Un’Ottima Band Dal Nobile Lignaggio! Midnight North – Under The Lights

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Midnight North – Under The Lights – Trazmick CD

I Midnight North sono un quintetto californiano con già due album in studio ed un live all’attivo, e sono guidati da un giovane chitarrista e cantante, Grahame Lesh, che è anche figlio d’arte, e non uno qualsiasi: infatti il padre è proprio Phil Lesh, storico bassista dei Grateful Dead, una delle colonne portanti del leggendario gruppo di San Francisco sin dalla prima ora. Quindi Grahame non ha avuto un’infanzia ed un’adolescenza qualunque, ma è cresciuto respirando grande musica ogni singolo giorno, cosa che sicuramente gli è servita a formarsi un background culturale di tutto rispetto: questo è evidente ascoltando questo Under The Lights, terzo album della sua band, che è indubbiamente un signor disco. Lesh Jr. (che è coadiuvato dalla seconda voce solista di Elliott Peck, che nonostante il nome è una ragazza, dal polistrumentista Alex Jordan e dalla sezione ritmica formata da Alex Koford e Connor O’Sullivan) ha però uno stile diverso dal gruppo di suo padre, in quanto è fautore di un rock chitarristico decisamente diretto ed imparentato con il genere Americana: Graheme scrive canzoni semplici e fruibili, ma non banali, ha un senso della melodia non comune e le sue canzoni sono tutte estremamente piacevoli; l’unico punto in comune con i Dead può essere una certa tendenza alla jam nella coda strumentale di alcuni pezzi, anche perché se ci pensiamo un attimo anche il combo guidato da Jerry Garcia nei dischi in studio era spesso piuttosto diverso che durante i concerti.

Under The Lights è quindi un disco di puro rock, con qualche aggancio al country ed una brillante propensione alle melodie corali e dirette, un lavoro fresco e piacevole, che spero metta in luce questo gruppo aldilà del cognome del suo leader. Anche se poi mi viene in mente che i due più bei dischi di studio dei Dead, Workingman’s Dead ed American Beauty, erano anch’essi esempi di Americana ante litteram, e quindi in un certo senso il cerchio si è chiuso. Il CD parte col piede giusto con la bella title track, una rock song fluida e scorrevole, dall’ottimo refrain corale, un tocco country ed un uso scintillante di piano e chitarra. E Grahame è un cantante migliore di suo padre (non che ci volesse molto). Playing A Poor Hand vede la Peck alla voce solista (lei e Lesh si alterneranno per tutto il disco), per una rock ballad ariosa, cadenzata e decisamente gradevole, con un bel gusto melodico che è un po’ il fiore all’occhiello del gruppo; la gioiosa Everyday è una via di mezzo tra un errebi con tanto di fiati ed un pop-rock alla Fleetwood Mac, mentre Greene County è chiaramente una country ballad, sempre di stampo californiano, con qualcosa di Eagles e del Bob Seger più bucolico (Fire Lake).

Roamin’ ha un approccio più rock, con sonorità anni settanta ed il solito ritornello immediato, Headline From Kentucky è una ballata elettrica dal ritmo sostenuto e dal mood intrigante, con un ottimo motivo senza sbavature: tra le più belle del CD; una bella chitarra introduce la fluida Back To California, fino ad ora la più dead-iana (più nella parte strumentale che nella melodia), ed anche qui siamo di fronte ad un brano coi fiocchi, mentre la saltellante e coinvolgente One Night Stand dona al disco un altro momento di allegria e buona musica. Echoes è un rock a tutto tondo, tra le più elettriche del lavoro e con tracce di Tom Petty, con ottime parti di chitarra e solito refrain vincente, The Highway Song è vera American music, un pop-rock terso ed altamente godibile, che porta in un soffio alla conclusiva Little Black Dog, puro country elettroacustico ancora corale e gioioso, che ricorda quasi la Nitty Gritty Dirt Band dei bei tempi. Midnight North è un nome da tenere a mente, il nome di un’altra piccola grande band sotto il sole della California.

Marco Verdi

Un Esordio Fulminante: Garantisce La “Regia” Di Dwight Yoakam! King Leg – Meet King Leg

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King Leg – Meet King Leg – Sire/Warner CD

Devo essere sincero: mi sono avvicinato a questo disco solo quando ho visto che il produttore era Dwight Yoakam, cosa resa ancora più interessante dal fatto che colui che io considero il miglior countryman degli ultimi trent’anni solitamente non presta i suoi servizi su album altrui (perfino i suoi ha iniziato a produrli da poco, cioè da quando ha interrotto la sua lunga collaborazione con Pete Anderson). King Leg è una band proveniente da Los Angeles, ma può benissimo essere considerato anche il nome d’arte del suo leader Bryan Joyce, un rocker originario del Nebraska che del gruppo è cantante solista, autore dei brani e chitarrista ritmico (gli altri membri rispondono ai nomi di Stefano Capobianco – dalle chiare origini – alla chitarra solista, Kelly King alla batteria, Daniel Rhine al basso e tastiere e Dylan Durboraw al calliope, una sorta di strano organetto vintage che fa molto Tom Waits). Dopo aver mosso i primi passi a Nashville, Joyce/King Leg si è spostato a L.A., dove è stato notato dal leggendario Lenny Waronker, uno che nella sua carriera credo abbia imparato a riconoscere il talento, che lo ha voluto nei Capitol Studios ad incidere il suo debut album per la Sire, altra etichetta dal glorioso passato.

Ed il disco, Meet King Leg (uscito lo scorso Ottobre) è una piccola bomba, un concentrato davvero stimolante di rock’n’roll, pop, atmosfere vintage ed un vago approccio punk in alcuni brani: la presenza di Yoakam ha garantito il fatto di avere un suono perfetto (ed infatti è davvero scintillante), molto basato sulle chitarre, anche se lo stile di Bryan non è per niente country (tranne che in un pezzo), ma piuttosto una fusione di puro rock californiano alla Tom Petty con atmosfere alla Byrds, qualcosa dei Ramones ed un grande amore per Roy Orbison (anche dal punto di vista vocale ci sono dei riferimenti, ed anche una certa somiglianza con Morrissey, ed infatti a Nashville il nostro per un periodo ha guidato una cover band degli Smiths). Capisco che letti così questi nomi potrebbero fare anche a pugni, ma credetemi se vi dico che, come inserirete il CD nel lettore, tutto si amalgamerà subito alla perfezione: per certi versi questo disco mi fa venire in mente l’esordio degli Shelters (lì il produttore era Petty), la stessa bravura, lo stesso tipo di canzoni dirette (anche se in quel caso erano più rock), la stessa freschezza nella proposta musicale. E Dwight, che non è uno sprovveduto, ha addirittura voluto che Joyce e compagni aprissero i suoi concerti. Apre il CD Great Outdoors (che è anche il primo singolo), un brano tra rock’n’roll e power pop, con un gran ritmo, chitarre jingle-jangle ed un motivo molto diretto, condito dalla caratteristica voce tenorile di Bryan.

Cloud City è una rock ballad decisamente particolare: dopo un inizio acustico ed attendista il suono si elettrifica di brutto, con la sezione ritmica che pesta alla grande ed il nostro che gorgheggia da par suo. La deliziosa Walking Again è un honky-tonk elettrico, unico pezzo vicino al sound di Yoakam, guizzante e chitarristico, mentre Another Man è una ballata gentile e squisita, puro folk cantautorale, che ci fa capire che i nostri hanno parecchie frecce al loro arco. Your Picture è un coinvolgente pop’n’roll ancora con il suono ruspante delle chitarre ben in evidenza (ed un bellissimo ancorché breve assolo di slide), Comfy Chair è uno slow profondo, fluido e toccante, ma con la sua bella dose di rock che entra sottopelle, con una chitarrina molto anni sessanta (in pratica una grande canzone), ed è unita in medley alla tersa A Dream That Never Ends, uno splendido brano in puro stile vintage, alla Orbison, cantato molto bene e col solito bellissimo tappeto di chitarre, una delle migliori e più evocative del CD. Wanted è ritmata, limpida ed orecchiabile ancora tra The Big O e Tom Petty, con una melodia deliziosamente fruibile, Loneliness è un’ottima e solare pop song, anch’essa potenzialmente un singolo di grande presa: più va avanti e più mi sento di metterla tra le meglio riuscite. Il disco si chiude con la cristallina Seeing You Tonight, decisamente pettyiana e con il consueto splendido suono di chitarra, la strepitosa Moaning Lisa Screaming, con il suo bel chitarrone alla Duane Eddy, una rock song strumentale nella quale però Bryan si produce in suggestivi vocalizzi, e con la cover di Running Scared, proprio il classico di Orbison: materia pericolosa, ma Joyce e compagnia se la cavano alla grande, e senza fare il verso al leggendario rocker texano, senza sfigurare neppure nel famoso crescendo finale.

Ci sarà stato anche l’aiutino dalla regia (Dwight Yoakam), ma i King Leg si dimostrano un gruppo coi controfiocchi e Bryan Joyce un frontman con carattere, personalità e talento: alla faccia di chi pensa che il rock’n’roll sia morto o morente.

Marco Verdi

Da Nashville, Con Orgoglio. Jason Isbell And The 400 Unit – The Nashville Sound

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Jason Isbell And The 400 Unit – The Nashville Sound – Southeastern Records

Jason Isbell, ormai giunto al sesto album da solista dopo la positiva parentesi come chitarrista e compositore nei Drive By Truckers dal 2001 al 2007, rivendica con forza e con le armi della buona musica la sua appartenenza ad una delle città musicali per eccellenza degli U.S.A., la celeberrima Nashville, da molti considerata il simbolo della musica country da classifica, banale e stereotipata, che spesso si mescola al pop. Jason sostiene che questa sia una falsa immagine, provocata dalle scelte di importanti case discografiche che investono su artisti fasulli mandandoli ad incidere nei rinomati studi nashvilliani, ma i musicisti veri, che a Nashville ci vivono e ci lavorano, come il grande veterano John Prine o l’emergente Chris Stapleton, sono fatti di altra pasta e producono musica di assoluto valore. Diventa allora pienamente giustificato, per il nostro songwriter originario della vicina Alabama, intitolare orgogliosamente la propria ultima fatica The Nashville Sound, pubblicato a metà dello scorso giugno e già premiato da critica e pubblico come uno dei migliori dischi di Americana dell’anno appena concluso (*NDB Di cui colpevolmente non avevamo recensito, per motivi misteriosi, neppure i due dischi precedenti e quindi rimediamo, nell’ambito della serie di recuperi “importanti” di album usciti nel 2017). Squadra che vince non si cambia, e così, per confermare i brillanti esiti dei due precedenti lavori, Southeastern del 2013 e Something More Than Free del 2015, Isbell ha rivoluto con sé in cabina di regia il richiestissimo Dave Cobb, produttore che sa plasmare il suono di un album con utili suggerimenti senza mai risultare troppo invadente.

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https://www.youtube.com/watch?v=w8mMXEUFWu0

Ad affiancare il protagonista, gli ormai fedeli e collaudati componenti della sua band, i 400 Unit (nome che deriva da un reparto psichiatrico dell’ospedale di Florence, in Alabama): la moglie Amanda Shires, al violino e ai cori, già autrice di cinque pregevoli dischi da solista più uno in coppia con Rod Picott, Sadler Vaden alle chitarre, già membro dei Drivin’ N’ Cryin’, Jimbo Hart al basso, Derry DeBorja tastierista co-fondatore dei Son Volt e Chad Gamble alla batteria. Come già accadeva nei due precedenti CDs, come brano di apertura viene scelta un’intensa e malinconica folk ballad: intitolata Last Of My Kind,  prende corpo lentamente fino al pregevole finale in cui ogni musicista dà il suo efficace contributo. Il suono si fa decisamente più duro ed elettrico nella successiva Cumberland Gap, che scorre veloce su territori che rimandano al grande ispiratore Neil Young, noto a tutti per le sue memorabili invettive chitarristiche. Nell’alternanza di ritmi ed atmosfere, si torna alla struttura della ballata con Tupelo (il richiamo nel titolo alla Tupelo Honey del maestro Van The Man non è, secondo me, per nulla casuale), un vero gioiello arrangiato in modo sopraffino, con una linea melodica che conquista al primo ascolto. Altra grande canzone è la drammatica White Man’s World, il cui testo denuncia il razzismo di cui ancora purtroppo sono permeati gli States, soprattutto i vasti territori agricoli del Sud. Notevole il duetto a metà del brano tra la slide di Vaden e il violino della Shires.

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https://www.youtube.com/watch?v=JV7c8V5XLk8

La delicata e acustica If We Were Vampires dà all’album un tocco di romanticismo che non guasta, Jason la canta con tono accorato ed il cuore in mano, doppiato nel ritornello dalla tenue voce della moglie. Anxiety è il pezzo più lungo e strutturato del disco, che ricorda certi epici episodi del mai troppo compianto Tom Petty. Si apre con un aggressivo attacco di chitarre per poi rallentare durante il cantato delle strofe, mantenendo comunque una bella tensione emotiva fino alla parte conclusiva che riesplode in un bel sovrapporsi di tastiera e sei corde acustiche ed elettriche. Molotov non lascia particolarmente il segno, è associabile ad una serie di canzoni elettro-acustiche che rimandano ad un altro illustre collega di Isbell, Ryan Adams. Meglio la graziosa e beatlesiana Chaos And Clothes, chitarra e voce, con qualche piacevole ricamo in sottofondo. Con Hope The High Road torniamo a correre, grazie ad una melodia vincente condotta dalle chitarre e dal limpido hammond sullo sfondo, una splendida song che esprime voglia di vivere e quella speranza a cui fa riferimento il titolo. Conclusione in chiave country-folk con la deliziosa Something To Love, altro fulgido esempio del notevole talento compositivo del suo autore che cresce disco dopo disco, confermandosi uno dei più validi protagonisti dell’attuale scena cantautorale americana. Orgogliosamente Made in Nashville!

Marco Frosi

Un Trittico Dal Canada (In Tutti I Sensi) 2. Wailin’ Jennys – Fifteen

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Wailin’ Jennys – Fifteen – True North/Red House/Ird

Spesso non è facile trovare un buon incipit per aprire una recensione o un articolo, e altrettanto difficile a volte è inquadrare lo stile musicale in cui si muovono gli artisti, o le artiste, in questo caso, di cui si parla. Le Wailin’ Jennys non sono certo un nome di punta della discografia mondiale, ma tra gli appassionati giustamente godono di una buona reputazione, acquisita in quindici anni di carriera, da cui il nome dell’album Fifteen, attraverso cinque album, tra cui uno anche registrato dal vivo, e un paio di EP. Ovviamente parliamo di musica di nicchia, tra folk, country e bluegrass e per introdurre questo trio canadese a chi non le conosce, mi scapperebbe che potremmo dire che sono un riuscito mix tra le mai dimenticate sorelle McGarrigle, altri gruppi famigliari come le Roches e le inglesi Unthanks, un pizzico di Emmylou Harris e Dolly Parton, di cui interpretano un pezzo di ciascuna in questo album, e hanno affinità anche con un’altra band che fa delle armonie vocali il proprio vanto, come le Be Good Tanyas. Proprio le armonie vocali, da togliere il respiro per la bellezza e la profondità dell’incrociarsi delle tre voci, sono tra i punti di forza di questo Fifteen, per la prima volta nella loro carriera composto esclusivamente da cover e realizzato anche per esaudire le richieste dei loro fans che avevano chiesto spesso alle tre di cimentarsi in questa non facile arte dell’interpretazione.

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https://www.youtube.com/watch?v=ted12VQ9DRM

Ruth Moody, Nicky Mehta e Heather Masse, hanno attinto dal loro repertorio dal vivo, brani quindi che eseguono da tempo in concerto, aggiungendo alcune gemme pescate dai loro autori (e autrici) preferiti: così scorrono canzoni di Tom Petty, Paul Simon, Warren Zevon, Jane Siberry, le due citate poc’anzi e altri che vado ad illustrarvi tra un attimo. Il disco ha una strumentazione parca ma raffinata, con la Moody a banjo e chitarra, la Mehta sempre alla chitarra acustica, e Heather Masse, l’unica americana, dal Maine, impegnata “solo” come vocalist, il resto lo forniscono Richard Moody, fratello di Ruth, a viola, violino e mandolino, Adam Dobres, chitarre acustiche ed elettriche e mandolino, Adrian Dolan violino e infine Sam Howard al contrabbasso. Comunque ci sono anche un paio di brani completamente a cappella, una splendida Loves Me Like A Rock di Paul Simon, scelta dalla Moody e accompagnata solo da schiocchi di dita e battiti di piede, per ricreare uno spirito doo-wop molto aderente a quello dell’originale e altrettanto trascinante https://www.youtube.com/watch?v=ElWkcqF0VE8 , mentre Light Of A Clear Blue Morning, il brano di Dolly Parton sembra una cristallina gospel mountain song, con intrecci vocali celestiali mozzafiato https://www.youtube.com/watch?v=J-UK7iNJgNo . Ma tutto l’album ha una levità e una qualità veramente notevoli: dal tradizionale iniziale Old Churchyard, quasi “austero” nei suoi delicati interscambi e nelle armonizzazioni vocali splendide delle tre signore, passando per la cover magnifica di Wildlowers di Tom Petty, che in questa versione acustica ci fa ancor più rimpiangere la scomparsa del biondo cantautore della Florida, bastano un banjo, un mandolino e un violino, oltre a tre voci magnifiche per gustare la splendida melodia di questa canzone senza tempo.

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https://www.youtube.com/watch?v=XdgY-CQsbKU

C’è anche una bella versione di The Valley di Jane Siberry, una delle cantautrici canadesi più sottovalutate, cantata dal mezzosoprano vellutato di Nicky Mehta, forse la meno conosciuta delle tre, che rimanda immediatamente alle immense distese del Canada e nella parte dove vocalizzano sembra di ascoltare le Roches dei tempi d’oro che furono, ma anche Boulder To Birmingham, il brano di Emmylou Harris scelto da Ruth Moody, convoglia l’impatto malinconico ed emotivo di quella incantevole canzone. Notevole anche la cover di Not Alone, radiosa ballata scritta da Patty Griffin, altra primadonna del cantautorato americano, brano presente nel suo debutto del 1996 https://www.youtube.com/watch?v=cVVs4sOdOYQ  Living With Ghosts, e che qui scivola sul delicato e fine lavoro del violino mentre non possiamo dimenticare l’omaggio a Warren Zevon, presente con la struggente Keep Me In Your Heart, la supplica a non dimenticarci mai di lui, scritta poco prima della morte e la dolcezza di questa complessa versione preserva quel messaggio dolente, con le sue intricate armonie vocali che ancora una volta colpiscono con forza l’ascoltatore non distratto. A chiudere un brano scritto da Hank Williams Weary Blues From Waitin’ nuovamente cantata splendidamente  a cappella. Va bene, ho barato sono tre le canzoni senza accompagnamento strumentale, ma il disco rimane molto bello e godibile comunque.

Bruno Conti

Un “Classico” Come Tutti Gli Anni: Il Meglio Del 2017 In Musica Secondo Disco Club! Parte II

meglio del 2017

segue

Ecco la seconda parte.

BEST of 2017 secondo Marco Frosi

 tedeschi trucks band live from the fox oakland

Tedeschi Trucks Band – Live From The Fox, Oakland

rhiannon giddens freedom highway

Rhiannon Giddens – Freedom Highway

father john misty pure comedy

Father John Misty – Pure Comedy

Drew Holcomb – Souvenir

rodney crowell close ties

Rodney Crowell – Close Ties

John Mellencamp – Sad Clowns & Hillbillies

Chris Stapleton – From A Room Volume 1

jason isbell the nashville sound

Jason Isbell & 400 Unit – The Nashville Sound

Little Steven – Soulfire

Willie Nille – Positively Bob:Willie Nile Sings Bob Dylan

sonny landreth recorded live in lafayette

Sonny Landreth – Recorded Live In Lafayette

Shannon McNally – Black Irish

Gregg Allman – Southern Blood

Van Morrison – Roll With The Punches & Versatile

dream syndicate how did i find myself here

The Dream Syndicate – How Did I Find Myself Here?

Steve Winwood – Winwood Greatest Hits Live

Bruce Cockburn – Bone On Bone

chris hillman bidin' my time

Chris Hillman – Bidin’ My Time

david crosby sky trails

David Crosby – Sky Trails

Joe Henry – Thrum

james maddock insanity vs. humanity

James Maddock – Insanity Vs Humanity

zachary richard gombo

Zachary Richard – Gombo

Bob Dylan – Trouble No More:The Bootleg Series Vol.13

jackson brown the road east live in japan

Jackson Browne – The Road East Live in Japan

tajmo

Taj Mahal & Keb Mo – TajMo

Joe Bonamassa – Live At Carnegie Hall, An Acoustic Evening

walter trout we're al in this together

Walter Trout – We’re All In This Together

Nathaniel Rateliff & The Night Sweats – Live At Red Rocks

cheap wine dreams

Cheap Wine – Dreams

 

Marco Frosi

 

“Last but not least” ecco la lista provvisoria del sottoscritto, “Me, Myself, I”, per citare Joan Armatrading una delle mie cantautrici preferite di sempre. Provvisoria, perché mi riservo di integrarla, è all’incirca quella che ho inviato per la Poll 2017 del Buscadero, con alcune integrazioni di dischi che al momento in cui ho stilato la lista non erano ancora usciti, ma meritano assolutamente di essere inseriti tra i migliori di questa annata. Come al solito sono in ordine sparso di preferenza.

Il Meglio del 2017 secondo Bruno Conti

gregg allman southern blood

Gregg Allman – Southern Blood

richard thompson acoustic classics IIrichard thompson acoustic rarities

Richard Thompson -Acoustic Classics II + Acoustic Rarities

Walter Trout And Friends – We’re All In This Together

Joe Bonamassa Live At Carnegie Hall An Acoustic Evening

Joe Bonamassa – Live At Carnegie Hall: An Acoustic Evening  Nel frattempo il buon Joe ne ha già inciso uno nuovo con Beth Hart Black Coffee, molto bello, non ve ne posso parlare ancora in dettaglio perché uscirà il prossimo 26 gennaio.

Tom Jones – Live On Soundstage With Alison Krauss

john mellencamp Sad_Clowns_&_Hillbillies_Cover_Art

John Mellencamp – Sad Clowns And Hillbillies

offa rex the queen of hearts

Offa Rex – The Queen Of Hearts

The Waifs – Ironbark

the magpie salute

The Magpie Salute – The Magpie Salute

gov't mule revolution come...revolution go

Gov’t Mule – Revolution Come…Revolution Go

Tedeschi Trucks Band – Live From The Fox Oakland

van morrison roll with the punchesvan morrison versatile

Van Morrison – Roll With The Punches & Versatile

nathaniel rateliff and the night sweats live at red rock

Nathaniel Rateliff & The Night Sweats – Live At Red Rocks

Aggiunte Dell’Ultima Ora

tom petty san francisco serenades

Tom Petty & The Heartbreakers – San Francisco Serenades – 3 CD Live At Fillmore 1997 Ne leggerete prossimamente, un disco dal vivo “non ufficiale” ma strepitoso!

christy moore on the road 

Christy Moore – On The Road

 

Ristampe

bob dylan bootleg series 13 trouble no more

Bob Dylan – Trouble No More – The Bootleg Series Vol.13

tim buckley the complete album collection

Tim Buckley – The Complete Album Collection

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Pentangle – The Albums 1968-1972

 

Evento Musicale Dell’Anno: La Morte di Tom Petty!

More To Come. Ovviamente tutte queste liste servono anche da ripasso, se vi è sfuggito qualcosa durante l’anno qui potete fare un veloce ripasso delle migliori uscite dell’anno secondo i gusti del Blog naturalmente. Prossimamente, come tutti gli anni troverete anche le classifiche di alcune dei principali Blog e delle più note riviste musicali, ma anche le recensioni di alcuni dei dischi che ci sono “sfuggiti” per vari motivi: mancanza di tempo, dimenticanze o pura ignoranza.

Alla prossima.

Bruno Conti

 

Un “Classico” Come Tutti Gli Anni: Il Meglio Del 2017 In Musica Secondo Disco Club! Parte I

meglio del 2017meglio del 2017 2

Come tutti gli anni in questo periodo abbiamo riunito un trust di cervelli (con una aggiunta rispetto allo scorso anno) e questo è il risultato del nostro meditato e assolutamente libero pensare. Ecco quelli che secondo il nostro parere personale sono i migliori dischi del 2017. Visto che i collaboratori sono abbastanza “indisciplinati” ognuno ha impostato le proprie preferenze seguendo i propri criteri e dilungandosi abbastanza (ma questa è una tradizione del Blog che non voglio tradire), ed il sottoscritto, in qualità di titolare del Blog, si è riservato come sempre di integrare questa prima lista (che è più o meno quella che ho elaborato per il Buscadero) con appendici ed aggiunte varie.Quest’anno le varie classifiche di preferenza vengono presentate in ordine di arrivo nel Blog dei vari collaboratori, con chi scrive che appare per ultimo. Per cui, intanto che a Milano nevica, direi di partire, ricordandovi che ho integrato le liste con le copertine di alcuni dischi e video tratti dagli stessi, cercando di non ripetermi. Di alcuni non abbiamo ancora pubblicato le recensioni (anche per colpa principalmente del sottoscritto piuttosto indaffarato pure con la rivista, come forse avrete notato) ma cercheremo di recuperare con i ripassi di fine anno e le ultime uscite. Visto che è piuttosto lungo il Post è stato diviso in due.

Parte I

I BEST DEL 2017 secondo Marco Verdi

gregg allman southern blood

Disco Dell’Anno: Gregg Allman – Southern Blood

dan auerbach waiting on a song

Piazza D’Onore: Dan Auerbach – Waiting On A Song

Gli Altri 8 Della Top 10:

bob dylan trouble no more

Bob Dylan – Trouble No More: The Bootleg Series Vol. 13

john mellencamp Sad_Clowns_&_Hillbillies_Cover_Art

John Mellencamp – Sad Clowns And Hillbillies

chris hillman bidin' my time

Chris Hillman – Bidin’ My Time

blackie and the rodeo kings kings and kings

Blackie & The Rodeo Kings – Kings & Kings

little steven soulfire

Little Steven – Soulfire

marty stuart way out west

Marty Stuart – Way Out West

mavericks brand new day

The Mavericks – Brand New Day

roger waters is this life we really want

 Roger Waters – Is This The Life We Really Want?

 I “Dischi Caldi”:

chris stapleton from a room vol.1chris stapleton from a room vol .2

Chris Stapleton – From A Room 1 & 2

van morrison roll with the punchesvan morrison versatile

Van Morrison – Roll With The Punches & Versatile

tim grimm a stranger in this time

Tim Grimm – A Stranger In This Time

steve earle so you wanna be an outlaw

Steve Earle – So You Wanna Be An Outlaw

 

Ristampe:

woody guthrie the tribute concerts front

Various Artists – Woody Guthrie: The Tribute Concerts

beatles sgt, pepper

The Beatles – Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band 50th Anniversary

 

Album Dal Vivo:

old crow medicine 50 years of blond on blonde

Old Crow Medicine Show – 50 Years Of Blonde On Blonde

rolling stones sticky fingers at the fonda theatre cd+dvd

Rolling Stones – Sticky Fingers Live At Fonda Theat

grateful dead cornell 5-8-1977

Grateful Dead – Cornell 5/8/77

nathaniel rateliff and the night sweats live at red rock

Nathaniel Rateliff & The Night Sweats – Live At Red Rocks

DVD/BluRay: Bob Dylan – Trouble No More: A Musical Film

Concerto: Rolling Stones a Lucca

 bob seger i knew when

Canzone: Bob Seger – I Knew You When

Dan Auerbach – Waiting On A Song

Roger Waters – Deja Vu

Bob Dylan – Ain’t Gonna Go To Hell For Anybody

 willie nile positively bob

Album Tributo: Willie Nile – Positively Bob

Cover Song: Gregg Allman – Black Muddy River  

 waterboys out of all this blue

La Delusione: The Waterboys – Out Of All This Blue

jeff lynne's elo wembley or bust front

Piacere Proibito: Jeff Lynne’s ELO – Wembley Or Bust

john fogerty blue moon swamp

“Sola” Dell’Anno: John Fogerty – Blue Moon Swamp 20th Anniversary

Evento Dell’Anno: purtroppo, l’inattesa e sconvolgente scomparsa di Tom Petty, un fatto talmente tragico da oscurare perfino la perdita di Gregg Allman.

Marco Verdi

 

Il Meglio Del 2017 secondo Tino Montanari

Joe Bonamassa Live At Carnegie Hall An Acoustic Evening

Disco Dell’Anno

Joe Bonamassa – Live At Carnegie Hall Acoustic Evening

Canzone Dell’Anno

Otis Taylor – Jump To Mexico

natalie merchant the collection

Cofanetto Dell’Anno

Natalie Merchant – The Natalie Merchant Collection

eric andersen be true to you sweet surprise

Ristampa Dell’Anno

Eric Andersen – Be True To You / Sweet Surprise

mavis staples i'll take you there concert celebration

Tributo Dell’Anno

Mavis Staples & Friends – I’ll Take You There

Disco Rock

John Mellencamp – Sad Clowns & Hillbillies

waifs ironbark

Disco Folk

Waifs – Ironbark

Disco Country

Old Crow Medicine Show – 50 Years Of Blonde On Blonde

marc broussard sos save our soul 2

Disco Soul

Marc Broussard – S.O.S. 2: Save Our Soul On A Mission

chicago play the stones

Disco Blues

Various Artists – Chicago Play The Stones

Disco Jazz

Van Morrison – Versatile

orchestra baobab tribute

Disco World Music

Orchestra Baobab – Tribute To Ndiouga Dieng

sharon jones soul of a woman

Disco Rhythm & Blues

Sharon Jones & The Dap Kings – Soul Of A Woman

tom jones live on soundstage

Disco Oldies

Tom Jones – Live On Soundstage

Disco Live

Nathaniel Rateliff & The Night Sweats – Live At Red Rocks

graziano romani soul crusder again

Artista Italiano

Graziano Romani – Soul Crusader Again

de gregori sotto il vulcano

Disco Italiano

Francesco De Gregori – Sotto Il Vulcano

Colonna Sonora

Various Artists – Atomic Blonde (*NDB ???)

Esordio Dell’Anno

Paul Cauthen – My Gospel (*NDB bis, bello, però è uscito nel 2016 http://discoclub.myblog.it/2017/01/05/tra-texas-alabama-e-piu-di-uno-sguardo-al-passato-paul-cauthen-my-gospel/ )

who tommy live royal albert hall 2017 dvd

Dvd Musicale

Who – Tommy Live At Royal Albert Hall

 

Altri in ordine sparso

drew holcomb souvenir

Drew Holcomb & The Neighbors – Souvenirs

Otis Gibbs – Mount Renraw

Matthew Ryan – Hustle Up Starlings

Danny & The Champions Of The World – Brilliant Light

White Buffalo – Darkest Darks, Lightest Lights

bruce cockburn bone on bone

Bruce Cockburn – Bone On Bone

christy moore on the road

Christy Moore – On The Road

Zachary Richard – Gombo

winwood greatest hits

Steve Winwood – Greatest Hits Live

Sam Baker – Land Of Doubt

 

 weather station weather station

Weather Station – Weather Station

Lucinda Williams – This Sweet Old World

Jude Johnstone – A Woman’s Work

Ruthie Foster – Joey Comes Back

robyn ludwick this tall to ride

Robyn Ludwick – This Tall To Ride

Susan Marshall – 639 Madison

Buffy Sainte-Marie – Medicine Songs

Carrie Newcomer – Live At The Buskirk

shannon mcnally black irish

Shannon McNally – Black Irish

Shaun Murphy – Mighty Gates

 

Band Of Heathens – Duende

orphan brigade heart of the cave

Orphan Brigade – Heart Of The Cave

Subdudes – 4 On The Floor

Dead Man Winter – Furnace

Dropkick Murphys – 11 Short Stories Of Pain & Glory

over the rhine live from the edge of the world

Over The Rhine – Live From The Edge Of The World

Flogging Molly – Life Is Good

national sleep well beast

National – Sleep Well Beast

Hooters – Give The Music Back Live

My Friend The Chocolate Cake – The Revival Meeting

Tino Montanari

Fine della prima parte

segue>

E Costui Da Dove Spunta? Ed E’ Anche Bravo! Eliot Bronson – James

eliot bronson james

Eliot Bronson – James – Rock Ridge CD

Dave Cobb è sicuramente uno dei produttori del momento, almeno per quanto riguarda la musica che conta per questo blog, ma non è detto che ogni disco che vede lui alla consolle sia da prendere a scatola chiusa: anch’egli tiene famiglia e ha delle bocche da sfamare, altrimenti non si capisce perché talvolta troviamo il suo nome anche su album di gente che vive musicalmente ai suoi antipodi (Rival Sons e Europe, per fare due esempi). Quando però si rimane in ambito roots-Americana, è più che consigliabile buttare un orecchio verso i prodotti che recano il suo “marchio”, ed è il caso nella fattispecie di questo disco, segnalatomi da Bruno in quanto non conoscevo il soggetto, di Eliot Bronson, songwriter originario di Baltimore, Maryland, e con già tre album alle spalle (e l’ultimo di essi, l’omonimo Eliot Bronson del 2014, vedeva già Cobb in cabina di regia). James è il titolo, piuttosto enigmatico, del nuovo CD di Bronson, e devo dire che Bruno ci ha visto giusto anche stavolta, in quanto ci troviamo di fronte ad un ottimo lavoro di puro rock americano classico venato di country, con influenze che vanno da Bob Dylan (non sempre però) a Tom Petty passando per Gram Parsons.

Detto così potrebbe sembrare che Eliot sia uno dei tanti musicisti che spuntano ogni mese, ma devo dire che James si eleva nettamente dalla media, in quanto contiene una serie di canzoni di ottima fattura, suonate in maniera classica da un manipolo ridotto di mani esperte (l’abituale sezione ritmica di Cobb, Brian Allen e Chris Powell, il bravissimo chitarrista Brett Hartley, oltre agli stessi Cobb e Bronson): solo otto canzoni per mezz’ora scarsa di durata, ma quando la qualità è così alta non c’è davvero bisogno di allungare il brodo. Alcuni pezzi sono elettrici, altri più influenzati dal country, altri ancora tipicamente da songwriter, ma con un gusto spiccato per la melodia e per i suoni diretti ed immediati. L’album si apre con Breakdown In G Major, un vibrante blues elettrico sullo stile del Dylan degli anni sessanta, sia come voce che uso della strumentazione (armonica compresa), ritmo sostenuto e svisate di slide che “sporcano” il sound. Un ottimo biglietto da visita, anche se si tratta dell’unico brano in questo stile. Good Enough ha un incipit che ricorda The House Of The Rising Sun, ma solo all’inizio, in quanto la canzone si rivela essere una bellissima ballata crepuscolare dal motivo emozionante, una chitarra elettrica che lavora sottopelle sullo sfondo ed un’atmosfera carica di intensità.

Un’altra slide insinuante apre The Mountain, un pezzo ancora dall’eco “cosmica”, arrangiamento molto anni settanta ed un refrain aperto e di grande impatto; Stranger è tenue, acustica, con una languida steel in lontananza ed una ritmica discreta, un pezzo non banale e da cantautore puro, mentre Rough Ride (dedicata a Freddie Gray, un ragazzo di colore di Baltimore arrestato per possesso illegale di arma da taglio e massacrato di botte fino alla morte dalla polizia durante il trasporto al commissariato) è splendida, con un chitarrone alla Neil Young, una melodia fluida e scorrevole figlia del miglior Tom Petty ed un tempo mosso e coinvolgente: magnifica. Hard Times è una country-rock ballad dal suono classico e puro, molto seventies, ennesimo pezzo di qualità superiore, Rollin’ Down A Line è un folk-rock molto orecchiabile, diretto e piacevole, ancora con Petty in mente, un’altra canzone da annoverare tra le più belle. Finale intimo con la pacata Mercy, intenso momento elettroacustico, un brano delicato nella strumentazione ma solido nello script.

Anche questa volta Dave Cobb non ha sbagliato cavallo, ma il merito va indubbiamente ad Eliot Bronson, uno da tenere decisamente d’occhio.

Marco Verdi

Se Ne E’ Andato Uno Dei Più Grandi Rocker Del Pianeta: Un Ricordo Di Tom Petty!

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Negli ultimi due anni le morti eccellenti nel mondo della musica rock sono state più che copiose, ed alcune di esse mi hanno toccato più di altre (quella di Leonard Cohen su tutte, ma anche Glenn Frey e David Bowie che, piaccia o no, è stato un grande nel suo genere), ma nonostante tutto non si pensa mai che la stessa cosa possa toccare ad “uno di quelli”, cioè ai musicisti che fanno parte della cerchia delle tue leggende personali, quelle con i quali sei cresciuto e hai formato i tuoi gusti. Tom Petty, morto improvvisamente ieri a Santa Monica in conseguenza di un attacco cardiaco (ed a soli 66 anni), faceva proprio parte del ristrettissimo gruppo dei miei idoli personali, un club esclusivo il cui presidente è Bob Dylan ed i pochi soci rispondono ai nomi di Bruce Springsteen, Neil Young, Rolling Stones, John Fogerty e, appunto, Tom Petty (un club al quale perfino due come Paul Simon e Van Morrison non sono ammessi, e Paul McCartney ottiene ogni tanto una wild card speciale, ma non sempre, e più che altro per le sue frequentazioni negli anni sessanta). La scomparsa di Petty mi ha lasciato basito, incredulo, con la stessa sensazione che si prova quando ti muore un vecchio amico: nel mondo del rock ho provato la stessa sensazione solo quando nel 2001 scomparve George Harrison, da sempre il mio Beatle preferito ed anche lui socio del club di cui sopra, e, in parte, con Freddie Mercury, che, aldilà dei gusti personali, per me è stata la più grande voce della musica rock di sempre (mentre quando hanno sparato a John Lennon avevo nove anni, non sapevo neanche chi fosse).

Thomas Earl Petty nasce nel 1950 a Gainesville, Florida, da una famiglia benestante, e comincia ad interessarsi al rock’n’roll all’età di dieci anni, come tanti altri vedendo in TV prima Elvis Presley e più avanti i Beatles nella loro leggendaria apparizione all’Ed Sullivan Show. In seguito Tom comincia ad interessarsi a Bob Dylan, ai Rolling Stones e forse a quella che è stata sempre la sua più grande influenza, cioè i Byrds, il cui tipico suono jingle-jangle creato dalla Rickenbaker 12 corde di Roger McGuinn sarà molto presente nelle sue future canzoni. A 17 anni Petty forma la sua prima band, gli Epics, che poi diventeranno Mudcrutch, un gruppo importante in quanto ha nelle sue fila Mike Campbell e Benmont Tench, che nel 1976 entreranno a far parte con lui degli Heartbreakers. Inizialmente Ton suona il basso, ma la sua vera passione è la chitarra, e per imparare a suonarla prende lezioni dal compaesano Don Felder, chitarrista già conosciuto nell’ambiente e che a breve entrerà a far parte degli Eagles. Dopo un singolo poco fortunato, Depot Street, i Mudcrutch si sciolgono e Petty forma gli Heartbreakers con Campbell, Tench e gli amici Ron Blair e Stan Lynch: i cinque vengono notati dal grande produttore inglese Denny Cordell (Moody Blues, The Move, Joe Cocker, Leon Russell), che decide di portarli in studio a fargli incidere il primo album per la sua etichetta, la Shelter Records. Tom Petty & The Heartbreakers è un ottimo album di rock’n’roll, ficcante e diretto, con subito un paio di canzoni che diventeranno futuri classici: Breakdown e soprattutto la bellissima American Girl, un brano che fino all’ultimo Tom proporrà in chiusura dei suoi concerti. Il disco non ha molto successo, a causa di una scarsa promozione e per il predominio in quegli anni del movimento punk; You’re Gonna Get It, trainato dagli ottimi singoli I Need To Know e Listen To Her Heart, vende un po’ di più, ma la Shelter naviga in condizioni economiche precarie (chiuderà poi nel 1981) e viene venduta alla più potente MCA, cosa che manda su tutte le furie Petty che inizia una causa legale in quanto non vuole incidere per un’altra etichetta, una cosa che rischia di stroncargli la carriera.

Alla fine prevarrà il buonsenso, e Tom verrà premiato in quanto il suo terzo album con gli Heartbreakers, Damn The Torpedoes (1979), sarà un grande successo, uno splendido disco di puro rock (prodotto da Jimmy Iovine, che diventerà il nome più in voga del periodo) che ancora oggi molti considerano il disco migliore di Petty, con dentro capolavori come Refugee, Even The Losers e Here Comes My Girl, ed il classico suono della band che inizia a prendere forma, così come le esibizioni live del quintetto, che si rivelano come tra le migliori in circolazione nel periodo. Con Hard Promises (1981) e Long After Dark (1982), Tom sforna due ottimi album “di gestione”, con dentro belle canzoni come The Waiting, Straight Into Darkness, Change Of Heart ed il duetto con Stevie Nicks Insider (un altro duetto con la bionda cantante dei Fleetwood Mac, Stop Draggin’ My Heart Around, scritta da Tom, volerà altissimo in classifica, e questo di Garrison Starr è il primo tributo personale, credo, dopo la morte di Petty https://www.youtube.com/watch?v=u4TttrS6IDo). Dopo tre anni di silenzio ed un album altalenante ma che il tempo rivaluterà (Southern Accents, con dentro la splendida title track, la potente Rebels e la famosa Don’t Come Around Here No More, che diventerà un pezzo centrale delle esibizioni live future).

Dopo un disco dal vivo buono ma poco rappresentativo (Pack Up The Plantation!), ecco arrivare uno degli incontri più determinanti della vita di Petty, cioè quello con Bob Dylan, che sceglie Tom e la sua band inizialmente per accompagnarlo nel breve set al Farm Aid del 1985 (il primo in assoluto) e poi, visti i risultati, anche come backing band per il tour australiano, americano ed europeo nei due anni a venire, il che dona a Petty un’esposizione mondiale che prima non aveva mai avuto, facendolo conoscere in ogni angolo del pianeta (piccolo ricordo personale: domani, 4 Ottobre, ricorrono i trent’anni del primo concerto in assoluto al quale ho assistito, cioè proprio Dylan e Petty (e McGuinn) all’Arena Civica di Milano, una serata nella quale ho letteralmente scoperto Tom ed gli Heartbreakers, avendomi entusiasmato anche più di Bob).

Dopo un disco piuttosto monolitico e poco amato anche da Petty stesso (Let Me Up (I’ve Had Enough), che però contiene la trascinante Jammin’ Me, scritta insieme a Dylan) ecco un’altra svolta: Tom entra a far parte nel 1988 del supergruppo dei Traveling Wilburys insieme a George Harrison, Bob Dylan, Roy Orbison e Jeff Lynne, una band il cui album Volume 1, molto divertente ed old-fashioned, diventerà inaspettatamente un grande successo, andando dritto al numero uno di Billboard (nel 1990 i Wilburys bisseranno con Volume 3, senza Orbison, scomparso poco dopo l’uscita del primo album). Tom inizia quindi a frequentare Lynne, all’epoca il produttore più richiesto, che collaborerà con lui per lo strepitoso Full Moon Fever, il miglior album di Petty per chi scrive, con grandi canzoni come Free Fallin’, Runnin’ Down A Dream, Yer So Bad, A Face In The Crowd, Love Is A Long Road e soprattutto la stupenda I Won’t Back Down, nel cui videoclip, oltre a Lynne, compaiono George Harrison e Ringo Starr). Nel 1991 esce l’ottimo Into The Great Wide Open, sempre prodotto da Lynne e con capolavori come Learning To Fly e la title track (e qui il video è una sorta di mini-film, con Johnny Depp e Faye Dunaway), mentre due anni dopo è la strepitosa Mary Jane’s Last Dance il brano di punta del suo primo Greatest Hits (nel video c’è Kim Basinger).

Ormai Petty è diventato un musicista dalla reputazione immensa, anche per il fatto che dal vivo è, insieme alla E Street Band di Springsteen, la migliore rock’n’roll band al mondo, come testimonia l’imperdibile cofanetto del 2009 The Live Anthology (un box da isola deserta) ed il DVD registrato a Gainesville nel 2006 ed allegato allo splendido film di Peter Bogdanovich Runnin’ Down A Dream. Petty continuerà a pubblicare dischi con una certa regolarità, alternando lavori da non perdere (Wildflowers, splendido episodio solista del 1994, il vero disco della maturità, Echo del 1999, il ritorno al rock con gli Heartbreakers, o l’eccellente Highway Companion del 2006, nel quale torna a collaborare con Jeff Lynne) ad altri meno brillanti ma con sempre diverse canzoni di livello (la colonna sonora She’s The One, il discontinuo The Last DJ, il bluesato Mojo ed il monotematico Hypnotic Eye del 2014, che purtroppo è diventato il suo testamento musicale). In mezzo, Tom ha addirittura riesumato i Mudcrutch nella loro formazione originale (e tornando dunque a suonare il basso), per due album davvero splendidi di classico rock americano, il cui secondo, uscito lo scorso anno, è stato disco del 2016 per il sottoscritto.

Adesso probabilmente uscirà la tanto rimandata versione deluxe doppia di Wildflowers, e magari tante altre cose, ma avrei davvero preferito che il tutto rimanesse per qualche tempo nei cassetti pur di vedere ancora Petty tra noi: e dire che era dato in ottima forma, aveva appena chiuso (il 25 Settembre) il tour del quarantennale, e sembrava pronto ad entrare in studio per incidere nuove canzoni (nel frattempo aveva trovato il tempo di produrre il bellissimo Bidin’ My Time, comeback album dell’amico ed ex Byrds Chris Hillman, recensito dal sottoscritto pochi giorni fa per questo blog http://discoclub.myblog.it/2017/09/30/dopo-stephen-stills-e-david-crosby-ecco-un-altro-giovane-di-talento-lex-byrd-ha-ancora-voglia-di-volare-alto-chris-hillman-bidin-my-time/ ). Ci lascia un grande rocker, autore splendido quanto sottovalutato, e performer straordinario (dopo Milano 1987 lo avevo rivisto a Lucca nel 2012 ed era stato devastante, uno dei migliori concerti della mia vita): vorrei ricordarlo con un brano dei Wilburys che vedeva lui alla voce solista, un pezzo nel quale i quattro omaggiano in maniera toccante Roy Orbison da poco scomparso, ma che oggi diventa (purtroppo) un modo di congedarci anche da lui.

Addio Tom: da oggi il mondo del rock non è più lo stesso, e non è una frase fatta.

Marco Verdi

P.S. Marco ha già detto tutto quello che c’era da dire, io mi limito ad aggiungere i video di cinque canzoni (più una) che forse hanno fatto la storia di Tom Petty e della sua musica.

1977: siamo in piena epoca punk, dagli States arriva il primo album omonimo di Tom Petty & The Heartbreakers, e qualcuno li inserisce all’inizio persino in questo filone, ma American Girl fin da subito sembra un brano perduto dei Byrds, lo stesso Roger McGuinn si chiede quando l’abbia scritta!

1979: Petty diventa una superstar del rock, pubblicando quello che tuttora molti considerano il suo album più bello, Damn The Torpedoes e la canzone più rappresentativa di quell’album è sicuramente Refugee.

1985: E’ l’anno di Southern Accents, un disco all’inizio non amatissimo, ma poi nel tempo rivalutato, grazie anche un video veramente strepitoso come Don’t Come Around Here No More.

1990: Esce Full Moon Fever, altro disco strepitoso che se la batte con Damn The Torpedoes come vetta più alta dell’arte pettyana, con alcune canzoni strepitose e una memorabile come Free Fallin’.

1994: altro disco splendido, il secondo come solista per Tom Petty dopo Full Moon Fever (anche se gli Heartbreakers sono presenti tutti a parte Stan Lynch), stiamo parlando di Wildflowers: scegliamo You Wreck Me da quel disco, ma ci sarebbero altri tre o quattro brani formidabili tra cui scegliere.

E infine, come fuori quota, e che fuori quota, direi di inserire un’ultima canzone meravigliosa come Learning To Fly, e poi la finiamo, anche se potremmo andare avanti a lungo, ma questo lungo Post rischierebbe di diventare un appendice dell’Enciclopedia Treccani.

Magari un’altra volta, tanto Tom Petty non lo dimentichiamo di sicuro.

Bruno Conti

Durante la Notte E’ Morto Tom Petty, Per Un Attacco Di Cuore. Il Rocker Di Gainesville Aveva 66 Anni.

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Thomas Earl Petty, Gainesville, Florida 20 ottobre 1950 – Santa Monica, California 2 ottobre 2017

La notizia è arrivata, durante la scorsa serata, veramente come un fulmine a ciel sereno. Come forse avrete notato avevo già pubblicato questo Post, poi quando le notizie si sono fatte incerte, per rispetto avevo preferito toglierlo.

Nella notte tra domenica e lunedì Tom Petty ha subito un arresto cardiaco nella sua casa di Malibu ed è stato portato all’ospedale di Santa Monica, dove nel corso della giornata del 2 ottobre è deceduto a seguito dell’infarto che lo ha colpito e ne ha causato la morte cerebrale. La notizia per molte ore non era stata confermata attraverso i canali ufficiali: sito, management, twitter o facebook del cantante, e neppure dalla polizia di Los Angeles e dall’ospedale, ma poi la si è avuta certezza e ormai circola ovunque e quindi purtroppo dobbiamo prenderne atto http://www.tompetty.com/ . Per ora è solo il momento del dispiacere totale e del cordoglio, poi più tardi, a mente fredda, cercheremo di scrivere un ricordo più articolato di quello che è stato uno dei più grandi musicisti e rocker americani degli ultimi 50 anni: se ne è appena andato, ci sembra quasi impossibile e già ne sentiamo la mancanza. Le foto sopra, prese dal suo sito, e il video qui sotto, si riferiscono all’ultimo concerto, tenuto all’Hollywood Bowl di Los Angeles appena il 25 settembre scorso, nel corso del tour per festeggiare i 40 anni di carriera degli Heartbreakers

Sono rimasto veramente basito alla notizia, all’inizio non ci credevo, ma ormai ci ha lasciato, e quindi non rimane che ringraziarlo comunque doverosamente per tutto quello che ci ha saputo regalare con la sua musica e salutarlo sulle note dell’Ultimo Ballo di Mary Jane, che purtroppo è diventato anche definitivamente il suo!

Bruno Conti

Dopo Stephen Stills E David Crosby Ecco Un Altro “Giovane” Di Talento: L’Ex Byrd Ha Ancora Voglia Di Volare Alto. Chris Hillman – Bidin’ My Time

chris hillman bidin' my time

Chris Hillman – Bidin’ My Time – Rounder/Concord USA CD

Pochi nella storia della musica possono vantare un pedigree ricco come quello di Chris Hillman. Se escludiamo gli esordi con gli Scottsville Squirrell Barkers prima e con gli Hillmen poi, il riccioluto musicista di Los Angeles è stato uno dei membri fondatori dei leggendari Byrds, con i quali ha vissuto tutta la golden age per poi seguire Gram Parsons nei Flying Burrito Brothers, gruppo fondamentale per l’affermazione del country-rock come genere “nuovo” dell’epoca. Negli anni settanta ha poi fatto parte dei Manassas di Stephen Stills, della Souther-Hillman-Furay Band e, sul finire della decade, si è riunito con due ex compagni nei Byrds per formare un altro trio, McGuinn, Hillman & Clark, una band dalle potenzialità tutto sommato inespresse. Dopo qualche anno di pausa, sul finire degli anni ottanta l’ennesima zampata: la formazione, insieme all’amico di vecchia data Herb Pedersen (ex Dillards), della Desert Rose Band, un gruppo di country-rock tra i più di successo del periodo. E non ho citato tutti gli episodi “minori” della sua discografia, come i dischi in duo con Pedersen, quelli in quartetto con Larry Rice, Tony Rice ed ancora il vecchio Herb, e naturalmente il poco fortunato album di reunion dei membri originali dei Byrds uscito nel 1973.

Con tutti questi impegni, è comprensibile che la sua discografia solista sia abbastanza esigua, appena sei album tra il 1976 ed il 2005; oggi però Chris torna a far sentire la sua voce limpida dopo una lunga pausa, e lo fa in maniera sontuosa: Bidin’ My Time è infatti un grande disco, senza dubbio il migliore della sua carriera, un album che ci mostra un artista in forma smagliante e con una voce ancora splendida, suonato e prodotto alla grande da un manipolo di amici di chiara fama. Infatti alla produzione troviamo nientemeno che Tom Petty, uno che si muove solo se ne vale la pena (l’ultima sua collaborazione “esterna” era stato il bellissimo debutto degli Shelters), che dà al disco un suono potente, forte e quasi rock anche negli episodi più acustici, ed in session vecchi compagni del passato come gli ex Byrds Roger McGuinn e David Crosby, la Desert Rose Band quasi al completo (Herb Pedersen, che suona e canta in tutti i brani, John Jorgenson e Jay Dee Maness) e buona parte degli Heartbreakers (oltre a Petty, che però compare come musicista solo in due brani, abbiamo Mike Campbell, Benmont Tench e Steve Ferrone). Bidin’ My Time si divide tra brani nuovi scritti da Hillman insieme a Steve Hill, cover di varia estrazione e brillanti rivisitazioni di pezzi dei Byrds, il tutto dominato dalla grande voce del leader e da un suono davvero scintillante.

Il CD inizia proprio con un vecchio classico dei Byrds, cioè il brano di Pete Seeger Bells Of Rhymney: versione che parte lenta, voce più chitarre arpeggiate, poi entra il resto della band per un folk-rock diverso da quello del suo ex gruppo ma sempre splendido, con il tocco in più dato dalle voci di Crosby e Pedersen e dal sensazionale pianoforte di Tench. La title track è una sorta di valzer country, dalla melodia nostalgica ed evocativa e suono forte e vigoroso (d’altronde avere Petty in consolle vorrà pur dire qualcosa); Given All I Can See è pura e cristallina, un country-folk di assoluta bellezza (e che bella voce), sempre con l’aiuto dell’inseparabile Pedersen e di Petty all’armonica. Different Rivers è una deliziosa ballata, pochi strumenti ma tanto feeling, con Hillman che canta sempre meglio, Here She Comes Again è invece un vecchio pezzo scritto da Chris insieme a McGuinn e suonato poche volte dal vivo dal trio McGuinn, Hillman & Clark ma mai inciso in studio prima d’ora: Roger è presente con la sua Rickenbacker jingle-jangle e, manco a dirlo, dona un sapore byrdsiano ad un uptempo già bellissimo di suo: splendida. (NDM: particolare curioso, in questo brano Hillman torna a suonare il basso dopo una vita, proprio come faceva nei Byrds). La saltellante Walk Right Back è una canzone scritta da Sonny Curtis e portata al successo dagli Everly Brothers, e Chris lascia intatta la melodia tersa e l’arrangiamento d’altri tempi, Such In The World That We Live In è un gradevolissimo e coinvolgente bluegrass, altro genere in cui il nostro sguazza che è un piacere: mandolino, chitarre, violino e godimento assicurato.

La pura e cristallina When I Get A Little Money, altro eccellente esempio di country acustico, è scritta dal giovane songwriter dell’Indiana Nathan Barrow, e precede la rivisitazione di due brani dei Byrds: l’oscura She Don’t Care About Time, di Gene Clark (era sul lato B del singolo Turn! Turn! Turn!), con Jorgenson nella parte di McGuinn e Chris che canta al meglio un motivo decisamente fluido, e New Old John Robertson, riscrittura di un pezzo presente su The Notorious Byrd Brothers (il “new” nel titolo è stato aggiunto oggi), altro superbo bluegrass guidato stavolta dal banjo. Il CD, solo 32 minuti ma spesi benissimo, si chiude con l’intensa Restless, una sontuosa ballata suonata con grande forza e con Campbell e Tench protagonisti, e l’omaggio a Petty di Wildflowers, tra le più belle ballads del biondo rocker della Florida, in una meravigliosa versione che profuma di musica tradizionale. Alla tenera età di 72 anni (73 a Dicembre), Chris Hillman ci ha regalato l’album solista migliore della sua carriera, e senza dubbio uno dei più belli di quest’anno.

Marco Verdi