Dopo I Gemelli Del Gol, Le Gemelle Del Folk-Rock! Shook Twins – Some Good Lives

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Shook Twins – Some Good Lives – Dutch CD

Non conoscevo le Shook Twins, due gemelle identiche (Katelyn e Laurie Shook) originarie dell’Idaho ma da anni stabilitesi a Portland, Oregon. In realtà le Shook Twins non sono un semplice duo, anche se sono loro ad occuparsi di tutte le parti vocali ed in parte anche di quelle strumentali, ma una vera e propria band, completata da Niko Daussis (chitarre), Sydney Nash (basso) e Barra Brown (batteria), e la loro musica si potrebbe considerare una fusione moderna di folk e rock, con elementi pop qua e là. Le loro sonorità di base sono perlopiù acustiche, ma spesso la chitarra elettrica avanza in prima fila e c’è anche un uso moderato della tecnologia, che dona freschezza al suono complessivo. Some Good Lives è il titolo del nuovo album delle gemelle Shook, il quinto complessivo (sono attive dal 2008), ed è una gradevole e riuscita miscela di canzoni ben scritte e ben cantate, che come dicevo prima partono dal folk per toccare vari stili pur mantenendo una buona fruibilità di fondo. Gli arrangiamenti sono moderni ma mai esasperati, ed il disco si ascolta dall’inizio alla fine senza problemi.

Il CD è autoprodotto, e parte con What Have We Done, che è il classico inizio che non ci si aspetta: si tratta infatti di un funk-rock diretto e decisamente godibile, dal ritmo cadenzato e con l’aggiunta di una piccola sezione fiati e buoni spunti chitarristici, cantato all’unisono dalle due gemelle. Safe è un pezzo dallo sviluppo insinuante, una melodia limpida ed un crescendo lento ma costante, con la chitarra a ricamare discreta sullo sfondo fino all’ingresso della sezione ritmica dopo due minuti buoni; niente male anche Figure It Out, un lento dal pathos notevole sempre con la chitarra in evidenza ed una struttura melodica di tutto rispetto. Stay Wild inizia con una chitarrina arpeggiata, poi entra una ritmica pulsante che porta il brano su lidi a metà tra pop e folk, con un uso parsimonioso della tecnologia, al contrario della delicata Vessels che è un gentile bozzetto acustico di sapore folk, mentre What Is Blue ha il respiro e l’intensità dei brani di David Crosby.

In Got Your Message spunta un banjo, e la canzone sembra quasi procedere un po’ sghemba, ma poi ci si rende conto che è tutto in voluto contrasto con la melodia pura e limpida, mentre una bella chitarra introduce Want Love, piacevole canzone dal retrogusto pop cantata in scioltezza. No Choice è dotata di un motivo corale molto interessante ed un accompagnamento più rock, un brano intrigante che è tra i migliori del CD, mentre Talkie Walkie è una folk-rock ballad fluida e tersa; il dischetto termina con la cadenzata Buoy e con una stranezza, cioè una registrazione datata 1989 di un brano intitolato Dog Beach e cantato da tale Ted Bowers, un amico di famiglia degli Shook, con le due sorelle allora bambine ai cori (performance dedicata al loro nonno, scomparso di lì a poco e presente all’epoca dell’incisione).

Un album piacevole, ben costruito e, perché no, creativo.

Marco Verdi

50 Anni Non Li Dimostrano Affatto: Il Disco Folk Dell’Anno? Steeleye Span – Est’d 1969

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Steeleye Span – Est’d 1969 – Park CD

Ed anche gli Steeleye Span, storico gruppo che insieme a Fairport Convention e Pentangle forma una ideale triade di band cardini del folk-rock inglese (a mio giudizio la pur ottima Albion Band è un gradino sotto), sono arrivati a celebrare i 50 anni di attività, essendosi formati nel 1969 su iniziativa del “Governatore” Ashley Hutchings. Ma a differenza dei Fairport, che a partire dal 25° anniversario hanno festeggiato ogni lustro in pompa magna, gli Span si sono limitati a fare quello che hanno sempre fatto, cioè incidere nuova musica e pubblicare un nuovo album (il loro 23° in studio), che limita al titolo, Est’d 1969, il riferimento alla ricorrenza in questione (*NDB Almeno il 40° Anniversario lo avevano festeggiato https://discoclub.myblog.it/2010/06/24/40-anni-e-non-sentirli-steeleye-span-live-at-a-distance/). Dopo anni di album di buon valore ma in cui prevaleva il mestiere rispetto a tutto il resto, le presente decade ha visto un ritorno dei nostri ad uno stato di forma invidiabile, prima con l’ottimo Wintersmith (2013, il loro disco più venduto dal 1976) e poi con l’ancora relativamente recente Dodgy Bastards di due anni e mezzo fa, un lavoro molto valido che vedeva un gruppo in palla ed alle prese con una serie di canzoni suonate con invidiabile grinta https://discoclub.myblog.it/2017/03/23/tra-folk-e-rock-una-storica-band-britannica-sempre-in-gran-forma-steeleye-span-dodgy-bastards/ .

Ma con questo Est’d 1969 andiamo aldilà di ogni più rosea previsione, in quanto i nostri ci hanno consegnato un disco di una bellezza sorprendente, nove canzoni ispiratissime ed eseguite da una band in stato di grazia: sarà stato l’anniversario, ma non esagero se dico che sembra di essere tornati agli anni settanta, e non ho paura di eleggere questo disco come il più bello uscito finora in ambito folk nel 2019. L’unica componente del nucleo originale è come saprete Maddy Prior, grande cantante e superba interprete, mentre l’altro membro con la più lunga militanza è il batterista Liam Genokey, in quanto l’ex marito della Prior Rick Kemp ha lasciato il gruppo (per la seconda volta) all’indomani delle sessions di Dodgy Bastards: gli altri componenti attuali sono Julian Littman, chitarra, tastiere e voce solista maschile, Andrey Sinclair, chitarra, Benji Kickpatrick (figlio di John), bouzouki, mandolino, banjo e chitarra, Jessica May Smart, violino, e Roger Carey al basso. Come di consueto, gli Span prendono brani della tradizione britannica e anche Child Ballads e le adattano al loro stile, ed in questo album arrotondano il tutto con un paio di brani di origine più recente. Est’d 1969 si apre con Harvest, un brano che non posso che definire splendido, un folk-rock elettrico dalla melodia emozionante e con un refrain corale dai toni epici, un pezzo tra modernità e tradizione che riesce a coinvolgere al massimo sin dalle prime note: dopo quattro minuti il brano cambia (in effetti è una sorta di medley tra due canzoni diverse) e si trasforma in un’altra fantastica folk song dalla maggiore vena rock ma con lo stesso livello di eccellenza. Sette minuti e mezzo di puro godimento, un pezzo che da solo vale l’album (e siamo solo all’inizio).

Old Matron è una folk ballad dal sapore antico, con accompagnamento potente in cui mandolino e violino vengono suonati con grinta da rock band, ed in più abbiamo la partecipazione del flauto di Ian Anderson (che in passato aveva già collaborato con gli Span, producendo Now We Are Six), che avvicina inevitabilmente il pezzo allo stile dei Jethro Tull di album come Songs From The Wood. The January Man è una canzone scritta da Dave Goulder ed incisa in passato anche da Christy Moore (ma la versione dei nostri è ispirata a quella che un giovane Tim Hart, altro loro ex membro fondatore, usava suonare nei folk club ad inizio carriera): l’incedere è drammatico ed il passo è cadenzato e quasi marziale, con il banjo a scandire il tempo ed un ottimo e pertinente intervento di chitarra elettrica, e con la voce vissuta della Prior ad aggiungere pathos. Decisamente bella anche The Boy And The Mantle, altro lungo ed epico brano impreziosito da un motivo corale splendido, e con il suono arricchito dal delizioso clavicembalo di Sophie Yates che dona al tutto un sapore “rinascimentale”; a seguire troviamo Mackerel Of The Sea, che forse ha un suono più addomesticato ma è nobilitata dalla solita impeccabile prestazione vocale di Maddy (e poi l’atmosfera è anche qui di grande presa emotiva), mentre Cruel Ship’s Carpenter è nettamente più rock delle precedenti, una ballata elettrica che unisce una bellezza cristallina ad un approccio vigoroso, e presenta l’ennesima linea melodica notevole.

La saltellante Domestic è di nuovo uno strepitoso e trascinante folk-rock eseguito in maniera superba, ancora con un cambio di ritmo a metà canzone ed un finale decisamente rock. Il CD si chiude con la lenta Roadways, forse il brano più “mainstream” ma suonato comunque con indubbia classe, e con la breve ma toccante e suggestiva Reclaimed (scritta da Rose-Ellen Kemp, figlia di Kemp e della Prior), cantata interamente a cappella. Buon compleanno quindi agli Steeleye Span, anche se questa volta il regalo lo hanno fatto loro a noi.

Marco Verdi

Un Duo Decisamente Interessante, Lei Una Voce Affascinante. Native Harrow – Happier Now

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Native Harrow – Happier Now – Different Time Records/Loose Music

I Native Harrrow si presentano come un gruppo, ma come lascia intuire la foto di copertina di questo Happier Time, il “loro” terzo album, che ritrae le gentili e delicate fattezze di Devin Tuel, in effetti si tratta principalmente della creatura di questa musicista dell’area newyorchese, benché abilmente supportata dal membro maschile del gruppo, che c’è e risponde al nome di Stephen Harms, il quale suona tutti gli strumenti, chitarre, tastiere, basso e batteria, lasciando a Devin “solo” la composizione dei brani, la voce solista e una chitarra acustica, che sono poi forse le componenti essenziali di questo sodalizio artistico. La prima cosa che balza all’occhio, anzi all’orecchio, è la bellissima voce della Tuel, non quelle vocettine sospirose che spesso vengono identificate con questo tipo di neo folk alternativo, quanto una cantante affascinante, con un timbro corposo e dalle sofisticate nuances sonore, che se non pareggiano quelle di Joni Mitchell o Sandy Denny (e ce ne vuole) comunque si muovono su quelle coordinate folk-rock anni ’70, che intersecano anche le sonorità dei Fairport Convention o di Nick Drake.

Tutte citazioni e rimandi che ci stanno, ma forse caricano di aspettative eccessive, sia gli ascoltatori, che la comunque brava Devin Tuel, una che da giovane voleva diventare una ballerina classica, poi ha studiato da cantante d’opera, ha passato un momento in cui avrebbe voluto essere Patti Smith, prima di ritirarsi nel suo appartamento al Greenwich Village a New York e, sotto il nome d’arte di Native Harrow,  approdare a questo terzo album, registrato in quel di Chicago ai Reliable Recorders Studios, con la co-produzione di Alex Hall (JD McPherson, The Cactus Blossoms, Pokey LaFarge), album che conferma le buone impressioni dei primi due e contiene tutte le indicazioni ed i rimandi ricordati finora. Il disco in effetti è già uscito da Aprile negli States (e per il download è comunque disponibile), con la stessa distribuzione indipendente dei primi due, ma in Europa, tramite l’etichetta Loose, vedrà una circolazione più curata dai primi di agosto: l’iniziale Can’t Go On Like This, pervasa nel testo dalla puntura della precarietà, musicalmente illustra subito questo suono ricco e ricercato, percorso dalla vocalità sicura e ricca di sfumature della Tuel, deliziosa e sinuosa nel suo approccio, mentre chitarre e tastiere e una ritmica basica, ma comunque presente, avvolgono questo fascinoso strumento che è appunto la sua voce, attraverso un folk-rock vibrante e delizioso, che poi sfocia in How You Do Things, che è il brano più vicino alla Joni Mitchell del periodo Court And Spark, malinconica ma assertiva.

Blue Canyon è un omaggio a quella California immaginata, ma forse mai vissuta, un brano acustico, sognante e intimo, che mi ha ricordato certe cose di Nick Drake, sempre per quella melancolia di fondo che si respira nella canzone; e anche se Happier Now, nonostante il titolo, non trasuda felicità, è comunque un altro bell’esempio della musica soffice e delicata, ma complessa, che si respira negli arrangiamenti raffinati dei Native Harrow, sempre con quella deliziosa voce a galleggiare leggiadra, anche con qualche acrobazia vocale appena accennata. Hard To Take è quella che più si ispira al Van Morrison dei primi tempi, con qualche retrogusto à la Ryley Walker, pur se l’approccio è comunque tipico di una unicità femminile, con Something You Have, che, grazie al bellissimo suono vintage di un organo Hammond, rimanda magari alla Band o alla musicalità più influenzata dal soul di una Laura Nyro meno infervorata.

Arc Iris è più elettrica e mossa, con strati di voci sovraincise e una maggiore urgenza nell’approccio sonoro, grazie alla solista di Harms più presente, mentre Hang Me Out To Dry, dal titolo ironico, con la sua chitarra acustica arpeggiata e un cantato più laconico, ha sempre quelle improvvise aperture “mitchelliane” a nobilitarlo, ed è un altro eccellente esempio della vocalità di Devin, che poi si estrinseca al massimo nella lunga e conclusiva Way To Light, una sorta di fantasia agra ed ironica sulla ricerca di una sontuosa ed ipotetica stabilità, brano che secondo alcuni ricorda il giro musicale di Dear Prudence dei Beatles, ma poi nel calderone sonoro introduce anche una ricorrente e pungente slide che punteggia i crescendo sonori e vocali di questo complesso ed articolato brano, uno tra i più interessanti di questa nuova e valida proposta da inserire nel filone folk-rock e tra i nomi da ricordare.

Bruno Conti

Grandi Canzoni Per Un Giovane Songwriter Dal Cognome “Biblico”. Ian Noe – Between The Country

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Ian Noe – Between The Country – National Treasury/Thirty Tigers CD

Quando mi sono approcciato a Between The Country, disco d’esordio di tale Ian Noe, molte cose mi hanno fatto venire in mente il debut album omonimo di Colter Wall uscito nel 2017: prima di tutto la confezione, un digipak essenziale e con foto in bianco e nero, poi il produttore che in entrambi i casi è l’onnipresente Dave Cobb, e come terza cosa (ma questo l’ho scoperto soltanto dopo) il fatto che ambedue gli artisti avessero già all’attivo un EP. Fin qui le somiglianze, ma poi abbiamo anche le differenze che sono sostanziali: aldilà del fatto che Wall è canadese mentre Noe proviene dal Kentucky, là l’ispirazione principale erano le ballate western dei primi dischi di Johnny Cash, ed il suono era decisamente spoglio, mentre le canzoni di Between The Country sono chiaramente influenzate dal folk-rock anni sessanta di gente come Bob Dylan e i Byrds, ed il suono è più elettrico. E, se l’album di Wall mi era piaciuto molto, questo esordio di Noe mi ha addirittura entusiasmato soprattutto per la bellezza assoluta delle canzoni, dieci gemme preziose che rivelano un talento sorprendente: come ho già accennato Dylan è la fonte di ispirazione principale, ma Ian va ben oltre riuscendo a non sembrare mai derivativo, ha un suo suono ed una sua forte personalità, oltre a possedere una bella voce forte, chiara e squillante.

Cobb da parte sua svolge egregiamente il suo compito, dosando alla perfezione i suoni tra chitarre acustiche ed elettriche (gli stessi Ian e Dave), la sezione ritmica del “solito” Chris Powell (batteria) e di Adam Gardner, che suona il basso ma si destreggia molto bene anche all’organo e pianoforte. Una band come potete vedere ristretta, ma con un sound perfetto per le canzoni del nostro, che in quasi quaranta minuti ci consegna quello che per me è fino ad oggi il disco d’esordio più bello del 2019: d’altronde del talento di Noe se ne sono accorti anche artisti del calibro di John Prine, Son Volt e Blackberry Smoke, che lo hanno voluto come opening act dei loro concerti. L’inizio del disco è formidabile grazie a Irene (Ravin’ Bomb), una folk song strepitosa dal ritmo cadenzato, accompagnamento in punta di dita e melodia profondamente evocativa, che ricorda Dylan ma fino ad un certo punto https://www.youtube.com/watch?v=iQzuyqGFUZU . Bellissima anche Barbara’s Song, più elettrica e con un accattivante jingle-jangle sound: il motivo centrale è anche qui splendido e rievoca in pieno gli anni sessanta, quando canzoni di questo tipo erano “cool” https://www.youtube.com/watch?v=7zQZ1IicM6Y ; Junk Town è di base acustica, tenue e toccante, la chitarra elettrica c’è ma è in lontananza, e riesce comunque a rilasciare un breve ma ispirato assolo: per intensità e purezza un altro nome che mi viene in mente è quello dello sfortunato Tim Hardin.

La cristallina Letter To Madeline è ancora dylaniana ma non troppo, con la solita strumentazione a metà tra folk e rock, un refrain ricco di pathos ed un suggestivo controcanto femminile (Savannah Conley): ottima, anzi direi trascinante; Loving You è una folk song di notevole forza, acustica al 100% e sempre con un piede nei sixties, mentre That Kind Of Life è una sontuosa rock ballad elettroacustica dalla melodia deliziosa ed immediata ed un sapore southern country. Dead On The River (Rolling Down) ha un passo drammatico ed una linea melodica asciutta ma vibrante, con una chitarrina che ricama di fino sullo sfondo ed un’eccellente coda strumentale in cui anche l’organo fa la sua parte; splendida e struggente https://www.youtube.com/watch?v=KPQp62q1b6Y  If Today Doesn’t Do Me In, puro folk d’alta scuola che sembra opera di un veterano, così come Meth Head, tagliente come una lama nonostante sia costruita intorno a piano e chitarra (questa sì la più dylaniana di tutte), mentre la title track, ennesimo brano di incredibile intensità, ha addirittura elementi che fanno pensare ad un traditional irlandese o scozzese, con l’accompagnamento rock che la rende ancora più bella, anzi una delle migliori di un album che purtroppo si chiude qui, anche se mi consolo pensando che queste canzoni mi terranno a lungo compagnia anche nei prossimi mesi.

Marco Verdi

Il Commiato Di Una Piccola Grande Band Folk-Rock Sconosciuta Ai Più. McDermott’s 2 Hours – Besieged

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McDermott’s 2 Hours Vs Levellers & Oysterband – Besieged – On The Fiddle Recordings

Premetto che questo CD non è recentissimo, in effetti è uscito nel Febbraio di quest’anno, ma solo in questi ultimi giorni ne sono venuto in possesso, e dato che quasi certamente sarà l’ultimo di una carriera passata ai margini della scena musicale britannica, mi dà l’occasione finalmente per parlarvi di questa piccola grande band. I McDermott’s 2 Hours si sono formati a Brighton nel lontano ’86 dalle ceneri di altri due gruppi, e precisamente degli sconosciuti The Bliffs e The Crack, e sotto la guida del fondatore, compositore, cantante e drammaturgo Nick Burbridge, sono stati tra i primi a pensare di unire il folk irlandese con un tocco di “punk” (con Shane MacGovan come punto riferimento), e in seguito sono quindi diventati una folk-rock band. La formazione originale comprendeva oltre al citato Burbridge, Martin Pannett, Marcus Laffan, e Tim O’Leary, e suonando nei “pub” e nei “club” di Brighton e Londra si sono costruiti una solida reputazione per le loro esibizioni dal vivo “torrenziali” che sono diventate leggenda. Il loro esordio discografico avvenne con il baldanzoso Enemy Within (89), a cui fecero seguito tre album in collaborazione con i più famosi Levellers, e precisamente Wold Turned Upside Down (2000), Claws & Wings (03), e Disorder (04), per poi incidere da soli Goodbye To The Madhouse (07), le cui recensioni all’epoca sono state uniformemente positive; seguì una lunga pausa discografica (in cui si esibivano solo dal vivo), interrotta con la raccolta Anticlockwise (13) un The Best Of McDermott’s 2 Hours (venduto solo ai concerti), fino ad arrivare a questo conclusivo lavoro Besieged, registrato con alcuni amici e componenti sia dei Levellers che della Oysterband (abituali ospiti di queste pagine virtuali).

In quello che sembra l’ultimo capitolo della carriera musicale di Burbridge, il nostro si porta in studio l’ultima line-up della formazione composta dai violinisti Ben Paley e Tim Cottarel, Matt Goorney e Philippe Barnes alle chitarre, con il contributo della parte più “soul” dei Levellers, con Jeremy Cunningham  al basso e Simon Friend alle chitarre, e la sezione ritmica degli ultimi Oysterband con Dil Davies alla batteria, e Al Scott alle percussioni, tastiere, basso, mandolino e bouzouki, con un contributo familiare in veste di “vocalist” della figlia Molly Burbridge, sotto la produzione dello stesso Scott (che ricordiamo ha curato gli ultimi lavori degli stessi Levellers). Questo CD degli “assediati” parte con il potente brano d’apertura Firebird, dove sfacciatamente sembra di sentire il marchio di fabbrica del sound Levellers, seguito da una canzone popolare come Erin Farewell, dove si racconta una meravigliosa storia di lotta e fede, brano che vede protagonisti i tanti irlandesi che sono all’estero, come anche in This Child, altro brano di forte impatto emotivo che narra le sorti di bambini uccisi senza alcuna colpa, con l’accompagnamento dei violini “strazianti” di Ben e Tim.

Le storie proseguono con il grido di protesta di The Last Mile, canzone che pesca dalle influenze musicali dei mai dimenticati Pogues dello sdentato Shane MacGowan, con la band che poi si scatena nell’andamento baldanzoso di Forlon Hope, dove è proprio impossibile non muovere i piedini, mentre la dolce ballata All That Fall si avvale nel finale della voce suadente della brava Molly. Con The Warrior Monk, un’altra storia di guerra, sofferenza, sacrificio e tragedia, ci trasferiamo nel Medio Oriente, con un tessuto musicale di grande aggressività, cantato con rabbia, mentre la deliziosa  Crossed Lines è un’altra dolce ballata cantata da Burbridge in duetto con la figlia, brano che precede gli svolazzi violinistici della title track Besieged, un brano perfettamente in linea con il folk-rock style dei Waterboys. Le storie raccontate da Burbridge purtroppo volgono al termine con una The Damned Man’s Polka, dove tutti sono invitati a ballare sulla pista da ballo, con un crescendo di musica anglo-irlandese dove gli strumenti tradizionali sono in gran spolvero, le danze che proseguono con la tambureggiante All In Your Name, per andare infine a chiudere un lavoro splendido con la commovente e quasi recitativa The Ring, dove come sempre il violino e il cantato di Nick vi accompagnano con la mente e con il cuore attraverso i meravigliosi paesaggi della verde Irlanda.

I Levellers hanno sempre riconosciuto nella formazione dei McDermott’s 2 Hours “una grande influenza formativa”, e ora quindici anni dopo i due gruppi, come ricordato all’inizio, si sono ritrovati in studio  anche con membri della Oysterband, per questo Besieged, che non sembra un commiato finale, ma un lavoro che ha tutto ciò che serve per un album folk, un racconto magistrale di storie, del passato e del presente, con brani incisivi e pimpanti, fortemente radicati nella tradizione, suonati come Dio comanda (violini, percussioni, strumenti tradizionali, cori), e in cui Nick Burbridge non solo dà il meglio come musicista, ma pure come poeta e romanziere, un personaggio che è stato e continua a essere uno dei migliori cantautori di coloro che fanno parte della grande tradizione anglo-irlandese, e se questo veramente fosse il “canto del cigno” sarebbe (per chi scrive) un vero peccato, in quanto ogni ascolto di questo CD è davvero tempo ben speso, se mate il genere, ed è l’occasione di fare conoscenza con una delle folk band più sottovalutate del pianeta, che per motivi che sfuggono agli amanti della buona musica non ha avuto il successo che meritava, e forse neanche lo ha cercato!

*NDT Per chi fosse interessato ad avvicinarsi alla musica della band, ricordo che esiste anche una versione limited in 2 CD dell’album, con allegato proprio il dischetto antologico citato prima, Anticlockwise, il Best Of riepilogativo con altre 14 tracce.

Tino Montanari

Non Siamo Più In “Zona Ciofeca”, Ed E’ Già Molto, Quasi Bello! The Waterboys – Where The Action Is

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The Waterboys – Where The Action Is – Cooking Vinyl CD

Senza per forza dover risalire fino al loro capolavoro Fisherman’s Blues (1988), è da Room To Roam del 1990 che i Waterboys non fanno un grande disco, e per grande disco intendo un album “da copertina”. Dopo un lungo passaggio a vuoto durante tutti gli anni novanta, con due album molto rock ma con poche idee (Dream Harder e A Rock In The Weary Land, che per la verità è uscito nel 2000) e due lavori solisti del loro leader, il vulcanico e geniale Mike Scott, la band britannica si è presentata nel nuovo millennio tirata a lucido, con tre album che richiamavano le vecchie sonorità folk-rock: Universal Hall, ottimo, Book Of Lightning, non male, e soprattutto il raffinato ed intenso An Appointment With Mr. Yeats https://discoclub.myblog.it/2011/09/25/nuovamente-waterboys-an-appointment-with-mr-yeats/ . Poi una nuova preoccupante flessione, come se i nostri dovessero per forza alternare una decade buona ad una deludente: Modern Blues (2015) era un lavoro appena discreto, e privo di grandi canzoni, ma il fondo lo hanno toccato nel 2017 con il quasi orrendo (nel senso che qualche brano si salvava) Out Of All This Blue https://discoclub.myblog.it/2017/09/20/ma-e-veramente-cosi-brutto-come-dicono-quasi-tutti-waterboys-out-of-all-this-blue/ , nel quale Scott palesava il suo nuovo amore per sonorità elettroniche e di stampo hip-hop.

Non vi nascondo dunque la mia paura nell’approcciarmi a questo Where The Action Is, nuovo lavoro del musicista di Edimburgo e della sua band (Paul Brown, organo e tastiere varie, Steve Wickham, violino elettrico, Aongus Ralston, basso, Ralph Salmins, batteria): ebbene, devo riconoscere con un sospiro di sollievo che il disco si lascia ascoltare senza grossi problemi, non è un capolavoro e forse neppure un grande album ma non raggiunge neppure i livelli di nefandezza musicale di Out Of All This Blue (tranne che in un caso che vedremo a breve), e forse si colloca anche un gradino più su di Modern Blues. Le sonorità sono sempre moderne e Scott non rinuncia all’uso dell’elettronica (il nome dei due produttori, Puck Fingers e Brother Paul, è tutto un programma), ma stavolta Mike è più equilibrato, non si è dimenticato a casa le canzoni e la stessa band è abbastanza in palla; il suono è a metà tra rock e pop, il folk ormai è quasi un ricordo, ma la mia paura era che l’hip-hop prendesse un’altra volta il sopravvento. E poi, come se niente fosse, giusto alla fine del disco Scott piazza la classica zampata da fuoriclasse, un brano da cinque stelle che rivaluta da solo tutto il CD. L’album parte fortissimo con la title track, un riff di chitarra aggressivo ed un suono potente, molto rock, con la sezione ritmica che pesta di brutto e Mike che canta in maniera grintosa (e non mancano dei piacevoli fills di organo): una rock song tonica e vigorosa, non il suono che ci si può aspettare ma comunque un pezzo trascinante.

Ancora chitarre in tiro per London Mick, una rock’n’roll song pimpante e diretta tra Stones e Clash (e d’altronde il brano parla di Mick Jones), sicuramente coinvolgente; Out Of All This Blue (canzone che ha il titolo dell’album precedente) è invece un gradevolissimo errebi-pop dalla melodia decisamente accattivante e di derivazione folk, un brano intrigante con i fiati che fanno pensare a Van Morrison anche se l’arrangiamento è moderno. Quando ho sentito per la prima volta Right Side Of Heartbreak (Wrong Side Of Love), il primo singolo uscito già da diverse settimane, non mi sono per nulla impressionato in quanto trovavo questo funky dal ritmo sostenuto piuttosto banale e privo di una vera melodia, ma già il secondo ascolto ha migliorato un po’ le cose, anche se siamo ben lontani dall’eccellenza. Per contro In My Time On Earth è una bellissima ed intensa slow ballad ad ampio respiro, un genere in cui Scott e compagni sono maestri; Ladbroke Grove Symphony torna al rock, un pezzo caratterizzato da una ritmica pressante ma con un arrangiamento rilassato, tutto basato su piano, chitarre ed un motivo coinvolgente, mentre Take Me There I Will Follow You segna il temuto ritorno alle atmosfere funky-pop-rap-hip-hop, canzone fastidiosa ed irritante.

And There’s Love è una ballata ancora dal suono moderno, ma con l’approccio giusto e suoni dosati con misura, oltre ad una certa tensione emotiva di fondo, mentre Then She Made The Lasses O è un traditional folk che mette in contrasto la melodia d’altri tempi con un beat elettronico, ma il risultato finale non mi dispiace. Il meglio, come ho detto prima, si trova alla fine con la fantastica Piper At The Gates Of Dawn (con le parole originali dell’autore Kenneth Grahame, tratte dal settimo capitolo della celebre opera The Wind In The Willows, capitolo che ispirò anche il titolo di una canzone di Van Morrison, oltre che naturalmente del primo album dei Pink Floyd), lunghissima ballata pianistica di nove minuti dall’atmosfera straordinaria, un lento da pelle d’oca in cui Mike ci ricorda il suo amore per Van The Man: il brano è parlato, ma la musica sullo sfondo è sublime ed il pathos generale è altissimo. Se tutto il disco fosse stato a questo livello oggi Fisherman’s Blues avrebbe un serio contendente come miglior album dei Waterboys. Speriamo bene per il prossimo, per ora ci accontentiamo.

Marco Verdi

Gli Inizi Di Una Delle Band Fondamentali Del Folk-Rock Britannico. Steeleye Span – All Things Are Quite Silent: Complete Recordings 1970-71

Steeleye Span box 1970-1971 All tings are quiet

Steeleye Span – All Things Are Quite Silent: Complete Recordings 1970-71 – Cherry Tree/Cherry Red 3CD Box Set

Nonostante i Fairport Convention nel 1969 avessero raggiunto l’apice della loro carriera con il capolavoro Liege & Lief, il bassista e membro fondatore del gruppo Ashley Hutchings non era del tutto soddisfatto della direzione intrapresa, e quindi se ne andò per cercare di sviluppare un discorso più legato alla tradizione (anche Sandy Denny lasciò la band nello stesso periodo, ma questa è un’altra storia). Hutchings così si unì a Tim Hart e Maddy Prior, che erano già un affermato duo nei circuiti folk, e completò il nuovo quintetto con i coniugi Terry e Gay Woods, chiamando la nuova creatura Steeleye Span, proprio per riuscire a suonare quel tipo di musica che con i Fairport non riusciva più a fare, e cioè prendendo canzoni dallo sterminato songbook tradizionale inglese e scozzese (incluse molte delle cosiddette “Child Ballads”), e rivestendole con un arrangiamento che strizzava l’occhio a sonorità rock, con grande uso quindi di chitarre elettriche ed una sezione ritmica sempre presente: il risultato furono tre album di grande bellezza, dei quali almeno i primi due (Hark! The Village Wait e Please To See The King) sono considerati dei classici del folk-rock inglese. Oggi la Cherry Red riunisce quei tre album in questo bel boxettino intitolato All Things Are Quite Silent, corredato da un esauriente libretto con interessanti liner notes biografiche a cura di David Wells: i tre dischetti sono presentati così come sono usciti all’epoca, senza bonus tracks, con l’eccezione del terzo (Ten Man Mop, Or Mr. Reservoir Butler Rides Again, bel titolo corto e facilmente memorizzabile) che offre quattro tracce in più già uscite su una precedente ristampa del 2006. E’ chiaro che se già possedete questi album l’acquisto è superfluo, ma se viceversa conoscete gli Span più “commerciali” degli anni settanta (o non li conoscete affatto) direi che il box in questione diventa quasi indispensabile. Ma veniamo ad una disamina dettagliata dei tre album.

Hark! The Village Wait (1970). Inizio col botto da parte del gruppo, che aveva la particolarità all’epoca unica di presentare due voci soliste femminili: qui la line-up è completata da due batteristi che si alternano, entrambi con i Fairport nel destino, e cioè Dave Mattacks e Gerry Conway. I dodici brani presenti sono tutti tradizionali, con le eccezioni dell’introduttiva A Calling-On Song, un coro a cappella a cui partecipano tutti i componenti del gruppo, e l’intensa ballata che presta il titolo a questo box triplo, che ha comunque uno stile tipico delle canzoni di secoli prima. Il resto, come già detto, sono bellissime interpretazioni del songbook della tradizione britannica, a partire da una emozionante The Blacksmith, con la squillante voce della Prior a dominare ed un arrangiamento folk elettrificato, per proseguire con la drammatica Fisherman’s Wife, che vede il banjo cadenzare il tempo insieme alla sezione ritmica, Blackleg Miner, che fonde una melodia tipicamente British folk con un accompagnamento quasi “americano”, o Dark-Eyed Sailor, splendida e rockeggiante ballata dal motivo delizioso. Altri highlights di un disco comunque senza sbavature sono la squisita The Hills Of Greenmore, folk-rock di notevole impatto con un eccellente background sonoro per chitarre elettriche e concertina, la strepitosa Lowlands Of Holland, sei minuti di sontuoso folk elettrico dalla bella introduzione chitarristica, e la corale Twa Corbies (conosciuta anche come The Three Ravens), ricca di pathos.

Please To See The King (1971). Al secondo album la line-up cambia, in quanto le crescenti tensioni tra il duo Hart-Prior da una parte ed i coniugi Woods dall’altra, porta questi ultimi a lasciare la band, rimpiazzati dal grande cantante e chitarrista Martin Carthy, già molto conosciuto, e dal bravissimo violinista Peter Knight, che diventerà una colonna portante del suono degli Span. Please To See The King rinuncia alla batteria (come anche il suo successore), ma nonostante tutto preme ancora di più l’acceleratore su sonorità elettriche, diventando così l’album più popolare tra i tre, con versioni scintillanti di Cold Haily Windy Night, Prince Charlie Stuart, False Knight On The Road, Lovely On The Water (magnifica dal punto di vista strumentale), oltre ad una roboante Female Drummer, con la voce cristallina della Prior accompagnata in maniera pressante da violino e chitarra elettrica. Troviamo poi una diversa ripresa di The Blacksmith dal primo album, con Maddy circondata dalle chitarre e con un suggestivo coro, la bella giga strumentale Bryan O’Lynn/The Hag With The Money ed una versione di un pezzo che era già un classico per i Fairport, cioè The Lark In The Morning, molto più lenta e cantata anziché solo strumentale.

Ten Man Mop Or Mr. Reservoir Butles Rides Again (1971). Terzo ed ultimo lavoro con Hutchings alla guida del gruppo, questo album è meno cupo e più fruibile del precedente, anche se non allo stesso livello artistico (ma ci si avvicina molto), e “sconfina” fino a spingersi anche in Irlanda, cosa che non piacerà molto ad Ashley che, da buon purista, avrebbe voluto solo ballate di origine britannica. Ci sono due strepitosi medley strumentali, Paddy Clancey’s Jig/Willie Clancy’s Fancy e Dowd’s Favourite/£10 Float/The Morning Dew, ed altre ottime cose come la lunga Gower Wassail, con la voce solista declamatoria di Hart ed un bel coro alle spalle, la saltellante Four Nights Drunk, per sola voce (Carthy) e violino, con l’aggiunta della chitarra acustica nel finale, un’emozionante When I Was On Horseback, da brividi, la pimpante Marrowbones, che sembra quasi un canto marinaresco, e la vibrante Captain Coulston, tra le più intense dei tre dischetti. Come bonus abbiamo l’outtake General Taylor, un brano a cappella caratterizzato da eccellenti armonie vocali, e ben tre versioni del classico di Buddy Holly Rave On (anch’esse senza accompagnamento strumentale), la prima delle quali era uscita all’epoca solo su singolo. Dopo questo terzo album gli Span cambieranno manager, ingaggiando Jo Lustig che però vorrà spostare le sonorità del gruppo verso lidi più commerciali, cosa che causerà l’abbandono da parte di Hutchings (che fonderà la Albion Band) e Carthy, ma che aprirà nuovi orizzonti con album di grande successo come Parcel Of Rogues, Now We Are Six e All Around My Hat, lavori comunque molto belli che inaugureranno un nuovo capitolo di una storia che continua ancora oggi.

Marco Verdi

Uno Splendido Viaggio Nella Golden Age Del Folk-Rock Britannico. VV. AA. – Strangers In The Room

strangers in the room

VV.AA. – Strangers In The Room: A Journey Through The British Folk Rock Scene 1967-73 – Grapefruit/Cherry Red 3CD Box Set

 La Gran Bretagna della seconda metà degli anni sessanta era percorsa da numerosi fermenti musicali (e non). Mentre i quattro gruppi inglesi principali (Beatles, Rolling Stones, Who e Kinks) in quegli anni pubblicavano loro album migliori, nella terra di Albione nascevano diverse correnti di grande importanza, come il British Blues, con i Bluesbreakers di John Mayall, i Cream, i Fleetwood Mac di Peter Green ed il Jeff Beck Group (ma anche i Taste di Rory Gallagher), la psichedelia (che ebbe nei Pink Floyd la band di punta), l’hard rock con i Led Zeppelin, i Free e gli Humble Pie, e naturalmente il folk-rock, che non rassomigliava a quello americano dei Byrds ma prendeva spunto dalle antiche ballate inglesi e scozzesi per arrivare ad un sound elettrico che poteva anche sconfinare nella stessa psichedelia e nel prog.

In passato abbiamo avuto diverse compilation che si occupavano di questo genere fondamentale, basti pensare ai vari volumi della serie Electric Muse o al box triplo della Island uscito nel 2009, ma spesso ci si occupava dei gruppi e solisti più celebri, e con le loro canzoni più note: questo nuovo e bellissimo box triplo intitolato Strangers In The Room (ad opera della Grapefruit, la stessa del recente cofanetto dei Flamin’ Groovies) percorre una strada diversa, dando cioè spazio ad artisti considerati di seconda o terza fascia, ed in alcuni casi praticamente sconosciuti (io stesso devo ammettere che molti di essi non li avevo mai sentiti nominare) e limitandosi solo a trattare il periodo d’oro del genere in questione, cioè gli anni che vanno dal 1967 al 1973. Certo, non mancano i capostipiti del genere (Fairport Convention, Pentangle, Steeleye Span, tanto per citare i tre più famosi), ma anche loro non con i brani più noti: la maggior parte del box però si occupa di musicisti che hanno avuto scarsa fortuna, scegliendo di pubblicare vere è proprie rarità, tra le quali molti singoli mai apparsi prima su CD e persino quattro canzoni inedite, il tutto corredato da un bellissimo libretto di 40 pagine con dettagliati commenti ad ognuno dei 60 brani inclusi; qualche assenza c’è (a memoria mi vengono in mente Lindisfarne, Amazing Blondel e Martin Carthy, ma non avrebbero sfigurato neanche Cat Stevens e John Martyn). Ma ecco una (non tanto) veloce disamina del contenuto dei tre CD, e vi giuro che ho fatto fatica a limitarmi ai pezzi che sto per citare.

CD1: si comincia con Michael Chapman (tornato in auge negli ultimi anni con due bellissimi album) con Stranger In The Room, una solida e potente ballata elettroacustica, molto suggestiva e decisamente più rock che folk, e la chitarra elettrica di Mick Ronson grande protagonista. Dopo la drammatica The Blacksmith degli Steeleye Span (una delle poche scelte “scontate”), dominata dalla vocalità di Maddy Prior, abbiamo il primo inedito, cioè una versione alternata della pimpante e frenetica Dangerous Dave degli Spirogyra. I restanti 17 pezzi sono appannaggio di gruppi o solisti i cui nomi non sono certo tra i più noti, ma ci sono chicche che rendono l’ascolto piacevole al massimo, come l’enigmatica ma deliziosa Murdoch ad opera dei Trees, la rockeggiante ed orecchiabilissima Shoeshine Boy degli Humblebums (che vedono alla voce un giovane Gerry Rafferty), Martha di Harvey Andrews, dalla splendida linea melodica (e con Cozy Powell alla batteria), la tonica Hanging Tree, tra folk, rock e psichedelia dei dimenticatissimi Oo Bang Jiggly Jang (il cui leader Peter Bramall entrerà in seguito nei pub-rockers The Motors come Bram Tchaikovsky ), o la fluida e “fairportiana” Amongst Anemones eseguita dai Jade, un trio che durò il tempo di un solo album.

Meritano un cenno anche la pianistica e bellissima The Sailor da parte di Robin Scott (che rispunterà anni dopo come leader del gruppo M con i ritmi disco-elettronici di Pop Musik), l’eterea e sublime Here Comes The Rain dei Trader Horne, un duo la cui voce femminile era Judy Dyble, prima cantante dei Fairport, la diretta ed immediata My Delicate Skin di Dave Cartwright, un singolo che avrebbe meritato maggior fortuna, la toccante Almost Liverpool 8 di Mike Hart (tra le migliori del primo CD), la tersa e bucolica Don’t Know Why You Bother Child di Gary Farr e la corale e coinvolgente We Can Sing Together di Alan Hull.

CD2: i tre gruppi più conosciuti del dischetto sono i Matthews Southern Comfort con una cristallina rilettura di Woodstock di Joni Mitchell, dallo stile decisamente pastorale, gli Strawbs (senza Sandy Denny) con la vibrante e maestosa The Man Who Called Himself Jesus, ed i Fairport Convention con la prima versione di Sir Patrick Spens, registrata con la stessa Denny ai tempi di Liege & Lief e pubblicata solo in una delle successive ristampe. Ci sono anche cinque nomi non proprio sconosciuti, ma indubbiamente di culto: The Woods Band, gruppo formato da Gay e Terry Woods dopo il loro allontanamento dagli Steeleye Span (As I Roved Out, un brano tradizionale arrangiato alla perfezione e con un intermezzo strumentale strepitoso), Bill Fay, tornato ad incidere dopo una vita in tempi recenti, con un demo del 1969 della stupenda Be Not So Fearful, Bridget St. John alle prese con l’allegra filastrocca folk There’s A Place I Know, la Third Ear Band con Fleance, dal suono più tradizionale che mai, e i Dando Shaft con Riverboat, pura, cristallina e cantata splendidamente.

E poi ci sono gli acts meno noti, tra cui gli Unicorn (prodotti da David Gilmour) con l’armoniosa I Loved Her So Long, chiaramente influenzata da Crosby, Stills & Nash, la beatlesiana Sarah In The Isle Of Wight di Al Jones (solo a me ricorda Lucy In The Sky With Diamonds?) https://www.youtube.com/watch?v=QXcjC2SSC8I , l’epica nonché oscura Pucka-Ri degli Urban Clearway, i Daylight con la limpida e corale Lady Of St. Clare (45 giri che fu anche la loro unica incisione!), la sinuosa ed emozionante Love Has Gone della bravissima Mary-Anne Paterson, una delle gemme del cofanetto (sentite che voce, da brividi), il demo della gentile What I Am dei Fresh Maggots, secondo inedito del box, ed una rilettura molto “roots” e sicuramente interessante del classico di Bob Dylan Like A Rolling Stone da parte dei Canticle.

CD3: il dischetto con la maggior parte di artisti famosi, a partire dai Pentangle con la nota The Cuckoo (tratta dal mitico Basket Of Light), per seguire con Ralph McTell e la sua ottima prova cantautorale Father Forgive Them, la strepitosa Just As The Tide Was A-Flowing, frutto della collaborazione di Shirley Collins con la Albion Country Band (una delle più belle canzoni del triplo), l’intensa Oh Did I Love A Dream della Incredible String Band, che ha il sapore di un canto marinaresco, e la squisita All In A Dream di Steve Tilston, lucida ballata guidata da piano e chitarra. C’è anche una giovanissima Joan Armatrading con la piacevole City Girl, un inatteso Gerry Rafferty solista con una versione inedita di Who Cares, diversa dallo stile pop che il nostro avrà in seguito, e chiude la già citata Sandy Denny (come poteva mancare?) con la sua signature song Who Knows Where The Time Goes in una rara versione voce e chitarra incisa prima di entrare nei Fairport.

Tra i pezzi rimanenti segnalerei la delicata Queen Of The Moonlight World di Andy Roberts, dallo splendido arpeggio di chitarra e con una melodia ariosa, il rarissimo singolo di Mr. Fox Little Woman, bellissima folk song dal sapore più irlandese che inglese, Mike Cooper con la solare ed ottimistica Your Lovely Ways, la misteriosa Jude, che incise questa intensa Beverley Market Meeting insieme a qualche altro demo e poi sparì, la quasi west-coastiana Carry Me dei Prelude, Furniture, grande rock song ad opera degli irlandesi Horslips (con uno strepitoso assolo chitarristico), ed il quarto ed ultimo inedito, cioè l’orientaleggiante Waxing Of The Moon dei Lifeblud https://www.youtube.com/watch?v=4D6MP_AnIm4 .

Un cofanetto quindi difficile da ignorare se siete appassionati del genere folk-rock (ma anche della buona musica in generale), anche perché non costa una cifra esagerata.

Marco Verdi

Candidato Ai Grammy 2019 Come Miglior Album Folk, E’ D’Uopo Parlarne! Mary Gauthier – Rifles & Rosary Beads

mary gauthier rifles & rosary beads

Mary Gauthier – Rifles & Rosary Beads – Appaloosa/Ird CD 2018

Uscito a gennaio dello scorso anno, anche questo Rifles & Rosary Beads di Mary Gauthier, è rientrato nella categoria del “lo faccio io, lo fai tu” e alla fine nessuno ha scritto la recensione. Ma visto che il CD merita assolutamente, e in più di recente è entrato nella cinquina delle nominations dei Migliori Album Folk per gli imminenti Grammy Awards, l’occasione è ideale per parlarne. Considerando anche che la Gauthier è sempre stata una delle preferite del Blog e del sottoscritto in particolare. Se vi eravate persi gli album precedenti o non conoscete la sua storia, qui trovate la recensione del suo splendido album precedente https://discoclub.myblog.it/2014/07/30/ripassi-le-vacanze-sempre-la-solita-mary-gauthier-trouble-and-love/ (non ne ha mai fatti di scarsi, sempre livelli di eccellenza nella sua produzione), e all’interno del Post anche i link per leggere di quelli precedenti. Si diceva che il disco è uscito ormai da un anno, il 26 gennaio del 2018, ed è comunque rientrato nelle liste dei migliori di fine anno, comprese le nostre: disco, che nella edizione italiana, a cura della Appaloosa, contiene anche un libretto con i testi originali e  le traduzione a fronte, nonché la lista di tutti i musicisti che hanno suonato nell’album, che, anche se rientra nella categoria Folk, come al solito, vede comunque la presenza di alcuni musicisti di grande qualità, a partire dal produttore Neilson Hubbard, che suona anche la batteria, oltre al “nostro” Michele Gazich al violino (da sempre strumento cruciale nella musica di Mary) e viola, Kris Donegan Will Kimbrough, a chitarre e mandolino, Danny Mitchell, pianoforte e fiati, Michael Rinne al basso, oltre alle armonie vocali di Odessa Settles Beth Nielsen Chapman, nonché di Kimbrough e Mitchell.

Nelle canzoni del disco, che trattano il tema del ritorno alla vita normale dopo avere combattuto guerre in giro per il mondo, la Gauthier ha scelto di condividere i testi dei suoi brani con alcuni veterani (uomini e donne, e le loro famiglie) che raccontano le loro difficoltà a ritornare alla vita civile, quella normale, della società americana, dove “Fucili e grani del rosario” convivono in un difficile equilibrio, proprio iniziando con Soldiering On (“Non Mollare”), un brano che è quasi una dichiarazione di intenti, esposta con la solita voce caratteristica di Mary, piana,dolente e malinconica, ma anche appassionata, la voce di chi non ha avuto una vita felice e serena, ma ha dovuto fronteggiare mille difficoltà nel corso della sua esistenza, e le incorpora nelle sue composizioni e nel suo modo di porgerle: musicalmente il brano è comunque ricco ed affascinante, con le pennate della chitarra acustica che vengono poi rafforzate dal suono della chitarra elettrica di Kimbrough, del violino impetuoso di Gazich, di una sezione ritmica incalzante, quasi marziale, e quindi il suono esplode con forza dalle casse dell’impianto, forte e vibrante, se questo è folk datecene ancora, brano splendido che vive di picchi e vallate sonore, con la musica che sale e scende per accompagnare la narrazione.

Appurato che i testi sono splendidi ed importanti, ma ve li potete leggere comodamente nel libretto, concentriamoci sulla musica, che non è elemento secondario in questo album, anzi: Got Your Six è un folk-blues-rock vibrante, con la voce che sale d’intensità, ben sostenuta dalle armonie vocali, chitarra slide e violino dettano sempre i temi e la sezione ritmica segue con grinta. La splendida ballata country-rock The War After War, vista dal lato delle spose, e firmata anche dalla Nielsen Chapman, ha un suono ondeggiante e delicato, scandito in un modo che potrebbe rimandare al Neil Young dei primi anni ’70. Anche l’armonica, suonata dalla Gauthier sin dall’incipit di Still On The Ride, rimanda al vecchio Neil, ma poi il brano introduce anche un mandolino, piano, l’immancabile violino, per un suono ricco e maestoso che conferma la maestria della cantante di New Orleans nel saper creare melodie sempre di grande fascino; un pianoforte ed una chitarra acustica ci introducono poi alle atmosfere più intime e delicate della immaginifica Bullet Holes In the Sky, dove il lirico violino di Gazich illumina la narrazione di Jamie Trent, un veterano della Guerra del Golfo, mentre racconta una sua giornata durante un Veterans Day in quel di Nashville.

Brothers ha un bel tiro rock, con chitarre e violino sugli scudi, siamo dalle parti di Lucinda Williams musicalmente, mentre il testo verte sulla parità tra uomini e donne anche nella carriera militare; la title-track Rifles & Rosary Beads, che parte lenta ed acustica, si sviluppa poi in un’altra malinconica ballata, con l’armonica struggente della Gauthier dal piglio quasi dylaniano che si innesta su una sorta di valzerone country, mentre la ovattata Morphine 1-2 è una folk ballad nello stile tipico della nostra, con un piano appena accennato a delineare la melodia che poi viene affidata nuovamente a Michele Gazich. It’s Her Love racconta degli incubi notturni dei veterani, temperati dall’amore di chi ti ha aspettato a casa ed ora è pronto a sostenerti con il proprio amore, sempre musicalmente sotto la forma di una intensa folk ballad, la cui struttura sonora vive su un leggero crescendo che si avvale dell’intervento discreto dei vari musicisti e di un cantato accorato della Gauthier, che si fa più assertivo ed affascinante nella devastante narrazione della sconvolgente Iraq, dove la musica serena e delicata di violino ed armonica contrasta con la durezza del testo. A chiudere il tutto la corale e sempre struggente Stronger Together, firmata oltre che da Ashley Cleveland, dalla Beth Nielsen Chapman, e dalla Gauthier, da altre sei mogli o sorelle di veterani artificieri devastati dagli effetti della guerra, un altro brano che mitiga la durezza dei contenuti con una melodia fiera e di grande intensità.

Vedremo se i giurati dei Grammy lo premieranno nella categoria Miglior Album Folk e avrà quindi la meglio sui dischi di Punch Brothers, Iron And Wine, Dom Flemons e della veterana Joan Baez, che mi pare la concorrente più agguerrita: in ogni caso, se non lo avete già, fate un pensierino su questo eccellente album di cui era d’uopo parlare in un “recupero” obbligatorio, merita la vostra attenzione.

Bruno Conti

 

Senza Il Suo Abituale Gruppo La Musica Cambia, La Qualità No! Rhett Miller – The Messenger

rhett miller the messenger

Rhett Miller – The Messenger – ATO CD

Il 2018 è stato un anno molto impegnativo per il texano Rhett Miller, in quanto abbiamo avuto il primo album natalizio del gruppo che guida sin dai primi anni novanta, gli Old 97’s (il divertente Love The Holidays) ed anche il suo settimo lavoro in studio da solista, The Messenger, che come al solito si stacca abbastanza dallo stile della sua band principale. Infatti quando è all’interno degli Old 97’s Rhett si diverte, lascia uscire prepotentemente il rocker che è in lui (spesso il punk-rocker, seppure con elementi country sempre ben radicati), mentre quando è da solo la sua parte cantautorale prende decisamente il sopravvento. E anche The Messenger (il cui titolo è stato scelto da Miller con lo stesso criterio dei precedenti, che tranne due eccezioni rispondono ai nomi di The Instigator, The Believer, The Interpreter, unico live album, The Dreamer e The Traveler) segue il trend instaurato con i lavori passati, un (bel) dischetto di rock da cantautore, con diversi riferimenti alla musica del Sud ed al suono degli anni sessanta e settanta, tra solide ballate e brani più movimentati.

Un album piacevole e ben fatto, nel quale Miller lascia per un attimo da parte le scorribande tipiche degli Old 97’s e si presenta come musicista completo; anche qui, come nel suo gruppo abituale, è accompagnato da un terzetto: Sam Cohen, che oltre a produrre l’album suona (benissimo) chitarre, steel, piano ed organo, Brian Betancourt al basso e Ray Rizzo alla batteria. L’opening track, Total DIsaster, è un brano dal ritmo saltellante, con un suono di basso molto pronunciato, qualche riverbero chitarristico che rimanda ai sixties ed un mood rilassato e quasi laidback. Did I Lose You At I Love You è languida, i riverberi sono più pronunciati e ci troviamo in territori cari a Chris Isaak, anche se la voce di Rhett è molto più “rootsy” e meno melodiosa di quella del californiano: ottima la chitarra di Cohen, alla Hank Marvin; Wheels è una rock song cadenzata e dai sapori decisamente Muscle Shoals, ritmo sostenuto, bella chitarra ed un suono caldo, You Were A Stranger è una limpida e distesa ballata, dall’approccio cantautorale ma con un arrangiamento da brano rock anni settanta, un pezzo solido e piacevole al tempo stesso.

Deliziosa The Human Condition, ancora contraddistinta da un’atmosfera sudista d’altri tempi, una melodia vincente ed la solita ritmica sbarazzina: Miller conferma, se ce ne fosse stato bisogno, di essere un songwriter a 360 gradi. Close Most Of The Time è una pop song di nuovo con un piede degli anni sessanta, davvero gradevole e diretta, I Used To Write In Notebooks è uno slow pianistico con un altro motivo di stampo pop, mentre Permanent Damage è puro folk-rock con tanto di jingle-jangle, anche se il piglio è da garage band (ci vedo qualcosa dei Dream Syndicate meno aggressivi). Con I Can’t Change Rhett torna a fare musica prevalentemente acustica, con una ballata delicata e spruzzata di country, Bitter/Sweet è una squisita slow song, con la steel alle spalle ed un motivo toccante ed evocativo; il CD termina con la bellissima We’re In Trouble, altro lento dall’atmosfera nostalgica, eseguito con ottima perizia, e con Broken, ennesimo brano dallo script impeccabile.

Con gli Old 97’s o da solo, Rhett Miller si conferma un musicista ed autore di tutto rispetto, che sa separare benissimo il suo lato scanzonato e casinista da quello più serio e cantautorale.

Marco Verdi