Puro Rock Chitarristico Californiano, Da Parte Di Uno Di Quelli Che Lo Hanno Inventato! Roger McGuinn’s Thunderbyrd – Live At Rockpalast 1977

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Roger McGuinn’s Thunderbyrd – Live At Rockpalast 1977 – MIG/WDR CD/DVD

Nuova pubblicazione discografica a cura della benemerita serie Rockpalast, che dal 1974 si occupa di trasmettere sulla TV tedesca concerti tenutisi in terra teutonica da alcuni dei più importanti musicisti internazionali. Per la verità lo show di cui vado ad occuparmi oggi era già uscito nel 2010 solo in formato video, ma era da tempo fuori catalogo e poi questa nuova ristampa aggiunge opportunamente anche il CD. Sto parlando di Roger McGuinn, iconico musicista “californiano” (in effetti è nato a Chicago) fondatore ed ex leader dei Byrds, che negli anni settanta aveva avviato una carriera solista fatta di album di ottima qualità: nel 1977 Roger aveva pubblicato l’eccellente Thunderbyrd (nome nato dalla fusione della Rolling Thunder Revue di Bob Dylan, della cui prima versione il nostro aveva fatto parte, e del suo ex gruppo storico), il suo miglior disco della decade insieme a Roger McGuinn & Band, un album che sembrava consolidare il nome di McGuinn tra i maggiori acts americani ma che si rivelò essere il suo ultimo lavoro solista fino a Back From Rio del 1991, anche se in mezzo ci fu la poco fortunata parentesi con gli ex compagni Chris Hillman e Gene Clark, più due altri dischi oggi dimenticati con lo stesso Hillman.

Live At Rockpalast 1977 prende il meglio da due serate del mese di Luglio dell’anno in questione, registrate alla Grughalle di Essen durante appunto il tour promozionale di Thunderbyrd a nome di Roger McGuinn’s Thunderbyrd, un vero e proprio gruppo di quattro elementi che poi è lo stesso che suonava nell’album di studio: oltre a Roger, abbiamo l’eccellente Rick Vito (già nella band di John Mayall e futuro membro dei Fleetwood Mac) alla chitarra, Charlie Harrison al basso e Greg Thomas alla batteria. Una formazione essenziale, che garantisce un alto livello di rock’n’roll per tutta la durata dello show, con le due chitarre sempre in tiro ed una serie di canzoni coinvolgenti ed eseguite benissimo grazie anche all’ottimo stato di forma di McGuinn che non risparmia consistenti quantità di “jingle-jangle sound”. L’unico album solista di Roger presente nella setlist di quindici pezzi è proprio Thunderbird, rappresentato da cinque brani, due originali più tre cover: Dixie Highway è un coinvolgente e pimpante boogie che vede ospite alle percussioni Sam Clayton dei Little Feat (che avevano aperto la serata), seguito dalla fluida We Can Do It All Over Again, un rockin’ country elettrico dal motivo diretto e decisamente orecchiabile. Poi abbiamo la classica hit di George Jones Why Baby Why (attribuita sulla confezione a McGuinn, ma le note sono piene di errori, tra nomi sbagliati e canzoni famosissime che alla voce autore recano la scritta “unknown”), arrangiata in puro stile rock’n’roll e fusa in medley con la byrdsiana Tiffany Queen, un mix irresistibile e travolgente.I brani di Thunderbyrd si esauriscono con una cover della leggendaria American Girl di Tom Petty che già in origine era un tributo ai Byrds (e con questa bella rilettura leggermente rallentata nel ritmo Roger mostra di aver apprezzato l’omaggio) e con Golden Loom di Bob Dylan, un country-rock cadenzato e godibile che all’epoca era un inedito delle sessions di Desire.

Ci sono anche tre rarità, due delle quali affidate alla voce di Vito: una solida rilettura rock-blues del traditional Juice Head ed un delizioso pezzo in puro stile Doobie Brothers intitolato Midnight Dew; a completare il trittico di pezzi poco noti la roccata Shoot Him di McGuinn, introdotta dal suo autore come Victor’s Song. Dulcis in fundo, il pezzo forte del concerto sono naturalmente i brani dei Byrds, a partire dalla splendida Lover Of The Bayou, che apre lo show in maniera potente con Roger e Rick che fanno vedere subito di essere in palla grazie ad una prestazione chitarristica strepitosa che dilata la canzone fino a sette minuti. Mr. Spaceman è puro e trascinante country-rock in un tripudio di suono jingle-jangle, mentre Chestnut Mare è una delle ballate più intense mai scritte da McGuinn. Gran finale con quattro classici uno di fila all’altro: l’omaggio all’ex compagno Gene Clark con una scintillante Feel A Whole Lot Better, le immancabili Turn!Turn!Turn! e Mr. Tambourine Man, sempre una goduria, e conclusione con una roboante versione di Eight Miles High, tra rock e psichedelia con i due chitarristi che fanno a gara di bravura, finendo in parità ma non facendo prigionieri tra il pubblico. Un live che ogni appassionato non dovrebbe farsi sfuggire, soprattutto considerando il fatto che Roger McGuinn è attualmente una sorta di pensionato di lusso.

Marco Verdi

Il Solito Disco Molto Piacevole (Anche Più degli Altri), Ma Date Una Band A Quest’Uomo! Jeff Lynne’s ELO – From Out Of Nowhere

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Jeff Lynne’s ELO – From Out Of Nowhere – Columbia/Sony CD

La Electric Light Orchestra non è più una vera band dal 1986, anno in cui diede alle stampe il peraltro non eccelso Balance Of Power prima di sciogliersi definitivamente: da allora tutto ciò di nuovo che è uscito a nome del gruppo (in realtà dal 2001 in poi) ha visto l’ex leader Jeff Lynne come unico musicista presente, sia che abbia usato l’antico moniker (Zoom e Mr. Blue Sky, che era un’antologia di vecchi successi incisi ex novo) che, dal 2015, quello di Jeff Lynne’s ELO (Alone In The Universe). Questo è sempre stato il pregio ma anche il limite del barbuto artista britannico, geniale architetto pop con un gusto non comune per le melodie orecchiabili ed immediate (chi segue il blog da tempo saprà della mia passione “proibita” per il musicista di Birmingham https://discoclub.myblog.it/2017/11/22/lastronave-e-tornata-ai-fasti-di-un-tempo-jeff-lynnes-elo-wembley-or-bust-e-un-breve-saluto-a-malcolm-young/ ), ma anche maniaco del controllo con la fissazione di voler fare tutto da solo, mentre spesso le sue canzoni, se non proprio di qualcuno che si occupi di chitarre e tastiere (due ambiti in cui il nostro se la cava egregiamente), beneficerebbero almeno di una buona sezione ritmica.

Anche in questo From Out Of Nowhere, nuovissimo lavoro a nome ELO (in un certo senso), Jeff finisce per scrivere, cantare, suonare e produrre tutto da solo, con l’eccezione dell’ingegnere del suono Steve Jay al quale lascia “l’onore” di suonare tamburello e shaker, e dell’ex compagno di Astronave Richard Tandy al pianoforte in un brano. Comunque From Out Of Nowhere è il solito bel dischetto formato da canzoni di piacevole ascolto e ricche delle classiche soluzioni sonore tipiche del nostro e perfette armonie vocali influenzate da Beatles e Beach Boys, un album citazionista fin dalla copertina e dal titolo (che richiamano rispettivamente A New World Record ed Out Of The Blue, forse i due lavori “classici” migliori della band): il risultato finale è superiore a quello di Alone In The Universe, in quanto qui i brani sono decisamente più convincenti nonostante i dubbi che ho espresso prima circa l’assenza di musicisti più “specializzati”, anche se avrei gradito un minutaggio maggiore dei 33 minuti scarsi totali. Si inizia con la title track, una limpida ballata pop-rock dal tempo mosso e con una melodia contagiosa tipica di Lynne, con tutto ciò che uno si aspetta di trovare in una canzone targata ELO (tranne violini e violoncelli, che in questa versione “moderna” del gruppo sono praticamente spariti), con Jeff che mostra di avere sempre una gran bella voce: da sola questa canzone è già meglio di metà del materiale di Alone In The Universe.

Deliziosa Help Yourself, che è un misto tra anni sessanta e Traveling Wilburys, con i tipici riverberi del nostro, il solito motivo ruffiano ed un assolo chitarristico alla George Harrison; All My Love è contraddistinta da un basso pulsante e da un ritmo spezzettato, con Jeff che tenta di diversificare leggermente il suono, canzone discreta ma nulla più, a differenza di Down Came The Rain che è una rock song chitarristica dallo spiccato gusto sixties, che rimanda al Tom Petty più pop (che infatti era prodotto proprio da Jeff). Losing You è una ballata lenta ed ariosa in uno stile tra il malinconico ed il nostalgico che è uno dei vari marchi di fabbrica di Lynne, One More Time è uno scatenato e coinvolgente rock’n’roll con il già citato ottimo intervento di Tandy al piano (e qui si sente in misura maggiore l’assenza di un bassista ed un batterista “veri”), mentre Sci-Fi Woman è un altro pezzo giusto a metà tra pop e rock, ritmo cadenzato e consueto refrain immediato e gradevole. La tersa Goin’ Out On Me è uno slow ancora immerso in un’atmosfera anni sessanta, poco ELO e molto Lynne (la differenza è sottile ma c’è), e precede Time Of Our Life (dedicata alla memorabile serata a Wembley che ha originato il live Wembley Or Bust), una delle più orecchiabili del CD ed ancora molto Wilbury-sounding, e la conclusiva Songbird, altro lento dal sapore d’altri tempi che vede il ritorno del violoncello all’interno della strumentazione.

Pur con tutti i dubbi sul fatto di voler fare sempre tutto da solo, From Out Of Nowhere è il miglior lavoro di Jeff Lynne da quando è tornato a produrre musica per conto proprio.

Marco Verdi

La Punta Di “Diamantini” Del Rock Italiano! Cheap Wine – Faces

cheap wine faces cd

Cheap Wine – Faces – Cheap Wine Records/IRD CD

A due anni di distanza da Dreams https://discoclub.myblog.it/2017/09/26/anteprima-nuovo-album-grande-rock-made-in-italy-si-puo-fare-cheap-wine-dreams/ , che concludeva una ideale trilogia iniziata con Based On Lies e proseguita con Beggar Town, tornano i Cheap Wine, rock band pesarese guidata dai fratelli Diamantini (Marco alla voce e Michele alle chitarre, come sempre con la sezione ritmica di Andrea Giaro, basso, e Alan Giannini, batteria, e con le tastiere di Alessio Raffaelli) con Faces, decimo full-length di studio del quintetto e realizzato ancora grazie al crowdfunding. Faces è un album che, seppur “sganciato” dai tre precedenti, in un certo senso ne porta avanti le tematiche: i personaggi del disco sono infatti persone comuni, gente spaesata che mal si adatta alla realtà odierna, fatta di relazioni finte, di rapporti fittizi. Un mondo in cui tutti in un certo senso indossano una maschera e fanno finta di essere ciò che non sono, e coloro che cercano di distinguersi dalla massa vengono guardati come dei reietti, anche se ogni tanto qualcuno rischia la fuga da questa situazione opprimente.

*NDB Non essendoci ancora video pronti del nuovo album vi segnalo le date del tour di presentazione di Faces, a ritroso quelle ancora da effettuare.

23 novembre 2019
CANTU’ (CO) – All’1,35 Circa
22 novembre 2019
GATTORNA (GE) – Alzati Lazzaro
9 novembre 2019
LUGAGNANO DI SONA (VR) – Club Il Giardino
8 novembre 2019
CONCORDIA SAGITTARIA (VE) – Sacco & Vanzetti
2 novembre 2019
CHIARI (BS) – Salone Marchetti
1 novembre 2019
GENOVA – Ostaia Da-U Neo
31 ottobre 2019
FIRENZE – Teatro del Sale
4 settembre 2019
PESARO – Dalla Cira
16 marzo 2019
CANTU’ (CO) – All’1,35 Circa
15 marzo 2019
VIGNOLA (MO) – Stones Cafè
14 marzo 2019
FIRENZE – Teatro del Sale
7 febbraio 2019
PESARO – Prima Hangar
16 gennaio 2019
MILANO – Nidaba Theatre
15 gennaio 2019
MILANO – GhePensi M.I.
10 novembre 2018
LUGAGNANO DI SONA (VR) – Club Il Giardino
9 novembre 2018

L’unico modo di capire lo stato d’animo di queste persone è guardandole in faccia, perché le facce (da qui il titolo del CD) non tradiscono mai e raccontano anche senza parlare, basta saper leggere negli occhi altrui. I testi sono di conseguenza cupi, pessimistici, è difficile che filtri anche un piccolo raggio di sole, ed anche le musiche sono tese, dure, nonostante i nostri non tradiscano lo spirito rock’n’roll che li ha accompagnati durante tutta la carriera: Faces è quindi l’ennesimo album di puro rock da parte del quintetto, che canta in inglese non per snobismo ma perché l’inglese è appunto la lingua del rock. Le nove canzoni presenti in questo CD sono come sempre basate sul suono ruspante della chitarra di Michele, anche se ho l’impressione che stavolta le tastiere abbiano uno spazio maggiore rispetto a prima, pur non risultando affatto invadenti: un suono rock moderno, figlio dei nostri giorni, che in alcuni momenti mi ricorda non poco quello dell’ultimo album dei Dream Syndicate. Il CD si apre in maniera decisamente vigorosa con Made To Fly, una rock song affilata come una lama, che inizia con la chitarra elettrica a macinare riff, poi entra forte e chiara la voce di Marco e la sezione ritmica fa il suo dovere: un avvio potente, con Michele che chiude il brano con un lungo assolo purtroppo sfumato.

cheap wine foto

Head In The Clouds inizia con effetti sonori un po’ stranianti, poi entra la chitarra acustica ed il brano si apre a poco a poco fino all’ingresso dell’elettrica dopo la prima strofa, con la canzone che si trasforma in una rock ballad ancora molto tirata, con solito assolo torcibudella: dal vivo prevedo che farà faville. The Swan And The Crow è più distesa ma si avverte lo stesso una certa tensione, sembra quasi una ballatona urbana alla Iggy Pop; The Great Puppet Show è ancora rock’n’roll, caratterizzato dal suono potente della chitarra, ritmo sostenuto e feeling a mille: nessuno in Italia fa musica rock a questo livello, elettrica e coinvolgente. La title track, cupa, nervosa e dal suono moderno, fa veramente venire in mente il Sindacato del Sogno (e la voce non è distante da quella di Steve Wynn), mentre Misfit è una splendida rock ballad, tosta, diretta e dotata di un motivo di sicura presa: tra le più riuscite dell’intero lavoro. Molto bella anche Princess, uno slow d’atmosfera guidato dalla slide, un pezzo che non rinuncia comunque agli elementi rock e ricorda certe cose di Tom Petty. Finale con la trascinante Disguise, puro rock’n’roll dal ritornello vincente (altro pezzo che vorrei sentire live), e con New Ground, che nonostante mantenga un suono decisamente elettrico è più distesa e fluida.

Altro ottimo disco quindi per i Diamantini Brothers: i Cheap Wine sono da tempo una delle più belle realtà musicali del nostro paese, ed è una vergogna che dopo oltre vent’anni siano ancora “solo” una band di culto.

Marco Verdi

Una Bellissima Sorpresa Direttamente Dal Midwest. Frankie Lee – Stillwater

frankie lee stillwater

Frankie Lee – Stillwater – Loose/River Valley CD

Frankie Lee (da non confondersi con l’omonimo blues & soul singer scomparso nel 2015) è un giovane cantautore proveniente dal Minnesota che ha esordito nel 2013 con l’EP Middle West, al quale nel 2016 ha fatto seguire il suo primo album, American Dreamer, che ha ricevuto critiche positive un po’ ovunque. Lee (il cui cognome è Peterson) è un songwriter di stampo classico che si ispira alla musica degli anni settanta, californiana e non solo, e sa costruire melodie all’apparenza semplici ma di grande impatto. Stillwater (dal nome della sua città natale, omonima di quella più famosa in Oklahoma) è il titolo del suo secondo lavoro, un disco che già dal primo ascolto mi ha letteralmente fulminato. Non conosco American Dreamer, ma quello che so è che Stillwater è un lavoro davvero splendido, un album pieno di canzoni una più bella dell’altra, suonate e cantate con un feeling da pelle d’oca (sono in possesso di una copia promozionale ma ecco i nomi dei musicisti: Jacob Hanson, chitarra e basso, nonché produttore, Jeremy Hanson, batteria, Nelson Deveraux, flauto e sax, Charlie Smith, piano e synth, Brent Sigmeth, steel guitar, più lo stesso Lee a chitarre, piano, tastiere, batteria, basso, armonica).

Frankie ha una voce molto particolare, limpida e melodiosa, e si fa accompagnare da una strumentazione molto classica dove si evidenziano pianoforte, chitarre acustiche e spesso anche una steel, mentre le chitarre elettriche non si prendono quasi mai il centro della scena ma si limitano a cucire fra loro i vari momenti strumentali. E, dulcis in fundo, Lee è uno che sa scrivere grandi canzoni, una dote che non è esattamente da tutti: Stillwater è quindi un album di livello notevole, intenso, creativo ma nello stesso tempo diretto e godibile, e nel corso delle sue nove canzoni non c’è un solo momento di stanca. Prodotto dallo stesso Lee con Jacob Hanson, il CD inizia con Speakeasy, una splendida ballata dalla struttura classica: introduzione per chitarra arpeggiata, piano e steel sullo sfondo, sezione ritmica discreta ma ben presente ed un’atmosfera sognante e crepuscolare tipica di certe ballate californiane dei seventies (bello anche l’intervento di flauto nel finale). Canzone di alto livello che dimostra da subito che il nostro non scherza. Only She Knows è più elettrica, ha un bel riff iniziale ed un motivo decisamente riuscito ed orecchiabile specie nel delizioso ritornello (ed il background sonoro, basato sulle chitarre ed un bellissimo pianoforte, è perfetto); la cadenzata Downtown Lights (dedicata all’attrice Jessica Lange che da bambina visse a lungo a Stillwater) ha un approccio alla Neil Young ed è punteggiata da un chitarrone twang, oltre a possedere un gusto melodico sopraffino.

Tre canzoni, una meglio dell’altra. In The Blue è un lento pianistico di grande intensità, con una leggera orchestrazione alle spalle (creata probabilmente da un synth), un brano struggente ed assolutamente adulto nella scrittura; la tenue (I Don’t Wanna Know) John si regge su una chitarra pizzicata con delicatezza e sulla consueta voce gentile di Frankie, mentre sullo sfondo la steel riempie gli spazi, mentre Blinds è più mossa ma ancora guidata dal piano, e l’attacco strumentale ricorda molto certe ariose ballate di Bob Seger: indubbiamente tra le più belle del CD. Ancora il piano (grande protagonista del suono del disco) introduce la limpida One Wild Bird, altra ballad di ampio respiro servita da un motivo di prima scelta, intonato dal nostro con la solita finezza; l’album si chiude con Broken Arrow, ennesima canzone dal motivo squisito che avvicina Lee al Tom Petty più melodico, e con Ventura, uno slow toccante e di notevole pathos per voce, piano e niente altro. Stillwater è un disco sorprendente, a mio parere tra i più riusciti degli ultimi mesi.

Marco Verdi

Nuovo Album Per “Nostalgici” Da Parte Del Gruppo Di Billy Bob Thornton. Boxmasters – Speck

boxmasters speck

Boxmasters – Speck – Keentone/Thirty Tigers

Nel 2008 i Boxmasters esordivano addirittura con un doppio CD omonimo per la Vanguard , e lo stesso anno usciva anche un disco natalizio, allora il mercato discografico consentiva ancora queste follie. L’anno successivo un altro album per la Vanguard, poi una serie di dischi, cinque, pubblicati tra una esplosione di attività improvvisa e lunghe pause (nessun CD dal 2009 al 2015, poi 4 titoli tra 2015 e 2016 e uno nel 2018), fino ai giorni nostri in cui esce Speck, il nono della loro discografia. Non credo che il titolo faccia riferimento al famoso salume dell’Alto Adige, o forse sì, ma anche ad un granello, una pagliuzza nel mare magnum della musica, come si considera questo terzetto, nato da un’idea del premio Oscar Billy Bob Thornton, da sempre grande appassionato di rock ( e power pop, Atl-Country, Americana, rockabilly, British Invasion, voi lo pensate loro lo fanno), con alcuni album all’attivo, tra cui l’ottimo esordio del 2001 che conteneva una canzone dedicata all’allora consorte Angelina Jolie.

Insieme a Thornton, alla batteria e alla chitarra, ci sono J.D Andrew, basso, chitarre e fonico della band, nonché Teddy Andreadis, tastiere, armonica e altro, uno in pista da 40 anni circa, a lungo negli anni ’80 con Carole King: il risultato è naturalmente quanto più di “derivativo” vi possiate immaginare, a tratti delizioso nei risultati, specie in questo Speck, in cui ha collaborato con loro Geoff Emerick (scomparso lo scorso ottobre), il vecchio ingegnere del suono dei Beatles all’epoca di Revolver, Sgt Pepper, Abbey Road, White Album, che dà quell’accentuato tocco British Invasion, che fa sì che sembra di ascoltare, oltre ai Beatles, anche outtakes varie di Byrds e Big Star, oltre agli altri stili ricordati prima. Non so se sia un bene o un male, ma visto che il tutto ha comunque un forte profumo di sincerità e passione, a me il risultato non dispiace, meglio dichiarare esplicitamente le proprio influenze che camuffarle e presentarle come “nuove” e dirompenti variazioni sui temi del rock classico, come oggi fanno molti. Quindi la musica sarà anche un hobby per Billy Bob, ma visti i risultati diamogli il beneficio di inventario.

I Wanna Go Where You Go sembra un pezzo dei  primi Byrds, quelli influenzati a loro volta in pari misura da Beatles e Dylan, ed è pure bello, ma se lo faceva Tom Petty veniva giustamente osannato (e lo spessore era sicuramente un altro), Anymore è più vicina a classiche sonorità roots-rock con elementi country, la tipica chitarrona twangy con riverbero,  la brevissima acustica Shut The Devi Up, con tanto di trombone, sa di incompiuto, mentre Let The Bleeding Pray, con delicate e complesse armonie vocali, è una bella ballata con una melodia vincente. Here She Comes ha una andatura più mossa, ricorda sempre mille cose già sentite, un agglomerato di tutti i generi ricordati, ancora con retrogusti del Petty più malinconico; Day’s Gone è più dolce ed irrisolta, anche se a tratti affiora quello spirito gentile che era tipico della musica di George Harrison, con i dovuti distinguo.

Watchin’ The Radio è uno dei momenti più brillanti, il suono si ravviva, le chitarre si fanno più pressanti  e si percepisce una maggiore elettricità nell’aria https://www.youtube.com/watch?v=Ot6QtMBVOjU , con Someday che ricorda certe canzoni dolenti dei Byrds dylaniani quando la voce era quella di Gene Clark, sempre con il dovuto rispetto e solo per esplicare una impressione personale. Square torna alle influenze beatlesiane https://www.youtube.com/watch?v=3QgMMMWSCYc (anche per le” trombettine” squillanti alla Penny Lane), quelle sonorità che nei suoi primi anni ha frequentato anche, per intenderci, uno come Nick Lowe, benché nel suo caso i risultati erano ben più consistenti, qui sembra di prendere una tisana per la notte, buona e utile per la digestione, ma non memorabile. Una maggiore grinta traspare nella title track Speck, le chitarre e la batteria sono più presenti, il ritornello è accattivante, le armonie vocali al solito garbate, lasciando il commiato a Somebody To Say, che dopo una partenza attendista prende un po’ di slancio nella parte centrale. Per “nostalgici”, ma gustoso.

Bruno Conti

Non Un Capolavoro, Ma Un Disco Onesto E Personale. Nils Lofgren – Blue With Lou

nils lofgren blue with lou

Nils Lofgren – Blue With Lou – Cattle Track Road CD

L’album di cui mi accingo a parlare ha origini lontane, e più precisamente nel 1978, anno in cui Nils Lofgren era in studio con il noto produttore Bob Ezrin per registrare il suo disco Nils. Il nostro era in un momento di impasse, avendo pronte le musiche di una manciata di canzoni ma con la difficoltà a trovare dei testi che lo soddisfacessero: fu così che Ezrin gli propose di incontrare Lou Reed per vedere se fosse possibile iniziare una collaborazione, e Nils gli diede retta. I due si piacquero subito (cosa non scontata quando c’era di mezzo l’ex Velvet Underground), e Lofgren diede a Lou un nastro con tredici canzoni per vedere se riusciva a cavarci qualcosa: dopo qualche giorno di silenzio, la classica telefonata in piena notte, con il rocker newyorkese che si dichiarò positivamente colpito dalle musiche di Nils, ed iniziò letteralmente a dettargli al telefono i testi appena scritti per quei brani (immagino il costo della bolletta telefonica).

Di questi tredici pezzi, tre se li prese lo stesso Reed per il suo album del 1980 The Bells (Stupid Man, City Lights e With You), altri tre finirono sul già citato Nils (A Fool Like Me, I’ll Cry Tomorrow e I Found Her) ed altri due li ritroveremo su due album successivi di Lofgren, Life su Damaged Goods (1995) e Driftin’ Man su Breakway Angel (2002). Il resto è storia recente: inattivo discograficamente dal 2011 (Old School), Nils ha approfittato della pausa concessa da Bruce Springsteen alla E Street Band (e prima di tornare in pista con Neil Young & Crazy Horse al posto di Frank “Poncho” Sampedro) per pensare ad un nuovo album da solista, e siccome non aveva ancora avuto modo di omaggiare Reed (scomparso nel 2013), ha avuto l’idea di utilizzare i restanti cinque brani della loro collaborazione, oltre a scriverne uno dedicato a lui e ad offrire una sua rilettura di City Lights. Il risultato, dall’emblematico titolo di Blue With Lou, è quindi un vero e proprio tributo all’amico che non c’è più, ed è uno dei lavori più personali dell’intera carriera di Lofgren (anche per altre due “canzoni-omaggio” che vedremo tra poco, ma non scritte pensando a Reed) oltre che uno dei più positivi da Crooked Line (1992) in avanti. Nils a mio parere non è mai stato un fuoriclasse come artista in proprio: ottimo sideman, eccellente chitarrista, ma un disco intero a suo nome si fa un po’ fatica a reggerlo dall’inizio alla fine, sia per qualche limite dal punto di vista del songwriting, ma anche a causa del fatto che madre natura lo ha dotato di una voce sì intonata, ma un po’ monocorde e scarsamente dotata di sfumature.

Blue With Lou, pur avendo dei difetti e qualche episodio sottotono, si mantiene comunque ben al di sopra della sufficienza, ed anzi in molti punti è perfino ottimo: prodotto da Nils con la moglie Amy, l’album è stato registrato in presa diretta dal nostro con una configurazione a trio, molto essenziale, dove però i compagni di lavoro sono Kevin McCormick al basso ed Andy Newmark alla batteria, cioè due musicisti con un pedigree lungo come da qui a New York. Il disco ha quindi un suono secco, potente e diretto, tipico dei lavori incisi live in studio, con una serie di backing vocals sia maschili che femminili a dare più profondità. Comincerei senz’altro proprio dai sei brani scritti dal nostro insieme a Lou: Attitude City ha un ritmo pulsante, riff di chitarra quasi creedenciano e Nils che canta con la sua tipica voce pulita ma un po’ chioccia, una rock’n’roll song diretta e potente che fa comunque iniziare il disco col giusto piglio. Give è un funk-rock annerito e dal tempo veloce, non un grande brano dal punto di vista compositivo, ma suonato con una bella dose di grinta, con Nils che comincia a mostrare la sua abilità chitarristica. Talk Thru The Tears è invece una rock ballad pianistica (anche le tastiere sono suonate da Lofgren) dal ritmo sempre cadenzato e la chitarra che si fa spazio da par suo, con un coro maschile sullo sfondo quasi ecclesiastico, che crea un deciso contrasto con la strumentazione tipicamente rock.

Gli ultimi due inediti a firma Lofgren/Reed sono Don’t Let Your Guard Down, un rock’n’roll molto piacevole con la solita ottima chitarra ed un motivo diretto ed immediato, e Cut Him Up, rock song ariosa e limpida che si pone tra le più riuscite, grazie anche al tocco chitarristico sopraffino; e poi c’è City Lights, che viene riletta da Nils con un arrangiamento in stile reggae ed il sax di Brandford Marsalis a riempire gli spazi, una veste sonora molto distante da quella di Lou ma gradevole e ottimamente eseguita. La title track è invece un brano nuovo di zecca, seppur ispirata da Lou, ed è un pezzo di sette minuti dalla ritmica pulsante e con una slide tagliente, atmosfera bluesata e decisamente “black”, niente male. Le restanti cinque canzoni, tutte opera di Lofgren, partono con Pretty Soon, un buon folk-rock elettroacustico dal tempo sostenuto, una melodia discorsiva e distesa e splendidi riff di chitarra slide (odo qualche vago richiamo allo stile del Boss). La chitarristica Rock Or Not è aggressiva e vibrante, anche se forse concede poco all’ascoltatore e ha un ritornello un po’ sopra le righe, mentre Too Blue To Play è molto bella, una ballata acustica toccante ed intensa nonostante un altro coro maschile “strano” e la poco duttile voce di Nils, ma il brano ha uno script solido ed una parte di chitarra superlativa. Il finale rende Blue With Lou ancora più personale, in quanto presenta due omaggi a perdite recenti: Dear Heartbreaker è dedicata a Tom Petty, una rock ballad discretamente piacevole anche se un po’ ripetitiva e forse mancante del pathos necessario, mentre Remember You è dedicata al cane di Nils, Groucho, scomparso da poco, un pezzo lento e melodicamente intenso, anche se avrei evitato il sottofondo a base di synth: dal secondo minuto in poi il ritmo cresce, entra la chitarra ed il brano migliora sensibilmente.

Quindi un disco che non posso definire perfetto al 100%, ma comunque con molti più momenti positivi che sottotono, e di certo profondamente onesto e sincero: direi che può bastare.

Marco Verdi

In Attesa Del “Nuovo” Album Stay Around In Uscita Il 26 Aprile, Ecco 8 Dischi Da Avere Se Amate La Musica Di JJ Cale! Parte II

jj cale 5

Seconda parte.

5 – 1979 – Island/MCA – ***1/2

5 esce dopo una pausa di tre anni e presenta due novità sostanziali: una nuova etichetta discografica, dopo gli anni con la Shelter, e la prima apparizione su disco di Christine Lakeland,  che resterà  con lui, prima come musicista e in seguito  anche come moglie, fino alla sua morte avvenuta nel 2013. Non cambiano il solito produttore Audie Ashworth e molti dei musicisti utilizzati, mentre il suono si fa a tratti più “rotondo” e corposo, meglio definito, con la voce in primo piano e un approccio più vicino al rock, come testimoniano l’iniziale vigorosa Thirteen Days e I’ll Make Love To You Anytime sul cui sound i Dire Straits di Mark Knopfler hanno costruito una intera carriera.

Senza dimenticare la sinuosa Don’t Cry Sister, cantata in duetto con la Lakeland e che Cale inciderà di nuovo con Clapton in The Road To Escondido e la delicata e raffinata The Sensitive Kind con fiati e archi aggiunti e sul lato rock ancora l’ottima Friday, mentre Let’s Go To Tahiti ha qualche tocco etnico quasi alla Ry Cooder e Mona è un’altra di quelle ballate malinconiche in cui eccelle il nostro.

 

jj cale shades

Shades – 1981 – Island/MCA – ***1/2

 Il primo album della nuova decade completa un filotto di sei album che hanno cementato la reputazione di JJ Cale come artista di culto. Al solito ci sono decine di musicisti impiegati tra cui molti altri chitarristi, non ultimi Reggie Young e James Burton. La copertina riproduce una parodia dei pacchetti di sigarette Gitanes, mentre tra i brani l’iniziale vibrante Carry On è un altro dei suoi classici senza tempo, Deep Dark Dungeon è blues allo stato puro, Wish I Had Not Said That è un altra delle sue ballatone mid-tempo e la cover di Mama Don’t va di rock che è un piacere. Ma tutto l’album conferma la classe del musicista, che poi, tra lunghe pause, inciderà parecchi altri altri buoni album, senza forse più arrivare a questi livelli.

 

jj cale eric clapton the road to escondido

The Road To Escondido with Eric Clapton – 2006 – Duck/Reprise – ***1/2

Gli anni 2000 vedono un ritorno in grande stile di Cale, che dopo l’eccellente To Tulsa And Back del 2004 realizza finalmente un disco in coppia con Eric Clapton: i due amici se lo producono e chiamano a raccolta un vero parterre de roi di musicisti, da Billy Preston che fa la sua ultima apparizione, ad altri “discepoli” come John Mayer, Derek Trucks e Doyle Bramhall II, Taj Mahal all’armonica e tutto il giro di musicisti di Manolenta. Oltre alle riprese di Don’t Cry Sister e Anyway The Wind Blows, brilla una cover di Sporting Life Blues di Brownie McGhee e anche se il suono a tratti è fin troppo “professionale”, a causa del tocco di Simon Climie, i due si divertono ad improvvisare e canzoni come l’iniziale Danger, Heads In Georgia, la bluesata Missing Person, sono quasi interscambiabili nel repertorio dei due, anche se portano la firma di JJ.

When The War Is Over ha sprazzi del vecchio Cale, e niente male il tuffo nel country-rock di Dead End Road, con violino in grande spolvero come pure la chitarra di Albert Lee, ma tutti suonano come delle cippe lippe; l’intero l’album è comunque ottimo, da It’s Easy a Hard To Thrill, scritta da Mayer e Clapton, passando per la morbida Three Little Sister, Last Will And Testament e la vibrante e chitarristica Ride The River. JJ Cale appare poi nel Crossroads Guitar Festival di Eric e partecipa al tour di Clapton del 2007 da cui verrà tratto l’ottimo Live In San Diego, prima di lasciarci per un attacco di cuore il 26 luglio del 2013.

eric clapton & friends the breeze

Eric Clapton & Friends –  2014 – The Breeze An Appreciation of JJ Cale – Bushbranch/Surfdog – ***1/2

L’anno dopo la morte di JJ Cale esce questo bellissimo tribute album creato da Eric Clapton e pubblicato sulla propria etichetta.  Call Me The Breeze del solo Eric apre il tributo, con la stessa intro della versione originale è uno dei classici brani del Clapton più ispirato, con Albert Lee alla seconda chitarra, Rock And Roll Records, cantata a due voci, propone una inconsueta accoppiata tra Enrico e Tom Petty che funziona alla grande; Someday è affidata ad un altro fedele discepolo come Mark Knopfler, con Christine Lakeland alla seconda chitarra e Mickey Raphael all’armonica. Lies è affidata al duo Clapton e John Mayer, mentre per la felpata Sensitive Kind viene rispolverato un vecchio amico e compagno di avventura come Don White, uno degli originatori del Tulsa Sound, con Cajun Moon che Clapton riserva nuovamente per sé con eccellenti risultati.

La versione di Magnolia è cantata con classe e stile da John Mayer, prima del ritorno della strana coppia Petty/Clapton con una vibrante I Got The Same Old Blues e del duo Willie Nelson/Eric Clapton che illustra il lato più country di Cale con una sognante Songbird,  lato poi ribadito nella saltellante I’ll Be There (If You Ever Want Me), cantata ancora da Don White con il supporto di Eric, che suona anche il dobro, lasciando la chitarra a Albert Lee.

Tom Petty in solitaria rilascia una delicata The Old Man And Me e il trio White/Knopfler/Clapton ci delizia in una raffinata Train To Nowhere, prima di lasciare spazio a Willie Nelson che accompagnato da Derek Trucks rilegge in modo “stiloso” Starbound, prima di tornare al rock chitarristico di Don’t Wait, affidata a John Mayer e Clapton. In chiusura niente Cocaine, ma una versione in punta di dita di Crying Eyes, cantata de Eric con la Lakeland, mentre Trucks lavora di fino alla slide. Tra pochi giorni esce il “nuovo” album di JJ Cale Stay Around e la storia continua.

Bruno Conti

Sempre Raffinato E Ricercato, Nuovo Album Per Il “Ry Cooder” Svizzero. Hank Shizzoe – Steady As We Go

hank shizzoe steady as we go

Hank Shizzoe – Steady As We Go – Blue Rose Records

Hank Shizzoe, come è forse noto ai più, è un chitarrista e cantante svizzero di 52 anni, con una discografia cospicua (15 o 16 album, a seconda delle fonti, lui o la casa discografica, comunque parecchi dall’esordio del 1994 Low Budget): spesso nelle sue recensioni si fa riferimento a JJ Cale e Ry Cooder come musicisti che, se forse non sono stati fonti di ispirazione, sicuramente condividono un certo tipo di fare musica, ispirata dal blues, e dalla grande tradizione della musica americana in generale, con uno stile laidback, molto raffinato e ricercato. Shizzoe è un virtuoso delle chitarre, soprattutto suonate in stile slide con il bottleneck, ma è proficiente anche a lap steel, pedal steel, chitarre con accordatura tradizionale, e se la cava, per così dire, anche a banjo e bouzouki. E pure la voce non è male, abbastanza piana e senza sussulti, però in grado di evocare sensazioni ora dolci ed avvolgenti, ora più briose e mosse, come la sua musica d’altronde: il nostro Hank è un tipo eclettico, nel suo repertorio ha cantato e suonato di tutto, da Celentano a Hank Williams, l’amato JJ Cale, ma anche i Creedence, Marylin Monroe (!), Traveling Wilburys e classici del blues assortiti.

Anche per l’occasione di Steady As We Go Shizzoe ha spaziato un po’ ovunque: dai blues di Mississippi John Hurt, Washboard Sam, Lonnie Johnson, a brani di Tammy Wynette e Bob Nolan, passando per cover di Randy Newman e Tom Petty, di cui interpreta con passione ed amore California, e per completare il tutto anche tre pezzi originali. Nelle sue parole il nostro amico definisce questo album il proprio disco migliore di sempre, quello che voleva fare da decenni (ma come ho scritto altre volte i musicisti lo dicono sempre, e sarebbe strano il contrario): da quello che ho ascoltato potrebbe averci preso. Il CD ha un suono molto caldo ed intimo, sia per il fatto di essere stato registrato in presa diretta con i quattro musicisti insieme in studio a Berna, e soprattutto per l’eccellente lavoro di mastering fatto in California da Stephen Marcussen, uno dei maestri in questo tipo di lavoro che ha lavorato in passato con Johnny Cash per American Recordings, Rolling Stones, Tom Petty per Wildflowers, Ry Cooder, Willie Nelson. Careless Love è uno standard che è stato inciso decine di volte anche da nomi molti celebri, ma la versione di Shizzoe è ritagliata sull’arrangiamento di Lonnie Johnson, un blues raffinato che ricorda il miglior Ry Cooder anni ‘70/’80 (ma anche dell’ultimissimo periodo), cantato con voce felpata, con la chitarra accarezzata e il clarinetto di Tinu Heineger ad impreziosirla https://www.youtube.com/watch?v=O6Vjae_aqZw ; anche I Been Treated Wrong di Washboard Sam viaggia sempre su traiettorie blues, con la slide decisamente più guizzante, la ritmica più pressante, ma comunque sempre in modalità fine e ricercata.

 

On Top Of Old Smokey, che era anche nel repertorio di Hank Williams, qui riceve un trattamento sobrio e delicato, alla Willie Nelson per intenderci, anche nel cantato quasi forbito, una ballata tra country e l’american songbook classico, con in evidenza il piano di Hendrix Ackle e  la pedal steel suadente di Shizzoe, mentre Make Me A Pallet On Your Floor di Mississippi John Hurt rimanda ancora al Cooder più errebì e vivace https://www.youtube.com/watch?v=c67yN0RgKsA , con Days Of Heaven che è un gioiellino poco noto di Randy Newman che si trovava nel box con inediti del 1998, suonata e cantata con gran classe da Hank. La title track Steady As We Go, uno dei brani firmati da Shizzoe, si inserisce in questo filone di raffinata eleganza sonora, con il trombone di Michael Flury ad impreziosire le evoluzioni dei vari strumenti a corda suonati dal nostro amico, che nella successiva Cool Water, il brano di impronta country scritto da Bob Nolan, lo adorna di qualche tocco etnico con l’uso di percussioni e del shakuhachi che comunque non distolgono dalla bellezza quasi austera di questa ballata. Stand By Your Man è proprio il pezzo di Tammy Wynette, sempre in un arrangiamento morbido e soave che stempera il country dell’originale per un approccio ancora una volta di grande eleganza. Splendido addirittura Havre De Grace, un altro pezzo di Shizzoe cantato con grande trasporto e con un arrangiamento che testimonia di una classe quasi inattesa (ma non del tutto) di questo signore. Che poi si supera addirittura in una versione elettroacustica  ed incantevole della classica California di Tom Petty. Semplicemente un disco molto bello ed inatteso, non saprei che altro dire.

Bruno Conti

Gran Disco Ma…Non Potevano Pensarci Un Po’ Prima? The Long Ryders – Psychedelic Country Soul

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The Long Ryders – Psychedelic Country Soul – Omnivore CD

I Long Ryders negli anni ottanta sono stati con i Dream Syndicate ed i Green On Red uno dei gruppi cardine di quel movimento nato a Los Angeles e denominato Paisley Underground, ma nello stesso tempo, soprattutto per le loro influenze che andavano dai Byrds ai Flying Burrito Brothers, si potrebbero considerare tra i capostipiti del futuro revival Americana ed alternative country. I tre album pubblicati durante il loro periodo di attività (1983-1987), Native Sons, State Of Our Union e Two-Fisted Tales, sono considerati dagli estimatori tra i dischi di maggior culto della decade, ma il fatto che vendettero pochissimo contribuì allo scioglimento prematuro del quartetto (Sid Griffin, Stephen McCarthy, Tom Stevens e Greg Sowders), nonostante esibizioni dal vivo che definire infuocate è dir poco (il secondo ed il terzo lavoro sono usciti pochi mesi fa in edizioni triple deluxe, ma se del gruppo non avete nulla è sufficiente il bellissimo box quadruplo del 2016 Final Wild Songs). Nelle decadi successive Griffin, da sempre il leader dei Ryders, ha pubblicato diversi album sia da solo che con i Coal Porters (oltre a scrivere libri su Gram Parsons e Bob Dylan), e dal 2004 ha iniziato a riunire saltuariamente il suo vecchio gruppo per brevi tour (ed un album dal vivo, State Of Our Reunion), ma pochi avrebbero pensato che i nostri avrebbero dato alle stampe un lavoro nuovo di zecca, e men che meno della qualità di Psychedelic Country Soul.

E invece Sid e compagni (ancora nella loro formazione originale) sono riusciti seppur tardivamente nel miracolo, cioè di consegnarci un disco davvero bellissimo, pieno di canzoni originali (ed una cover) suonate e cantate con la grinta degli esordi, una miscela vincente di country e rock’n’roll che fa sembrare l’album come un disco perduto inciso subito dopo Two-Fisted Tales. Anzi, forse è perfino meglio, in quanto i nostri hanno acquisito maggior esperienza e hanno perso qualche ingenuità inevitabile quando si è giovani: per questo Psychedelic Country Soul (bello anche il titolo) è a mio parere uno dei migliori album di Americana usciti negli ultimi tempi, e vista la già avvenuta reunion dei Dream Syndycate (che tra l’altro hanno un disco in uscita a Maggio) per ricostituire il Paisley Underground mancherebbero solo i Green On Red, se solo Dan Stuart riuscisse a tornare a concentrarsi sulla musica. L’album è prodotto da Ed Stasium, definito dai nostri il quinto Long Ryder, e vede alcune collaborazioni illustri come la violinista Kerenza Peacock, già con i Coal Porters, e le voci di Debbi e Vicky Peterson, ex Bangles. La maggior parte dei brani è a firma di Griffin, ma anche McCarthy e Stevens dicono la loro, pure come cantanti solisti.

Si inizia alla grande con la scintillante Greenville, un brano country-rock terso e limpido con chitarre in gran spolvero e ritmo sostenuto, suono byrdsiano ed ottimo refrain: bentornati. Let It Fly è una deliziosa country ballad suonata sempre con piglio da rock band, begli stacchi chitarristici, interventi di steel e violino ed armonie vocali celestiali; la spedita Molly Somebody è folk-rock deluxe dal ritmo alto, melodia che prende al primo ascolto e gran lavoro di chitarra, un brano che potrebbe benissimo provenire dal repertorio di Tom Petty, mentre All Aboard è una splendida e goduriosa rock’n’roll song, solite chitarre in tiro (strepitoso l’assolo centrale) ed uno sviluppo trascinante: siamo solo ad un terzo del disco e già abbiamo quattro canzoni una più bella dell’altra. Anche Gonna Make It Real è decisamente bella, un country-rock puro e cristallino, dal motivo solare ed ancora con un uso sopraffino delle voci; If You Want To See Me Cry, lenta ed acustica, è un gradito momento di relax, ma con What The Eagle Sees riprende alla grande il tour de force elettrico, un rock’n’roll suonato con grinta da punk band, quasi come se i nostri fossero in un club nei primi anni ottanta: gran ritmo e, tanto per cambiare, una festa di chitarre.

California State Line è una deliziosa e malinconica country ballad, nella quale è chiara l’influenza di Parsons; The Sound è un pezzo rock fluido e grintoso, dal tempo accelerato e con la solita linea melodica tersa e godibile. Walls, unica cover del CD, è un bel brano proprio di Tom Petty, non molto conosciuto (era sulla colonna sonora di She’s The One), ma perfetto per l’attitudine folk-rock dei nostri: rilettura rispettosa e decisamente riuscita, grazie anche alle voci delle due ex Bangles. Il dischetto termina con la tenue Bells Of August, squisita e rilassata ballata elettroacustica scritta e cantata da Stevens (e qui sento echi di The Band), e con l’elettrica e potente title track, che conferma quanto annuncia nel titolo, specie per la parte “psychedelic”, come da vibrante coda chitarristica del pezzo. E’ chiaro che la carriera dei Long Ryders negli anni ottanta è stato un caso lampante di “unfinished business”, ma ora vorrei sperare che questo bellissimo album sia un nuovo inizio e non la parola finale alla loro storia.

Marco Verdi

Saranno Anche Vecchie Notizie, Ma Sono Decisamente Buone! The Steel Woods – Old News

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The Steel Woods – Old News – Woods Music/Thirty Tigers

Come potrebbe lasciar intendere il titolo del CD, gli Steel Woods sono la classica band old school: un connubio tra southern, innervato da robuste dosi di rock tirato, e il classico suono country della loro nativa Nashville. Quindi tanto Lynyrd Skynyrd sound, ma anche le sonorità dell’other side of Nashville, quella frequentata dal chitarrista Jason Cope, per nove anni il solista nella band di Jamey Johnson, e poi legami con le ultime leve del rock sudista, a partire dai Blackberry Smoke.  Nove brani originali e sei cover, più della metà posizionate alla fine del disco. Un suono dove non si fanno molti prigionieri, due chitarre, basso, batteria e pedalare. Ovviamente tra le influenze e le “parentele” possiamo citare anche Chris Stapleton, JJ Grey, Black Crowes, e naturalmente Allman Brothers.

L’iniziale e poderosa All Of These Years sembra proprio una riuscita fusione tra Lynyrd e Allman, chitarre a tutto riff, la voce gagliarda di Wess Bayliff, che all’occorrenza è in grado di suonare qualsiasi strumento, oltre alla chitarra, tastiere, basso, mandolino, armonica, oltre a firmare con Cope quasi tutte le canzoni, ma in questo caso è il suono delle due soliste a dominare un brano che è puro southern rock d’annata. Il secondo pezzo Without You è una delle classiche power ballads dove la componente country non è insignificante, ma il lavoro della slide nobilita il brano con raffinata classe; Changes era su Black Sabbath Vol. 4 (prego?!), ma qui viene rivestita da una insolita patina funky-soul-rock che potrebbe rimandare al JJ Grey ricordato poc’anzi, con la voce vissuta di Bayliff che intona con passione le liriche di Geezer Butler, come se uscissero da qualche fumoso locale del Sud degli Stati Uniti, mentre le chitarre si fronteggiano quasi con lievità. Wherewer You Are è una ballatona elettroacustica malinconica di quelle che piacerebbero a Chris Stapleton, parte con voce e chitarra acustica appena accennata, poi in un lento crescendo entrano tutti gli strumenti, incluso violino e viola suonati da Jake Clayton, che danno un tocco leggiadro al tutto; ma il rock ovviamente non manca, Blind Lover, con un riff muscoloso e la ritmica che picchia alla grande, potrebbe rimandare ai Black Crowes più ingrifati, con le chitarre spianate https://www.youtube.com/watch?v=GQwT4YCWq6Q   e, sempre per rimanere in ambito sudista Compared To A Soul, con un solido giro di basso ad ancorarla, ricorda certi brani  più“scuri” e cadenzati dei vecchi Lynyrd Skynyrd.

Molto bella anche la title track Old News, un’altra ballata con ampio uso di archi, cantata splendidamente da Bayliff e con un bel assolo di slide di Cope; Anna Lee è uno dei brani più country del disco, con mandolino e chitarre acustiche a dominare il sound, dove comunque le elettriche si fanno sentire con forza. Red River (The Fall Of Jimmy Sutherland) è un breve strumentale dal suono poderoso a tutte chitarre, come eccellente è la cover di The Catfish Song di Townes Van Zandt che si trasforma in un pezzo molto ritmato ed elettrico, con armonica e piano ad integrare il suono robusto delle chitarre (come facevano un tempo gli Skynyrd con JJ Cale), seguita da Rock That Says My Name, un lungo brano “epico” che ricorda le cose più elettriche di Steve Earle. Nella parte finale troviamo quattro cover, One Of These Days di Wayne Mills, un honky –tonker non molto conosciuto, comunque una ballata deliziosa con uso pedal steel suonata da Eddie Long, Are The Good Times Really Over (I Wish A Buck Was Still Silver)di Merle Haggard, ancora country music di qualità sopraffina, di nuovo con pedal steel in evidenza. E per concludere in bellezza una “riffata” Whipping Post degli Allman Brothers, con l’organo a duettare con le chitarre con una grinta e risultati invidiabili https://www.youtube.com/watch?v=I3c6uzt4aac , e dulcis in fundo, Southern Accents di Tom Petty, un elegiaco e sentito inno al Sud degli States, interpretato con vibrante passione,  a conclusione di un album decisamente soddisfacente e che illustra la statura degli Steel Woods, veramente bravi.

Consigliato vivamente.

Bruno Conti