Un Gradito Ritorno Alle Atmosfere Degli Esordi Per Il Duo Di Akron. The Black Keys – Let’s Rock

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The Black Keys – Let’s Rock – Nonesuch/Warner CD

A cinque anni dall’ultimo lavoro Turn Blue Dan Auerbach ha richiamato Patrick Carney per tornare a fare un disco come The Black Keys, non senza una certa sorpresa generale. Infatti nell’ultimo lustro Auerbach è stato impegnatissimo come talent-scout e produttore, registrando una lunga serie di album presso i suoi Easy Eye Sound Studios di Nashville (da non perdere almeno quelli di Dee White, Yola e Robert Finley) oltre a pubblicare il suo secondo album solista, lo splendido Waiting On A Song, un vero gioiellino tra pop, rock, soul e country che sembrava inciso a cavallo tra gli anni sessanta ed i settanta https://discoclub.myblog.it/2017/06/13/un-disco-quasi-perfetto-per-un-artista-geniale-dan-auerbach-waiting-on-a-song/ . Tornando ai Black Keys, Turn Blue era stato un album che aveva attirato non poche critiche, sia per certe soluzioni sonore non proprio azzeccate, sia per la qualità media non eccelsa delle canzoni, sia ancora per il fatto che veniva dopo i due maggiori successi della band/duo, cioè Brothers (2010) e soprattutto El Camino dell’anno successivo, che vendette ben più di due milioni di copie nel mondo, non male per due musicisti che avevano iniziato a suonare negli scantinati di Akron, Ohio.

Let’s Rock è un disco importante, in quanto segna il ritorno alle atmosfere che contraddistinguevano i primi lavori di Dan e Patrick, soprattutto Thickfreakness e Rubber Factory: musica rock essenziale e degna di una garage band, con marcati elementi blues ed atmosfere decisamente elettriche. Un suono crudo e chitarristico, con i riff di Auerbach (che negli anni ha introdotto anche il basso nel suono del duo, e qui si cimenta anche alle tastiere in un paio di pezzi) ben doppiati dalla batteria secca di Carney. Let’s Rock mantiene dunque ciò che promette il titolo, dodici canzoni dirette e potenti, ma con inedite aperture melodiche figlie sicuramente degli ultimi anni in cui Auerbach è notevolmente maturato sia come musicista che come autore (la collaborazione con John Prine non può che avergli giovato): Dan ha quindi riversato la sua maggiore esperienza tutta in questo album, che coniuga quindi in maniera mirabile energia e songwriting di livello, diversificando anche gli stili ed aggiungendo alla base rock-blues un tocco di rhythm’n’blues e perfino di country. Il disco è autoprodotto dai due, che sono anche gli unici musicisti (a parte le voci femminili di Leisa Hans e Ashley Wilcoxson), ma il suono è nelle mani di due luminari come Richard Dodd al master e Tchad Blake al mix.

Si inizia per il meglio con Shine A Little Light, un brano a metà tra rock ed errebi, ritmo pulsante e chitarra bella tosta che si contrappone benissimo ad un motivo accattivante. Questo è il lato più rock di Auerbach, ma con una profondità di scrittura che un tempo gli mancava. Eagle Birds è un rock-blues secco e diretto, chitarra leggermente distorta e sezione ritmica vibrante, con un breve ma ottimo assolo da parte di Dan; la pimpante Lo/Hi è una rock song decisamente elettrica e vitale, ma anche coinvolgente al massimo e di buona immediatezza (non per niente è il primo singolo), mentre Walk Across The Water è un pezzo cadenzato e meno aggressivo, dal mood suadente e ritornello gradevole, quasi una pop song su base rock (bella la coda strumentale, che però si interrompe di botto). Tell Me Lies è un piacevole funkettone con un altro refrain di sicura presa e le solite ottime parti di chitarra, e si contrappone alla pura tensione elettrica di Every Little Thing, una grande rock song dall’attacco hendrixiano ed un andamento trascinante: energia, grinta ma anche feeling a piene mani.

Get Yourself Together è puro rock’n’roll, diretto ed irresistibile sia nel ritmo che nel ritornello, una delle più immediate, Sit Around And Miss You è addirittura country-rock, un brano limpido e di grandissima fruibilità, con chiare influenze “creedenciane”: splendida, anche se siamo più dalle parti dell’Auerbach solista. Il disco si conferma per nulla monotematico, anzi è ricco di sfaccettature pur mantenendo un suono diretto e senza fronzoli: prendete Go, secca, essenziale e quasi garage, che si amalgama benissimo con la seguente Breaking Down, altro delizioso brano che non è né pop, né rock, né errebi ma ha qualcosa di tutti e tre gli stili. Chiudono il CD la corale Under The Gun, dal ritmo sostenuto e soliti ficcanti riff chitarristici, e con la frenetica Fire Walk With Me, ancora puro e travolgente rock’n’roll. I Black Keys sono quindi tornati alla grande, con il suono dei primi tempi ma anche con una nuova visione musicale a 360 gradi, e Let’s Rock è uno dei rock’n’roll albums del 2019.

Marco Verdi

Un Altro Bel Disco “Made In Auerbach”! Dee White – Southern Gentleman

dee white southern gentleman

Dee White – Southern Gentleman – Warner Nashville CD

Dan Auerbach, leader dei Black Keys, sta a poco a poco diventando uno dei produttori più richiesti. Stabilitosi a Nashville, dove ha fondato gli Easy Eye Sound Studios, negli ultimi anni ha dapprima pubblicato un bellissimo album solista (Waitin’ On A Song), e poi prestato i suoi servigi sia alla produzione che al songwiting prima per Robert Finlay e più di recente per il sorprendente esordio di Yola. In tutti questi dischi si respira una deliziosa aria vintage che ricorda un periodo molto fecondo della nostra musica: gli anni a cavallo tra i sessanta e settanta, con un suono che va dal puro soul (Finlay), al mix tra country, gospel ed ancora soul (Yola), fino al lavoro solista di Dan che univa tutto insieme aggiungendo uno squisito gusto pop. Ma in tutti questi dischi c’è un elemento in comune, ed è l’umore sudista che si respira in ogni nota, per cui sembra quasi scontato che per il debut album di Dee White, intitolato appunto Southern Gentleman, non ci sia per una volta il solito Dave Cobb ma si sia scelto proprio Auerbach. White è un giovane musicista proveniente dall’Alabama, che si rifà palesemente al suono country degli anni settanta, usando strumenti classici come chitarre, violino e steel ma con un gusto melodico non comune, aiutato anche da una voce pulita e cristallina.

E’ stato Harold Shedd, ex presidente della Mercury Nashville e produttore affermato, a scoprire il talento di White e a segnalarlo ad Auerbach, che dal canto suo si è occupato di scrivere con Dee diversi brani nuovi (è un momento molto prolifico per Dan) e di rivestirli con il suono che ormai sta diventando il suo marchio di fabbrica. E Southern Gentleman si rivela essere un disco decisamente riuscito, in alcuni momenti addirittura ottimo, pieno di belle canzoni tra country, pop ed anche un pizzico di southern soul che non manca mai, suonato alla grande dal solito manipolo di grandi nomi che abitualmente Auerbach utilizza, gente che ha suonato, solo per fare qualche nome, con Elvis, Dylan e Cash: Gene Chrisman, Hargus “Pig” Robbins, Bobby Cook, Russ Pahl, Dave Roe, e con l’aggiunta dell’armonica di Michey Raphael e della seconda voce di Alison Krauss in più di un brano; last but not least, Auerbach è coadiuvato in consolle da David Ferguson, altro grande produttore che vanta collaborazioni con Cowboy Jack Clement, ancora Cash e John Prine. Il CD inizia con Wherever You Go, una bella country song cadenzata con i primi agganci al suono dei seventies, un motivo diretto ed un’atmosfera sudista: ottimo sia l’uso della steel che l’assolo chitarristico centrale. Rose Of Alabam è una suggestiva ballata, siamo sempre nei settanta come decade di riferimento, con una melodia bellissima ed una strumentazione perfetta, guidata da chitarre, piano, steel ed un uso leggero degli archi; molto riuscita anche Bucket Of Bolts, grazie anche alla doppia voce della Krauss e ad un accompagnamento acustico di gran classe.

Tre belle canzoni quindi, ma Crazy Man è anche meglio, una country ballad che più classica non si può, con la voce squillante del nostro che fornisce un elemento di ulteriore interesse ad un motivo già di suo diretto e godibilissimo, mentre Tell The World I Do ha un sapore più cantautorale ed un background sonoro da vera rock ballad, con un sapore meno country ma più vicino a certo southern soul con sfumature pop: classe e finezza a braccetto. Ol’ Muddy River è più grintosa, con l’accompagnamento che contrasta con la voce gentile di White, e si rivela presto una sorta di bluegrass elettrico molto coinvolgente; Road That Goes Both Ways è lenta e decisamente romantica, con la partecipazione di Ashley McBride con la sua voce cristallina, e si contrappone a Way Down, altro bellissimo pezzo tra country e pop, con gli archi che aggiungono pathos senza essere ridondanti: potrebbe essere un singolo vincente. Il CD, breve ma intenso (solo 33 minuti di durata), si chiude con Oh No, deliziosa ballata sixties del tipo che uno come Raul Malo canta anche mentre fa colazione, e con la gentile melodia della bucolica Under Your Skin, ancora con la Krauss in sottofondo ed un suono scintillante ed arioso.

Ultimamente tutto quello che esce dagli studi di Nashville di Dan Auerbach è garanzia di qualità, e questo album d’esordio da parte di Dee White non fa certo eccezione.

Marco Verdi

Tra Soul E Country, Una Bravissima Nuova Cantante E’ In Città! Yola – Walk Through Fire

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Yola – Walk Through Fire – Easy Eye Sound CD

Album di debutto per una nuova, bravissima cantante, originaria di Bristol, in Inghilterra, ma con il cuore musicale ben piantato in America. Yola (nome d’arte di Yolanda Quartey), ex lead vocalist del gruppo Phantom Limb, ha esordito come solista nel 2016 con l’EP Orphan Offering, ed in seguito è stata notata da Dan Auerbach, leader dei Black Keys, musicista geniale e produttore tra i più richiesti del momento (Dr. John, Ray LaMontagne, Grace Potter, The Pretenders), che l’ha voluta con sé nei suoi studi Easy Eye Sound di Nashville. Insieme i due hanno scritto una bella serie di canzoni, collaborando alla stesura anche con grandi nomi come il pianista Bobby Wood (già con Elvis), l’abituale collaboratore di John Prine Pat McLaughlin, oltre al leggendario Dan Penn. Il risultato di questa collaborazione è Walk Through Fire, un disco splendido che ci fa conoscere una cantante dalla voce formidabile e con una notevole forza interpretativa, un piccolo gioiello di country-got-soul che è pane per i denti di Auerbach, perfettamente a suo agio con questo tipo di sonorità tra pop, errebi, soul e country molto fine anni sessanta/inizio settanta, come già dimostrato nel suo bellissimo album solista Waiting On A Song e nel sorprendente Goin’ Platinum di Robert Finley.

Ma Walk Through Fire non è solo produzione, in quanto ci sono soprattutto Yola con le sue canzoni e la sua grande voce, un talento che qualcuno ha già paragonato ad un incrocio tra Aretha Franklin e Glen Campbell, mentre altri, parlando del rapporto tra l’artista ed il suono del disco, ha scomodato addirittura il mitico Dusty In Memphis di Dusty Springfield. Io sono abbastanza d’accordo con entrambi i paragoni, ed aggiungerei una rimembranza della giovane Mavis Staples nei pezzi più gospel. Nomi importanti quindi, ma Yola è una cantante con il suo stile e la sua personalità, ed in questo lavoro, grazie anche all’eccellente lavoro di Auerbach, il suo talento viene fuori alla grande. Come ciliegina, abbiamo diversi sessionmen di gran nome: oltre ai già citati McLaughlin e Wood (ed allo stesso Auerbach), troviamo il noto Nashville Cat Charlie McCoy all’armonica, il grande mandolinista Ronnie McCoury, lo steel guitarist Russ Pahl (grande protagonista del disco), la sezione ritmica di Dave Roe (Johnny Cash) e Gene Chrisman (Aretha ed Elvis, tra i tanti), per finire con le armonie vocali di Vince Gill. Faraway Look apre il CD nel modo migliore, con una deliziosa soul ballad che ci fa ammirare da subito la splendida ugola di Yola, ed un arrangiamento in puro stile pop orchestrale, non ridondante ma anzi perfetto per il crescendo melodico del ritornello.

Shady Grove è una squisita pop song d’altri tempi, di stampo bucolico e con una strumentazione cucita alla perfezione intorno alla voce formidabile di Yola, in cui spiccano pianoforte e violino. Ride Out In The Country è splendida, una ballata country-soul di ampio respiro, con una bellissima linea melodica, ottimi interventi di chitarra elettrica ed un organo caldo alle spalle. Un piano elettrico ed una languida steel introducono l’intensa It Ain’t Easier, country ballad di notevole livello, impreziosita dalla solita prestazione vocale impeccabile della ragazza, che aggiunge l’elemento soul; la title track è ancora più country, ed è una delle più belle, un brano cadenzato in cui Yola sembra proprio la Staples, con un coro che aggiunge un sapore gospel: la canzone poi è strepitosa di suo, e si sente che è quella in cui ha collaborato Penn. Che dire di Rock Me Gently? Un’altra deliziosa pop song che mi ricorda i primi Bee Gees  (i migliori), ed anche l’arrangiamento sta da quelle parti, con però steel e banjo che riportano tutto a Nashville; mi piace molto anche Love All Night (Work All Day), altra country tune mossa e scorrevole, con il consueto motivo che colpisce al primo ascolto ed un accompagnamento ricco in cui spiccano chitarra elettrica, piano ed ancora la magnifica steel di Pahl.

La breve e lenta Deep Blue Dream è puro soul, Lonely The Night invece è una grandiosa pop song dal chiaro sapore sixties, arrangiata con la solita finezza (la mano di Auerbach è evidente), mentre Still Gone è un errebi solare e decisamente godibile. Il CD termina con Keep Me Here, brano soul intenso e romantico, e con la scintillante Love Is Light, altro brano pop di lusso e contraddistinto da un gusto melodico non comune, ennesimo gioiellino di un album bello e sorprendente. Dan Auerbach si sta costruendo passo dopo passo una reputazione da produttore di livello eccelso, ma con una cantante come Yola il suo lavoro è stato certamente più facile.

Marco Verdi

Chiamateli Pure Phil & Don 2.0! The Cactus Blossoms – Easy Way

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The Cactus Blossoms – Easy Way – Walkie Talkie CD

Giunti al terzo album di studio (ma il primo è introvabile), i Cactus Blossoms sono un duo proveniente da Minneapolis e formato dai fratelli Jack Torrey e Page Burkum (Torrey è un cognome d’arte), due musicisti cresciuti ascoltando altre grandi coppie di fratelli del passato come i Louvin Brothers e gli Everly Brothers, oltre a copiose dosi di folk e country. E la loro proposta musicale è quasi una prosecuzione di quella degli Everly, lo stesso tipo di armonie e di linee melodiche, unite ad un’indubbia finezza strumentale ed abilità nel songwriting. Ma i Fiori di Cactus non sono dei cloni, anche se i riferimenti sono quelli che vi ho già detto, dato che alcune canzoni hanno anche arrangiamenti più moderni, pur restando in ambito vintage come tipo di approccio musicale. You’re Dreaming, il loro album del 2016, aveva fatto ben parlare di loro, ma è con questo nuovo Easy Way che i due fratelli cercano di compiere un ulteriore passo in avanti.

E Easy Way è un piacevolissimo disco di moderno folk-rock con più di un aggancio al passato, una collezioni di brani tutti scritti dai due Burkum (con l’aiuto di Dan Auerbach in due pezzi) e suonata da pochi ma validi collaboratori, tra cui il terzo fratello Tyler Burkum come chitarrista aggiunto, il batterista Alex Hall, lo steel guitarist Joel Paterson ed il sassofonista Michael Lewis (già con Bon Iver). Molto indicativa del suono del disco è la canzone d’apertura, Desperado, un delizioso folk-rock dal sapore anni sessanta in cui i nostri ricordano abbastanza palesemente Don e Phil Everly, ma l’accompagnamento è decisamente energico e rock, dall’uso della sezione ritmica fino al bell’assolo di chitarra twang https://www.youtube.com/watch?v=Qj7jJk8TPZk . Anche I’m Calling You non si schioda dai sixties, bella melodia solare, strumentazione vintage, chitarre con riverberi e quant’altro: alla produzione di brani come questo non vedrei male uno come Jeff Lynne. Please Don’t Call Me Crazy è leggermente più moderna, ha un accompagnamento grintoso e deliziosamente rock’n’roll, con Jack e Page che ci regalano un motivo diretto e coinvolgente, che mi ricorda certe cose di Dave Edmunds. 

Got A Lotta Love è più lenta e quasi country, le solite voci gentili ed armoniose, un leggero gioco di percussioni ed una chitarrina che ricama in sottofondo aiutata dall’organo. La languida Easy Way è un lento da ballo della mattonella, tenue, raffinato e quasi jazzato, mentre Downtown è puro pop, diretto e scintillante, con note di Beatles e Kinks ed un ritornello immediato; un organo d’altri tempi introduce Boomerang, altra slow song dal sapore antico, eseguita come sempre con estrema finezza. La bella See It Through è una ballata country-rock elettroacustica di ampio respiro, tra le più moderne come struttura, e precede le conclusive I Am The Road, squisito brano countreggiante nobilitato da uno dei refrain più piacevoli del CD, e la romantica Blue As The Ocean, che ci lascia con una nota malinconica ed il sapore della musica di cinque o sei decadi fa.

Quindi una bella prova da parte dei Cactus Blossoms, un disco davvero gradevole e delizioso che si muove in perfetto equilibrio tra antico e moderno.

Marco Verdi

Diamo Il Bentornato Ad Uno Degli Ultimi Grandi Cantautori! John Prine – The Tree Of Forgiveness

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John Prine – The Tree Of Forgiveness – Oh Boy/Thirty Tigers CD

John Prine è sempre stato uno dei miei cantautori preferiti, anzi arrivo a sostenere che negli anni settanta sopra di lui c’erano forse solo Bob Dylan e Paul Simon, ed è uno che in carriera ha avuto solo un centesimo dei riconoscimenti che avrebbe meritato. Dagli anni novanta in poi Prine ha diradato di molto la sua produzione, ed è addirittura dallo splendido Fair & Square del 2005 che non avevamo sue canzoni nuove: dischi sì, ma o erano di covers, come il CD con Mac Wiseman Standard Songs For Average People o quello di duetti con interpreti femminili For Better, Or Worse https://discoclub.myblog.it/2016/11/15/recuperi-fine-stagione-altro-album-duetti-molto-meglio-del-primo-john-prine-for-better-or-worse/ , o erano dal vivo, come In Person & On Stage ed il recente live d’archivio September 78 https://discoclub.myblog.it/2017/10/02/un-buon-live-anche-se-monco-john-prine-september-78/ , o collezioni di demo di inizio carriera (The Singing Mailman Delivers). In questi anni ha avuto anche problemi di salute che lo hanno minato nell’aspetto, rendendolo quasi irriconoscibile e comunque fatto invecchiare molto male, e quindi era lecito pensare che avesse appeso la penna al chiodo in maniera definitiva. Una parte di merito per il suo ritorno sulle scene credo ce l’abbia Dan Auerbach, che lo ha coinvolto nella scrittura di alcune canzoni per il suo splendido album solista dello scorso anno: insieme i due hanno composto addirittura una ventina di brani, anche se poi Dan ne ha usata una sola (Waiting On A Song, la title track del disco) ed un’altra l’ha data a Robert Finley, del quale ha anche prodotto il bel disco Goin’ Platinum.

John dal canto suo si è rimesso a scrivere, da solo o con altri, tirando anche fuori dai cassetti qualche vecchia canzone mai incisa (ed altre due di quelle con Auerbach), ed è riuscito finalmente a dare un seguito a Fair & Square: The Tree Of Forgiveness è un album altrettanto riuscito, con dieci canzoni di qualità eccelsa che ci fanno ritrovare il Prine classico, quello che sa essere divertente ed ironico ma anche profondo e toccante, con una voce che a differenza del fisico non ha risentito più di tanto del tempo trascorso, al punto che non sembra che siano passati tredici anni tra un disco e l’altro. Buona parte del merito va anche al produttore, cioè il ben noto Dave Cobb (ormai un maestro nel dosare i suoni in dischi di questo tipo), il quale ha circondato John di strumentazioni misurate, mai eccessive, in modo da far risaltare sempre e solo la canzone in sé stessa: i musicisti coinvolti sono un mix tra i “regulars” di Prine, come Jason Wilber e Pat McLaughlin e quelli di Cobb, come Mike Webb e Ken Blevins, oltre ad ospitare interventi sempre all’insegna della misura da parte di Brandi Carlile, di Jason Isbell e della consorte Amanda Shires. Poche note di Knocking On Your Screen Door e già ritroviamo il John Prine che più amiamo, una cristallina e cadenzata ballata di ispirazione country, con una melodia tipica del nostro ed un accompagnamento scintillante: miglior inizio non poteva esserci https://www.youtube.com/watch?v=vqb6qKRN8j4 . I Have Met My Love Today è un delizioso brano elettroacustico impreziosito dalla seconda voce della Carlile (che adora John Prine), dal motivo semplice e diretto ed il gruppo che accompagna con discrezione https://www.youtube.com/watch?v=FzKZXEIW4YQ , mentre Egg & Daughter Nite, Lincoln Nebraska 1967 (Crazy Bone), titolo mica male, è una di quelle canzoni per cui il nostro è famoso, una folk ballad con voce, chitarra e poco altro, humor a profusione ed un gusto melodico squisito.

Summer’s End è una tenue slow song nella tradizione di pezzi come Hello In There, dal ritornello splendido e toccante, Caravan Of Fools è più spoglia, due chitarre acustiche, basso e mellotron, ed un mood più drammatico e quasi western di grande intensità, mentre l’ironica Lonesome Friends Of Science è puro Prine, motivo folk, organo alle spalle e brano che si ascolta tutto d’un fiato. No Ordinary Blue è una di quelle filastrocche countryeggianti che John ha sempre scritto con grande facilità (con ben quattro chitarre, tra cui l’elettrica di Isbell), Boundless Love è splendida pur nella sua voluta semplicità, ma il nostro riesce sempre ad emozionare anche solo con la voce e poco altro, e qui è servito da una scrittura di prim’ordine e dalla bravura di Cobb nel calibrare i suoni. God Only Knows non è una cover del classico dei Beach Boys, bensì un pezzo che John aveva scritto negli anni settanta addirittura con Phil Spector e poi dimenticato, e direi che ha fatto molto bene a ripescarla in quanto si tratta di una grande canzone, che beneficia anche di una strumentazione più vigorosa del solito, con la ciliegina della presenza dei coniugi Isbell, Jason alla solista ed Amanda al violino e seconda voce: se non è la più bella del disco poco ci manca https://www.youtube.com/watch?v=4E39NOnCS1U . La scherzosa When I Get To Heaven, che alterna talkin’ ad un cantato pimpante, chiude in maniera positiva un lavoro davvero bellissimo https://www.youtube.com/watch?v=OaDGYFNmtyY , grazie al quale mi rendo conto di quanto mi mancasse uno come John Prine.

Marco Verdi

Un Disco Quasi Perfetto Per Un Artista Geniale. Dan Auerbach – Waiting On A Song

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Dan Auerbach – Waiting On A Song – Easy Eye Sound/Warner CD

Secondo album da solista, a ben otto anni di distanza dal precedente Keep It Hid, per Dan Auerbach, musicista di Akron, Ohio, noto per essere la metà “creativa” dei Black Keys. Auerbach è un tipo vulcanico, uno che non ama stare fermo: alla corposa discografia del duo formato da lui insieme a Patrick Carney dobbiamo infatti aggiungere i progetti collaterali dei Blakroc e, più recentemente, degli Arcs; non solo, ma Dan, un po’ come Joe Henry, ha da diversi anni affiancato alla carriera di musicista quella di produttore, e con nomi presenti nel suo personale carnet non proprio di poco conto, quali Dr. John, Pretenders, Grace Potter & The Nocturnals, Valerie June, Ray LaMontagne, Nikki Lane e Cage The Elephant. Se contiamo che negli ultimi anni ha anche girato il mondo sia con i Black Keys che con gli Arcs, stupisce che abbia trovato il tempo di mettere a punto un nuovo disco solista. Non solo ce l’ha fatta, ma Waiting On A Song è un lavoro splendido, un disco quasi perfetto, forse la cosa migliore mai fatta dal nostro: Dan aveva in testa un progetto ambizioso, cioè quello di collaborare con alcune delle migliori penne di Nashville (città nella quale risiede da qualche anno ed in cui ha aperto uno studio di registrazione ed una etichetta personale, la Easy Eye Sound) ed incidere un disco collaborando con musicisti da sogno.

Ed Auerbach ha preso le cose estremamente sul serio, scrivendo circa duecento canzoni, una cifra enorme dalla quale sarà stata durissimo “estrarre” i dieci pezzi pubblicati sul nuovo disco: in ben sette canzoni Dan ha addirittura incrociato la sua penna con quella del grande John Prine (anche se poi ne ha scelta una sola), uno che non è che sia solito scrivere per conto terzi, in altre con Pat McLaughlin, da anni collaboratore fisso proprio di Prine. Poi ha chiamato David Ferguson, cioè l’ingegnere del suono dei dischi incisi da Johnny Cash con Rick Rubin, per far sì che venisse riunita una superband; detto fatto: in Waiting On A Song troviamo i nomi di gente che a Nashville è un piccolo mito, come il chitarrista Russ Pahl, il dobroista Jerry Douglas, il bassista Dave Roe e soprattutto il pianista Bobby Wood ed il drummer Gene Chrisman, due musicisti entrambi sull’ottantina che erano di casa sui dischi di George Jones e Tammy Wynette. Se aggiungiamo due ospiti come il leggendario Duane Eddy in diversi brani e Mark Knopfler nel singolo trainante, possiamo affermare che Dan è senz’altro in ottima compagnia. Ma da soli tutti questi nomi non basterebbero se non ci fossero anche le canzoni, ed in questo album ce ne sono di stupende: la collaborazione con Prine e compagnia bella deve aver fatto bene a Dan, in quanto nei 32 minuti del disco non c’è un solo momento che non sia meno che ottimo, oltretutto con un suono davvero spettacolare: troviamo infatti in Waiting On A Song tutto il microcosmo di Auerbach, tra pop d’autore, country, soul, rock’n’roll, ballate anni sessanta e perfino funky, una miscela abbastanza diversa da quella del pur riuscito Keep It Hid (che manteneva più di un contatto con il suono dei Keys).

Un album bellissimo, che coniuga grandi canzoni, creatività a mille, un sound straordinario e melodie fruibili, un disco che una volta ascoltato nella sua interezza viene voglia di rimettere subito dall’inizio. E proprio l’inizio, la title track (che è anche il pezzo scritto con Prine) è una delle cose migliori, una pop song anni sessanta davvero splendida, un brano cristallino e scintillante, uno dei più belli, evocativi ed orecchiabili da me ascoltati ultimamente, con la ciliegina della chitarra twang di Eddy ed un feeling “spectoriano” che pervade la canzone. Malibu Man è uno squisito soul d’altri tempi, ritmato, potente e raffinato al tempo stesso, con sonorità degne del disco di due anni fa di Anderson East, mentre Livin’ In Sin è un irresistibile rockabilly alla Buddy Holly (con il vecchio Duane nel suo ambiente naturale), che dimostra la versatilità del nostro, che grazie all’ottimo stato di forma riesce a dare il meglio in ogni versione di sé stesso. Shine On Me è già un tormentone radiofonico, un pop’n’roll immediato e decisamente gradevole, con Knopfler che accompagna da par suo, un pezzo che nelle mani di Jeff Lynne sarebbe diventato una autenticoa “Wilbury tune”: il classico singolo perfetto. La maestosa King Of A One Horse Town è un pop alla Paul McCartney anni settanta, con tanto di orchestrazione e bellissimo ritornello, altro pezzo di gran classe e dalla scrittura sopraffina, Never In My Wildest Dreams è un saltellante brano delicatamente country, godibile dal primo all’ultimo accordo, anch’esso con un marcato feeling seventies, e nella stessa decade (in questo CD più in là col tempo non si va) restiamo anche per la tonica Cherrybomb, un gustoso errebi-funky degno della colonna sonora di Shaft, con un intervento di Eddy che non suona affatto fuori contesto. Stand By My Girl è ancora un rock’n’soul di ottimo livello, solito suono grandioso ed un leggero feeling alla George Harrison, ed in territori soul rimaniamo anche con la dirompente Undertow, orchestrata e di grande impatto, intrisa fino al midollo di  Philly Sound, mentre la chiusura del CD è affidata a Show Me, un vintage pop puro e diretto.

Un disco sorprendente, non perché considerassi Dan Auerbach poco capace, ma sinceramente non lo pensavo a questi livelli di eccellenza: fin da ora, almeno per me, tra i dischi dell’anno.

Marco Verdi