The Best Of 2018: Una Panoramica Da Siti E Riviste Musicali Internazionali, Parte I

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Come dicevo già lo scorso anno, ormai mi diventa sempre più difficile condividere le scelte di fine anno delle principali riviste e anche dei siti musicali internazionali più interessanti, anche Mojo Uncut, due riviste inglesi che un tempo leggevo con regolarità, ormai si sono  uniformati all’andazzo generale e salvo alcune firme che ancora cercano con competenza di trattare gruppi o cantautori che rientrano nei gusti musicali privilegiati sulle pagine virtuali di questo Blog (e dal sottoscritto e Marco Verdi pure sul Buscadero, a proposito se volete votare al Poll della rivista, questa è la pagina su cui si vota https://docs.google.com/forms/d/11_w_lkqKzGpF4oyTl7xWRWcxb-g3ZdSngR8hjatyYtQ/viewform?edit_requested=true ), sia con nuove uscite che con ristampe sfiziose. Quindi ormai impera, durante l’annata e anche nelle scelte di fine anno, un mondo dove dominano avant-garde metal, post punk, alternative rock e dance, electro e synthpop, art pop e art punk, noise rock, trap e rap, post rock, neo soul e neo psychedelia, in un fiorire di generi che quasi corrisponde ad ogni nuova singola uscita discografica, ma che maschera un appiattimento del livello qualitativo veramente preoccupante. Chi scrive non condivide questo “nuovo” mondo e cerca di parlare su questo Blog ancora di musica verace, magari classica, forse già sentita, ma sicuramente suonata e cantata da talenti che, salvo rare eccezioni, non si sono ancora venduti alla “musica di plastica” che purtroppo sembra prevalere al momento.

Chi legge il Blog con regolarità sa quali siano i generi musicali, per quanto ampi e diversificati, che trattiamo nei nostri post, per cui non mi dilungo ulteriormente nelle mie lamentazioni e passo a questa sorta di rassegna stampa globale, dove vado a pescare nominativi e dischi che ritengo interessanti, da segnalare per eventuali vostri ascolti, in quanto una delle funzioni, direi la principale, di queste liste è quella di scoprire album che magari possono essere condivisibili con i nostri gusti. Ma prima, per certificare comunque questo declino anche nelle due riviste effigiate ad inizio articolo, ecco almeno le prime 15 posizioni delle loro classifiche di gradimento di fine anno: con qualche video mirato e segnalando con un link quelli (pochi) di cui abbiamo parlato nel Blog

MOJO’s Top 15 Albums of 2018

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15. Tracey Thorn – Record

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14. Paul Weller – True Meanings

13. Kurt Vile – Bottle It In
12. Pusha-T – Daytona
11. Fatoumata Diawara – Fenfo (Something To Say)

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10. The Breeders – All Nerve

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9. Spiritualized – And Nothing Hurt

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8. Courtney Barnett – Tell Me How You Really Feel

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7. Ryley Walker – Deafman Glance

6. Idles – Joy as an Act of Resistance
5. Christine and the Queens – Chris
4. Janelle Monáe – Dirty Computer

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3. Rolling Blackouts Coastal Fever – Hope Downs

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2. Arctic Monkeys – Tranquility Base Hotel & Casino

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1. Kamasi Washington – Heaven and Earth

In questa lista finalmente qualche titolo in comune con le nostre scelte

UNCUT’S TOP 50 ALBUMS of 2018

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15. Elvis Costello & The Imposters – Look Now

https://discoclub.myblog.it/2018/10/26/laltro-elvis-un-ritorno-alla-forma-migliore-per-mr-mcmanus-il-disco-pop-dellanno-elvis-costello-the-imposters-look-now/

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14. Ry Cooder – The Prodigal Son

https://discoclub.myblog.it/2018/05/28/chitarristi-slide-e-non-solo-di-tutto-il-mondo-esultate-e-tornato-il-maestro-ry-cooder-prodigal-son/

13. Young Fathers – Cocoa Sugar

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12. Neko Case – Hell-On

https://discoclub.myblog.it/2018/06/14/alternativa-ma-non-troppo-anzi-sofisticata-ed-elegante-neko-case-hell-on/

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11. Richard Thompson – 13 Rivers

https://discoclub.myblog.it/2018/09/23/forse-sempre-uguale-ma-anche-unico-richard-thompson-13-rivers/
10. Sons of Kemet – Your Queen is a Reptile

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9. Christine and the Queens – Chris
8. Beak> – >>>

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7. Gruff Rhys – Babelsberg

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6. Janelle Monáe – Dirty Computer

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5. Yo La Tengo – There’s a Riot Going On

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4. Spiritualized – And Nothing Hurt

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3. Ty Segall – Freedom’s Goblin

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2. Rolling Blackouts Coastal Fever – Hope Downs

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1. Low – Double Negative

La copertina del disco dei Low a mio parere è veramente ma il disco è al solito intrigante nelle sue sonorità inconsuete e spiazzanti.

Al solito aggiungo la lista delle scelte del sito American Songwriter, uno dei pochi, se non l’unico, già dal nome, per affinità elettive, che guardo con regolarità e in cui spesso trovo segnalati artisti e dischi che poi mi viene voglia di approfondire, nella mia costante ricerca della buona musica. Anche in questo caso ci sono alcuni album di cui abbiamo parlato, o magari parleremo nei recuperi di fine/inizio anno, sul Blog.

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American Songwriter Top 15 Albums Of 2018

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Kacey Musgraves — Golden Hour

https://discoclub.myblog.it/2018/05/22/dal-country-al-pop-senza-passare-dal-via-kacey-musgraves-golden-hour/

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Pistol Annies — Interstate Gospel

Janelle Monáe — Dirty Computer

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Amanda Shires — To the Sunset

https://discoclub.myblog.it/2018/08/27/non-sara-brava-come-il-marito-ma-anche-lei-fa-comunque-della-buona-musica-amanda-shires-to-the-sunset/

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John Prine — The Tree of Forgiveness

https://discoclub.myblog.it/2018/04/23/diamo-il-bentornato-ad-uno-degli-ultimi-grandi-cantautori-john-prine-the-tree-of-forgiveness/

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Jeff Tweedy — WARM

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Eric Church — Desperate Man

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Charles Bradley — Black Velvet

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American Aquarium — Things Change

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Joshua Hedley — Mr. Jukebox

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Erin Rae — Putting on Airs

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The War and Treaty — Healing Tide

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Ruston Kelly — Dying Star

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Patrick Sweany — Ancient Noise

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Brothers Osborne — Port Saint Joe

I quindici titoli di questa lista sono tutti ottimi, con una menzione speciale per The War And Treaty. un disco prodotto da Buddy Miller.  che merita sicuramente un approfondimento e tutta la vostra attenzione, due voci formidabili e quindi due video per loro. Anche Ruston Kelly e i Brothers Osborne hanno fatto degli ottimi album,

Ma qui finiscono le buone notizie (ma di buona musica ce n’è ancora, anche parecchia, basta cercarla, e noi siamo qui per questo), e finisce anche il Post, nella seconda parte ho deciso di raccogliere una serie di titoli che appaiono qui e là nelle varie liste di fine anno di siti e riviste assortite, dove però il resto dei contenuti, come direbbero quelli che parlano bene, è da “far accapponare” i capelli.

Fine prima parte.

Bruno Conti

Anche Questo E’ “Bruttino”: Direi Che Possiamo Pure Passare Oltre! Brothers Osborne – Pawn Shop

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Brothers Osborne – Pawn Shop – EMI Nashville CD

Questo duo non è da confondere con gli Osborne Brothers, anche loro in due ma provenienti dal Kentucky,  specializzati in bluegrass ed attivi dalla fine degli anni sessanta all’inizio degli ottanta: i Brothers Osborne (T.J. e John Osborne) vengono dal Maryland, fanno classico country elettrico e Pawn Shop è il loro album di debutto. Non sono esordienti totali, in quanto nel 2014 hanno pubblicato un EP omonimo con cinque pezzi disponibile però solo per il download (che ha ottenuto comunque un discreto successo): per Pawn Shop la divisione di Nashville della EMI ha voluto però fare le cose in grande, mettendo a disposizione dei due un cospicuo stuolo di sessionmen professionisti ed affidando la produzione a Jay Joyce, uno dei nomi più in voga nella capitale del Tennessee (tra le sue collaborazioni troviamo ottimi acts come John Hiatt, Emmylou Harris, Patty Griffin, ma anche gente più famosa benché di livello decisamente inferiore, come Eric Church, Carrie Underwood e Cage The Elephant).

Avere un produttore di vaglia e dei musicisti esperti a disposizione aiuta di certo, ma non ti fa fare un grande disco se non hai le canzoni, il feeling, l’attitudine, ed il problema di fondo di Pawn Shop è proprio questo: una serie di brani formalmente impeccabili, con un suono professionale al massimo (a volte pure troppo), ma che non riescono a smuovere più di tanto l’animo di chi ascolta (almeno questo è quanto è successo al sottoscritto). Non posso neppure dire che ci troviamo davanti al solito disco di pop commerciale travestito da country, in quanto le sonorità sono elettriche quanto basta e le sdolcinature sono quasi assenti, ma sembra quasi che T.J. e John siano i primi a non essere convinti di quello che suonano ed i brani, pur essendo scritti da loro, suonano quasi come quelli prodotti in serie dai vari songwriters di Nashville.

Il CD non inizia neanche male, con la mossa e cadenzata Dirt Rich, che ha leggere velleità southern ed una ritmica spezzettata che la rende abbastanza particolare. Discreta anche 21 Summer, che ha uno sviluppo più fluido e disteso ed un’atmosfera solare in relazione con il titolo, ricorda un po’ Kenny Chesney, quando fa meno il nashvilliano e si sposta dalle parti di Jimmy Buffett; Stay A Little Longer potrebbe non essere male in quanto a melodia, ma il suono è un po’ troppo rotondo e levigato, meglio la title track che ha elementi blues, anche se non so quanto sentiti e spontanei. Anche in Rum le intenzioni sono quelle di rivestire il brano di sonorità maschie, ma la canzone in sé vale poco e la miccia non si accende; Loving Me Back, nonostante la presenza di Lee Ann Womack alla seconda voce, risulta un po’ involuta, noiosa e con una preoccupante assenza di pathos. American Crazy tenta di dare la scossa, ma un po’ per la sua ripetitività un po’ per le sonorità troppo preconfezionate, il risultato è alquanto misero; a poco servono i restanti quattro pezzi, anche se Greener Pastures è un gradevole country-rock in odore di Waylon e Heart Shaped Locket ha un motivo trascinante che ricorda certe cose di Chris Isaak (se tutto il disco fosse stato a questo livello il mio giudizio sarebbe stato ben diverso).

Non un brutto disco, ma irrisolto e statico, senza guizzi particolari: un po’ poco comunque per essere definiti the next big thing, sentitevi questo e poi Chris Stapleton, la differenza si sente!

Marco Verdi