parte video (che non ho ancora visto), oltre alla meno nota Vietnam e la solare (e splendida) Mother And Child Reunion in duetto con Simon. La seconda parte, come ho già detto, è incentrata su Graceland, ed è un immenso piacere ascoltare in una veste sonora così scintillante classici come le strepitose Homeless (tutta a cappella) e Diamonds On The Soles Of Her Shoes, la fluida title track, il capolavoro The Boy In The Bubble, le meno note Crazy Love, Vol. II, Gumboots e Under African Skies, e le travolgenti I Know What I Know e, soprattutto, You Can Call Me Al, vera esplosione di ritmo e suoni. Nei bis, finalmente, anche un po’ di spazio per il repertorio targato Simon & Garfunkel, con una sempre emozionante The Sound Of Silence acustica ed una stupenda The Boxer full band con l’intervento al dobro di Jerry Douglas. Richiamato a gran voce sul palco, Simon si congeda con la vivace Late In The Evening e la classica e raffinata Still Crazy After All These Years. Due live albums da non perdere quindi, specie il secondo.

Marco Verdi

Il Risveglio Di Un’Eroina Degli Anni Sessanta! Joan Baez – The Complete Gold Castle Masters

joan baez complete gold castle masters

Joan Baez – The Complete Gold Castle Masters – Razor & Tie/Concord/Proper 3CD

Gli anni ottanta sono stati una decade parecchio difficile per molti artisti che appena vent’anni prima avevano il mondo (musicale) nelle loro mani, a causa della tendenza tipica di quegli anni di staccare con il passato e di vivere il presente in maniera esagerata, creando mode effimere che però nel periodo rischiarono di cancellare intere carriere (per fortuna gli anni novanta, sebbene lontani dall’essere definiti indimenticabili, rimisero parecchie cose al loro posto). Tra i musicisti più in difficoltà ci fu sicuramente Joan Baez, vera e propria icona della musica folk nei sixties, e titolare di una buona discografia “di gestione” nei seventies, che negli ottanta era considerata una vera e propria has been, buona solo per essere chiamata quando c’era da sfilare in qualche corteo e cantare canzoni di protesta in qualche evento specifico: Joan non interessava più come artista, discograficamente parlando, e per ben sette anni non pubblicò alcunché, priva com’era anche di un contratto (anche la sua partecipazione al tour europeo del 1984 di Bob Dylan e Santana finì solo con il compromettere definitivamente i rapporti tra lei e Bob). Nel 1987 la svolta: Joan accettò la proposta di Danny Goldberg, proprietario della piccola etichetta Gold Castle e grande appassionato di folk (altri artisti sotto contratto per la stessa label in quel periodo erano Peter, Paul & Mary, Judy Collins ed Eric Andersen), ed entrò in studio con il produttore Alan Abrahams ed un manipolo di sessionmen (tra cui Fred Tackett, Caleb Quaye ed Abraham Laboriel), uscendone con Recently, un discreto album che ci faceva ritrovare un’artista in buona forma e con una voce ancora eccezionale, disco che non fu un grande successo di pubblico ma ottenne buone critiche e contribuì a rimettere in circolo il nome della Baez, al punto che dopo due anni Joan bisserà con Speaking Of Dreams, un disco anche migliore del precedente, e che le darà la fiducia necessaria per continuare, anche se con altre etichette, fino ad oggi con la pubblicazione di un nuovo album ogni cinque anni (anche se è ormai ferma all’ottimo Day After Tomorrow del 2008, ma pare che stia lavorando ad un nuovo disco che potrebbe uscire nel 2018 e comunque qualche giorno fa è stata inserita nella Rock And Roll Hall Of Fame, come vedete nel video sotto).

Oggi la Razor & Tie (e la Proper in Europa) ripubblica in un triplo CD quei due dischi ormai fuori catalogo (la Gold Castle è fallita da tempo), aggiungendo quattro bonus tracks ed anche un disco dal vivo uscito all’epoca giusto in mezzo ai due album di studio, Diamonds & Rust In The Bullring. Recently (ed anche Speaking Of Dreams) propone, come d’abitudine per la Baez, una miscela di brani originali (pochi, Joan non è mai stata un’autrice prolifica), qualche traditional e diversi pezzi di autori contemporanei, con arrangiamenti al passo coi tempi, anche se talvolta un po’ fuori posto per lo stile della cantante. Joan sceglie di cominciare con il classico dei Dire Straits Brothers In Arms, in cui sopperisce con il pathos e la purezza della sua voce all’assenza della chitarra di Mark Knopfler (e poi il pezzo è già bello di suo). Quelli erano anche gli anni delle canzoni contro l’apartheid in Sudafrica, e la Baez non si chiama certo fuori, riprendendo Asimbonanga (del musicista sudafricano Johnny Clegg, all’epoca molto popolare), un canto che alterna cori di stampo tradizionale ad una veste sonora moderna (pure troppo) ed il celebre inno di Peter Gabriel Biko, in uno squisito arrangiamento dal sapore irlandese. Ci sono anche due canzoni non collegate direttamente al Sudafrica, ma usate ugualmente come canti di libertà: il medley tradizionale Let Us Bread Together/Oh Freedom, dal vivo e con un bel coro gospel alle spalle, e MLK degli U2, voce e synth, che sebbene sia dedicata a Martin Luther King non è una grande canzone. Completano il disco due brani scritti da Joan, Recently e James And The Gang, due cristalline ballate di stampo folk (meglio la seconda, la prima è un po’ zuccherosa) e due classici del songbook americano: The Moon Is A Harsh Mistress di Jimmy Webb, in un’intensa rilettura pianistica (anche qui gli archi sono superflui, ma non esagerano) ed un’ottima Do Right Woman, Do Right Man, famoso errebi scritto da Dan Penn, in una vibrante versione soul che è anche un tributo ad Aretha Franklin.

Paradossalmente il brano migliore è la bonus track pubblicata in questa ristampa, una cover di Lebanon, brano scritto da David Palmer (songwriter e musicista con un passato negli Steely Dan), una ballata di stampo quasi rock, dal suono classico ed elettrico ed una melodia coinvolgente, un mistero come sia rimasta inedita sino ad oggi. Speaking Of Dreams, sempre prodotto da Abrahams, è come ho già detto più bello di Recently, e con un suono migliore: ben tre canzoni sono scritte da Joan, la fulgida China, dedicata ai fatti di Tienanmen Square, il gradevole reggae di Warriors Of The Sun e la title track, raffinata ballata pianistica. Due sono i traditionals, un’intensissima versione piano e chitarra del brano popolare irlandese Carrickfergus ed il medley Rambler Gambler /Whispering Bells, con la partecipazione di Paul Simon, che ha anche arrangiato il brano in puro stile Graceland usando i suoi musicisti africani; splendida El Salvador, una sontuosa ballata di Greg Copeland, impreziosita dal duetto vocale con Jackson Browne, anch’egli in quel periodo molto impegnato politicamente con album come Lives In The Balance e World In Motion, mentre Fairfax County, del cantautore David Massengill, è una delicata folk song, con Joan perfettamente calata nel suo ambiente naturale. Pollice verso invece per Hand To Mouth: già la scelta di rifare un brano di George Michael (per di più un lato B di un singolo) è di per sé discutibile, ma poi la canzone è brutta e l’arrangiamento molto anni ottanta. Ben tre sono le bonus tracks (due già edite in una precedente antologia della Baez ed una nelle varie edizioni CD dell’album): una versione alternata di Warriors Of The Sun unita in medley con She’s Got A Ticket di Tracy Chapman, una Goodnight Saigon molto bella, potente e roccata, anche meglio dell’originale di Billy Joel, ed una rilettura in spagnolo di My Way di Paul Anka, intitolata A Mi Manera ed in cui Joan è accompagnata dai Gipsy Kings (bella? Ma anche no…).

Molto bello infine il live Diamonds And Rust In The Bulling (a parte il titolo da bootleg), registrato nel 1988 nella Plaza de Toros di Bilbao, in Spagna, un live elettrico con Joan in ottima forma e con una voce ancora potentissima. Nella prima parte (il vecchio lato A) troviamo splendide versioni di Diamonds And Rust, la più bella tra le canzoni scritte da Joan, una commovente No Woman, No Cry di Bob Marley ed una meravigliosa Let It Be (Beatles, of course) in versione gospel, oltre ad una rilettura a cappella del traditional Swing Low, Sweet Chariot ed una bellissima e toccante Famous Blue Raincoat di Leonard Cohen, cantata dalla Baez per la prima volta. La seconda parte propone cinque canzoni in spagnolo (Joan, grazie anche alle sue origini messicane, ha un’ottima padronanza della lingua ispanica) ed una, Txoria Txori, addirittura in basco: oltre alla nota Gracias A La Vida, appesantita un po’ dalla debordante presenza vocale di Mercedes Sosa, un’interessante Elles Danzas Solas, versione spagnola di They Dance Alone di Sting (brano di protesta contro il dittatore cileno Augusto Pinochet) ed una deliziosa El Preso Numero Nueve con un arrangiamento flamenco. The Gold Castle Masters è dunque un’ottima opportunità per riscoprire alcune pagine poco note, ma fondamentali per la sua carriera, di Joan Baez, considerando anche il fatto che costa come un doppio CD.

Marco Verdi

E Purtroppo Ci Ha Lasciato Anche Maggie Roche, La “Piccola” Grande Cantante Newyorkese, Aveva 65 Anni (E Anche Altri Due Lutti)

maggie roche the roches

Sabato 21 gennaio 2017 se ne è andata anche Maggie Roche, brillante cantante newyorkese, a lungo con le Roches, il trio della Grande Mela “famoso” per le loro armonie vocali che lasciavano senza respiro. La cantante era nata appunto a New York il 26 ottobre del 1951 ed era la maggiore di tre sorelle, le altre due erano Terre, e la più giovane Suzzy. Nel 1973 Maggie e Terre avevano cominciato la loro attività nel campo musicale cantando come background vocalist in There Goes Rhymin’ Simon, il disco di Paul Simon che le aveva fatte conoscere al grande pubblico.

Poi nel 1975 hanno pubblicato per la Columbia l’unico album come duo a nome Maggie & Terre Roche Seductive Reasoning, e in seguito è entrata nel gruppo anche Suzzy Roche, portando all’esordio come The Roches del 1979, pubblicato dalla Warner e prodotto da Robert Fripp, un piccolo gioiellino di equilibri sonori, tra lo splendido contralto di Maggie, il soprano di Terre e Suzzy che stava nel mezzo a fare da collante per le loro celestiali armonie vocali https://www.youtube.com/watch?v=6-LJX9IXiio, un disco che ancora oggi non risente del trascorrere del tempo, e che spero venga in futuro ristampato in CD, come ha fatto la Real Gone nel 2012 per il disco del 1975.

maggie and terre roche seductive reasoning the roches the roches

Poi le tre sorelle hanno pubblicato una serie di album, nove in tutto, compreso uno natalizio (tra i più belli nello specifico argomento) fino al 1995 in cui è uscito Can We Go Home Now l’ultimo album come trio della prima fase, visto che nel 1997 hanno messo la loro carriera come gruppo in pausa a tempo indeterminato. Anche se nel 2003 la Warner/Rhino ha pubblicato una eccellente antologia The Collected Works Of The Roches, e le sorelle, da sole o in duo, hanno continuato a pubblicare dischi, magari solo per la gioia dei fans più accaniti e degli appassionati della bella musica! Poi nel 2007, a sorpresa, è uscito un disco Moonswept, ancora a nome Roches, che ha rinnovato la magia di questo splendido gruppo familiare.

Ma a parte un breve tour l’avventura è finita quasi subito. Nel corso degli ultimi anni le tre sorelle hanno spesso collaborato con Amos Lee, le Indigo Girls e tutta la famiglia allargata McGarrigle/Wainwright, visto che Suzzy è stata la seconda moglie di Loudon Wainwright III e mamma di Lucy Wainwright Roche, altra promettente cantautrice.

E sabato, dopo una lunga lotta con il cancro, si è spenta la stella di Maggie Roche. Nell’augurio che anche lei Riposi In Pace, colgo l’occasione per rimarcare che anche se questi tributi postumi sono forse le uniche occasioni in cui si parla di artisti ed artiste che meriterebbero ben altro spazio, comunque su questo Blog i nomi che avete letto in questo Post non fanno la loro apparizione per la prima volta, visto che cerchiamo sempre di parlare anche dei nomi cosiddetti “minori”, magari non sempre riuscendoci.

A questo proposito, purtroppo ancora, vi segnalo che ieri, a seguito delle complicazioni di una polmonite, è morto anche Jaki Liebezeit, il batterista dei mitici Can. aveva 78 anni. 

Bruno Conti

P.s. Per la serie le disgrazie non vengono mai da sole, soprattutto ultimamente, e in tutti i campi, apprendo solo ora che ieri, domenica 22 gennaio, all’età di 69 anni è deceduto anche Overend Watts, lo storico bassista dei Mott The Hoople (e British Lions), anche lui affetto da qualche tempo da una grave forma di tumore alla gola, e a cui qualche tempo la band americana dei Mambo Suns aveva dedicato una canzone.

Sperando che per oggi non succeda altro!

Questo E’ L’Anno? Lo Spero Per Loro, Lo Meritano! Yarn – This Is The Year

yarn this is the year

Yarn – This Is The Year – Red Bush CD

In passato mi ero già occupato un paio di volte per il Buscadero (ma non ancora sul Blog) degli Yarn, quartetto originario di Brooklyn, e ne avevo parlato bene: il gruppo, attivo dal 2007, ha già alle spalle ben cinque album, più due collezioni di outtakes di studio (Leftovers Vol. 1 & 2) che erano allo stesso livello di un normale disco, e la qualità media è sempre stata piuttosto alta. La band è guidata da Blake Christiana, che scrive tutte le canzoni, le canta e suona la chitarra ritmica, coadiuvato da Roderick Hohl alla solista, Robert Bonhomme al basso e Rick Bugel alla batteria, e da sempre propone una intrigante miscela di country, folk e rock, senza pretendere di inventare nulla ma facendo molto bene quello che fa. Un gruppo di Americana al 100% dunque, con una capacità innata da parte di Christiana di scrivere canzoni di presa immediata, classiche nel suono e senza strani arzigogoli o velleità moderne: This Is The Year è il loro nuovissimo lavoro, e dopo un attento ascolto posso affermare che, fortunatamente, i ragazzi non hanno cambiato una virgola del loro suono, ma a mio parere hanno addirittura alzato ancora il livello, in quanto le canzoni qui sono decisamente migliori che negli album precedenti e la loro intesa si è ulteriormente perfezionata (merito pure dei circa 170 concerti che tengono durante l’anno, che hanno dato loro modo di crearsi anche un bel seguito).

Country-rock di ottima levatura, con un livello di songwriting eccellente ed una performance complessiva degna di nota: non ci sono altri sessionmen in studio, ed il disco è autoprodotto, a testimonianza del fatto che gli Yarn non vogliono perdere il controllo di quello che fanno, ed i fatti hanno dato loro ragione in quanto This Is The Year può tranquillamente essere messo tra i migliori dischi del genere usciti negli ultimi due-tre mesi. L’apertura è affidata a Carolina Heart, una tenue e soffusa ballata suonata in punta di dita e con uno stile che fonde country, rock e Paul Simon (dopotutto i ragazzi sono di New York), begli arpeggi chitarristici ed una melodia fresca e piacevole. La title track è più elettrica, con un non so che di Neil Young, ritmo secco ed un suono di chitarra ruspante, il tutto però rilasciato con garbo e misura; Love/Hate, per contro, ha un leggero sapore pop-errebi ma si fa apprezzare lo stesso (sorprende la capacità dei nostri di creare melodie semplici ed immediate), mentre Fallin’ è una splendida ballata lenta, di quelle che solo i grandi autori sanno scrivere, con un motivo fluido e toccante ed un’atmosfera crepuscolare di grande fascino. E siamo solo al quarto pezzo.

La spedita I’m The Man è una sorta di honky-tonk elettrico, gustosissimo e tra le più dirette del CD, cantata da Blake con uno studiato distacco, che ricorda l’approccio che caratterizzava le interpretazioni di Lowell George: il ritornello, poi, è irresistibile; Now You’re Gone ha un riff secco, alla Steve Earle, ed il brano è un country-rock elettrico decisamente accattivante, Sweet Dolly ha un’andatura saltellante ed ancora rimandi ad un certo cantautorato classico, anche questa ben costruita ed assolutamente valida. Ma non c’è un solo brano sottotono: la mossa Easy Road è bellissima, coinvolgente, da canticchiare al primo ascolto, Long Way To Texas è un rockabilly d’altri tempi, con un buon pickin’ chitarristico, ed anche Life Is Weird fa restare il disco in territori bucolici, con un leggero retrogusto folk ed il solito refrain da applausi. L’album si chiude con la classica (nel suono) Simple Life I Ride, altra cristallina country ballad, e con la gentile e rilassata I Let You Down.

This Is The Year: speriamo che per gli Yarn questo titolo sia di buon auspicio, se lo meriterebbero.

Marco Verdi

 

75 Anni Così? Da Farci La Firma Subito! Joan Baez – 75th Birthday Celebration

joan baez 75th celebration

Joan Baez – 75th Birthday Celebration – Razor & Tie CD – DVD –  2CD/DVD

Quest’anno non solo Bob Dylan ha festeggiato il raggiungimento del settantacinquesimo anno di età, ma ancora prima di lui (il 9 Gennaio) è stata la volta di Joan Baez, che ancora oggi qualcuno associa al grande cantautore di Duluth nonostante i due non abbiano rapporti di alcun genere da almeno trent’anni, a causa del legame fortissimo, sia artistico che sentimentale, che unì Dylan e la Baez all’inizio degli anni sessanta, quando venivano identificati entrambi come i leader del movimento folk di protesta. Come sappiamo Bob deviò presto verso altre strade, mentre Joan ha sempre continuato con le sue battaglie fino ad oggi, con una coerenza rara nel mondo della musica, ma che le fa senz’altro onore, anche se qualcuno potrebbe etichettarla come personaggio anacronistico. A differenza di Dylan, da sempre refrattario alle auto-celebrazioni, Joan ha deciso di festeggiare il compleanno con qualche giorno di ritardo (il 27 Gennaio), con un concerto al Beacon Theatre di New York e con una serie incredibile di grandi ospiti presenti (tranne Bob, naturalmente, ma anche Joan aveva mancato la famosa BobFest al Madison Square Garden nel 1992), tutti in fila rispettosamente ad omaggiare una vera e propria leggenda vivente della nostra musica. E Joan, come si evince dal DVD allegato al doppio CD pubblicato da pochi giorni, per l’occasione (intitolato semplicemente 75th Birthday Celebration) è apparsa in forma eccezionale, sia fisica che vocale, intrattenendo magnificamente per tutti i cento minuti circa dello spettacolo, cantando da sola o con l’aiuto degli amici che vedremo tra breve una bella serie di classici del passato, suoi e di altri, oltre a diverse chicche https://www.youtube.com/watch?v=CvxdtlG3Q9g .

Vocalmente forse Joan non ha più la potenza dei primi anni (quando si diceva potesse rompere un bicchiere di cristallo solo con l’uso della voce), ma la purezza è rimasta intatta, ed in questa serata dimostra anche di essere una padrona di casa splendida, muovendosi sul palco con una classe immensa ed introducendo i vari ospiti con presentazioni brevi ma efficaci (ed è anche un’ottima chitarrista, il che non guasta). Il concerto è al 100% acustico, con pochi brani suonati full band, ma il feeling è talmente alto e le canzoni sono talmente belle che non solo la noia è totalmente assente, ma non si contano i momenti emozionanti o addirittura commoventi. Inizio splendido con l’intensa God Is God, un brano di Steve Earle che Joan esegue in perfetta solitudine, voce limpidissima e grande feeling, due strofe e ho già i brividi; There But For Fortune è uno dei classici assoluti di Phil Ochs, una delle più belle canzoni dello sfortunato folksinger, mentre Freight Train, il noto evergreen di Elizabeth Cotten, vede entrare il primo ospite, cioè il grande David Bromberg, che non canta ma si fa sentire eccome con il suo splendido pickin’. Per Blackbird, nota canzone dei Beatles, Joan è raggiunta sul palco, con acclusa prima grande ovazione, da David Crosby (e da Dirk Powell alla chitarra): i due armonizzano in maniera superlativa, anche perché David questo brano dal vivo con CSN lo fa da una vita; She Moved Through The Fair è una delle più famose ballate irlandesi, ed a Joan si unisce Damien Rice (che è irlandese pure lui), solo due voci ed un harmonium, ma che intensità! Joan omaggia anche Donovan con Catch The Wind (il brano più noto del periodo folk del cantautore, quando veniva chiamato il “Dylan inglese”), ed alla padrona di casa si aggiunge la bravissima Mary Chapin Carpenter per una buona versione, molto rigorosa.

Anche Hard Times, è stata fatta dalla metà di mille (è una canzone popolare composta da Stephen Foster, lo stesso di Oh, Susannah!), e qui Joan divide il microfono con Emmylou Harris, una delle poche che come voce non ha paura della Baez (e Powell si sposta al piano), altra rilettura da pelle d’oca; Joan ed Emmylou vengono poi raggiunte da Jackson Browne (che somiglia sempre di più a Carlo Massarini con la parrucca, ed i due tra l’altro sono amici), per una strepitosa versione a tre voci e tre chitarre di Deportee, una delle più belle canzoni di Woody Guthrie, ed uno dei momenti top della serata. Ed ecco Dylan (inteso come autore), ma Joan, dopo un’introduzione in cui sfotte bonariamente il vecchio Bob, sceglie un pezzo poco conosciuto, Seven Curses, suonato in totale solitudine, come anche la canzone successiva, una fluida interpretazione del traditional Swing Low, Sweet Chariot; la prima parte del concerto (e primo CD) si chiude con la grande Mavis Staples che si unisce a Joan per un medley di puro gospel eseguito a cappella dalle due artiste, Oh, Freedom/Ain’t Gonna Let Nobody Turn Me Around, dove spicca il contrasto tra la potenza di Mavis ed il timbro cristallino di Joan.

The Water Is Wide è un altro splendido traditional che la nostra avrà cantato mille volte, ma stasera con le Indigo Girls (cioè Amy Ray ed Emily Saliers) ed ancora la Chapin Carpenter è tutta un’altra storia; le Ragazze Indaco restano sul palco per un altro pezzo di Dylan, la grandissima Don’t Think Twice, It’s All Right, altra versione da manuale, voci perfette e pathos a mille, un altro magic moment del concerto. Ed ecco il primo brano full band, ed è una eccezionale rilettura del classico House Of The Rising Sun, resa imperdibile dalla presenza di due chitarristi come David Bromberg e Richard Thompson, dire strepitosa è riduttivo. Thompson rimane per una versione a due di quello che è il brano più recente tra quelli proposti: infatti She Never Could Resist A Winding Road era una delle canzoni di punta dello splendido Still, album dello scorso anno del chitarrista inglese http://discoclub.myblog.it/2015/06/30/altro-disco-richard-thompson-still/ , ma la sua presenza in scaletta ha senso in quanto Joan preannuncia che sarà uno dei pezzi presenti sul suo prossimo disco di studio, e se il livello si manterrà così ci sarà da divertirsi; ancora Jackson Browne per una toccante versione di una delle sue signature songs, Before The Deluge (che Joan aveva inciso negli anni settanta), con solo Jackson al piano, più un violino ed una percussione: magnifica. Diamonds And Rust è sicuramente la più bella e famosa tra le (poche) canzoni scritte dalla Baez, e qui è riproposta con un’intensità incredibile, e con l’aiuto di Judy Collins, che ha solo due anni in più di Joan ma sembra sua nonna, anche se è sempre in possesso di una grande voce.

Gracias A La Vida, il noto brano di Violeta Parra ed uno dei maggiori successi di Joan, vede la nostra in compagnia del musicista cileno Nano Stern, per una scintillante versione che parte lenta ma poi si trasforma in un brano dalla ritmica molto vivace e “latina” che piacerà sicuro anche ai fans dei Los Lobos. Ci avviciniamo alla fine, ma c’è il tempo per una stupenda The Boxer eseguita proprio in compagnia di Paul Simon (e di Richard Thompson), un brano tra i più belli di sempre rifatto in maniera sublime; The Night They Drove Old Dixie Down, oltre ad essere uno dei classici assoluti di The Band, è stato anche il più grande successo commerciale di Joan a 45 giri, ed è perfetta per chiudere la serata in questa versione full band, con la Baez visibilmente emozionata quando il pubblico le canta spontaneamente “Happy Birthday To You”; come bis Joan sceglie ancora Dylan, e non poteva esserci canzone più appropriata per l’occasione di Forever Young, eseguita per sola voce e chitarra.

Un concerto magnifico, un atto dovuto per una cantante splendida: ritenendo che Totally Stripped degli Stones ed i volumi 2, 3 e 4 di It’s Too Late To Stop Now di Van Morrison siano comunque da considerarsi ristampe, a mio parere questo 75th Birthday Celebration è, fino a questo momento, il live dell’anno.

Marco Verdi

Sempre Il Solito Simon, Complesso E Moderno, Ricco Di Suoni “Stranieri”. Paul Simon – Stranger To Stranger

paul simon stranger to stranger

Paul Simon – Stranger To Stranger – Concord/Universal

Quell’occhio, benevolo ma inquietante, che ti scruta dalla copertina di questo nuovo Stranger To Stranger è quello di un signore di 75 anni (a metà ottobre) che, a differenza per esempio di Dylan, ha preferito rivolgere il suo sguardo verso il “futuro”, con un album costruito su sonorità “moderne”, forse con più grooves e ritmi rispetto alle melodie del passato, ma sempre ricco di fascino e complessi intrecci sonori. Che poi ci riesca completamente magari è soggetto ai diversi punti di vista degli ascoltatori, ma sicuramente ci prova. Questo disco in fondo è “solo” il tredicesimo album di studio in una carriera solista iniziata nel lontano 1972 (e contando anche il Paul Simon Songbook, pre-Simon & Gafrunkel, del 1965 e la colonna sonora di One Trick Pony): quindi non una carriera particolarmente ricca di prove discografiche, e in questo senso ogni nuovo CD di Paul Simon è un evento. Il precedente album So Beautiful Or So What era un buon disco, magari non un capolavoro (http://discoclub.myblog.it/2011/04/10/temp-d60b04cfdc8f0c74be0a93f5c8899c81/), e, a mio modesto parere, neppure questo Stranger To Stranger lo è, pur se superiore a quel disco e non così formidabile come lo sta dipingendo la parte della critica musicale mondiale che ne ha già parlato.

Nell’ambito della “modernità” dei suoni è sicuramente superiore a Surprise, il disco del 2006 registrato con Brian Eno, che non aveva retto alle aspettative della strana coppia, e come contenuti musicali a You’re The One, il disco del 2000 e al pasticciato musical Songs From The Capeman, quindi forse il miglior disco di Simon dai tempi di The Rhythms Of The Saints, ma comunque nettamente inferiore sia a quel disco, come ai capolavori Graceland Hearts & Bones (quello che prediligo in assoluto). A proposito di modernità per l’occasione Simon rispolvera l’ottuagenario Roy Halee, il produttore ed ingegnere del suono dei suoi dischi migliori, non più avvezzo al suono di pro-tools ed altre diavolerie elettroniche (e Paul ha dovuto fargli da tramite verso le nuove tecnologie) ma che non sembra avere perso il tocco magico nel fondere nuovi suoni con il calore del suono analogico. Come al solito (da cui il titolo del post) Paul Simon non ha perso il vizio di sperimentare ardite e, in parte, riuscite aggregazioni di diverse sonorità: lo spirito folk e melodico della sua tradizione, la musica popolare di diversi paesi e continenti, dal folklore del Perù al flamenco della Spagna, passando per l’amata Africa, e anche i beat elettronici dell’italiano Clap! Clap (Digi D’Alessio, con la D, all’anagrafe Stefano Crisci da Firenze), oltre all’utilizzo di strumenti mutuati dalla musica contemporanea di Harry Partch e alla batteria di Jack De Johnette e la voce di Bobby McFerrin, da un ambito jazz. Ed ecco quindi apparire, nei vari brani, strumenti come il gopichand, la Hadjira, la trombadoo, il Big Bong Mbira, il chromelodeon, lo zoomoozophone, accanto a glockenspiel, celeste, marimba e flamenco dancing (prego?!?).

Ebbene sì, perché è il groove, l’afflato ritmico, quello che vince in questo Stranger To Stranger, ogni tanto la volontà di sperimentare nuovi suoni va a scapito della melodia, spesso in passato protagonista principale delle canzoni più belle di Paul Simon, e qui ce ne sono comunque alcune notevoli. Però, andando a stringere, due brani sono strumentali, The Clock, che è un breve sketch di un minuto per orologio, mbira e chitarra acustica e la delicata e deliziosa In The Garden Of Edie, dedicata alla moglie Edie Brickell, una sorta di ninna nanna pastorale sussurrata a bocca chiusa su uno strato di strumenti suonati dallo stesso Paul. Poi ci sono i tre brani dove appare l’elettronica di Clap! Clap!, molto presente ma non troppo invasiva, utilizzata con giudizio ed un certo gusto: nell’iniziale The Werewolf dove viene incorporata in un maelstrom di percussioni etniche, batterie elettroniche, fiati, organo, celeste, chitarra slide, battiti di mano, schiocchi di dita, inserti di fiati e mille altri particolari che la rendono affascinante e unica. Wristband, molto ritmata, viaggia sul suono del basso di Carlos Henriquez, strumento sempre molto amato da Paul, gli inserti vocali di Keith Montie, i fiati di Andy Snitzer CJ Camerieri e di mille percussioni, per un altro intreccio non inconsueto nella musica del nostro, mentre la breve Street Angel è costruita solo sul groove di vari strumenti e percussioni, il campionamento delle voci del Golden Gate Quartet (che qualcuno ha inserito tra i musicisti del disco, peccato che quelli originali non esistono più da una cinquantina di anni), ma mi sembra più irrisolta rispetto alle due precedenti.

La title-track Stranger To Stranger è una canzone splendida, sognante ed avvolgente, un classico di Simon, con la chitarra intrigante del fedele Vincent Nguini, l’apporto ritmico del bravissimo batterista (e polistrumentista) Jim Oblon, il flauto di Alex Sopp e gli inserti dei fiati di C.J. Camerieri, oltre al flamenco dancing sinuoso di Nino De Los Reyes, affascinante. Particolare anche la breve In A Parade (uno dei quattro brani che faticano ad arrivare ai due minuti), solo la voce di Paul e le percussioni di Oblon, canzone che è “interpretata” dallo stesso carattere del brano Street Angel, ma non mi acchiappa particolarmente nella sua sequenza di liriche di cui non afferro a fondo il senso. Proof Of Life, viceversa, è un altro brano splendido, intenso ed incalzante, ma al tempo stesso soffuso, con un cantato tipico di Simon ed una ricca strumentazione, dove fiati, percussioni e tratti orchestrali si integrano perfettamente con le chitarre del nostro e di Vincent Nguini, questa volta alle acustiche. Molto bella anche Riverbank, una canzone vivace ed elettrica, caratterizzata da un doppio basso, acustico ed elettrico, dalla chitarra circolare dello stesso Simon e dal tocco magico della batteria di Jack De Johnette, che si unisce ai mille percussionisti impiegati nel disco, con viola e cello, oltre alla marimba, a dare tocchi di colore al sound. E splendida Cool Papa Bell, dove ci rituffiamo nei suoni e nei ritmi africani di Graceland, di nuovo con la chitarra elettrica di Vincent Nguini a menare le danze, il basso tuba di Marcus Rojas a fornire la quota New Orleans del sound e tutti gli strati di percussioni che avvolgono, questa volta senza soffocarla o nasconderla troppo, la melodia della canzone. Ottima anche la conclusiva, dolcissima Insomniac’s Lullaby, di nuovo una ninna nanna minimale, costruita intorno alla chitarra e alla voce di Paul Simon, circondate comunque da mille strumenti appena accennati e dalla voce di McFerrin, impegnati a dare profondità e spessore al suono.

Esiste anche una immancabile e costosa versione Deluxe (singola) che aggiunge altri cinque brani: Horace and Pete, l’unico inedito, Duncan ( Live) bellissima https://www.youtube.com/watch?v=IPjzRZCCAPA , Wristband ( Live), entrambi registrati nel febbraio del 2016 nella nota trasmissione televisiva A Prairie Home Companion, Guitar Piece 3 ( un altro breve brano strumentale), e New York is My Home con Dion, già apparso nell’omonimo disco del cantante newyorkese. Quindi, concludendo, un bel disco, a tratti ottimo, ma, almeno per il sottoscritto, non un capolavoro assoluto. Poi ce lo dirà il tempo, se rimarrà come questa canzone https://www.youtube.com/watch?v=T0tmgmBBm4E

Esce oggi 3 giugno.

Bruno Conti