Uno Splendido Viaggio Nella Golden Age Del Folk-Rock Britannico. VV. AA. – Strangers In The Room

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VV.AA. – Strangers In The Room: A Journey Through The British Folk Rock Scene 1967-73 – Grapefruit/Cherry Red 3CD Box Set

 La Gran Bretagna della seconda metà degli anni sessanta era percorsa da numerosi fermenti musicali (e non). Mentre i quattro gruppi inglesi principali (Beatles, Rolling Stones, Who e Kinks) in quegli anni pubblicavano loro album migliori, nella terra di Albione nascevano diverse correnti di grande importanza, come il British Blues, con i Bluesbreakers di John Mayall, i Cream, i Fleetwood Mac di Peter Green ed il Jeff Beck Group (ma anche i Taste di Rory Gallagher), la psichedelia (che ebbe nei Pink Floyd la band di punta), l’hard rock con i Led Zeppelin, i Free e gli Humble Pie, e naturalmente il folk-rock, che non rassomigliava a quello americano dei Byrds ma prendeva spunto dalle antiche ballate inglesi e scozzesi per arrivare ad un sound elettrico che poteva anche sconfinare nella stessa psichedelia e nel prog.

In passato abbiamo avuto diverse compilation che si occupavano di questo genere fondamentale, basti pensare ai vari volumi della serie Electric Muse o al box triplo della Island uscito nel 2009, ma spesso ci si occupava dei gruppi e solisti più celebri, e con le loro canzoni più note: questo nuovo e bellissimo box triplo intitolato Strangers In The Room (ad opera della Grapefruit, la stessa del recente cofanetto dei Flamin’ Groovies) percorre una strada diversa, dando cioè spazio ad artisti considerati di seconda o terza fascia, ed in alcuni casi praticamente sconosciuti (io stesso devo ammettere che molti di essi non li avevo mai sentiti nominare) e limitandosi solo a trattare il periodo d’oro del genere in questione, cioè gli anni che vanno dal 1967 al 1973. Certo, non mancano i capostipiti del genere (Fairport Convention, Pentangle, Steeleye Span, tanto per citare i tre più famosi), ma anche loro non con i brani più noti: la maggior parte del box però si occupa di musicisti che hanno avuto scarsa fortuna, scegliendo di pubblicare vere è proprie rarità, tra le quali molti singoli mai apparsi prima su CD e persino quattro canzoni inedite, il tutto corredato da un bellissimo libretto di 40 pagine con dettagliati commenti ad ognuno dei 60 brani inclusi; qualche assenza c’è (a memoria mi vengono in mente Lindisfarne, Amazing Blondel e Martin Carthy, ma non avrebbero sfigurato neanche Cat Stevens e John Martyn). Ma ecco una (non tanto) veloce disamina del contenuto dei tre CD, e vi giuro che ho fatto fatica a limitarmi ai pezzi che sto per citare.

CD1: si comincia con Michael Chapman (tornato in auge negli ultimi anni con due bellissimi album) con Stranger In The Room, una solida e potente ballata elettroacustica, molto suggestiva e decisamente più rock che folk, e la chitarra elettrica di Mick Ronson grande protagonista. Dopo la drammatica The Blacksmith degli Steeleye Span (una delle poche scelte “scontate”), dominata dalla vocalità di Maddy Prior, abbiamo il primo inedito, cioè una versione alternata della pimpante e frenetica Dangerous Dave degli Spirogyra. I restanti 17 pezzi sono appannaggio di gruppi o solisti i cui nomi non sono certo tra i più noti, ma ci sono chicche che rendono l’ascolto piacevole al massimo, come l’enigmatica ma deliziosa Murdoch ad opera dei Trees, la rockeggiante ed orecchiabilissima Shoeshine Boy degli Humblebums (che vedono alla voce un giovane Gerry Rafferty), Martha di Harvey Andrews, dalla splendida linea melodica (e con Cozy Powell alla batteria), la tonica Hanging Tree, tra folk, rock e psichedelia dei dimenticatissimi Oo Bang Jiggly Jang (il cui leader Peter Bramall entrerà in seguito nei pub-rockers The Motors come Bram Tchaikovsky ), o la fluida e “fairportiana” Amongst Anemones eseguita dai Jade, un trio che durò il tempo di un solo album.

Meritano un cenno anche la pianistica e bellissima The Sailor da parte di Robin Scott (che rispunterà anni dopo come leader del gruppo M con i ritmi disco-elettronici di Pop Musik), l’eterea e sublime Here Comes The Rain dei Trader Horne, un duo la cui voce femminile era Judy Dyble, prima cantante dei Fairport, la diretta ed immediata My Delicate Skin di Dave Cartwright, un singolo che avrebbe meritato maggior fortuna, la toccante Almost Liverpool 8 di Mike Hart (tra le migliori del primo CD), la tersa e bucolica Don’t Know Why You Bother Child di Gary Farr e la corale e coinvolgente We Can Sing Together di Alan Hull.

CD2: i tre gruppi più conosciuti del dischetto sono i Matthews Southern Comfort con una cristallina rilettura di Woodstock di Joni Mitchell, dallo stile decisamente pastorale, gli Strawbs (senza Sandy Denny) con la vibrante e maestosa The Man Who Called Himself Jesus, ed i Fairport Convention con la prima versione di Sir Patrick Spens, registrata con la stessa Denny ai tempi di Liege & Lief e pubblicata solo in una delle successive ristampe. Ci sono anche cinque nomi non proprio sconosciuti, ma indubbiamente di culto: The Woods Band, gruppo formato da Gay e Terry Woods dopo il loro allontanamento dagli Steeleye Span (As I Roved Out, un brano tradizionale arrangiato alla perfezione e con un intermezzo strumentale strepitoso), Bill Fay, tornato ad incidere dopo una vita in tempi recenti, con un demo del 1969 della stupenda Be Not So Fearful, Bridget St. John alle prese con l’allegra filastrocca folk There’s A Place I Know, la Third Ear Band con Fleance, dal suono più tradizionale che mai, e i Dando Shaft con Riverboat, pura, cristallina e cantata splendidamente.

E poi ci sono gli acts meno noti, tra cui gli Unicorn (prodotti da David Gilmour) con l’armoniosa I Loved Her So Long, chiaramente influenzata da Crosby, Stills & Nash, la beatlesiana Sarah In The Isle Of Wight di Al Jones (solo a me ricorda Lucy In The Sky With Diamonds?) https://www.youtube.com/watch?v=QXcjC2SSC8I , l’epica nonché oscura Pucka-Ri degli Urban Clearway, i Daylight con la limpida e corale Lady Of St. Clare (45 giri che fu anche la loro unica incisione!), la sinuosa ed emozionante Love Has Gone della bravissima Mary-Anne Paterson, una delle gemme del cofanetto (sentite che voce, da brividi), il demo della gentile What I Am dei Fresh Maggots, secondo inedito del box, ed una rilettura molto “roots” e sicuramente interessante del classico di Bob Dylan Like A Rolling Stone da parte dei Canticle.

CD3: il dischetto con la maggior parte di artisti famosi, a partire dai Pentangle con la nota The Cuckoo (tratta dal mitico Basket Of Light), per seguire con Ralph McTell e la sua ottima prova cantautorale Father Forgive Them, la strepitosa Just As The Tide Was A-Flowing, frutto della collaborazione di Shirley Collins con la Albion Country Band (una delle più belle canzoni del triplo), l’intensa Oh Did I Love A Dream della Incredible String Band, che ha il sapore di un canto marinaresco, e la squisita All In A Dream di Steve Tilston, lucida ballata guidata da piano e chitarra. C’è anche una giovanissima Joan Armatrading con la piacevole City Girl, un inatteso Gerry Rafferty solista con una versione inedita di Who Cares, diversa dallo stile pop che il nostro avrà in seguito, e chiude la già citata Sandy Denny (come poteva mancare?) con la sua signature song Who Knows Where The Time Goes in una rara versione voce e chitarra incisa prima di entrare nei Fairport.

Tra i pezzi rimanenti segnalerei la delicata Queen Of The Moonlight World di Andy Roberts, dallo splendido arpeggio di chitarra e con una melodia ariosa, il rarissimo singolo di Mr. Fox Little Woman, bellissima folk song dal sapore più irlandese che inglese, Mike Cooper con la solare ed ottimistica Your Lovely Ways, la misteriosa Jude, che incise questa intensa Beverley Market Meeting insieme a qualche altro demo e poi sparì, la quasi west-coastiana Carry Me dei Prelude, Furniture, grande rock song ad opera degli irlandesi Horslips (con uno strepitoso assolo chitarristico), ed il quarto ed ultimo inedito, cioè l’orientaleggiante Waxing Of The Moon dei Lifeblud https://www.youtube.com/watch?v=4D6MP_AnIm4 .

Un cofanetto quindi difficile da ignorare se siete appassionati del genere folk-rock (ma anche della buona musica in generale), anche perché non costa una cifra esagerata.

Marco Verdi

Candidato Ai Grammy 2019 Come Miglior Album Folk, E’ D’Uopo Parlarne! Mary Gauthier – Rifles & Rosary Beads

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Mary Gauthier – Rifles & Rosary Beads – Appaloosa/Ird CD 2018

Uscito a gennaio dello scorso anno, anche questo Rifles & Rosary Beads di Mary Gauthier, è rientrato nella categoria del “lo faccio io, lo fai tu” e alla fine nessuno ha scritto la recensione. Ma visto che il CD merita assolutamente, e in più di recente è entrato nella cinquina delle nominations dei Migliori Album Folk per gli imminenti Grammy Awards, l’occasione è ideale per parlarne. Considerando anche che la Gauthier è sempre stata una delle preferite del Blog e del sottoscritto in particolare. Se vi eravate persi gli album precedenti o non conoscete la sua storia, qui trovate la recensione del suo splendido album precedente https://discoclub.myblog.it/2014/07/30/ripassi-le-vacanze-sempre-la-solita-mary-gauthier-trouble-and-love/ (non ne ha mai fatti di scarsi, sempre livelli di eccellenza nella sua produzione), e all’interno del Post anche i link per leggere di quelli precedenti. Si diceva che il disco è uscito ormai da un anno, il 26 gennaio del 2018, ed è comunque rientrato nelle liste dei migliori di fine anno, comprese le nostre: disco, che nella edizione italiana, a cura della Appaloosa, contiene anche un libretto con i testi originali e  le traduzione a fronte, nonché la lista di tutti i musicisti che hanno suonato nell’album, che, anche se rientra nella categoria Folk, come al solito, vede comunque la presenza di alcuni musicisti di grande qualità, a partire dal produttore Neilson Hubbard, che suona anche la batteria, oltre al “nostro” Michele Gazich al violino (da sempre strumento cruciale nella musica di Mary) e viola, Kris Donegan Will Kimbrough, a chitarre e mandolino, Danny Mitchell, pianoforte e fiati, Michael Rinne al basso, oltre alle armonie vocali di Odessa Settles Beth Nielsen Chapman, nonché di Kimbrough e Mitchell.

Nelle canzoni del disco, che trattano il tema del ritorno alla vita normale dopo avere combattuto guerre in giro per il mondo, la Gauthier ha scelto di condividere i testi dei suoi brani con alcuni veterani (uomini e donne, e le loro famiglie) che raccontano le loro difficoltà a ritornare alla vita civile, quella normale, della società americana, dove “Fucili e grani del rosario” convivono in un difficile equilibrio, proprio iniziando con Soldiering On (“Non Mollare”), un brano che è quasi una dichiarazione di intenti, esposta con la solita voce caratteristica di Mary, piana,dolente e malinconica, ma anche appassionata, la voce di chi non ha avuto una vita felice e serena, ma ha dovuto fronteggiare mille difficoltà nel corso della sua esistenza, e le incorpora nelle sue composizioni e nel suo modo di porgerle: musicalmente il brano è comunque ricco ed affascinante, con le pennate della chitarra acustica che vengono poi rafforzate dal suono della chitarra elettrica di Kimbrough, del violino impetuoso di Gazich, di una sezione ritmica incalzante, quasi marziale, e quindi il suono esplode con forza dalle casse dell’impianto, forte e vibrante, se questo è folk datecene ancora, brano splendido che vive di picchi e vallate sonore, con la musica che sale e scende per accompagnare la narrazione.

Appurato che i testi sono splendidi ed importanti, ma ve li potete leggere comodamente nel libretto, concentriamoci sulla musica, che non è elemento secondario in questo album, anzi: Got Your Six è un folk-blues-rock vibrante, con la voce che sale d’intensità, ben sostenuta dalle armonie vocali, chitarra slide e violino dettano sempre i temi e la sezione ritmica segue con grinta. La splendida ballata country-rock The War After War, vista dal lato delle spose, e firmata anche dalla Nielsen Chapman, ha un suono ondeggiante e delicato, scandito in un modo che potrebbe rimandare al Neil Young dei primi anni ’70. Anche l’armonica, suonata dalla Gauthier sin dall’incipit di Still On The Ride, rimanda al vecchio Neil, ma poi il brano introduce anche un mandolino, piano, l’immancabile violino, per un suono ricco e maestoso che conferma la maestria della cantante di New Orleans nel saper creare melodie sempre di grande fascino; un pianoforte ed una chitarra acustica ci introducono poi alle atmosfere più intime e delicate della immaginifica Bullet Holes In the Sky, dove il lirico violino di Gazich illumina la narrazione di Jamie Trent, un veterano della Guerra del Golfo, mentre racconta una sua giornata durante un Veterans Day in quel di Nashville.

Brothers ha un bel tiro rock, con chitarre e violino sugli scudi, siamo dalle parti di Lucinda Williams musicalmente, mentre il testo verte sulla parità tra uomini e donne anche nella carriera militare; la title-track Rifles & Rosary Beads, che parte lenta ed acustica, si sviluppa poi in un’altra malinconica ballata, con l’armonica struggente della Gauthier dal piglio quasi dylaniano che si innesta su una sorta di valzerone country, mentre la ovattata Morphine 1-2 è una folk ballad nello stile tipico della nostra, con un piano appena accennato a delineare la melodia che poi viene affidata nuovamente a Michele Gazich. It’s Her Love racconta degli incubi notturni dei veterani, temperati dall’amore di chi ti ha aspettato a casa ed ora è pronto a sostenerti con il proprio amore, sempre musicalmente sotto la forma di una intensa folk ballad, la cui struttura sonora vive su un leggero crescendo che si avvale dell’intervento discreto dei vari musicisti e di un cantato accorato della Gauthier, che si fa più assertivo ed affascinante nella devastante narrazione della sconvolgente Iraq, dove la musica serena e delicata di violino ed armonica contrasta con la durezza del testo. A chiudere il tutto la corale e sempre struggente Stronger Together, firmata oltre che da Ashley Cleveland, dalla Beth Nielsen Chapman, e dalla Gauthier, da altre sei mogli o sorelle di veterani artificieri devastati dagli effetti della guerra, un altro brano che mitiga la durezza dei contenuti con una melodia fiera e di grande intensità.

Vedremo se i giurati dei Grammy lo premieranno nella categoria Miglior Album Folk e avrà quindi la meglio sui dischi di Punch Brothers, Iron And Wine, Dom Flemons e della veterana Joan Baez, che mi pare la concorrente più agguerrita: in ogni caso, se non lo avete già, fate un pensierino su questo eccellente album di cui era d’uopo parlare in un “recupero” obbligatorio, merita la vostra attenzione.

Bruno Conti

 

Senza Il Suo Abituale Gruppo La Musica Cambia, La Qualità No! Rhett Miller – The Messenger

rhett miller the messenger

Rhett Miller – The Messenger – ATO CD

Il 2018 è stato un anno molto impegnativo per il texano Rhett Miller, in quanto abbiamo avuto il primo album natalizio del gruppo che guida sin dai primi anni novanta, gli Old 97’s (il divertente Love The Holidays) ed anche il suo settimo lavoro in studio da solista, The Messenger, che come al solito si stacca abbastanza dallo stile della sua band principale. Infatti quando è all’interno degli Old 97’s Rhett si diverte, lascia uscire prepotentemente il rocker che è in lui (spesso il punk-rocker, seppure con elementi country sempre ben radicati), mentre quando è da solo la sua parte cantautorale prende decisamente il sopravvento. E anche The Messenger (il cui titolo è stato scelto da Miller con lo stesso criterio dei precedenti, che tranne due eccezioni rispondono ai nomi di The Instigator, The Believer, The Interpreter, unico live album, The Dreamer e The Traveler) segue il trend instaurato con i lavori passati, un (bel) dischetto di rock da cantautore, con diversi riferimenti alla musica del Sud ed al suono degli anni sessanta e settanta, tra solide ballate e brani più movimentati.

Un album piacevole e ben fatto, nel quale Miller lascia per un attimo da parte le scorribande tipiche degli Old 97’s e si presenta come musicista completo; anche qui, come nel suo gruppo abituale, è accompagnato da un terzetto: Sam Cohen, che oltre a produrre l’album suona (benissimo) chitarre, steel, piano ed organo, Brian Betancourt al basso e Ray Rizzo alla batteria. L’opening track, Total DIsaster, è un brano dal ritmo saltellante, con un suono di basso molto pronunciato, qualche riverbero chitarristico che rimanda ai sixties ed un mood rilassato e quasi laidback. Did I Lose You At I Love You è languida, i riverberi sono più pronunciati e ci troviamo in territori cari a Chris Isaak, anche se la voce di Rhett è molto più “rootsy” e meno melodiosa di quella del californiano: ottima la chitarra di Cohen, alla Hank Marvin; Wheels è una rock song cadenzata e dai sapori decisamente Muscle Shoals, ritmo sostenuto, bella chitarra ed un suono caldo, You Were A Stranger è una limpida e distesa ballata, dall’approccio cantautorale ma con un arrangiamento da brano rock anni settanta, un pezzo solido e piacevole al tempo stesso.

Deliziosa The Human Condition, ancora contraddistinta da un’atmosfera sudista d’altri tempi, una melodia vincente ed la solita ritmica sbarazzina: Miller conferma, se ce ne fosse stato bisogno, di essere un songwriter a 360 gradi. Close Most Of The Time è una pop song di nuovo con un piede degli anni sessanta, davvero gradevole e diretta, I Used To Write In Notebooks è uno slow pianistico con un altro motivo di stampo pop, mentre Permanent Damage è puro folk-rock con tanto di jingle-jangle, anche se il piglio è da garage band (ci vedo qualcosa dei Dream Syndicate meno aggressivi). Con I Can’t Change Rhett torna a fare musica prevalentemente acustica, con una ballata delicata e spruzzata di country, Bitter/Sweet è una squisita slow song, con la steel alle spalle ed un motivo toccante ed evocativo; il CD termina con la bellissima We’re In Trouble, altro lento dall’atmosfera nostalgica, eseguito con ottima perizia, e con Broken, ennesimo brano dallo script impeccabile.

Con gli Old 97’s o da solo, Rhett Miller si conferma un musicista ed autore di tutto rispetto, che sa separare benissimo il suo lato scanzonato e casinista da quello più serio e cantautorale.

Marco Verdi

I Migliori Dischi Dal Vivo Dell’Anno 2. Fairport Convention – What We Did On Our Saturday

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Fairport Convention – What We Did On Our Saturday – 2 CD Matty Groves

In questi ultimi anni c’è tutto un florilegio di anniversari, perché molte band, importanti e meno, nate nei “mitici anni ‘60”, come li chiamerebbe gianniminà, stanno comunque arrivando a questo notevole traguardo. Nel caso particolare dei Fairport Convention, in effetti i festeggiamenti, con relativi eventi e ristampe varie, sono peraltro in corso da qualche tempo: cofanetti celebrativi https://discoclub.myblog.it/2017/08/06/supplemento-della-domenica-ma-quanto-sono-grandi-i-loro-archivi-fairport-convention-come-all-ye-the-first-ten-years/ , ma anche nuovi album, come ad esempio il buon 50:50@50, registrato dall’ultima formazione della band in attività https://discoclub.myblog.it/2017/01/30/il-mezzo-secolo-di-una-band-leggendaria-fairport-convention-505050/ . Formazione che tutti gli anni si ritrova a Cropredy per i loro leggendari fine settimana in cui viene rinverdita l’eredità di una delle più grandi band del cosiddetto folk-rock britannico. In ogni edizione di Cropredy gli ospiti importanti si sono sempre sprecati (quest’anno, se vi capita di essere da quelle parti, ci sarà Brian Wilson), ma lo scorso anno, come si diceva, si festeggiava il cinquantenario della fondazione, anche se le date sono spesso degli optionals, visto che il primo omonimo disco, registrato nel novembre del  1967, sarebbe uscito solo a giugno del 1968: però, per questa ricorrenza speciale, si è ritrovata sul palco la prima leggendaria formazione, quelli ancora vivi ovviamente, Iain Matthews, Ashley Hutchings, Simon Nicol, Judy Dyble, Richard Thompson e Dave Mattacks, che sostituiva lo scomparso Martin Lamble. E vi assicuro che è veramente un bel sentire.

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La band suona in modo splendido, Iain Matthews, di recente all’opera con i riformati Matthews Southern Comfort https://discoclub.myblog.it/2018/04/04/erano-la-seconda-band-ora-riformata-di-iain-matthews-dopo-i-fairport-convention-sempre-ottima-musica-matthews-southern-comfort-like-a-radio/ , canta in modo splendido tre delle canzoni più belle di quel seminale album, tre cover di cantanti americani, che furono tra le prime influenze dei FC, Time Will Show The Wiser di Emitt Rhodes è bellissima, con la band in forma strepitosa, il suono è fresco e pimpante, come se non fossero trascorsi 50 anni da allora https://www.youtube.com/watch?v=EnbKzGZblrA , e Richard Thompson è in modalità deluxe (come sempre) con la sua chitarra magica a ricamare assoli incredibili sugli intrecci vocali inconfondibili della band. Reno Nevada, se possibile, è ancora più rilucente, il brano di Richard Farina riceve il classico trattamento folk-rock della band, con Thompson sempre più impegnato nei suoi florilegi chitarristici di una classe cristallina, con un assolo di una complessità superlativa https://www.youtube.com/watch?v=tk-ZvEocQ2k , e anche la versione di Suzanne di Leonard Cohen non è da meno, la melodia del canadese viene arricchita dalla interpretazione vocale maiuscola di Matthews, ben sostenuto dall’apporto vocale di Chris While, che aggiunge ulteriore fascino a questa rilettura meravigliosa del classico di Cohen, con la ciliegina del lavoro di fino di Thompson alla solista, da brividi https://www.youtube.com/watch?v=eoCV-XUBC_o .

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Ed è solo l’inizio: cambio di formazione e a fianco di Nicol e Mattacks arrivano Dave Pegg, Chris Leslie, poi al violino anche in molti brani successiv , nel ruolo che fu di Swarbrick, in alternativa a Ric Sanders, prima per una struggente Farewell, Farewell da Liege And Lief, scritta da Thompson, che non appare, anche se nel corso del concerto la sua presenza sarà ancora massiccia, poi Crazy Man Michael, dell’accoppiata Thompson/Swarbrick, con Gerry Conway alla batteria, prosegue in questo segmento acustico del concerto, altro brano magnifico da Liege And Lief (eseguito al completo nel concerto, meno un brano), di cui viene ripresa anche Come All Ye, con Hutchings, autore del brano con Sandy Denny, che ritorna sul palco con Thompson, mentre Chris While la canta meravigliosamente.  E pure The Deserter viene da quell’album seminale, altra versione sfarzosa, come pure quella del medley di The Lark In The Morning, sempre con la While e Thompson superbi, per non dire di una travolgente Tam Lin. Walk Awhile invece era su Full House, ma non è meno bella, il gruppo è in serata di grazia, soprattutto Richard Thompson, che canta Poor Will And The Jolly Hangman magistralmente, prima di dare corpo ad una versione sfavillante di Sloth con duetto violino-chitarra insieme a Chris Leslie https://www.youtube.com/watch?v=JfiFJsjNpIM .

(photo by Matt Condon / @arcane93)

(photo by Matt Condon / @arcane93)

Il secondo CD si apre con Now Be Thankful, ancora  di Thompson, all’epoca uscita come singolo, splendida anziché no pure questa https://www.youtube.com/watch?v=xdCQiGfkHw0 ; Fotheringay di Sandy Denny la canta Simon Nicol https://www.youtube.com/watch?v=C-rhf3P9b8Q , mentre a questo punto del concerto come voce femminile arriva la bravissima Sally Barker che canta Ned Kelly con PJ Wright, Martin Allcock è alla chitarra, e poi Rising For The Moon da sola. Anche Ralph McTell  è della partita con la sua White Dress, mentre Allcock si presenta come musicista di razza in A Surfeit Of Lampreys, una bella giga e The Hiring Fair è una perla nascosta dei Fairport acustici. I due CD, come si sara capitò, non seguono la stessa cronologia del concerto, ma in fondo chi se ne frega, visto che tutto l’insieme è godibilissimo comunque, come confermano la scatenata The Hexhamshire Lass e una emozionante Who Knows Where The Time Goes, ancora in omaggio a Sandy Denny, cantata con grande trasporto da Simon Nicol e Chris While, canzone magnifica anche in veste acustica  . Our Bus Rolls On di Chris Leslie è forse l’unico brano “normale” del concerto, mentre il gran finale con la travolgente Dirry LInen, una intensa Matty Groves https://www.youtube.com/watch?v=TIAXM1WhgNs  e la corale Meet On The Ledge con tutti insieme sul palco, è ancora da brividi e conclude degnamente un concerto che forse, anzi sicuramente, è tra i più belli mai apparsi nella discografia dei Fairport Convention https://www.youtube.com/watch?v=47RrQ9WCTv4 , imperdibile, a questo punto aspettiamo il video, visto che il concerto è stato ripreso magnificante, come potete vedere cliccando in tutti i link che trovate disseminati nel Post. Ovviamente tra i migliori dischi dal vivo del 2018

Bruno Conti

Antologie Che Sembrano Dischi Nuovi: Parte 1. Runrig – The Ones That Got Away

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Runrig – The Ones That Got Away – Ridge CD

I Runrig, una delle più popolari band folk-rock scozzesi di sempre, ha dato l’addio alle scene due anni or sono con lo splendido The Story https://discoclub.myblog.it/2016/02/09/il-canto-del-cigno-della-storica-band-folk-rock-scozzese-runrig-the-story/ , ponendo fine ad una gloriosa carriera quarantennale: questo per quanto riguarda gli album di studio, mentre dal vivo l’ultimo saluto lo daranno durante il prossimo mese di Agosto con due Farewell Concerts a Stirling, appunto in Scozia, nei quali probabilmente prenderanno parte anche gli ex membri (con cui i rapporti pare siano rimasti ottimi), a partire dall’ex cantante Donnie Munro, che lasciò la band nel 1997 a favore di Bruce Guthro. I nostri però hanno voluto fare un altro regalo ai fans, pubblicando questo The Ones That Got Away, una compilation atipica nella quale il sestetto (oltre a Guthro, i membri fondatori Rory e Calum Macdonald, rispettivamente a basso e percussioni, il chitarrista Malcolm Jones, il tastierista Brian Hurren ed il batterista Iain Bayne) ha messo insieme quattordici pezzi scegliendo tra alcune gemme meno note della loro discografia, diverse rarità ed anche un brano nuovo di zecca. Ed il CD che ne è risultato (uscito nella stessa elegante confezione “mini-book” di The Story) sembra in tutto e per tutto un disco nuovo, tanto è unitario e compatto: chi ama le particolari atmosfere della band scozzese e la loro capacità di creare melodie epiche ed emozionanti non rimarrà deluso da questo dischetto, che, ripeto, contiene diverse chicche anche per chi del gruppo possiede tutti gli album.

Ma ecco una disamina dettagliata: per i pezzi rari mi premurerò di citarne la provenienza, mentre dove non dico nulla è perché la canzone proviene semplicemente da un album, un cosiddetto “deep cut”. L’iniziale Somewhere è una rilettura nuovissima del brano che concludeva The Story, incisa con la cantante folk Julie Fowlis, migliore della già bella versione originale, una rock ballad di ampio respiro tipica dei nostri, potente e ricca di pathos, ma anche di una melodia in grado di toccare nel profondo. Ancora meglio Big Songs (Of Hope And Cheer), bonus track di un CD singolo di diversi anni fa, un uptempo elettrico e coinvolgente dotato di un motivo scintillante ed in grado, se suonata dal vivo, di far saltare tutto il pubblico, un pezzo quasi sprecato come lato B; The Greatest Flame (originariamente del 1993, ma qui in versione rifatta e pubblicata come singolo tre anni dopo) è una ballatona ariosa e d’atmosfera, un filo mainstream nei suoni ma è un peccato veniale, data la bellezza del ritornello, caratterizzato dal botta e risposta tra la voce di Munro ed un coro femminile, mentre The Wedding è una travolgente giga rock, dal gran ritmo e con fisarmonica e chitarre elettriche protagoniste alla pari. Splendida Life Is, uno slow inizialmente per voce e piano (ma dopo la prima strofa entra il resto della band), un motivo struggente e bellissimo ed ancora feeling a mille; The Ship è un tipo di folk-rock elettrico in cui i nostri sono dei maestri, con uno dei loro tipici refrain epici ed uno strepitoso finale dove si fondono mirabilmente strumenti tradizionali ad altri più puramente rock.

Cho Buidhe Is A Bha I Riabh (che in gaelico significa As Yellow As It Ever Was) è ancora folk-rock, ma di matrice più elettroacustica, ritmo saltellante e melodia cristallina: inutile dire che è splendida anche questa. Every River è un brano del 1989 qui in una rara versione live del 2010 registrata a Copenhagen con l’orchestra locale: epica è dir poco, esecuzione da pelle d’oca, tra le migliori del CD; Book Of Golden Stories è un’altra ballata di ottimo impatto, forse anche questa con un suono un po’ “lavorato” ma comunque riuscita, mentre In Search Of Angels è un’emozionante rilettura incisa nel 2010, inedita, di un pezzo di undici anni prima, con un suggestivo coro alle spalle del leader (che qui è Hurren). Rhythm Of My Heart, uscita nel 1996 solo su singolo, mi piaceva già nella versione originale del 1991 di Rod Stewart, ma questa interpretazione dei Runrig è decisamente più bella, in quanto lima le sonorità cromate tipiche del biondo rocker (anch’egli) scozzese per donargli un vestito più folk; This Is Not A Love Song era stato il singolo che nel 1999 aveva introdotto Guthro come nuovo cantante, un brano più pop ma di gran classe. Chiusura con This Time Of Year, raro singolo natalizio del 1994, e con And We’ll Sing, altra esclusiva single version del 2013, canzone autocelebrativa di nuovo in grado di regalare emozioni.

Se non fosse composto per la maggior parte da materiale già edito (per quanto in molti casi di difficile reperibilità), questo That Ones That Got Away potrebbe essere uno dei dischi dell’anno, senza dubbio.

Marco Verdi

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P.S: sempre in tema Runrig, è uscito da poco in Germania (ma reperibile facilmente *NDB Forse non più)) un interessantissimo cofanetto intitolato Rarities, formato da ben sei CD e tre DVD composti esclusivamente da materiale raro ed inedito del gruppo scozzese (ma il sesto CD non è altro che The Ones That Got Away), sia dal vivo che in studio. In alternativa c’è anche una versione di due CD intitolata Best Of Rarities: da farci un pensierino.

*NDB Imprescindibile, da avere assolutamente, è anche questo DVD fenomenale https://discoclub.myblog.it/2014/04/10/grande-festa-musicale-nelle-highlands-scozzesi-runrig-party-on-the-moor/

Tra Folk-Rock E Blue Eyed Soul Un Interessante Cantautore Inglese. Jon Allen – Blue Flame

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Jon Allen – Blue Flame – Monologue/V2 Records   

Disco numero quattro per questo cantautore inglese, Jon Allen, nativo di Winchester, ma trapiantato a Londra, influenzato in gioventù dalla musica dei Beatles, in particolare Let It Be, la canzone e l’album, poi scopre i grandi cantautori, Dylan, Neil Young e Tom Waits, ma è solo “pour parler”, quello che si dice, visto che nel disco si sentono poco queste influenze. Dopo il college ha iniziato a fare musica e la sue strade si sono incrociate con quelle di Damien Rice, KT Tunstall, Jose Gonzalez, con cui ha diviso i palchi. Dal suo album di debutto del 2009 Dead Man’s Suit, era stato estratto l’anno prima, come spesso capita agli esordienti, un brano, Going Home, da utilizzare in uno spot della Land Rover, cosa che, tramite i proventi ricavati, gli ha permesso di autofinanziarsi  i suoi dischi, fondando una etichetta la Monologue, con cui si produce tuttora  i suoi album in proprio. Il suo stile dall’alternative folk degli esordi, si è spostato verso il folk-rock-soul  di Blue Flame, , e nel nuovo disco, in sei degli undici brani c’è anche una piccola sezione fiati e in due tracce pure una sezione archi, curata da Pete Whitfield, spesso in azione in produzioni inglesi (da Paul Heaton a Barry Adamson e Thea Gilmore, e molti altri).

Il sound è abbastanza composito, raffinato a tratti, come dimostra l’iniziale vivace ritmo imposto alla brillante Jonah’s Whale, che, non vorrei esagerare, ha un che di morrisionano (nel senso di Van) grazie al brio dei fiati, alle “passate” di organo e alla gioiosa melodia, pur se la voce è lontana da quella del grande irlandese. Insomma il soul è una musica che piace ad entrambi i musicisti che poi la coniugano secondo i propri gusti, in modo divino Van Morrison, in maniera più leggera ma non disprezzabile Jon Allen; Keep On Walking è più vicina ad un soul, morbido e levigato, molto gradevole comunque, con la voce porta con garbo, mentre i fiati, la chitarra elettrica di Pat West, e il piano elettrico di Rich Milner (molto bravo anche all’organo) lavorano di fino https://www.youtube.com/watch?v=hnbAmAhrg7I , Since You Went Away, grazie all’uso degli archi ed ad una atmosfera malinconica e pastorale ha sollecitato paragoni con John Martyn e Nick Drake, ma forse io ci vedo più delle analogie con il Rod Stewart meno commerciale, per quanto melodico, degli inizi solisti, mentre It’s Just The End Of The World, più mossa e ritmata ci trasporta di nuovo in quel mondo soul che profuma di Memphis e dintorni, per quanto visti da una ottica britannica, e anche con qualche tocco alla Bill Withers o dei cantautori americani di impianto blue eyed soul.

If You Change Your Mind ha di nuovo quell’aria sontuosa delle migliori ballate di Morrison, e dei suoi seguaci, Damien Rice, David Gray e Ray Lamontagne, la voce è più gentile e meno vissuta, ma la stoffa dell’autore e del cantante c’è, veramente una bellissima canzone, molto bella anche la successiva Tightrope, di nuovo con i fiati in azione e quell’aria alla Michael Franks, Al Jarreau. Boz Scaggs anni ’70, anche se la voce probabilmente non è a quei livelli. Hold You In My Heart è un’altra ballata serena e dalla melodia avvolgente, qualche vago rimando al Nick Drake di Northern Sky grazie ad un organo e ad una chitarra elettrica deliziosi nei loro interventi https://www.youtube.com/watch?v=4–nZcQwrCg  e pure la successiva Better Day, più intima ed acustica, rimanda a quel grande filone di cantautori inglesi, forse di un altro livello, ma Jon Allen ha un bel tocco e sa costruire delle canzoni comunque di pregio, cantate con grande trasporto. In Stay tornano i fiati e quel mood soul spensierato della prima traccia, si rischia l’effetto Simply Red, sia pure quelli dei brani migliori, ma poi in Walking Dream Jon Allen cava il classico coniglio dal cilindro con una splendida, evocativa e malinconica melodia, dove piano, organo e un incisivo contrabbasso  contribuiscono ad una raffinata costruzione sonora. Chiude il tutto la title track Blue Flame, un morbido e soffice funky elettroacustico con archi e piano e chitarra elettrica di nuovo in squisita modalità blue eyed soul, leggiadra e seducente. Sembra uno bravo, se amate il genere.

Bruno Conti

Erano La Seconda Band, Ora Riformata, Di Iain Matthews Dopo I Fairport Convention: Sempre Ottima Musica. Matthews Southern Comfort – Like A Radio

matthews southern comfort like a radio

Matthews Southern Comfort – Like A Radio – MIG Made In Germany

Iain Matthews (con due I nel nome,  la seconda non la usa quasi nessuno) ha militato in almeno tre “grandi” band nel corso del suo percorso musicale: prima nei Fairport Convention, di cui è stato uno dei membri fondatori, presente nel primo album omonimo e fino al 1969, poi à stato schiacciato dalle personalità prorompenti di Sandy Denny e Richard Thompson, lasciando la band appunto nel 1969 e fondando i Matthews Southern Comfort, che con la loro splendida versione di Woodstock di Joni Mitchell, peraltro uscita all’inizio solo come singolo, ebbero un successo strepitoso, arrivando in cima alle classifiche in tutto il mondo, pur se l’arrangiamento della canzone era diverso sia dalla versione di CSN&Y, sia da quella della Mitchell, perché Matthews non riusciva a raggiungere le note più alte di Joni, che comunque disse di preferire quell’arrangiamento.

Nel frattempo la band pubblicò tre album che furono tra i primi dischi in assoluto a fondere folk, country e rock morbido, dei veri antesignani del country-rock e della roots music a venire, poi ribadite negli splendidi album solisti di Iain Matthews per la Vertigo e la Elektra (magnifico Some Days You Eat The Bear And Some Days The Bear Eats You del 1974, con Jeff “Skunk” Baxter, David Lindley, BJ Cole e Andy Roberts, che fu suo compagno di avventura anche nei Plainsong, la terza grande band in cui militò il nostro amico, autori di un altro disco splendido come il concept album In Search Of Amelia Earheart, dedicato alla storia della trasvolatrice americana). Nel corso degli anni Matthews è ritornato periodicamente a pubblicare album (anche d’archivio) di tutte le sue “creature”, alternandoli ai suoi dischi solisti, spesso con risultati lusinghieri, anche se i dischi del periodo 1969-1974/75 sono tra le cose migliori rilasciate da un cosiddetto singer-songwriter, in possesso di una voce dolce, espressiva e malinconica, Iain è stato oltre che autore di pregio anche grande interprete di canzoni di altri, penso a Ol’ 55, sempre nell’album Elektra citato poc’anzi, che a mio modesto parere è più bella forse dell’originale e di quella degli Eagles, ma anche, oltre al brano della Mitchell, canzoni di Jesse Winchester, degli Steely Dan, di Gene Clark, dei Crazy Horse, di Richard Farina, dell’amico Richard Thompson, di James Taylor, e potremmo andare avanti per ore, perché si è capito che amo moltissimo la musica e la voce di Iain Matthews. 

Anche in questo Like A Radio Matthews non ha perso un briciolo del suo fascino senza tempo, anche se della band originale non c’è più nessuno, sostituiti da tre musicisti olandesi, Bart Jan Baartmans, Bart de Win e Eric De Vries, comunque funzionali al classico suono morbido, ma venato di rock, dei vecchi Matthews Southern Comfort, tra chitarre elettriche ed acustiche, tastiere, soprattutto il piano, sia acustico che elettrico e una ritmica discreta, il musicista inglese sciorina una serie di nuove canzoni che sicuramente piaceranno ai vecchi fans ma che possono essere apprezzate da tutti. Molti dei brani nascono da idee incomplete o non sviluppate del tutto che Matthews ha usato in queste nuove composizioni:, senza dimenticare versioni di Darcy Farrow che era sul secondo disco del 1970 dei MSC, sempre splendida ed evocativa, tra piano e slide sognanti https://www.youtube.com/watch?v=lX0562Qr-BI , o cover di brani di Carole King e James Taylor, una Something In The Way She Moves( presente nelle bonus tracks) già incisa nei dischi solisti, ma sempre con una melodia avvolgente e radiosa, grazie anche alle armonie vocali da sempre marchio di fabbrica della band.

Tra le canzoni nuove molto bella l’iniziale The Thought Police con quei guizzi elettroacustici che non si sono mai spenti nel songbook di Iain, ma anche il folk-country-rock senza tempo della deliziosa To Love, cover dell’appena ricordata Carole King che è illuminata dal lavoro della chitarra elettrica dell’eccellente Eric De Vries, o ancora la malinconica ballata Right As Rain che rivaleggia con le migliori canzoni di Iain Matthews, malinconica e dolcissima come i suoi brani migliori. Anche Chasing Rainbows ci ricorda quel suono solare West Coast con cui il nostro amico ha flirtato negli anni ’70, mentre la conclusiva Phoenix Rising, tra mandolini, chitarre acustiche e piccole percussioni è ancora legata ad un suono più dichiaratamente folk e Jive Pajamas è uno strano shuffle-swing magari non riuscitissimo ma che segnala la voglia di diversità https://www.youtube.com/watch?v=-zGiVPuwLEw , meglio estrinsecata nella bucolica Age Of Isolation, sempre con ottimi intrecci vocali o nel country-rock della mossa Bits And Pieces, altro brano che si lega alle vecchie avventure sonore di Iain Matthews, qui riproposte ancora una volta.

Insomma ci sono a tratti momenti del vecchio splendore e questo per chi ama il musicista 71enne di Scunthorpe può bastare.

Bruno Conti

Un Buon Live, Anche Se Monco. John Prine – September 78

john prine september '78

John Prine – September 78 – Oh Boy CD

Questo CD non fa parte dei numerosi bootleg dal vivo tratti da trasmissioni radiofoniche e pubblicati in maniera semi-legale in Inghilterra (categoria di album che peraltro amo molto poco), ma è un disco ufficiale uscito qualche Record Store Day fa in vinile e stampato dall’etichetta di John Prine, la Oh Boy Records, ed ora immesso sul mercato su scala più larga in versione download digitale (e fisica). Si tratta di un concerto che il grande cantautore di Chicago tenne nel mese ed anno del titolo nella sua città natale, durante il tour in supporto di Bruised Orange. Si tratta di un periodo felice della carriera di Prine, nella quale John pubblicava dischi con una continuità e qualità da far invidia ai grandi, ma nonostante ciò è una fase per nulla documentata ufficialmente riguardo alle esibizioni dal vivo. September 78 ripara parzialmente alla mancanza (vedremo perché parzialmente), mostrandoci un Prine diverso da quello conosciuto, più elettrico e con una vera rock band alle spalle (formata da Johnny Burns alle chitarre, Howard Levy al piano, organo, mandolino e sassofono, Tommy Piekarski al basso ed Angelo Varias alla batteria): gli arrangiamenti dei brani assumono quindi tonalità diverse, pur mantenendo la struttura folk tipica dello stile del nostro, e lo stesso John suona spesso la chitarra elettrica, cosa impensabile oggi.

Un concerto molto interessante quindi, che tranne in un caso lascia da parte i classici per proporci canzoni meno note del songbook di Prine: c’è da dire, ed è l’unica pecca del CD, che sono presenti solo dieci canzoni per la miseria di 33 minuti scarsi, e se proprio non si voleva fare un doppio CD, lo spazio per almeno altrettante canzoni c’era eccome (e se andate a vedere le scalette dell’epoca, i pezzi famosi John li suonava); in più, la confezione è alquanto spartana, sul tipo dell’ultimo di John Mellencamp. Il dischetto inizia con la saltellante Often Is A Word I Seldom Use, dal ritmo sostenuto e gran lavoro di armonica di Levy, un ottimo esempio di folk-rock elettrificato. Angel From Montgomery è l’unico classico presente, e la veste elettrica e leggermente soul (grazie all’uso dell’organo) le dona nuovo vigore; Crooked Piece Of Time è dylaniana sia nella melodia che nell’arrangiamento vagamente sixties, mentre la corale I Had A Drream è decisamente diretta e piacevole, ancora con gran lavoro di organo e chitarre sempre pronte a graffiare. Try To Find Another Man è un pezzo dei Righteous Brothers, che qui assume toni tra country ed afterhours, con un notevole pianoforte e Prine che gigioneggia un pochino.

Pretty Good, preceduta dalle presentazioni, è un po’ tignosa e con una melodia ridotta all’osso, mentre Iron One Betty è un folk-rock tipico del nostro, una di quelle canzoni intrise di musicalità ed ironia che lo hanno reso celebre, ed anche qui non manca un fluido assolo di chitarra da parte di Burns. Splendida Please Don’t Bury Me, un country-rock ficcante ed orecchiabile, puro Prine al 100%, con il pubblico coinvolto in pieno, uno degli highlights del CD; chiudono il ruspante rockabilly Treat Me Nice, un brano poco noto di Elvis Presley (era sul lato B del singolo Jailhouse Rock) e la solida Sweet Revenge, in una versione decisamente rock ma che mantiene intatta la bellezza della canzone. Un dischetto da non perdere se siete fans di John Prine, anche se bisognava avere il braccino meno corto ed inserire diverse canzoni in più, dato che finisce quando uno comincia a prenderci gusto.

Marco Verdi

I Classici Non Mancano Neppure Nel Secondo Capitolo! Richard Thompson – Acoustic Classics II

richard thompson acoustic classics II

Richard Thompson – Acoustic Classics II – Beeswing/Proper

Nel primo volume, uscito circa tre anni fa nel luglio 2014, Richard Thompson aveva rivisitato una nutrita serie di “classici” del proprio repertorio in versione acustica: brani già eseguiti moltissime volte in modalità voce e chitarra, ma tratti solo da esibizioni live, mentre per il disco si era scelto proprio di inciderli ex novo, con un arrangiamento ad hoc e con la tecnologia di studio a disposizione, nonché spesso con l’esperienza e la visione differente maturate in quasi 50 anni di carriera. Il bacino da cui pescare non mancava di sicuro, in quanto il musicista di Notting Hill Gate ha scritto una serie impressionante di bellissime canzoni e quindi c’era solo l’imbarazzo della scelta: e quindi nel CD del 2014, che forse allora non era ancora previsto fosse il primo di una serie, troviamo brani splendidi come I Want To See The Bright Lights, Wall The Death, Walking On A Wire, 1952 Vincent Black Lightning, Shoot Out The Lights, tanto per citarne alcune, comunque potete leggere dei contenuti completi qui http://discoclub.myblog.it/2014/07/21/electric-quasi-inevitabilmente-richard-thompson-acoustic-classics/ . Per il nuovo capitolo Thompson ha deciso di andare ancora più a fondo nel proprio songbook, riprendendo anche alcuni dei pezzi scritti per i Fairport Convention, oltre ad alcune canzoni tratte dal repertorio solista, quello più ampio ed altre ancora incise anche da altri cantanti. Il risultato è come sempre di grande fascino, sia per gli amanti di Richard Thompson, sia per chi lo avvicina per la prima volta, per quanto il sottoscritto, come si desume dai numerosi post che gli ho dedicato sul Blog e anche da parecchie recensioni scritte per il Buscadero, lo predilige in versione elettrica, o forse, meglio in ancora, in una combinazione delle due modalità.

L’apertura è affidata a She Twists The Knife Again, un brano tratto da Across A Crowded Room del 1985, il secondo album del post Richard & Linda Thompson (ma in mezzo c’era stato Small Town Romance, un album acustico dal vivo, uno dei tanti della sua discografia), una delle sue canzoni più accorate, ricca di rabbia e disperazione, sulla dissoluzione di un rapporto, forse un “classico” minore ma che comunque ad oltre trenta anni dalla sua composizione, e anche in versione acustica, non ha perso la rabbia e l’urgenza della versione originale, forse temperate dalla distanza temporale ma ancora brucianti, con la chitarra acustica a disegnare le solite traiettorie incredibili. The Ghost Of You Walks era su You? Me? Us?, il doppio album uscito nel 1996, tra i più controversi a livello critico di Thompson, secondo il sottoscritto comunque un piccolo capolavoro, e con questa canzone dove si apprezzava il lavoro dell’altro grande Thompson, Danny, un brano intimista e malinconico. Genesis Hall, uno dei primi capolavori scritti per i Fairport Convention, appariva su Unhallbricking del 1969 ed era in origine cantata da Sandy Denny, Richard ci regala una splendida versione aggiornata per questo Acoustic Classics, Jet Plane In A Rocking Chair era su Poor Down Like Silver, il disco del 1975 inciso insieme a Linda, un alto “classico minore”, ma ci sarebbe gente pronta a uccidere per scrivere delle canzoni così belle, e Thompson la canta con la sua voce unica e particolare che a 68 anni non mostra cenni di cedimento, ancora fresca e vivace, oggi come ieri.

A Heart Needs A Home è una delle sue ballate più belle (ma ne ha scritte di brutte?), struggente e delicata, è un’altra delle canzoni incise con Linda, ma che poi ritorna periodicamente nei suoi dischi, sempre unica e diversa. Pharaoh non è notissima, secondo alcuni è una delle sue composizioni più affascinanti, per altri addirittura la più bella, in origine era su Amnesia del 1988, il secondo disco prodotto da Mitchell Froom; io non mi spingerei così a fondo nell’entusiasmo, per quanto il brano sia intenso ed avvolgente, riservando le mie lodi per Gethsemane, una delle sue perle nascoste, apparsa su The Old Kit Bag, il disco del 2003 che andrebbe ripescato tra i suoi lavori migliori: in questa versione doppia chitarra acustica, una che tiene il ritmo e l’altra che disegna fregi sonori di classe sopraffina. Devonside ammetto che non la ricordavo neppure io, si trova su Hand Of Kindness, il primo disco del post Richard & Linda, un’altra storia di una relazione finita tragicamente, ma in questo caso non legata direttamente alla propria vicenda; non sarà nota ma è pur sempre un ascolto avvincente; così come quello della successiva Meet On The Ledge, a tutt’oggi la signature song dei Fairport, scritta quanto aveva 19 anni, ed interpretata insieme alla Denny su What We Did On Our Holidays, una sorta di variazione sul tema dell’amore eterno che anche oggi, in questa versione della maturità, non ha perso un briciolo del suo fascino, con Richard che ancora una volta si sdoppia alla chitarra acustica per questa splendida canzone.

Keep Your Distance viene da Rumor And Sigh, uno degli album degli anni ’90, per chi scrive uno dei migliori della maturità, lo stesso disco di 1952 Vincent Black Lightning e I Misunderstood presenti nel precedente Acoustic Classics, un’altra delle tipiche composizioni del nostro, con la rara presenza di una seconda voce ad armonizzare la melodia avvolgente e calda. Bathsheba Smiles viene da Mock Tudor, l’ultimo disco degli anni ’90, siamo nel 1999, e forse anche il più bello complessivamente, con brani che magari non si ricordano singolarmente, ma sono sempre di grande pregio, come questo, sempre ammaliante anche in dimensione acustica (ma se vi viene voglia di ascoltarli in versione elettrica sono ancora più brillanti). Crazy Man Michael, scritta sempre a 19 anni, insieme a Dave Swarbrick, per il capolavoro assoluto dei Fairport Convention e del folk-rock, Liege And Lief, anche questa affidata alla splendida voce di Sandy Denny ed ora riletta di nuovo alla voce del suo autore per una versione di rara intensità e bellezza, arricchita da un fingerpicking  chitarristico di grande tecnica e feeling. Il brano più recente contenuto in questo secondo capitolo della saga acustica è Guns Are The Tongues, che proviene da Sweet Warrior del 2007, uno degli ennesimi capolavori degli anni della maturità, un brano dove appare anche un mandolino per rendere la tragicità di questa devastante storia di un ragazzo allenato per diventare una macchina da guerra, cantata, a tratti, nuovamente con doppia voce, con una partecipazione ed una intensità una volta ancora quasi palpabili. E ancora da Rumor And Sigh, uno degli album più saccheggiati troviamo Why Must I Plead? un’altra delle sue canzoni d’amore, supplice e struggente, magnifica anche in questa “nuova” dimensione acustica.

Richard Thompson colpisce ancora!

Bruno Conti

 

Supplemento Della Domenica: Ma Quanto Sono Grandi I Loro Archivi? Fairport Convention – Come All Ye: The First Ten Years

fairport convention come all ye the first ten yearsfairport convention come all ye the first ten years inside box

Fairport Convention – Come All Ye: The First Ten Years – UMC/Universal 7CD Box Set

DISC ONE

01: Time Will Show The Wiser ( 3:05 ) from Fairport Convention
02: Decameron ( 3:42 ) from Fairport Convention
03: Jack O’ Diamonds ( 3:30 ) from Fairport Convention
04: One Sure Thing ( 2:53 ) from Fairport Convention
05: I Don’t Know Where I Stand ( 3:38 ) from John Peel’s Top Gear programme 2/6/1968
06: You Never Wanted Me ( 3:15 ) from John Peel’s Top Gear programme 2/6/1968
07: Fotheringay ( 3:04 ) from What We Did On Our Holidays
08: I’ll Keep It With Mine ( 5:53 ) from What We Did On Our Holidays
09: Mr Lacey ( Sandy on Vocals ) ( 2:55 ) from the Sandy Denny box set
10: Eastern Rain ( Sandy on Vocals ) ( 3:48 ) – Previously Unreleased
11: Nottamun Town – A Capella version ( 1:48 ) – Previously Unreleased
12: Meet On The Ledge ( 2:50 ) from What We Did On Our Holidays
13: Throwaway Street Puzzle ( 3:27 ) – B Side on What We Did On Our Holidays remastered
14: Reno Nevada ( 2:23 ) from the David Symonds radio show 6/1/1969
15: Suzanne ( 5:25 ) from John Peel’s Top Gear programme 1/9/1968
16: A Sailor’s Life ( without Swarb ) ( 11:23 ) from the Sandy Denny box set
17: Genesis Hall ( 3:35 ) from Unhalfbricking
18: Autopsy – Alt Take ( 4:33 ) – Previously Unreleased
19: Who Knows Where The Time Goes ? – Alt Take ( 5:19 ) – Previously Unreleased

DISC TWO

01: Dear Landlord ( 4:08 ) from Unhalfbricking
02: Si Tu Doir Partir ( 2:25 ) from John Peel’s Top Gear programme 6/4/1969
03: Percy’s Song ( 5:28 ) from John Peel’s Top Gear programme 1/9/1968
04: Ballad of Easy Rider ( 4:54 ) – Guitar Vocal
05: The Deserter – Rehearsal version ( 4:40 ) – Previously Unreleased
06: Come All Ye – Alt Take ( 5:27 ) from the Sandy Denny box set
07: Reynardine ( 4:31 ) from Liege and Lief
08: Matty Groves – Alt Take ( 7:43 ) from the Sandy Denny box set
09: Farewell Farewell ( 2:38 ) from Liege and Lief
10: Quiet Joys Of Brotherhood – Take 1 edit ( 6:42 ) from Liege & Lief Deluxe Edition
11: Tam Lin ( 7:46 ) from John Peel’s Top Gear programme 27/9/1969
12: Sir Patrick Spens ( 3:44 ) from John Peel’s Top Gear programme 27/9/1969
13: The Lark In The Morning medley ( 4:12 ) from John Peel’s Top Gear 27/9/1969
14: Bonny Bunch Of Roses ( 10:48 ) – Full House Out-Take

DISC THREE

01: Walk Awhile ( 3:51 ) – Live in Concert on Pop2 – 5/12/1970 – Previously Unreleased
02: Dirty Linen ( 3:55) – Live in Concert on Pop2 – 5/12/1970 – Previously Unreleased
03: Sloth ( 12:17 ) – Live in Concert on Pop2 – 5/12/1970 – Previously Unreleased
04: Journeyman’s Grace ( 4:47 ) – Live on Pop2 – 5/12/1970 – Previously Unreleased
05: Sir B.McKenzie ( 4:29) – Live in Concert on Pop2 – 5/12/1970 – Previously Unreleased
06: Flatback Caper – Live 1970 ( 5:57 ) – Previously Unreleased
07: Doctor of Physick – Live 1970 ( 3:52 ) – Previously Unreleased
08: Poor Will and The Jolly Hangman (5:34 ) from Guitar, Vocal
09: Bonnie Black Hare – Alt Take ( 3:04 ) – Previously Unreleased
10: Lord Marlborough ( 3:24 ) from Angel Delight
11: Banks of the Sweet Primroses ( 4:11 ) from Angel Delight
12: Breakfast In Mayfair ( 3:07 ) from Babbacombe Lee
13: Little Did I Think ( 1:52 ) from The Man They Could Not Hang – Previously Unreleased
14: John Lee ( 1:48 ) from The Man They Could Not Hang – Previously Unreleased
15: Cell Song ( 4:27 ) from The Man They Could Not Hang – Previously Unreleased
16: Time Is Near ( 2:49 ) from The Man They Could Not Hang – Previously Unreleased
17: Dream Song ( 4:14 ) from The Man They Could Not Hang – Previously Unreleased
18: Farewell To A Poor Man’s Son ( 5:16 ) from The Man They Could Not Hang

DISC FOUR

01: Sweet Little Rock ‘n’ Roller – Live at the LA Troubadour ( 3:55 ) from Guitar Vocal
02: That’ll Be The Day ( 2:02 ) from The Bunch
03: Think It Over – Sandy Denny rehearsal version ( 2:31 ) – Previously Unreleased
04: Maverick Child ( 4:03 ) Previously Unreleased
05: Sad Song aka As Long As It Is Mine ( 5:06 ) Previously Unreleased
06: Matthew, Mark, Luke & John ( 3:05 ) Previously Unreleased
07: Rattle Trap ( 2:05 ) Previously Unreleased
08: Sheep In The Meadow ( 4:10 ) Previously Unreleased
09: Rosie ( 3:34 ) Previously Unreleased
10: Country Judy Jane ( 2:36 ) Previously Unreleased
11: Me With You ( 3:23 ) Previously Unreleased
12: My Girl ( 4:05 ) Previously Unreleased
13: To Althea from Prison ( 2:25 ) Previously Unreleased
14: Knights Of The Road ( 3:52 ) from Rosie
15: The Plainsman ( 3:19 ) from Rosie
16: Matthew, Mark, Luke & John from the Old Grey Whistle Test ( 3:44 ) Previously Unreleased
17: Brilliancy medley from the Old Grey Whistle Test ( 3:55 ) Previously Unreleased
18: Polly On The Shore ( 4:53 ) from Nine
19: Fiddlestix (The Devil In The Kitchen) without orchestra ( 2:49 ) Previously Unreleased
20: Possibly Parsons Green ( 3:41 ) – OZ 7” single mix Previously Unreleased
21: Bring Em Down ( 5:55 ) from Nine

DISC FIVE

01: Sloth – Live in Sydney ( 11:31 ) from Live Convention
02: John The Gun ( 5:05 ) – John Peel session 6/8/1974
03: Down In The Flood ( 3:27 ) – John Peel session 6/8/1974
04: Rising For The Moon ( 4:18 ) – John Peel session 6/8/1974
05: After Halloween ( 2:54 ) Byfield Demo – Alt Take Previously Unreleased
06: Restless ( 3:59 ) from Rising For The Moon
07: White Dress ( 3:24 ) Live on LWT (on Rising for the Moon deluxe edition)
08: Stranger To Himself ( 2:52 ) from Rising For The Moon
09: Dawn – Alt version ( 4:09 ) from the Sandy Denny box set
10: One More Chance – Alt Take ( 7:52 ) Previously Unreleased
11: All Along The Watchtower – Live in Oslo in 1975 ( 4:22 )
12: When First Into This Country ( 2:28 ) from Gottle O’ Geer
13: Sandy’s Song aka Take Away The Load ( 3:34 ) from Gottle O’Geer
14: Royal Seleccion No 13 ( 4:24 ) from A World of Music: Anne Lorne Gillies 26/11/1976 Previously Unreleased
15: Adieu Adieu ( 2:35 ) from A World of Music: Anne Lorne Gillies 26/11/1976 Previously Unreleased
16: Reynard The Fox ( 2:59 ) from Tipplers Tales
17: Poor Ditching Boy ( 3:46 ) from In Concert – STV 1976 Previously Unreleased
18: Flowers Of The Forest ( 3:50 ) from In Concert – STV 1976 Previously Unreleased

DISC SIX – Live at Fairfield Hall 16/12/1973

01: Polly On The Shore ( 5:12 ) Previously Unreleased
02: Furs and Feathers ( 5:11 ) Previously Unreleased
03: Tokyo ( 3:09 ) Previously Unreleased
04: Cell Song ( 5:05 ) Previously Unreleased
05: The Claw ( 3:01 ) Previously Unreleased
06: Far From Me ( Old Broken Bottle ) ( 3:47 ) Previously Unreleased
07: Brilliancy medley / Cherokee Shuffle ( 4:14 ) Previously Unreleased
08: Days of 49 ( 6:20 ) Previously Unreleased
09: Fiddlestix (The Devil In The Kitchen) ( 3:07 ) Previously Unreleased
10: Dirty Linen ( 4:33 ) Previously Unreleased
11: Matthew, Mark, Luke & John ( 6:34 ) Previously Unreleased
12: Possibly Parsons Green ( 3:39 ) Previously Unreleased
13: Sir B. McKenzie ( 6:21 ) Previously Unreleased
14: Down In The Flood – Full version ( 3:45 ) Previously Unreleased
15: Something You’ve Got- Full version ( 3:00 ) Previously Unreleased

DISC SEVEN – Live at the LA Troubadour 1/2/1974

01: Down In The Flood ( 3:13 )
02: The Ballad Of Ned Kelly ( 3:59 )
03: Solo ( 5:34 )
04: It’ll Take A Long Time ( 5:35 )
05: She Moves Through The Fair ( 4:15 )
06: The Hens March Through The Midden & The Four Poster Bed ( 3:17 )
07: The Hexamshire Lass ( 2:44 )
08: Knockin’ On Heaven’s Door ( 4:33 )
09: Six Days On The Road ( 3:44 )
10: Like An Old Fashioned Waltz ( 4:20 )
11: John The Gun ( 5:10 )
12: Down Where The Drunkards Roll – Alt Take ( 4:30 ) Previously Unreleased
13: Crazy Lady Blues ( 4:02 )
14: Who Knows Where The Time Goes ( 6:54 )
15: Matty Groves ( 7:05 )
16: That’ll Be The Day ( 3:23 )

Devo riconoscere che essere fan dei Fairport Convention, categoria alla quale mi onoro di appartenere, è una vera pacchia, in quanto nei 50 anni di carriera dello storico gruppo folk-rock britannico non sono mai mancate le sorprese. Infatti, oltre ad avere una corposa discografia sia studio che live, i Fairport sono stati negli anni oggetto di grande attenzione per quanto riguarda gli archivi, tra cofanetti (imperdibile Fairport Unconventional, ma bellissimi anche Cropredy Capers e quello dedicato alle BBC Sessions), antologie con inediti e ripubblicazioni di vecchi album con bonus tracks, senza dimenticare tutti gli inediti disseminati nei vari box sets dedicati ai componenti del gruppo (principalmente Richard Thompson e Sandy Denny, ma anche Ashley Hutchings e Dave Swarbrick). Non nascondo quindi di aver avuto un moto di gioia quando è stato annunciato che, per festeggiare ulteriormente i loro primi 50 anni (dopo il nuovo album 50:50@50 http://discoclub.myblog.it/2017/01/30/il-mezzo-secolo-di-una-band-leggendaria-fairport-convention-505050/ ), sarebbe uscito questo nuovo cofanetto intitolato Come All Ye che, come fa notare il sottotitolo The First Ten Years, riepiloga in ben sette CD il meglio della prima fase della loro carriera, che poi è anche la migliore, cioè dal 1968 al 1978 (i 50 anni ricorrono quest’anno in quanto il gruppo si formò nel 1967, ma il loro esordio discografico è dell’anno successivo, e comunque non per essere pignoli ma dal 1968 al 1978 gli anni sono undici…).

La cosa saliente del box è però il fatto che, su 121 canzoni totali, ben 55 sono inedite, un numero impressionante soprattutto considerando che negli anni passati, come ho già scritto, i FC sono sempre stati generosi nell’elargire brani unreleased: un box quindi da avere assolutamente, nonostante il costo relativamente importante, anche perché, dei brani editi, la maggior parte è comunque rara, in quanto proviene da varie antologie e box del passato, e non solo del gruppo (per esempio ci sono canzoni prese dal meraviglioso cofanetto di 19 CD del 2010 dedicato a Sandy Denny, ed anche dalla rara compilation anni settanta di Richard Thompson Guitar, Vocal), limitando al minimo i pezzi tratti dai dischi originali. Il box è corredato da un bel libretto con copertina dura di una cinquantina di pagine, ricco di foto, due saggi e le note di tutti i brani (anche se manca l’indicazione delle fonti originali di provenienza, che sono quindi indicate nella tracklist all’inizio del Post). Ecco quindi una veloce disamina dei contenuti, nella quale privilegerò chiaramente i pezzi mai sentiti prima.

I primi due CD documentano gli anni sessanta dei Fairport, la loro golden age, arrivando fino a Full House del 1970: sono anche i due dischi con meno inediti (quattro nel primo, tra cui una Nottamun Town a cappella e due belle versioni alternate di Autopsy e Who Knows Where The Time Goes?, ed uno sul secondo), ma l’ascolto è comunque consigliabile in quanto, oltre a contenere, come già detto, diversi pezzi provenienti da BBC Sessions, cofanetti e deluxe editions del passato, vedono anche ala presenza di Iain Matthews Ashley Hutchings: e poi il secondo dischetto per i contenuti musicali è da cinque stelle. Il terzo CD comincia con cinque brani dal vivo mai sentiti, per il programma Pop Deux, del Dicembre 1970, importanti in quanto gli ultimi con Thompson in formazione (se ne andrà infatti di lì a un mese): la qualità sonora è da bootleg, ma la performance è notevole, con due Sloth e Journeyman’s Grace da urlo grazie soprattutto a Richard, ed una altrettanto strepitosa Sir B. McKenzie, dove Swarbrick si prende la rivincita. Gli altri inediti sono due versioni dal vivo ancora con la stessa lineup (ma incisi molto meglio) delle poco note Flatback Caper e Doctor Of Physick, ed i sei brani finali del dischetto, tratti dallo special del 1975 The Man They Could Not Hang, cinque dei quali tratti appunto dal concept album di quattro anni prima Babbacombe Lee (bellissima ed intensa Time Is Near), oltre alla ballad Farewell To A Poor Man’s Son, scritta da Swarb per l’occasione.

Il quarto CD è anche il più interessante in quanto, a parte una versione inedita di Think It Over di Buddy Holly non utilizzata per il progetto collaterale The Bunch ed il rarissimo singolo uscito solo in Australia comprendente Fiddlestix e Possibly Parsons Green, include per la prima volta in via ufficiale tutti i dieci brani del mitizzato Manor Album, cioè il disco che Swarbrick e Dave Pegg, all’epoca (1972) ridotti a duo, avevano inciso con il cantautore canadese David Rea alla voce e chitarra e Tom Farnell alla batteria, una lineup che durò solo sei mesi e che non lasciò tracce ufficiali della sua esistenza. Molti di questi pezzi finiranno su dischi futuri del gruppo, a partire dal seguente Rosie (tra cui la title track, qui cantata da Rea), altri resteranno inediti (Sad Song, Rattle Trap e Sheep In The Meadow). Dieci brani interessanti, anche se si sente che non sono rifiniti, ed alcuni sono quasi a livello di demo (Rosie, la canzone, non vale un’unghia dell’originale, e Rea non era adatto a stare nei Fairport, infatti durò poco), e che tutto sommato i nostri fecero bene a non mettere su disco, anche se la loro pubblicazione odierna è comunque una chicca notevole. Il quinto dischetto si occupa degli anni finali, e c’è all’interno molto materiale con Sandy Denny, che nel 1974 era rientrata nel gruppo raggiungendo il marito Trevor Lucas, ma ci sono anche cose meno note dagli ultimi tre album dei seventies: gli inediti sono pochi (non male il medley strumentale Royal Selection No. 43), ma uno di essi vale gran parte del prezzo richiesto, cioè una versione alternata, e meno elettrica, della meravigliosa One More Chance, una delle canzoni più belle degli anni settanta e secondo me uno degli highlights assoluti della Denny come songwriter: forse ancora più bella di quella finita su Rising For The Moon (piccolo appunto: ma sul box di 19 CD dedicato a Sandy non doveva esserci tutto, ma proprio tutto quello da lei inciso in carriera? Evidentemente no…). Non sono inedite, ma decisamente rare una splendida White Dress dal vivo ed una insolita All Along The Watchtower di Bob Dylan live ad Oslo.

Ed eccoci al sesto dischetto, il più interessante insieme al quarto, in quanto presenta un concerto totalmente inedito del Dicembre del 1973 a Fairfield Halls: il tour è quello di Nine, e la band è quella con il suono più “americano” di sempre, grazie soprattutto al chitarrista Jerry Donahue. Un concerto bello e vibrante, con pochi classici ma rarità assolute come lo strumentale di Jerry Reed The Claw (eccellente Jerry alla solista acustica), il traditional Days Of 49 e soprattutto la splendida Far From Me di John Prine, che all’epoca era ancora sconosciuto ai più. Nei due bis di Down In The Flood e Something You’ve Got sale a sorpresa sul palco Sandy Denny, che l’anno seguente rientrerà nel gruppo in pianta stabile, anche se solo per un biennio. Il settimo ed ultimo CD è forse l’unica delusione del box: si tratta di un concerto del 1974 al Troubadour di Los Angeles, un live splendido e con Sandy in forma strepitosa, un disco migliore di quello uscito all’epoca…peccato che fosse già stato incluso nella versione deluxe doppia di Rising For The Moon della Denny, uscita nel 2013 (con l’unica differenza di una versione alternata ed inedita di Down Where The Drunkards Roll, probabilmente presa da un’altra serata), una cosa che penso si potesse evitare in quanto non credo manchino registrazioni dal vivo di buon livello del gruppo. Un neo però che non cambia il giudizio finale: un cofanetto imperdibile, un altro gradito episodio della saga infinita dei Fairport Convention.

Marco Verdi