Il “Pronipote” Torna A Breve Distanza Dal Disco Precedente, Con Un Lavoro Ancora Migliore. Charley Crockett – Welcome To Hard Times

charlie crockett welcome to hard times

Charley Crockett – Welcome To Hard Times – Son Of Davy/Thirty Tigers CD

A distanza di meno di un anno dall’ottimo The Valley torna con un disco nuovo di zecca Charley Crockett, countryman texano e diretto discendente di Davy Crockett https://discoclub.myblog.it/2019/10/12/un-countryman-di-talento-con-nobili-discendenze-charley-crockett-the-valley/ . E dire che dopo l’operazione a cuore aperto che gli aveva salvato la vita nel gennaio 2019 Charley aveva deciso di prendere le cose con più calma, ma evidentemente questo per lui è un periodo di grande ispirazione ed i risultati lo confermano. Crockett fa musica country dura e pura come si usava fare cinquanta/sessanta anni fa, un genere che prende spunto direttamente da Hank Williams e da altri pionieri del genere per spingersi al massimo ai primi album per la Columbia di Johnny Cash ed a George Jones per quanto riguarda le ballate in stile honky-tonk. Ma Charley non si limita a ripetere pedissequamente certe sonorità: intanto è dotato di una penna eccellente, e poi riesce ad infondere in ogni canzone una particolare attitudine fiera e quasi sfrontata, come se sotto sotto covasse un’anima irrequieta da rocker.

Welcome To Hard Times, titolo più che mai attuale, è il lavoro di un artista in costante crescita in quanto è ancora meglio del già notevole The Valley (che contava anche parecchie cover, mentre qui i brani autografi sono quasi la totalità), più convinto e con una miscela ancora più intrigante di country, musica western e honky-tonk songs: l’album è prodotto da Mark Neill e vede contributi in fase di scrittura di alcune canzoni da parte di Dan Auerbach e Pat McLaughlin oltre alla presenza di sessionmen tanto validi quanto sconosciuti che rispondono ai nomi di Kullen Fox, Colin Colby, Alexis Sanchez, Nathan Fleming, Mario Valdez e Billy Horton. Che il disco sia di quelli giusti lo si capisce fin dalla title track posta in apertura, un delizioso honky-tonk con gran lavoro di pianoforte ed un’atmosfera western che si sposa benissimo con la melodia d’altri tempi (e la voce è perfetta). Run Horse Run è una polverosa country & western song dal ritmo alla Cash ed un ottimo assolo di steel: non la vedrei male in un film di Quentin Tarantino.

Don’t Cry è limpida, tersa e decisamente orecchiabile, con richiami agli anni sessanta ed uno script solido, ed è ancora meglio Tennessee Special, altra honky-tonk song splendida e cantata con piglio da consumato countryman, con la solita steel a ricamare sullo sfondo, mentre Fool Somebody Else è una sorta di brano dalla scrittura pop ma dal suono country, un contrasto piacevole e riuscito. La cadenzata Lilly My Dear, guidata dal banjo, è una grande canzone western che sembra uscita dal songbook di Johnny Horton o Merle Travis, sentire per credere; Wreck Me è un lento romantico sempre dal sapore sixties con un coro femminile ed uno stile che piacerebbe ai Mavericks, in contrasto (ma non troppo) con Heads You Win che è una country song pura e semplice, un genere che oggi fanno in pochi. Rainin’ In My Heart (non è quella di Buddy Holly) è più moderna, un coinvolgente pezzo di stampo rock con la steel a stemperare appena, ritmo sostenuto e bell’assolo di chitarra elettrica, Paint It Blue è di nuovo perfetta per uno spaghetti western e precede la splendida Blackjack County Chain, ottima cover di un brano scritto nel 1967 da Red Lane ma portata al successo da Willie Nelson (che la incise sia da solo che con Waylon), una western ballad coi fiocchi eseguita dal nostro con grande rispetto per l’originale.

Il CD si chiude con The Man That Time Forgot, ennesimo scintillante honky-tonk che più classico non si può, e con la fulgida cowboy song The Poplar Tree; c’è però spazio anche per due ghost tracks: la vivace e trascinante Oh Jeremiah, tra folk e bluegrass (molto bella), e la lenta e languida When Will My Troubles End. Charley Crockett si conferma un vero talento e valido esponente della country music più pura, e Welcome To Hard Times è la prova tangibile della sua crescita esponenziale.

Marco Verdi

In Attesa Del Nuovo Ottimo Album In Uscita A Metà Luglio: Pretenders/Chrissie Hynde Una Storia Lunga Più Di 40 Anni! Parte II

pretenders 1984pretenders-2020-foto-800x460

Seconda parte.

Learning_to_Crawl_(The_Pretenders_album_-_cover_art)

A questo punto come nuovo solista dei Pretenders arriva Robbie McIntosh, futuro chitarrista della band di Paul McCartney, e al basso Malcolm Foster. Con questa formazione registrano un altro singolo di grande fascino, e successo, come la potente Middle Of The Road, che esce a novembre del 1983 e fa da antipasto al nuovo album Learning To Crawl – Sire 1984 ****, che esce a gennaio, sempre per la produzione di Chris Thomas, e dopo una lunga gestazione, visto che è stato inciso dalla metà del 1982 alla fine del 1983: i due singoli, posti in apertura del disco, sono le colonne sonore portanti dell’album, che comunque presenta altre canzoni di notevole fattura, e mediamente è superiore al secondo album e si avvicina ai vertici del primo, spesso pareggiandoli, l’assolo di armonica della Hynde nel finale di Middle Of The Road è veramente gagliardo.

L’incalzante rock di Time The Avenger, perfetto esempio di power pop, la vorticosa Watching The Clothes, un ennesimo esemplare di impeccabile Pretenders song come Show Me, il country and roll della pressante Thumbelina. E ancora, My City Was Gone, il lato B di Back On The Chain Gang, sempre con Bremner e Butler, una sorta di funky-rock alla Jam, con un sinuoso giro di basso che àncora il groove del brano verso lidi soul, la bellissima Thin Line Between Love And Hate, una cover R&B dei Persuaders, con la presenza di Paul Carrack, piano e seconda voce, e Andrew Bodnar dei Rumour, cantata in modo “divino” dalla angelica voce di Chrissie.

I Hurt You, con un riff circolare e la voce moltiplicata, è quanto di più vicino al reggae questa volta propone il menu, e in chiusura 2000 Miles, il terzo singolo dell’album, che era uscito a novembre 1983, considerata una canzone natalizia, ma anche un accorato ricordo di James Honeyman-Scott, con un delicato jingle-jangle della solista di McIntosh: l’ultimo grande album del gruppo? E’ una domanda, chiedo.

1985-1995 Un Lungo, lento declino, con qualche soprassalto

Questa è una fase classica in generale nella storia delle band. Chrissie Hynde ci mette anche del suo, alla Tafazzi, decretando, dopo la partecipazione al Live Aid nel 1985, e all’inizio delle registrazioni del nuovo album, che Martin Chambers non stava più suonando bene e se ne poteva andare, subito seguito dal bassista Foster, lasciando il gruppo senza sezione ritmica. Nel frattempo, nel 1984, la nostra amica aveva sposato Jim Kerr dei Simple Minds, e nel 1985 aveva avuto la seconda figlia Yasmin, ma anche in questo caso il fattore genetico non ha funzionato e comunque nel 1990 i due divorziano.

Get_Close_(Pretenders_album_-_cover_art)

Il nuovo disco, senza il produttore Chris Thomas, oltre alla sezione ritmica, viene registrato in giro per il mondo Get Close – Real Records/Sire 1986 ***, se non altro scegliendo due produttori di pregio come Bob Clearmountain e Jimmy Iovine, nonché una valanga di sessionmen tra cui spiccano T.M. Stevens al basso e Blair Cunnigham alla batteria, più Bernie Worrell alle tastiere, Steve Jordan, Mel Gaynor dei Simple Minds e Simon Phillips alla batteria, Chucho Merchàn degli Eurythmics e Bruce Thomas degli Attractions al basso. Nonostante tutto il cucuzzaro impiegato il disco non è al livello dei precedenti, ma non è neppure orrido (quasi). Il primo singolo My Baby, al solito, è molto piacevole, dedicato alla figlia, e con una certa tenerezza nel cantato, ogni tanto c’è un surplus di chitarre e tastiere, ma si evita il suono turgido anni ‘80; anche When I Change My Life è gradevole, soprattutto per merito della voce di Chrissie, ma Light Of The Moon, scritta da Carlos Alomar, non si può sentire, sembra Let’s Dance parte 2, in peggio, Dance!, per dirla alla Mughini, la aborro, nonostante una incombente chitarra con wah-wah.

Tradition Of Love è un po’ meglio, se non altro ha una parvenza di melodia, anche se i synth impazzano, il divertente singolo Don’t Get Me Wrong solleva in parte le sorti e anche I Remember You un brano giamaicano lite non è da taglio delle vene, la classe vocale fa capolino. Su How Much Did You Get for Your Soul? stendiamo un velo pietoso, con Chill Factor che non sarà un capolavoro ma suona come una canzone dei Pretenders e Hymn To Her è una power ballad di buona qualità, mentre in conclusione viene inserita una cover di Room Full Of Mirrors di Jimi Hendrix, prodotta da Steve Lillywhite che suona come un brano dei Simple Minds o degli U2 più commerciali, anche se McIntosh cerca di metterci del suo.

Pretenders_-_The_Singles_CD_album_cover

Alla fine del tour del 1987 anche lui alza bandiera bianca e abbandona. Lo stesso anno esce The Singles 1979-1987 – Wea/Sire 1987 ****, che raccoglie il meglio dei loro 45 giri, arte dove hanno sempre eccelso, con la “bonus” (mezza stelletta in meno) della cover reggae con gli UB40 di I Got You Babe di Sonny And Cher. Nell’89 anche i due brani per la colonna sonora del film di Bond 007 The Living Daylights non sono il massimo, suono molto sintetico e pure le canzoni non brillano. Altro brano da colonna sonora del film 1969 Windows Of The World, con Johnny Marr alla chitarra, neppure brutto, poi lunga fase di riflessione e nel 1990 si presentano a maggio in studio per registrare un nuovo album

Packed!

Packed! – Sire 1990 ***, con la produzione di Mitchell Froom: in copertina c’è solo il volto della Hynde, nel disco suonano di nuovo Cunningham e Bremner, più sessionmen assortiti, quindi si potrebbe considerare come un album solista con il marchio Pretenders, e ha i suoi momenti, anche se Rolling Stone gli dà addirittura 4 stellette, l’iniziale Never Do That non è malaccio, sembra Back On The Chain Gang parte 2, dove c’era Bremner alla chitarra. Molto gradevoli anche Let’s Make A Pact e la pimpante Millionaires e anche una cover delicata di May This Be Love di Jimi Hendrix con assolo in punta di dita sempre di Bremner.

When Will I See You è una raffinata ballata scritta con Johnny Marr, Downtown (Akron) un grintoso omaggio alla sua città nativa, il solito reggae How Do I Miss You e altri brani senza infamia e senza lode, a parte la romantica conclusiva Criminal, un tipico brano alla Hynde. Passano altri quattro anni ed esce Last Of The Indipendents – Sire 1994 ***,

un buon album nel complesso, che segna il ritorno di Chambers alla batteria dopo anni di esilio, e l’arrivo del nuovo chitarrista Adam Seymour, che poi rimarrà con la band fino al 2007, produce Stephen Street, anche se la “nuova” line-up appare al completo in un solo brano All My Dreams, insieme alla ballate pianistiche 977 e I’ll Stand By You, al tiratissimo R&R Rebel Rock Me e alla bella cover di Forever Young di Bob Dylan, cantata sempre con voce cristallina da Chrissie Hynde.

The Isle of view

L’anno successivo esce il primo Live della band, Isle Of View – Warner Bros 1995 ***, un disco acustico dove la band, accompagnata da una piccola sezione archi, il Duke Quartet, rivisita il repertorio passato, con la presenza dell’ospite Damon Albarn al piano: a me all’epoca non era dispiaciuto, come avevo detto nella mia recensione dei tempi, e risentito oggi confermo, è strano sentirle in versione “unplugged”, ma nel complesso regge, canzoni come Back On The Chain Gang, Brass In Pocket, Hymn To Her, con un solenne harmonium, Lovers Of Today, The Phone Call, I Go To Sleep, la allora recente Revolution, per citare le migliori, come le giri comunque si apprezzano.

1999-2020 L’ultima fase, tra alti e bassi.

Viva_el_amor

Nel 1999, dopo avere collaborato nel 1997 con due brani alla colonna sonora del film di Ridley Scott G.I.Jane, partecipano al concerto in memoria di Linda McCartney, organizzato dalla stessa Hynde, che era una sua grande amica, realizzano l’ultimo album del millennio ( e con la WB) Viva El Amor – Warner Bros 1999 ***, altro disco buono ma non eccelso, buona partenza con il singolo Popstar, dove Chrissie rispolvera la sua armonica, e l’altro singolo, una cover di Human dei Divinyls, sempre pop music di buona fattura ma senza il guizzo di classe. Belle la ballata From The Heart Down e il riff’n’roll moderato di Nails In The Road, in altri pezzi come Who’s Who, Dragway 42 e Baby’s Breath la Hynde si autocita con discreti risultati, il tentativo di lanciarsi come crooner spagnola nella cover di Rabo De Nube di Silvio Rodriguez diciamo che non è memorabile.

LooseScrew

Avanti il prossimo (album) Loose Screw – Artemis 2002 **1/2, prodotto da Kevin Bacon, non l’attore, ma l’ex leader dei Comsat Angels, storica band post-punk britannica, terzo album consecutivo con la stessa formazione, con quasi tutte le canzoni scritte dalla Hynde con Seymour, genere alternative rock, mah, buone recensioni ma a me non fa impazzire, anzi, si salva nello specifico il mid-tempo You Know Who Your Friends Are, ma altrove ben due o tre reggae songs pallose, o la picchiata Fools Must Die e la danzereccia I Should Of, per non dire della elettronica Clean Up Woman. Si salvano ancora, a fatica, la ballata The Losing e Saving Grace, mentre da dimenticare Walk Like A Panther, scritta da Jarvis Cocker.

BreakUpTheConcrete

Passano altri sei anni ed ecco Break Up The Concrete – Shangri-La Music 2008 ***1/2, nuova formazione con il bravissimo chitarrista James Walbourne ( cognato di Richard & Linda Thompson, avendone sposato la figlia Kami nel 2012, con la quale suona negli ottimi Rails), Chambers viene ancora una volta accantonato e sostituito da Jim Keltner alla batteria, mentre alla pedal steel viene aggiunto Eric Heywood dei Son Volt, il tutto per un buon disco, tra roots music e rock vibrante, come nell’iniziale Boots Of Chines Plastic, ballate struggenti come The Nothing Maker, derive country nella deliziose Don’t Loose Faith In Me e Love’s A Mistery, tiratissimi R&R come Don’t Cut Your Hair. In You Didn’t Have To spunta anche una fisa suonata da Walbourne, Rosalee è un blues con i due chitarristi in tiro, tra slide e lap steel, la title track con un ritmo alla Bo Diddley e la dolce One Thing Never Changed completano un album che forse non arriva alle 4 stellette di Mojo e Q, ma ci si avvicina molto, ottimo anche per me.

Pretenders_Alone

A questo punto basta aspettare quegli otto anni, inframezzati da una raccolta e un live, ed ecco arrivare Alone – Bmg Rights Managent 2016 ***1/2, registrato in quel di Nashville, con la produzione di Dan Auerbach dei Black Keys ed uno stuolo di sessionmen tra cui spiccano Richard Swift alla batteria, grande produttore e factotum, scomparso nel 2018, e gli altri tre chitarristi Kenny Vaughan e Duane Eddy (!!) e Russ Pahl alla steel: considerato il titolo potrebbe essere il primo disco solista di Chrissie Hynde, ma il moniker del gruppo è sempre una garanzia per regalarci un altro buon disco, di nuovo molto roots, tra le pigre volute di Let’s Get Lost, il rock sospeso di Chord Lord, il country-rock della delicata Blue Eyed Sky, la “desertica” The Man You Are, alla Calexico, la saltellante One More Day, il retro-rock futurista di I Hate Myself, con il chitarrone di Duane Eddy in evidenza, la bella ballata pianistica Death Is Not Enough, il pop vintage di Holy Commotion, il quasi garage delle gagliarde Alone e Gotta Wait. Ora restiamo in attesa del nuovo ottimo Hate For Sale, previsto a luglio, che segna il ritorno al classico suono Pretenders.

Bruno Conti

La “Cura Auerbach” Ha Rivitalizzato Anche Lui. John Anderson – Years

john anderson years

John Anderson – Years – Easy Eye Sound/BMG Rights Management CD

Vi ricordate di quando, a cavallo tra gli anni ottanta e novanta, Jeff Lynne era il produttore più ambito dalla crema del rock mondiale? O quando pochi anni dopo lo stesso ruolo passò a T-Bone Burnett? Ebbene, a quanto pare oggi il più richiesto dietro alla consolle (diciamo al 50% con Dave Cobb) è Dan Auerbach, leader dei Black Keys che negli ultimi anni ha affiancato alla carriera di musicista e songwriter quella appunto di produttore nonché di talent scout, grazie ad un orecchio non comune e ad una innata capacità di dare il suono giusto ad ognuno dei suoi “clienti”. Non abbiamo ancora quasi finito di assimilare l’ottimo debutto solista di Marcus King El Dorado, che Auerbach è già un passo avanti, ma questa volta si è occupato di rilanciare la carriera di un veterano: John Anderson, countryman della Florida non molto conosciuto da noi ma che in America è una piccola leggenda dato che è in attività da più di quaranta anni. Quando si elencano i grandi del country, il nome di Anderson viene spesso dimenticato, ma stiamo parlando di uno che dal 1977 ad oggi ha avuto diversi album e singoli ai primi posti della classifica, con titoli come Wild And Blue, Swingin’, Seminole Wind, Straight Tequila Night e Black Sheep (per chi non lo conosce consiglio la splendida antologia doppia uscita l’anno scorso, 40 Years And Still Swingin’, in cui il nostro ha anche reinciso ex novo alcuni vecchi successi).

Nelle ultime due decadi la sua produzione si è un po’ diradata (e di conseguenza sono calate le vendite), ma questo nuovo Years si conferma già dal primo ascolto come il suo lavoro migliore dai tempi di Seminole Wind. Auerbach ha fatto un lavoro splendido, producendo l’album nei suoi Easy Eye Sound Studios insieme al consueto partner David Ferguson, collaborando alla scrittura dei brani e mettendo a disposizione di Anderson il solito gruppo di “Nashville Cats” dal pedigree eccezionale (Stuart Duncan, Gene Chrisman, Bobby Wood, Ronnie McCoury, Dave Roe, Charlie McCoy, Russ Pahl e Mike Rojas), ma il resto è tutta farina del sacco di John, che forse stimolato dalla creatività di Dan ha scritto le sue migliori canzoni da diverso tempo a questa parte: Puro country classico, suonato e cantato in maniera impeccabile (Anderson ha ancora una grande voce), un album che alterna ballate a brani più mossi ma con tutti i nomi coinvolti al top della forma: il CD dura appena 32 minuti, ma è una mezz’ora pressoché perfetta. Si parte con I’m Still Hangin’ On (sono ancora in giro, una vera dichiarazione di intenti), una ballata fluida e suadente con strumentazione ariosa e mood rilassato: la voce è bellissima ed il background strumentale è vigoroso (c’è tutto ciò che serve: banjo, mandolino, violino, dobro, steel, ecc.), con i soliti agganci tipici di Auerbach al suono dei seventies.

Celebrate è distesa e ha di nuovo il sapore dei bei tempi andati, con un leggero arrangiamento orchestrale degno di Glen Campbell (uno che sta ricevendo più attestati di stima ora che non c’è più di quando era ancora tra noi) e la voce del nostro che accarezza il brano con classe; un piano wurlitzer introduce la title track, una splendida ballata dall’incedere maestoso ed un crescendo strumentale emozionante, che culmina con un ottimo assolo di chitarra elettrica: grande canzone, può diventare un nuovo classico di John. Tuesday I’ll Be Gone vede Anderson dividere il microfono con Blake Shelton per un country-rock terso, limpido e decisamente coinvolgente, un brano che richiama le atmosfere di Seminole Wind con in evidenza una splendida chitarra “harrisoniana”, mentre What’s A Man Got To Do (che vede tra gli autori Dee White, altro protegé di Auerbach) è una country song robusta quasi alla maniera texana, con un ottimo lavoro di chitarra acustica, steel e mandolino ed un’altra melodia di impatto immediato.

Decisamente bella anche Wild And Free, un honky-tonk elettrico dal motivo irresistibile, accompagnamento delizioso ed un refrain corale tra i più belli ed evocativi del CD (e Tyler Childers ospite ai cori). Slow Down è una ballatona romantica sfiorata dalla steel ed eseguita con classe ed eleganza ma senza risultare sdolcinata, All We’re Really Looking For una squisita country tune dal sapore western, tempo spedito ed ennesimo motivo accattivante così come Chasing Down A Dream, gustosissimo country-rock elettrico suonato con notevole forza. Il CD si chiude con You’re Nearly Nothing, toccante slow song di quelle che il nostro scrive ad occhi chiusi, con la strumentazione che si arricchisce man mano che il brano procede.

Bentornato John Anderson: Years sarà senza dubbio uno dei dischi country del 2020.

Marco Verdi

Meno “Cattivo” Del Solito, Ma Sempre Validissimo! Marcus King – El Dorado

marcus king el dorado

Marcus King – El Dorado – Fantasy/Universal CD

(*NDM: in questa lunga fase di quarantena forzata si è pensato in accordo con Bruno di recuperare anche qualche titolo recente ma la cui pubblicazione risale comunque a qualche mese fa, rimasto magari in arretrato come a volte succede. Oggi è la volta del giovane musicista del South Carolina, e fra pochi giorni toccherà al tributo femminile a Tom Waits).

Dan Auerbach è ormai diventato, insieme a Dave Cobb, uno dei migliori e più richiesti produttori sulla piazza, sia che incida in prima persona con la band che gli ha dato la notorieità, i Black Keys, che come solista (Waiting On A Song è stato per il sottoscritto uno dei più begli album del 2017), sia che si occupi di patrocinare i lavori di giovani artisti (Yola, Dee White, Early James) ed altri non proprio di primo pelo (Robert Finlay, Leo Bud Welch, Jimmy “Duck” Holmes). Una delle ultime produzioni di Auerbach riguarda un musicista che, seppur ventiquattrenne da pochi giorni, è già un artista affermato: sto parlando di Marcus King, enfant prodige della chitarra (e non solo), che a capo della Marcus King Band si è ritagliato un posto al sole nell’ambito della musica rock-blues di matrice southern con tre album di ottimo livello ed in particolare con gli ultimi due, The Marcus King Band e Carolina Confessions.

El Dorado segna il debutto di Marcus come solista, e mi preme avvertire da subito gli estimatori del nostro e del rock-blues in generale che potrebbero rimanere spiazzati dall’ascolto del disco, in quanto il genere che ha reso King popolare è sì presente ma in misura decisamente minore (ed anche la sua chitarra ruggisce di meno), in quanto Auerbach ha provato a fare del lungocrinito musicista un artista a 360 gradi, più autore e cantante che chitarrista, e secondo me con risultati egregi. Sì perché El Dorado a mio parere è un lavoro decisamente bello, con Marcus che si cimenta con successo in una serie di stili che rendono l’album piacevolmente eclettico: al rock-blues, che comunque è presente, si sono infatti aggiunte corpose dosi di soul, rhythm’n’blues, gospel, oltre a qualche momento di rock più “convenzionale” e perfino un pizzico di country. Gran merito va sicuramente ad Auerbach, che ha scritto tutti i brani in coppia con Marcus e gli ha dato il suo classico suono che rimanda agli anni settanta, ma King ha contribuito in maniera decisiva con una vena molto ispirata e soprattutto con la sua strepitosa voce “nera”, adatta a qualsiasi tipo di musica ma particolarmente idonea a sostenere brani a carattere più soul. Un mix di stili dunque molto accattivante, che non va ad intaccare l’unitarietà di un disco che secondo me fa salire King di un paio di gradini, in quanto ce lo presenta come musicista a tutto tondo e non solo come promettente chitarrista (e comunque la sua sei corde qua e là si sente eccome).

L’album è stato registrato a Nashville negli Easy Eye Sound Studios di proprietà di Auerbach, il quale gli ha messo a disposizione la consueta gang di sessionmen fuoriclasse e dal pedigree eccezionale: Gene Chrisman, Russ Pahl, Dave Roe, Bobby Wood, Mike Rojas e Paul Franklin (per citare i nomi più noti), gente che ha suonato, tanto per fare qualche nome “da poco”, con Elvis Presley, Aretha Franklin, Duane Eddy, Johnny Cash, Solomon Burke e Roy Orbison. Young Man’s Dream è il classico inizio che non ti aspetti, una delicata ballata acustica sfiorata dal country, con un motivo molto rilassato ed una strumentazione parca e suonata in punta di dita, fino al secondo minuto quando entra per un attimo il resto della band e possiamo ascoltare il tipico “big sound” delle produzioni di Auerbach. Con The Well andiamo in territori abituali per Marcus, un rock-blues elettrico dal riff aggressivo e grintoso, un pezzo che potrebbe benissimo appartenere anche al repertorio dei Black Keys (che hanno sempre avuto parecchio blues nel dna), con un paio di assoli brevi ma efficaci che ci mostrano che il nostro non ha perso il tocco; Wildflowers & Wine porta il disco ancora più a sud, per una deliziosa ballata southern soul dal suono caldo e cantata alla grandissima da King, con l’aggiunta di un bel coro femminile dal sapore gospel: sembra quasi una outtake di Anderson East.

One Day She’s Here è uno scintillante errebi dai toni pop, un brano decisamente “morbido” se si pensa ai trascorsi di Marcus, ma eseguito a regola d’arte e con un’aria da Blaxploitation anni settanta (e la voce è perfetta), un pezzo che differisce dalla seguente e squisita Sweet Mariona, che è un po’ come se Sam Cooke non fosse stato ammazzato in quella tragica notte del 1964 e ad un certo punto avesse inciso un disco country (splendida la steel di Franklin): una delizia. Un piano elettrico introduce la lenta Beautiful Stranger, altra bellissima canzone tra soul, country e gospel, distante dalla Marcus King Band ma di livello sublime e con un feeling formato famiglia; con Break siamo sempre in territori “black” anche se qui lo stile è più pop ma senza cadute di gusto, anzi il tutto è trattato con i guanti bianchi e classe sopraffina, mentre Say You Will porta un po’ di pepe nel disco, in quanto siamo di fronte ad una rock song potente, chitarristica e tagliente, genere Rory Gallagher meno blues, con assolo finale torcibudella da parte del leader.

Anche Turn It Up ha un gran bel tiro, un rock’n’roll ancora dall’anima nera, un ritmo trascinante e lo spirito sudista del nostro che esce ad ogni nota, e restiamo al sud anche per la coinvolgente Too Much Whiskey, una splendida country song in puro stile outlaw, che sembra quasi un omaggio a Willie Nelson ed alla sua Whiskey River (la melodia è molto simile, e poi le parole “whiskey river” sono citate espressamente nel testo e c’è pure un’armonica alla Mickey Raphael). Finale con la limpida Love Song, altra soul ballad raffinata, elegante e suonata in souplesse (e che voce), e con No Pain, uno slow lucido ed intenso con organo, steel, chitarra elettrica ed archi che creano un suono unico, quasi un riepilogo dei vari stili incontrati nel corso del CD. Ottimo lavoro quindi questo El Dorado, un album che cresce ascolto dopo ascolto e che testimonia la crescita costante di Marcus King come musicista completo e versatile.

Marco Verdi

Un Gradito Ritorno Alle Atmosfere Degli Esordi Per Il Duo Di Akron. The Black Keys – Let’s Rock

black keys let's rock

The Black Keys – Let’s Rock – Nonesuch/Warner CD

A cinque anni dall’ultimo lavoro Turn Blue Dan Auerbach ha richiamato Patrick Carney per tornare a fare un disco come The Black Keys, non senza una certa sorpresa generale. Infatti nell’ultimo lustro Auerbach è stato impegnatissimo come talent-scout e produttore, registrando una lunga serie di album presso i suoi Easy Eye Sound Studios di Nashville (da non perdere almeno quelli di Dee White, Yola e Robert Finley) oltre a pubblicare il suo secondo album solista, lo splendido Waiting On A Song, un vero gioiellino tra pop, rock, soul e country che sembrava inciso a cavallo tra gli anni sessanta ed i settanta https://discoclub.myblog.it/2017/06/13/un-disco-quasi-perfetto-per-un-artista-geniale-dan-auerbach-waiting-on-a-song/ . Tornando ai Black Keys, Turn Blue era stato un album che aveva attirato non poche critiche, sia per certe soluzioni sonore non proprio azzeccate, sia per la qualità media non eccelsa delle canzoni, sia ancora per il fatto che veniva dopo i due maggiori successi della band/duo, cioè Brothers (2010) e soprattutto El Camino dell’anno successivo, che vendette ben più di due milioni di copie nel mondo, non male per due musicisti che avevano iniziato a suonare negli scantinati di Akron, Ohio.

Let’s Rock è un disco importante, in quanto segna il ritorno alle atmosfere che contraddistinguevano i primi lavori di Dan e Patrick, soprattutto Thickfreakness e Rubber Factory: musica rock essenziale e degna di una garage band, con marcati elementi blues ed atmosfere decisamente elettriche. Un suono crudo e chitarristico, con i riff di Auerbach (che negli anni ha introdotto anche il basso nel suono del duo, e qui si cimenta anche alle tastiere in un paio di pezzi) ben doppiati dalla batteria secca di Carney. Let’s Rock mantiene dunque ciò che promette il titolo, dodici canzoni dirette e potenti, ma con inedite aperture melodiche figlie sicuramente degli ultimi anni in cui Auerbach è notevolmente maturato sia come musicista che come autore (la collaborazione con John Prine non può che avergli giovato): Dan ha quindi riversato la sua maggiore esperienza tutta in questo album, che coniuga quindi in maniera mirabile energia e songwriting di livello, diversificando anche gli stili ed aggiungendo alla base rock-blues un tocco di rhythm’n’blues e perfino di country. Il disco è autoprodotto dai due, che sono anche gli unici musicisti (a parte le voci femminili di Leisa Hans e Ashley Wilcoxson), ma il suono è nelle mani di due luminari come Richard Dodd al master e Tchad Blake al mix.

Si inizia per il meglio con Shine A Little Light, un brano a metà tra rock ed errebi, ritmo pulsante e chitarra bella tosta che si contrappone benissimo ad un motivo accattivante. Questo è il lato più rock di Auerbach, ma con una profondità di scrittura che un tempo gli mancava. Eagle Birds è un rock-blues secco e diretto, chitarra leggermente distorta e sezione ritmica vibrante, con un breve ma ottimo assolo da parte di Dan; la pimpante Lo/Hi è una rock song decisamente elettrica e vitale, ma anche coinvolgente al massimo e di buona immediatezza (non per niente è il primo singolo), mentre Walk Across The Water è un pezzo cadenzato e meno aggressivo, dal mood suadente e ritornello gradevole, quasi una pop song su base rock (bella la coda strumentale, che però si interrompe di botto). Tell Me Lies è un piacevole funkettone con un altro refrain di sicura presa e le solite ottime parti di chitarra, e si contrappone alla pura tensione elettrica di Every Little Thing, una grande rock song dall’attacco hendrixiano ed un andamento trascinante: energia, grinta ma anche feeling a piene mani.

Get Yourself Together è puro rock’n’roll, diretto ed irresistibile sia nel ritmo che nel ritornello, una delle più immediate, Sit Around And Miss You è addirittura country-rock, un brano limpido e di grandissima fruibilità, con chiare influenze “creedenciane”: splendida, anche se siamo più dalle parti dell’Auerbach solista. Il disco si conferma per nulla monotematico, anzi è ricco di sfaccettature pur mantenendo un suono diretto e senza fronzoli: prendete Go, secca, essenziale e quasi garage, che si amalgama benissimo con la seguente Breaking Down, altro delizioso brano che non è né pop, né rock, né errebi ma ha qualcosa di tutti e tre gli stili. Chiudono il CD la corale Under The Gun, dal ritmo sostenuto e soliti ficcanti riff chitarristici, e con la frenetica Fire Walk With Me, ancora puro e travolgente rock’n’roll. I Black Keys sono quindi tornati alla grande, con il suono dei primi tempi ma anche con una nuova visione musicale a 360 gradi, e Let’s Rock è uno dei rock’n’roll albums del 2019.

Marco Verdi

Un Altro Bel Disco “Made In Auerbach”! Dee White – Southern Gentleman

dee white southern gentleman

Dee White – Southern Gentleman – Warner Nashville CD

Dan Auerbach, leader dei Black Keys, sta a poco a poco diventando uno dei produttori più richiesti. Stabilitosi a Nashville, dove ha fondato gli Easy Eye Sound Studios, negli ultimi anni ha dapprima pubblicato un bellissimo album solista (Waitin’ On A Song), e poi prestato i suoi servigi sia alla produzione che al songwiting prima per Robert Finlay e più di recente per il sorprendente esordio di Yola. In tutti questi dischi si respira una deliziosa aria vintage che ricorda un periodo molto fecondo della nostra musica: gli anni a cavallo tra i sessanta e settanta, con un suono che va dal puro soul (Finlay), al mix tra country, gospel ed ancora soul (Yola), fino al lavoro solista di Dan che univa tutto insieme aggiungendo uno squisito gusto pop. Ma in tutti questi dischi c’è un elemento in comune, ed è l’umore sudista che si respira in ogni nota, per cui sembra quasi scontato che per il debut album di Dee White, intitolato appunto Southern Gentleman, non ci sia per una volta il solito Dave Cobb ma si sia scelto proprio Auerbach. White è un giovane musicista proveniente dall’Alabama, che si rifà palesemente al suono country degli anni settanta, usando strumenti classici come chitarre, violino e steel ma con un gusto melodico non comune, aiutato anche da una voce pulita e cristallina.

E’ stato Harold Shedd, ex presidente della Mercury Nashville e produttore affermato, a scoprire il talento di White e a segnalarlo ad Auerbach, che dal canto suo si è occupato di scrivere con Dee diversi brani nuovi (è un momento molto prolifico per Dan) e di rivestirli con il suono che ormai sta diventando il suo marchio di fabbrica. E Southern Gentleman si rivela essere un disco decisamente riuscito, in alcuni momenti addirittura ottimo, pieno di belle canzoni tra country, pop ed anche un pizzico di southern soul che non manca mai, suonato alla grande dal solito manipolo di grandi nomi che abitualmente Auerbach utilizza, gente che ha suonato, solo per fare qualche nome, con Elvis, Dylan e Cash: Gene Chrisman, Hargus “Pig” Robbins, Bobby Cook, Russ Pahl, Dave Roe, e con l’aggiunta dell’armonica di Michey Raphael e della seconda voce di Alison Krauss in più di un brano; last but not least, Auerbach è coadiuvato in consolle da David Ferguson, altro grande produttore che vanta collaborazioni con Cowboy Jack Clement, ancora Cash e John Prine. Il CD inizia con Wherever You Go, una bella country song cadenzata con i primi agganci al suono dei seventies, un motivo diretto ed un’atmosfera sudista: ottimo sia l’uso della steel che l’assolo chitarristico centrale. Rose Of Alabam è una suggestiva ballata, siamo sempre nei settanta come decade di riferimento, con una melodia bellissima ed una strumentazione perfetta, guidata da chitarre, piano, steel ed un uso leggero degli archi; molto riuscita anche Bucket Of Bolts, grazie anche alla doppia voce della Krauss e ad un accompagnamento acustico di gran classe.

Tre belle canzoni quindi, ma Crazy Man è anche meglio, una country ballad che più classica non si può, con la voce squillante del nostro che fornisce un elemento di ulteriore interesse ad un motivo già di suo diretto e godibilissimo, mentre Tell The World I Do ha un sapore più cantautorale ed un background sonoro da vera rock ballad, con un sapore meno country ma più vicino a certo southern soul con sfumature pop: classe e finezza a braccetto. Ol’ Muddy River è più grintosa, con l’accompagnamento che contrasta con la voce gentile di White, e si rivela presto una sorta di bluegrass elettrico molto coinvolgente; Road That Goes Both Ways è lenta e decisamente romantica, con la partecipazione di Ashley McBride con la sua voce cristallina, e si contrappone a Way Down, altro bellissimo pezzo tra country e pop, con gli archi che aggiungono pathos senza essere ridondanti: potrebbe essere un singolo vincente. Il CD, breve ma intenso (solo 33 minuti di durata), si chiude con Oh No, deliziosa ballata sixties del tipo che uno come Raul Malo canta anche mentre fa colazione, e con la gentile melodia della bucolica Under Your Skin, ancora con la Krauss in sottofondo ed un suono scintillante ed arioso.

Ultimamente tutto quello che esce dagli studi di Nashville di Dan Auerbach è garanzia di qualità, e questo album d’esordio da parte di Dee White non fa certo eccezione.

Marco Verdi

Tra Soul E Country, Una Bravissima Nuova Cantante E’ In Città! Yola – Walk Through Fire

yola walk trough fire

Yola – Walk Through Fire – Easy Eye Sound CD

Album di debutto per una nuova, bravissima cantante, originaria di Bristol, in Inghilterra, ma con il cuore musicale ben piantato in America. Yola (nome d’arte di Yolanda Quartey), ex lead vocalist del gruppo Phantom Limb, ha esordito come solista nel 2016 con l’EP Orphan Offering, ed in seguito è stata notata da Dan Auerbach, leader dei Black Keys, musicista geniale e produttore tra i più richiesti del momento (Dr. John, Ray LaMontagne, Grace Potter, The Pretenders), che l’ha voluta con sé nei suoi studi Easy Eye Sound di Nashville. Insieme i due hanno scritto una bella serie di canzoni, collaborando alla stesura anche con grandi nomi come il pianista Bobby Wood (già con Elvis), l’abituale collaboratore di John Prine Pat McLaughlin, oltre al leggendario Dan Penn. Il risultato di questa collaborazione è Walk Through Fire, un disco splendido che ci fa conoscere una cantante dalla voce formidabile e con una notevole forza interpretativa, un piccolo gioiello di country-got-soul che è pane per i denti di Auerbach, perfettamente a suo agio con questo tipo di sonorità tra pop, errebi, soul e country molto fine anni sessanta/inizio settanta, come già dimostrato nel suo bellissimo album solista Waiting On A Song e nel sorprendente Goin’ Platinum di Robert Finley.

Ma Walk Through Fire non è solo produzione, in quanto ci sono soprattutto Yola con le sue canzoni e la sua grande voce, un talento che qualcuno ha già paragonato ad un incrocio tra Aretha Franklin e Glen Campbell, mentre altri, parlando del rapporto tra l’artista ed il suono del disco, ha scomodato addirittura il mitico Dusty In Memphis di Dusty Springfield. Io sono abbastanza d’accordo con entrambi i paragoni, ed aggiungerei una rimembranza della giovane Mavis Staples nei pezzi più gospel. Nomi importanti quindi, ma Yola è una cantante con il suo stile e la sua personalità, ed in questo lavoro, grazie anche all’eccellente lavoro di Auerbach, il suo talento viene fuori alla grande. Come ciliegina, abbiamo diversi sessionmen di gran nome: oltre ai già citati McLaughlin e Wood (ed allo stesso Auerbach), troviamo il noto Nashville Cat Charlie McCoy all’armonica, il grande mandolinista Ronnie McCoury, lo steel guitarist Russ Pahl (grande protagonista del disco), la sezione ritmica di Dave Roe (Johnny Cash) e Gene Chrisman (Aretha ed Elvis, tra i tanti), per finire con le armonie vocali di Vince Gill. Faraway Look apre il CD nel modo migliore, con una deliziosa soul ballad che ci fa ammirare da subito la splendida ugola di Yola, ed un arrangiamento in puro stile pop orchestrale, non ridondante ma anzi perfetto per il crescendo melodico del ritornello.

Shady Grove è una squisita pop song d’altri tempi, di stampo bucolico e con una strumentazione cucita alla perfezione intorno alla voce formidabile di Yola, in cui spiccano pianoforte e violino. Ride Out In The Country è splendida, una ballata country-soul di ampio respiro, con una bellissima linea melodica, ottimi interventi di chitarra elettrica ed un organo caldo alle spalle. Un piano elettrico ed una languida steel introducono l’intensa It Ain’t Easier, country ballad di notevole livello, impreziosita dalla solita prestazione vocale impeccabile della ragazza, che aggiunge l’elemento soul; la title track è ancora più country, ed è una delle più belle, un brano cadenzato in cui Yola sembra proprio la Staples, con un coro che aggiunge un sapore gospel: la canzone poi è strepitosa di suo, e si sente che è quella in cui ha collaborato Penn. Che dire di Rock Me Gently? Un’altra deliziosa pop song che mi ricorda i primi Bee Gees  (i migliori), ed anche l’arrangiamento sta da quelle parti, con però steel e banjo che riportano tutto a Nashville; mi piace molto anche Love All Night (Work All Day), altra country tune mossa e scorrevole, con il consueto motivo che colpisce al primo ascolto ed un accompagnamento ricco in cui spiccano chitarra elettrica, piano ed ancora la magnifica steel di Pahl.

La breve e lenta Deep Blue Dream è puro soul, Lonely The Night invece è una grandiosa pop song dal chiaro sapore sixties, arrangiata con la solita finezza (la mano di Auerbach è evidente), mentre Still Gone è un errebi solare e decisamente godibile. Il CD termina con Keep Me Here, brano soul intenso e romantico, e con la scintillante Love Is Light, altro brano pop di lusso e contraddistinto da un gusto melodico non comune, ennesimo gioiellino di un album bello e sorprendente. Dan Auerbach si sta costruendo passo dopo passo una reputazione da produttore di livello eccelso, ma con una cantante come Yola il suo lavoro è stato certamente più facile.

Marco Verdi

Chiamateli Pure Phil & Don 2.0! The Cactus Blossoms – Easy Way

cactus blossoms easy way

The Cactus Blossoms – Easy Way – Walkie Talkie CD

Giunti al terzo album di studio (ma il primo è introvabile), i Cactus Blossoms sono un duo proveniente da Minneapolis e formato dai fratelli Jack Torrey e Page Burkum (Torrey è un cognome d’arte), due musicisti cresciuti ascoltando altre grandi coppie di fratelli del passato come i Louvin Brothers e gli Everly Brothers, oltre a copiose dosi di folk e country. E la loro proposta musicale è quasi una prosecuzione di quella degli Everly, lo stesso tipo di armonie e di linee melodiche, unite ad un’indubbia finezza strumentale ed abilità nel songwriting. Ma i Fiori di Cactus non sono dei cloni, anche se i riferimenti sono quelli che vi ho già detto, dato che alcune canzoni hanno anche arrangiamenti più moderni, pur restando in ambito vintage come tipo di approccio musicale. You’re Dreaming, il loro album del 2016, aveva fatto ben parlare di loro, ma è con questo nuovo Easy Way che i due fratelli cercano di compiere un ulteriore passo in avanti.

E Easy Way è un piacevolissimo disco di moderno folk-rock con più di un aggancio al passato, una collezioni di brani tutti scritti dai due Burkum (con l’aiuto di Dan Auerbach in due pezzi) e suonata da pochi ma validi collaboratori, tra cui il terzo fratello Tyler Burkum come chitarrista aggiunto, il batterista Alex Hall, lo steel guitarist Joel Paterson ed il sassofonista Michael Lewis (già con Bon Iver). Molto indicativa del suono del disco è la canzone d’apertura, Desperado, un delizioso folk-rock dal sapore anni sessanta in cui i nostri ricordano abbastanza palesemente Don e Phil Everly, ma l’accompagnamento è decisamente energico e rock, dall’uso della sezione ritmica fino al bell’assolo di chitarra twang https://www.youtube.com/watch?v=Qj7jJk8TPZk . Anche I’m Calling You non si schioda dai sixties, bella melodia solare, strumentazione vintage, chitarre con riverberi e quant’altro: alla produzione di brani come questo non vedrei male uno come Jeff Lynne. Please Don’t Call Me Crazy è leggermente più moderna, ha un accompagnamento grintoso e deliziosamente rock’n’roll, con Jack e Page che ci regalano un motivo diretto e coinvolgente, che mi ricorda certe cose di Dave Edmunds. 

Got A Lotta Love è più lenta e quasi country, le solite voci gentili ed armoniose, un leggero gioco di percussioni ed una chitarrina che ricama in sottofondo aiutata dall’organo. La languida Easy Way è un lento da ballo della mattonella, tenue, raffinato e quasi jazzato, mentre Downtown è puro pop, diretto e scintillante, con note di Beatles e Kinks ed un ritornello immediato; un organo d’altri tempi introduce Boomerang, altra slow song dal sapore antico, eseguita come sempre con estrema finezza. La bella See It Through è una ballata country-rock elettroacustica di ampio respiro, tra le più moderne come struttura, e precede le conclusive I Am The Road, squisito brano countreggiante nobilitato da uno dei refrain più piacevoli del CD, e la romantica Blue As The Ocean, che ci lascia con una nota malinconica ed il sapore della musica di cinque o sei decadi fa.

Quindi una bella prova da parte dei Cactus Blossoms, un disco davvero gradevole e delizioso che si muove in perfetto equilibrio tra antico e moderno.

Marco Verdi

Diamo Il Bentornato Ad Uno Degli Ultimi Grandi Cantautori! John Prine – The Tree Of Forgiveness

john prine the tree of forgiveness

John Prine – The Tree Of Forgiveness – Oh Boy/Thirty Tigers CD

John Prine è sempre stato uno dei miei cantautori preferiti, anzi arrivo a sostenere che negli anni settanta sopra di lui c’erano forse solo Bob Dylan e Paul Simon, ed è uno che in carriera ha avuto solo un centesimo dei riconoscimenti che avrebbe meritato. Dagli anni novanta in poi Prine ha diradato di molto la sua produzione, ed è addirittura dallo splendido Fair & Square del 2005 che non avevamo sue canzoni nuove: dischi sì, ma o erano di covers, come il CD con Mac Wiseman Standard Songs For Average People o quello di duetti con interpreti femminili For Better, Or Worse https://discoclub.myblog.it/2016/11/15/recuperi-fine-stagione-altro-album-duetti-molto-meglio-del-primo-john-prine-for-better-or-worse/ , o erano dal vivo, come In Person & On Stage ed il recente live d’archivio September 78 https://discoclub.myblog.it/2017/10/02/un-buon-live-anche-se-monco-john-prine-september-78/ , o collezioni di demo di inizio carriera (The Singing Mailman Delivers). In questi anni ha avuto anche problemi di salute che lo hanno minato nell’aspetto, rendendolo quasi irriconoscibile e comunque fatto invecchiare molto male, e quindi era lecito pensare che avesse appeso la penna al chiodo in maniera definitiva. Una parte di merito per il suo ritorno sulle scene credo ce l’abbia Dan Auerbach, che lo ha coinvolto nella scrittura di alcune canzoni per il suo splendido album solista dello scorso anno: insieme i due hanno composto addirittura una ventina di brani, anche se poi Dan ne ha usata una sola (Waiting On A Song, la title track del disco) ed un’altra l’ha data a Robert Finley, del quale ha anche prodotto il bel disco Goin’ Platinum.

John dal canto suo si è rimesso a scrivere, da solo o con altri, tirando anche fuori dai cassetti qualche vecchia canzone mai incisa (ed altre due di quelle con Auerbach), ed è riuscito finalmente a dare un seguito a Fair & Square: The Tree Of Forgiveness è un album altrettanto riuscito, con dieci canzoni di qualità eccelsa che ci fanno ritrovare il Prine classico, quello che sa essere divertente ed ironico ma anche profondo e toccante, con una voce che a differenza del fisico non ha risentito più di tanto del tempo trascorso, al punto che non sembra che siano passati tredici anni tra un disco e l’altro. Buona parte del merito va anche al produttore, cioè il ben noto Dave Cobb (ormai un maestro nel dosare i suoni in dischi di questo tipo), il quale ha circondato John di strumentazioni misurate, mai eccessive, in modo da far risaltare sempre e solo la canzone in sé stessa: i musicisti coinvolti sono un mix tra i “regulars” di Prine, come Jason Wilber e Pat McLaughlin e quelli di Cobb, come Mike Webb e Ken Blevins, oltre ad ospitare interventi sempre all’insegna della misura da parte di Brandi Carlile, di Jason Isbell e della consorte Amanda Shires. Poche note di Knocking On Your Screen Door e già ritroviamo il John Prine che più amiamo, una cristallina e cadenzata ballata di ispirazione country, con una melodia tipica del nostro ed un accompagnamento scintillante: miglior inizio non poteva esserci https://www.youtube.com/watch?v=vqb6qKRN8j4 . I Have Met My Love Today è un delizioso brano elettroacustico impreziosito dalla seconda voce della Carlile (che adora John Prine), dal motivo semplice e diretto ed il gruppo che accompagna con discrezione https://www.youtube.com/watch?v=FzKZXEIW4YQ , mentre Egg & Daughter Nite, Lincoln Nebraska 1967 (Crazy Bone), titolo mica male, è una di quelle canzoni per cui il nostro è famoso, una folk ballad con voce, chitarra e poco altro, humor a profusione ed un gusto melodico squisito.

Summer’s End è una tenue slow song nella tradizione di pezzi come Hello In There, dal ritornello splendido e toccante, Caravan Of Fools è più spoglia, due chitarre acustiche, basso e mellotron, ed un mood più drammatico e quasi western di grande intensità, mentre l’ironica Lonesome Friends Of Science è puro Prine, motivo folk, organo alle spalle e brano che si ascolta tutto d’un fiato. No Ordinary Blue è una di quelle filastrocche countryeggianti che John ha sempre scritto con grande facilità (con ben quattro chitarre, tra cui l’elettrica di Isbell), Boundless Love è splendida pur nella sua voluta semplicità, ma il nostro riesce sempre ad emozionare anche solo con la voce e poco altro, e qui è servito da una scrittura di prim’ordine e dalla bravura di Cobb nel calibrare i suoni. God Only Knows non è una cover del classico dei Beach Boys, bensì un pezzo che John aveva scritto negli anni settanta addirittura con Phil Spector e poi dimenticato, e direi che ha fatto molto bene a ripescarla in quanto si tratta di una grande canzone, che beneficia anche di una strumentazione più vigorosa del solito, con la ciliegina della presenza dei coniugi Isbell, Jason alla solista ed Amanda al violino e seconda voce: se non è la più bella del disco poco ci manca https://www.youtube.com/watch?v=4E39NOnCS1U . La scherzosa When I Get To Heaven, che alterna talkin’ ad un cantato pimpante, chiude in maniera positiva un lavoro davvero bellissimo https://www.youtube.com/watch?v=OaDGYFNmtyY , grazie al quale mi rendo conto di quanto mi mancasse uno come John Prine.

Marco Verdi

Un Disco Quasi Perfetto Per Un Artista Geniale. Dan Auerbach – Waiting On A Song

dan auerbach waiting on a song

Dan Auerbach – Waiting On A Song – Easy Eye Sound/Warner CD

Secondo album da solista, a ben otto anni di distanza dal precedente Keep It Hid, per Dan Auerbach, musicista di Akron, Ohio, noto per essere la metà “creativa” dei Black Keys. Auerbach è un tipo vulcanico, uno che non ama stare fermo: alla corposa discografia del duo formato da lui insieme a Patrick Carney dobbiamo infatti aggiungere i progetti collaterali dei Blakroc e, più recentemente, degli Arcs; non solo, ma Dan, un po’ come Joe Henry, ha da diversi anni affiancato alla carriera di musicista quella di produttore, e con nomi presenti nel suo personale carnet non proprio di poco conto, quali Dr. John, Pretenders, Grace Potter & The Nocturnals, Valerie June, Ray LaMontagne, Nikki Lane e Cage The Elephant. Se contiamo che negli ultimi anni ha anche girato il mondo sia con i Black Keys che con gli Arcs, stupisce che abbia trovato il tempo di mettere a punto un nuovo disco solista. Non solo ce l’ha fatta, ma Waiting On A Song è un lavoro splendido, un disco quasi perfetto, forse la cosa migliore mai fatta dal nostro: Dan aveva in testa un progetto ambizioso, cioè quello di collaborare con alcune delle migliori penne di Nashville (città nella quale risiede da qualche anno ed in cui ha aperto uno studio di registrazione ed una etichetta personale, la Easy Eye Sound) ed incidere un disco collaborando con musicisti da sogno.

Ed Auerbach ha preso le cose estremamente sul serio, scrivendo circa duecento canzoni, una cifra enorme dalla quale sarà stata durissimo “estrarre” i dieci pezzi pubblicati sul nuovo disco: in ben sette canzoni Dan ha addirittura incrociato la sua penna con quella del grande John Prine (anche se poi ne ha scelta una sola), uno che non è che sia solito scrivere per conto terzi, in altre con Pat McLaughlin, da anni collaboratore fisso proprio di Prine. Poi ha chiamato David Ferguson, cioè l’ingegnere del suono dei dischi incisi da Johnny Cash con Rick Rubin, per far sì che venisse riunita una superband; detto fatto: in Waiting On A Song troviamo i nomi di gente che a Nashville è un piccolo mito, come il chitarrista Russ Pahl, il dobroista Jerry Douglas, il bassista Dave Roe e soprattutto il pianista Bobby Wood ed il drummer Gene Chrisman, due musicisti entrambi sull’ottantina che erano di casa sui dischi di George Jones e Tammy Wynette. Se aggiungiamo due ospiti come il leggendario Duane Eddy in diversi brani e Mark Knopfler nel singolo trainante, possiamo affermare che Dan è senz’altro in ottima compagnia. Ma da soli tutti questi nomi non basterebbero se non ci fossero anche le canzoni, ed in questo album ce ne sono di stupende: la collaborazione con Prine e compagnia bella deve aver fatto bene a Dan, in quanto nei 32 minuti del disco non c’è un solo momento che non sia meno che ottimo, oltretutto con un suono davvero spettacolare: troviamo infatti in Waiting On A Song tutto il microcosmo di Auerbach, tra pop d’autore, country, soul, rock’n’roll, ballate anni sessanta e perfino funky, una miscela abbastanza diversa da quella del pur riuscito Keep It Hid (che manteneva più di un contatto con il suono dei Keys).

Un album bellissimo, che coniuga grandi canzoni, creatività a mille, un sound straordinario e melodie fruibili, un disco che una volta ascoltato nella sua interezza viene voglia di rimettere subito dall’inizio. E proprio l’inizio, la title track (che è anche il pezzo scritto con Prine) è una delle cose migliori, una pop song anni sessanta davvero splendida, un brano cristallino e scintillante, uno dei più belli, evocativi ed orecchiabili da me ascoltati ultimamente, con la ciliegina della chitarra twang di Eddy ed un feeling “spectoriano” che pervade la canzone. Malibu Man è uno squisito soul d’altri tempi, ritmato, potente e raffinato al tempo stesso, con sonorità degne del disco di due anni fa di Anderson East, mentre Livin’ In Sin è un irresistibile rockabilly alla Buddy Holly (con il vecchio Duane nel suo ambiente naturale), che dimostra la versatilità del nostro, che grazie all’ottimo stato di forma riesce a dare il meglio in ogni versione di sé stesso. Shine On Me è già un tormentone radiofonico, un pop’n’roll immediato e decisamente gradevole, con Knopfler che accompagna da par suo, un pezzo che nelle mani di Jeff Lynne sarebbe diventato una autenticoa “Wilbury tune”: il classico singolo perfetto. La maestosa King Of A One Horse Town è un pop alla Paul McCartney anni settanta, con tanto di orchestrazione e bellissimo ritornello, altro pezzo di gran classe e dalla scrittura sopraffina, Never In My Wildest Dreams è un saltellante brano delicatamente country, godibile dal primo all’ultimo accordo, anch’esso con un marcato feeling seventies, e nella stessa decade (in questo CD più in là col tempo non si va) restiamo anche per la tonica Cherrybomb, un gustoso errebi-funky degno della colonna sonora di Shaft, con un intervento di Eddy che non suona affatto fuori contesto. Stand By My Girl è ancora un rock’n’soul di ottimo livello, solito suono grandioso ed un leggero feeling alla George Harrison, ed in territori soul rimaniamo anche con la dirompente Undertow, orchestrata e di grande impatto, intrisa fino al midollo di  Philly Sound, mentre la chiusura del CD è affidata a Show Me, un vintage pop puro e diretto.

Un disco sorprendente, non perché considerassi Dan Auerbach poco capace, ma sinceramente non lo pensavo a questi livelli di eccellenza: fin da ora, almeno per me, tra i dischi dell’anno.

Marco Verdi