Richard & Linda Thompson – La Coppia Regina Del Folk-Rock Britannico: Box Hard Luck Stories Parte II

richard & linda thompson hard luck stories front

Seconda Parte.

Chapter 4. Pour Down Like Silver.

Richard e Linda Thompson ormai sempre più presi dalla loro conversione religiosa, tanto da apparire abbigliati in copertina con copricapi che rendono evidente questa svolta di vita, i due però incontrano anche delle difficoltà a continuare a fare musica: il Mullah di Richard vorrebbe imporgli di non fare più musica, o comunque di abbandonare la chitarra elettrica, ma dall’altro lato Richard non vorrebbe impedire a Linda di cantare “hai una voce bellissima e devi continuare a cantare” e quindi nell’estate del 1975 entrano nei soliti studi di Londra, di nuovo con John Wood, per registrare il nuovo album, che era l’ultimo per rispettare il contratto con la Island.

Nel frattempo Sheikh Abdul Q’adir li esorta a fare musica fintanto che si tratti di un omaggio a Dio, e un ispirato Richard scrive alcune delle sue più belle canzoni di sempre (a fianco di decine di altre) tra le quali Dimming of the Day, Beat the Retreat e Night Comes In, parlano tutte del tema della divinità e Thompson le riveste di alcune musiche superbe. E non è che le altre scherzino: Streets Of Paradise cantata con forza da Richard con i ricami vocali della moglie, gli arabeschi della fisa di Kirkpatrick e un robusto groove della ritmica affidata ai vecchi amici Dave Pegg e Dave Mattacks, è un piccolo gioiello, come pure la sublime For Shame Of Doing Wrong, cantata in modo divino da Linda, in una delle sue migliori interpretazioni di sempre, di nuovo a rivaleggiare con quelle di Sandy Denny.

Notevole anche The Poor Boy Is Taken Away, altra ballata stupenda (ho quasi esaurito gli aggettivi) cantata con voce cristallina da Linda, ma sono le tre canzoni citate i punti salienti dell’album: Night Comes In nei suoi oltre otto minuti sfiora quasi la perfezione con Richard che ci regala un grande interpretazione vocale e una parte strumentale finale di grande fascino, Beat The Retreat con una dolente interpretazione di Richard è un altro brano indimenticabile e la conclusiva Dimming Of The Day per molti è forse la più bella canzone mai scritta da Thompson, cantata in modo eccezionale da Linda, mentre Richard si riserva una coda strumentale, Dargai dove rilascia tutto il suo virtuosismo alla chitarra acustica.

Nelle sei bonus tracks ci sono le inedite Wanted Men, un bel pezzo rock cantato da Richard, l’altrettanto bella Last Chance cantata da Linda, un intimo demo di Dimming The Day e tre brani dal vivo da un concerto all’Oxford Polytechnic del 27 novembre del 1975, la breve ma intricata Things You Gave Me, la scatenata It’ll Be Me di Jack Clement a tempo di rock’n’roll con assolo fumante del nostro che poi ci regala una colossale versione di oltre 13 minuti di Calvary Cross: questi brani non sono inediti, erano giù usciti in In Concert, November 1975, pubblicato dalla Island in CD nel 2007, tuttora in produzione, ma questo non inficia il giudizio su questa versione di Pour Down Like Silver, altro capolavoro.

Chapter 5. The Madness Of Love Live 1975 & 1977. Questo è l’altro CD completamente inedito, tutto dal vivo, con materiale tratto da due soli concerti: il primo riguarda il set acustico del concerto del 25 aprile 1975 alla Queen Elizabeth Hall, per promuovere l’album dell’epoca Hokey Pokey, sei brani in tutto, con Richard alla chitarra acustica e i due che si dividono la parti vocali, si apre con lo strumentale Dargai, poi in sequenza una intensa Never Again, cantata da Linda, una rara cover della splendida Dark End Of The Street, sempre Linda ma alcune parti cantate all’unisono, Beat The Retreat è affidata a Richard, come pure The Sun Never Shines On The Poor, poi un’altra sorpresa, la divertente If I Were a Woman And You Were A Man.

Il secondo concerto arriva da un broadcast per Capital Radio e venne registrato il 1° maggio del 1977 al Theatre Royal di Londra e segue una lunga pausa del duo, con Linda che nel frattempo aveva avuto il secondo figlio Teddy nel 1976 (il primo con Richard), e giravano con uno “strano” gruppo definito Muslim Band e che fu abbastanza denigrato dalla stampa per il loro Islamic-Folk-Jazz: la formazione prevedeva Abdul Latif Whiteman alle tastiere, Haj Amin Evans al basso Abdul-Jabar (non quello dei Lakers) Pickstock alle percussioni e Preston Hayman alla batteria.

Cinque brani in tutto che dimostrano che repertorio e band non erano poi così male, anzi, anche io non le avevo mai sentite, forse su un bootleg e concordo con l’estensore delle note: The Madness Of Love rimasta inedita (a parte una versione di Graham Parker in un tributo a Thompson), come in parte le altre eseguite nella serata e previste per un album mai completato, non sono mai piaciute a Richard, comunque il pubblico presente apprezza, il nostro amico è in ottima forma vocale, doppiato dalla voce di Linda e la chitarra viaggia che è un piacere, ben sostenuta dalla band, a seguire una lunga versione, oltre 12 minuti, di The Night Comes In, con il liquido piano elettrico di Whiteman a seguire le acrobatiche divagazioni della solista, mentre Linda al solito canta in modo stupendo, ottima anche la corale a due voci A Bird In Gods Garden con un testo adattato da un poema di Rumi, un autore islamico, verrà incisa in seguito con French, Frith & Kaiser, e l’accompagnamento funky-jazz-rock nella lunga coda jam strumentale è eccellente.

Molto bella anche The King Of Love, sempre cantata all’unisono e con lavoro della chitarra di Thompson all’altezza della sua fama, chiude Layla, che non è quella di Clapton, ma il soggetto è sempre la stessa principessa persiana, con la band che imbastisce un classico groove “thompsoniano” (si può dire?), per permettere a Richard, che la canta con Linda, di indulgere di nuovo nelle sue superbe improvvisazioni all’elettrica, poi uscirà proprio su First Light. Una ottima scoperta!

Chapter 6: First Light. Dopo due anni passati nella comune Sufi a Norfolk, la coppia decide di tornare a Londra, e con sorpresa Richard scopre che Linda non aveva “abbandonato” il loro appartamento di Hampstead dove la coppia torna a vivere, e poco alla volta riprende a frequentare i vecchi amici, Joe Boyd in testa, che prima convince Thompson a suonare nel CD di esordio di Julie Covington, reduce dal successo travolgente del musical di Andrew Lloyd Webber Evita, dove rivestiva la parte principale, poi alcune collaborazioni con il giro Albion Band e altre cose, ma purtroppo di questo non c’è traccia, neppure nelle bonus, forse il prossimo cofanetto. Comunque assestata la situazione bisogna andare alla ricerca di un nuovo contratto discografico, che visti i “successi” a livello commerciale dei precedenti non si rivela una cosa facile, comunque alla fine si fa avanti la Chrysalis ed iniziano i preparativi per il nuovo album: ad accompagnare la coppia sarà un terzetto di formidabili musicisti americani, Andy Newmark alla batteria, Willie Weeks al basso e Neil Larsen alle tastiere, che nelle parole di Joe Boyd erano rimasti impressionati dalla abilità del nostro ed avevano espresso il desiderio di suonare con lui.

Nell’album suonano anche i vecchi amici John Kirkpatrick e Dave Mattacks, oltre ad una pletora di voci di supporto: dieci canzoni sono pronte alla bisogna, otto nuove e due traditional arrangiati da Thompson. Il disco, pur non ai livelli dei precedenti, si lascia ascoltare comunque con piacere, specie in questa nuova edizione rimasterizzata per la prima volta appositamente per l’edizione in box e ci sono pure 6 demo acustici inediti, solo voce e chitarra, tre, anzi quattro, cantati da Linda (inclusa la title track che è l’unica già pubblicata in precedenza) e due da Richard. Per il resto, nel disco originale, che anche il sottoscritto riascolta per la prima volta da almeno una quindicina di anni, ci sono brani di buona struttura, come l’iniziale avvolgente Restless Highway, il suono è sì più vicino al mainstream, anche se la produzione di John Wood, sempre a fianco di Richard, questa volta agli Olympic Studios, cerca di contenere certe concessioni ad un sound più americano, come nella ballata mistica quasi celtic soul Sweet Surrender, cantata da Linda, in altre canzoni, come nella sciapa Don’t Let A Thief Steal Into Your Heart si vira verso un funkettino leggero che neppure la chitarra del nostro riesce a redimere più di tanto, e anche l’arrangiamento con gli archi non giova.

Il traditional strumentale The Choice Wife è decisamente meglio grazie al virtuosismo di Richard, brano che poi converge nella intensa Died For Love, cantata questa volta splendidamente da Linda, con un coro di vari ospiti (Maddy Prior, Trevor Lucas, Iain Matthews, Jiulie Covington tra i tanti) che gli conferiscono un fervore tra gospel e folk, grazie anche all’accordion di Kirkpatrick e al whistle di Dolores Keane, già allora nei De Dannan. Anche la fascinosa Strange Affair, firmata con Martin Simpson e June Tabor, mantiene questa aura folk che rimanda ai dischi solisti di Sandy Denny che Linda ricorda sempre moltissimo. Layla, che nella versione già ascoltata dal vivo o in quella acustica, aveva un suo perché, qui, cantata da Richard, ha un suono rock abbastanza dozzinale, meglio Pavanne, un’altra potenziale bella interpretazione di Linda, che, credo per la prima volta, la firma insieme a Richard, però in parte manca del fuoco di altre canzoni simili, forse troppo turgida per quanto non mi dispiaccia.

House Of Cards utilizza il mega coro usato in precedenza, ma di nuovo l’arrangiamento con gli archi è troppo carico e sommerge la melodia della canzone, e anche la la title track, cantata ancora da Linda, viene sommersa a tratti da questi arrangiamenti fuori posto e troppo pomposi, insomma luci e ombre in questo album, che neppure il successivo Sunnyvista riesce del tutto a dissipare.

Chapter 7. Sunnyvista Neppure il Dottor Richard e l’infermiera Linda ritratti in copertina, forse pressati dalla casa discografica che richiede un album di successo a livello commerciale, riescono a cavare il classico coniglio dal cilindro, e nonostante il ritorno di vecchi amici inglesi come Timi Donald e Dave Mattacks alla batteria e Dave Pegg e Pat Donaldson al basso (all’epoca anche fidanzato con Kate McGarrigle, che appare con la sorella Anna nel disco, e segna l’inizio di una lunga amicizia con i Thompsons), oltre a tastieristi assortiti come Pete Wingfield e John “Rabbit” Bundrick, l’album ha un suono a tratti troppo “contemporaneo” e rock, tra l’altro messo ancora in maggior evidenza dal nuovo mastering impiegato nel box, per cui si sente splendidamente, ma le canzoni rimangono influenzate dall’atteggiamento, come ha detto il nostro amico a posteriori rispetto ai suoi dischi di fine anni ‘70, “ troppo flaccido ed indifferente”, forse fin troppo auto flagellatore, ma si capisce il senso di quanto detto.

Alcune canzoni mi piacciono parecchio, come You’re Going To Need Somebody, con l’interplay tra Thompson e la fisa di Kirkpatrick, e le armonie di Linda più le sorelle McGarrigle che sostengono Richard alle prese con un assolo dei suoi, oppure il country-rock di Lonely Hearts, con un suono che ricorda quello della sua amica Linda Ronstadt, e anche la splendida ballata Traces Of My Love, cantata con impeto e passione da Linda, aiutata dalle armonie celestiali della McGarrigles. Per non dire di Sisters altra sontuosa interpretazione degna delle migliori di Linda, con Richard superbo alla chitarra, e le McGarrigles solenni di cui sentiamo sempre più la mancanza; però ci sono anche canzoni funky come Justice In the Streets, con il ritornello che fa Allah, Allah, va bene che non avevano gradito del tutto ma…

Neppure l’iniziale Civilization brilla per inventiva, tipico Richard, ma eseguito male, Borrowed Times è pericolosamente vicino all’AOR, Saturday Rolling Around, una via di mezzo tra country, cajun e una giga, con Kirkpatrick in evidenza alla fisa e Richard alla chitarra è peraltro piacevolissima, accoppiata replicata nella title-track, tra tango e musica mitteleuropea alla Brecht, stile melò molto apprezzato da Linda a e anche il classic rock di Why Do You Turn Your Back? nell’insieme non dispiace. Insomma, visto a posteriori l’album non mi sembra poi così brutto.

Le bonus tracks prevedono Georgie On A Spree, lato B del singolo Civilization, nuova versione di un brano già apparso su Hokey Pokey, 3 demo di canzoni inedite non utilizzate nell’album, Lucky In Life, la delicata Speechless Child, sul tema dell’autismo e Traces Of My Love, entrambe cantate da Linda, poi ci sono tre canzoni, registrate con Gerry Rafferty nel 1980, che si era offerto di finanziarli e che anticipano il nuovo album, e dovevano anche servire per trovare un nuovo contratto discografico visto che anche la Chrysalis a questo punto li ha scaricati: tre versioni fin troppo lavorate di For Shame Of Doing Wrong, The Wrong Heartbeat e Back Street Slide, tanto che Richard litiga con Rafferty per i suoi metodi di lavoro e torna dopo anni a lavorare con il vecchio amico Joe Boyd, che li mette sotto contratto con la sua Hannibal, e insieme realizzano il canto del cigno della coppia, un capolavoro assoluto, il classico disco da 5 stellette.

Chapter 8. Shoot Out The Lights. Nel 1980, però si profila il “disastro” nella loro vita personale: Linda era incinta e quindi le registrazioni erano state rinviate perché erano insorti dei problemi di respirazione (poi negli anni a seguire peggiorati in una disfonia che le impedirà a lungo di cantare dal vivo), con Joe Boyd che aveva convinto Richard a fare un breve tour acustico negli States, organizzato da Nancy Covey. I due sviluppano una relazione intima con conseguente tradimento, e Linda decide di lasciare il marito: ma ci sono degli impegni da mantenere, il nuovo album da registrare e il successivo tour per promuoverlo. Il tutto verrà fatto, in una situazione ovviamente infernale, con tensione alle stelle, anche per gli altri musicisti. A dispetto di tutto, come ricordato prima, il disco Shoot Out The Lights è veramente stupendo, con una serie di canzoni superbe, realizzate con una band veramente motivata da Boyd, che produce come forse non gli capitava dai tempi dei Fairport Convention. Ed in effetti i musicisti sono quelli: Dave Mattacks batteria, Dave Pegg basso, Simon Nicol chitarra ritmica, più alcuni ospiti come i Watersons e Clive Gregson, oltre ad una piccola sezione fiati.

Il resto lo fanno le canzoni: la galoppante e profetica Don’t Renege On Our Love doveva essere cantata da Linda, che però per i problemi legati alla gravidanza, non riusciva a raggiungere la giusta tonalità, grande assolo di chitarra di Richard che suona anche la fisa in questo brano. Ma in Walking On A Wire Linda regala una delle performance vocali più belle della sua carriera, anche ispirata dal testo che recita nell’incipit “ I hand you my ball and chain/you hand me the same old refrain”, e la melodia si eleva sublime e il lirico assolo di Richard è magnifico. A Man In Need è uno dei suoi tipici brani rock corali, con i controcanti perfetti di Linda e degli ospiti e un altro assolo tagliente e conciso, in Just The Motion Linda convoglia nella sua voce un tale rimpianto che è quasi doloroso ascoltarla, ma non si può non ammirare il risultato finale di questa meravigliosa ballata.

Shoot Out The Lights ricorda i tempi felici a NY nel 1978, quando insieme scoprivano la nascente scena musicale della Grande Mela con Talking Heads e Television, con Byrne e Verlaine entrambi grandi ammiratori di Thompson, che per l’occasione compone una delle sue canzoni più intense e ricche di pathos, con una serie di assoli acidissimi e fenomenali, mentre la scandita Back Street Slide prevede ancora una solida prestazione corale della band e la vocalità all’unisono superba dei due.

Did She Jump or Was She Pushed?, una rara collaborazione tra i due come autori, è un’altra delle canzoni a più alto tasso emozionale, riflessiva ed amarissima, comunque splendida ancora una volta, e la conclusiva Wall Of Death, cantata a due voci, è la summa di quasi dieci di musica e di vita insieme, un commiato triste ma orgoglioso.

Il disco esce a marzo 1982 e poi i due si imbarcano in un tour americano periglioso ma che in alcune serate, in mezzo a mille tensioni, rinverdisce la vecchia magia tra i due, come testimoniamo i brani apparsi nel secondo CD della edizione Deluxe dell’album, pubblicata dalla Rhino nel 2010 e qui non utilizzati, anche se nelle bonus ci sono due brani da quei concerti, una riflessiva e soffusa Pavanne cantata in solitaria da Linda ed una esuberante High School Confidential che illustra l’amore di entrambi per il vecchio R&R, con assoli spaziali di Richard. Le altre bonus sono la B-side Living In Luxury, la reggata ma non disprezzabile The Wrong Heartbeat, sempre dalle sessions per l’album e migliore di quella nelle bonus di Sunnyvista, proveniente dai brani registrati con Gerry Rafferty, di cui ritroviamo altre due canzoni, l’adorabile I’m A Dreamer, un brano di Sandy Denny e un’altra versione rifulgente di Walking On A Wire, registrata prima del “disastro”, serena ed avvolgente.

E qui ci sta, imperdibile.

Bruno Conti

Richard & Linda Thompson – La Coppia Regina Del Folk-Rock Britannico: Box Hard Luck Stories Parte I

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Box 8 CD Hard Luck Stories 1972-1982 – UMC Universal Music

Era stato annunciato in uscita per questa primavera, prima che scoppiasse la buriana del coronavirus, ma ora eccolo in uscita oggi 11 settembre (data forse non molto fausta per gli scaramantici), questo cofanetto Hard Luck Stories 1972-1982 raccoglie i 6 album ufficiali della discografia di Richard & Linda Thompson, rimasterizzati ad arte per l’occasione, con il fattivo aiuto della coppia rappacificata che ha anche compilato i contenuti di questa collezione. 8 CD, tra i quali First Light e Sunnyvista, con nuovi masters ritrovati di recente. 113 canzoni, di cui 31 inedite e moltissime rarità: per la serie anche l’occhio vuole la sua parte il tutto è raccolto in un bellissimo manufatto, con un libro rilegato di 72 pagine di eccellente fattura, ricco di foto, tra gli altri, di Keith Morris, Gered Mankowitz e Pennie Smith, ma anche dalla collezione personale di Richard & Linda, che hanno altresì rilasciato molti ricordi di quegli anni trascorsi insieme, e ci sono pure due ottimi nuovi saggi scritti dai giornalisti Patrick Humphries e Mick Houghton. Una produzione artistica sontuosa che illustra i 10 anni in cui hanno lavorato insieme attraverso un lavoro complessivo tra i più ricchi prodotti dalla scena musicale inglese di quel periodo, e non solo in ambito folk. L’opera omnia è stata divisa in 8 capitoli, come i CD, e una Coda finale, solo come scritto nel libro, che illustra quanto successo dal 1983 a oggi.

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Partiamo quindi dall’inizio. Chapter 1 Sometimes It Happens. E dal loro primo incontro ravvicinato, anche come lo ricordano i due nel libro. Siamo nel 1969, e nei Sound Techniques Studios di Londra i Fairport Convention con Richard sono impegnati a registrare Liege And Lief insieme a Joe Boyd, il loro capolavoro assoluto che inventa il folk-rock, ma anche l’ultimo registrato con la formazione migliore, quella dove milita ancora Sandy Denny, che da lì a poco se ne andrà. In uno studio vicino, Linda (nata Peters, anzi Pettifer) è impegnata a registrare dei jingles che illustrano le virtù di Yogurt e farine a grana sottile. La bellissima Linda (nel libro ci sono delle foto che le rendono pienamente giustizia), 22 anni, quindi due meno di Richard, già con una figlia (Mai)Muna, conosceva la gang dei Fairport per via della sua amicizia con Sandy e Joe Boyd (con quest’ultimo pare anche qualcosa di più) e quindi alla fine della giornata si ritrovano tutti in un ristorante di Chelsea, dove caso vuole che i due si trovino seduti a fianco: nelle parole di entrambi pare che non si fossero piaciuti a prima vista, Linda non apprezzava molto le storie di Richard, vegetariano convinto, che parlava di continuo di cosa succede agli animali appena prima di essere macellati, lasciando inorridita la ragazza che lo trovò “interessante come un posacenere mezzo vuoto”, facedo intuire al nostro amico che “non lo trovava una persona molto interessante”, come ricorda argutamente Thompson “non troppo indicativo di quello che sarebbe successo”.

I due comunque frequentavano, a parte l’occasione specifica, lo stesso ambiente folk di piccoli locali e musicisti faticosamente impegnati a ritagliarsi uno spazio per sopravvivere. Tutti gli altri aneddoti e storie di vita li troverete poi nel box, e quindi veniamo ai contenuti del primo CD Sometimes It Happens: tra la fine del 1971 e l’inizio del 1972 i due, ormai una coppia, partecipano alle registrazioni del disco collettivo, nato come un divertissement del movimento folk-rock inglese e attribuito a The Bunch – Rock On, una raccolta di classici del R&R rivisitati con verve e grande piacere. Si parte con una alternate take di Sweet Little Rock’n’Roller, cantata da Richard Thompson impegnato anche alla solista, e con Sandy Denny e Linda non ancora sposata Thompson alle armonie vocali. Linda canta con brio The Locomotion di Carole King (al successo con Little Eva), dove si apprezza già la sua bellissima voce, mentre Richard è alle prese anche con My Girl In the Month Of May di Dion, con Linda e Sandy di nuovo alle armonie in stile Mamas And Papas: le due insieme cantano anche una versione splendida di When I Will Be Loved degli Everly Brothers, qui presente in inedita versione demo con Richard e Trevor Lucas alle acustiche, un brano che anticipa le future collaborazioni di Emmylou Harris e Linda Ronstadt. Bellissima.

Poi ci sono tre brani dal primo album solo di Richard Henry The Human Fly, all’epoca un flop clamoroso, tanto che Thompson ricorda “con orgoglio” che le versione americana fu l’album meno venduto nella storia della Warner Bros, poi rivalutato dalla critica inglese che all’epoca lo massacrò tanto che Linda ricorda che il marito all’epoca ne uscì distrutto. Dalle sessions appare l’inedito Amazon Queen, senza Linda, che invece appare alle armonie vocali con l’amica Sandy, nelle altre due bellissime canzoni Shaky Nancy e The Angels Took My Racehorse Away. Sempre nel corso del 1972, su istigazione di Linda che invitò Rchard in studio, i due registrarono 3 brani insieme, due destinati ad un album Vanishing Trick del poeta Brian Patten, che uscirà solo nel 1976 e uno con Martin Carthy: solo la voce splendida di Linda e una chitarra acustica, Richard nelle prime due e Martin nella terza, in Embroidered Butterflies c’è anche John Taylor al piano elettrico, le altre due sono After Frost e Sometimes It Happens, tutte rigorosamente inedite su CD, come tutto il contenuto del primo CD del box (a voler essere pignoli i brani di Patten sono in usciti in Giappone).

Restless Boy e The World Is A Wonderful Place sono due canzoni scritte da Richard per un musical che era stato proposto a Linda e doveva essere basato sulla storia del Figliol Prodigo: un peccato non averle mai sentite, ma si rimedia in questo Box, Linda voce, Richard chitarra e basso, più la brava Lindsay Cooper degli Henry Cow all’oboe. Per completare il primo CD due pezzi dal vivo: Shady Lies è un brano di impronta country scritto per Iain Matthews e preso da un raro concerto al London University College del 25 ottobre 1972, nel quale la coppia Thompson (che si sposerà 5 giorni dopo) si unisce alla Albion Country Band, l’altro un traditional Napoleon’s Dream solo voci a cappella, da un concerto a Leeds nel gennaio del 1973, dal primo tour della band.

Chapter 2. I Want To See The Bright Lights Tonight. A maggio del 1973, in tre giorni ai Sound Techniques di Londra, con la produzione congiunta di Richard e dell’ingegnere del suono John Wood, viene realizzato il primo capolavoro assoluto della coppia, dieci brani scritti da Rchard, ed un album che a causa della crisi petrolifera in atto all’epoca vedrà la luce solo il 30 aprile del 1974: in quel periodo nel 1973 Richard aveva iniziato a manifestare interesse nel movimento Sufi, entrando poi in una comune con la moglie, che lo seguiva suo malgrado, come dirà più avanti. Il disco è comunque splendido: si parte con una sequenza da sogno sulla prima facciata con When I Get To The Border, The Calvary Cross, Withered And Died, I Want To See The Bright Lights Tonight e Down Where The Drunkards Roll, c’è gente che non ha realizzato così tante canzoni meravigliose in un’intera carriera.

Richard, che nei Fairport Convention era adibito solo alle armonie, già in Henry The Human Fly aveva trovato una propria voce e in questo album canta nei primi due brani, già tipici del suo stile unico ed inimitabile, spesso in duo con Linda, ma anche da solo come in The Calvary Cross, dove rilascia anche un acidissimo assolo che nei concerti dal vivo si dilaterà in un vero tour de force, mentre Linda, ormai quasi una pari di Sandy Denny ,canta divinamente le altre, anche i brani della seconda facciata, dove brillano Has He Got A Friend For Me, il puro folk di The Little Beggar Girl, lasciando all’ispirato consorte la sublime The End Of The Rainbow e We Sing Hallelujah, con Linda ancora magnifica in The Great Valerio.

Nelle bonus tracks spiccano l’inedita Mother And Son, cantata ancora da Linda con Richard al piano e all’hammered dulcimer, il demo acustico intenso e intimo di Down Where The Drunkards Roll con Simon Nicol al dulcimer, la versione alternativa full band di The End Of The Rainbow con Linda voce solista alternata con Richard, più bella dell’originale, il demo di A Heart Needs A Home che uscirà nel successivo Hokey Pokey e una versione acustica dal vivo al Rainbow di Londra nel 1975 di The Great Valerio, molto buia e pessimista, ma alla fine il pubblico è in delirio.

Questa volta critiche entusiaste della stampa inglese e poi internazionale, che negli anni a venire lo ha inserito spesso e volentieri tra i classici assoluti: come viene ricordato nel libro, anche questo album, come tutti quelli di Thompson fino al 1985, non turberà minimamente le classiche di vendita.

Chapter 3. Hokey Pokey. Tra settembre ed ottobre del 1974, sempre agli stessi studios, e con la co-produzione dell’amico Simon Nicol, viene registrato Hokey Pokey il secondo disco per la Island, altro grande album, tra i musicisti, come nel precedente, spiccano la sezione ritmica di Pat Donaldson e Timi Donald, John Kirkpatrick accordion e concertina, Simon Nicol dulcimer, tutte le canzoni sempre di Richard, a parte l’ultima scritta da Mike Waterson. Le luci sono meno brillanti, la visione più pessimistica, le canzoni forse meno memorabili, se il disco precedente è da 5 stellette, questo “solo” da 4. Hokey Pokey (The Ice Cream Song) è una mossa e danzante traccia cantata da Linda con il controcanto di Richard, che prosegue ad inanellare assoli alla chitarra, confermando il suo status di chitarrista superbo, già riconosciuto con i Fairport Convention, e che poi si cementerà vieppiù negli anni a venire, al violino Aly Bain.

I’ll Regret It All In The Morning è una delle tipiche malinconiche e amare ballate che provengono dal suo canone musicale, cantata dallo stesso Richard, sempre più sicuro anche nella parte vocale, mentre Smiffy’s Glass Eyes si rifà al classico suono dei Fairport più folk(rock), l’orientaleggiante Egypt Room esplora la passione verso la musica orientale (esplicitata anche nella conversione all’Islam meno radicale) mantenendo però la sua abilità nel maneggiare con grande classe l’uso delle melodie e dei temi del rock, e a seguire una delle sue più struggenti canzoni d’amore come Never Again, dedicata alla mai dimenticata fidanzata scomparsa nell’incidente che si portò via anche il batterista Martin Lamble, cantata con rara partecipazione da Linda che tocca le corde dell’ascoltatore con una interpretazione sofferta e sublime.

Georgie On A Spree, più lieve e leggera illustra il lato più ludico ed ironico della musica di Richard che mescola tocchi music-hall e country in questa leggiadra canzone cantata sempre da Linda; Old Man Inside A Man per certi versi è una confessione, quasi una resa, di Richard rispetto al proprio carattere ed all’approccio alla vita, ne risulta un’altra ottima canzone, ribadita anche nella pessimista The Sun Never Shines On The Poor, un valzerone con qualche rimando beatlesiano, che poi lascia spazio al pezzo più bello del disco, la romantica A Heart Needs A Home, superba ballata pianistica affidata a Linda, che rivaleggia con le più belle canzoni di Sandy Denny. Mole In The Hole, consigliata dall’amico Martin Carthy, viene dal repertorio di una delle dinastie classiche del folk inglese, i Watersons, una sorta di brillante e gioiosa simil giga elettrica, cantata sempre da Linda. Solo due bonus inedite in questo CD: Hokey Pokey acustica dal vivo nel 1975 per una trasmissione radiofonica, qualità sonora da rivedere, e una alternate take di A Heart Needs A Home che anche in questo caso forse supera l’originale.

Fine prima parte.

Bruno Conti

Un Folksinger Di Stampo Classico…Dopo Un Viaggio Al Sud! John Craigie – Asterisk The Universe

john craigie asterisk the universe

John Craigie – Asterisk The Universe – ZPR/Thirty Tigers CD

Non fatevi sviare dalla foto di copertina di questo disco, in cui una donna dalle forme generose vi osserva con sguardo languido: John Craigie è un musicista originario di Los Angeles, definito da molti una sorta di moderno troubadour dal momento che le sue influenze primarie vanno cercate tra i padri della folk music contemporanea, vale a dire Woody Guthrie, Ramblin’ Jack Elliott e Pete Seeger. Devo confessare che il nome di Craigie mi giungeva del tutto nuovo, al punto che quando ho avuto per le mani il suo nuovo CD Asterisk The Universe ho pensato che fosse il suo album d’esordio. Indagando un po’ ho però scoperto che John è uno dei tanti segreti nascosti della musica americana, dato che ha alle spalle già sei album pubblicati tra il 2009 ed il 2018, oltre a due live e due dischi di cover (uno di canzoni rock alternative ed uno di brani dei Led Zeppelin). La seconda sorpresa l’ho avuta al momento dell’ascolto, in quanto pensavo di trovarmi di fronte al classico folksinger voce, chitarra e poco altro, ma invece mi sono ritrovato in mezzo a sonorità degne di un qualsiasi studio di registrazione del profondo sud, una miscela stimolante di rock, soul e gospel che si fonde mirabilmente con le canzoni (e la voce) di stampo folk del nostro.

Come se Bob Dylan, facendo le debite proporzioni, invece di andare a muovere i primi passi nel Village a New York fosse andato ad incidere ai Fame Studios in Alabama. Un disco full band molto ricco dal punto di vista strumentale, ma con un suono diretto che mantiene intatta l’essenza folk delle canzoni; prodotto dallo stesso John, Asterisk The Universe vede la presenza di musicisti abbastanza sconosciuti ma in grado di donare un sound decisamente caldo ai vari pezzi: tra i vari membri della band segnalerei i chitarristi Nilo Daussis e Erin Chapin (quest’ultima impegnata alla slide), il tastierista Jamie Coffis (proprio quello dei Coffis Brothers, quindi il più “famoso” tra tutti https://discoclub.myblog.it/2020/06/09/tom-petty-avrebbe-approvato-coffis-brothers-in-the-cuts/ ), che si destreggia benissimo sia all’organo che al pianoforte, e la sezione ritmica formata da Ben Berry al basso e Matt Goff alla batteria.

Prendete l’iniziale Hustlin’: la partenza è tipicamente folk, con solo la voce protagonista ed un mandolino, ma poi entrano chitarre, basso, batteria ed un piano elettrico, il tutto in maniera decisamente leggera, quasi in punta di piedi. Don’t Ask è più movimentata, una ballata folk-rock classica dalla melodia orecchiabile ed un coro femminile a conferire un sapore southern soul, grazie anche al suono caldo dell’organo. Bella anche Son Of A Man, un pezzo nel quale l’anima folk del nostro si fonde a meraviglia con il suono sudista molto anni settanta della band, il tutto impreziosito da un altro motivo diretto e piacevole; il ritmo si fa più sostenuto anche se sempre con discrezione nella vibrante Part Wolf, nuovamente col piano in evidenza ed un refrain vincente: tra le più riuscite del CD.

Con Crazy Mama si rimane ben piantati al sud, per una scintillante ballata tra country e blues con una bella slide ed un leggero tocco swamp, un pezzo che sembra provenire da un’oscura session dei seventies prodotta da Jim Dickinson, mentre la cadenzata Climb Up ha addirittura elementi funky nel suono ed un background che rimanda a dischi come Dusty In Memphis. La breve e suggestiva Used It All Up per sola slide e voci femminili funge da incipit per la limpida Don’t Deny, brano folk-rock cristallino con elementi dylaniani e sonorità coinvolgenti ed in parte californiane, un’altra canzone che entra di diritto tra le più belle del lavoro; il disco si conclude con l’elettroacustica ed intensa Vallecito, dalle atmosfere vagamente western, e con la splendida Nomads, folk song di grande spessore con le chitarre acustiche e il pianoforte a fornire un alveo perfetto per la deliziosa melodia.

Non credo sia il caso di andare a recuperare tutta la discografia di John Craigie (ammesso che si trovi da qualche parte *NDB Si trovano sul suo sito https://john-craigie.myshopify.com/ , ma al solito quello che ti frega sono i costi di spedizione dagli Stati Uniti), ma Asterisk The Universe può essere un ottimo punto di partenza per conoscerlo.

Marco Verdi

Più Sregolatezza Che Genio! Così E’ (Se Vi Piace…). The Waterboys – Good Luck, Seeker

waterboys good luck seeker

The Waterboys – Good Luck, Seeker – Cooking Vinyl Limited Edition 2 CD

Mike Scott è un genio. L’ho sempre pensato, da quando molti anni fa ebbi la fortuna di assistere all’esibizione della sua creatura appena nata, i Waterboys, in apertura ai Pretenders nel cortile del Castello Sforzesco di Milano http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2009/10/Waterboys.pdf . Non può che essere un genio uno capace di scrivere canzoni della qualità di Savage Earth Heart, A Pagan Place, Don’t Bang The Drum, The Whole Of The Moon, The Pan Within, Fisherman’s Blues, And The Bang on The Ear, On My Way To Heaven e la lista potrebbe diventare lunghissima fino alle più recenti You In The Sky, Long Strange Golden Road o Piper At The Gates Of Dawn. Uno che è stato capace di riattualizzare il genere folk-rock con un capolavoro su cui ha lavorato proficuamente per quasi tre anni come testimoniato dal monumentale Fisherman’s Box di sei CD traboccanti di perle luminose. Uno che dal vivo ha sempre fatto performance entusiasmanti, da solo, in trio, full band, con le varie formazioni che lo hanno accompagnato (meglio se con il funambolico violinista Steve Wickham al fianco).

Eppure anche i geni hanno degli svarioni, o cadute, più o meno rovinose. E il nostro Mike, purtroppo, non fa eccezione. Ci aveva già provato negli anni novanta e all’inizio del nuovo millennio con due album sottotono, Dream Harder e, soprattutto, A Rock In The Weary Land, che soffrivano di un suono eccessivamente ridondante sul modello di quello di alcuni famosi gruppi americani di quel periodo. Il fondo però lo ha toccato tre anni fa con lo sciagurato Out Of All This Blue, un doppio CD (addirittura triplo nella versione superdeluxe https://discoclub.myblog.it/2017/09/20/ma-e-veramente-cosi-brutto-come-dicono-quasi-tutti-waterboys-out-of-all-this-blue/ ), ricco di pastrocchi sonori che andavano dalla dance anni ottanta al trip-hop con largo uso di elettronica, usata per creare effetti spesso irritanti e senza senso. In tanto marasma, salvabili risultavano solo i pochi brani ispirati dal country nashvilliano che non c’entravano nulla col resto del lavoro. Nel 2019 Where The Action Is, con un ritorno a sonorità rock più congeniali alla band del songwriter di Edimburgo, sembrava aver riportato i Waterboys sulla retta via https://discoclub.myblog.it/2017/09/20/ma-e-veramente-cosi-brutto-come-dicono-quasi-tutti-waterboys-out-of-all-this-blue/ . E invece, ahimè ci risiamo, e ci troviamo tra le mani questo nuovo capitolo, Good Luck, Seeker, che se non raggiunge i livelli nefasti di Out Of All This Blue, ci arriva comunque molto vicino.

L’impressione, e due indizi fanno spesso una prova, è che Mike Scott soffra di bipolarismo (non vorrei gettare la colpa di ciò sulla sua più recente compagna di vita, l’artista giapponese Megumi Igarashi, già nota col nome d’arte di Rokunedashiko, ovvero “artista della vagina”…non trovate qualche richiamo alla vicenda Lennon-Yoko Ono?) perché tutta questa infatuazione per l’elettronica, le campionature, il nu-soul e il chillout non può giustificarsi solo come una reazione traumatica al periodo di lockdown. Bipolare o no, da questo nuovo stillicidio di suoni finti, voci trattate (addirittura nella pessima The Golden work rispolvera il vocoder del peggior Neil Young di Trans), ritmi dance di ogni passata decade, lounge music urticante come i quarantasei secondi di Sticky Fingers, che degli Stones ha solo il titolo, da tutto questa paccottiglia deprimente salviamo il salvabile, purtroppo ben poco. Senz’altro il singolo The Soul Singer, che spicca in tanta confusione come un brillante esempio di r&b in stile Motown, con una sezione fiati in gran spolvero, le voci nere delle coriste a rinforzare la performance vocale di Scott che gigioneggia nel testo e nel video che vi invito a guardare.

Poi l’unico episodio dalla struttura folk, la semi-acustica Low Down In The Broom, intensa e ancor più efficace nella versione demo per sola voce e chitarra. Quindi due brani recitati, non cantati, come Mike ama fare negli ultimi tempi, Postcard From The Celtic Dreamtime e My Wanderings In The Weary Land. In entrambi troviamo finalmente protagonista il violino di Wickham, che, se nella prima si limita a ricamare sullo sfondo di una evocativa e ipnotica contemplazione di paesaggi naturali irlandesi, nella seconda scatena tutta la sua trascinante irruenza duettando con la chitarra del leader nei tre minuti finali di un brano che ci riporta per una volta ai fasti dei bei tempi andati. Merita una citazione anche l’unica cover presente in scaletta, Why Should I Love You? (era nell’album The Red Shoes di Kate Bush) non tanto perché sia un brano memorabile, quanto perché gode di un arrangiamento più sobrio rispetto al resto, nobilitato da un bell’assolo di chitarra nel finale. Vi lascio il privilegio di scoprire l’imbarazzante bruttezza delle canzoni che non ho citato, questa è una,

Magari qualcuno avrà il coraggio di farsele piacere e qualche nota rivista specializzata (soprattutto inglese) griderà al capolavoro. Preferisco sperare che mister Scott abbia ancora la voglia e la capacità di rinsavire e concludo citando le ultime frasi di uno dei suoi gioielli del passato: that was the river, this is the sea, ovvero, quello era il fiume (della buona musica), questo è il mare (pieno di spazzatura).

Marco Frosi

 

Poca Polvere, Sotto I Tappeti E Tante Stelle Luccicanti A Scaldare I Nostri Cuori. Mary Chapin Carpenter – The Dirt And The Stars

mary chapin carpenters the dirt and the stars

Mary Chapin Carpenter – The Dirt And The Stars – Lambent Light Records

Credo che la nostra amica non potrebbe fare un disco brutto neanche volendo: forse solo Songs From The Movie, un album del 2014 dove rivisitava il suo vecchio repertorio con una orchestra di 63 elementi ed un coro di 15, era troppo ridondante, mentre la stessa operazione di rivedere una dozzina di perle del suo repertorio nell’eccellente disco del 2018 Sometimes Just The Sky, grazie forse ad un approccio più meditato e su una scala sonora più scarna e meno lussureggiante, anche per merito della produzione di Ethan Johns, era risultato tra i migliori degli ultimi anni https://discoclub.myblog.it/2018/05/11/non-ci-eravamo-dimenticati-rileggendo-vecchie-pagine-damore-mary-chapin-carpenter-sometimes-just-the-sky/ . Per questo nuovo The Dirt And The Stars, il quindicesimo album della sua splendida carriera, Mary Chapin Carpenter si affida nuovamente a Ethan Johns, per l’occasione presentando undici nuove composizioni, che confermano che la sua vena compositiva non si è certo inaridita, anzi, e che la sua voce è una delle più limpide ed espressive dell’attuale panorama cantautorale, magari lontana dagli accenti più country del passato, in favore di una musicalità più ricca e complessa, anche di un certo eclettismo sonoro, dove la forma classica della ballata rimane il suo tratto distintivo principale, ma Mary è sempre in in grado di inserire delle piccole ma decisive variazioni sul tema, in modo che il menu rimanga ricco e variegato.

Prendiamo la title track, una canzone ispirata da una sorta di epifania provata all’età di 17 anni, ascoltando alla radio durante una corsa in macchina Wild Horses, in effetti il brano ha un che di stonesiano, grazie all’organo avvolgente del grande Matt Rollins e ad un ficcante e complesso assolo della 6 corde di Duke Levine, entrambi abituali compagni di avventura della Carpenter, che canta poi la canzone con una ricchezza di timbri vocali che affascinano l’ascoltatore, mentre l’arrangiamento architettato da Johns, in un lento ma inesorabile crescendo sonoro rendono questo pezzo semplicemente splendido, quasi otto minuti di pura magia sonora. Anche nel blues-rock incalzante di American Stooge il lavoro della solista di Levine è superbo, sottolineato dalla sezione ritmica di Nick Pini al basso e Jeremy Stacey alla batteria e dal piano di Rollins, mentre la Chapin Carpenter racconta con voce partecipe e vibrante la vicenda del senatore americano Lindsey Graham, un “fantoccio” come lo definisce senza mezzi termini nel titolo; e per concludere il trittico più rockista dell’album anche Secret Keepers ha una grinta più accentuata rispetto al suo solito mood sonoro, con un Duke Levine ancora una volta veramente ispirato alla chitarra.

Ovviamente non mancano gli episodi più raccolti, come il leggero jingle jangle del delizioso folk-rock della iniziale Farther Along And Further, dove si percepiscono anche dei mandolini, malinconica e riflessiva come ci ha abituati spesso nel suo songbook, ancora più evidente, sin dal titolo, in It’s Ok To Feel Sad, tra accenti Pettyani e scandite derive spirituali quasi gospel, sempre con la sua magnifica band che crea sfondi sonori ideali per quella voce così unica e particolare. Splendida anche All Broken Hearts Breaks Differently, bellissimo titolo, che mi ha ricordato certe elegiache canzoni del miglior Jackson Browne anni ‘70, con il suono della California più ispirata di quei tempi, anche se lei è una “nordista” di Princeton e il disco è stato registrato in Inghilterra a Bath negli studi Real World di Peter Gabriel, comunque di nuovo attualizzato in questa visione al femminile di una cantautrice che è in grado di infondere rinnovata struggente bellezza e nostalgia per tematiche amorose sempre attuali e ricorrenti. Old D-35, dal nome della sua vecchia chitarra acustica Martin, ci riporta al classico sound elettroacustico delle sue pagine migliori, che illustrano il suo lato più intimistico, grazie anche ai tocchi quasi timidi del piano di Rollins.

Suono ribadito anche nella soffusa Where The Beauty Is, e poi ancor più per sottrazione nella raffinata e rarefatta Nocturne, dove chitarre acustiche, pianoforte e la voce calda della Carpenter tengono avvinto l’ascoltatore in un tenue ambiente sonoro che poi si anima leggermente con l’ingresso di percussioni e una chitarra elettrica appena accennata, e con un testo compassionevole e reale “We’re all trying to live up to some oath to ourselves….No king has the power, no mortal the skill/But still you keep trying to see/What’s waiting for you at the end of your days”. E pure in Asking For A Friend Mary pone con discrezione domande che forse non hanno risposte, sempre coadiuvata dal finissimo lavoro di Rollins al piano e Levine alla chitarra, dal contrabbasso con archetto di Pini e dalla sua sensibilità di interprete sempre partecipe, sublime e mai sopra le righe, che si manifesta ancora nelle delicate volute della dolce Everybody Got Something, mandolini pizzicati, chitarre acustiche e piano, la voce porta con un leggero vibrato, tutti ancora decisivi in un’altra canzone che aggiunge ulteriore spessore ad un album che la conferma cantautrice senza tempo e con pochi raffronti nel panorama musicale attuale. Poca polvere sotto i tappeti e tante stelle luccicanti a scaldare i nostri cuori.

Bruno Conti

Un’Altra Bellissima Sorpresa In Uscita All’11 Settembre: Il Box Hard Luck Stories Con L’Integrale Di Richard & Linda Thompson

richard & linda thompson hard luck stories

Richard & Linda Thompson – Hard Luck Stories – Deluxe Box 8 CD UMC/Universal Music – 11-09-2020

In attesa di un corposo articolo che ho scritto in relazione a questo cofanetto e che leggerete sul Buscadero di Settembre e poi su questo Blog, vi anticipo i dati essenziali relativi ad Hard Luck Stories, box che traccia il tragitto musicale (e anche le vicende umane, grazie ad un bellissimo libro rilegato di 72 pagine contenuto nella confezione) di Richard e Linda Thompson, la coppia regina del folk-rock britannico, e non solo, dai primi incontri ad inizio anni ’70, fino alla tempestosa separazione, avvenuta nel 1982, dopo la pubblicazione di Shoot Out The Lights. A seguire trovate l’incipit e le premesse del box.

Era stato annunciato in uscita per questa primavera, prima che scoppiasse la buriana del coronavirus, ma ora eccolo in uscita per l’11 settembre (data forse non molto fausta per gli scaramantici), questo cofanetto Hard Luck Stories 1972-1982 raccoglie i 6 album ufficiali della discografia di Richard & Linda Thompson, rimasterizzati ad arte per l’occasione, con il fattivo aiuto della coppia rappacificata che ha anche compilato i contenuti di questa collezione. 8 CD, tra i quali First Light e Sunnyvista, con nuovi masters ritrovati di recente. 113 canzoni, di cui 31 inedite e moltissime rarità: per la serie anche l’occhio vuole la sua parte il tutto è raccolto in un bellissimo manufatto, con un libro rilegato di 72 pagine di eccellente fattura, ricco di foto, tra gli altri, di Keith Morris, Gered Mankowitz e Pennie Smith, ma anche dalla collezione personale di Richard & Linda, che hanno altresì rilasciato molti ricordi di quegli anni trascorsi insieme, e ci sono pure due ottimi nuovi saggi scritti dai giornalisti Patrick Humphries e Mick Houghton. Una produzione artistica sontuosa che illustra i 10 anni in cui hanno lavorato insieme attraverso un lavoro complessivo tra i più ricchi prodotti dalla scena musicale inglese di quel periodo, e non solo in ambito folk. L’opera omnia è stata divisa in 8 capitoli, come i CD, e una Coda finale, solo come scritto nelle corpose note del libro, che illustra quanto successo dal 1983 a oggi.

E questo è il contenuto completo del cofanetto.

[CD1: Sometime It Happens – The Early Years]
1. Sweet Little Rock And Roller – The Bunch – Alt version – Previously Unreleased
2. The Locomotion – The Bunch – from ‘Rock On’
3. My Girl In The Month of May – The Bunch – from ‘Rock On’
4. When Will I Be Loved – duet with Sandy Denny
5. Amazon Queen – Previously Unreleased
6. Shaky Nancy – from ‘Henry The Human Fly’
7. The Angels Took My Racehorse Away – from ‘Henry The Human Fly’
8. Embroidered Butterflies – from Brian Patten’s ‘Vanishing Trick’
9. After Frost – from Brian Patten’s ‘Vanishing Trick’
10. Sometimes It Happens – Demo – from ‘Dreams Fly Away’
11. Restless Boy – Demo – from ‘Give Me A Sad Song’
12. The World Is A Beautiful Place – from ‘Give Me A Sad Song’
13. Shady Lies – Live at London University College, 25/10/1972
14. Napoleon’s Dream – Live at London University College, 25/10/1972

[CD2: I Want To See The Bright Lights Tonight – Expanded]
1. When I Get To The Border
2. The Calvary Cross
3. Withered And Died
4. I Want To See The Bright Lights Tonight
5. Down Where The Drunkards Roll
6. We Sing Hallelujah
7. Has He Got A Friend For Me?
8. The Little Beggar Girl
9. The End Of The Rainbow
10. The Great Valerio
Bonus Tracks:
11. Mother And Son – Previously Unreleased
12. Down Where The Drunkards Roll – Take 1 – Previously Unreleased
13. The End Of The Rainbow – Linda Thompson vocal version – Previously Unreleased
14. A Heart Needs A Home – Demo version – Previously Unreleased
15. The Great Valerio – from ‘Live At The Rainbow’, 16/03/1975

[CD3: Hokey Pokey – Expanded]
1. Hokey Pokey Song (The Ice Cream Song)
2. I’ll Regret It All In The Morning
3. Smiffy’s Glass Eye
4. Egypt Room
5. Never Again
6. Georgie On A Spree
7. Old Man Inside A Young Man
8. The Sun Never Shines On The Poor
9. A Heart Needs A Home
10. Mole In A Hole
Bonus Tracks:
11. Hokey Pokey – Live on Marc Time – 1975 – Previously Unreleased
12. A Heart Needs A Home – Alternate 1976 version

[CD4: Pour Down Like Silver – Expanded]
1. Streets Of Paradise
2. For Shame Of Doing Wrong
3. The Poor Boy Is Taken Away
4. Night Comes In
5. Jet Plane In A Rocking Chair
6. Beat The Retreat
7. Hard Luck Stories
8. Dimming Of The Day / Dargai
Bonus Tracks:
9. Wanted Man – Previously Unreleased
10. Last Chance – Previously Unreleased
11. Diming Of The Day – Demo version – Previously Unreleased
12. Things You Gave Me – Live at Oxford Polytechnic, 27/11/1975
13. It’ll Be Me – Live at Oxford Polytechnic, 27/11/1975
14. Calvary Cross – Live at Oxford Polytechnic, 27/11/1975

[CD5: The Madness Of Love – Live – Previously Unreleased]
1. Dargai – Live at Queen Elizabeth Hall, 25/04/1975
2. Never Again -Live at Queen Elizabeth Hall, 25/04/1975
3. Dark End Of The Street – Live at Queen Elizabeth Hall, 25/04/1975 – Remixed
4. Beat The Retreat – Live at Queen Elizabeth Hall, 25/04/1975 – Remixed
5. The Sun Never Shines On The Poor – Live at Queen Elizabeth Hall, 25/04/1975
6. If I Were A Woman And You Were A Man – Theatre Royal, London, 01/05/1977
7. The Madness Of Love – Live, Theatre Royal, London, 01/05/1977
8. Night Comes In (Linda vocal) – Live, Theatre Royal, London, 01/05/1977
9. A Bird In God’s Garden – Live, Theatre Royal, London, 01/05/1977
10. The King Of Love – Live, Theatre Royal, London, 01/05/1977
11. Layla – Live, Theatre Royal, London, 01/05/1977

[CD6: First Light – Expanded]
1. Restless Highway
2. Sweet Surrender
3. Don’t Let A Thief Steal Into Your Heart
4. The Choice Wife
5. Died For Love
6. Strange Affair
7. Layla
8. Pavane
9. House Of Cards
10. First Light
Bonus Tracks:
11. Strange Affair – Demo version – Previously Unreleased
12. Drunk – Demo version – Previously Unreleased
13. The Dust Of Your Road – Demo version – Previously Unreleased
14. Layla – Demo version – Previously Unreleased
15. Died For Love – Demo version – Previously Unreleased
16. First Light – Demo version

[CD7. Sunnyvista – Expanded]
1. Civilization
2. Borrowed Time
3. Saturday Rolling Around
4. You’re Going To Need Somebody
5. Why Do You Turn Your Back?
6. Sunnyvista
7. Lonely Hearts
8. Sisters
9. Justice In The Streets
10. Traces Of My Love
Bonus Tracks:
11. Georgie On A Spree – 7” single version
12. Lucky In Life – Demo version – Previously Unreleased
13. Speechless Child – Demo version – Previously Unreleased
14. Traces Of My Love – Demo version – Previously Unreleased
15. For Shame Of Doing Wrong – Gerry Rafferty version
16. The Wrong Heartbeat – Gerry Rafferty version
17. Back Street Slide – Gerry Rafferty session – 1996 remix

[CD8: Shoot Out The Lights – Expanded]
1. Don’t Renege On Our Love
2. Walking On A Wire
3. A Man In Need
4. Just The Motion
5. Shoot Out The Lights
6. Back Street Slide
7. Did She Jump Or Was She Pushed?
8. Wall Of Death
Bonus Tracks:
9. Living In Luxury – 7” single version
10. The Wrong Heartbeat – ‘Shoot Out The Lights’ version – Previously Unreleased
11. I’m A Dreamer – Gerry Rafferty session – 1996 remix
12. Walking On A Wire – Gerry Rafferty session – 1996 remix
13. Pavanne – Live, 2nd Story, Bloomington, Indiana, 29/5/1982 – Previously Unreleased
14. High School Confidential – Live, 2nd Story, Bloomington, Indiana, 29/5/1982 – Previously Unreleased

Direi che siamo nella categoria degli imperdibili.

Bruno Conti
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Per Gli Amanti Del Folk Di “Classe”! June Tabor & Oysterband – Fire & Fleet

june tabor oysterband fire & fleet

June Tabor & Oysterband – Fire & Fleet – Running Man Records – CD – Download

A distanza di 30 anni dalla loro prima collaborazione con l’album Freedom And Rain (90), e verso i dieci dal meraviglioso Ragged Kingdom (11) https://discoclub.myblog.it/2011/09/30/che-disco-june-tabor-oyster-band-ragged-kingdom/ , ritornano a sorpresa due “icone” del folk britannico, e precisamente la brava June Tabor, una delle voci più belle e raffinate (in circolazione dalla metà degli anni settanta), accompagnata dalla Oysterband capofila insieme ad altri attuali gruppi importanti quali Men They Couldn’t Hang, Wolfstone, Four Men & A Dog, Saw Doctors, Goats Don’t Shave, e altri, di una musica popolare viva e impegnata, che all’occorrenza sa tingersi anche di “roots”, che sono ritornati in studio per assemblare questo Fire & Fleet, con una formula molto simile a quella della fortunata esperienza precedente, composta in buona parte da brani dal vivo eseguiti nel Fire And Fleet Tour dello scorso anno, sei canzoni un mix di brani tradizionali e quattro “covers”, registrate nei Rockfield Studios vicino a Monmouth nel Galles, con la supervisione del loro produttore storico Al Scott.

Oltre a June Tabor alla voce, la “line-up” della Oysterband presenta John Jones alla fisarmonica e voce, Alan Prosser alle chitarre, Dil Davies alla batteria, Ian Telfer alle tastiere e violino, Adrian Oxaal al cello, e il citato Al Scott al basso e mandolino, per un lavoro di una quarantina di minuti che non delude le aspettative, specie per tutti quelli che avevano apprezzato i due CD precedenti.

Si parte con la rivisitazione di alcuni brani “traditional”, a partire dalla ballata “Appalachi” False True Love del gruppo The Furrow Collective, ma portata al successo da Shirley Collins, dove la calda e bella voce della Tabor incontra la delicata ritmica della Oysterband, passando per la melodia d’antan di I’ll Show You Wonders, e recuperare da una serie drammatica della BBC The Living & The Dead, un vecchio brano tradizionale inglese Lyke Wake Dirge (nel repertorio fra i tanti degli Steeleye Span e Pentangle), cantata quasi a “cappella” da June. Con On One April Morning (recuperato da Aleyn) inizia il set “live”, una dolcissima fiaba musicale con la fisarmonica di Jones e il violino di Telfer ad assecondare il canto di June, per poi omaggiare il grande Dan Penn con una straordinaria rilettura dello standard-soul The Dark End Of The Street (reso immortale da James Carr, ma ricordo versioni in ambito folk anche dei Moving Hearts e di Linda & Richard Thompson, oltre a quella spendida di Ry Cooder).

A seguire una sentita ed appassionata interpretazione di Roseville Fair di Les Barker (ne esiste anche una ottima versione country di Nanci Griffith), per poi arrivare finalmente alla reinterpretazione della celebre Love Will Tear Us Apart dei Joy Division (un classico del post-punk), dove la tristezza dell’originale viene trasformata in una struggente ballata, accompagnata da violino e chitarra acustica. Ci si avvia alla parte finale del lavoro, andando a pescare una ballata scozzese dimenticata (del 18° secolo) (When I Was No But) Sweet Sixteen, rivoltare come un calzino una straordinaria White Rabbit dal repertorio dei mai dimenticati Jefferson Airplane di Grace Slick, con la Oysterband sugli scudi, e concludere al meglio recuperando meritoriamente dalla band di Canterbury un brano dimenticato come Molly Bond (lo trovate su Step Outside(86), una ballata che nell’occasione viene riletta con un folk-rock più grintoso, che chiude nel modo migliore questo inaspettato loro terzo lavoro Fire & Fleet.

In un mio ipotetico podio musicale dei gruppi folk-rock della scena britannica, dopo gli inarrivabili Fairport Convention e gli Steeleye Span, un posticino lo troverei per questa collaborazione tra June Tabor e la Oysterband (occasionale ma meravigliosa nell’arco dei 3 CD), in quanto tutte le tre formazioni fondono perfettamente la tradizione acustica tradizionale, con le ampie possibilità di un “folk-rock” più moderno, con la similitudine (non di poco conto) che sia i Fairport come gli Span avevano nelle cantanti (Sandy Denny e Maddy Prior) uno dei punti di forza della formazione, cosa che si ripete con June Tabor e la Oysterband. Imperdibile per gli amanti del “folk” e del bel canto!

Tino Montanari

Il Ritorno Di Un’Artista Decisamente Trasformata. Maria McKee – La Vita Nuova

maria mckee la vita nuova

Maria McKee – La Vita Nuova – Fire Records/Afar CD/Book

Era da diversi anni che non sentivo parlare di Maria McKee, per l’esattezza dal 2007 quando la cantante losangelena aveva dato alle stampe il discreto Late December. Dopo lo scioglimento dei Lone Justice, una delle più fresche e migliori rock’n’roll bands degli anni ottanta, Maria sembrava destinata ad una luminosa carriera solista, impressione confermata dal suo splendido secondo album You Gotta Sin To Get Saved, un’accattivante miscela di rock, pop, Americana ed errebi che fu uno dei dischi più riusciti del 1993 (nonché il suo lavoro più venduto). Life Is Sweet del 2006 non era malaccio, ma negli anni seguenti Maria si era persa un po’, con pochi album pubblicati e nessuno di essi che si elevasse da un grigio anonimato. In questi tredici anni di silenzio di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia, e La Vita Nuova (titolo ispirato dall’omonima opera di Dante) ci restituisce una McKee completamente trasformata rispetto a quella che avevamo lasciato nel 2007. In questo tempo Maria si è spostata a Londra, ha letto molto, soprattutto i classici (non solo Dante ma anche poeti anglosassoni come W.B. Yeats e William Blake), ma principalmente è stata la sua vita privata ad essere sconvolta, dato che ha scoperto ben dopo la cinquantina di essere attratta in misura maggiore dalle persone del suo stesso sesso, cosa che le ha fatto cambiare radicalmente il modo di rapportarsi col prossimo e, non ultimo, l’ha portata a separarsi dal marito Jim Akin (ma non artisticamente, dato che l’ex consorte è indicato come produttore del nuovo lavoro).

La Vita Nuova è quindi il lavoro più personale di Maria dal punto di vista dei testi, con canzoni di chiara ispirazione letteraria che trattano dell’amore nelle sue varie sfaccettature, ma è per quanto riguarda la musica che il cambiamento è più radicale: siamo infatti alle prese con un disco di ballate molto discorsive (qualche detrattore potrebbe definirle verbose), canzoni dalla vena intimista e profonda ma con melodie decisamente poco immediate, lontanissime dalle atmosfere dei primi lavori da solista e soprattutto da quelle rock’n’roll del periodo Lone Justice. La McKee è un’artista nuova (ed il titolo del disco è perfettamente in tema), che più che da Tom Petty è influenzata dalle ballate classiche di Joni Mitchell e dalle atmosfere eteree di Kate Bush, ed i brani riflettono questa nuova visione musicale: pochi strumenti (suonati in gran parte da Maria stessa, più Akin al basso e Tom Dunne alla batteria), spesso coadiuvati da un’orchestra di 19 elementi che aggiunge pathos alle composizioni. Un album bello ma non facile, che se approcciato con la dovuta attenzione non mancherà di emozionare l’ascoltatore. L’iniziale Effigy Of Salt è una ballata morbida e molto discorsiva, cantata con voce squillante e con un sottofondo musicale che contrappone una base rock ad interventi orchestrali non invasivi. Page Of Cups si stacca un po’ dal resto del lavoro, in quanto è un folk-rock elettrico con un’aria vagamente sixties, un pezzo chiaramente influenzato dal fratello di Maria, Bryan MacLean, chitarrista, membro fondatore ed anche co-autore dei Love (proprio la leggendaria band guidata da Arthur Lee), scomparso negli anni novanta a soli 52 anni: la melodia è abbastanza complessa e poco memorizzabile, ma rimane comunque scorrevole.

Bella la pianistica Let Me Forget, una rock ballad dal motivo intenso e diretto, una strumentazione fluida ed il solito background a base di archi: un gran bel pezzo. I Should Have Looked Away è costruita esclusivamente intorno al pianoforte ed alla voce avvolgente di Maria, un brano a cui non manca il feeling nonostante la strumentazione ridotta all’osso, mentre Right Down To The Heart Of London inizia con la medesima struttura ma il suono si arricchisce subito con l’arrivo dell’orchestra per quasi sette minuti in crescendo, un pezzo che denota una notevole maturità compositiva. La title track è una ballata full band ancora con un motivo molto articolato, cantata alla grande e con un arrangiamento reso maestoso dagli archi; Little Beast è un intenso bozzetto per voce e piano, ed è seguito dalla lunga (più di sette minuti) Courage, una rock ballad che parte piano (voce, chitarra acustica, pianoforte ed un riff elettrico nelle retrovie) e a poco a poco si arricchisce di suoni ed anche il ritmo si fa cadenzato: indubbiamente uno dei pezzi centrali del CD. Ceann Brò è più sul versante folk che rock, con la linea melodica che ricorda certe cose della Mitchell, The Last Boy e I Never Asked sono ancora pianistiche e profonde (meglio la seconda, con un motivo migliore e meno ripetitivo), l’espressiva Just Want To Know If You’re Alright è invece a metà tra le atmosfere tipiche del disco e l’ispirazione che deriva ancora dal suono dei Love. L’album termina con la struggente Weatherspace, in cui vedo ancora tracce della bionda Joni, e con la lenta ed acustica However Worn, decisamente interiore.

La Vita Nuova è quindi un lavoro di alto spessore artistico, che ci fa scoprire il lato più profondo della personalità di Maria McKee: un disco bello ma non per tutti, e specialmente non per quelli che hanno ancora in testa il periodo Lone Justice e quello appena seguente.

Marco Verdi

Il “Governatore” Dell’Isola Di Wight. Ashley Hutchings/Dylancentric – Official Bootleg

Ashley Hutchings Dylancentric

Dylancentric – Official Bootleg – Talking Elephant CD

Ashley Hutchings, una delle figure centrali del folk-rock inglese (e per questo soprannominato “The Guv’nor”, il Governatore), ha avuto una carriera piuttosto attiva tra band formate e poi lasciate, partecipazioni a dischi altrui e produzioni varie. Conosciuto principalmente per essere stato uno dei membri fondatori dei Fairport Convention, Hutchings ha poi formato altre band di una certa importanza come Steeleye Span e Albion Band (che è stato il gruppo nel quale ha prestato servizio più a lungo) e più di recente i Rainbow Chasers, ma è stato coinvolto in una miriade di altri progetti estemporanei (come il supergruppo The Bunch o il collettivo musicale Morris On), anche se curiosamente non ha mai pubblicato un vero e proprio disco da solista. Ashley tra le altre cose è sempre stato un grande fan di Bob Dylan, e lo scorso anno ha avuto l’idea di celebrare il cinquantesimo anniversario della partecipazione del cantautore americano all’Isle of Wight Festival proprio all’interno della medesima manifestazione che si è tenuta ad agosto nell’isola al largo della Manica, e per l’occasione ha formato un nuovo gruppo il cui nome non lascia spazio ad equivoci: Dylancentric.

Official Bootleg è il risultato di quel concerto, un sorprendente dischetto in cui Hutchings si fa accompagnare da musicisti amici anche di una certa notorietà (Ken Nicol, a lungo con lui nella Albion Band, Guy Fletcher, collaboratore storico di Mark Knopfler, Ruth Angell, componente dei Rainbow Chasers, il cantautore Blair Dunlop ed il sessionman e compositore di colonne sonore Jacob Stoney) ed offre una rivisitazione in puro stile folk-rock di alcune pagine del songbook dylaniano con arrangiamenti freschi e vitali ed una performance piena di feeling, privilegiando al 90% il repertorio degli anni sessanta. Un po’ come facevano gli ormai sciolti Dylan Project (sorta di spin-off dei Fairport con in più Steve Gibbons e PJ Wright), che però erano più sul versante rock-blues. Che non ci troviamo di fronte ad un gruppo di pensionati si capisce subito con l’iniziale Maggie’s Farm, proposta in una versione decisamente rock e per niente folk (a parte il violino alla fine), cantata con grinta da Hutchings e con un’ottima copertura da parte del sestetto, con menzione particolare per il piano di Stoney e la slide di Nicol: una rivisitazione nello stesso spirito dell’originale.

Deliziosa Girl From The North Country, riproposta in una veste di chiaro stampo folk per voce (Dunlop, ma in totale nel disco sono in quattro che cantano), chitarra acustica, mandolino e violino: toccante è dir poco; Wings non c’entra con Dylan essendo un classico della Albion Band, un folk-rock molto evocativo e coinvolgente contraddistinto da una performance energica ed un arrangiamento elettroacustico. Masters Of War è riletta in maniera essenziale (voce, chitarra acustica e violino, con un accenno di chitarra elettrica nel finale), e la cover mantiene il suo tono drammatico anche dovuto al fatto che, purtroppo, il testo è attuale oggi come lo era nel 1963. One Of Us Must Know (Sooner Or Later) è una scelta non scontata, e la cover è rilassata e fluida ma nello stesso tempo suonata con vigore e cantata da Dunlop con voce espressiva, un brano di grande qualità che ci mostra (ma ce n’era bisogno?) la bravura di Dylan anche come tessitore di melodie splendide.

Mr. Tambourine Man non è rock come l’avevano fatta i Byrds ma pura e cristallina, una voce (la Angell), un paio di chitarre ed un mandolino a ricamare sullo sfondo, versione intima ed emozionante con tanto di ritornello corale, mentre anche la countryeggiante (in origine) I’ll Be Your Baby Tonight subisce il trattamento folk di Hutchings e compagni e diventa una squisita ballata dall’atmosfera conviviale, con assoli da parte di ogni componente del gruppo. Ed ecco l’eccezione, cioè l’unico pezzo non dei sixties: Not Dark Yet è una delle migliori canzoni mai scritte sull’età che avanza, e questa rilettura lenta e malinconica (con uno splendido assolo chitarristico) è di grande effetto; una limpida e folkeggiante rilettura di Lay Down Your Weary Tune, già incisa in passato da Ashley coi Fairport, chiude un dischetto bello e piacevole quanto inatteso. File under: pure folk-rock.

Marco Verdi

La “Compagnia Del Tempo Freddo”…Vi Riscalderà! Cold Weather Company – Find Light

cold weather company find light

Cold Weather Company – Find Light – Cold Weather Company CD

Terzo album per i Cold Weather Company, un trio proveniente dal New Jersey e dotato di un suono molto particolare. Infatti i tre non fanno del classico rock, e neppure un tipo di musica che può essere identificata come Americana, ma piuttosto una sorta di folk-rock dalle atmosfere intime e con aperture melodiche decisamente creative e non scontate, un sound avvolgente tutto costruito intorno alle chitarre e voci di Brian Curry e Jeff Petescia ed allo splendido pianoforte (e voce) di Steve Schimchick, ai quali di volta in volta si aggiungono una sezione ritmica discreta (ma non sempre), altre volte una sezione fiati, altre ancora un accompagnamento d’archi quasi cameristico. Le atmosfere dei brani dei CWC sono quasi sempre crepuscolari ma non affiora mai la noia, grazie anche alla grinta che i nostri ci mettono nell’esecuzioni ed all’originalità di fondo della proposta, dato che le canzoni presenti non somigliano molto a ciò che si sente normalmente in giro ma hanno una vita ed uno stile propri, e Find Light è il modo migliore per scoprirli.

Hazel, che apre l’album, è una ballata profondamente evocativa e suonata con grande forza nonostante la presenza di una strumentazione acustica: il piano è protagonista insieme alle chitarre e sul finale c’è un crescendo strumentale di sicuro impatto. La voce particolare di Schimchick (ricorda un po’ quella di Dave Matthews) caratterizza in maniera netta la pianistica Clover, un folk-rock dal ritmo sostenuto e con soluzioni melodiche non banali, ed ancora meglio è Brothers, rock ballad dal motivo intrigante e diretto con un arrangiamento classico e basato ancora una volta sull’intreccio di piano e chitarre (il leit motiv del CD), una canzone davvero bella; la bucolica Birds On A String è contraddistinta da un’atmosfera rilassata e distesa, ed è bissata da Circles, squisito pastiche acustico (ma full band) di nuovo con un notevole impasto strumentale.

Do No Harm (che viene brevemente ripresa a fine album) è un eccellente brano tra folk e cantautorato puro, in cui risalta la bravura dei nostri come musicisti ed in particolare l’impostazione classica di Schimchick alla tastiera https://www.youtube.com/watch?v=KRvO-Ukd_oA . Il CD, un’ora di musica, presenta diverse altre canzoni degne di nota, tra cui la sognante ancorché brevissima Dawn, la mossa Pocket, deliziosa pop song dal sapore folk ed i fiati a dare più spessore al suono, l’intensa Mount Desert Island, melodicamente tra le più interessanti, la fluida e gradevole Old But True, anch’essa dal marcato gusto pop, e la lenta e struggente Atlas. Una bella realtà questi Cold Weather Company: originali, creativi e per nulla prevedibili.

Marco Verdi