In Attesa Del Nuovo Ottimo Album In Uscita A Metà Luglio: Pretenders/Chrissie Hynde Una Storia Lunga Più Di 40 Anni! Parte II

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Seconda parte.

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A questo punto come nuovo solista dei Pretenders arriva Robbie McIntosh, futuro chitarrista della band di Paul McCartney, e al basso Malcolm Foster. Con questa formazione registrano un altro singolo di grande fascino, e successo, come la potente Middle Of The Road, che esce a novembre del 1983 e fa da antipasto al nuovo album Learning To Crawl – Sire 1984 ****, che esce a gennaio, sempre per la produzione di Chris Thomas, e dopo una lunga gestazione, visto che è stato inciso dalla metà del 1982 alla fine del 1983: i due singoli, posti in apertura del disco, sono le colonne sonore portanti dell’album, che comunque presenta altre canzoni di notevole fattura, e mediamente è superiore al secondo album e si avvicina ai vertici del primo, spesso pareggiandoli, l’assolo di armonica della Hynde nel finale di Middle Of The Road è veramente gagliardo.

L’incalzante rock di Time The Avenger, perfetto esempio di power pop, la vorticosa Watching The Clothes, un ennesimo esemplare di impeccabile Pretenders song come Show Me, il country and roll della pressante Thumbelina. E ancora, My City Was Gone, il lato B di Back On The Chain Gang, sempre con Bremner e Butler, una sorta di funky-rock alla Jam, con un sinuoso giro di basso che àncora il groove del brano verso lidi soul, la bellissima Thin Line Between Love And Hate, una cover R&B dei Persuaders, con la presenza di Paul Carrack, piano e seconda voce, e Andrew Bodnar dei Rumour, cantata in modo “divino” dalla angelica voce di Chrissie.

I Hurt You, con un riff circolare e la voce moltiplicata, è quanto di più vicino al reggae questa volta propone il menu, e in chiusura 2000 Miles, il terzo singolo dell’album, che era uscito a novembre 1983, considerata una canzone natalizia, ma anche un accorato ricordo di James Honeyman-Scott, con un delicato jingle-jangle della solista di McIntosh: l’ultimo grande album del gruppo? E’ una domanda, chiedo.

1985-1995 Un Lungo, lento declino, con qualche soprassalto

Questa è una fase classica in generale nella storia delle band. Chrissie Hynde ci mette anche del suo, alla Tafazzi, decretando, dopo la partecipazione al Live Aid nel 1985, e all’inizio delle registrazioni del nuovo album, che Martin Chambers non stava più suonando bene e se ne poteva andare, subito seguito dal bassista Foster, lasciando il gruppo senza sezione ritmica. Nel frattempo, nel 1984, la nostra amica aveva sposato Jim Kerr dei Simple Minds, e nel 1985 aveva avuto la seconda figlia Yasmin, ma anche in questo caso il fattore genetico non ha funzionato e comunque nel 1990 i due divorziano.

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Il nuovo disco, senza il produttore Chris Thomas, oltre alla sezione ritmica, viene registrato in giro per il mondo Get Close – Real Records/Sire 1986 ***, se non altro scegliendo due produttori di pregio come Bob Clearmountain e Jimmy Iovine, nonché una valanga di sessionmen tra cui spiccano T.M. Stevens al basso e Blair Cunnigham alla batteria, più Bernie Worrell alle tastiere, Steve Jordan, Mel Gaynor dei Simple Minds e Simon Phillips alla batteria, Chucho Merchàn degli Eurythmics e Bruce Thomas degli Attractions al basso. Nonostante tutto il cucuzzaro impiegato il disco non è al livello dei precedenti, ma non è neppure orrido (quasi). Il primo singolo My Baby, al solito, è molto piacevole, dedicato alla figlia, e con una certa tenerezza nel cantato, ogni tanto c’è un surplus di chitarre e tastiere, ma si evita il suono turgido anni ‘80; anche When I Change My Life è gradevole, soprattutto per merito della voce di Chrissie, ma Light Of The Moon, scritta da Carlos Alomar, non si può sentire, sembra Let’s Dance parte 2, in peggio, Dance!, per dirla alla Mughini, la aborro, nonostante una incombente chitarra con wah-wah.

Tradition Of Love è un po’ meglio, se non altro ha una parvenza di melodia, anche se i synth impazzano, il divertente singolo Don’t Get Me Wrong solleva in parte le sorti e anche I Remember You un brano giamaicano lite non è da taglio delle vene, la classe vocale fa capolino. Su How Much Did You Get for Your Soul? stendiamo un velo pietoso, con Chill Factor che non sarà un capolavoro ma suona come una canzone dei Pretenders e Hymn To Her è una power ballad di buona qualità, mentre in conclusione viene inserita una cover di Room Full Of Mirrors di Jimi Hendrix, prodotta da Steve Lillywhite che suona come un brano dei Simple Minds o degli U2 più commerciali, anche se McIntosh cerca di metterci del suo.

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Alla fine del tour del 1987 anche lui alza bandiera bianca e abbandona. Lo stesso anno esce The Singles 1979-1987 – Wea/Sire 1987 ****, che raccoglie il meglio dei loro 45 giri, arte dove hanno sempre eccelso, con la “bonus” (mezza stelletta in meno) della cover reggae con gli UB40 di I Got You Babe di Sonny And Cher. Nell’89 anche i due brani per la colonna sonora del film di Bond 007 The Living Daylights non sono il massimo, suono molto sintetico e pure le canzoni non brillano. Altro brano da colonna sonora del film 1969 Windows Of The World, con Johnny Marr alla chitarra, neppure brutto, poi lunga fase di riflessione e nel 1990 si presentano a maggio in studio per registrare un nuovo album

Packed!

Packed! – Sire 1990 ***, con la produzione di Mitchell Froom: in copertina c’è solo il volto della Hynde, nel disco suonano di nuovo Cunningham e Bremner, più sessionmen assortiti, quindi si potrebbe considerare come un album solista con il marchio Pretenders, e ha i suoi momenti, anche se Rolling Stone gli dà addirittura 4 stellette, l’iniziale Never Do That non è malaccio, sembra Back On The Chain Gang parte 2, dove c’era Bremner alla chitarra. Molto gradevoli anche Let’s Make A Pact e la pimpante Millionaires e anche una cover delicata di May This Be Love di Jimi Hendrix con assolo in punta di dita sempre di Bremner.

When Will I See You è una raffinata ballata scritta con Johnny Marr, Downtown (Akron) un grintoso omaggio alla sua città nativa, il solito reggae How Do I Miss You e altri brani senza infamia e senza lode, a parte la romantica conclusiva Criminal, un tipico brano alla Hynde. Passano altri quattro anni ed esce Last Of The Indipendents – Sire 1994 ***,

un buon album nel complesso, che segna il ritorno di Chambers alla batteria dopo anni di esilio, e l’arrivo del nuovo chitarrista Adam Seymour, che poi rimarrà con la band fino al 2007, produce Stephen Street, anche se la “nuova” line-up appare al completo in un solo brano All My Dreams, insieme alla ballate pianistiche 977 e I’ll Stand By You, al tiratissimo R&R Rebel Rock Me e alla bella cover di Forever Young di Bob Dylan, cantata sempre con voce cristallina da Chrissie Hynde.

The Isle of view

L’anno successivo esce il primo Live della band, Isle Of View – Warner Bros 1995 ***, un disco acustico dove la band, accompagnata da una piccola sezione archi, il Duke Quartet, rivisita il repertorio passato, con la presenza dell’ospite Damon Albarn al piano: a me all’epoca non era dispiaciuto, come avevo detto nella mia recensione dei tempi, e risentito oggi confermo, è strano sentirle in versione “unplugged”, ma nel complesso regge, canzoni come Back On The Chain Gang, Brass In Pocket, Hymn To Her, con un solenne harmonium, Lovers Of Today, The Phone Call, I Go To Sleep, la allora recente Revolution, per citare le migliori, come le giri comunque si apprezzano.

1999-2020 L’ultima fase, tra alti e bassi.

Viva_el_amor

Nel 1999, dopo avere collaborato nel 1997 con due brani alla colonna sonora del film di Ridley Scott G.I.Jane, partecipano al concerto in memoria di Linda McCartney, organizzato dalla stessa Hynde, che era una sua grande amica, realizzano l’ultimo album del millennio ( e con la WB) Viva El Amor – Warner Bros 1999 ***, altro disco buono ma non eccelso, buona partenza con il singolo Popstar, dove Chrissie rispolvera la sua armonica, e l’altro singolo, una cover di Human dei Divinyls, sempre pop music di buona fattura ma senza il guizzo di classe. Belle la ballata From The Heart Down e il riff’n’roll moderato di Nails In The Road, in altri pezzi come Who’s Who, Dragway 42 e Baby’s Breath la Hynde si autocita con discreti risultati, il tentativo di lanciarsi come crooner spagnola nella cover di Rabo De Nube di Silvio Rodriguez diciamo che non è memorabile.

LooseScrew

Avanti il prossimo (album) Loose Screw – Artemis 2002 **1/2, prodotto da Kevin Bacon, non l’attore, ma l’ex leader dei Comsat Angels, storica band post-punk britannica, terzo album consecutivo con la stessa formazione, con quasi tutte le canzoni scritte dalla Hynde con Seymour, genere alternative rock, mah, buone recensioni ma a me non fa impazzire, anzi, si salva nello specifico il mid-tempo You Know Who Your Friends Are, ma altrove ben due o tre reggae songs pallose, o la picchiata Fools Must Die e la danzereccia I Should Of, per non dire della elettronica Clean Up Woman. Si salvano ancora, a fatica, la ballata The Losing e Saving Grace, mentre da dimenticare Walk Like A Panther, scritta da Jarvis Cocker.

BreakUpTheConcrete

Passano altri sei anni ed ecco Break Up The Concrete – Shangri-La Music 2008 ***1/2, nuova formazione con il bravissimo chitarrista James Walbourne ( cognato di Richard & Linda Thompson, avendone sposato la figlia Kami nel 2012, con la quale suona negli ottimi Rails), Chambers viene ancora una volta accantonato e sostituito da Jim Keltner alla batteria, mentre alla pedal steel viene aggiunto Eric Heywood dei Son Volt, il tutto per un buon disco, tra roots music e rock vibrante, come nell’iniziale Boots Of Chines Plastic, ballate struggenti come The Nothing Maker, derive country nella deliziose Don’t Loose Faith In Me e Love’s A Mistery, tiratissimi R&R come Don’t Cut Your Hair. In You Didn’t Have To spunta anche una fisa suonata da Walbourne, Rosalee è un blues con i due chitarristi in tiro, tra slide e lap steel, la title track con un ritmo alla Bo Diddley e la dolce One Thing Never Changed completano un album che forse non arriva alle 4 stellette di Mojo e Q, ma ci si avvicina molto, ottimo anche per me.

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A questo punto basta aspettare quegli otto anni, inframezzati da una raccolta e un live, ed ecco arrivare Alone – Bmg Rights Managent 2016 ***1/2, registrato in quel di Nashville, con la produzione di Dan Auerbach dei Black Keys ed uno stuolo di sessionmen tra cui spiccano Richard Swift alla batteria, grande produttore e factotum, scomparso nel 2018, e gli altri tre chitarristi Kenny Vaughan e Duane Eddy (!!) e Russ Pahl alla steel: considerato il titolo potrebbe essere il primo disco solista di Chrissie Hynde, ma il moniker del gruppo è sempre una garanzia per regalarci un altro buon disco, di nuovo molto roots, tra le pigre volute di Let’s Get Lost, il rock sospeso di Chord Lord, il country-rock della delicata Blue Eyed Sky, la “desertica” The Man You Are, alla Calexico, la saltellante One More Day, il retro-rock futurista di I Hate Myself, con il chitarrone di Duane Eddy in evidenza, la bella ballata pianistica Death Is Not Enough, il pop vintage di Holy Commotion, il quasi garage delle gagliarde Alone e Gotta Wait. Ora restiamo in attesa del nuovo ottimo Hate For Sale, previsto a luglio, che segna il ritorno al classico suono Pretenders.

Bruno Conti

Il Solito Disco Molto Piacevole (Anche Più degli Altri), Ma Date Una Band A Quest’Uomo! Jeff Lynne’s ELO – From Out Of Nowhere

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Jeff Lynne’s ELO – From Out Of Nowhere – Columbia/Sony CD

La Electric Light Orchestra non è più una vera band dal 1986, anno in cui diede alle stampe il peraltro non eccelso Balance Of Power prima di sciogliersi definitivamente: da allora tutto ciò di nuovo che è uscito a nome del gruppo (in realtà dal 2001 in poi) ha visto l’ex leader Jeff Lynne come unico musicista presente, sia che abbia usato l’antico moniker (Zoom e Mr. Blue Sky, che era un’antologia di vecchi successi incisi ex novo) che, dal 2015, quello di Jeff Lynne’s ELO (Alone In The Universe). Questo è sempre stato il pregio ma anche il limite del barbuto artista britannico, geniale architetto pop con un gusto non comune per le melodie orecchiabili ed immediate (chi segue il blog da tempo saprà della mia passione “proibita” per il musicista di Birmingham https://discoclub.myblog.it/2017/11/22/lastronave-e-tornata-ai-fasti-di-un-tempo-jeff-lynnes-elo-wembley-or-bust-e-un-breve-saluto-a-malcolm-young/ ), ma anche maniaco del controllo con la fissazione di voler fare tutto da solo, mentre spesso le sue canzoni, se non proprio di qualcuno che si occupi di chitarre e tastiere (due ambiti in cui il nostro se la cava egregiamente), beneficerebbero almeno di una buona sezione ritmica.

Anche in questo From Out Of Nowhere, nuovissimo lavoro a nome ELO (in un certo senso), Jeff finisce per scrivere, cantare, suonare e produrre tutto da solo, con l’eccezione dell’ingegnere del suono Steve Jay al quale lascia “l’onore” di suonare tamburello e shaker, e dell’ex compagno di Astronave Richard Tandy al pianoforte in un brano. Comunque From Out Of Nowhere è il solito bel dischetto formato da canzoni di piacevole ascolto e ricche delle classiche soluzioni sonore tipiche del nostro e perfette armonie vocali influenzate da Beatles e Beach Boys, un album citazionista fin dalla copertina e dal titolo (che richiamano rispettivamente A New World Record ed Out Of The Blue, forse i due lavori “classici” migliori della band): il risultato finale è superiore a quello di Alone In The Universe, in quanto qui i brani sono decisamente più convincenti nonostante i dubbi che ho espresso prima circa l’assenza di musicisti più “specializzati”, anche se avrei gradito un minutaggio maggiore dei 33 minuti scarsi totali. Si inizia con la title track, una limpida ballata pop-rock dal tempo mosso e con una melodia contagiosa tipica di Lynne, con tutto ciò che uno si aspetta di trovare in una canzone targata ELO (tranne violini e violoncelli, che in questa versione “moderna” del gruppo sono praticamente spariti), con Jeff che mostra di avere sempre una gran bella voce: da sola questa canzone è già meglio di metà del materiale di Alone In The Universe.

Deliziosa Help Yourself, che è un misto tra anni sessanta e Traveling Wilburys, con i tipici riverberi del nostro, il solito motivo ruffiano ed un assolo chitarristico alla George Harrison; All My Love è contraddistinta da un basso pulsante e da un ritmo spezzettato, con Jeff che tenta di diversificare leggermente il suono, canzone discreta ma nulla più, a differenza di Down Came The Rain che è una rock song chitarristica dallo spiccato gusto sixties, che rimanda al Tom Petty più pop (che infatti era prodotto proprio da Jeff). Losing You è una ballata lenta ed ariosa in uno stile tra il malinconico ed il nostalgico che è uno dei vari marchi di fabbrica di Lynne, One More Time è uno scatenato e coinvolgente rock’n’roll con il già citato ottimo intervento di Tandy al piano (e qui si sente in misura maggiore l’assenza di un bassista ed un batterista “veri”), mentre Sci-Fi Woman è un altro pezzo giusto a metà tra pop e rock, ritmo cadenzato e consueto refrain immediato e gradevole. La tersa Goin’ Out On Me è uno slow ancora immerso in un’atmosfera anni sessanta, poco ELO e molto Lynne (la differenza è sottile ma c’è), e precede Time Of Our Life (dedicata alla memorabile serata a Wembley che ha originato il live Wembley Or Bust), una delle più orecchiabili del CD ed ancora molto Wilbury-sounding, e la conclusiva Songbird, altro lento dal sapore d’altri tempi che vede il ritorno del violoncello all’interno della strumentazione.

Pur con tutti i dubbi sul fatto di voler fare sempre tutto da solo, From Out Of Nowhere è il miglior lavoro di Jeff Lynne da quando è tornato a produrre musica per conto proprio.

Marco Verdi

Pop Californiano Dalla Louisiana? Si Può! Dylan LeBlanc – Renegade

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Dylan LeBlanc – Renegade – ATO CD

Dylan LeBlanc, originario della Louisiana, è un interessante songwriter attivo dal 2010, che ha già pubblicato tre album nella presente decade. Figlio di James LeBlanc, musicista in proprio a sua volta e sessionman di stanza ai mitici Muscle Shoals Studios (e non di Lenny LeBlanc, cantante degli anni settanta che, insieme a Pete Carr, ebbe un moderato successo con la canzone Falling), Dylan ha però poco da spartire con la musica tipica della sua terra, e con il Sud in generale https://discoclub.myblog.it/2010/08/24/giovani-virgulti-crescono-1-dylan-leblanc-paupers-field/ . Infatti la sua proposta è più vicina a certo pop-rock californiano degli anni settanta (in certi momenti mi fa pensare ai Fleetwood Mac), con melodie orecchiabili ma non banali ed un suono comunque basato sulle chitarre e su ritmi pimpanti e coinvolgenti. Renegade è il titolo del suo quarto album, che conferma il percorso sonoro del nostro ma con qualche passo in avanti sia a livello di composizioni, che sono tutte estremamente gradevoli e riuscite, che di sound, essendosi affidato alle sapienti mani di Dave Cobb. E Cobb, nonostante per una volta non abbia a che fare con sonorità roots (ma vorrei ricordare che in anni recenti ha prodotto anche gruppi come Europe e Rival Sons) se la cava comunque egregiamente, riuscendo a dare ai brani di LeBlanc un deciso feeling anni settanta, avvicinandosi quasi allo stile delle ultime produzioni di Dan Auerbach.

Oltre a Dylan e Dave, che suonano quasi tutte le chitarre e Cobb anche il mellotron, in Renegade troviamo un gruppo ristretto ma capace di musicisti, che comprende James Burgess IV alla chitarra elettrica, Spencer Duncan al basso, Jon Davis alla batteria e Clint Chandler alle tastiere. L’album parte molto bene con la title track, una rock song di ampio respiro, ritmata, elettrica, con una accattivante melodia di presa immediata ed un chiaro sapore seventies: in un mondo perfetto potrebbe addirittura essere un singolo vincente. Born Again è un delizioso pop-rock dal motivo diretto, belle chitarre jingle-jangle ed un altro refrain di quelli che piacciono al primo ascolto: Dylan ha una voce molto melodiosa, quasi femminile, che si sposa molto bene con questo tipo di arrangiamenti. Bang Bang Bang ha un ritmo pulsante ed è piacevole e orecchiabile, decisamente pop nonostante un uso pronunciato delle chitarre (è in pezzi come questo che penso all’ex gruppo di Lindsey Buckingham), Domino è quasi un blue-eyed soul dallo sviluppo sempre diretto, reso più sudista dall’uso del piano elettrico, mentre I See It In Your Eyes è un altro squisito pezzo di quelli dal motivo limpido che piace dopo pochi secondi, con una strumentazione che evoca un certo rock radiofonico del passato (quando in radio non passavano le ciofeche di oggi).

Damned ha una linea melodica che ricorda in parte certe cose di Neil Young, anche se l’accompagnamento è puro power pop, con le chitarre che mordono e la sezione ritmica che non si tira certo indietro; Sand And Stone è uno slow elettroacustico che abbassa un po’ la temperatura, ma Lone Rider è una delle più belle, una ballatona tersa e molto californiana, con piano e chitarre in evidenza ed un retrogusto malinconico. Chiusura con l’intrigante Magenta, altro limpido pop-rock stavolta con un piede negli anni sessanta, e con l’intima Honor Among Thieves, solo voce, chitarra e poco altro, ma con un quartetto d’archi che aggiunge pathos al tutto.  Non lasciatevi trarre in inganno dalle sue origini: Dylan LeBlanc è più californiano di tanti songwriters nati a Los Angeles e dintorni.

Marco Verdi

Uno Dei Dischi Più Belli Della Storia Della Musica Rock, Anche In Versione Dal Vivo. Carole King – Tapestry: Live At Hyde Park

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Carole King – Tapestry: Live At Hyde Park – Sony Legacy CD/DVD CD/Blu-ray

Carole King è stata una delle quattro o cinque, facciamo tre, più grandi cantautrici della storia della musica rock. Insieme al marito Gerry Goffin, nell’ambito del Brill Building negli anni ’60, ha scritto alcune delle più belle e durature canzoni pop di tutti i tempi. Nel 1971 ha realizzato Tapestry, uno dei dischi più venduti e più belli di sempre. Unite questi fatti e arriviamo a questo Tapestry:Live At Hyde Park, la registrazione di un concerto tenutosi il 3 luglio del 2016 a Londra di fronte a 65.000, dove per la prima volta veniva riproposto, dal vivo e nella sua interezza, questo album epocale. Dal 1971 a oggi sono successe molte cose: in estrema sintesi, la King ha continuato, negli anni ’70 e agli inizi degli anni ’80 a pubblicare ancora dischi la cui qualità, per quanto progressivamente calante, avevano ancora il tocco e la leggiadria della grande autrice. Poi gli anni ’80 e ’90 sono stati poco produttivi e alcuni dei dischi usciti erano francamente anche brutti. Un buon disco nel 2001 Love Makes The World e uno natalizio nel 2011, ma anche alcuni album di materiale d’archivio e un paio di Live di buona qualità, con una punta di eccellenza nel Live At The Troubadour con James Taylor. Nel corso degli anni il suo capolavoro Tapestry, un disco che contiene solo belle canzoni, senza riempitivi, è stato ristampato più volte, la versione doppia Legacy Edition del 2008 è quella da avere.

Nel frattempo le sue canzoni sono diventate anche un musical, Beautiful: The Carole King Musical, fino a che nel 2016, nell’ambito dei concerti dell’estate londinese sul palco di Hyde Park arriva il momento della rivisitazione del suo album più celebre, ma anche di molti altri brani del suo immenso songbook: e quindi in una stranamente calda e soleggiata serata inglese, sul far del sera, Carole King si è presentata sul palco, accompagnata da una band dove spiccavano due veterani, il chitarrista Danny Kortchmar, che suonava nel disco originale e il bassista Zev Katz, oltre a Shawn Pelton alla batteria, Robbie Kondor alle tastiere aggiunte e direttore musicale e Dillon Kondor alla seconda chitarra, a completare una formazione solida. La King forse non è mai stata una grandissima cantante, ma la sua voce leggermente roca e particolare, affascinante anche a 75 anni, pur con qualche cedimento, regge ancora bene lo scorrere del tempo, e poi le canzoni sono sempre formidabili. Si parte con I Feel The Earth Move (con ottimo assolo di Kortchmar incluso) e So Far Away, una accoppiata iniziale che pochi album possono vantare, eseguite entrambe alla perfezione. A seguire la bellissima It’s Too Late, altro esempio di quel pop & soul raffinato e perfetto, che ai tempi venne definito soft-rock, dove accanto ad una scrittura di immacolate melodie non mancava l’uso di voci di supporto per creare quell’effetto soul che aveva incantato anche Aretha Franklin, e viene ripetuto con l’uso di due coriste anche in questa serata. Home Again è una ballata pianistica di grande bellezza (una di quelle che hanno affascinato il collega Elton John che in quegli anni percorreva lo stesso percorso musicale, e che all’inizio del DVD, narrato nella parte iniziale da Tom Hanks, appare a rendere omaggio, insieme al produttore originale Lou Adler, a Crosby & Nash, James Taylor, Korchmar, la coppia Barry Mann & Cynthia Weill, poi per il resto il DVD o il Blu-ray sono identici, al CD e quindi magari godetevi il concerto nella versione video).

Concerto che prosegue con la ritmata Beautiful, altro brano di grande fascino, e dove il piano della King fluisce con una ammirevole tecnica. Way Over Yonder non è forse conosciutissima, ma è un’altra canzone di una bellezza cristallina e anche se la voce ogni tanto si spezza, si gode comunque grazie alle due coriste che la sostengono. Poi è il momento singalong, con tutti i 65.000 presenti che intonano le note della immortale You’ve Got A Friend, riconosciuta fin dal primo accordo; a questo punto sale sul palco la figlia Louise Goffin, per cantare con la mamma, prima una brillante Where You Lead e poi il classico Will You Love Me Tomorrow? scritto in origine per le Shirelles, e che qui torna una ballata pianistica in puro stile Carole King. Poi sia la King che la Goffin imbracciano due chitarre elettriche per una versione a 4 chitarre di una potente Smackwater Jack dove tutti si divertono. Ancora Tapestry ennesima canzone di gran fascino, e poi un’altra delle più belle canzoni di tutti i tempi, (You Make Feel Like) A Natural Woman, con due Carole King a confronto, quella giovane dell’epoca e l’attuale. A questo punto finisce la riproposta di Tapestry, ma non il concerto, che continua con un medley di alcuni successi anni ’60, prima da sola al piano e poi accompagnata dalla band e a seguire, in una sequenza memorabile, suonate e cantate con grande grinta e classe, Hey Girl, Chains, Jazzman, Up On The Roof, The Locomotion, prima del gran finale che prevede la ripresa di I Feel The Earth Move accompagnata dal cast del musical Beautiful e un’altra versione in solitaria di You’ve Got A Friend. Come dicono gli inglesi, “Oh What A Night”, titoli di coda e saluti.

Bruno Conti  

Speriamo Che Prima Del Prossimo Disco Passino Altri 33 Anni! Bill Wyman – Back To Basics

bill wyman back to basics

Bill Wyman – Back To Basics – Proper CD

Prima di iniziare, una precisazione: se contiamo l’album Stuff gli anni sarebbero “solo” 23, ma siccome quel disco è uscito soltanto in Giappone ed Argentina, normalmente ci si riferisce all’omonimo Bill Wyman del 1982 come ultimo disco solista del bassista nato William George Perks 79 anni fa. Ma andiamo con ordine: è opinione comune, e sensata, che i Rolling Stones senza Bill Wyman (che li lasciò nel 1993 ufficialmente per logorio fisico e mentale) siano sempre i Rolling Stones, mentre Bill Wyman senza gli Stones è un bassista in pensione senza una ben precisa direzione artistica. Wyman, aldilà della sua capacità con lo strumento che nessuno ha mai messo in discussione, non è mai stato un songwriter prolifico: appena due brani scritti durante il suo regno con le Pietre Rotolanti (In Another Land, da lui anche cantata ed uscita perfino come singolo, e la rara Downtown Suzie – era sulla compilation Metamorphosis – cantata però da Mick Jagger) ed il resto distribuito nei tre album solisti usciti tra il 1974 ed il 1982 (Monkey Grip, Stone Alone ed il già citato Bill Wyman), nessuno dei quali conteneva canzoni meritorie di essere tramandate alle generazioni future.

(NDM: a metà anni ottanta ci sarebbero anche i due dischi che Bill ha inciso con Willie And The Poor Boys, ma quando sei in una band con Jimmy Page, Paul Rodgers e Charlie Watts o fai il disco del secolo o è meglio che lasci perdere…)

Ciò che si ricorda più facilmente di Wyman in campo musicale negli anni recenti (dato che in altri campi è sempre stato molto “attivo”, dalla relazione scandalosa con la starlette minorenne Mandy Smith, all’apertura di ristoranti, fino alla vendita di metal detectors) è sicuramente la sua mini-carriera con i Bill Wyman’s Rhythm Kings, un combo variabile che ha visto al suo interno fior di musicisti (qualche nome: Albert Lee, Gary U.S. Bonds, Georgie Fame, Gary Brooker, Eddie Floyd, Andy Fairweather-Low) e che negli anni dal 1997 al 2004 ha pubblicato cinque album, più due live postumi: dischi nei quali, pur non mancando i momenti piacevoli, la miccia non si è mai accesa del tutto, dimostrando che quando manca l’anima non bastano bravura e mestiere (altrimenti i Toto sarebbero la più grande rock band del mondo…).

Ora quindi che fa il buon Bill? Un disco come solista! Devo però avvertirvi di lasciar perdere pugni al cielo e fregatine alle mani, perché se lo fate vuol dire che non sapete, o non vi ricordate, come se la cava il nostro come cantante (dato che comunque con i Rhythm Kings si avvicinava raramente al microfono). Ve lo dico io: malissimo! Un cantante cosa deve avere per essere considerato tale? Voce, intonazione, feeling, capacità interpretativa: a volte basta anche una sola di queste cose per cavarsela, ma nel caso di Wyman io non riesco a trovarne mezza. Il suo “cantare” è infatti una via di mezzo tra un sussurro ed un rantolo, quasi sempre sulla stessa tonalità, zero feeling ed ancora meno intonazione, un approccio che sarebbe in grado di penalizzare qualsiasi canzone. E se mi dite che anche J.J. Cale non aveva voce, e pure Lou Reed parlava invece di cantare, vuol dire che non avete mai sentito Bill all’opera… E non date la colpa all’età avanzata, non ha mai avuto voce, punto. L’età al massimo ha peggiorato le cose.

Ma questo non è l’unico problema di Back To Basics, in quanto, oltre al Bill Wyman cantante abbiamo anche il Bill Wyman compositore, che non è molto meglio, e quindi l’ascolto dei dodici brani (fortunatamente non esistono versioni deluxe) si rivela un compito al limite del proibitivo; peccato, in quanto la band che accompagna Bill è formata da ottimi sessionmen, che rispondono ai nomi di Robbie McIntosh (chitarre, ex Pretenders e Paul McCartney touring band), Terry Taylor (chitarre, già nei Rhythm Kings), Guy Fletcher (tastiere, collaboratore storico di Mark Knopfler) e Graham Broad (batteria, Van Morrison, Roger Waters), ed il disco, grazie al produttore Andy Wright, avrebbe anche un bel suono.

L’inizio del CD non è nemmeno da buttare: What & How & If & When & Why (più che un titolo, una lezione di grammatica) ha un bel tiro, basso e batteria “a pompa” ed un ottimo riff chitarristico, ed il “parlar rantolando” di Bill a tempo con il ritmo sembra quasi avere un senso. Già con I Lost My Ring, un errebi-funky suonato comunque bene, il disco comincia a mostrare la corda, con il sussurro di Bill paragonabile a quelli dei maniaci omicidi dei film, mentre servirebbe semplicemente un cantante: meno male che nel ritornello ci sono le voci femminili a cercare di rimettere la melodia in carreggiata. Love, Love, Love, voce a parte, è un pop quasi beatlesiano (da un ex Stone…) abbastanza risaputo, e con un testo da seconda elementare; Stuff è un rifacimento della title track dell’album “giapponese”, e sinceramente mi chiedo cosa ci trovi Bill di tanto interessante da doverla incidere di nuovo. Running Back To You non sarebbe male se fosse uno strumentale, ma purtroppo è cantata anche questa, She’s Wonderful vorrebbe essere una soul ballad con accenni swamp, ma solo nelle intenzioni, e comunque Bill come apre bocca ammoscia tutto.

Seventeen è brutta e basta, anche se a cantare ci fosse Freddie Mercury, I’ll Pull You Through ha lo stesso attacco strumentale di almeno altre quattro canzoni all’interno del CD, e questo lascia capire il valore di Wyman anche come songwriter. Credo di aver scritto anche troppo, se vi dico che i restanti quattro pezzi non alzano il valore del disco (anzi) mi dovete credere sulla parola.

Bill Wyman è tornato: alzi la mano chi ne sentiva la mancanza.

Marco Verdi

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P.S: quasi in contemporanea la Edsel mette in commercio un box di 4CD con tutti i precedenti lavori di Bill (Stuff compreso), con tanto di bonus tracks per ogni disco, che ha al suo interno anche un DVD: così in due colpi soli vi potete fare la sua discografia completa.

Ideona, vero?

Il Rirorno Dei Del Amitri: “Profeti” In Patria! – Into The Mirror: Del Amitri Live In Concert

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Del Amitri – Into The Mirror: Del Amitri Live In Concert – 2 CD –  Heard Through A Wall Records – Self Released

Di questo gruppo vi avevo accennato, per vie traverse, recensendo l’ultimo lavoro solista del suo leader Justin Currie (Lower Reaches (13http://discoclub.myblog.it/2013/08/25/nuovamente-uno-scozzese-alla-ribalta-justin-currie-lower-rea/ ), e devo dire che nonostante una lunga storia trentennale i Del Amitri hanno prodotto solo sei album in studio, di cui l’ultimo Can You Do Me Good? nel lontano 2002; dopo lo scioglimento (dovuto “in primis” alla carriera solista di Currie), hanno pensato di riunirsi per una serie di concerti tenutisi lo scorso anno, per incidere finalmente (anche per omaggiare i fans) il primo live ufficiale della loro carriera. La ricomposta line-up del gruppo vede sempre alla guida i tre ex-ragazzi di Glasgow, i due leader storici Justin Currie voce e basso e il chitarrista Iain Harvie, il tastierista Andy Alston, con il recupero di due membri dell’ultima formazione, il batterista Ashley Soan, e il chitarrista Kris Dollimore, proponendo sul palco un pop chitarristico di chiara matrice americana.

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Il primo “set” si apre con  Always The Last To Know https://www.youtube.com/watch?v=Nox57hdgeAU , che con Just Like A Man, The Ones That You Love Lead You Nowhere, uno dei primi “hit” Just Like A Man e Be My Downfall, sono estratti da Change Everything (92), seguite da un trittico  composto da What I Think She Sees, Not Where It’s At e la splendida Sleep Instead Of Teardrops, pescate dal poco considerato Some Other Sucker’s Parade (97). Dall’album d’esordio Walking Hours (89) la band rilegge Kiss This Thing Goodbye e una meravigliosa ballata (che resiste al tempo) come Nothing Ever Happens, mentre Food For Songs, Tell Her This e Roll To Me https://www.youtube.com/watch?v=2NamDzYSS8o  vengono prese da Twisted (95), chiudendo la prima parte del concerto con la quasi inedita tenue ballata acustica In The Frame, b-side di un singolo del 95 https://www.youtube.com/watch?v=YIsv56teKE0 . La seconda parte riprende con un’altra meravigliosa ballata “unplugged” Driving With The Brakes On sempre da Twisted (95) https://www.youtube.com/watch?v=uFOltwvjfIQ , come la pop-song Oasis-style Being Somebody Else e In The Meantime, a cui fanno seguito due brani recuperati anche dall’antologia Hatful Of Rain (98), come la rockeggiante Hammering Heart, in origine sul primo omonimo e la corale Here And Now, ancora da Twisted https://www.youtube.com/watch?v=JJUBz5CqiZc  e un altro brano uscito come singolo nell’89, la tambureggiante e chitarristica Spit In The Rain. Con Drunk In A Band e il “groove” deciso di Just Before You Leave https://www.youtube.com/watch?v=jAC-nZ64wq0  si ritorna ai tempi un po’ “naif” di Can You Do Me Good?, per poi andare a chiudere in gloria con Stone Cold Sober e le note à la Lou Reed della celebre Move Away Jimmy Blue, tratte (per chi scrive) dal capolavoro del gruppo Walking Hours.

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Questo live dei Del Amitri raccoglie alcune delle canzoni pop più trascurate degli anni ’90, e ha in Justin Currie  probabilmente uno degli autori più sottovalutati della propria generazione, quindi si tratta di un grande ritorno per una band quasi dimenticata che, in questa occasione, in ogni “performance”  live dà il meglio di sé in ciascuna canzone, quasi a confermare che gli scozzesi sono ancora un gruppo rassicurante per i loro tanti sostenitori (in attesa di un eventuale ipotetico nuovo lavoro in studio se ci sarà). Da riscoprire!

NDT: Dato il successo del Tour, questo doppio CD, stampato in 2.000 copie, numerate ed autografate, uscito ad ottobre, è già praticamente esaurito ed introvabile, ma se vi armate di sana pazienza si può scaricare a pagamento in rete sulle varie piattaforme. Buona ricerca, ne vale la pena!

Tino Montanari

Un Raffinato Quartetto: E Che Voce La Ragazza! Lake Street Dive – Bad Self Portraits

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Lake Street Dive – Bad Self Portraits – Signature Sounds

Il recente successo di Inside Llewyn Davis ha scatenato tutto un indotto intorno al film e alla colonna sonora, e in occasione del lancio del film, si è tenuto un concerto “One Night Only” dove alcuni musicisti, invitati da Burnett e dai fratelli Cohen, hanno cantato alla Town Hall di New York brani ispirati da quell’epoca gloriosa. Diventerà un CD/DVD, Another Day, Another Time, più avanti nell’anno (a marzo esce quello del film) ma non è inerente al CD di cui stiamo parlando, se non fosse per il fatto che i Lake Street Dive sono tra coloro che sono stati invitati da T-Bone Burnett per questa serata speciale e questo denota, secondo me, che si tratta di gente di valore http://www.youtube.com/watch?v=np3ru7z-PRE .

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Non fanno folk, ma qualcosa c’è, probabilmente, se non in piccola parte, non fanno neppure il jazz che gli viene attribuito come genere principale, ma fanno un pop assai raffinato e ricco di sfumature soul,  qualche brivido rock, folk e jazz intesi in un’ottica alla Laura Nyro o Carole King, in virtù del fatto che il gruppo ruota tutto intorno alla voce di Rachael Price, che è il motivo per cui questo Bad Self Portraits è così piacevole http://www.youtube.com/watch?v=crqkkXCGMyk . Non la solita da voce da cantante o cantautrice triste e malinconica che va per la maggiore al momento (e al sottoscritto ce ne sono molte che piacciono, è un genere che frequento con piacere, quindi non è una critica), quanto una bella voce pimpante, con dei piccoli timbri gutturali, di gola, alla Tony Childs, (ricordate?), oppure quelle voci bianche, ma innamorate della musica nera, un blue eyed soul semplice ma movimentato, musica che ha dei ritmi  vivaci e mossi, frutto di parecchi anni on the road, dove hanno affinato lo stile, portato alla luce da metà anni 2000, in quel di Boston, Massachusetts, con alcuni album, quattro in tutto, dove lentamente ma con progressi costanti, sono passati dalla indie jazz band degli inizi, al raffinato quartetto che pubblica questo nuovo lavoro per la Signature Sounds, probabilmente il loro migliore fino ad ora.

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Il disco è stato registrato in uno studio di una piccola cittadina del Maine, Parsonsfield, meno di 2.000 anime, mentre, come raccontano nelle note, un piccolo terremoto per fortuna innocuo si abbatteva sui dintorni del piccolo borgo. Non so se il tutto abbia contribuito a dare una piccola scossa alla loro creatività, ma il prodotto che ne è uscito è estremamente piacevole: il loro amore per il soul, la musica di Hall & Oates, i Beatles e in particolare Paul McCartney, i Fleetwood Mac, i Mamas and Papas, i Drifters, i primi Jackson 5 (su YouTube circola un video, dove, all’impronta, per le strade di Brighton, Ma., improvvisano una versione di I Want You Back http://www.youtube.com/watch?v=6EPwRdVg5Ug ), tutto questo confluisce nel CD, che non sarà di quelli che fanno svoltare la storia della musica, ma per chi ama tutti i nomi citati potrebbe essere una piacevole sorpresa.

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La Price è la frontwoman della band, e i tre musicisti che completano il gruppo scrivono tutto il materiale, Mike “McDuck” Olson, che oltre alla chitarra, suona anche tromba, trombone e piano, la bassista (anche al piano) Bridget Kearney, forse l’autrice principale e alla batteria Mike Calabrese, tutti contribuiscono al sound strumentale e vocale che è raffinato il giusto, senza eccessi. In effetti la Price ha anche una carriera parallela come cantante jazz, ma qui il pop-soul più gioioso impera: la Kearney al contrabbasso e Calabrese alla batteria “swingano” a tempo di rock-soul sin dall’iniziale title-track, giravolte di piano e chitarra, ambientazioni sudiste, accenni di doo-wop, la voce squillante di Rachael http://www.youtube.com/watch?v=nCHiB1IymBQ , ancora intrecci vocali beatlesiani in una Stop Your Crying ricca di energia 60’s. Better Than è soul music divina, con un organo in sottofondo, la voce di gola della Price e un assolo di tromba di Olson delicatissimo. Rabid Animal ricorda il miglior Billy Joel degli anni ’70 con un pianino insinuante http://www.youtube.com/watch?v=zSDeO66VxL8  mentre You Go Down Smooth ha l’energia irrefrenabile di Walking On Sunshine di Katrina And The Waves http://www.youtube.com/watch?v=GfOkqLxjaMI .

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Use Me Up si appoggia sul fantastico contrabbasso della Kearney e sulle tastiere di Sam Kassirer, il produttore del disco, che aggiunge dei piccoli tocchi di genialità al suono d’assieme della band. Anche Bobby Tanqueray ha quel suono volutamente retrò e arrangiamenti pop raffinatissimi, studiati per valorizzare la voce di Rachael Price. Just Ask avreste potuto trovarla su Back To Black di Amy Winehouse, con la voce che ha la stessa intensità della scomparsa cantante inglese, tonalità quasi perfette. Seventeen è un’altra costruzione sonora semplice e complessa al tempo stesso, con voci e strumenti che si incastrano alla perfezione e in What About Me, per una volta si fanno più aggressive, prima di lasciare spazio ad una ballata pianistica molto McCartney come Rental Love http://www.youtube.com/watch?v=5wUvzfz6F-A . Se vi piacciono le bravi cantanti e il pop raffinato qui troverete pane per i vostri denti!                                                                    

Bruno Conti