Non Occorre Essere Americani Per Fare (Ottima) Musica Americana! The Blue Highways – Long Way To The Ground

blue highways long way to the ground

The Blue Highways – Long Way To The Ground – The Blue Highways CD

Nel panorama musicale mondiale ci sono casi di gruppi che, pur non essendo americani, suonano al 100% come se provenissero dagli Stati Uniti: in Italia per esempio abbiamo i casi di Cheap Wine, Lowlands e Mandolin Brothers, tanto per citare tre nomi vicini ai gusti di questo blog. Ovviamente una delle nazioni che guarda di più all’America è la Gran Bretagna, e tra le ultime proposte in tal senso mi ha colpito molto l’album di debutto dei Blue Highways, giovane rock band londinese (da non confondersi con i quasi omonimi Blue Highway, gruppo bluegrass quello sì americano, attivo dagli anni novanta). I BH sono una rock’n’roll band molto classica, due chitarre-basso-batteria, con influenze che vanno da Bruce Springsteen a Tom Petty, ma con un occhio di riguardo anche per un certo tipo di soul-rock sudista; il gruppo è composto da tre fratelli: Callum Lury, voce solista e chitarra ritmica (ma anche pianoforte, e suonato molto bene), Jack Lury, chitarra solista, e Theo Lury alla batteria, e sono completati dal bassista Pete Dixon.

Il quartetto lo scorso anno ha pubblicato un EP di quattro brani, che viene riproposto ora con l’aggiunta di sei canzoni nuove di zecca in questo ottimo e sorprendente album d’esordio intitolato Long Way To The Ground, un disco che, pur essendo autoprodotto, ha un suono pulito e professionale, e mostra un gruppo con le idee chiarissime: puro rock’n’roll, tante chitarre ma anche una serie di ballate elettriche e profonde, con un songwriting di alto livello che uno non si aspetterebbe di trovare in un’opera prima da parte di un combo di giovanotti. Pur avendo ben chiare e presenti le influenze citate poc’anzi l’album non suona per nulla derivativo ed il suono, già forte e nitido di suo, è ulteriormente arricchito qua e là dall’uso di una sezione fiati o di una steel guitar: dieci canzoni per meno di 37 minuti di musica, la durata perfetta per un disco come questo. Il CD si apre con il brano più lungo: Teardrops In A Storm è una suggestiva ballata pianistica con la steel in sottofondo ed il gruppo che entra in maniera potente dopo un minuto circa (ed i fiati sono usati in un modo che mi ricorda The Band), avvolgendo in maniera solida la voce arrochita ed espressiva di Callum (che qualcuno ha paragonato a Joe Cocker, anche se il cantante di Sheffield aveva un “growl” più pronunciato).

Una chitarra ruspante introduce la bella Blood Off Your Hands, un brano cadenzato che sembra quasi provenire dal songbook di una band del sud degli Stati Uniti, con un motivo diretto, un suono spettacolare e la voce del leader che dona un sapore soul. Thin Air è decisamente influenzata dal Boss, una ballata tersa e chitarristica che si apre a poco a poco fino a diventare una rock’n’roll song pulita ed immediata, tra le più coinvolgenti del CD: altro che Londra, qui sembra di essere su una lunga autostrada americana, di quelle ad orizzonti perduti https://www.youtube.com/watch?v=lnEGsABCWZo . Decisamente trascinante anche He Worked, un rock-got-soul dal ritmo sostenuto e con le chitarre che riffano alla grande insieme ai fiati, il tutto condito da un refrain irresistibile (e qui vedo tracce di Little Steven & The Disciples Of Soul); la title track ha il passo lento e quasi marziale, ma le chitarre non fanno mancare il loro apporto e nel ritornello si uniscono ancora pianoforte e fiati, con Callum che intona un motivo di notevole forza espressiva con la sua voce stentorea. Cover Me non è quella di Bruce ma bensì uno slow guidato dal piano e da una linea melodica intensa, con la solista che si fa largo gradualmente e la sezione ritmica che dalla seconda strofa entra prepotentemente portando il brano fino alla fine in deciso crescendo.

Matter Of Love è ancora puro rock’n’roll chitarristico e travolgente, con un refrain vincente ed il piano che “roybittaneggia”. Berwick Street vede ancora i nostri spostarsi idealmente al sud (ma non dell’Inghilterra), per una potente ballata elettroacustica dalla strumentazione coinvolgente e con un ottimo assolo di Jack; il CD si chiude con Borderline, un vivace pezzo che introduce elementi country nel suono (diventando una sorta di bluegrass elettrico, ancora con piano e chitarra a fare la differenza), e con Have You Seen My Baby (Randy Newman non c’entra), una vera e propria country ballad con tanto di steel che miagola languida sullo sfondo e l’ennesimo motivo orecchiabile.

Davvero un bell’esordio questo Long Way To The Ground: i Blue Highways sono indubbiamente il gruppo inglese più “americano” da me ascoltato negli ultimi mesi.

Marco Verdi

*NDB Come al solito il grosso problema è la reperibilità: il CD viene venduto sul loro sito, ma pare venga spedito solo nel Regno Unito e in USA (aggiornamento del 17/4/2020, si può acquistare anche dall’Italia e dalla Spagna).

 

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Uno Dei Più Grandi Cantautori Di Tutti I Tempi: A 73 Anni Ci Ha Lasciato Anche John Prine! Ed Un Ricordo Di Hal Willner.

john prine

La notizia era nell’aria da quando la moglie/manager Fiona (*NDB e la foto qui sopra è quella che proprio lei ha scelto per il triste ringraziamento sul sito della Oh Boy) aveva diffuso la notizia del ricovero del marito a causa del maledetto coronavirus che non guarda in faccia a nessuno, ma quando stamattina ho letto la notizia della morte di John Prine, leggendario cantautore americano, ho avuto un moto di commozione nonostante fossi preparato alla notizia, in quanto le condizioni del settantatreenne musicista erano parse critiche fin da subito in conseguenza dell’indebolimento causato dai problemi di salute avuti negli ultimi vent’anni. Poco conosciuto dalle nostre parti, ma quasi leggendario negli Stati Uniti, Prine era un songwriter fantastico, uno dei migliori di sempre, che ci ha lasciato una serie impressionante di grandi canzoni e di album splendidi: uno della vecchia scuola, che componeva brani influenzati dalla musica folk e country dei pionieri riuscendo a creare uno stile proprio fatto di melodie splendide e di testi spesso infarciti di irresistibile ironia (alcuni suoi pezzi ancora oggi fanno scompisciare dalle risate, come per esempio Dear Abby, I Guess They Oughta Name A Drink After You, Come Back To Us Barbara Lewis Hare Krishna Beauregard, Grandpa Was A Carpenter, Jesus The Missing Years, ma potrei andare avanti fino a domani), ma anche capace di scrivere toccanti e poetiche canzoni su amori finiti (Far From Me), droga (Sam Stone) e sulla solitudine delle persone anziane (Hello In There), tanto colpite dalla malattia in questo periodo, il tutto con una leggerezza ed una classe uniche.

Ad inizio carriera Prine fu indicato dai critici come uno dei tanti “nuovi Dylan” in circolazione, ma presto riuscì ad affrancarsi dall’ingombrante paragone, e negli anni divenne lui uno dei più influenti cantautori in attività, con estimatori importanti tra i quali lo stesso Bob Dylan (suo fan della prima ora), Bruce Springsteen (che ha ricordato proprio che “insieme eravamo i nuovi Dylan ad inizio anni ‘70”), Bonnie Raitt, John Lennon, Roger Waters e soprattutto Kris Kristofferson, che fu determinante per l’inizio della sua carriera favorendo il suo esordio discografico. Prine nasce a Maywood (un sobborgo di Chicago) nel 1946, ed inizia a suonare la chitarra all’età di 14 anni per poi frequentare la Old Town School Of Folk Music e svolgere il servizio militare in Germania. La prima occupazione di John era quella di postino, ma nello stesso tempo riesce a sviluppare la sua passione per la musica folk e country iniziando ad esibirsi al Fifth Peg di Chicago, un locale che alla sera fa salire sul palco giovani talenti (fu lì che Prine conobbe Steve Goodman, con il quale rimarrà amico, fino alla sua morte negli anni ottanta per leucemia): John desta impressione quasi da subito per la sua capacità di stare sul palco e per la bellezza delle sue canzoni, alcune delle quali ritroveremo poi nei suoi dischi (nel 2011 è uscito The Singing Mailman Delivers, un doppio CD dal vivo con alcune registrazioni di quelle serate “open mic”, tratte da un nastro miracolosamente ritrovato da Prine stesso https://www.youtube.com/watch?v=aYHV7OgHTIU ).

Come dicevo prima, Kristofferson nota John e ne è impressionato al punto da chiedergli di aprire le sue serate, ed è proprio ad uno show al Bitter End di New York che il leggendario produttore Jerry Wexler si accorge del nostro e, da sgamato talent scout quale è, gli fa firmare un contratto con la Atlantic e gli fa incidere il suo primo album omonimo sotto la produzione del grande Arif Mardin. Pubblicato nel 1971, John Prine è un disco fantastico, un cinque stelle per intenderci, un lavoro che ha al suo interno talmente tanti classici da sembrare quasi un greatest hits: Illegal Smile, Sam Stone, Hello In There, Paradise (tra le più belle canzoni di sempre), Donald & Lydia, Far From Me, Angel From Montgomery e Spanish Pipedream…il tutto suonato con alcuni tra i migliori musicisti di Memphis (dove è stato inciso l’album), tra cui gente abituata a suonare con Elvis come Reggie Young, Bobby Emmons e Gene Chrisman.

L’album non ha un gran successo di vendita, e per il suo seguito John sceglie di rendere ancora più scarno il suono eliminando anche la batteria in una sorta di ritorno alle origini del folk e bluegrass: il risultato è Diamond In The Rough, disco tanto splendido quanto poco commerciale (ed infatti sarà un altro fallimento nelle charts), che contiene perle come Souvenirs, The Late John Garfield Blues, The Great Compromise ed Everybody e musicisti come Steve Goodman e David Bromberg.

Per Sweet Revenge (1973) John si trasferisce a Nashville continuando però a collaborare con Mardin e con un gruppo più nutrito di musicisti che dona al disco un suono più elettrico. Lo stesso Prine comincia ad essere più a suo agio a capo di una band, e ci regala altre grandi canzoni come la title track, Grandpa Was A Carpenter, la toccante Christmas In Prison, Mexican Home e la divertentissima Dear Abby (registrata dal vivo, col pubblico coricato per terra dal ridere). Per Common Sense del 1975 John si fa produrre da Steve Cropper, il quale dà al disco un suono più rock, grazie anche alla sua chitarra ed al basso del compagno negli Mg’s Donald “Duck” Dunn (mentre alle voci troviamo Jackson Browne, Bonnie Raitt e Glenn Frey), e l’album ottiene un moderato successo nonostante la promozione quasi inesistente da parte della Atlantic, arrivando fino alla 66a posizione. Il disco è ancora oggi uno dei miei preferiti di Prine, grazie ad un suono compatto ed a canzoni solide nonostante non ci siano veri e propri classici.

Qualche titolo: la title track, la già citata Come Back To Us Barbara Lewis Hare Krishna Beauregard, Saddle In The Rain, He Was In Heaven Before He Died ed una cover in puro stile rock’n’roll di You Never Can Tell di Chuck Berry. Stufo della poca considerazione da parte della Atlantic Prine firma un contratto di tre album con la Asylum, il primo dei quali Bruised Orange (1978) è prodotto dall’amico Steve Goodman e vede il nostro registrare per la prima volta a Chicago dopo un tentativo andato malissimo a Nashville con Cowboy Jack Clement (pare che i due avessero inciso un intero album ma che il risultato finale fosse stato giudicato insoddisfacente da entrambi). Bruised Orange è molto buono, con brani deliziosi come Fish And Whistle, If You Don’t Want My Love (scritta da John insieme a Phil Spector), Sabu Visits The Twin Cities Alone e That’s The Way The World Goes ‘Round.

Pink Cadillac del 1979 è un altro valido lavoro, registrato a Memphis negli Studios di proprietà del leggendario Sam Phillips, il quale produce due brani di questo disco tornando alla consolle dopo anni di inattività. Il disco è solido e piacevole, ma su dieci brani presenta ben quattro cover, rivelando che per la prima volta John è un po’ a corto di materiale. Per contro, Storm Windows del 1980 è secondo me il migliore dei tre dischi targati Asylum: con la produzione del grande Barry Beckett l’album contiene un capolavoro nella ballata che lo intitola, ed altri brani degni di nota come Shop Talk, One Red Rose e Sleepy Eyed Boy. Negli anni ottanta Prine sarà meno prolifico con due soli album, ma l’evento principale è la fondazione della Oh Boy Records, etichetta personale di John che così potrà avere un maggior controllo sulla sua musica. Aimless Love (1984) è un ottimo lavoro che contiene classici come People Puttin’ People Down, la splendida Unwed Fathers e la title track, ma ancora meglio è German Afternoons del 1986, un album dal suono decisamente country e con un capolavoro assoluto come la stupenda Speed The Sound Of Loneliness, che diventerà uno dei classici del nostro, ed un bel rifacimento di Souvenirs.

Ancora cinque anni di silenzio e nel 1991 esce l’eccellente The Missing Years, uno dei lavori migliori di John (è il mio preferito dopo l’esordio), prodotto dall’Heartbreaker Howie Epstein che dona al disco un sound tra rock e radici perfetto per Prine; ma l’album contiene anche splendide canzoni come la rock ballad Picture Show (con Tom Petty alla seconda voce e nel videoclip promozionale), le countreggianti All The Best e You Got Gold, la cadenzata The Sins Of Memphisto, il trascinante rock’n’roll Take A Look At My Heart (scritta insieme a John Mellencamp e con Springsteen alle armonie vocali) e la divertente Jesus The Missing Years.

Dopo un gradevole album natalizio (A John Prine Christmas, 1994), nel 1995 John pubblica un altro lavoro prodotto da Epstein, ma Lost Dogs And Mixed Blessings seppur gradevole è un gradino inferiore a The Missing Years (ma contiene la straordinaria ballata Lake Marie, ispirata ad un fatto di cronaca nera https://www.youtube.com/watch?v=Mkz8TnVQSOQ ). Nel 1998 John subisce un intervento al collo e gola per un cancro della pelle, operazione che interesserà anche le corde vocali con il risultato che da questo momento la voce di Prine si abbasserà di almeno un paio di tonalità.

In questo periodo John smette praticamente di comporre, riempiendo il vuoto nel 1999 con un album di duetti con voci femminili composto solo di cover country (In Spite Of Ourselves, discreto ma un po’ scolastico) e nel 2000 con Souvenirs, splendido album in cui il nostro reincide alcuni dei suoi classici. Poi nel 2005 un po’ a sorpresa esce Fair & Square, altro bellissimo disco di brani originali con un suono decisamente roots, un brano da cinque stelle (Taking A Walk) ed altre 13 ottime canzoni. Nel 2007 incide un altro album a sorpresa, stavolta con il cantante bluegrass Mac Wiseman (Standard Songs For Average People), anche qui composto solo da cover country, così come nel seguito di In Spite Of Yourself , cioè For Better, Or Worse, molto meglio del predecessore ed ancora formato da duetti al femminile. In mezzo (nel 2013) John subisce un’altra operazione stavolta per un cancro ai polmoni, dalla quale si rimette brillantemente ma che lascerà scorie nel fisico già provato del nostro.

Il resto è storia recente: lo splendido ritorno The Tree Of Forgiveness di due anni or sono di cui allego recensione uscita all’epoca https://discoclub.myblog.it/2018/04/23/diamo-il-bentornato-ad-uno-degli-ultimi-grandi-cantautori-john-prine-the-tree-of-forgiveness/ , e la ripresa dei concerti in giro per l’America. Proprio la dimensione live era un’altra delle caratteristiche in cui Prine eccelleva, in quanto sul palco riusciva a dare libero spazio alla sua inimitabile ironia ma si circondava anche di musicisti provetti, rendendo i suoi concerti un’esperienza unica come testimoniano i tre live album usciti nel corso degli anni (l’acustico John Prine Live e gli elettrici Live On Tour e In Person & On Stage, ma ci sarebbe da aggiungere anche il raro September 78, pubblicato nel 2015 in edizione limitata). Anche il sottoscritto riuscì a vedere Prine & Band dal vivo, a Gallarate negli anni novanta, e fu un’esperienza alla quale ripenso ancora oggi con immenso piacere

Vorrei infine ricordare Prine con una canzone dal titolo purtroppo profetico, che chiudeva l’ultimo The Tree Of Forgiveness diventando quindi il suo testamento musicale, e nella quale il nostro affronta il tema della morte con la consueta inimitabile vena ironica.

Riposa in pace John: ora potrai finalmente cantare Jesus The Missing Years al diretto interessato.

Marco Verdi

hal willner

P.S: Vorrei ricordare brevemente anche la figura di Hal Willner, famoso produttore americano anch’egli scomparso ieri sempre a causa del coronavirus (ma a soli 64 anni), che aveva legato il suo nome a musicisti del calibro di Lou Reed, Marianne Faithfull (anche lei infettata dal virus), Bill Frisell, Gavin Friday e Lucinda Williams. Grande conoscitore di ogni tipo di musica e grandissimo appassionato di jazz, rock e musica classica, Willner era un produttore decisamente colto e preparato, ideatore di una lunga serie di progetti di nicchia ma di grande fascino ed interesse, tra cui anche collaborazioni a colonne sonore ed album “spoken word”.

Negli anni si era specializzato negli album-tributo, avendo realizzato lavori di grande prestigio come Amarcord Nino Rota, che vedeva musicisti di estrazione jazz (ma c’era anche Debbie Harry) reintepretare le musiche scritte dall’autore del titolo per i film di Fellini, ben due omaggi a Kurt Weill (Lost In The Stars e September Songs, entrambi anche con musicisti rock come Sting, Lou Reed e Nick Cave), gli splendidi Stay Awake (dedicato alle canzoni dei film di Walt Disney, con Sun Ra, Ringo Starr, Tom Waits e Michael Stipe) e Weird Nightmare (un omaggio al grande jazzista Charles Mingus, con Keith Richards, Elvis Costello, Leonard Cohen e Bill Frisell), senza dimenticare i due volumi di Rogue’s Gallery dedicati alle canzoni dei pirati, uno più bello dell’altro.

Non posso che associarmi a quanto detto, purtroppo non sarà più questo mondo.

Bruno Conti

Sarebbe Possibile Riprendere In Mano Le Classifiche Del 2019? Chadwick Stokes & The Pintos

chadwick stokes & the pintos

Chadwick Stokes & The Pintos – Chadwick Stokes & The Pintos – Ruff Shod/Thirty Tigers CD

Chad Stokes Urmston, meglio conosciuto come Chadwick Stokes, dalle nostre parti non è molto famoso ma negli Stati Uniti è una piccola celebrità, specie nell’area di Boston della quale è originario. Musicista iperattivo, è titolare di una discografia molto corposa nonostante sia ancora relativamente giovane (è del 1976) tra album, singoli, live ed EP, sia come solista che a capo di ben due gruppi, gli State Radio e i Dispatch. Ma Chadwick è, come dicono in America, “larger than life”, dato che a fianco della carriera musicale ha affiancato una vera e propria attività umanitaria che lo vede impegnato in vari settori; il nostro non si limita però a sparare qualche slogan e a sfilare alle manifestazioni a supporto di questa o quella causa come diversi suoi colleghi (anche illustri), ma ha investito in prima persona tempo e denaro costituendo ben due società non profit: la Elias Fund, che si occupa di fornire sviluppo ed istruzione ai bambini dello Zimbabwe (paese nel quale Chad ha anche vissuto per un anno), e la Calling All Crows, che cerca di aiutare le donne disoccupate di tutto il mondo a trovare lavoro.

Un personaggio tutto d’un pezzo, che gira il mondo ed è occupato in mille progetti diversi ma trova anche il tempo di curare la sua proposta musicale, anzi Chad è uno che vive per la musica, ma non ha atteggiamenti da star e preferisce vivere a contatto con la gente normale: poi però scopriamo che forse non è neppure così sconosciuto, dato che qualche anno fa è riuscito a fare ben tre sold-out consecutivi al Madison Square Garden. Ovviamente anche i testi delle sue canzoni sono profondamente impegnati, mentre dal lato musicale Chad ha assorbito tutte le influenze che ha incontrato nel suo girovagare: di base folk, la sua musica ha infatti diversi elementi che vanno dal country al rock, dai ritmi tribali africani al punk, passando anche per reggae e hip-hop, il tutto con una notevole sensibilità pop per le melodie. Tutto questo melting pot sonoro è riscontrabile nel suo nuovo lavoro Chadwick Stokes & The Pintos (dove i Pintos sono il fratello Willy Urmston al banjo, Jon Reilly alla batteria e Tommy Ng al basso), un disco che già al primo ascolto mi ha letteralmente fulminato per la sua bellezza, i suoi suoni gioiosi e colorati e le sue melodie perfette ed immediatamente fruibili. Non sto esagerando: Chadwick in questo disco dimostra di essere, oltre ad un uomo davanti al quale bisogna solo togliersi il cappello, anche un musicista coi controfiocchi, e del quale a questo punto penso occorra recuperare anche qualche lavoro degli anni passati.

Undici canzoni una più bella dell’altra che iniziano con Joan Of Arc (Cohen non c’entra), un brano stimolante e solare, una sorta di folk-pop diretto e dal refrain decisamente orecchiabile: poche note e ne sono già catturato (ed alla fine vorrei rimetterlo da capo). Un banjo strimpellato con vivacità introduce Chaska, altro pezzo contraddistinto da un gusto melodico non comune e dal ritmo forsennato, tra western e country-punk: irresistibile, a dir poco. Blanket On The Moon è una squisita ballata che fonde vari stili ma in cui prevale uno spiccato sapore pop di stampo beatlesiano, ancora (ma non è più una sorpresa) con la melodia in primo piano, Hit The Bell With Your Elbow è un midtempo dalla bella introduzione per chitarra elettrica ed uno sviluppo fluido, di nuovo contraddistinta da un refrain splendido con tracce di Tom Petty https://www.youtube.com/watch?v=KrfghpXv-lk , mentre Love And War è una semplice ma toccante folk song per voce, chitarra e coro.

La saltellante Lost And Found riporta allegria e vivacità nel disco (una sorta di fusione tra i Lumineers e gli Of Monsters And Men, ma in meglio), What’s It Going To Take è puro reggae, un genere che non mi fa impazzire ma il gusto melodico di Chadwick fa la differenza, brano che si contrappone al folk elettrificato e moderno di Let Me Down Easy, un brano che mi ricorda il primissimo Todd Snider. La lenta ed intensa Sand From San Francisco, altro pezzo senza sbavature (ed ancora con un ritornello corale da applausi) precede le conclusive Mooshiquoinox e Second Favorite Living Drummer, rispettivamente una breve folk tune acustica alla Simon & Garfunkel ed una rock song scorrevole e forse un po’ ruffiana nel refrain ma sempre decisamente piacevole. Dirò una banalità, ma se al mondo ci fossero più persone come Chadwick Stokes il mondo stesso sarebbe un posto migliore. E non solo musicalmente.

Marco Verdi

Garantisce Un Certo John Prine! Kelsey Waldon – White Noise/White Lines

kelsey waldon white noise white lines

Kelsey Waldon – White Noise/White Lines – Oh Boy/Thirty Tigers CD

Quando la gavetta porta risultati: Kelsey Waldon è una musicista del Kentucky che ha esordito discograficamente nel 2010, ma per anni i suoi album sono stati distribuiti da lei stessa ed oggi sono pertanto introvabili, con l’eccezione del suo penultimo lavoro I’ve Got A Way del 2016 (ma anch’esso al momento è irreperibile, almeno a prezzi accessibili). La fortuna di Kelsey è girata allorquando è stata notata dal grande John Prine, che ne è rimasto talmente impressionato da volerla come opening act per i suoi concerti e, soprattutto, le ha fatto firmare il primo contratto stipulato dalla sua casa discografica, la Oh Boy Records, negli ultimi quindici anni. White Noise/White Lines è quindi il risultato di questa collaborazione, ed è un buon dischetto di country music d’autore, suonato con perizia da un manipolo di strumentisti poco conosciuti (il più noto è il chitarrista e produttore del disco Dan Knodler, già nel recente passato con Rodney Crowell) e cantato dalla Waldon con una bella voce squillante e leggermente nasale, perfetta per la sua musica.

Non c’è Prine nel CD, ma non serve, in quanto Kelsey è assolutamente in grado di camminare con le sue gambe, e le canzoni che ha scritto per questo album (tutte sue tranne una) lo dimostrano: musica country diretta e piacevole ma non solo, in quanto qua e là troviamo anche robuste tracce di folk e rock, con le chitarre elettriche che spesso e volentieri assumono il ruolo di protagoniste al pari di violini e steel, e la titolare del lavoro che riesce ad essere intimista in alcuni momenti  e vigorosa in altri, con uguale credibilità. L’energica Anyhow apre l’album in maniera grintosa, un country-rock spedito ed elettrico che è un tripudio di chitarre e steel, oltre ad avere un motivo decisamente immediato. Nella title track Kelsey sembra invece una versione femminile di Tom Petty: il brano è rock, ma il mood è attendista e suadente e la Waldon si destreggia molto bene tra chitarre che arrivano da più parti ed un drumming non pressante ma continuo.

Kentucky, 1988 è una ballata tersa e distesa, cantata e suonata in maniera rilassata ma senza perdere di vista il gusto per la melodia diretta e piacevole, Lived And Let Go è un delicato intermezzo dal sapore folk e dalla strumentazione essenziale (voce e chitarra), mentre Black Patch, che unisce con disinvoltura violino e chitarra elettrica, è una vibrante country song alla maniera degli Outlaw degli anni settanta, ed infatti il paragone che ho in mente è con Jessi Colter che un “fuorilegge” lo aveva anche sposato. Un breve assolo di banjo introduce la limpida Run Away, un brano lento e country al 100%, ma sempre con chitarre e steel a dettare il motivo di base; Sunday’s Children ha un inizio quasi funky, ma nel prosieguo assume tonalità sudiste, con il ritmo sempre cadenzato da un basso molto pronunciato, un pezzo che non ti aspetti e che precede la bella Very Old Barton, che invece sembra in tutto e per tutto un classico valzerone texano. Chiusura con una languida versione di My Epitaph, brano della leggendaria folksinger Ola Belle Reed, un finale suggestivo con la voce in primo piano, la steel sullo sfondo ed il minimo indispensabile di strumenti aggiunti.

Al sesto album forse è venuto il momento che qualcuno si accorga di Kelsey Waldon, considerando anche che i margini di miglioramento sono ancora enormi: d’altronde se si è mosso uno come John Prine qualcosa vorrà pur dire.

Marco Verdi

Anche Quest’Anno Ci Siamo: Il Meglio Del 2019 Secondo Disco Club, Parte III

Proseguiamo con la pubblicazione delle liste del meglio del 2019 dei collaboratori del Blog, questa volta tocca a Tino Montanari. Come vedete sono molto creative e diverse tra loro, ognuno le imposta in modo differente, anche con categorie di fantasia, comunque visto che vogliono essere anche dei suggerimenti, delle segnalazioni delle cose più interessanti e sfiziose uscite nel corso dell’anno (nonché pure per il piacere e il divertimento di chi le scrive), qui e là vengono arricchite da video, link a post del Blog e qualche commento inserito dal sottoscritto.

Bruno Conti

P:S Visto che il Post è un po’ lungo e carico di materiale potrebbe caricarsi con lentezza.

POLL 2019

 leonard cohen thanks for the dance

 Disco Dell’Anno

Leonard Cohen – Thanks For The Dance

Canzone Dell’Anno

Leonard Cohen – The Hills

https://discoclub.myblog.it/2019/11/24/il-testamento-postumo-di-leonard-thanks-for-the-dance-leonard-cohen/

Concerto Dell’Anno

Eric Andersen Trio (Featuring Scarlet Rivera) – Spazio Musica Pavia

https://discoclub.myblog.it/2019/11/15/in-attesa-di-futuri-sviluppi-concerto-evento-a-spazio-musica-di-pavia-eric-andersen-scarlet-rivera-eric-andersen-trio-09112019-dal-nostro-inviato/

tom petty the best of everything

Cofanetto Dell’Anno

Tom Petty And The Heartbreakers – The Best Of Everything 1976-2016

*NDB Non è proprio un cofanetto, visto che si tratta di un doppio CD, ma è comunque un modo per tenere vivo il ricordo del biondo rock che ci manca sempre più.

the band the band 2 CD

Ristampa Dell’Anno

The Band . The Band 50th Anniversary

joni mitchell 75 movie

Tributo Dell’Anno

Various Artists Joni 75: A Birthday Celebration 

joe bonamassa live at sydney opera house

Disco Rock

Joe Bonamassa – Live At The Sydney Opera House

https://discoclub.myblog.it/2019/10/23/sia-pure-in-ritardo-ma-non-poteva-mancare-un-suo-nuovo-album-nel-2019-joe-bonamassa-live-at-the-sydney-opera-house/

robert randolph brighter days

Disco Rock-Blues

Robert Randolph & The Family Band – Brighter Days

Proprio in questi giorni è entrato nella cinquina delle nominations ai Grammy come Best Contemporary Blues Album

https://discoclub.myblog.it/2019/08/19/tra-blues-gospel-e-rock-un-chitarrista-eccezionale-con-la-produzione-di-dave-cobb-robert-randolph-family-band-brighter-days/

Disco Folk

Dervish – The Great Irish Songbook

Disco Roots

Tom Russell – October In The Railroad Earth

old crow medicine show live at the ryman

Disco Country

Old Crow Medicine Show – Live At The Ryman

mavis staples we get by

Disco Rhythm & Blues

Mavis Staples – We Get By

teskey brothers run home slow

Disco Soul

Teskey Brothers – Run Home Slow

peter frampton band all blues

Disco Blues

Peter Frampton Band – All Blues

https://discoclub.myblog.it/2019/06/10/una-dichiarazione-di-intenti-sin-dal-titolo-a-sorpresa-un-eccellente-disco-peter-frampton-band-all-blues/

Disco Jazz (??) *NDB Diciamo fusion.

Spyro Gyra – Vinyl Tap

vent du nord territoires

Disco World Music

Le Vent Du Nord – Territories

Disco Gospel

Marc Cohn & Blind Boys Alabama – Work To Do

creedence live at woodstock

Disco Oldies

Creedence Clearwater Revival – Live At Woodstock

Disco Live

archie roach the concert collection

Archie Roach – The Concert Collection 2012-2018

https://discoclub.myblog.it/2019/06/22/forse-il-canto-del-cigno-di-un-grande-aborigeno-australiano-archie-roach-the-concert-collection-2012-2018/ *NDB Forse, perché prossimamente vi presenteremo sul Blog un nuovo CD di Archie Roach.

cheap wine faces cd

Disco Italiano

Cheap Wine –  Faces

the irishman soundtrack

Colonna Sonora

Various Artists – The Irishman

runrig the last dance

Dvd Musicale

Runrig – The Last Dance

Il Meglio Del Resto 

Chris Knight – Almost Daylight

jimmy barnes my criminal record

Jimmy Barnes – My Criminal Record

paul kelly live at sydney opera house

Paul Kelly Live At Sidney Opera House

Nick CaveGhosteen

Van Morrison Three Chords And The Truth

christy moore magic nights

Christy Moore – Magic Nights

*NDB Questo è bellissimo, sarà anche nella mia lista dei migliori dei migliori del 2019, recensione prossimamente sul Blog, prima la leggerete sul Buscadero (tanto è sempre mia).

Jon Brooks & The Outskirts Of Approval – Moth Nor Rust II

doug seegers a story i got to tell

Doug Seegers – A Story I Got To Tell

anderson east alive in tennessee

Anderson East – Alive In Tennessee

*NDB Facciamo un’eccezione visto che è uscito solo in vinile, ma lui è veramente bravo.

Neil Young – Colorado

mary black orchestrated

Mary Black Orchestrated

Recensione sul Blog nei prossimi giorni!

Carrie Newcomer – The Point Of Arrival

janiva magness sings john fogerty

Janiva Magness – Change In The Weather Sings John Fogerty

Mavis Staples – Live In London

beth hart war in my mind deluxe

Beth Hart – War In My Mind

Rickie Lee Jones – Kicks

Lisa Hannigan & Stargaze – Live In Dublin

Loreena McKennitt – Live At The Royal Albert Hall

jude johnstone living room

Jude Johnstone – Living Room

https://discoclub.myblog.it/2019/11/09/canzoni-dal-salotto-di-casa-jude-johnstone-living-room/

allison moorer blood

Allison Moorer – Blood

 

The Delines – The Imperial

black sorrows live at the palms

Black Sorrows Live At The Palms

https://discoclub.myblog.it/2019/05/22/un-altro-disco-che-quasi-non-ce-un-mitico-locale-australiano-per-una-grande-band-black-sorrows-live-at-the-palms/

goats don't shave out the libe

Goats Don’t Shave – Out The Line

subdudes lickskillet

Subdudes – Lickskillet

The Steel Woods – Old News

Purple Mountains – Purple Mountains

doobie brothers live from the beacon theatre

Doobie Brothers – Live From The Beacon Theatre

over the rhine love and revelation

Over The Rhine – Love & Revelation

whiskey myers whiskey myers

Whiskey Myers – Whiskey Myers

session americana north east

Session Americana – North East

Tino Montanari

Puro Rock Chitarristico Californiano, Da Parte Di Uno Di Quelli Che Lo Hanno Inventato! Roger McGuinn’s Thunderbyrd – Live At Rockpalast 1977

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Roger McGuinn’s Thunderbyrd – Live At Rockpalast 1977 – MIG/WDR CD/DVD

Nuova pubblicazione discografica a cura della benemerita serie Rockpalast, che dal 1974 si occupa di trasmettere sulla TV tedesca concerti tenutisi in terra teutonica da alcuni dei più importanti musicisti internazionali. Per la verità lo show di cui vado ad occuparmi oggi era già uscito nel 2010 solo in formato video, ma era da tempo fuori catalogo e poi questa nuova ristampa aggiunge opportunamente anche il CD. Sto parlando di Roger McGuinn, iconico musicista “californiano” (in effetti è nato a Chicago) fondatore ed ex leader dei Byrds, che negli anni settanta aveva avviato una carriera solista fatta di album di ottima qualità: nel 1977 Roger aveva pubblicato l’eccellente Thunderbyrd (nome nato dalla fusione della Rolling Thunder Revue di Bob Dylan, della cui prima versione il nostro aveva fatto parte, e del suo ex gruppo storico), il suo miglior disco della decade insieme a Roger McGuinn & Band, un album che sembrava consolidare il nome di McGuinn tra i maggiori acts americani ma che si rivelò essere il suo ultimo lavoro solista fino a Back From Rio del 1991, anche se in mezzo ci fu la poco fortunata parentesi con gli ex compagni Chris Hillman e Gene Clark, più due altri dischi oggi dimenticati con lo stesso Hillman.

Live At Rockpalast 1977 prende il meglio da due serate del mese di Luglio dell’anno in questione, registrate alla Grughalle di Essen durante appunto il tour promozionale di Thunderbyrd a nome di Roger McGuinn’s Thunderbyrd, un vero e proprio gruppo di quattro elementi che poi è lo stesso che suonava nell’album di studio: oltre a Roger, abbiamo l’eccellente Rick Vito (già nella band di John Mayall e futuro membro dei Fleetwood Mac) alla chitarra, Charlie Harrison al basso e Greg Thomas alla batteria. Una formazione essenziale, che garantisce un alto livello di rock’n’roll per tutta la durata dello show, con le due chitarre sempre in tiro ed una serie di canzoni coinvolgenti ed eseguite benissimo grazie anche all’ottimo stato di forma di McGuinn che non risparmia consistenti quantità di “jingle-jangle sound”. L’unico album solista di Roger presente nella setlist di quindici pezzi è proprio Thunderbird, rappresentato da cinque brani, due originali più tre cover: Dixie Highway è un coinvolgente e pimpante boogie che vede ospite alle percussioni Sam Clayton dei Little Feat (che avevano aperto la serata), seguito dalla fluida We Can Do It All Over Again, un rockin’ country elettrico dal motivo diretto e decisamente orecchiabile. Poi abbiamo la classica hit di George Jones Why Baby Why (attribuita sulla confezione a McGuinn, ma le note sono piene di errori, tra nomi sbagliati e canzoni famosissime che alla voce autore recano la scritta “unknown”), arrangiata in puro stile rock’n’roll e fusa in medley con la byrdsiana Tiffany Queen, un mix irresistibile e travolgente.I brani di Thunderbyrd si esauriscono con una cover della leggendaria American Girl di Tom Petty che già in origine era un tributo ai Byrds (e con questa bella rilettura leggermente rallentata nel ritmo Roger mostra di aver apprezzato l’omaggio) e con Golden Loom di Bob Dylan, un country-rock cadenzato e godibile che all’epoca era un inedito delle sessions di Desire.

Ci sono anche tre rarità, due delle quali affidate alla voce di Vito: una solida rilettura rock-blues del traditional Juice Head ed un delizioso pezzo in puro stile Doobie Brothers intitolato Midnight Dew; a completare il trittico di pezzi poco noti la roccata Shoot Him di McGuinn, introdotta dal suo autore come Victor’s Song. Dulcis in fundo, il pezzo forte del concerto sono naturalmente i brani dei Byrds, a partire dalla splendida Lover Of The Bayou, che apre lo show in maniera potente con Roger e Rick che fanno vedere subito di essere in palla grazie ad una prestazione chitarristica strepitosa che dilata la canzone fino a sette minuti. Mr. Spaceman è puro e trascinante country-rock in un tripudio di suono jingle-jangle, mentre Chestnut Mare è una delle ballate più intense mai scritte da McGuinn. Gran finale con quattro classici uno di fila all’altro: l’omaggio all’ex compagno Gene Clark con una scintillante Feel A Whole Lot Better, le immancabili Turn!Turn!Turn! e Mr. Tambourine Man, sempre una goduria, e conclusione con una roboante versione di Eight Miles High, tra rock e psichedelia con i due chitarristi che fanno a gara di bravura, finendo in parità ma non facendo prigionieri tra il pubblico. Un live che ogni appassionato non dovrebbe farsi sfuggire, soprattutto considerando il fatto che Roger McGuinn è attualmente una sorta di pensionato di lusso.

Marco Verdi

Il Solito Disco Molto Piacevole (Anche Più degli Altri), Ma Date Una Band A Quest’Uomo! Jeff Lynne’s ELO – From Out Of Nowhere

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Jeff Lynne’s ELO – From Out Of Nowhere – Columbia/Sony CD

La Electric Light Orchestra non è più una vera band dal 1986, anno in cui diede alle stampe il peraltro non eccelso Balance Of Power prima di sciogliersi definitivamente: da allora tutto ciò di nuovo che è uscito a nome del gruppo (in realtà dal 2001 in poi) ha visto l’ex leader Jeff Lynne come unico musicista presente, sia che abbia usato l’antico moniker (Zoom e Mr. Blue Sky, che era un’antologia di vecchi successi incisi ex novo) che, dal 2015, quello di Jeff Lynne’s ELO (Alone In The Universe). Questo è sempre stato il pregio ma anche il limite del barbuto artista britannico, geniale architetto pop con un gusto non comune per le melodie orecchiabili ed immediate (chi segue il blog da tempo saprà della mia passione “proibita” per il musicista di Birmingham https://discoclub.myblog.it/2017/11/22/lastronave-e-tornata-ai-fasti-di-un-tempo-jeff-lynnes-elo-wembley-or-bust-e-un-breve-saluto-a-malcolm-young/ ), ma anche maniaco del controllo con la fissazione di voler fare tutto da solo, mentre spesso le sue canzoni, se non proprio di qualcuno che si occupi di chitarre e tastiere (due ambiti in cui il nostro se la cava egregiamente), beneficerebbero almeno di una buona sezione ritmica.

Anche in questo From Out Of Nowhere, nuovissimo lavoro a nome ELO (in un certo senso), Jeff finisce per scrivere, cantare, suonare e produrre tutto da solo, con l’eccezione dell’ingegnere del suono Steve Jay al quale lascia “l’onore” di suonare tamburello e shaker, e dell’ex compagno di Astronave Richard Tandy al pianoforte in un brano. Comunque From Out Of Nowhere è il solito bel dischetto formato da canzoni di piacevole ascolto e ricche delle classiche soluzioni sonore tipiche del nostro e perfette armonie vocali influenzate da Beatles e Beach Boys, un album citazionista fin dalla copertina e dal titolo (che richiamano rispettivamente A New World Record ed Out Of The Blue, forse i due lavori “classici” migliori della band): il risultato finale è superiore a quello di Alone In The Universe, in quanto qui i brani sono decisamente più convincenti nonostante i dubbi che ho espresso prima circa l’assenza di musicisti più “specializzati”, anche se avrei gradito un minutaggio maggiore dei 33 minuti scarsi totali. Si inizia con la title track, una limpida ballata pop-rock dal tempo mosso e con una melodia contagiosa tipica di Lynne, con tutto ciò che uno si aspetta di trovare in una canzone targata ELO (tranne violini e violoncelli, che in questa versione “moderna” del gruppo sono praticamente spariti), con Jeff che mostra di avere sempre una gran bella voce: da sola questa canzone è già meglio di metà del materiale di Alone In The Universe.

Deliziosa Help Yourself, che è un misto tra anni sessanta e Traveling Wilburys, con i tipici riverberi del nostro, il solito motivo ruffiano ed un assolo chitarristico alla George Harrison; All My Love è contraddistinta da un basso pulsante e da un ritmo spezzettato, con Jeff che tenta di diversificare leggermente il suono, canzone discreta ma nulla più, a differenza di Down Came The Rain che è una rock song chitarristica dallo spiccato gusto sixties, che rimanda al Tom Petty più pop (che infatti era prodotto proprio da Jeff). Losing You è una ballata lenta ed ariosa in uno stile tra il malinconico ed il nostalgico che è uno dei vari marchi di fabbrica di Lynne, One More Time è uno scatenato e coinvolgente rock’n’roll con il già citato ottimo intervento di Tandy al piano (e qui si sente in misura maggiore l’assenza di un bassista ed un batterista “veri”), mentre Sci-Fi Woman è un altro pezzo giusto a metà tra pop e rock, ritmo cadenzato e consueto refrain immediato e gradevole. La tersa Goin’ Out On Me è uno slow ancora immerso in un’atmosfera anni sessanta, poco ELO e molto Lynne (la differenza è sottile ma c’è), e precede Time Of Our Life (dedicata alla memorabile serata a Wembley che ha originato il live Wembley Or Bust), una delle più orecchiabili del CD ed ancora molto Wilbury-sounding, e la conclusiva Songbird, altro lento dal sapore d’altri tempi che vede il ritorno del violoncello all’interno della strumentazione.

Pur con tutti i dubbi sul fatto di voler fare sempre tutto da solo, From Out Of Nowhere è il miglior lavoro di Jeff Lynne da quando è tornato a produrre musica per conto proprio.

Marco Verdi

La Punta Di “Diamantini” Del Rock Italiano! Cheap Wine – Faces

cheap wine faces cd

Cheap Wine – Faces – Cheap Wine Records/IRD CD

A due anni di distanza da Dreams https://discoclub.myblog.it/2017/09/26/anteprima-nuovo-album-grande-rock-made-in-italy-si-puo-fare-cheap-wine-dreams/ , che concludeva una ideale trilogia iniziata con Based On Lies e proseguita con Beggar Town, tornano i Cheap Wine, rock band pesarese guidata dai fratelli Diamantini (Marco alla voce e Michele alle chitarre, come sempre con la sezione ritmica di Andrea Giaro, basso, e Alan Giannini, batteria, e con le tastiere di Alessio Raffaelli) con Faces, decimo full-length di studio del quintetto e realizzato ancora grazie al crowdfunding. Faces è un album che, seppur “sganciato” dai tre precedenti, in un certo senso ne porta avanti le tematiche: i personaggi del disco sono infatti persone comuni, gente spaesata che mal si adatta alla realtà odierna, fatta di relazioni finte, di rapporti fittizi. Un mondo in cui tutti in un certo senso indossano una maschera e fanno finta di essere ciò che non sono, e coloro che cercano di distinguersi dalla massa vengono guardati come dei reietti, anche se ogni tanto qualcuno rischia la fuga da questa situazione opprimente.

*NDB Non essendoci ancora video pronti del nuovo album vi segnalo le date del tour di presentazione di Faces, a ritroso quelle ancora da effettuare.

23 novembre 2019
CANTU’ (CO) – All’1,35 Circa
22 novembre 2019
GATTORNA (GE) – Alzati Lazzaro
9 novembre 2019
LUGAGNANO DI SONA (VR) – Club Il Giardino
8 novembre 2019
CONCORDIA SAGITTARIA (VE) – Sacco & Vanzetti
2 novembre 2019
CHIARI (BS) – Salone Marchetti
1 novembre 2019
GENOVA – Ostaia Da-U Neo
31 ottobre 2019
FIRENZE – Teatro del Sale
4 settembre 2019
PESARO – Dalla Cira
16 marzo 2019
CANTU’ (CO) – All’1,35 Circa
15 marzo 2019
VIGNOLA (MO) – Stones Cafè
14 marzo 2019
FIRENZE – Teatro del Sale
7 febbraio 2019
PESARO – Prima Hangar
16 gennaio 2019
MILANO – Nidaba Theatre
15 gennaio 2019
MILANO – GhePensi M.I.
10 novembre 2018
LUGAGNANO DI SONA (VR) – Club Il Giardino
9 novembre 2018

L’unico modo di capire lo stato d’animo di queste persone è guardandole in faccia, perché le facce (da qui il titolo del CD) non tradiscono mai e raccontano anche senza parlare, basta saper leggere negli occhi altrui. I testi sono di conseguenza cupi, pessimistici, è difficile che filtri anche un piccolo raggio di sole, ed anche le musiche sono tese, dure, nonostante i nostri non tradiscano lo spirito rock’n’roll che li ha accompagnati durante tutta la carriera: Faces è quindi l’ennesimo album di puro rock da parte del quintetto, che canta in inglese non per snobismo ma perché l’inglese è appunto la lingua del rock. Le nove canzoni presenti in questo CD sono come sempre basate sul suono ruspante della chitarra di Michele, anche se ho l’impressione che stavolta le tastiere abbiano uno spazio maggiore rispetto a prima, pur non risultando affatto invadenti: un suono rock moderno, figlio dei nostri giorni, che in alcuni momenti mi ricorda non poco quello dell’ultimo album dei Dream Syndicate. Il CD si apre in maniera decisamente vigorosa con Made To Fly, una rock song affilata come una lama, che inizia con la chitarra elettrica a macinare riff, poi entra forte e chiara la voce di Marco e la sezione ritmica fa il suo dovere: un avvio potente, con Michele che chiude il brano con un lungo assolo purtroppo sfumato.

cheap wine foto

Head In The Clouds inizia con effetti sonori un po’ stranianti, poi entra la chitarra acustica ed il brano si apre a poco a poco fino all’ingresso dell’elettrica dopo la prima strofa, con la canzone che si trasforma in una rock ballad ancora molto tirata, con solito assolo torcibudella: dal vivo prevedo che farà faville. The Swan And The Crow è più distesa ma si avverte lo stesso una certa tensione, sembra quasi una ballatona urbana alla Iggy Pop; The Great Puppet Show è ancora rock’n’roll, caratterizzato dal suono potente della chitarra, ritmo sostenuto e feeling a mille: nessuno in Italia fa musica rock a questo livello, elettrica e coinvolgente. La title track, cupa, nervosa e dal suono moderno, fa veramente venire in mente il Sindacato del Sogno (e la voce non è distante da quella di Steve Wynn), mentre Misfit è una splendida rock ballad, tosta, diretta e dotata di un motivo di sicura presa: tra le più riuscite dell’intero lavoro. Molto bella anche Princess, uno slow d’atmosfera guidato dalla slide, un pezzo che non rinuncia comunque agli elementi rock e ricorda certe cose di Tom Petty. Finale con la trascinante Disguise, puro rock’n’roll dal ritornello vincente (altro pezzo che vorrei sentire live), e con New Ground, che nonostante mantenga un suono decisamente elettrico è più distesa e fluida.

Altro ottimo disco quindi per i Diamantini Brothers: i Cheap Wine sono da tempo una delle più belle realtà musicali del nostro paese, ed è una vergogna che dopo oltre vent’anni siano ancora “solo” una band di culto.

Marco Verdi

Una Bellissima Sorpresa Direttamente Dal Midwest. Frankie Lee – Stillwater

frankie lee stillwater

Frankie Lee – Stillwater – Loose/River Valley CD

Frankie Lee (da non confondersi con l’omonimo blues & soul singer scomparso nel 2015) è un giovane cantautore proveniente dal Minnesota che ha esordito nel 2013 con l’EP Middle West, al quale nel 2016 ha fatto seguire il suo primo album, American Dreamer, che ha ricevuto critiche positive un po’ ovunque. Lee (il cui cognome è Peterson) è un songwriter di stampo classico che si ispira alla musica degli anni settanta, californiana e non solo, e sa costruire melodie all’apparenza semplici ma di grande impatto. Stillwater (dal nome della sua città natale, omonima di quella più famosa in Oklahoma) è il titolo del suo secondo lavoro, un disco che già dal primo ascolto mi ha letteralmente fulminato. Non conosco American Dreamer, ma quello che so è che Stillwater è un lavoro davvero splendido, un album pieno di canzoni una più bella dell’altra, suonate e cantate con un feeling da pelle d’oca (sono in possesso di una copia promozionale ma ecco i nomi dei musicisti: Jacob Hanson, chitarra e basso, nonché produttore, Jeremy Hanson, batteria, Nelson Deveraux, flauto e sax, Charlie Smith, piano e synth, Brent Sigmeth, steel guitar, più lo stesso Lee a chitarre, piano, tastiere, batteria, basso, armonica).

Frankie ha una voce molto particolare, limpida e melodiosa, e si fa accompagnare da una strumentazione molto classica dove si evidenziano pianoforte, chitarre acustiche e spesso anche una steel, mentre le chitarre elettriche non si prendono quasi mai il centro della scena ma si limitano a cucire fra loro i vari momenti strumentali. E, dulcis in fundo, Lee è uno che sa scrivere grandi canzoni, una dote che non è esattamente da tutti: Stillwater è quindi un album di livello notevole, intenso, creativo ma nello stesso tempo diretto e godibile, e nel corso delle sue nove canzoni non c’è un solo momento di stanca. Prodotto dallo stesso Lee con Jacob Hanson, il CD inizia con Speakeasy, una splendida ballata dalla struttura classica: introduzione per chitarra arpeggiata, piano e steel sullo sfondo, sezione ritmica discreta ma ben presente ed un’atmosfera sognante e crepuscolare tipica di certe ballate californiane dei seventies (bello anche l’intervento di flauto nel finale). Canzone di alto livello che dimostra da subito che il nostro non scherza. Only She Knows è più elettrica, ha un bel riff iniziale ed un motivo decisamente riuscito ed orecchiabile specie nel delizioso ritornello (ed il background sonoro, basato sulle chitarre ed un bellissimo pianoforte, è perfetto); la cadenzata Downtown Lights (dedicata all’attrice Jessica Lange che da bambina visse a lungo a Stillwater) ha un approccio alla Neil Young ed è punteggiata da un chitarrone twang, oltre a possedere un gusto melodico sopraffino.

Tre canzoni, una meglio dell’altra. In The Blue è un lento pianistico di grande intensità, con una leggera orchestrazione alle spalle (creata probabilmente da un synth), un brano struggente ed assolutamente adulto nella scrittura; la tenue (I Don’t Wanna Know) John si regge su una chitarra pizzicata con delicatezza e sulla consueta voce gentile di Frankie, mentre sullo sfondo la steel riempie gli spazi, mentre Blinds è più mossa ma ancora guidata dal piano, e l’attacco strumentale ricorda molto certe ariose ballate di Bob Seger: indubbiamente tra le più belle del CD. Ancora il piano (grande protagonista del suono del disco) introduce la limpida One Wild Bird, altra ballad di ampio respiro servita da un motivo di prima scelta, intonato dal nostro con la solita finezza; l’album si chiude con Broken Arrow, ennesima canzone dal motivo squisito che avvicina Lee al Tom Petty più melodico, e con Ventura, uno slow toccante e di notevole pathos per voce, piano e niente altro. Stillwater è un disco sorprendente, a mio parere tra i più riusciti degli ultimi mesi.

Marco Verdi

Nuovo Album Per “Nostalgici” Da Parte Del Gruppo Di Billy Bob Thornton. Boxmasters – Speck

boxmasters speck

Boxmasters – Speck – Keentone/Thirty Tigers

Nel 2008 i Boxmasters esordivano addirittura con un doppio CD omonimo per la Vanguard , e lo stesso anno usciva anche un disco natalizio, allora il mercato discografico consentiva ancora queste follie. L’anno successivo un altro album per la Vanguard, poi una serie di dischi, cinque, pubblicati tra una esplosione di attività improvvisa e lunghe pause (nessun CD dal 2009 al 2015, poi 4 titoli tra 2015 e 2016 e uno nel 2018), fino ai giorni nostri in cui esce Speck, il nono della loro discografia. Non credo che il titolo faccia riferimento al famoso salume dell’Alto Adige, o forse sì, ma anche ad un granello, una pagliuzza nel mare magnum della musica, come si considera questo terzetto, nato da un’idea del premio Oscar Billy Bob Thornton, da sempre grande appassionato di rock ( e power pop, Atl-Country, Americana, rockabilly, British Invasion, voi lo pensate loro lo fanno), con alcuni album all’attivo, tra cui l’ottimo esordio del 2001 che conteneva una canzone dedicata all’allora consorte Angelina Jolie.

Insieme a Thornton, alla batteria e alla chitarra, ci sono J.D Andrew, basso, chitarre e fonico della band, nonché Teddy Andreadis, tastiere, armonica e altro, uno in pista da 40 anni circa, a lungo negli anni ’80 con Carole King: il risultato è naturalmente quanto più di “derivativo” vi possiate immaginare, a tratti delizioso nei risultati, specie in questo Speck, in cui ha collaborato con loro Geoff Emerick (scomparso lo scorso ottobre), il vecchio ingegnere del suono dei Beatles all’epoca di Revolver, Sgt Pepper, Abbey Road, White Album, che dà quell’accentuato tocco British Invasion, che fa sì che sembra di ascoltare, oltre ai Beatles, anche outtakes varie di Byrds e Big Star, oltre agli altri stili ricordati prima. Non so se sia un bene o un male, ma visto che il tutto ha comunque un forte profumo di sincerità e passione, a me il risultato non dispiace, meglio dichiarare esplicitamente le proprio influenze che camuffarle e presentarle come “nuove” e dirompenti variazioni sui temi del rock classico, come oggi fanno molti. Quindi la musica sarà anche un hobby per Billy Bob, ma visti i risultati diamogli il beneficio di inventario.

I Wanna Go Where You Go sembra un pezzo dei  primi Byrds, quelli influenzati a loro volta in pari misura da Beatles e Dylan, ed è pure bello, ma se lo faceva Tom Petty veniva giustamente osannato (e lo spessore era sicuramente un altro), Anymore è più vicina a classiche sonorità roots-rock con elementi country, la tipica chitarrona twangy con riverbero,  la brevissima acustica Shut The Devi Up, con tanto di trombone, sa di incompiuto, mentre Let The Bleeding Pray, con delicate e complesse armonie vocali, è una bella ballata con una melodia vincente. Here She Comes ha una andatura più mossa, ricorda sempre mille cose già sentite, un agglomerato di tutti i generi ricordati, ancora con retrogusti del Petty più malinconico; Day’s Gone è più dolce ed irrisolta, anche se a tratti affiora quello spirito gentile che era tipico della musica di George Harrison, con i dovuti distinguo.

Watchin’ The Radio è uno dei momenti più brillanti, il suono si ravviva, le chitarre si fanno più pressanti  e si percepisce una maggiore elettricità nell’aria https://www.youtube.com/watch?v=Ot6QtMBVOjU , con Someday che ricorda certe canzoni dolenti dei Byrds dylaniani quando la voce era quella di Gene Clark, sempre con il dovuto rispetto e solo per esplicare una impressione personale. Square torna alle influenze beatlesiane https://www.youtube.com/watch?v=3QgMMMWSCYc (anche per le” trombettine” squillanti alla Penny Lane), quelle sonorità che nei suoi primi anni ha frequentato anche, per intenderci, uno come Nick Lowe, benché nel suo caso i risultati erano ben più consistenti, qui sembra di prendere una tisana per la notte, buona e utile per la digestione, ma non memorabile. Una maggiore grinta traspare nella title track Speck, le chitarre e la batteria sono più presenti, il ritornello è accattivante, le armonie vocali al solito garbate, lasciando il commiato a Somebody To Say, che dopo una partenza attendista prende un po’ di slancio nella parte centrale. Per “nostalgici”, ma gustoso.

Bruno Conti