Forse L’Ultimo “Testamento” Di Una Voce Storica Del Rock: Dall’Hard&Heavy Coi Nazareth Al Folk Rock. Dan McCafferty – Last Testament

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Dan McCafferty – Last Testament – Ear Music – CD – 2 LP

Come da consuetudine inizio le recensioni del nuovo anno recuperando un CD uscito a Ottobre del 2019 passato, per chi scrive, colpevolmente sottotraccia (salvo qualche rara eccezione): mi riferisco a questo Last Testament del co-fondatore e voce originale della ottima formazione scozzese hard-rock dei Nazareth. Dopo due album ad inizio di carriera, l’omonimo Dan McCafferty (75) e Into The Ring (87), passati forse giustamente inosservati (anche se erano inserite molte “covers”, tra le quali Cinnamon Girl di Neil Young, Boots Of Spanish Leather di Bob Dylan, Out Of Time dei Rolling Stones) e dopo oltre 45 anni di carriera con loro, ha abbandonato la band alla fine del 2013 per seri motivi di salute (una rara malattia polmonare), esce a sorpresa con questo piccolo gioiellino, che potrebbe essere il suo “epitaffio” musicale.

Ad accompagnarlo nella stesura del testamento, Dan McCafferty (che ha scritto tutti i testi dei brani), si è affidato al “notaio”, oltre che compositore, tastierista, fisarmonicista ceco Karel Marik, autore di tutte le musiche e ovviamente produttore del lavoro, trovando come vecchi “testimoni” musicisti di valore quali Jan Herman al basso, Jan Karpisek alla batteria, Vojtech Bures alle chitarre, e il bravissimo Cameron Barnes alle Pipes e Whistle, senza dimenticare come vocalist turniste del luogo un trio composto da Jamie Adamson, Katie Forrest, Kristyna Peterkova, il tutto registrato e mixato nel Substation Studio di Rosyth, ovviamente della incantevole Scozia. Il “contratto” prende il via con il folk tipicamente scozzese di una You And Me, accompagnata dalla fisarmonica di Marik e le cornamuse di Barnes, per poi commuovere subito il recensore con una bella ballata malinconica come Why, cantata con cuore e anima da Dan, mentre la seguente Looking Back dopo un inizio acustico, si sviluppa in un crescendo folk-rock importante e spavaldo, per poi ritornare subito con Tell Me alla tipica ballata rock anni ’70, in perfetto stile Nazareth.

La parte centrale del testamento vede emergere la vena più hard del disco, a partire da una I Can’t Find The One For Me, dove accanto al suono duro delle chitarre si sovrappongono le cornamuse e la fisarmonica, con la fisa di Karel di nuovo sugli scudi in una ballata dolce come Look At The Song In Me Eyes, per poi tornare ai sapori scozzesi con la cornamusa che impazza nell’accompagnare Dan in una grintosa Home Is Where The Heart Is, ed alle chitarre distorte e ritmo indiavolato di My Baby. Si continua con una ballata pianistica impressionante come Refugee, con il violoncello di Marina Saches che nella parte finale sottolinea le voci del coro, per poi cambiare ritmo con i suoni mitteleuropei e tzigani di una melodrammatica Mafia, e andare a recuperare dall’album Rampant (74) dei Nazareth, una pietra preziosa come Sunshine, rifatta in una versione voce e piano da spezzare il cuore, seguita da una folk-ballad arieggiante come Nobody’s Home, eseguita in duetto con la brava Kristyna Peterkova. Ci si avvia alla parte finale del contratto con una intrigante Right To Fail, cantata e suonata in uno stile che richiama il periodo da “belle époque” in quel di Parigi, il maniacale ritmo della torrida e quasi psichedelica Bring It On Back, e andare infine a chiudere la stesura del suo testamento musicale, con una versione acustica del brano iniziale You And Me, accompagnato solo dal pianoforte del bravissimo Karel Marik.

Dopo una vita in giro “on the road” come vocalist dei Nazareth, Dan McCafferty ora a 73 anni si rimette in gioco con questo Last Testament , che potrebbe anche essere il suo ultimo disco (per i citati motivi di saluti), un lavoro chiaramente personale con un set di canzoni dal suono più folk, con la presenza dominante della fisarmonica in tutto il percorso del lavoro (era dai tempi di Archie Brown & The Young Bucks con Dirt And Romance (95) che non sentivo un “sound” del genere), suonato come Dio comanda e cantato ancora oggi da una voce notevole. In conclusione, non è certo un capolavoro, ma non abbiate fretta, concedetevi il tempo di ascoltarlo, in quanto Last Testament sarà anche uno di quei dischi reputati minori, ma che poi si fa fatica a togliere dal lettore CD.

Tino Montanari

Tra Fairport Convention E Waterboys Una Piccola Grande Band Folk-Rock Dalla Cornovaglia. Red River Dialect – Abundance Welcoming Ghosts

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Red River Dialect – Abundance Welcoming Ghosts – Paradise Of Bachelors

Da qualche tempo, ma in particolare in questo ultimo anno, c’è stato un grande fermento nel movimento folk (rock) dell’isole britanniche: sia band che artisti solisti hanno pubblicato degli album che stanno rinverdendo gli allori del periodo d’oro del folk-rock, nei quali band come i Fairport Convention, gli Steeleye Span, i Pentangle (e sto ricordando solo i più noti di un fenomeno musicale che  ancora oggi fa sentire i suoi effetti ). Tra le uscite del 2019 come non ricordare i Lankum, Alasdair Roberts, i poco noti ma bravissimi Bird In the Belly, Joan Shelley (ok, è americana, ma il filone è quello), tra l’altro presente come ospite in questo Abundance Welcoming Ghosts, quinto album della band della Cornovaglia Red River Dialect, gruppo che fonde mirabilmente sonorità acustiche ed elettriche, ricordando quello che fecero in passato soprattutto Fairport Convention e Waterboys. Il leader del gruppo David Morris è un tipo “particolare”, seguace del buddismo, dopo avere registrato l’album ai Mwnci  Studios situati nel Galles occidentale, si è trasferito nella abbazia di Gampo, un monastero buddista in Nuova Scozia, Canada, per un ciclo di nove mesi di meditazione.

Diciamo che sono fatti suoi, anche se inquadra il personaggio: il gruppo è un sestetto, Morris incluso, che oltre a cantare e suonare le chitarre, ha composto tutti i nove brani del disco, gli altri componenti si occupano di chitarre elettriche, tastiere, basso e batteria, oltre alla presenza costante del violino. Il risultato finale è affascinante, come testimonia fin dall’inizio Blue Sparks, una canzone che ricorda quelle più epiche dei Waterboys di Mike Scott, anche per la voce passionale e risonante di Morris, partenza con un pianoforte solitario, poi entra una chitarra acustica arpeggiata, la sezione ritmica, la voce, il ritmo che cresce lentamente, arrivano le tastiere avvolgenti, le chitarre, un cello, poi il violino guizzante di Ed Sanders che porta ad una parte strumentale corale, ricca di energia. Two White Carps è un brano più intimo e spirituale con la voce emozionale di David che galleggia tra violino, piano e chitarre varie, nella spaziosità dell’arrangiamento ricco e raffinato; Snowdon è uno dei punti nodali dell’album, ad affiancare la voce di Morris arrivano quelle di Joanne Shelley e Coral Kindred Boothby,  la bassista della band, un attimo e siamo catapultati all’epoca di Liege And Lief dei Fairport Convention, tra melodie malinconiche ed improvvise sferzate elettriche, sempre con il violino in grande spolvero, bellissima.

Forse sono solo citazioni di cose già sentite, ma meglio una musica che rimanda (bene) al passato, piuttosto che sonorità moderne senza costrutto, create solo per colpire l’ascoltatore distratto. Deliziosa anche la dolce e ardente Slow Rush, di nuovo con la voce di Coral a sostenere quella austera e romantica di David, mentre il gruppo imbastisce le sue melodie senza tempo; Salvation, ha un incipit quasi sussurrato, poi la musica si anima, con sferzate elettriche tra wah-wah  e il violino sempre presente, altro brano che rimanda ai Waterboys più vigorosi ed epici https://www.youtube.com/watch?v=OBW-GUE3mNg , Celtic-rock di eccellente fattura. Simon Drinkwater, il chitarrista dei RRD è alle armonie vocali in Red River, una canzone dove il violino si fa a tratti più stridente, il ritmo più marziale, l’atmosfera è più inquietante e meno rassicurante, con qualche rimando appunto per l’uso costante dei violino ai Waterboys; anche nella successiva, lunga e bellissima Piano ci sono analogie con la band di Mike Scott, atmosfera più intima e raccolta, di nuovo con le ottime armonie vocali della Shelley in evidenza https://www.youtube.com/watch?v=iGRi4FBRc7o . My Friend ha un ritmo più mosso e sbarazzino, la voce al solito piana, quasi alla Bert Jansch, di Morris, si anima e si irrobustisce a tratti, ancora con il supporto della Boothby, mentre la slide dell’ospite Tara Jane O’Neill la rende più evocativa, e a chiudere un eccellente album arriva infine la triste e malinconica BV Kistvaen, di nuovo con il violino di Sanders e le tastiere ad evocare le magiche e misteriose atmosfere delle Highlands.

 

Veramente una piccola grande band da seguire.

Bruno Conti

Garantisce Un Certo John Prine! Kelsey Waldon – White Noise/White Lines

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Kelsey Waldon – White Noise/White Lines – Oh Boy/Thirty Tigers CD

Quando la gavetta porta risultati: Kelsey Waldon è una musicista del Kentucky che ha esordito discograficamente nel 2010, ma per anni i suoi album sono stati distribuiti da lei stessa ed oggi sono pertanto introvabili, con l’eccezione del suo penultimo lavoro I’ve Got A Way del 2016 (ma anch’esso al momento è irreperibile, almeno a prezzi accessibili). La fortuna di Kelsey è girata allorquando è stata notata dal grande John Prine, che ne è rimasto talmente impressionato da volerla come opening act per i suoi concerti e, soprattutto, le ha fatto firmare il primo contratto stipulato dalla sua casa discografica, la Oh Boy Records, negli ultimi quindici anni. White Noise/White Lines è quindi il risultato di questa collaborazione, ed è un buon dischetto di country music d’autore, suonato con perizia da un manipolo di strumentisti poco conosciuti (il più noto è il chitarrista e produttore del disco Dan Knodler, già nel recente passato con Rodney Crowell) e cantato dalla Waldon con una bella voce squillante e leggermente nasale, perfetta per la sua musica.

Non c’è Prine nel CD, ma non serve, in quanto Kelsey è assolutamente in grado di camminare con le sue gambe, e le canzoni che ha scritto per questo album (tutte sue tranne una) lo dimostrano: musica country diretta e piacevole ma non solo, in quanto qua e là troviamo anche robuste tracce di folk e rock, con le chitarre elettriche che spesso e volentieri assumono il ruolo di protagoniste al pari di violini e steel, e la titolare del lavoro che riesce ad essere intimista in alcuni momenti  e vigorosa in altri, con uguale credibilità. L’energica Anyhow apre l’album in maniera grintosa, un country-rock spedito ed elettrico che è un tripudio di chitarre e steel, oltre ad avere un motivo decisamente immediato. Nella title track Kelsey sembra invece una versione femminile di Tom Petty: il brano è rock, ma il mood è attendista e suadente e la Waldon si destreggia molto bene tra chitarre che arrivano da più parti ed un drumming non pressante ma continuo.

Kentucky, 1988 è una ballata tersa e distesa, cantata e suonata in maniera rilassata ma senza perdere di vista il gusto per la melodia diretta e piacevole, Lived And Let Go è un delicato intermezzo dal sapore folk e dalla strumentazione essenziale (voce e chitarra), mentre Black Patch, che unisce con disinvoltura violino e chitarra elettrica, è una vibrante country song alla maniera degli Outlaw degli anni settanta, ed infatti il paragone che ho in mente è con Jessi Colter che un “fuorilegge” lo aveva anche sposato. Un breve assolo di banjo introduce la limpida Run Away, un brano lento e country al 100%, ma sempre con chitarre e steel a dettare il motivo di base; Sunday’s Children ha un inizio quasi funky, ma nel prosieguo assume tonalità sudiste, con il ritmo sempre cadenzato da un basso molto pronunciato, un pezzo che non ti aspetti e che precede la bella Very Old Barton, che invece sembra in tutto e per tutto un classico valzerone texano. Chiusura con una languida versione di My Epitaph, brano della leggendaria folksinger Ola Belle Reed, un finale suggestivo con la voce in primo piano, la steel sullo sfondo ed il minimo indispensabile di strumenti aggiunti.

Al sesto album forse è venuto il momento che qualcuno si accorga di Kelsey Waldon, considerando anche che i margini di miglioramento sono ancora enormi: d’altronde se si è mosso uno come John Prine qualcosa vorrà pur dire.

Marco Verdi

Cofanetti Autunno-Inverno 13. L’Album Che Chiudeva (Bene) La Loro Decade Più Importante. Jethro Tull – Stormwatch 40th Anniversary

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Jethro Tull – Stormwatch 40th Anniversary – Parlophone/Warner 4CD/2DVD Box Set

Consueto appuntamento annuale con le ristampe celebrative degli album dei Jethro Tull a cura di Steven Wilson e con la fattiva collaborazione di Ian Anderson, una delle migliori serie in circolazione in termini di rapporto qualità/prezzo, con box sempre esaurienti e completi sia dal punto di vista musicale che a livello di informazioni scritte. Quest’anno è la volta di Stormwatch, disco del 1979 della band britannica ed ultimo di una ideale trilogia folk-rock iniziata nel 1977 con Songs From The Wood e proseguita nel 1978 con Heavy Horses. Stormwatch era un altro album ispirato e di ottimo livello da parte del gruppo di Blackpool, con tematiche che sarebbero attuali ancora oggi come l’inquinamento e la salvaguardia dell’ambiente, mentre musicalmente le canzoni erano quasi tutte di qualità superiore, in giusto equilibrio tra atmosfere folk e momenti più rockeggianti, ma sempre con melodie dirette e fruibili.

Il disco, oltre a chiudere più che degnamente la decade più importante della carriera dei Tull, era anche l’ultimo a presentare la line-up “classica” del gruppo in quanto, a parte Anderson e l’inseparabile chitarrista Martin Barre, sia i tastieristi David Palmer e John Evan che il batterista Barriemore Barlow lasceranno la band dopo il tour successivo alla pubblicazione dell’album, mentre il bassista John Glascock dovrà abbandonare le sessions (con Anderson stesso che si occuperà di suonare le parti di basso restanti) per un problema di insufficienza cardiaca che gli sarà purtroppo fatale nel Novembre dello stesso anno. Questa nuova ristampa, sotto intitolata Force 10 Edition, è una delle più ricche della serie, con ben quattro CD ed due DVD audio (che però ripetono gran parte del materiale incluso nei CD in differenti configurazioni sonore), con una buona quantità di brani inediti ed anche diverse rarità: ma vediamo i contenuti nel dettaglio.

CD1. L’album originale remixato da Wilson, che inizia con North Sea Oil, uno dei pezzi più immediati nonché primo singolo estratto, un folk-rock ritmato e vibrante tipico dei nostri, con i consueti ficcanti interventi di flauto ed un bell’intreccio tra chitarra acustica ed elettrica. Orion è una bellissima canzone che alterna parti mosse e rockeggianti a splendidi intermezzi acustici, con evidenti rimandi al capolavoro Aqualung, ed anche Home fa vedere che Anderson era in una fase ispirata, in quanto stiamo parlando di una toccante rock ballad con un apprezzabile e non invasivo arrangiamento orchestrale. Dark Ages è un altro notevole pezzo che alterna momenti bucolici a taglienti svisate chitarristiche per nove minuti decisamente creativi, nei quali Barre svolge un ruolo di primo piano; Warm Sporran è uno strumentale funkeggiante che ricorda più il Mike Oldfield di quel periodo che i Tull stessi, Something’s On The Move è puro rock, trascinante e con elementi quasi hard, mentre Old Ghosts è ancora folk-rock nel tipico stile della band, orecchiabile ma ricco di idee non banali. La breve e folkie Dun Ringill precede la lunga (quasi otto minuti) Flying Dutchman, che inizia come una ballata pianistica per tramutarsi prima in una deliziosa folk song e poi in un pezzo rock chitarristico e coinvolgente; chiude Elegy, bellissimo brano strumentale scritto da Palmer, puro folk pastorale orchestrato nuovamente con molto gusto.

CD2. Un dischetto di outtakes provenienti dalle stesse sessions, quindici brani di cui sette inediti assoluti ed altre rarità assortite (alcune delle quali pubblicate in antologie del passato come 20 Years Of Jethro Tull e la collezione di inediti Nightcap), come l’accattivante brano uscito solo su singolo A Stitch In Time ed il suo lato B, una potente versione dal vivo di Sweet Dream (un brano del 1969), o l’intrigante strumentale tra rock e musica medievale King Henry’s Madrigal, all’epoca uscito solo su un EP. Le outtakes dei Tull spesso non erano inferiori ai brani poi pubblicati ufficialmente, e tra gli episodi salienti segnalerei senz’altro una strepitosa prima versione di Dark Ages di dodici minuti, la take completa di Orion, altri nove minuti, l’ottima rock song Crossword che poteva benissimo finire su Stormwatch, la saltellante Kelpie, una sorta di giga rock molto piacevole, qualche strumentale di ottimo livello (A Single Man, Sweet Dream Fanfare e l’eccellente  The Lyricon Blues) e l’evocativa e folkie Broadford Bazaar.

CD 3-4. Un concerto intero, ovviamente inedito, registrato a Den Haag in Olanda il 16 Marzo 1980, con l’ex Fairport Convention (che all’epoca si erano sciolti) Dave Pegg come nuovo bassista. Uno show molto potente ed inciso benissimo, con Anderson e compagni in grande forma: si inizia con ben sette brani di Stormwatch suonati uno di fila all’altro (ma manca stranamente North Sea Oil), con ottime rese di Dark Ages, Orion e Home. Una splendida Aqualung di dieci minuti introduce la parte della serata in cui i nostri pescano dal repertorio precedente al 1979, e non mancano canzoni prese dagli altri due dischi della “trilogia folk”, cioè Jack-In-The-Green, Heavy Horses, una bellissima Hunting Girl e Songs From The Wood. Finale strepitoso con una raffica di classici sparati uno dopo l’altro: Thick As A Brick, Too Old To Rock’n’Roll, Too Young To Die, Cross-Eyed Mary, Minstrel In The Gallery e la consueta chiusura con la trascinante Locomotive Breath. Gli anni ottanta saranno problematici per i Jethro Tull così come per tanti altri gruppi e solisti della prima (o seconda) ora, a partire dal travagliato A del 1980, ma per ora godiamoci questa riedizione di Stormwatch, che come ho scritto prima è una delle più interessanti della serie.

Marco Verdi

Le “Capre” Del Donegal Sono Tornate. Goats Don’t Shave – Out The Line

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Goats Don’t Shave – Out The Line – Pat Gallagher Music

Chi ci segue regolarmente sul Blog avrà notato che regolarmente, ad ogni uscita dei Goats Don’t Shave, il sottoscritto (con immenso piacere) è chiamato dall’amico Bruno a recensire i loro lavori: una ottima band irlandese che a partire dai primi anni ’90 è stata sicuramente una stella di prima grandezza nel panorama folk del periodo, alfieri di un suono intrigante che recupera in parte elementi popolari, e li mescola con robuste dosi di sanguigno rock (in tal caso recuperate i primi due bellissimi album The Rusty Razor (92) e Out In The Open (94). A distanza di tre anni dal loro ultimo lavoro in studio Turf Man Blues (16) https://discoclub.myblog.it/2016/04/28/cartoline-dal-donegal-goats-dont-shave-turf-man-blues/ , Pat Gallagher e le sue “capre” tornano con Out The Line (il CD non è recentissimo, uscito la scorsa primavera, ma ne sono venuto in possesso solo ora), registrato nei Gweedore GMC Studios, situati appunto nella verde contea del Donegal, con l’attuale “line-up” composta oltre che dal leader indiscusso Pat alla chitarra e voce, dal fratello Michael Gallagher alla batteria, Gerry Coyle al basso, Declan Quinn al mandolino e whistle, Seàn Doherty alla chitarra acustica, Charlie Logue alle tastiere, Jason Phibin al violino, con il contributo come corista della figlia Sarah Gallagher.

L’inizio di Out The Line è affidato alla corale Faraway Boys, con la sezione ritmica come al solito in gran spolvero, mentre la seguente The Drowning Man è una folk-ballad pulita, lineare, che fa da preludio alla più tirata e corposa Half Hanged Mcnaghten, che riporta alla mente certe cose dei mai dimenticati Pogues, mentre Don’t Give Your Love To Anyone è abbastanza anonima e purtroppo non aggiunge nulla di nuovo. Si prosegue con una song delicata e carica di emozioni come Just A Girl, con il cantato di Gallagher che duetta con il violino di Jason Phibin, seguita da We Got It Made grande ballata alla Hothouse Flowers, con tanto di influenze “soul” e il controcanto di Sarah, per poi recuperare dal singolo dello scorso anno una ballata “folk” dal titolo natalizio Christmas Day, e una Brother cantata alla Christie Moore, con una bella melodia intessuta dal violino di Phibin e la voce delicata di Sarah di supporto. La parte finale sposta l’obiettivo su un folk-rock indiavolato come Trouble In The Promised Land, con alla ribalta Mark Crossan e il suo Whistle, mentre Two Friends è una bella, acustica e nostalgica “love-song”, e infine andare a chiudere con il brano musicalmente più completo del lavoro, I Know Better Now, con un pregnante sound chitarristico, con la fisarmonica di Declan e il violino di Jason in evidenza.

Oggi come ieri la “leadership” dei Goats Don’t Shave è saldamente nelle mani di Pat Gallagher, che è cantante e autore di tutti i brani presentati sin dalla nascita del gruppo, brani che ancora oggi hanno punti di contatto con gruppi simili di riferimento come i Saw Doctors, Men They Couldn’t Hang per le ballate, e per i brani più tirati e corposi i Levellers e i Pogues dello “sdentato” Shane MacGowan. Per chi scrive Out The Line è di nuovo una prova decisamente positiva, che ci consegna una band che vive ancora un buon momento creativo, che ha ancora buone cartucce da sparare e diverse cose da dire, con canzoni che hanno un senso e una logica, che fanno pensare oltre che rilassare. In definitiva li conosce sa già cosa fare (o lo ha già fatto), per tutti gli altri è l’occasione migliore per entrare in contatto con una delle più interessanti band di musica “folk-rock” celtica ancora oggi in circolazione. Intramontabili!

*NDT: Come al solito purtroppo il CD è di difficile reperibilità, però se siete interessati scrivete al vecchio Pat sul suo sito, e sarà felice (dopo pagamento) di inviarvelo autografato. Alla prossima!

Tino Montanari

Una Piccola Grande Band (E Qualche Amico) Conferma Il Proprio Valore Con Un Album Eccellente! Session Americana – North East

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Session Americana – North East – Appaloosa/Ird

I Session Americana sono una sorta di fluttuante collettivo folk-rock, nato a Cambridge, Massachusetts nel 2004, per suonare in serate informali nei pub e nei locali della città: il fondatore Sean Staples, che poi per problemi di salute ha lasciato la band nel 2010, Ry Cavanaugh, che suona di tutto e di più, ma principalmente chitarre acustiche, banjo, basso, mandolino e tastiere, Jimmy Fitting, armonica, fondatore dei Fort Apache Studios ed ex membro dei Treat Her Right, Dinty Child, altro polistrumentista impegnato a fisarmonica, piano, mandocello, banjo e mandolino, Billy Beard alla batteria, Kimon Kirk al basso, ma di recente, per questo album, è rientrato in formazione Jon Blistine, mentre Jefferson Hamer, che aveva prodotto il precedente Great Shakes  , questa volta non è della partita. Ma con la formazione collaborano moltissimi altri musicisti: mi è capitato di vederli dal vivo a Pavia nel 2015 nel tour per questo album https://discoclub.myblog.it/2015/05/08/sorta-moderna-nitty-gritty-dirt-band-musica-solare-deliziosa-session-americana-pack-up-the-circus/ e c’era con loro Laura Cortese al violino e voce, per questo disco come voci femminili troviamo la bravissima Kris Delmhorst che ha co-prodotto l’album con Cavanaugh), la moglie di quest’ultimo Jennifer Kimball, ex delle Story, Rose Polenzani, Ali McGuirk, altra eccellente vocalist, Merrie Amsterburg, cantautrice che opera nell’area di Boston, dove vive la band.

E se non bastasse c’è anche una consistente pattuglia di maschietti, Zak Trojano, anche alle chitarre, con Duke Levine e Peter Linton, Dietrich Strause, tutti che si alternano come voci soliste nelle 14 canzoni  del CD, con il solo Cavanaugh che ne canta due. Questo è il settimo album ufficiale della band , ma ci sono anche alcuni live e antologie ufficiose limitate, si tratta, come lascia intuire il titolo, di brani che provengono dal repertorio di artisti originari del Nord Est degli Stati Uniti, da quelli celeberrimi ad altri meno noti: intanto lasciatemi dire subito che il disco è bellissimo, estremamente vario, pensate ad un incrocio tra roots music e folk, il lato meno country della Nitty Gritty, elementi blues e rock, insomma in una parola, e ci mancherebbe, visto il nome della band, Americana music, il tutto suonato con una leggiadria ed una perizia musicale, e soprattutto vocale, quasi disarmante, se l’aggettivo non fosse inflazionato direi delizioso. Il primo brano è di James Taylor, che tutti associano alla California, ma viene da Boston, Riding On A  Railroad, una canzone dal capolavoro Mud Slide Slim, cantata da Cavanaugh con la Delmhorst, con Levine al dobro e Jim Anick al violino, che ci fa capire subito la qualità della musica, fedele all’originale ma al contempo calda ed avvolgente grazie agli arrangiamenti  raffinati, con la voce di Ry che ricorda moltissimo Taylor. La bellissima You’ll Never Get To Heaven è del compianto Bill Morrissey, folksinger del Connecticut che però anche lui operava nell’area del Massachusetts, un brano malinconico che racconta della disperazione dello spopolamento delle piccole città, cantata con grande partecipazione da Trojano, sempre con le armonie della Delmhorst.

Il nome Charles Thompson forse ai più non dice molto, ma se vi dico Black Francis dei Pixies? I Session Americana reinterpretano, con vigore e rigore folk ,una corale Here Comes Your Man, cantata da Fitting, con Delmhorst, Child e Kimball, e uno sfarfallio in crescendo di banjo, mandolino e chitarre. Meno noto prodotto della zona è Amy Correia, ma la sua You Go Your Way è il veicolo perfetto per la bella voce bluesy di Rose Polenzani, così come la malinconica e notturna (manco a dirlo) The Night di Mark Sandman dei Morphine, ben si attaglia a quella intensa di Ali McGuirk, brano soffuso suonato in punta di dita, con Fitting splendido all’armonica e che sembra quasi una canzone, bella, di Norah Jones. Trip Around The Sun è un brano di Al Anderson degli NRBQ, Stephen Bruton e Sharon Vaughn, scritto per Jimmy Buffett e Martina McBride, una bellissima ballata country cantata da Merrie Amsterburg, Dim All The Lights è l’unica canzone scritta in solitaria da Donna Summer (!), anche lei nativa di Boston, cantata da John Powhida, concittadino della Summer, molto bella pure questa, con doppio mandolino e armonica in evidenza, Roadrunner è proprio il celebre brano di Jonthan Richman, che per l’occasione diventa un rustico country-bluegrass con banjo, mandola e banjo, sempre vivace e coinvolgente, cantata da Dinty Child.

Anche Patty Griffin, da Old Town, Maine, contribuisce con un pezzo, la delicata Goodbye, temi la nostalgia e il desiderio, cantata divinamente da Jennifer Kimball, mentre l’ignoto a me Chris Pappas vede la propria Driving cantata da Jon Blistine, altra canzone malinconica che si apre in una melodia da grandi orizzonti, suonata splendidamente dalla band. Merrimack County è una delle canzoni più belle di Tom Rush, un pezzo quasi dylaniano che il batterista Billy Beard inquadra perfettamente, e poi tocca alla bravissima Kris Delmhorst alle prese con Air Running Backwards, oscura, ma molto bella, canzone di tale Chandler Travis, che è l’occasione per gustarsi una delle più belle voci del cantautorato femminile americano. Una concessione alle canzoni celebri arriva con la versione di Coming Around Again di Carly Simon, che cantata da Cavanaugh diventa di nuovo quasi un brano alla James Taylor, con mandola, chitarre, violino, armonica e tastiere in bella evidenza, oltre alle proverbiali armonie vocali dei Session Americana, che ci congedano da questo incantevole album con una ultima piccola delizia, la piacevole I’m A Fool, un brano “pop” dei Letters To Cleo cantato da Dietrich Strause, con Jeffrey Foucault al dobro. Tutto molto bello e consigliato vivamente.

Bruno Conti

E Con Questo Bellissimo Live Siamo Davvero Giunti (Forse) Al Gran Finale! Runrig – The Last Dance: Farewell Concert

runrig the last dance

Runrig – The Last Dance: Farewell Concert – RCA/Sony 3CD – DVD – BluRay – Deluxe 3CD/2DVD Box Set

Il Lungo Addio è il titolo di uno dei più famosi romanzi noir di Raymond Chandler, con protagonista il detective Philip Marlowe, ma è un titolo che si potrebbe applicare anche in un ideale riassunto degli ultimi anni di carriera dei Runrig, famosissimo (in patria, ma anche in Germania e Danimarca) gruppo folk-rock scozzese che nel 2016 con la pubblicazione dello splendido The Story aveva annunciato il suo addio alle scene. Da allora ci sono state due collezioni di rarità, Best Of Rarities per il mercato tedesco (versione doppia di un cofanetto di sei CD e tre DVD ormai introvabile) ed il bellissimo The Ones That Got Away, che sembrava un disco nuovo fatto e finito https://discoclub.myblog.it/2018/07/10/antologie-che-sembrano-dischi-nuovi-parte-1-runrig-the-ones-that-got-away/ , oltre ad un lungo tour dal quale ora viene tratto questo The Last Dance: The Farewell Concert, che dovrebbe mettere la parola fine all’avventura durata quarant’anni del gruppo originario delle Ebridi.

The Last Dance è un live album magnifico, che in tre CD registrati al castello di Stirling (c’è anche la versione video ed il solito cofanetto che comprende tutto) ci fa assaporare il meglio della carriera di un gruppo che in Scozia è una vera e propria leggenda, una band che ha saputo raggiungere il successo mescolando in maniera decisamente creativa la musica folk tradizionale con sonorità rock ed anche pop, riuscendo a far digerire anche brani cantati in gaelico (ma la maggior parte del loro repertorio è in inglese) ad un pubblico vastissimo. Dal vivo poi sono sempre stati formidabili, come testimoniano i live pubblicati in passato (ed almeno Year Of The Flood e Party On The Moor sarebbero da avere), e The Last Dance è la giusta ciliegina, un concerto davvero bellissimo in cui il sestetto (Bruce Guthro, voce solista e chitarra, Malcolm Jones, chitarra solista e fisarmonica, Brian Hurren, tastiere, Rory MacDonald, basso, Calum MacDonald, percussioni, Iain Bayne, batteria) ci regala quasi tre ore di musica epica ed avvincente, con melodie perfette per il singalong e ritornelli costruiti per il canto collettivo “da stadio” nei brani più mossi, ma con la capacità di essere profondi e toccanti nelle ballate. Dulcis in fundo, la serata vede salire sul palco anche Donnie Munro, storico primo cantante del gruppo che lasciò i compagni nel 1997 per intraprendere la carriera politica, ma è ancora molto amato dai fans.

I Runrig sanno, o dovrei dire sapevano, coniugare rock e folk in maniera mirabile, con canzoni potenti e trascinanti perfette da suonare di fronte ad una marea di persone, come Protect And Survive, Rocket To The Moon, la suggestiva Proterra, la folkeggiante The Ship, la nota The Stamping Ground. E poi ancora Maymorning, Clash Of The Ash, Skye (formidabile) o l’entusiasmante Pride Of The Summer. Ma la band è famosa anche per le sue ballate ad ampio respiro, come l’ariosa Canada, la toccante Year Of The Flood, per sola voce, chitarra ed armonica, Going Home, struggente e bellissima e l’appassionata Every River, con tutto il pubblico che canta per uno dei momenti più commoventi dello show. The Story è rappresentato da ben cinque pezzi (ed è giusto in quanto è uno degli album migliori di Guthro e soci): la maestosa title track, la squisita Somewhere, tra le ballate più belle del gruppo, la splendida ed evocativa Onar, con il bellissimo refrain in lingua celtica, l’irresistibile giga rock The Place Where The Rivers Run e l’emozionante The Years We Shared, una rock song elettrica e coinvolgente, perfetta per aprire la serata. Finale con la strepitosa Loch Lomond, un vero e proprio inno che dal vivo dà il suo meglio, e con una Hearts Of Olden Glory cantata a cappella da tutta la band, altro momento emotivamente notevole.

Staremo a vedere se The Last Dance sarà davvero il capitolo finale della storia dei Runrig, o se sarà la solita promessa da marinaio delle rockstar: sinceramente preferirei la seconda ipotesi, dato che stiamo comunque parlando di una grande band.

Marco Verdi

Ecco Un Altro Che Migliora Disco Dopo Disco! Drew Holcomb & The Neighbors – Dragons

drew holcomb neighbors

Drew Holcomb & The Neighbors – Dragons – Magnolia/Thirty Tigers CD

A poco più di due anni dall’ottimo Souvenir https://discoclub.myblog.it/2017/03/30/saluti-da-nashville-il-meglio-nel-genere-americana-drew-holcomb-the-neighbors-souvenir/ , si rifà vivo con un lavoro nuovo di zecca Drew Holcomb, musicista originario di Memphis ma trapiantato a Nashville da diversi anni. Prolifico come pochi (Dragons è il suo tredicesimo album dal 2005 ad oggi, includendo però anche i live ed un paio di CD natalizi), Holcomb è un cantautore classico che fonde in maniera mirabile rock, country e Americana, ed è dotato di una facilità di scrittura che lo porta a costruire dischi pieni di canzoni belle e dirette, di quelle che piacciono al primo ascolto e che in maniera ciclica viene voglia di rimettere nel lettore (scusate se faccio riferimento a queste arcaiche azioni di fruizione della musica, è già tanto che non abbia detto “viene voglia di rimettere sul piatto del giradischi”).

Dragons vede il barbuto songwriter all’opera in dieci nuovi brani per una durata complessiva di 34 minuti, accompagnato come sempre dai fedeli Neighbors (Nathan Dugger, chitarre, piano, steel, tastiere ed quant’altro, Rich Brinsfield, basso, e Will Sayles, batteria, mentre Cason Cooley produce il disco e funge da membro aggiunto suonando il piano ed altre cosucce) e con l’aggiunta di qualche ospite perlopiù femminile che vedremo illustrando le canzoni. E l’album è davvero bellissimo, piacevole e ben fatto, un lavoro che conferma il talento compositivo di Drew e si pone sin dal primo ascolto come il suo lavoro più riuscito (almeno secondo il mio parere), a partire dall’iniziale Family, un pezzo allegro, gioioso e profondamente coinvolgente, uno sorta di folk-rock elettrificato e corale dal train sonoro irresistibile. End Of The World è una rock ballad ad ampio respiro, arrangiata in modo arioso e potente, cantata benissimo e caratterizzata da un motivo fluido e diretto, ancora influenzato dal folk (lo stile è simile a quello dei Lumineers, ma a livello compositivo siamo su un altro pianeta); But I’ll Never Forget The Way You Make Me Feel è il primo di cinque brani consecutivi con ospiti, nella fattispecie la moglie di Drew, Ellie Holcomb, per una deliziosa canzone dal tempo cadenzato e con un luccicante pianoforte alle spalle, il tutto suonato e cantato con estrema finezza: splendida.

La title track è un sontuoso slow di chiara matrice country, una melodia bellissima (ricorda un po’ Paradise di John Prine) ed un arrangiamento semplice basato su chitarra, piano e sulla partecipazione vocale dei Lone Bellow al completo (ed il pezzo è scritto insieme al leader del trio di Brooklyn Zach Williams): una delle più belle canzoni da me sentite ultimamente, e non esagero. See The World vede il ritorno di Ellie per un altro brano dallo sviluppo disteso e rilassato, con un songwriting classico che si rifà direttamente agli anni settanta ed un bell’assolo chitarristico, mentre You Want What You Can’t Have, in cui la partecipazione vocale è di Lori McKenna, è l’ennesima canzone splendida, una ballatona country-rock vibrante e dal ritmo acceso. In Maybe Drew viene raggiunto dalla brava Natalie Hemby (che con Brandi Carlile, Amanda Shires e Maren Morris ha appena pubblicato l’album d’esordio delle Highwomen, altro gran disco tra l’altro), la quale è anche co-autrice del brano, una rock song lenta ma dall’emozionante crescendo elettrico, mentre Make It Look So Easy ripresenta di nuovo Holcomb in compagnia esclusiva dei suoi “Vicini Di Casa”, per un pezzo dal ritmo sostenuto e contraddistinto dalla solita melodia vincente, puro rock chitarristico con ottimo assolo di Dugger.

Il CD termina con You Never Leave My Heart, toccante ballata pianistica dal pathos notevole, e con Bittersweet, unico pezzo del disco con sonorità moderne e leggermente “sintetizzate”, che però non va ad inficiare la qualità complessiva di un album che potremmo anche ritrovare nelle classifiche di fine anno.

Marco Verdi

Novità Prossime Venture 21. Jethro Tull – Stormwatch: Anche Dell’Ultimo Album Degli Anni ’70 Il 18 Ottobre Viene Pubblicato Il Box Per il 40° Anniversario

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Jethro Tull – Stormwatch – 4 CD/2 DVD Audio – Chrysalis/Rhino/Warner – 18-10-2019

Riprendono le pubblicazioni degli album dei Jethro Tull rimasterizzati da Steven Wilson per il 40° Anniversario dalla loro uscita. Questa volta tocca a Stormwatch, l’ultimo disco degli anni ’70 per la band di Ian Anderson, anche l’ultimo tra i dischi “belli” della band britannica, nonché il terzo della trilogia folk-rock iniziata con Songs From The Wood, proseguita con Heavy Horses, e conclusa con il presente album: che è anche l’album finale a presentare la formazione classica anni ’70, con a fianco di Ian Anderson, Martin Lancelot Barre, John Glascock (che poi sarebbe scomparso nel novembre del 1979, sostituito da Dave Pegg al basso, già presente in un brano), John Evan, David (ora Dee, visto che prima nel 1998 e poi definitivamente nel 2004 ha deciso di cambiare sesso, succede anche questo nelle rock bands) Palmer e Barriemore Barlow.

Alla nuova versione è stato assegnato il nome di Stormwatch 40th Anniversary Force 10 Edition e nel primo CD presenta l’album originale nella versione remixata nel 2019 da Steven Wilson, nel secondo dischetto definito “Associated Recordings” ci sono altri 15 brani registrati all’epoca di cui quattro erano già apparsi nella versione in CD del 2004 e nel cofanetto 20 Years Of Jethro Tull, mentre gli altri sono inediti. Il terzo e quarto CD contengono il concerto completo inedito Live In The Netherlands, registrato il 16 marzo del 1980 al Concertgebouw di Amsterdam, mentre gli ultimi due sono DVD Audio, che interessano principalmente gli audiofili con le versioni  5.1 DTS and AC3 Dolby Digital e 96/24 LPCM stereo dei primi due dischi (ma non della parte live) e che ovviamente come al solito faranno lievitare il prezzo del cofanetto che, molto indicativamente dovrebbe avere un prezzo compreso tra il 40 e i 50 euro a seconda dei paesi di uscita.

Ecco la lista completa e dettagliata dei contenuti.

Disc One: Steven Wilson Remix of Original Album

“North Sea Oil”
“Orion”
“Home”
“Dark Ages”
“Warm Sporran”
“Something’s On The Move”
“Old Ghosts”
“Dun Ringill”
“Flying Dutchman”
“Elegy”

Disc Two: Associated Recordings

“Crossword”
“Dark Ages” (early version) [Previously Unreleased]
“Kelpie”
“Dun Ringill” (early version) [Previously Unreleased On CD]
“A Stitch In Time”
“A Single Man” [Previously Unreleased]
“Broadford Bazaar”
“King Henry’s Madrigal”
“Orion” (full version) [Previously Unreleased]
“Urban Apocalypse” [Previously Unreleased]
“The Lyricon Blues”
“Man Of God” [Previously Unreleased]
Rock Instrumental (unfinished master) [Previously Unreleased]
“Prelude To A Storm” [Previously Unreleased]
“Sweet Dream” (live)

Disc Three: Live in the Netherlands (March 16. 1980) [Previously Unreleased]

Intro
“Dark Ages”
“Home”
“Orion”
“Dun Ringill”
“Elegy”
“Old Ghosts”
“Something’s On The Move”
“Aqualung”
“Peggy’s Pub”
“Jack-In-The-Green”
“King Henry’s Madrigal”/Drum Solo
“Heavy Horses”

Disc Four: Live in the Netherlands (March 16. 1980) [Previously Unreleased]

Flute Solo (incl. “Bourée/Soirée/God Rest Ye Merry Gentlemen/Kelpie”)
Keyboard Duet (Bach’s Prelude in Cm from the “Well-Tempered Clavier 1”)
“Songs From The Wood”
“Hunting Girl”
“Jams O’Donnel’s Jigs”
“Thick As A Brick”
“Too Old To Rock ’n’ Roll: Too Young To Die!”
“Cross-Eyed Mary”
Guitar Solo
“Minstrel In The Gallery”
“Locomotive Breath”
“Dambusters March”

DVD One: Audio Only

Stormwatch mixed to 5.1 DTS and AC3 Dolby Digital
Flat transfer of the original 1979 mix at 96/24 LPCM stereo

DVD Two: Audio Only

Contains 13 associated recordings mixed to 5.1 DTS and AC3 Dolby Digital
15 associated recordings mixed to 96/24 LPCM stereo
Five original mixes at 96/24 LPCM stereo

Uno dei volumi più interessanti a livello di contenuti extra: data di pubblicazione il 18 ottobre p.v..

Alla prossima.

Bruno Conti

Dopo I Gemelli Del Gol, Le Gemelle Del Folk-Rock! Shook Twins – Some Good Lives

shook twins some good lives

Shook Twins – Some Good Lives – Dutch CD

Non conoscevo le Shook Twins, due gemelle identiche (Katelyn e Laurie Shook) originarie dell’Idaho ma da anni stabilitesi a Portland, Oregon. In realtà le Shook Twins non sono un semplice duo, anche se sono loro ad occuparsi di tutte le parti vocali ed in parte anche di quelle strumentali, ma una vera e propria band, completata da Niko Daussis (chitarre), Sydney Nash (basso) e Barra Brown (batteria), e la loro musica si potrebbe considerare una fusione moderna di folk e rock, con elementi pop qua e là. Le loro sonorità di base sono perlopiù acustiche, ma spesso la chitarra elettrica avanza in prima fila e c’è anche un uso moderato della tecnologia, che dona freschezza al suono complessivo. Some Good Lives è il titolo del nuovo album delle gemelle Shook, il quinto complessivo (sono attive dal 2008), ed è una gradevole e riuscita miscela di canzoni ben scritte e ben cantate, che come dicevo prima partono dal folk per toccare vari stili pur mantenendo una buona fruibilità di fondo. Gli arrangiamenti sono moderni ma mai esasperati, ed il disco si ascolta dall’inizio alla fine senza problemi.

Il CD è autoprodotto, e parte con What Have We Done, che è il classico inizio che non ci si aspetta: si tratta infatti di un funk-rock diretto e decisamente godibile, dal ritmo cadenzato e con l’aggiunta di una piccola sezione fiati e buoni spunti chitarristici, cantato all’unisono dalle due gemelle. Safe è un pezzo dallo sviluppo insinuante, una melodia limpida ed un crescendo lento ma costante, con la chitarra a ricamare discreta sullo sfondo fino all’ingresso della sezione ritmica dopo due minuti buoni; niente male anche Figure It Out, un lento dal pathos notevole sempre con la chitarra in evidenza ed una struttura melodica di tutto rispetto. Stay Wild inizia con una chitarrina arpeggiata, poi entra una ritmica pulsante che porta il brano su lidi a metà tra pop e folk, con un uso parsimonioso della tecnologia, al contrario della delicata Vessels che è un gentile bozzetto acustico di sapore folk, mentre What Is Blue ha il respiro e l’intensità dei brani di David Crosby.

In Got Your Message spunta un banjo, e la canzone sembra quasi procedere un po’ sghemba, ma poi ci si rende conto che è tutto in voluto contrasto con la melodia pura e limpida, mentre una bella chitarra introduce Want Love, piacevole canzone dal retrogusto pop cantata in scioltezza. No Choice è dotata di un motivo corale molto interessante ed un accompagnamento più rock, un brano intrigante che è tra i migliori del CD, mentre Talkie Walkie è una folk-rock ballad fluida e tersa; il dischetto termina con la cadenzata Buoy e con una stranezza, cioè una registrazione datata 1989 di un brano intitolato Dog Beach e cantato da tale Ted Bowers, un amico di famiglia degli Shook, con le due sorelle allora bambine ai cori (performance dedicata al loro nonno, scomparso di lì a poco e presente all’epoca dell’incisione).

Un album piacevole, ben costruito e, perché no, creativo.

Marco Verdi