Chiamarla “Ristampa” Mi Sembra Un Tantino Riduttivo! Tom Petty – Wildflowers & All The Rest

tom petty wildflowers and all the rest

Tom Petty – Wildflowers & All The Rest – Warner 2CD – 3LP – 4CD Deluxe – 7LP – 5CD Super Deluxe – 9LP

Sia prima che dopo la sua improvvisa e dolorosa scomparsa avvenuta il 2 ottobre 2017, quando si è trattato di dedicare un cofanetto alla musica di Tom Petty è sempre stato fatto un lavoro eccellente, a partire dal box set antologico Playback del 1995 (tre CD di greatest hits, uno di rarità e b-sides e due di inediti), passando per la spettacolare Live Anthology del 2009, cinque CD dal vivo completamente unreleased, per finire con il bellissimo An American Treasure del 2018, box quadruplo che, vicino a qualche pezzo già conosciuto, presentava diverse canzoni mai sentite prima, oppure altre note ma in versioni alternate https://discoclub.myblog.it/2018/10/14/recensioni-cofanetti-autunno-inverno-2-un-box-strepitoso-che-dona-gioia-e-tristezza-nello-stesso-tempo-tom-petty-an-american-treasure/ . Da qualche anno si parlava della possibile ristampa di Wildflowers, album del 1994 del biondo rocker della Florida giustamente considerato uno dei suoi più belli (è nella mia Top 3 dopo Full Moon Fever e Damn The Torpedos), ristampa che inizialmente sembrava dover ricalcare la sequenza pensata in origine, con diversi brani scartati che nelle intenzioni di Tom avrebbero dovuto formare un album doppio.

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Quest’anno si è finalmente deciso di rendere pubblico il tutto con l’uscita di Wildflowers & All The Rest, ma oltre alla versione con due dischetti (o tre LP) si è scelto di fare le cose in grande ed allargare il progetto ad un box quadruplo (o con sette vinili) e, se volete spendere parecchio di più, solo sul sito di Tom è disponibile una splendida edizione Super Deluxe quintupla, o con nove LP, che è quella di cui vado a parlare tra poco (in realtà c’è anche una edizione “Ultra Deluxe” che costa 500 dollari ma non offre nulla di aggiuntivo dal punto di vista sonoro, ma solo una confezione più elegante ed una serie di gadgets abbastanza inutili). La confezione del box quintuplo è splendida, con all’interno la riproduzione dei testi originali con la calligrafia di Tom, un certificato di autenticità numerato e soprattutto un bellissimo libro con copertina dura che vede all’interno parecchie foto inedite, un saggio del “solito” David Fricke, i testi di tutte le canzoni (anche quelle inedite), tutte le indicazioni su chi ha suonato cosa e, dulcis in fundo, un esauriente commento track-by-track con le testimonianze dei protagonisti, tra cui il produttore Rick Rubin, gli storici tecnici del suono di Tom Ryan Ulyate e Jim Scott ed alcuni dei musicisti coinvolti).

Wildflowers già al momento della sua uscita aveva colpito per la sua bellezza e per la profondità delle canzoni scritte da Tom, sia musicalmente che dal punto di vista dei testi, un album da vero e maturo songwriter rock che infatti era stato pubblicato come disco solista (il secondo dopo Full Moon Fever), dal momento che molte delle canzoni avevano uno stile che non veniva ritenuto adatto al sound prettamente rock degli Heartbreakers. Comunque i componenti del gruppo storico di Petty erano presenti al completo in session, soprattutto Mike Campbell e Benmont Tench che anche qui costituivano la spina dorsale del suono, mentre Howie Epstein non suonava il basso ma si limitava alle armonie vocali ed il batterista Steve Ferrone non era ancora entrato ufficialmente nella band ma lo avrebbe fatto subito dopo; tra gli altri musicisti presenti meritano una citazione il noto percussionista Lenny Castro, lo steel guitarist Marty Rifkin, Jim Horn al sax in un brano, il famoso arrangiatore Michael Kamen, responsabile delle orchestrazioni in una manciata di pezzi, e soprattutto Ringo Starr alla batteria ed il Beach Boy Carl Wilson alla voce in una canzone ciascuno.

Ma veniamo ad una disamina dettagliata del cofanetto, il cui ascolto si è rivelato un magnifico scrigno pieno di sorprese (ma non avevo dubbi in proposito). Il primo CD è il Wildflowers originale, un disco ancora oggi bellissimo ed attuale, pieno di deliziosi esempi di cantautorato maturo ed intimo come la splendida title track, il country-rock crepuscolare di Time To Move On, il puro folk-blues Don’t Fade On Me, una voce e due chitarre acustiche, la limpida e folkeggiante To Find A Friend e la ballata pianistica Wake Up Time. Ma la presenza degli Heartbreakers fa sì che il vecchio suono non sia certo messo in soffitta: così abbiamo il potente rock’n’roll di You Wreck Me, la bluesata ed elettrica Honey Bee, la creedenciana e “swampy” Cabin Down Below ed il notevole rock-blues quasi psichedelico House In The Woods, pieno di accordi discendenti; non mancano neppure i tipici pezzi midtempo del nostro, come la popolare You Don’t Know How It Feels, pare ispirata a The Joker della Steve Miller Band, la straordinaria It’s Good To Be King, che dal vivo diventerà uno dei momenti salienti dello show, e la younghiana Hard On Me. Infine troviamo dell’ottimo folk-rock d’autore come la cristallina Only A Broken Heart, con il suo feeling alla George Harrison, la sixties-oriented A Higher Place e l’elegante Crawling Back To You.

Come ho accennato poc’anzi, il secondo dischetto presenta dieci brani esclusi dalla tracklist del 1994 (a parte Girl On LSD che era uscita come lato B di un singolo, e che qui ritroviamo nel quinto CD), quattro dei quali finiranno in versione diversa sulla colonna sonora di She’s The One nel 1996. Il bello è che non stiamo parlando di dieci pezzi di livello inferiore, ma di canzoni che avrebbero potuto benissimo uscire e fare la loro ottima figura, in alcuni casi elevando addirittura il livello già alto di Wildflowers. Something Could Happen è una suggestiva ballata elettroacustica leggermente tinta di pop, con una melodia di prima qualità ed un gran lavoro di Tench, un pezzo inciso nel 1993 ancora con Stan Lynch in formazione e che sarebbe potuto diventare un classico. Ancora più incomprensibile l’esclusione di Leave Viginia Alone, stupendo uptempo folk-rock dal mood coinvolgente ed un motivo irresistibile, una delle migliori canzoni scritte da Tom negli ultimi 25 anni: poteva essere uno dei pezzi centrali di Wildflowers (e verrà invece registrata da Rod Stewart nel 1995 e pubblicata su A Spanner In The Works).

Climb That Hill Blues vede il solo Petty alla voce e chitarra acustica, un brano bluesato come da titolo che ritroveremo tra poco in una versione diversa e full band, ma questa take “unplugged” è davvero affascinante; Confusion Wheel è una limpida ballata dal passo lento e con un bel crescendo, influenzata in parte dalle folk songs tradizionali britanniche ed in parte dai Byrds “acustici”, mentre per California vale quasi lo stesso discorso fatto per Leave Virginia Alone, in quanto ci troviamo di fronte ad una deliziosa e solare canzone pop-rock dal motivo accattivante, che fortunatamente è stata poi reincisa per She’s The One (ma qui è migliore). Harry Green vede ancora Petty da solo, ma se Climb That Hill era un blues, qui siamo dalle parti del più puro e cristallino folk di stampo tradizionale, a differenza di Hope You Never che è un incalzante ed intrigante rock song chitarristica dal passo cadenzato, con un organo molto sixties ed un suono potente: altro pezzo che poteva tranquillamente finire su Wildflowers.

Somewhere Under Heaven è una rock ballad classica, molto anni 70, con un retrogusto psichedelico e Campbell che suona tutti gli strumenti, brano che precede la versione elettrica di Climb That Hill, solida rock song contraddistinta da un riff insistente ed un drumming martellante; chiusura con Hung Up And Overdue, ballata eterea dal gusto pop simile a certe cose del “periodo Jeff Lynne” di Tom, ancora con il pianoforte protagonista e la presenza simultanea di Ringo e Carl Wilson. Molto interessante il terzo CD, che si occupa degli “home recordings” precedenti alle sessions dell’album, registrati da Tom nel suo studio casalingo: non ci troviamo però davanti ai soliti demo per voce e chitarra acustica (e qualche volta armonica), ma a vere e proprie canzoni quasi complete, con sovraincisioni di chitarra elettrica, basso, piano, organo e percussioni. Ci sono anche tre inediti assoluti: There Goes Angela (Dream Away), una soave e delicata ballata impreziosita da una squisita melodia, A Feeling Of Peace, che se sviluppata maggiormente avrebbe potuto diventare una rock ballad di spessore (e parte delle liriche verranno utilizzate su It’s Good To Be King), e There’s A Break In The Rain, uno slow lento ed intenso che rispunterà con qualche modifica su The Last DJ con il titolo Have Love, Will Travel.

Le altre canzoni, alcune delle quali con qualche differenza testuale e strumentale, sono già bellissime così, in particolare You Don’t Know How It Feels, California, Leave Virginia Alone, Crawling Back To You, A Higher Place, To Find A Friend, Only A Broken Heart e Wildflowers. Quindi non la solita collezione di demo, magari un po’ noiosa, ma un disco che sta in piedi con le sue gambe. Il quarto dischetto è una delle ragioni per cui questo box era da me tanto atteso, dato che presenta 11 dei 15 brani di Wildflowers (più tre “aggiunte”) in versioni inedite dal vivo registrate da Tom ed i suoi Spezzacuori tra il 1995 ed il 2017, un CD strepitoso dal momento che stiamo parlando di una delle migliori rock’n’roll band di sempre, in grado di fornire la rilettura definitiva di qualsiasi brano suonato live (e se, per fare un esempio, nel 2003 con Live At The Olympic i nostri erano riusciti a trasformare un album deludente come The Last DJ in un disco da quattro stelle vi lascio immaginare cosa potessero fare con un lavoro del calibro di Wildflowers).

Tanto per cominciare abbiamo una monumentale It’s Good To Be King che da sola vale il CD, undici minuti di rock sublime con una prestazione monstre da parte di Campbell ed un crescendo irresistibile a cui partecipa attivamente anche Tench. Poi vanno segnalate una strepitosa You Don’t Know How It Feels, con Petty che arringa la folla da consumato showman, un trio di rock’n’roll songs formato da Honey Bee, Cabin Down Below e You Wreck Me, che dal vivo sono letteralmente esplosive, una limpida e countreggiante To Find A Friend acustica eseguita allo School Bridge Benefit di Neil Young nel 2000, la sempre bella Crawling Back To You, registrata a fine luglio 2017 (e quindi una delle ultime testimonianze dal vivo di Tom), puro vintage Heartbreakers, una versione molto più rock e diretta di House In The Woods ed una decisamente intima di Time To Move On, per chiudere con la sempre magnifica Wildflowers, qui in versione full band comprensiva di sezione ritmica.

Dicevo dei tre pezzi non appartenenti al disco originale, che iniziano con una deliziosa rilettura stripped-down di Walls (singolo portante di She’s The One), la vigorosa jam chitarristica Drivin’ Down To Georgia, brano che i nostri suonavano dal vivo già dal 1992 (ma questa è del 2010) e che abbiamo già sentito in un’altra versione su The Live Anthology, per chiudere con una rara Girl On LSD, un pezzo folle e divertente, musicalmente molto Johnny Cash, con Tom che mentre la canta fa fatica a rimanere serio. E veniamo al quinto dischetto, quello esclusivo dell’edizione Super Deluxe: sottointitolato Finding Wildflowers, presenta sedici versioni alternate prese dalle sessions dell’album, alcune simili ai brani ufficiali ed altre abbastanza diverse. Non tutto è inedito, ma piuttosto raro sì: ci sono due takes differenti di Don’t Fade On Me e Wake Up Time già pubblicate su An American Treasure, una rilettura semi-acustica di Cabin Down Below ed una versione alternativa di Only A Broken Heart (molto Jeff Lynne) uscite su B-sides, e poi la Girl On LSD originale, sempre spassosa e dall’arrangiamento più rockabilly di quella live.

Troviamo poi finalmente una studio version di Drivin’ Down To Georgia (che però funziona meglio dal vivo) e, tra le altre, segnalerei una A Higher Place più elettrica e Heartbreaker-sounding (con Kenny Aronoff alla batteria), Hard On Me leggermente più lenta dell’originale e con Campbell alla slide, a differenza di Crawling Back To You che è molto più veloce e ritmata di quella nota (e non so quale delle due preferire), You Wreck Me sempre energica ma con le chitarre acustiche, House In The Woods con un’inedita parte strumentale centrale dal sapore jazz, ed una Wildflowers delicatamente country, ancora con Ringo ai tamburi. Anche qui c’è spazio per un inedito assoluto intitolato You Saw Me Comin’, pop song gradevole dal ritmo incalzante, un brano abbastanza sconosciuto che mette la parola fine ad un cofanetto che definire splendido è poco, e che si batterà certamente per il titolo di ristampa dell’anno.

Tom Petty ci manca maledettamente, ogni anno di più.

Marco Verdi

Il Suono Degli Esordi Non C’è Più Ma La Signora Si Fa Ancora Apprezzare! – Joan Osborne – Trouble And Strife

joan osborne trouble and strife

Joan Osborne – Trouble And Strife – Womanly Hip Records/Thirty Tigers

Sono passati ormai venticinque anni dal successo planetario di Relish e del singolo scala classifiche One Of Us, ma per fortuna Joan Osborne non ha perso entusiasmo e voglia di pubblicare nuove canzoni, nonostante l’anno travagliatissimo che stiamo vivendo. Dico per fortuna perché sarebbe un vero peccato non poter più ascoltare una voce come la sua, che, per timbrica, espressività e duttilità, ritengo tra le migliori in circolazione. Può permettersi di cantare qualunque cosa Joan, e anche se purtroppo sembra aver un po’ accantonato le sue origini di interprete rock blues, nel pop & soul che domina le sue ultime produzioni il livello non è mai sceso sotto il limite del buon gusto e del prodotto di classe. Dopo la buona parentesi del tributo al menestrello di Duluth, Songs Of Bob Dylan, pubblicato tre anni fa https://discoclub.myblog.it/2017/09/02/ci-mancava-giusto-un-altro-bel-tributo-joan-osborne-songs-of-bob-dylan/ , la Osborne è tornata a comporre ed incidere materiale originale nel suo studio di Brooklyn, riunendo per l’occasione un gruppo di musicisti affidabili e suoi collaboratori da parecchio tempo, i chitarristi Jack Petruzzelli, Nels Cline (Wilco) ed Andrew Carillo, il tastierista Keith Cotton, il bassista Richard Hammond e il batterista Aaron Comess (Spin Doctors).

Ne è scaturito un album dalle atmosfere piuttosto variegate, come il cursore che passa sulle frequenze di varie stazioni radio degli anni settanta, spaziando tra rock, country, blues, funk e persino un tocco di glam e disco. Il brano di apertura, Take It Any Way I Can Get It, potrebbe uscire da un qualunque lavoro della Tedeschi Trucks Band, caratterizzato com’è dal suono di chitarre smaccatamente southern e Joan lo interpreta da par suo supportata dalle quattro brillanti coriste, Catherine Russell, Ada Dyer, Martha Redbone e Audrey Martells. Le cadenze funky della successiva What’s That You Say, non tra le mie preferite a dire il vero, accompagnano la drammatica vicenda di Ana Maria Rea, messicana emigrata in Texas da bambina con la famiglia. E’ sua la voce che racconta in spagnolo sullo sfondo parte delle traversie che ha subito, concludendo con un significativo “no tengo miedo!” (non ho paura). Di abuso di potere si parla in Hands Off, un robusto blues rock che ricorda il Tom Petty di Mojo, in cui la voce della protagonista graffia come ai bei tempi degli esordi.

L’uso del sintetizzatore Prophet 6 da parte del tastierista Keith Cotton conferisce un gusto retro’ alla ritmica ballad Never Get Tired (Of Loving You), una accorata invocazione di stabilità in tempi così incerti, mentre per la title-track Trouble And Strife le chitarre tornano in primo piano con ottimi fraseggi all’interno di un robusto country-rock di matrice texana. Con la lenta e romantica Whole Wide World torniamo ai già citati seventies e in particolare allo stile dei gruppi di r&b che mietevano successi in quegli anni, come i Chi-Lites. In Meat & Potatoes invece, la Osborne sembra voler fare il verso a Prince, sua sicura fonte di ispirazione, ma il pezzo risulta piuttosto monotono e inconcludente. Molto meglio le sonorità luminose e piacevolmente psichedeliche di Boy Dontcha Know, che per strumentazione e struttura melodica rimanda a certe perle dei Big Star di Alex Chilton. Troviamo ancora del pop rock di pregevole fattura in That Was A Lie, che a dispetto della sua atmosfera solare nasconde un testo di aperta denuncia nei confronti della corruzione che Joan vede diffondersi nelle istituzioni americane. Il finale è affidato al gospel rock di Panama, il cui testo, ha dichiarato la sua autrice, è ancora una volta fortemente influenzato da Bob Dylan e dalla sua straordinaria capacità di proporre liriche al vetriolo all’interno di strutture musicali scarne e dirette come quelle del blues e del folk.

Con molti pregi e poche cadute di tono, questo Trouble And Strife può costituire una piacevolissima colonna sonora per questo difficile autunno e conferma Joan Osborne come una delle cantautrici più vitali ed interessanti del panorama americano oltreché interprete di gran classe.

Marco Frosi

 

Torna Il “Profeta” Con Un Altro Bel Disco. Chuck Prophet – The Land That Time Forgot

chuck prophet the land that time forgot

Chuck Prophet – The Land That Time Forgot – Yep Roc CD

Bobby Fuller Died For Your Sins, uscito nel 2017, aveva ricevuto ovunque ottime critiche ed era stato giudicato come uno dei lavori più riusciti della corposa discografia di Chuck Prophet, singer-songwriter e chitarrista californiano noto per essere stato dal 1985 al 1992 l’alter ego di Dan Stuart nei magnifici Green On Red, semplicemente una delle migliori rock band di quel periodo (oggi colpevolmente dimenticati dalle case discografiche, cosa ancora più incredibile dato che ultimamente vengono ristampati anche album sconosciuti di oscure band psichedeliche degli anni 60 e 70). Prophet non ha mai assaporato il successo come solista, né ha mai inciso per una major, ma ha sempre fatto la musica che ha voluto nei tempi scelti da lui, e pur con alti e bassi fisiologici di una discografia che conta circa una quindicina di album in trent’anni https://discoclub.myblog.it/2012/03/01/l-altra-meta-del-cielo-chuck-prophet-temple-beautiful1/ , non ha mai veramente deluso arrivando in qualche episodio ad entusiasmare (come nel caso di Balinese Dancer, uno dei più bei dischi di rock “indipendente” del 1992).

Ora Chuck torna tra noi con un lavoro nuovo di zecca intitolato The Land That Time Forgot, un album davvero riuscito che conferma il suo ottimo stato di forma, dodici canzoni in cui il biondo musicista non cerca contaminazioni di sorta o suoni alla moda, ma ci regala circa tre quarti d’ora di sano e classico rock’n’roll chitarristico senza fronzoli, ben bilanciato tra ballate e pezzi più mossi e con un songwriting decisamente ispirato frutto della collaborazione a livello di testi con il poeta e scrittore Kurt Lipschutz. Prodotto dallo stesso Prophet insieme a Kenny Siegal e Matt Winegar e masterizzato dal leggendario Greg Calbi, The Land That Time Forgot può contare sul contributo di una lunga serie di sessionmen che danno al disco un suono ricco ed articolato, tra i quali segnalerei Dave Sherman al piano, organo e tastiere varie, Rob Stein alla steel guitar, Jesse Murphy al basso, Vicente Rodriguez alla batteria, James DePrato alla seconda chitarra e slide e Dave Ryle al sassofono. Il CD parte molto bene con la brillante Best Shirt On, una solare rock song chitarristica dal ritmo sostenuto, jingle-jangle byrdsiano e tracce di Tom Petty (anche per il timbro vocale di Chuck, simile a quello del compianto rocker), oltre ad un motivo davvero godibile ed immediato.

Un intreccio di chitarre introduce la lenta High As Johnny Thunders, ballatona fluida e distesa in cui il nostro parla e canta con disinvoltura e con un bell’intermezzo strumentale nel quale la sei corde del leader duetta col sax; la nervosa Marathon ha un intro potente degno degli Stones, ritmica pressante e Chuck che viene doppiato dalla voce femminile di Stephanie Finch, per un brano all’insegna del rock’n’roll in cui grinta e bravura vanno di pari passo. Nella languida Paying My Respects To The Train compare una steel in lontananza, ed il pezzo è uno slow crepuscolare guidato dal solito bel gioco di chitarre e con la complicità di un piano elettrico: canzone evocativa che mette in evidenza il songwriting maturo del nostro. Willie And Nilli è ancora un lento, ma di qualità ancora superiore: un pezzo intenso, struggente ed eseguito superbamente, dotato di una melodia che colpisce dritta al cuore; Fast Kid è invece una rock song ficcante e diretta, estremamente gradevole e con una slide malandrina, mentre Love Doesn’t Come From A Barrel Of A Gun è un midtempo elettroacustico decisamente ruspante e di nuovo con le chitarre che doppiano benissimo l’orecchiabile motivo.

Nixonland è uno degli highlights del disco, una ballata di grande spessore e potenza che inizia in maniera suggestiva con la chitarra acustica affiancata dal pianoforte, subito raggiunti dall’elettrica suonata in modalità “twang” e dalla sezione ritmica, mentre Prophet sciorina una melodia molto incisiva: ottima anche la coda strumentale. La delicata Meet Me At The Roundabout è una folk song acustica e cristallina, un momento di pace prima della gustosa Womankind, piacevole canzone guidata da chitarra e piano con echi di Jersey Sound springsteeniano e perfino un tocco di doo-wop alla Dion & The Belmonts. Chiusura con lo slow Waving Goodbye, che l’uso della steel rende vagamente country, e con Get Off The Stage, altra rock ballad pettyana dal notevole impatto emotivo.

Credo di non dire una bestialità se affermo che Chuck Prophet è uno dei musicisti più sottovalutati del panorama americano, ma lui come al solito va dritto per la sua strada e con The Land That Time Forgot ci consegna un altro prezioso tassello di una discografia di tutto rispetto.

Marco Verdi

Al Decimo Anno Di Carriera, Ecco Il Loro Disco Migliore. The Harmed Brothers – Across The Waves

harmed brothers across the waves

The Harmed Brothers – Across The Waves – Fluff & Gravy CD

La prima cosa da dire riguardo agli Harmed Brothers è che di fratelli all’interno della band non c’è traccia: stiamo infatti parlando di un duo formato alla fine della scorsa decade, quando Ray Vietti ha incontrato Alex Salcido (originari rispettivamente del Missouri e di Los Angeles) e, dopo aver constatato di condividere le stesse visioni musicali, hanno deciso di formare un gruppo insieme. Dal 2010 ad oggi i nostri hanno pubblicato quattro album ed un EP, i primi due in via autogestita mentre dal 2013 sotto l’egida della Fluff & Gravy, un’etichetta indipendente di Portland, Oregon, che ha tra le sue fila alcune importanti band del circuito Americana come Richmond Fontaine e The Parson Red Heads. Tutti i lavori del duo formato da Vietti e Salcido hanno incontrato negli anni buone recensioni ed un discreto successo a livello sotterraneo, ma con il loro nuovissimo Across The Waves ci hanno indubbiamente consegnato il loro lavoro più completo fino ad oggi.

Prodotto dagli stessi Harmed Brothers insieme a Inaiah Lujan, Across The Waves è infatti un ottimo dischetto di pura Americana, in cui i nostri ci intrattengono per circa quaranta minuti con una serie di canzoni che coniugano mirabilmente rock, pop, folk, country, blue-eyed soul e chi più ne ha più ne metta. La cosa che salta maggiormente all’orecchio è l’estrema facilità dei due leader di scrivere canzoni di immediata fruibilità pur non scadendo mai nel banale e nello scontato, il tutto suonato in maniera diretta e senza troppi fronzoli da una backing band di quattro elementi formata da Ben Knight alle chitarre, Matthew McClure al basso, Ryan Land alla batteria e Steve Hauke alla steel guitar, mentre gli stessi Vietti e Salcido, oltre a cantare, si cimentano alle chitarre ed Alex anche a banjo e tastiere. Il CD si apre in maniera più che positiva con Skyline Over, un vivace e piacevole pop rock dal ritmo spedito e melodia intrigante, e prosegue sulla medesima falsariga con Picture Show, che sembra la continuazione del brano precedente ma con una vena chitarristica più accentuata: puro power pop vibrante ed orecchiabile, non lontano da certe cose dei R.E.M. del penultimo periodo (quelli di Reveal e Around The Sun).

Funnies è deliziosa, un perfetto connubio tra la base rock chitarristica ed una melodia pop gradevole ed immediata, un cocktail solo all’apparenza semplice ma che anzi denota una buona dose di creatività; River Town è una gradevole e limpida ballata sfiorata dal country (grazie all’uso della steel), ancora contraddistinta da una linea melodica di facile presa, così come Born A Rotten Egg che però è ulteriormente impreziosita da un bell’uso di piano ed organo che le donano un sapore da soul song sudista (ed il motivo centrale è quasi perfetto). Organo e chitarre caratterizzano il suono anche nella pimpante In A Staring Contest, ennesima prova della facilità dei nostri di coniugare arie musicali accattivanti ad un background sonoro di tutto rispetto; Where You’re Going è una profonda ed affascinante ballata dall’atmosfera rarefatta e crepuscolare, in aperto contrasto con la seguente All The Same, uno strepitoso folk-rock dove tutto, dalla strumentazione tersa e fluida alla melodia fresca, risulta vincente.

Il CD si chiude in crescendo con la trascinante Ride It Out, una rock’n’roll song alla Tom Petty dotata di un ottimo riff e con il solito motivo eccellente, e con l’acustica Time, sette minuti intensi dove non mancano improvvise svisate elettriche in sottofondo. Quindi un dischetto assolutamente da tenere in considerazione questo Across The Waves, il modo migliore per gli Harmed Brothers di festeggiare i loro primi dieci anni di carriera.

Marco Verdi

Se Ne Parlava Da 5 Anni, Ma Il 16 Ottobre E’ Finalmente In Arrivo Il Cofanetto: Tom Petty – Wildflowers And All The Rest

tom petty wildlowers and all the rest

Tom Petty – Wildflowers And All The Rest – 2 CD – 4 CD Deluxe – 5 CD Super Deluxe – Warner Music 16-10-2020

Io stesso su questo Blog avevo pubblicato cinque anni fa le prime anticipazioni https://discoclub.myblog.it/2015/06/23/buone-notizie-future-tom-petty-wildflowers-all-the-rest/  su quello che che doveva essere un CD singolo di materiale inedito registrato tra il 1992 e il 1994 durante le sessions per Wildflowers. Poi nel corso degli anni questo progetto ha assunto proporzioni mitologiche, prima per i continui rinvii, poi per la morte di Tom Petty avvenuta nell’ottobre del 2017. Negli ultimi mesi le voci sulla prossima uscita avevano ripreso a moltiplicarsi, tra l’altro stranamente mantenendo lo stesso titolo che doveva avere la pubblicazione originale, sostituendo solo i due punti con un And, e ora il “nuovo”, cofanetto, a questo punto, si chiamerà Wildflowers And All The Rest.

Uscirò in tre versioni diverse ufficiali, una doppia, una quadrupla e una quintupla: per fortuna niente DVD, Blu-ray, LP vari (che però potrete trovare in un triplo vinile della versione doppia, che uscirà a parte, e in varie altre edizioni disponibili solo sul sito), “solo” i cinque dischetti, più quel bel libro che vedete effigiato sopra ( che dovrebbe essere esclusivo alla versione da 5 CD), con introduzione di Rick Rubin, un lungo saggio del giornalista di Rolling Stone David Fricke, una guida brano per brano curata dall’altra giornalista Jaan Uhelszki.Tutto molto bello anche se si sente parlare (anzi si legge) di costi non indifferenti: la Ultra Deluxe Edition, disponibile solo in vinile, consterà di nove LP, stampata in una versione numerata di 475 copie, alla modica cifra di 499 dollari. Anche se la versione da 54 brani in 4 CD in Europa sembra avere un pezzo abbordabile, sotto i 50 euro. Vediamo se magari anche la versione quintupla avrà un prezzo più “umano”.

Ce ne sono pure altre di versioni limitate, le trovate tutte qui https://store.tompetty.com/?intcmp=200820%2Ftompetty%2Fwr%2Fspl%2Fs_hp%2Fbut%2Fbdy%2Fww%2Fwildflowers-splash-shop , e comunque anche quella da 5 CD costerà un bel 150 dollari. La parte musicale del box è stata curata dal vecchio collaboratore di Tom Petty, il produttore ed ingegnere del suono Ryan Ulyate, con il fattivo aiuto della vedova di Tom, Dana Petty, delle figlie Adria e Annakim Petty, e degli amici di una vita, Mike Campbell e Benmont Tench. 70 brani in tutto, 9 canzoni inedite, 34 versioni mai pubblicate; demo casalinghi in solitaria, versioni alternative, canzoni dal vivo e molto altro, ecco la lista completa dei contenuti.

Tracklist
[CD1: Wildflowers]
1. Wildflowers
2. You Don’t Know How It Feels
3. Time To Move On
4. You Wreck Me
5. It’s Good To Be King
6. Only A Broken Heart
7. Honey Bee
8. Don’t Fade On Me
9. Hard On Me
10. Cabin Down Below
11. To Find A Friend
12. A Higher Place
13. House In The Woods
14. Crawling Back To You
15. Wake Up Time

[CD2: All The Rest]
1. Something Could Happen
2. Leaving Virginia Alone
3. Climb That Hill Blues
4. Confusion Wheel
5. California
6. Harry Green
7. Hope You Never
8. Somewhere Under Heaven
9. Climb That Hill
10. Hung Up And Overdue

[CD3: Home Recordings]
1. There Goes Angela (Dream Away)
2. You Don’t Know How It Feels
3. California
4. A Feeling Of Peace
5. Leave Virginia Alone
6. Crawling Back To You
7. Don’t Fade On Me
8. Confusion Wheel
9. A Higher Place
10. There’s A Break In The Rain (Have Love Will Travel)
11. To Find A Friend
12. Only A Broken Heart
13. Wake Up Time
14. Hung Up And Overdue
15. Wildflowers

[CD4: Wildflowers Live]
1. You Don’t Know How It Feels
2. Honey Bee
3. To Find A Friend
4. Walls
5. Crawling Back To You
6. Cabin Down Below
7. Drivin’ Down To Georgia
8. House In The Woods
9. Girls On LSD
10. Time To Move On
11. Wake Up Time
12. It’s Good To Be King
13. You Wreck Me
14. Wildflowers

[CD5: Finding Wildflowers]
1. A Higher Place
2. Hard On Me
3. Cabin Down Below
4. Crawling Back To You
5. Only A Broken Heart
6. Drivin’ Down To Georgia
7. You Wreck Me
8. It’s Good To Be King
9. House In The Woods
10. Honey Bee
11. Girl On LSD
12. Cabin Down Below (Acoustic Version)
13. Wildflowers
14. Don’t Fade On Me
15. Wake Up Time
16. You Saw Me Comin’

Si annuncia come uno degli eventi del prossimo autunno.

Bruno Conti

Ormai Non Sbaglia Più Un Colpo! Michael McDermott – What In The World…

michael mcdermott what in the world

Michael McDermott – What In The World… – Appaloosa Records

Capita che un lunedì di maggio, a Milano, in una banalissima pausa pranzo, vengo a sapere che presso la Feltrinelli di Viale Pasubio si esibirà gratuitamente un cantautore che considero uno dei più preziosi segreti della storia del rock, di quelli che negli anni ‘90 hanno riempito le mie serate musicali di adrenalina ed emozioni con le canzoni dei sui primi tre album, il capolavoro 620 W. Surf, Gethsemane e quello che porta semplicemente il suo nome. Mi precipito e me lo trovo davanti, Michael McDermott, in jeans e maglietta neri, chitarra acustica e armonica pronta all’uso, spalleggiato dal bravo Alex kid Gariazzo (Treves Blues Band) alla chitarra e mandolino, di fronte ad una platea distratta da cibo e chiacchiere, a regalare una performance di straordinaria intensità basata per lo più sui brani di Orphans, pubblicato qualche mese prima in Italia dalla benemerita Appaloosa Records. Questo accadeva nel 2019, quando ancora nessuno sapeva cosa significasse la funesta sigla Covid-19 e i concerti rock potevi andarli a sentire regolarmente, senza alcun problema di distanziamento o mascherine.

Nonostante il virus sia purtroppo diventato una triste realtà, da noi ma in misura anche maggiore negli States, McDermott ha deciso di pubblicare quest’anno un nuovo capitolo della sua discografia, sempre attraverso l’Appaloosa del compianto Franco Ratti, con tanto di traduzioni in italiano dei testi, lodevolissima iniziativa che permette di valutare appieno il contenuto delle canzoni del songwriter di Chicago, mentre negli States esce per la sua etichetta personale, la Pauper Sky Records. E devo dire che quest’ultimo What In The World… si rivela essere uno dei migliori lavori della sua carriera, a conferma della autentica rinascita umana ed artistica che Michael ha saputo portare avanti dopo essersi liberato dalla grave dipendenza dall’alcolismo. Fantasmi e demoni non hanno mai abbandonato i suoi racconti in musica, tra frustrazioni ed ossessioni dei personaggi che descrive (non sarà per caso che tra i suoi fans di vecchia data troviamo Stephen King) con occhio attento ai fatti di cronaca e agli aspetti più involuti dell’attuale società americana. La title track, posta volutamente in apertura (e in chiusura, come bonus, in versione acustica ugualmente efficace) si ispira in maniera evidente al Bob Dylan di Subterranean Homesick Blues, fra taglienti sventagliate chitarristiche e una ritmica serrata a sostenere un testo rabbioso che elenca orrori e assurdità che si stanno verificando negli USA dell’era Trump.

Ancor più evidente appare la citazione nel recente video che supporta la canzone, in cui Michael sfoglia cartelli contenenti le parole del testo, facendo il verso a maestro Bob. Ancora un evento tragico, il massacro commesso cinque anni fa da parte di un suprematista bianco nella chiesa di Charleston, nella Carolina del Sud, offre lo spunto per un altro brano potente, Mother Emmanuel, caratterizzato dal suono lancinante delle chitarre e da continui cambi di ritmo. Dalle tragedie collettive spesso si finisce a scavare nel personale come dimostra uno degli episodi migliori della raccolta, The Veils Of Veronica, dedicata alla nipote Erin, morta suicida poco dopo la scomparsa del fratello Ryan, ex militare e per lungo tempo sofferente di PTSD (disturbo da stress post traumatico). L’atmosfera del pezzo è perfetta nel descrivere il dramma interiore della protagonista con il lento crescendo delle chitarre sullo sfondo che ben supportano il tono intenso e dolente della voce di Michael.

Anche Die With Me descrive splendidamente il tentativo di superamento di un profondo trauma, come può essere un abuso sessuale subìto, altra notevole performance vocale del leader con la band alle spalle che lavora di fino. Il disco offre anche momenti più solari e disimpegnati nel gradevolissimo trittico formato da The Things You Want, No Matter What e Contender. La prima gode di un riff cadenzato e un po’ ruffiano che si memorizza subito e ti porta a canticchiarne il ritornello insieme al suo autore. La seconda è più acustica e ricorda certe gustose ballad uscite dalla magica penna di Tom Petty, con tanto di armonica a bocca a sottolinearne la linea melodica azzeccatissima, mentre la terza presenta un arrangiamento fiatistico bello quanto inatteso, con i sax suonati da Rich Parenti che danno vigore e spensieratezza alla vicenda del Contender del titolo, che cade al tappeto 99 volte per rialzarsi alla centesima. Tuttavia, sono le ballads il contesto in cui McDermott esprime il massimo delle sue potenzialità, come dimostra la trascinante New York, Texas… racconto efficace della fuga di una giovane coppia in attesa di un figlio verso una vita migliore.

Oppure la delicata descrizione di una barista in cerca di riscatto sociale in Blue Eyed Barmaid, impreziosita da un notevole arpeggio di chitarre acustiche. Rimangono la romantica Until I Found You manifestamente dedicata alla moglie Heather Lynne Horton, corista e violinista nonché membro dei Westies https://discoclub.myblog.it/2014/05/05/singer-songwriter-eccellenza-michael-mcdermott-and-the-westies-west-side-stories/ , il gruppo fondato da Michael insieme al chitarrista Joe Pisapia, al batterista Ian Fitchuk, al bassista Lex Price e al tastierista John Deaderick, gli ultimi due ancora presenti in quest’album che si chiude, prima della ripresa acustica di What In The World…, con un altro nostalgico gioiellino, atto d’amore nei confronti della Grande Mela in cui McDermott ha vissuto per parecchi e travagliati anni, intitolato Positively Central Park. Una splendida conclusione, che sembra uscire direttamente da uno dei locali del Village dove il suo autore si sarà esibito tante volte, a suggello di un album notevole che ci mostra il cinquantenne Michael McDermott in piana forma fisica e creativa.

Marco Frosi

Anche Agli Extraterrestri Piace Il Rock & Roll! Jack The Radio – Creatures

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Jack The Radio – Creatures – Pretty Money CD

Non so quanti, soprattutto dalle nostre parti, si ricordino dei Jack The Radio, rock band proveniente da Raleigh (North Carolina), dal momento che il loro ultimo CD risale ormai ad un lustro fa. Eppure il quartetto guidato dal chitarrista-cantante-songwriter George Hage (con Danny Johnson alla chitarra solista, steel e tastiere, Dan Grinder al basso e Kevin Rader alla batteria) dal 2011 al 2015 si era fatto notare con quattro album di puro roots-rock made in USA, una miscela stimolante di rock’n’roll, country e folk che aveva loro permesso di farsi un nome se non altro a livello locale; poi, dopo Badlands del 2015, il silenzio (interrotto solo da un paio di singoli in streaming), un lungo periodo di cinque anni in cui i nostri hanno comunque continuato ad esibirsi dal vivo, oltre a mettere in commercio una loro personale marca di birra! Ora però i JTR tornano più pimpanti che mai con il loro nuovo lavoro Creatures, un vero progetto multimediale dato che in abbinamento esce anche un’antologia di fumetti che si rifanno alle storie di extraterrestri sci-fi degli anni cinquanta-sessanta, con i vari racconti ispirati dai titoli delle canzoni.

Ma a noi ciò che interessa di più è la parte musicale, e devo dire che Creatures è davvero un bel dischetto di rock’n’roll chitarristico, diretto e senza fronzoli, che rivela influenze che vanno dai Rolling Stones a John Mellencamp e nel quale anche le ballate sono eseguite con grinta ed un approccio elettrico. In più, data la provenienza di Hage e compagni, l’elemento sudista è molto presente nei vari brani, sia come suono che come stile di scrittura. Dopo una durissima introduzione di soli 42 secondi in stile quasi heavy metal si parte sul serio con Don’t Count Me Out, altra rock song ma più vicina al suono Americana, con la sezione ritmica che picchia sicura e le chitarre in tiro: il motivo centrale è fluido e coinvolgente ed il pezzo presenta i primi connotati southern. Trouble è una ballatona ariosa ma sempre di stampo elettrico, con la steel a stemperare la tensione e la doppia voce di Jeanne Jolly, mentre la partner femminile per i due brani seguenti è Tamisha Waden: il primo, Creatures, è una bella rock song dal ritmo cadenzato sullo stile di Gimme Shelter degli Stones (con la Waden a fare le veci di Lisa Fisher), a differenza di We’re Alright che è un rock-blues sanguigno e tosto, sempre con le chitarre che riffano che è un piacere.

Niente male anche Let’s Be Real, altra rock ballad distesa e piacevole ma senza tentazioni zuccherine (anzi, il tasso elettrico è sempre alto); Paint The Sky è di nuovo uno slow ma di qualità superiore, una canzone davvero bella e ricca di pathos che ricorda le ballate sudiste dei seventies, peccato duri solo tre minuti. Swimming With The Sharks è un godibile folk-rock elettrificato dalla melodia tersa, Getting Good è l’ennesimo lentaccio di ottima fattura stavolta sfiorato dal country e con l’aiuto vocale della brava Lydia Loveless https://discoclub.myblog.it/2016/08/21/lydia-loveless-real-country-punk-bene/ , mentre Hurricane è un notevole midtempo con dietro una slide malandrina, che mischia in egual misura southern music e Tom Petty. La tostissima Elevator arrota le chitarre allo spasimo ma forse è un gradino più in basso rispetto alle altre (sembrano gli ultimi Lynyrd Skynyrd quando fanno i metallari), meglio la ritmata Socks e soprattutto il puro rock’n’roll di In The Trees, tra le più coinvolgenti del CD.

L’ottima ballata d’atmosfera Secret Cities, un pezzo crepuscolare che risente dell’influenza di Springsteen, chiude in maniera intima un dischetto che ogni amante del rock’n’roll con implicazioni sudiste dovrebbe ascoltare, con l’unico fattore negativo al solito rappresentato dalla scarsa reperibilità.

Marco Verdi

La Band Texana Non Lascia Ma Raddoppia, E Pubblica Uno Dei Loro Migliori Album In Assoluto. Reckless Kelly – American Jackpot/American Girls

reckless jelly jackpot americana american girls

Reckless Kelly – American Jackpot/American Girls – No Big Deal/Thirty Tigers 2 CD/Download

Anche il nuovo album (anzi, i nuovi album, visto che sono due) dei Reckless Kelly, è uscito prima per il download, e poi “dovrebbe” essere disponibile in doppio CD dal 24 luglio (ma più probabile il 31/7 o il 7 agosto, non è chiaro): annunciato all’inizio come un disco singolo, poi si è allargato man mano fino a raccogliere 20 brani , distribuiti su 2 CD, ed esce a quattro anni dal precedente Sunset Motel https://discoclub.myblog.it/2016/09/29/reckless-kelly-sai-cosa-ascolti-il-nuovo-album-sunset-motel/ , ed è il primo in cui non appare più il vecchio chitarrista David Abeyta, sostituito da Ryan Engleman, mentre la leadership è sempre saldamente nelle mani dei fratelli Braun, Will e Cody (come certo saprete ci sono altri due fratelli Micky & Gary Braun, alla guida degli ottimi Micky & Motorcars). Tutta la famiglia è nativa dell’Idaho, ma si sono trasferiti in quel di Austin, Texas, ormai dal lontano 1996, e sono tra i fondatori di quel movimento che è stato definito “Red Dirt Sound” che ingloba country(rock) texano, roots rock e americana, un suono ruspante che miscela sia il suono classico che derive più “moderne”.

Quando esce un doppio album si dibatte da sempre sul fatto se non sia meglio sfrondare qualche elemento, “venti pezzi sono troppi, sì il disco è bello, ma vuoi mettere se ci fosse stata qualche canzone in meno” e si cita spesso come esempio più famoso il White Album dei Beatles (qualcuno ha detto Ob-La-Di Ob-La-Da e Revolution 9, i due lati opposti della medaglia?), anche se poi con l’avvento del CD si è scoperto che molti di questi dischi ci stavano comodamente negli 80 minuti delle edizioni digitali e il loro fascino è spesso proprio anche nella lunghezza. Io sono da sempre favorevole ai doppi o comunque agli album lunghi: meglio che ci sia qualche canzone magari “superflua”, la ascolti una o due volte poi se non ti piace usi la funzione “skip”, e ti concentri sulle migliori, che comunque, anche nei dischi più riusciti, difficilmente superano le sei o sette, quando va bene: ma lasciamo stare perché stiamo disquisendo sul sesso degli angeli o di questioni di lana caprina. Quindi concentriamoci su American Jackpot/American Girls: si diceva 20 brani, 10 canzoni per ogni CD, che poi potrebbero essere interscambiabili nei due album, anche se in teoria American Jackpot dovrebbe essere quello più “impegnato”, su tematiche diverse, anche sociali e American Girls, più leggero e disimpegnato, su tematiche personali ed amorose.

Ripeto, o forse non l’ho ancora detto, a me il disco piace parecchio, e anche la critica, americana e non, recensendo la versione per il download ne ha parlato prevalentemente in termini più che positivi, mentre altri, pochi per la verità, hanno posto appunto dei distinguo per la presunta eccessiva lunghezza. Se il gruppo vi piace fregatevene e godetevi il disco che ha parecchi brani da gustare veramente con piacere, le cito alla rinfusa, visto che ci sono parecchie canzoni veramente belle. A partire dal commosso omaggio a Tom Petty nella splendida Tom Was A Friend Of Mine, usando potenti parole come “then silence filled the air like there would never be another sound again” e le onnipresenti delicate armonie vocali e le chitarre tintinnanti dei fratelli Braun, con il violino struggente di Cody in evidenza; 42 racconta la storia di una delle grandi icone del baseball americano Jackie Robinson, in una country-folk ballad intima e raccolta di grande fascino cantata a due voci dai fratelli, mentre l’armonica di Cody ne sottolinea l’atmosfera malinconica, ma c’è anche il R&R sudista, chitarristico e sfrenato della vibrante Mona https://www.youtube.com/watch?v=3hKLOcZ_ivc , l’iniziale introspettiva, almeno nei testi, ma sontuosa nell’approccio musicale, North American Jackpot sulla storia dell’immigrazione verso gli Stati Uniti dalla Mayflower ai giorni nostri.

Come pure l’affettuosa Grandpa Was a Jack of All Trades, storia di un vecchio patriarca sopravvissuto a Pearl Harbor che aiuta i suoi vicini in difficoltà, narrata in una ballatona country dove violini, chitarre e steel guitars convivono a tempo di valzer, senza dimenticare l’avvolgente ballata pianistica, con uso di archi, Goodbye Colorado, ispirata dalle parole della poetessa Emma Lazarus, scolpite alla base della Statua della Libertà. C’è pure l’afflato springsteeniano nel blue collar rock delle deliziose Miss Marissa e Give Up On Love, il Tex-Mex divertito Lost Inside The Groove, dove l’organetto di Shawn Sahm rievoca le divertenti cavalcate del babbo Doug Sahm https://www.youtube.com/watch?v=76Cx7bFBfpE , e ancora il bel duetto con la splendida voce di Suzy Bogguss nel country&western cadenzato di Anyplace That’s Wild, dove “chitarroni” twangy, violini e armoniche, pedal steel e aspre chitarre elettriche convivono in questa rievocazione del vecchio West https://www.youtube.com/watch?v=-aDawb7N2Ho . A questo punto vi ricordo che nel disco, in alcuni brani, come ospiti alle chitarre, troviamo anche Gary Clark Jr. e Charlie Sexton.

Ne ho ricordati già dieci (e quindi senza meno non sarebbero pochi), ma ci sono almeno 4 o 5 altri brani di pregio in un disco che a mio modesto parere è sicuramente tra i migliori in ambito roots/Americana di questo scorcio di stagione, alla faccia dei (pochi) detrattori. Ci hanno messo quattro anni ma è venuto veramente bene,

Bruno Conti

Altro Che Country, Questo E’ Rock’n’Roll Coi Fiocchi E Controfiocchi! Will Hoge – Tiny Little Movies

will hoge tiny little movies

Will Hoge – Tiny Little Movies – EDLO/Thirty Tigers CD

Will Hoge, originario del Tennessee ed allenatore di baseball mancato, è un countryman dal pelo duro che ridendo e scherzando ha già superato i vent’anni di carriera, gran parte dei quali trascorsi come artista indipendente (tranne un album del 2003 pubblicato dalla Atlantic ed un periodo di cinque anni in cui ha inciso per la Rykodisc), ma che negli ultimi tempi è distribuito dalla Thirty Tigers, tra le migliori indie labels oggi in America. Il suo nuovo album, che segue di tre anni Anchors https://discoclub.myblog.it/2017/08/22/da-nashville-tennessee-un-bravissimo-rock-troubadour-americano-will-hoge-anchors/ , si intitola Tiny Little Movies, ed è un lavoro particolare e diverso da tutto ciò che il nostro ha pubblicato in precedenza. Se infatti i dischi incisi in passato da Will, pur avendo un sound robusto e molto poco nashvilliano, erano comunque chiaramente di matrice country, con Tiny Little Movies Hoge ha voluto fare un vero e proprio rock’n’roll record. Il nostro infatti ha affittato per quattro giorni una sala prove a East Nashville e si è portato una band ristretta ma tostissima, composta dal chitarrista Thom Donovan e dalla sezione ritmica formata da Christopher Griffiths al basso e dal batterista Allen Jones, ed insieme hanno messo su nastro le undici canzoni che compongono il disco, undici brani di puro rock’n’roll chitarristico suonato in presa diretta e senza troppi fronzoli, dando poi da mixare il tutto a Matt Ross-Spang, noto per aver collaborato con Jason Isbell e Margo Price.

Due chitarre, basso, batteria e null’altro (se non per qualche sovrincisione di piano ed organo), un album rock al 100% in cui il nostro dimentica momentaneamente l’influenza di Buck Owens per palesare il suo amore per Rolling Stones e Bob Seger. Ma solo la grinta ed il suono non basterebbero se non ci fossero anche le canzoni, ed in Tiny Little Movies ce ne sono di notevoli, anche se la cosa non mi stupisce più di tanto perché Hoge è sempre stato un valido songwriter, tuttalpiù non me lo aspettavo così a suo agio nei panni del rocker. L’iniziale Midway Motel è un po’ il manifesto del suono dell’album, una rock’n’roll song bella e limpida, con le chitarre in primo piano, la sezione ritmica che picchia duro e Will che intona con voce arrochita un motivo di quelli che ti prendono subito, concedendosi anche un breve assolo di armonica: gran bella canzone, miglior avvio non ci poteva essere. The Overthrow vede il ritmo pompare di brutto per un pezzo decisamente aggressivo ed elettrico, oserei dire quasi punk, ma con l’approccio da vera rock’n’roll band per un pezzo trascinante e godurioso dal punto di vista chitarristico; Maybe This Is Ok è più tranquilla, con un inizio attendista quasi per sola voce e batteria, poi entrano di soppiatto gli altri strumenti e la temperatura sale di brutto nel refrain con le chitarre che si prendono il centro della scena.

La pessimistica Even The River Runs Out Of This Town abbassa i toni e vede il nostro nelle vesti del songwriter per un brano dallo sviluppo melodico toccante e dal sound in gran parte acustico, anche se non manca il solito intermezzo elettrico; in My Worst spunta un piano wurlitzer a dare un sapore sudista al pezzo, una sontuosa rock ballad dal ritmo cadenzato e splendide chitarre, nobilitata da un coro femminile che ci porta ancora di più all’interno dei Muscle Shoals Studios, almeno idealmente: grande canzone. La potente That’s How You Lose Her è ancora puro rock’n’roll, chitarre al vento ed ennesimo motivo vincente, Con Man Blues è persino più adrenalinica e dura come suono ma meno incisiva dal punto di vista dello script (e qui Will, non sto scherzando, canta che sembra Ozzy Osbourne https://www.youtube.com/watch?v=iWGJMuFyEVY ), ma con Is This All That You Wanted Me For l’album torna dalla parte giusta, con un’altra ballata dal suono caldo e con organo, piano e chitarre a dare un mood tipico da rock band anni settanta. Il CD, una piacevole sorpresa, si chiude con la lenta The Likes Of You, intensa e crepuscolare, la bella The Curse, altra rock song tersa e solare che sembra uscita dalla penna di Tom Petty, e lo slow All The Pretty Horses, un brano ricco di pathos che vede spuntare dal nulla ma abbastanza chiaramente l’influenza di The Band.

Sono tempi difficili, e scariche elettriche come quelle che ci può dare un disco come Tiny Little Movies non saranno utili a risolvere i problemi ma possono indubbiamente contribuire a farci stare un po’ meglio.

Marco Verdi

 

 

Nuovi E Splendidi Album Al Femminile: Parte 1. Margo Price – That’s How Rumors Get Started

margo price that's how rumors get started

Margo Price – That’s How Rumors Get Started – Loma Vista CD

Terzo lavoro da solista per Margo Price, cantautrice dell’Illinois ma di casa a Nashville, dopo i due album usciti per la Third Man Records di Jack White (Midwest Farmer’s Daughter del 2016 e All American Made del 2017), entrambi destinatari di ottimi riscontri di critica e vendite sia in USA che, sorprendentemente, in UK, dove sono andati entrambi al numero uno delle classifiche country. Prima del suo esordio di quattro anni fa Margo aveva già alle spalle una solida gavetta, frutto della sua militanza in ben tre gruppi differenti insieme al marito chitarrista e songwriter Jeremy Ivey (Secret Handshake, Buffalo Clover, Margo & The Pricetags): proprio nei Pricetags ha militato anche un giovane Sturgill Simpson, e la Price si deve essere ricordata di questa vecchia amicizia quando ha scelto il produttore per il suo nuovo album (il primo per l’etichetta Loma Vista). E la scelta si è rivelata vincente, in quanto Simpson ha portato aria fresca e nuovi stimoli, aiutando Margo ad ampliare i suoi orizzonti andando oltre il genere country: il risultato è che That’s How Rumors Get Started (che doveva uscire in origine a maggio ma è stato spostato a luglio a causa della pandemia) si rivela fin dal primo ascolto come il disco migliore e più completo della Price, un album di ballate dal suono arioso e limpido, con il country quasi assente in favore di uno stile tra il pop ed il rock californiano classico.

Simpson ha indubbiamente contribuito con il suo talento (e lasciando fortunatamente da parte le sonorità discutibili del suo ultimo album, il deludente Sound & Fury), ma la maggior parte del merito va ovviamente alla titolare del lavoro, che ha scritto una serie di canzoni davvero belle ed ispirate, brani che denotano una maturità da cantautrice adulta ed esperta. Dulcis in fundo, Sturgill ha messo a disposizione di Margo una band rock al 100%, con eccellenze come il chitarrista Matt Sweeney (che ha suonato un po’ con tutti, da Adele a Johnny Cash, passando per Iggy Pop), il noto bassista Pino Palladino, il batterista James Gadson (Aretha Franklin, Marvin Gaye), e soprattutto l’ex Heartbreaker Benmont Tench, il più grande pianista rock vivente assieme a Roy Bittan, il cui splendido pianoforte è il fiore all’occhiello di gran parte delle canzoni contenute nell’album. L’album inizia ottimamente con la title track, bellissima ballad pianistica che si sviluppa fluida e distesa, con la splendida voce di Margo a dominare un brano che denota a mio parere una netta influenza di Stevie Nicks nel songwriting. Niente country, ma piuttosto un elegante pop-rock che profuma di Golden State.

Con Letting Me Down il ritmo aumenta e ci troviamo di fronte ad uno scintillante pezzo tra country, pop e rock contraddistinto da un bel lavoro chitarristico, il solito magistrale piano di Tench e, last but not least, un ritornello vincente di ispirazione, indovinato, Fleetwood Mac; in Twinkle Twinkle le chitarre si induriscono ed anche la sezione ritmica picchia più forte, Benmont passa all’organo e Margo mostra di trovarsi a proprio agio anche alle prese con un brano rock grintoso pur se leggermente inferiore ai precedenti. Per contro, Stone Me è splendida, una ballata tersa e solare servita da un motivo di notevole spessore ed una struttura di fondo che ricorda non poco certe cose di Tom Petty (con Tench come superbo “trait d’union”): canzone che è stata giustamente scelta come primo singolo. Hey Child è una rock ballad lenta e profonda dalla strumentazione classica (Simpson ha davvero fatto un ottimo lavoro), melodia dal pathos crescente con tanto di coro gospel e prestazione vocale da brividi da parte della Price, mentre Heartless Mind è basata su un giro di tastiere elettroniche ed una strumentazione più moderna e pop, ma rimane un brano gradevole e per nulla fuori posto.

E’ chiaro che io Margo la preferisco quando è alle prese con un sound più classico, come nella bella What Happened To Our Love?, un intenso slow di stampo rock basato al solito sul triumvirato piano-chitarra-organo, o nella strepitosa Gone To Stay, sublime rock song dal passo coinvolgente ed ancora “californiana” (il disco è stato inciso a Los Angeles, cosa che può avere in parte influito), nonché dotata di una delle migliori linee melodiche del disco e con l’ennesimo lavoro egregio da parte di Benmont. L’elettrica e diretta Prisoner Of The Highway è la più country del lotto (ma in versione sempre molto energica), con l’uso del coro a dare ancora un accento gospel davvero azzeccato; il CD, 36 minuti spesi benissimo, si chiude con I’d Die For You, ottima ballata lenta che offre un contrasto tra la melodia delicata e toccante (e che voce) ed un uso nervoso della chitarra elettrica sullo sfondo.

Con That’s How Rumors Get Started Margo Price ha superato brillantemente la difficile prova del terzo disco, regalandoci senza dubbio il suo lavoro più completo ed ispirato: consigliatissimo.

Marco Verdi