The Best Of 2018: Una Panoramica Da Siti E Riviste Musicali Internazionali, Parte I

mojo-2018uncut 2018

Come dicevo già lo scorso anno, ormai mi diventa sempre più difficile condividere le scelte di fine anno delle principali riviste e anche dei siti musicali internazionali più interessanti, anche Mojo Uncut, due riviste inglesi che un tempo leggevo con regolarità, ormai si sono  uniformati all’andazzo generale e salvo alcune firme che ancora cercano con competenza di trattare gruppi o cantautori che rientrano nei gusti musicali privilegiati sulle pagine virtuali di questo Blog (e dal sottoscritto e Marco Verdi pure sul Buscadero, a proposito se volete votare al Poll della rivista, questa è la pagina su cui si vota https://docs.google.com/forms/d/11_w_lkqKzGpF4oyTl7xWRWcxb-g3ZdSngR8hjatyYtQ/viewform?edit_requested=true ), sia con nuove uscite che con ristampe sfiziose. Quindi ormai impera, durante l’annata e anche nelle scelte di fine anno, un mondo dove dominano avant-garde metal, post punk, alternative rock e dance, electro e synthpop, art pop e art punk, noise rock, trap e rap, post rock, neo soul e neo psychedelia, in un fiorire di generi che quasi corrisponde ad ogni nuova singola uscita discografica, ma che maschera un appiattimento del livello qualitativo veramente preoccupante. Chi scrive non condivide questo “nuovo” mondo e cerca di parlare su questo Blog ancora di musica verace, magari classica, forse già sentita, ma sicuramente suonata e cantata da talenti che, salvo rare eccezioni, non si sono ancora venduti alla “musica di plastica” che purtroppo sembra prevalere al momento.

Chi legge il Blog con regolarità sa quali siano i generi musicali, per quanto ampi e diversificati, che trattiamo nei nostri post, per cui non mi dilungo ulteriormente nelle mie lamentazioni e passo a questa sorta di rassegna stampa globale, dove vado a pescare nominativi e dischi che ritengo interessanti, da segnalare per eventuali vostri ascolti, in quanto una delle funzioni, direi la principale, di queste liste è quella di scoprire album che magari possono essere condivisibili con i nostri gusti. Ma prima, per certificare comunque questo declino anche nelle due riviste effigiate ad inizio articolo, ecco almeno le prime 15 posizioni delle loro classifiche di gradimento di fine anno: con qualche video mirato e segnalando con un link quelli (pochi) di cui abbiamo parlato nel Blog

MOJO’s Top 15 Albums of 2018

100007-record

15. Tracey Thorn – Record

116815-true-meanings

14. Paul Weller – True Meanings

13. Kurt Vile – Bottle It In
12. Pusha-T – Daytona
11. Fatoumata Diawara – Fenfo (Something To Say)

99252-all-nerve

10. The Breeders – All Nerve

113598-and-nothing-hurt

9. Spiritualized – And Nothing Hurt

102546-tell-me-how-you-really-feel

8. Courtney Barnett – Tell Me How You Really Feel

104239-deafman-glance

7. Ryley Walker – Deafman Glance

6. Idles – Joy as an Act of Resistance
5. Christine and the Queens – Chris
4. Janelle Monáe – Dirty Computer

108137-hope-downs

3. Rolling Blackouts Coastal Fever – Hope Downs

107061-tranquility-base-hotel-casino

2. Arctic Monkeys – Tranquility Base Hotel & Casino

107514-heaven-and-earth

1. Kamasi Washington – Heaven and Earth

In questa lista finalmente qualche titolo in comune con le nostre scelte

UNCUT’S TOP 50 ALBUMS of 2018

117495-look-now

15. Elvis Costello & The Imposters – Look Now

https://discoclub.myblog.it/2018/10/26/laltro-elvis-un-ritorno-alla-forma-migliore-per-mr-mcmanus-il-disco-pop-dellanno-elvis-costello-the-imposters-look-now/

109791-the-prodigal-son

14. Ry Cooder – The Prodigal Son

https://discoclub.myblog.it/2018/05/28/chitarristi-slide-e-non-solo-di-tutto-il-mondo-esultate-e-tornato-il-maestro-ry-cooder-prodigal-son/

13. Young Fathers – Cocoa Sugar

104255-hell-on

12. Neko Case – Hell-On

https://discoclub.myblog.it/2018/06/14/alternativa-ma-non-troppo-anzi-sofisticata-ed-elegante-neko-case-hell-on/

121327-13-rivers

11. Richard Thompson – 13 Rivers

https://discoclub.myblog.it/2018/09/23/forse-sempre-uguale-ma-anche-unico-richard-thompson-13-rivers/
10. Sons of Kemet – Your Queen is a Reptile

115511-chris

9. Christine and the Queens – Chris
8. Beak> – >>>

107566-babelsberg

7. Gruff Rhys – Babelsberg

102710-dirty-computer

6. Janelle Monáe – Dirty Computer

100132-theres-a-riot-going-on-1

5. Yo La Tengo – There’s a Riot Going On

113598-and-nothing-hurt

4. Spiritualized – And Nothing Hurt

96151-freedoms-goblin

3. Ty Segall – Freedom’s Goblin

108137-hope-downs

2. Rolling Blackouts Coastal Fever – Hope Downs

113645-double-negative

1. Low – Double Negative

La copertina del disco dei Low a mio parere è veramente ma il disco è al solito intrigante nelle sue sonorità inconsuete e spiazzanti.

Al solito aggiungo la lista delle scelte del sito American Songwriter, uno dei pochi, se non l’unico, già dal nome, per affinità elettive, che guardo con regolarità e in cui spesso trovo segnalati artisti e dischi che poi mi viene voglia di approfondire, nella mia costante ricerca della buona musica. Anche in questo caso ci sono alcuni album di cui abbiamo parlato, o magari parleremo nei recuperi di fine/inizio anno, sul Blog.

american songwriter logo 2017

American Songwriter Top 15 Albums Of 2018

103203-golden-hour

Kacey Musgraves — Golden Hour

https://discoclub.myblog.it/2018/05/22/dal-country-al-pop-senza-passare-dal-via-kacey-musgraves-golden-hour/

126723-interstate-gospel

Pistol Annies — Interstate Gospel

Janelle Monáe — Dirty Computer

116973-to-the-sunset

Amanda Shires — To the Sunset

https://discoclub.myblog.it/2018/08/27/non-sara-brava-come-il-marito-ma-anche-lei-fa-comunque-della-buona-musica-amanda-shires-to-the-sunset/

106855-the-tree-of-forgiveness

John Prine — The Tree of Forgiveness

https://discoclub.myblog.it/2018/04/23/diamo-il-bentornato-ad-uno-degli-ultimi-grandi-cantautori-john-prine-the-tree-of-forgiveness/

122589-warm

Jeff Tweedy — WARM

116220-desperate-man

Eric Church — Desperate Man

120776-black-velvet

Charles Bradley — Black Velvet

110901-things-change

American Aquarium — Things Change

131151-mr-jukebox

Joshua Hedley — Mr. Jukebox

110910-putting-on-airs

Erin Rae — Putting on Airs

131150-healing-tide

The War and Treaty — Healing Tide

114463-dying-star

Ruston Kelly — Dying Star

131149-ancient-noise

Patrick Sweany — Ancient Noise

111133-port-saint-joe

Brothers Osborne — Port Saint Joe

I quindici titoli di questa lista sono tutti ottimi, con una menzione speciale per The War And Treaty. un disco prodotto da Buddy Miller.  che merita sicuramente un approfondimento e tutta la vostra attenzione, due voci formidabili e quindi due video per loro. Anche Ruston Kelly e i Brothers Osborne hanno fatto degli ottimi album,

Ma qui finiscono le buone notizie (ma di buona musica ce n’è ancora, anche parecchia, basta cercarla, e noi siamo qui per questo), e finisce anche il Post, nella seconda parte ho deciso di raccogliere una serie di titoli che appaiono qui e là nelle varie liste di fine anno di siti e riviste assortite, dove però il resto dei contenuti, come direbbero quelli che parlano bene, è da “far accapponare” i capelli.

Fine prima parte.

Bruno Conti

Siamo Arrivati A Quel Periodo Dell’Anno! Il Meglio Del 2018 In Musica Secondo Disco Club, Parte III

albert_einstein_frasi

Ovviamente lui come pensatore non aveva (quasi) uguali, però almeno i baffi sono in comune tra di noi. Scherzi a parte ecco la mia (prima) lista, in qualità di titolare del Blog. Si tratta di quella che poi uscirà anche sul Buscadero del prossimo mese, e quindi abbastanza di dimensioni ridotte, che verrà integrata però un altro Post contenente alcuni titoli che non erano rientrati per motivi di spazio, e che ho definito “Rinunce dolorose!”, anche perché quando devo indicare dei titoli come le mie preferenze per l’anno in corso preferisco farlo all’impronta, salvo poi avere mille ripensamenti, e in linea di massima valgono solo per quel momento preciso, ma ce ne sarebbero molti che appunto dolorosamente rimangono fuori da queste classifiche di fine anno. Quindi ecco la mia lista: commenti non ne trovate, anche perché i link che seguono quasi tutte le scelte sono relativi alle mie recensioni, che volendo potete rileggervi integralmente.

Il Meglio Del 2018 di Bruno Conti

ry cooder the prodigal son

Ry Cooder – Prodigal Son

https://discoclub.myblog.it/2018/05/28/chitarristi-slide-e-non-solo-di-tutto-il-mondo-esultate-e-tornato-il-maestro-ry-cooder-prodigal-son/

beth hart live at the royal albert hall dvd

Beth Hart – Live At The Royal Albert Hall

https://discoclub.myblog.it/2018/11/24/che-voce-e-che-concerto-spettacolare-uno-dei-migliori-del-2018-beth-hart-live-at-the-royal-albert-hall/

mary chapin carpenter sometimes just the sky

Mary Chapin Carpenter – Sometimes Just The Sky

janiva magness love is an army

Janiva Magness – Love Is An Army

https://discoclub.myblog.it/2018/04/11/voci-e-dischi-cosi-non-se-ne-fanno-quasi-piu-janiva-magness-love-is-an-army/

fairport convention what we did on our saturday

Fairport Convention – What We Did On Our Saturday

https://discoclub.myblog.it/2018/07/15/i-migliori-dischi-dellanno-2-fairport-convention-what-we-did-on-our-saturday/

amy helm this too shall light 28-9

Amy Helm – This Too Shall Light

https://discoclub.myblog.it/2018/10/01/unaltra-rampolla-di-gran-classe-sempre-piu-degna-figlia-di-tanto-padre-amy-helm-this-too-shall-light/

richard thompson 13 rivers 14-9

Richard Thompson – 13 Rivers

https://discoclub.myblog.it/2018/09/23/forse-sempre-uguale-ma-anche-unico-richard-thompson-13-rivers/

magpie salute heavy water I

Magpie Salute – High Water 1

https://discoclub.myblog.it/2018/08/13/il-primo-disco-ufficiale-di-studio-ma-anche-il-precedente-non-era-per-niente-male-magpie-salute-heavy-water-i/

paul rodgers free spirit

Paul Rodgers – Free Spirit

https://discoclub.myblog.it/2018/07/13/i-migliori-dischi-dal-vivo-dellanno-1-paul-rodgers-free-spirit/

nathaniel rateliff tearing at the seams

Nathaniel Rateliff & The Night Sweats – Tearing At The Seams

Ristampe Dell’Anno:

beatles white album

Beatles – White Album 50th Anniversary Edition

https://discoclub.myblog.it/2018/11/27/correva-lanno-1968-1-the-beatles-white-album-50th-anniversary-edition-parte-i/

https://discoclub.myblog.it/2018/11/28/correva-lanno-1968-1-the-beatles-white-album-50th-anniversary-edition-parte-ii/

jimi hendrix electric ladyland box front

Jimi Hendrix Experience – Electric Ladyland 50th Anniversary Deluxe Edition

In questo caso anche se poi trovate il link della recensione, un breve commento mi scappa: il disco rientra di dovere tra le ristampe più importanti dell’anno, per il valore dell’album, ma non per i contenuti del cofanetto,”interessanti”, ma si poteva fare molto di meglio

https://discoclub.myblog.it/2018/12/03/correva-lanno-1968-2-jimi-hendrix-experience-electric-ladyland-deluxe-edition-50th-anniversary-box/

bob dylan more blood more tracks

Bob Dylan – More Blood More Tracks Bootleg Series vol.14

Il link della recensione completa lo trovate poi nei Best di Marco Verdi.

Concerto:

van morrison in concert

DVD Van Morrison in Concert

Un Van Morrison nelle mie liste di fine anno ci sta sempre, questa volta ho scelto uno strepitoso video.

https://discoclub.myblog.it/2018/03/30/from-belfast-northern-ireland-il-van-morrison-pasquale-van-morrison-in-concert/

A questo punto mancano solo i migliori di Marco Verdi, che troverete domani, e poi nei giorni natalizi un Post con l’integrazione della mia classifica.

Bruno Conti

Forse Sempre “Uguale”, Ma Anche Unico! Richard Thompson – 13 Rivers

richard thompson 13 rivers 14-9

Richard Thompson – 13 Rivers – New West/Proper

Ammetto una grande passione personale per Richard Thompson (da solo, con i Fairport Convention e con la moglie Linda) e lo considero uno dei più grandi artisti degli ultimi 50 anni, quindi in questo Blog le recensioni dei suoi dischi direi che sono quasi obbligatorie (e anche l’amico Marco Verdi condivide questa predilezione, come direi il 90% della critica musicale), anche considerando che è rarissimo che Thompson abbia fatto, non dico un album brutto, ma neppure al di sotto di una qualità complessiva medio-alta, in molti casi altissima. E questo 13 Rivers non è certo l’eccezione che conferma la regola, anzi, direi che ancora una volta l’artista inglese colpisce al cuore dell’ascoltatore con un’opera veramente maiuscola. Il titolo del Post non è criptico o denigratorio, semplicemente vuole significare che il nostro amico non è ascrivibile a nessun genere musicale specifico, fa del rock, del folk, della musica da cantautore, ma in un modo assolutamente personale che lo rende unico ed inimitabile, il suo stile è semplicemente “Richard Thompson”: quindi forse, ma dico forse, i suoi prodotti potrebbero sembrare uguali tra loro, ma sono realizzati con una classe, una abilità compositiva, una maestria strumentale, che anno dopo anno non finiscono di stupire anche chi è appassionato della sua musica a prescindere. Uno dei rari casi ai giorni nostri in cui si possono acquistare i suoi CD a scatola chiusa. Fatta questa questa breve concione iniziale passiamo a vedere i contenuti e l’ambientazione di questo nuovo album.

Thompson, dopo i due recenti album acustici, con 13 Rivers torna a prodursi in proprio, quindi archiviate le collaborazioni con Jeff Tweedy dei Wilco Buddy Miller che comunque ci avevano regalato due album eccellenti come https://discoclub.myblog.it/2015/06/30/altro-disco-richard-thompson-still/  e https://discoclub.myblog.it/2013/02/22/semplicemente-richard-thompson-electric/  , ritorna ai Boulevard Recording Studios di Hollywood (quelli che una volta si chiamavano Producer’s Workshop e dove gli Steely Dan, i Fleetwood Mac, Carly Simon, e anche i Pink Floyd in parte con The Wall, registravano i loro dischi) per realizzare quello che è il suo 18° disco di studio come solista, sempre accompagnato dai fedelissimi Michael Jerome alla batteria e Taras Prodaniuk al basso, nonché il recente arrivo Bobby Eichorn alla seconda chitarra, e a Zara Phillips Siobhan Maher Kennedy alle armonie vocali, più Judith Owen, voce aggiunta in in No Matter. Il risultato, manco a dirsi, è ancora una volta esemplare, secondo molti il suo migliore album degli anni 2000 (ma anche i due precedenti citati e Sweet Warrior erano comunque dischi di rara consistenza), benché, come capita ormai da parecchi anni ormai, forse manca la canzone memorabile, quella che rimane negli annali della musica, brani come The Calvary Cross, I Want To See The Bright Lights Tonight, For Shame Of Doing Wrong, Dimming Of The Day, Night Comes In, Walking On A Wire, Man In Need, Shoot Out The Lights, Turning Of The Tide, 1952 Vincent Black Lightning, From Galway To Graceland e potrei andare avanti per delle ore, ma, come ha detto lo stesso Richard, le canzoni hanno bisogno di un lungo tempo per diventare dei classici e quindi forse anche alcune di quelle delle due ultimi decadi prima o poi entreranno in questa lista di magnificenze. Perché in ogni caso, anche in 13 Rivers, la qualità media dei brani è comunque tale da rendere proprio tutto l’assieme sempre soddisfacente ed appunto “unico”.

Come sanno coloro che amano Thompson, nei suoi dischi troviamo tutto: testi pungenti, brillanti, satirici, ironici, taglienti, ma anche ballate d’amore struggenti e malinconiche, uniti ad arrangiamenti sempre geniali e diversi tra loro, e soprattutto una maestria strumentale alla chitarra che rende l’esecuzione di queste composizioni sempre fonte continua di sorpresa, per le traiettorie sonore che, a differenza degli altri grandi solisti della storia, non attingono dal blues o dal rock tradizionale, ma si ispirano al folk, alla musica orientale e a solisti non convenzionali, gente come Django Reinhardt, Les Paul, Chuck Berry, James Burton, Hank Marvin, tutti ricordati in una canzone, Guitar Heroes, che si trovava su Still. Ma poi nel corso degli anni tutto questo sapere è confluito, come i 13 Fiumi di questo album, in uno stile che non deve nulla a nessuno, per le timbriche e le sonorità della sua chitarra che ancora una volta emergono con forza nei pezzi di questo CD. Il brano di apertura evidenzia subito il notevole affiatamento di Richard con la sua sezione ritmica, ormai in grado di interagire quasi a livello telepatico con il proprio leader, The Storm Won’t Come, dal testo minaccioso e quasi apocalittico, “I am longing for a storm to blow through town, blow these sad old buildings down”, Jerome e Prodaniuk impostano un groove incalzante, quasi galoppante, su cui si innesta la voce quasi declamante ma asciutta di Thompson, che poi inizia a lasciare partire i suoi classici strali chitarristici, mentre il ritmo si fa ancora più marziale, mantenendo però la complessità di un arrangiamento articolato, che viaggia dalle parti del rock, ma se ne discosta per l’unicità del suono, avvolgente e con continui rimandi a questa tempesta che sta per arrivare e poi si infine manifesta con un assolo al solito prodigioso della solista,  in grado di creare sonorità che nessun altro chitarrista attualmente è in grado di riprodurre così magistralmente. The Rattle Within, ancora con un approccio ritmico che definire inconsueto è fargli torto, parte dal folk e dalla musica popolare per investirle di turbini di elettricità rock che rimandano ai primi Fairport Convention e a qualche deriva orientaleggiante, mentre la solista si inventa sonorità aspre e quasi distorte, grazie al timbro unico che l’inglese è in grado di estrarre nuovamente dalla sua chitarra, sempre vorticosa e tiratissima.

Ma Richard Thompson è capace anche di slanci amorosi, sempre conditi dalla sua arguzia ed ironia, nonché da un malinconico pessimismo, “Cupid shoots just like a baby/Now Romeo won’t let her be”, come dimostra la scandita e potente Her Love Was Meant For Me, una ballata elettrizzante nel suo trasporto, ma che sprizza anche il solito vigore dei pezzi migliori del suo autore, con le due chitarre e la ritmica che martellano comunque con grinta, mentre gli assoli al solito virano verso sonorità quasi impossibili nella loro forza dirompente, senza dimenticare l’afflato melodico sottolineato dai cori proposti dai componenti della sua band. Bones Of Gilead è quasi un rockabilly-folk, se mi passate il termine, che dimostra che il suo autore non ha dimenticato le sue vecchie passioni per Chuck Berry e James Burton, ma le riveste con il suo stile inusuale che improvvisamente si apre al rock classico, grazie anche alle armonie vocali della Kennedy e della Phillips e al solito testo ironico ed irriverente, “What’s my name/My name is trouble/Trouble of the tender kind,” prima di scatenare altri fiumi di note dalla solista. The Dog In You, uno dei rari brani lenti e riflessivi di questa nuova raccolta, in teoria dovrebbe essere una canzone d’amore, smentita in parte dal titolo, ma cantata con intensa ed inusuale passione dal suo autore, che poi all’impronta estrae dal cilindro un assolo ancora una volta ricco di intense volute sonore di una bellezza disarmante. Trying, scandita da un potente giro di basso di Prodaniuk, è un altro pezzo dove il rock non si nasconde, con le due chitarre che si confrontano quasi con rabbia in improvvise esplosioni sonore, mentre le due voci femminili rispondono nuovamente all’accorato cantato di Thompson, forse un brano minore per lui, ma non per chiunque altro.

Do All These Tears Belong To You?, con il suo quesito quasi meravigliato e sorpreso, si avvale nuovamente delle deliziose armonie vocali delle due voci femminili che si alternano con gli interventi strumentali e creano un brano che ancora una volta dimostra la maestria del suo autore nel creare canzoni di squisita fattura e al contempo di grande impatto sonoro. Un altro esempio della penna sublime di Thompson è nella ballata My Rock My Rope, un ulteriore lezione nell’arte della scrittura di brani mai banali, sia nel testo quasi angosciato, “In my pain/In my darkness/Is my comfort/And hope/In my loss/In my sorrow/Is my rock/Is my rope.”, sia nello svolgimento sonoro superbo, che nel tempo potrebbe renderla una delle nuove composizioni da aggiungere alla lista dei “classici”, grazie al trasporto con cui viene cantata e agli arpeggi deliziosi della chitarra. Che ritorna protagonista nel potente riff della coinvolgente You Can’t Reach Me, un pezzo rock fatto e finito che grazie alla sua pura energia non può non coinvolgere l’ascoltatore. O Cinderella, nonostante il titolo, è una delle tipiche canzoni malinconiche, buie e pessimiste che costellano il suo songbook nel corso degli anni, e che però grazie anche all’uso di un insinuante mandolino regala ulteriori e brillanti sapori musicali che contribuiscono alla varietà dei suoni e degli stili impiegati in questo album, con la chitarra che torna ad imperversare con forza nel finale del brano. No Matter è il brano cantato a due voci con Judith Owen, altra bellissima canzone, ancora con il mandolino in leggiadra evidenza in un brano che comunque non manca di nerbo e belle melodie che dal vivo nel tempo assumeranno ulteriore sapidità https://www.youtube.com/watch?v=QuoITfJoxgcPride è un’altra sferzata del Thompson più rock, vivace e avvincente grazie al solito lavoro di grande forza e finezza delle chitarre. Ma il meglio forse è riservato al gran finale di Shaking The Gates, altra ballata dal gusto sopraffino che chiude su una nota gentile un album che conferma le qualità e i pregi di un autore sempre in grado di stupire e gratificare i propri ascoltatori grazie ad una classe innata.

Ovviamente, come sempre, sarà nella mia lista dei migliori dischi dell’anno.

Bruno Conti

Anticipazioni Della Settimana (Ferr)Agostana, Prossime Uscite Di Settembre: Parte III. Richard Thompson, Steve Forbert, Ann Wilson, Alejandro Escovedo, Paul Weller, Willie Nelson

richard thompson 13 rivers 14-9

Ed eccoci arrivati alle uscite di venerdì 14 settembre, forse la settimana che presenta complessivamente i titoli più interessanti a livello qualitativo in programma nel prossimo mese.

Proprio Richard Thompson è una delle garanzie assolute di qualità, per il sottoscritto uno dei cinque/dieci artisti ancora in attività dagli anni ’60 più importanti a livello della quasi “inesorabilità” del valore delle sue opere, sempre uniche e riuscite, quasi una sorta di unicum senza paragoni. Ancora prolifico ma non a scapito del suo livello artistico: dopo un paio di album di materiale acustico .https://discoclub.myblog.it/2017/10/18/non-ce-due-senza-tre-revisited-richard-thompson-acoustic-rarities/ , Thompson ritorna a pubblicare un album di studio, il primo dopo Still del 2015 e il suo 19°, composto di brani completamente nuovi, intitolato 13 Rivers, esce per la Proper in Europa e per una nuova etichetta, la New West, negli Stati Uniti.

Nel disco, registrato ai Boulevard Recording Studios di Los Angeles, California (che con il vecchio nome di The Producers Workshop erano di proprietà di Liberace ed il luogo in cui gli Steely Dan registravano i loro dischi e anche dove è stato mixato The Wall); a fianco di Thompson ci sono gli abituali collaboratori Michael Jerome alla batteria e Taras Prodaniuk al basso, con l’aggiunta di Bobby Eichorn, che abitualmente è lo stage manager e tecnico delle chitarre nei tour, ma essendo anche musicista appare come secondo chitarrista nel nuovo album. Come il titolo lascia facilmente presumere i brani contenuti nel CD sono 13. Ecco la tracklist completa.

1. The Storm Won’t Come
2. The Rattle Within
3. Her Love Was Meant For Me
4. Bones Of Gilead
5. The Dog In You
6. Trying
7. Do All These Tears Belong To You?
8. My Rock, My Rope
9. You Can’t Reach Me
10. O Cinderella
11. No Matter
12. Pride
13. Shaking The Gates

Dai due brani presentati in anteprima mi sa che ancora una volta Richard Thompson ha centrato l’obiettivo.

steve forbert the magic tree 14-9

Steve Forbert non è sicuramente ai livelli di Thompson, ma è uno che negli ultimi anni sia con dischi nuovi che con le ristampe potenziate dei suoi vecchi album ha dimostrato di essere tra i migliori cantautori americani e nello stesso giorno del disco verranno pubblicate anche le sue memorie Big City Cat – My Life in Folk-Rock, che indicano chiaramente quale sia stato il suo stile musicale nei 40 anni di carriera del musicista nativo della zona del Mississippi ma da sempre legato alla scena musicale di New York (lui, Willie Nile e Carolyn Mas muovevano i primi passi nello stesso periodo di fine anni ’70).

Il materiale del nuovo album proviene da vecchi demo, provini e canzoni non utilizzate, ripulite, riviste e a cui è stata aggiunta una nuova base musicale e che suonano fresche come le migliori, anche del suo passato https://discoclub.myblog.it/2015/11/03/musicista-che-si-compromette-nel-titolo-del-disco-steve-forbert-compromised/ .Il disco, The Magic Tree, uscirà per la etichetta Blue Rose Music distribuita dalla Alliance negli States: prodotto da  Karl Derfler (Tom Waits, No Doubt, Two Gallants) è stato registrato tra Meridan  (il suo luogo di nascita) New York,il New Jersey, e Nashville dove Forbert vive da molti anni. Il tutto è anche una sorta di colonna sonora della sua autobiografia e presenta queste 12 tracce.

1. The Magic Tree (Version One)
2. That’d Be Alright
3. Carolina Blue Sky Blues
4. Let’s Get High
5. Tryna Let It Go
6. Lookin’ At The River
7. Diamond Sky
8. Movin’ Though America
9. I Ain’t Got Time
10. The Magic Tree (Version Two)
11. Only You (And Nobody Else)
12. The Music Of The Night

ann wilson immortal 14-9

Non è che la discografia come solista di Ann Wilson al di fuori delle Heart sia particolarmente abbondante: a memoria mi pare di ricordare solo un disco precedente a questo Immortal, ovvero Hope And Glory del 2007. La Wilson, reduce dal recente tour americano insieme a Paul Rodgers Jeff Beck che sta terminando in questi giorni, pubblicherà per la BMG il 14 settembre questo nuovo disco costituito solo da cover di autori scomparsi, tra i preferiti della cantante canadese: il repertorio è quantomai eclettico, infatti ci sono canzoni degli artisti più disparati.

“A Different Corner” (George Michael)
“A Thousand Kisses Deep” (Leonard Cohen)
“Back to Black” (Amy Winehouse)
“Baker Street” (Gerry Rafferty)
“I Am the Highway” (Chris Cornell, Audioslave)
“I’m Afraid of Americans” (David Bowie)
“Life in the Fast Lane” (Joe Walsh, The Eagles) in honor of Glenn Frey
“Luna” (Tom Petty)
“Politician” (Cream) in honor of Jack Bruce
“You Don’t Own Me” (Lesley Gore)

Vedremo e sentiremo, la voce sembra strepitosa come sempre e anche l’arrangiamento del primo brano rilasciato non è affatto male.

alejandro escovedo the crossing 14-9

Il texano Alejandro Escovedo negli ultimi anni sta vivendo una sorta di seconda giovinezza a livello discografico: gli ultimi album Big Station (2012)  e Burn Something Beautiful (2016), ma anche il precedente Street Songs Of Love del 2010 erano tra i suoi migliori in assoluto di sempre. Ora arriva questo nuovo The Crossing, registrato in Italia con Don Antonio, la band di Antonio Gramentieri, che è una sorta do concept album sulla storia di due giovani immigranti diretti verso gli Stati Uniti, che sono uniti dal comune amore per il punk rock e dalla lotta contro il razzismo e la discriminazione appunto verso gli immigrati. A livello musicale, come ospiti, appaiono Wayne Kramer (MC5), Joe Ely, che firma una delle canzoni più belle, la splendida ballata Silver City e Peter Perrett e John Perry degli Only Ones.

Lista completa dei brani, e qui sopra una anticipazione dell’album.

1. Andare
2. Footsteps In The Shadows
3. Texas Is My Mother
4. Teenage Luggage
5. Something Blue
6. Outlaw For You
7. Amor Puro
8. Waiting For Me
9. How Many Times
10. Cherry Blossom Rain
11. Sonica USA
12. Rio Navidad
13. Silver City
14. Fury And Fire
15. Flying
16. MC Overload
17. The Crossing

paul weller true meanings 14-9

14° album solista per Paul Weller, dopo il non esaltante Saturn’s Pattern del 2015 e il discreto A Kind Of Revolution dello scorso anno. Quest’anno a maggio Weller ha compiuto 60 anni e questo True Meanings potrebbe essere il disco della maturità che contiene anche Aspects, la canzone scritta per festeggiare il suo genetliaco, una collaborazione a livello testi con Conor O’Brien dei Villagers e tre con Erland Cooper di Erland & The Carnival. Nel disco, registrato in soli tre giorni con l’aiuto della Paul Weller Band, sono stati aggiunti anche degli eleganti e complessi arrangiamenti orchestrali, e vede una lunga lista di ospiti in parte sorprendenti: per esempio le leggende del folk britannico Danny Thompson e Martin Carthy, alle tastiere in un paio di brani Rod Argent dei leggendari Zombies, Little Barrie alle chitarre e Lucy Rose alle armonie vocali, oltre all’amico Noel Gallagher.

Il risultato che dicono sia uno degli album più eclettici (e più belli, a giudicare dalle prime canzoni) pubblicati dal Modfather of Rock, uscirà il 14 settembre per la Parlophone, anche in una edizione Deluxe con cinque tracce in più, che però sono tre remix e due strumentali, oltre ad una confezione più lussuosa (e costosa), quindi occhio. Ecco la lista dei brani, senza le bonus.

1. The Soul Searchers
2. Glide
3. Mayfly
4. Gravity
5. Old Castles
6. What Would He Say?
7. Aspects
8. Bowie
9. Wishing Well
10. Come Along
11. Books
12. Movin On
13. May Love Travel With You
14. White Horses

willie nelson my way 14-9

Willie Nelson nella sua lunga carriera, oltre alla musica country, ha dedicato parecchi album a quello che abitualmente si chiama il Great American Songbook, da Stardust Somewhere Over The Rainbow, passando per What A Wonderful World, American Classic, Summertime: Willie Nelson Sings Gershwin, e vari altri, anche lo strumentale Night And Day. Ma mancava un disco dedicato proprio al repertorio di Frank Sinatra, e quindi il buon Willie si sarà detto, se Dylan ne ha incisi addirittura tre, almeno uno facciamolo. Quindi ha chiamato il fido Buddy Cannon e anche con l’aiuto del grande pianista Matt Rollings ha realizzato questo My Way, già annunciato da aprile e che uscirà per la Sony Legacy sempre il 14 settembre. Solo undici brani, alcuni già incisi in passato da Nelson, tra cui il suo cavallo di battaglia, One For My Baby (And One More For The Road), oltre al duetto con Norah Jones in What Is Thing Thing Called Love, una canzone di Cole Porter.

Come di consueto ecco la tracklist completa. Al solito un disco eccellente, 85 anni suonati e non sentirli!

1. Fly Me To The Moon
2. Summer Wind
3. One For My Baby (And One More For The Road)
4. A Foggy Day
5. It Was A Very Good Year
6. Blue Moon
7. I’ll Be Around
8. Night And Day
9. What Is This  This Thing Called Love(with Norah Jones)
10. Young At Heart
11. My Way

 Anche per oggi è tutto, alla prossima.

Bruno Conti

I Migliori Dischi Dal Vivo Dell’Anno 2. Fairport Convention – What We Did On Our Saturday

fairport convention what we did on our saturday

Fairport Convention – What We Did On Our Saturday – 2 CD Matty Groves

In questi ultimi anni c’è tutto un florilegio di anniversari, perché molte band, importanti e meno, nate nei “mitici anni ‘60”, come li chiamerebbe gianniminà, stanno comunque arrivando a questo notevole traguardo. Nel caso particolare dei Fairport Convention, in effetti i festeggiamenti, con relativi eventi e ristampe varie, sono peraltro in corso da qualche tempo: cofanetti celebrativi https://discoclub.myblog.it/2017/08/06/supplemento-della-domenica-ma-quanto-sono-grandi-i-loro-archivi-fairport-convention-come-all-ye-the-first-ten-years/ , ma anche nuovi album, come ad esempio il buon 50:50@50, registrato dall’ultima formazione della band in attività https://discoclub.myblog.it/2017/01/30/il-mezzo-secolo-di-una-band-leggendaria-fairport-convention-505050/ . Formazione che tutti gli anni si ritrova a Cropredy per i loro leggendari fine settimana in cui viene rinverdita l’eredità di una delle più grandi band del cosiddetto folk-rock britannico. In ogni edizione di Cropredy gli ospiti importanti si sono sempre sprecati (quest’anno, se vi capita di essere da quelle parti, ci sarà Brian Wilson), ma lo scorso anno, come si diceva, si festeggiava il cinquantenario della fondazione, anche se le date sono spesso degli optionals, visto che il primo omonimo disco, registrato nel novembre del  1967, sarebbe uscito solo a giugno del 1968: però, per questa ricorrenza speciale, si è ritrovata sul palco la prima leggendaria formazione, quelli ancora vivi ovviamente, Iain Matthews, Ashley Hutchings, Simon Nicol, Judy Dyble, Richard Thompson e Dave Mattacks, che sostituiva lo scomparso Martin Lamble. E vi assicuro che è veramente un bel sentire.

fairport-700x391

La band suona in modo splendido, Iain Matthews, di recente all’opera con i riformati Matthews Southern Comfort https://discoclub.myblog.it/2018/04/04/erano-la-seconda-band-ora-riformata-di-iain-matthews-dopo-i-fairport-convention-sempre-ottima-musica-matthews-southern-comfort-like-a-radio/ , canta in modo splendido tre delle canzoni più belle di quel seminale album, tre cover di cantanti americani, che furono tra le prime influenze dei FC, Time Will Show The Wiser di Emitt Rhodes è bellissima, con la band in forma strepitosa, il suono è fresco e pimpante, come se non fossero trascorsi 50 anni da allora https://www.youtube.com/watch?v=EnbKzGZblrA , e Richard Thompson è in modalità deluxe (come sempre) con la sua chitarra magica a ricamare assoli incredibili sugli intrecci vocali inconfondibili della band. Reno Nevada, se possibile, è ancora più rilucente, il brano di Richard Farina riceve il classico trattamento folk-rock della band, con Thompson sempre più impegnato nei suoi florilegi chitarristici di una classe cristallina, con un assolo di una complessità superlativa https://www.youtube.com/watch?v=tk-ZvEocQ2k , e anche la versione di Suzanne di Leonard Cohen non è da meno, la melodia del canadese viene arricchita dalla interpretazione vocale maiuscola di Matthews, ben sostenuto dall’apporto vocale di Chris While, che aggiunge ulteriore fascino a questa rilettura meravigliosa del classico di Cohen, con la ciliegina del lavoro di fino di Thompson alla solista, da brividi https://www.youtube.com/watch?v=eoCV-XUBC_o .

fairport-700x391 2

Ed è solo l’inizio: cambio di formazione e a fianco di Nicol e Mattacks arrivano Dave Pegg, Chris Leslie, poi al violino anche in molti brani successiv , nel ruolo che fu di Swarbrick, in alternativa a Ric Sanders, prima per una struggente Farewell, Farewell da Liege And Lief, scritta da Thompson, che non appare, anche se nel corso del concerto la sua presenza sarà ancora massiccia, poi Crazy Man Michael, dell’accoppiata Thompson/Swarbrick, con Gerry Conway alla batteria, prosegue in questo segmento acustico del concerto, altro brano magnifico da Liege And Lief (eseguito al completo nel concerto, meno un brano), di cui viene ripresa anche Come All Ye, con Hutchings, autore del brano con Sandy Denny, che ritorna sul palco con Thompson, mentre Chris While la canta meravigliosamente.  E pure The Deserter viene da quell’album seminale, altra versione sfarzosa, come pure quella del medley di The Lark In The Morning, sempre con la While e Thompson superbi, per non dire di una travolgente Tam Lin. Walk Awhile invece era su Full House, ma non è meno bella, il gruppo è in serata di grazia, soprattutto Richard Thompson, che canta Poor Will And The Jolly Hangman magistralmente, prima di dare corpo ad una versione sfavillante di Sloth con duetto violino-chitarra insieme a Chris Leslie https://www.youtube.com/watch?v=JfiFJsjNpIM .

(photo by Matt Condon / @arcane93)

(photo by Matt Condon / @arcane93)

Il secondo CD si apre con Now Be Thankful, ancora  di Thompson, all’epoca uscita come singolo, splendida anziché no pure questa https://www.youtube.com/watch?v=xdCQiGfkHw0 ; Fotheringay di Sandy Denny la canta Simon Nicol https://www.youtube.com/watch?v=C-rhf3P9b8Q , mentre a questo punto del concerto come voce femminile arriva la bravissima Sally Barker che canta Ned Kelly con PJ Wright, Martin Allcock è alla chitarra, e poi Rising For The Moon da sola. Anche Ralph McTell  è della partita con la sua White Dress, mentre Allcock si presenta come musicista di razza in A Surfeit Of Lampreys, una bella giga e The Hiring Fair è una perla nascosta dei Fairport acustici. I due CD, come si sara capitò, non seguono la stessa cronologia del concerto, ma in fondo chi se ne frega, visto che tutto l’insieme è godibilissimo comunque, come confermano la scatenata The Hexhamshire Lass e una emozionante Who Knows Where The Time Goes, ancora in omaggio a Sandy Denny, cantata con grande trasporto da Simon Nicol e Chris While, canzone magnifica anche in veste acustica  . Our Bus Rolls On di Chris Leslie è forse l’unico brano “normale” del concerto, mentre il gran finale con la travolgente Dirry LInen, una intensa Matty Groves https://www.youtube.com/watch?v=TIAXM1WhgNs  e la corale Meet On The Ledge con tutti insieme sul palco, è ancora da brividi e conclude degnamente un concerto che forse, anzi sicuramente, è tra i più belli mai apparsi nella discografia dei Fairport Convention https://www.youtube.com/watch?v=47RrQ9WCTv4 , imperdibile, a questo punto aspettiamo il video, visto che il concerto è stato ripreso magnificante, come potete vedere cliccando in tutti i link che trovate disseminati nel Post. Ovviamente tra i migliori dischi dal vivo del 2018

Bruno Conti

Supplemento Della Domenica: Forse Il Miglior Disco Dal Vivo Ufficiale Del 2017. Christy Moore – On The Road

christy moore on the road

Christy Moore – On The Road – Yellow Furze/Sony Music Ireland 2 CD

Christy Moore è una leggenda in Irlanda (e non solo nell’isola di Smeraldo), ma è anche uno dei più grandi cantautori attualmente in circolazione, con una produzione sterminata, iniziata con un disco del 1969 che si chiamava Paddy On The Road. Sarà un caso, ma a quasi 50 anni da quel disco esce questo doppio dal vivo che si chiama On The Road: di Moore esistono molti album Live, sia da solo che con Planxty e Moving Hearts.. Anche questa volta il buon Christy centra l’obiettivo, con quello che è il suo primo album Live doppio: registrato nel corso degli ultimi tre anni, tra Inghilterra, Irlanda e Scozia, contiene 24 brani estratti dal suo repertorio, messi in sequenza per costruire una sorta di concerto ideale, con la giusta alternanza tra brani lenti e più mossi, ballate e gighe, brani malinconici, di denuncia, ma anche canzoni briose, spesso salaci, ricche di ironia e umorismo britannico, seguito da platee adoranti pronte a cantare e a battere le mani ad ogni suo comando, ma rispettose ed attente nei momenti più intensi e struggenti, quindi il pubblico ideale per qualsiasi performer. E questa volta Christy Moore non è in solitaria, è accompagnato da un piccolo ma capace gruppo di musicisti che si alterna nelle varie date: guidati all’immancabile, e grande, Declan Sinnott, a chitarra elettrica, acustica e strumenti a corda, Jim Higgins, percussioni e batteria, Cathal Hayden, violino e banjo, Mairtin O’Connor alla fisarmonica, Seamie O’Dowd, chitarra, armonica e mandolino, oltre alle voci aggiunte di Vickie Keating e del figlio di Christy Andy Moore, che da alcuni anni lo accompagna con le sue armonie.

christy moore 2 declan sinnott

https://www.youtube.com/watch?v=LIh5dUOz824

Il risultato, manco a dirlo, è splendido, se amate la musica folk, irlandese e non, le canzoni d’autore, e in generale la buona musica, questo doppio è imprescindibile, anche considerando che il repertorio estrapolato da ben 16 diverse locations, quindi assai diversificato e completo, è arricchito anche da parecchie cover scelte con grande cura. L’apertura del concerto è spettacolare, con uno dei brani più amati e coinvolgenti appunto del suo repertorio, Ordinary Man, che dava il titolo ad un album del 1987, proposta nel corso degli anni in svariati arrangiamenti, in questo caso la pungente elettrica di Sinnott e il violino sono quasi interscambiabili, mentre la melodia molto cantabile la rende subito preda dei presenti che la cantano a squarciagola con Christy, che si vede costretto ad adeguarsi, con piacere, alla versione del pubblico presente al Barrowland di Glasgow; Ride On, tratta dall’omonimo album che lo stesso Moore considera tra i suoi più popolari (e in Irlanda il nostro è spesso ai vertici delle classifiche), è un brano scritto da Jimmy MacCarthy (che è stato omaggiato di recente anche da Mary Black, che ha inciso un intero disco dell’autore inglese, di cui leggerete sul Blog a breve), reso proprio dall’irlandese nel corso degli anni, sera dopo sera, una di quelle sue splendide ballate, cantate con voce profonda e risonante, dove la voce della Keating e la elegante solista di Sinnott sono elementi portanti della canzone, ascoltata in religioso silenzio dal pubblico. Che può subito scatenarsi di nuovo nella giga salace e incontenibile, a tempo di banjo e percussioni, della divertente Joxer Goes To Stuttgart, ma poi nella perfetta alternanza veloce-lento arriva una splendida Black Is The Colour, un brano tradizionale che ricordo in una altrettanto bella versione di Luka Bloom, il fratello di Christy, quando si chiamava ancora Barry Moore, nel suo primo disco Treaty Stone, con il fratello che dalla sua ha anche la voce inconfondibile e ad alto tasso evocativo, come la canzone, impreziosita dal lavoro di mandolino, armonica e violino.

christy moore 1

https://www.youtube.com/watch?v=uYpgsPB-Bkw

Don’t Forget Your Shovel è un’altra di quelle canzoni che prevedono la partecipazione del pubblico in un crescendo inarrestabile; altra title track The Voyage, malinconica e mesta, con la chitarra di Sinnott che cesella note mentre la voce di Moore sale e scende con dolcezza. Delirium Tremens è un immaginifico ed ironico resoconto sulle gioie e i dolori, nonché sugli effetti, dell’alcol, sostanza che ha avuto un ruolo sostanziale anche nella musica e nella vita di Shane MacGowan, di cui Moore interpreta con rispetto e devozione la meravigliosa Fairytale Of New York in una versione deliziosa. Lisdoonvarna viene ironicamente annunciata come canzone partecipante all’Eurofestival, ma in effetti è una delle più carnali, “sporche”, divertenti, eccessive e travolgenti canzoni del songbook di Christy https://www.youtube.com/watch?v=_SVo9W4QM5A ; The Cliffs Of Doonen è la più vecchia del repertorio, la facevano già i Planxty, altra ballad calda ed avvolgente, subito bilanciata dalla “delirante” Weekend In Amsterdam, cantata accapella e con continui colpi di scena nella narrazione senza limiti di parola nel resoconto delle avventure del protagonista https://www.youtube.com/watch?v=ZI4W1CyPtT0 . Viva La Quinta Brigada è uno di quei brani sociali, politici, storici, epici e collettivi, che costellano la carriera del cantautore irlandese, cantata coralmente dal pubblico. Si riparte subito con il secondo CD: City Of Chicago è una radiosa canzone del fratello Luka Bloom che l’ha reincisa per il recente Refuge http://discoclub.myblog.it/2017/10/17/dal-suo-rifugio-irlandese-un-lavoro-vibrante-e-intenso-luka-bloom-refuge/ , melodia scintillante, con la fisarmonica che ne sottolinea il tessuto sonoro incantevole; Go Move Shift un brano meno noto di Ewan MacColl (quello di Dirty Old Town e The First Time I Ever Saw Your Face) è ciò nondimeno un’altra canzone di grande spessore, degna della migliore tradizione folk irlandese.

ChristyMooreLiveattheMarqueeNov15_large

https://www.youtube.com/watch?v=pJQP-ap88zs

Si rimane in questo ambiente melanconico e raccolto anche con la successiva suggestiva Nancy Spain, cantata ancora una volta in modo evocativo da Moore che si appoggia anche sullo struggente violino di Hayden e sulle armonie corali del pubblico. Torna l’acuto e divertito storyteller per l’intrigante Lingo Politico e poi si passa al puro irish folk di The Raggle Taggle Gypsy, altro pezzo da novanta del songbook di Christy Moore, come pure la successiva St. Brendan’s Voyage, nuovamente estratta da Ordinary Man, sempre tipica del canzoniere più fortemente evocativo e corale di questo splendido musicista. Un altro che scrive canzoni non male è Richard Thompson, di cui Moore riprende Beeswing, una delle sue ballate più belle, interpretata con grande passione https://www.youtube.com/watch?v=zglpXd0gpuA ; McIlhatton francamente non la ricordavo, un brano dedicato a Bobby Sands, noto attivista politico nordirlandese, a lungo nelle prigioni inglesi, una canzone ”affettuosa” e piena di riconoscenza, costruita attorno ad un’aria musicale popolare. Ulteriore brano mesmerico ed ipnotico è la delicata Bright Blue Rose, altro pezzo di Jimmy MacCarthy, con Declan Sinnott splendido alla acustica con botteneck e alla seconda voce; non è da meno la versione da manuale di If I Get An Encore, per certi versi la parafrasi dell’intero concerto e di tutta la carriera di Moore, che comunque ci regala ancora un paio di brani prima di congedarci: North And South (Of the River), scritta con Bono e The Edge,  a cui consiglierei di andarsi a risentire quando scrivevano delle belle canzoni (perché ne hanno scritte tante, in passato), con la solista di Sinnott di nuovo sugli scudi https://www.youtube.com/watch?v=i-EbThBjons  e per ultima The Time Has Come, una delle sue migliori in assoluto, scritta con Donal Lunny e che conclude in gloria questo splendido concerto (virtuale), tra i migliori del 2017.

Bruno Conti

Ottima Musica Dalla Virginia: Garantiscono I Thompson! Dori Freeman – Letters Never Read

dori freeman letters never read

Dori Freeman – Letters Never Read – Blue Hens CD

L’album di esordio dello scorso anno di Dori Freeman, giovane musicista originaria di Galax in Virginia, l’omonimo Dori Freeman (prodotto da Teddy Thompson, figlio del grande Richard, il quale ha dichiarato di aver deciso di produrla dopo aver ascoltato appena dieci secondi della sua musica), ha unito la critica nel decretare il disco come uno dei debut album di Americana migliori del 2016 (*NDB Anche in questo Blog http://discoclub.myblog.it/2017/04/20/meglio-tardi-che-mai-quando-meritano-dori-freeman-dori-freeman/) . E che Dori avesse la musica nel dna era abbastanza scontato, venendo da una famiglia nella quale sia il nonno che il padre suonavano: cresciuta in mezzo ai dischi dei suoi familiari, la nostra ha assorbito come una spugna le varie influenze, anche molto eterogenee (da Peggy Lee, leggendaria jazz singer degli anni cinquanta, a Rufus Wainwright), anche se l’ascendente maggiore su di lei l’ha avuta sicuramente la musica tradizionale originaria dei monti Appalachi, che sono proprio una delle caratteristiche geografiche principali della nativa Virginia. A distanza di un anno Dori bissa quel disco con Letters Never Read, facendosi aiutare ancora da Thompson Jr., un album che, nonostante l’esigua durata (mezz’ora scarsa), risulta ancora più bello del già positivo esordio.

dori freeman 2

https://www.youtube.com/watch?v=WNsq3Quz37A

La Freeman ha un approccio molto diretto verso la musica, sa scrivere melodie che profumano di tradizione, riuscendo ad essere comunicativa e fruibile allo stesso tempo, e completa il tutto con una manciata di cover scelte con competenza e, almeno in un caso, con un certo coraggio: sto parlando della splendida I Want To See The Bright Lights Tonight, uno dei classici assoluti di Richard Thompson (inciso nei seventies con l’allora moglie Linda), una rilettura limpida, tra folk e rock, con grande rispetto per l’originale ma nello stesso tempo con buona personalità, e con il sigillo della presenza in studio proprio di Thompson Sr. (che quindi è come se desse in un certo senso la sua approvazione), che ricama sullo sfondo alla sua maniera. Ma il disco, al quale partecipano anche il chitarrista Neal Casal (Ryan Adams, Chris Robinson Brotherhood) e lo steel guitarist Josh Groban (ancora Adams), ha diversi altri brani degni di nota, a partire dall’opening track, la bellissima If I Could Make You My Own, una country ballad moderna, cristallina, strumentata in maniera scintillante, con una melodia che prende subito ed un refrain vincente https://www.youtube.com/watch?v=MxJ40NU0wK8 . Decisamente riuscita anche Just Say it Now, che propone un bel contrasto tra la voce gentile di Dori e l’accompagnamento pacato ma elettrico, e con un altro motivo che piace al primo ascolto, lo stesso primo ascolto che l’anno scorso aveva folgorato Teddy.

dori-freeman-promo-photo-3-july-17-photo-by-kristen-horton

https://www.youtube.com/watch?v=g-KHGCcu2Ck

La solare Lovers On The Run ha un delizioso retrogusto pop, ed è anch’essa diretta e gradevole https://www.youtube.com/watch?v=q3w6DoeNuYE , Cold Waves è più interiore, e ricorda certe ballate gentili di Emmylou Harris, dato che anche qui la classe non manca di certo. Ern & Zorry’s Sneakin’ Bitin’ Dog è una delicata ninna nanna cantata a cappella e scritta da Willard Gayheart, che altri non è che il nonno di Dori, mentre Over There è un brano tradizionale che la nostra riprende in maniera quasi filologica, solo voce e banjo, come si usava fare nei canti Appalachiani. Turtle Dove, che ha il sapore incontaminato delle country songs del tempo che fu, precede la bella ed intensa That’s Alright, dal deciso sapore western, e la filastrocca Yonder Comes A Sucker, scritta da Jim Reeves e sostenuta da una ritmica quasi marziale, ennesimo pezzo con l’impronta di una antica folk song. Se Dori Freeman continuerà a crescere in questo modo disco dopo disco, fra non molti anni avremo un’altra artista da prendere a scatola chiusa.

Marco Verdi

Ci Mancava: (Anche) Dal Vivo E’ Sempre Formidabile! Richard Thompson Band – Live At Rockpalast

richard thompson live at rockpalast richard thompson live at rockpalast open

Richard Thompson Band – Live At Rockpalast – WDR/MIG 3CD/2DVD

Come probabilmente saprete Rockpalast è il nome di una famosa trasmissione televisiva tedesca, che iniziò a programmare negli anni settanta e continua ancora oggi, occupandosi di mandare in onda i concerti di alcuni tra i migliori musicisti mondiali: negli anni sono stati pubblicati diversi CD e DVD tratti da quelle serate, tra cui ricordo Ian Hunter, Lee Clayton, Willy DeVille, i Rockpile, Paul Butterfield, John Cipollina, Joe Jackson, George Thorogood e moltissimi altri. Oggi questa benemerita serie decide di omaggiare uno dei più grandi di tutti, cioè Richard Thompson, e lo fa in maniera sontuosa, con una sorta di mini-box contenente ben tre CD e due DVD, controbilanciando in un colpo solo i tre recenti album acustici del musicista britannico. Le serate interessate da questo cofanetto sono quelle di un concerto completo tenutosi nel Dicembre del 1983 alla Markthalle di Amburgo (che occupa i primi due CD ed il primo DVD) ed una parte dello show del Gennaio 1984 al Midem di Cannes (quindi eccezionalmente fuori dai confini teutonici). La tournée in questione è quella a supporto di Hand Of Kindness, secondo album solista di Richard dopo Henry The Human Fly (in mezzo c’erano stati i sei lavori con la moglie Linda) ed uno dei suoi più riusciti in assoluto, anche se stiamo parlando di un artista che non ha mai sbagliato un disco in vita sua. Per questo tour Richard aveva in un certo senso riformato i Fairport Convention di Full House, tranne Dave Swarbrick (giova infatti ricordare che lo storico gruppo folk-rock inglese in quel periodo non era in attività, ma avrebbe ricominciato solo due anni dopo): infatti troviamo assieme a Thompson Simon Nicol, che suona una stranissima chitarra a forma di scatola di Cornflakes, Dave Pegg al basso e Dave Mattacks alla batteria, anche se poi di canzoni dei Fairport non ne verrà suonata nemmeno una.

A completare la lineup, tre elementi determinanti come Pete Zorn e Pete Thomas, entrambi al sassofono, e soprattutto il formidabile fisarmonicista Alan Dunn, che con il suo strumento dona un irresistibile sapore di Louisiana a quasi tutti i pezzi. E poi naturalmente c’è Richard, uno dei migliori songwriters di sempre, ma anche un performer eccezionale, più che valido come cantante e strepitoso come chitarrista, anche se tutto ciò non lo scopriamo certo oggi. Chiaramente (sto parlando del concerto di Amburgo) la parte del leone la fa Hand Of Kindness, con ben sette brani su otto totali: si parte con The Wrong Heartbeat, un pezzo decisamente saltellante e diretto al quale la fisa dona un sapore cajun, seguita dalla quasi bluesata A Poisoned Heart And A Twisted Memory (un blues sui generis, con un songwriting di qualità superiore) e l’irresistibile Tear Stained Letter, dal gran ritmo ed ancora più di un’attinenza con sonorità zydeco (ed anche i sax fanno i numeri), per non parlare della strepitosa performance del nostro alla chitarra, che dà vita ad un finale entusiasmante. Poi abbiamo la bellissima title track, uno degli highlights della serata, cadenzata, coinvolgente e ricca di spunti chitarristici notevoli, la lenta How I Wanted To, una ballata ricca di pathos, la velocissima Two Left Feet, puro cajun al 100%, a cui è difficile resistere, e lo squisito folk elettrificato di Both Ends Burning. E’ molto ben rappresentato anche l’album Shoot Out The Lights (all’epoca ancora recente), l’ultimo ed anche il migliore di quelli incisi con l’ormai ex moglie, un vero capolavoro del rock internazionale e non solo degli anni ottanta: troviamo infatti una title track potente come raramente ho sentito, una Don’t Renege On Our Love solida e chitarristica, la sempre splendida Wall Of Death, una delle più belle del songbook di Richard e qui presente in versione davvero spettacolare, la guizzante Man In Need, favolosa, e la vibrante Back Street Slide.

C’è un’unica concessione di Thompson al suo passato discografico: Night Comes In era uno dei pezzi centrali di Pour Down Like Silver, e qui il nostro ne offre una rilettura straordinaria, fluida ed intensa, di ben undici minuti, con un assolo di chitarra semplicemente inarrivabile. Dulcis in fundo, troviamo ben sette cover: lo strepitoso folk-rock strumentale Amarylus, una vera goduria, il travolgente traditional Alberta con i due sax e la fisa di Dunn (che qui è anche voce solista) grandissimi protagonisti, l’insolita Pennsylvania 6-5000 di Glenn Miller, raffinata e jazzata, un godibilissimo divertissement che Richard dedica a sua madre; il gran finale è strepitoso, con quattro brani a tutto rock’n’roll uno in fila all’altro: il traditional Danny Boy, You Can’t Sit Down (Phil Upchurch, The Dovells) e l’uno-due finale da k.o. con due classici di Jerry Lee Lewis, Great Balls Of Fire e Highschool Hop (più noto come High School Confidential), entrambi suonati ai duecento all’ora. Basterebbe ed avanzerebbe questo concerto, ma è a questo punto molto gradita l’inclusione anche della serata di Cannes che, come ho già accennato è incompleta; c’è anche un cambio nella lineup, con la sezione ritmica di Pegg e Mattacks rimpiazzata da Rory McFarlane al basso e Gerry Conway (anch’egli futuro Fairport) ai tamburi. La scaletta è identica a quella tedesca, anche se si interrompe alla quattordicesima canzone omettendo le ultime sei, e le versioni sono tutte leggermente più brevi di quelle di Amburgo a parte Night Comes In che è più corta di tre minuti abbondanti, ma la qualità della performance è assolutamente analoga (un po’ meno quella della registrazione, specie da Wall Of Death in poi), con una menzione speciale per Tear Stained Letter e Hand Of Kindness che sono forse perfino miglori.

Decisamente un ottimo momento per i fans di Richard Thompson.

Marco Verdi

Non C’è Due Senza Tre Revisited! Richard Thompson – Acoustic Rarities

richard thompson acoustic rarities

Richard Thompson – Acoustic Rarities – Beeswing/Proper CD

A pochissima distanza dal secondo volume dei suoi Acoustic Classics (ma già in vendita insieme ad esso in versione doppio CD sul sito di Pledge Music, ora però esaurito) Richard Thompson pubblica il terzo e penso ultimo album della serie, emulando così Randy Newman che aveva negli anni scorsi rivisitato in perfetta solitudine gran parte del suo catalogo, anche se a differenza dell’occhialuto pianista americano il buon Richard ha fatto tutto in tempi decisamente più ristretti. Se nei primi due CD Thompson aveva reinterpretato buona parte delle sue canzoni più o meno note http://discoclub.myblog.it/2017/08/19/i-classici-non-mancano-neppure-nel-secondo-capitolo-richard-thompson-acoustic-classics-ii/ , in questo Acoustic Rarities vengono presi in esame brani rari, oppure poco eseguiti dal vivo o addirittura inediti, il tutto sempre con lo stesso approccio con la spina staccata, ma sovente con l’utilizzo di diverse chitarre sovarincise ed anche alcuni backing vocals ad opera di Richard stesso. Il disco è, così come per gli altri due, molto bello, in quanto il nostro resta sempre  un compositore di primissimo livello ed un chitarrista sopraffino anche in acustico, e quindi le 14 canzoni non annoiano neanche per un attimo, anzi in certi momenti non si sente neanche il bisogno di una band alle spalle.

Ho parlato di brani nuovi (o inediti, che è lo stesso), ed in Acoustic Rarities ce ne sono ben sei, a partire dall’apertura di What If?, una canzone decisamente energica e potente nonostante la veste spoglia, con la chitarra suonata con estrema forza, subito seguita da They Tore The Hippodrome Down, molto più meditativa ed intima, una ballata tipica del nostro, con un refrain limpido e la chitarra arpeggiata con dolcezza. Poi abbiamo la gradevole e bizzarra I Must Have A March, con Richard che si autodoppia alla voce ed un motivo quasi cabarettistico, le vivacissime Alexander Graham Bell e Push And Shove (meglio quest’ultima come canzone), con il nostro che suona in maniera divina sia la ritmica che la solista, e la fluida She Played Right Into My Hands, dal motivo delizioso ed immediato. Ci sono poi tre pezzi scritti da Thompson ma mai incisi da lui: Seven Brothers (registrata dal giovane Blair Dunlop, che poi è il figlio di Ashley Hutchings), un bellissimo brano di derivazione folk, drammatico ed intenso, con prestazione chitarristica notevole, la squisita Rainbow Over The Hill, uno scintillante motivo donato da Richard alla Albion Band, davvero immediato e piacevole (e che classe), e I’ll Take All My Sorrows To The Sea, presa dalla suite orchestrale Interviews With Ghosts, un pezzo molto interiore che è anche il più “normale” tra quelli presenti (che per Thompson significa comunque ad alto livello).

Poi è la volta di brani già noti, ma riproposti molto raramente dal vivo, specie in anni recenti: Never Again (dal disco con Linda Thompson Hokey Pokey), lenta, struggente e con una fisarmonica discreta in sottofondo, suonata anche questa da Richard, la splendida Poor Ditching Boy, presa dall’esordio solista del nostro Henry The Human Fly, una tipica Thompson song di quelle belle e ricca anche dal punto di vista strumentale, con due chitarre ed ancora la fisa, e l’altrettanto bella ed intensa End Of The Rainbow, ancora incisa originariamente con Linda su I Want To See The Bright Lights Tonight (ma si sa che nei primi tre album con l’ex moglie non c’è neppure un minuto da scartare). Dulcis in fundo, abbiamo due brani del periodo Fairport Convention, entrambi tratti da Full House, cioè l’ultimo disco della storica band con Richard nella lineup: Poor Will And The Jolly Hangman (che all’epoca il nostro fece rimuovere dall’LP in quanto non soddisfatto del suo assolo), più folkeggiante che mai in questa veste, con le due chitarre, una per ogni canale dello stereo, suonate con una maestria che ha pochi eguali, e soprattutto la magnifica Sloth, uno dei brani storici del gruppo, per anni un tour de force nei concerti dal vivo (mentre qui dura “solo” cinque minuti). Ero molto curioso di ascoltarla in versione acustica, e devo dire che non mi ha deluso: inizio lento e cristallino, con Richard che intona la ben nota (e splendida) melodia doppiando la sua stessa voce ed omaggiando quindi anche Dave Swarbrick (che era il co-autore del pezzo), e poi seguono sublimi interventi di chitarra che, anche se non sono elettrici, costituiscono sempre una goduria.

Se amate Richard Thompson e non vi siete lasciati sfuggire i due Acoustic Classics, anche questo terzo volume non mancherà di riscuotere il vostro apprezzamento: personalmente non mi dispiacerebbe averne uno diverso ogni due mesi.

Marco Verdi

I Classici Non Mancano Neppure Nel Secondo Capitolo! Richard Thompson – Acoustic Classics II

richard thompson acoustic classics II

Richard Thompson – Acoustic Classics II – Beeswing/Proper

Nel primo volume, uscito circa tre anni fa nel luglio 2014, Richard Thompson aveva rivisitato una nutrita serie di “classici” del proprio repertorio in versione acustica: brani già eseguiti moltissime volte in modalità voce e chitarra, ma tratti solo da esibizioni live, mentre per il disco si era scelto proprio di inciderli ex novo, con un arrangiamento ad hoc e con la tecnologia di studio a disposizione, nonché spesso con l’esperienza e la visione differente maturate in quasi 50 anni di carriera. Il bacino da cui pescare non mancava di sicuro, in quanto il musicista di Notting Hill Gate ha scritto una serie impressionante di bellissime canzoni e quindi c’era solo l’imbarazzo della scelta: e quindi nel CD del 2014, che forse allora non era ancora previsto fosse il primo di una serie, troviamo brani splendidi come I Want To See The Bright Lights, Wall The Death, Walking On A Wire, 1952 Vincent Black Lightning, Shoot Out The Lights, tanto per citarne alcune, comunque potete leggere dei contenuti completi qui http://discoclub.myblog.it/2014/07/21/electric-quasi-inevitabilmente-richard-thompson-acoustic-classics/ . Per il nuovo capitolo Thompson ha deciso di andare ancora più a fondo nel proprio songbook, riprendendo anche alcuni dei pezzi scritti per i Fairport Convention, oltre ad alcune canzoni tratte dal repertorio solista, quello più ampio ed altre ancora incise anche da altri cantanti. Il risultato è come sempre di grande fascino, sia per gli amanti di Richard Thompson, sia per chi lo avvicina per la prima volta, per quanto il sottoscritto, come si desume dai numerosi post che gli ho dedicato sul Blog e anche da parecchie recensioni scritte per il Buscadero, lo predilige in versione elettrica, o forse, meglio in ancora, in una combinazione delle due modalità.

L’apertura è affidata a She Twists The Knife Again, un brano tratto da Across A Crowded Room del 1985, il secondo album del post Richard & Linda Thompson (ma in mezzo c’era stato Small Town Romance, un album acustico dal vivo, uno dei tanti della sua discografia), una delle sue canzoni più accorate, ricca di rabbia e disperazione, sulla dissoluzione di un rapporto, forse un “classico” minore ma che comunque ad oltre trenta anni dalla sua composizione, e anche in versione acustica, non ha perso la rabbia e l’urgenza della versione originale, forse temperate dalla distanza temporale ma ancora brucianti, con la chitarra acustica a disegnare le solite traiettorie incredibili. The Ghost Of You Walks era su You? Me? Us?, il doppio album uscito nel 1996, tra i più controversi a livello critico di Thompson, secondo il sottoscritto comunque un piccolo capolavoro, e con questa canzone dove si apprezzava il lavoro dell’altro grande Thompson, Danny, un brano intimista e malinconico. Genesis Hall, uno dei primi capolavori scritti per i Fairport Convention, appariva su Unhallbricking del 1969 ed era in origine cantata da Sandy Denny, Richard ci regala una splendida versione aggiornata per questo Acoustic Classics, Jet Plane In A Rocking Chair era su Poor Down Like Silver, il disco del 1975 inciso insieme a Linda, un alto “classico minore”, ma ci sarebbe gente pronta a uccidere per scrivere delle canzoni così belle, e Thompson la canta con la sua voce unica e particolare che a 68 anni non mostra cenni di cedimento, ancora fresca e vivace, oggi come ieri.

A Heart Needs A Home è una delle sue ballate più belle (ma ne ha scritte di brutte?), struggente e delicata, è un’altra delle canzoni incise con Linda, ma che poi ritorna periodicamente nei suoi dischi, sempre unica e diversa. Pharaoh non è notissima, secondo alcuni è una delle sue composizioni più affascinanti, per altri addirittura la più bella, in origine era su Amnesia del 1988, il secondo disco prodotto da Mitchell Froom; io non mi spingerei così a fondo nell’entusiasmo, per quanto il brano sia intenso ed avvolgente, riservando le mie lodi per Gethsemane, una delle sue perle nascoste, apparsa su The Old Kit Bag, il disco del 2003 che andrebbe ripescato tra i suoi lavori migliori: in questa versione doppia chitarra acustica, una che tiene il ritmo e l’altra che disegna fregi sonori di classe sopraffina. Devonside ammetto che non la ricordavo neppure io, si trova su Hand Of Kindness, il primo disco del post Richard & Linda, un’altra storia di una relazione finita tragicamente, ma in questo caso non legata direttamente alla propria vicenda; non sarà nota ma è pur sempre un ascolto avvincente; così come quello della successiva Meet On The Ledge, a tutt’oggi la signature song dei Fairport, scritta quanto aveva 19 anni, ed interpretata insieme alla Denny su What We Did On Our Holidays, una sorta di variazione sul tema dell’amore eterno che anche oggi, in questa versione della maturità, non ha perso un briciolo del suo fascino, con Richard che ancora una volta si sdoppia alla chitarra acustica per questa splendida canzone.

Keep Your Distance viene da Rumor And Sigh, uno degli album degli anni ’90, per chi scrive uno dei migliori della maturità, lo stesso disco di 1952 Vincent Black Lightning e I Misunderstood presenti nel precedente Acoustic Classics, un’altra delle tipiche composizioni del nostro, con la rara presenza di una seconda voce ad armonizzare la melodia avvolgente e calda. Bathsheba Smiles viene da Mock Tudor, l’ultimo disco degli anni ’90, siamo nel 1999, e forse anche il più bello complessivamente, con brani che magari non si ricordano singolarmente, ma sono sempre di grande pregio, come questo, sempre ammaliante anche in dimensione acustica (ma se vi viene voglia di ascoltarli in versione elettrica sono ancora più brillanti). Crazy Man Michael, scritta sempre a 19 anni, insieme a Dave Swarbrick, per il capolavoro assoluto dei Fairport Convention e del folk-rock, Liege And Lief, anche questa affidata alla splendida voce di Sandy Denny ed ora riletta di nuovo alla voce del suo autore per una versione di rara intensità e bellezza, arricchita da un fingerpicking  chitarristico di grande tecnica e feeling. Il brano più recente contenuto in questo secondo capitolo della saga acustica è Guns Are The Tongues, che proviene da Sweet Warrior del 2007, uno degli ennesimi capolavori degli anni della maturità, un brano dove appare anche un mandolino per rendere la tragicità di questa devastante storia di un ragazzo allenato per diventare una macchina da guerra, cantata, a tratti, nuovamente con doppia voce, con una partecipazione ed una intensità una volta ancora quasi palpabili. E ancora da Rumor And Sigh, uno degli album più saccheggiati troviamo Why Must I Plead? un’altra delle sue canzoni d’amore, supplice e struggente, magnifica anche in questa “nuova” dimensione acustica.

Richard Thompson colpisce ancora!

Bruno Conti