Tra Roots, Rock’n’Roll E “Casino Organizzato”! The Suitcase Junket – Mean Dog, Trampoline

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The Suitcase Junket – Mean Dog, Trampoline – Signature Sounds CD

The Suitcase Junket non è il nome di una vera è propria band, ma un progetto solista dietro il quale si nasconde Matthew Lorenz, songwriter originario del Massachusetts che ha già alle spalle ben quattro album e due EP con questo moniker. TSJ sono pertanto una sorta di one man band, in cui Lorenz si occupa della scrittura delle canzoni e della loro esecuzione, sia dal punto di vista strumentale che da quello del canto: la critica ha paragonato la sua musica ad un mix di vari tipi di rock, sia urbano che rurale che da roadhouse, mentre altri in lui vedono una fusione delle melodie degli Avett Brothers con gli arrangiamenti asciutti dei Black Keys e certe atmosfere un po’ malate alla Tom Waits. Devo dire che per una volta certi paragoni non sono campati in aria, se non per il livello artistico almeno per il genere di riferimento: Lorenz è infatti autore di una pregevole miscela di rock’n’roll elettrico e chitarristico con qualche elemento blues urbano, il tutto senza mai perdere l’attenzione verso le melodie orecchiabili e dirette, proprio come è nelle caratteristiche dei Black Keys, anche se Matthew qua e là mostra anche influenze roots.

Ed è proprio in conseguenza di ciò se per produrre il suo nuovo album, Mean Dog, Trampoline, Lorenz ha chiamato il “Lobo” Steve Berlin, che ha portato in studio la sua esperienza ed un certo suono che ogni tanto troviamo anche nei lavori del suo gruppo principale, un mix tra tradizione e modernità che fa sì che Mean Dog, Trampoline sia il disco più riuscito di quelli usciti finora a nome Suitcase Junket. Lorenz si occupa come al solito del 90% degli strumenti, lasciando spazio solo a Bruce Hughes al basso in tre pezzi, al percussionista Camilo Quinones (fratello dell’ex Allman Brothers Marc), allo stesso Berlin in altre due canzoni, e soprattutto alla sorella Kate Lorenz che si occupa del controcanto in tutto l’album. Dodici brani, a partire dalla coinvolgente rock’n’roll song High Beams, diretta e piacevole: motivo immediato, ritmo pulsante e chitarre che riempiono gli spazi in modo perfetto https://www.youtube.com/watch?v=1JQNbGnIvXQ ; Heart Of A Dog è subito più dura, sporca e bluesata, con un ritmo strascicato e mood indolente all’interno di un’atmosfera quasi dissonante: qui il paragone con Waits ci può stare, anche se Matthew ha una voce molto più limpida di quella del cantautore di Pomona https://www.youtube.com/watch?v=07aJCrlxkNQ .

Everything I Like è ancora elettrica, ma ha un ritmo cadenzato ed un approccio decisamente più fruibile, tra rock urbano e roots, con un refrain vincente, Stay Too Long non molla la presa, ma è più frenetica e ricorda davvero il duo di Auerbach e Carney, mentre l’annerita Gods Of Sleep, sarà per la presenza in consolle di Berlin, ma non è distante da certi episodi più modernisti dei Lupi di East L.A., in cui però la melodia non viene dimenticata. Dreamless Life ci porta totalmente su altri lidi, essendo una gentile ballata acustica di stampo folk, ma subito si torna al rock’n’roll un po’ sghembo con l’intrigante Son Of Steven, dove il motivo anni sessanta contrasta apertamente con l’accompagnamento moderno, una miscela creativa ed a suo modo geniale. Dandelion Crown è una sorta di godibile errebi dai suono sempre molto contemporaneo, Scattered Notes From A First Time Homebuyers Workshop è folk elettrificato “sporcato” da una chitarra leggermente distorta ed una melodia degna di Paul Simon, mentre New York City torna al piacevole rumore delle cose dei Black Keys. Il CD termina con l’attendista What Happened e con la folkeggiante Old Machine, chiusura delicata e pastorale per un dischetto intrigante che riserva più di un momento degno di nota.

Marco Verdi

Un Gradito Ritorno Alle Atmosfere Degli Esordi Per Il Duo Di Akron. The Black Keys – Let’s Rock

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The Black Keys – Let’s Rock – Nonesuch/Warner CD

A cinque anni dall’ultimo lavoro Turn Blue Dan Auerbach ha richiamato Patrick Carney per tornare a fare un disco come The Black Keys, non senza una certa sorpresa generale. Infatti nell’ultimo lustro Auerbach è stato impegnatissimo come talent-scout e produttore, registrando una lunga serie di album presso i suoi Easy Eye Sound Studios di Nashville (da non perdere almeno quelli di Dee White, Yola e Robert Finley) oltre a pubblicare il suo secondo album solista, lo splendido Waiting On A Song, un vero gioiellino tra pop, rock, soul e country che sembrava inciso a cavallo tra gli anni sessanta ed i settanta https://discoclub.myblog.it/2017/06/13/un-disco-quasi-perfetto-per-un-artista-geniale-dan-auerbach-waiting-on-a-song/ . Tornando ai Black Keys, Turn Blue era stato un album che aveva attirato non poche critiche, sia per certe soluzioni sonore non proprio azzeccate, sia per la qualità media non eccelsa delle canzoni, sia ancora per il fatto che veniva dopo i due maggiori successi della band/duo, cioè Brothers (2010) e soprattutto El Camino dell’anno successivo, che vendette ben più di due milioni di copie nel mondo, non male per due musicisti che avevano iniziato a suonare negli scantinati di Akron, Ohio.

Let’s Rock è un disco importante, in quanto segna il ritorno alle atmosfere che contraddistinguevano i primi lavori di Dan e Patrick, soprattutto Thickfreakness e Rubber Factory: musica rock essenziale e degna di una garage band, con marcati elementi blues ed atmosfere decisamente elettriche. Un suono crudo e chitarristico, con i riff di Auerbach (che negli anni ha introdotto anche il basso nel suono del duo, e qui si cimenta anche alle tastiere in un paio di pezzi) ben doppiati dalla batteria secca di Carney. Let’s Rock mantiene dunque ciò che promette il titolo, dodici canzoni dirette e potenti, ma con inedite aperture melodiche figlie sicuramente degli ultimi anni in cui Auerbach è notevolmente maturato sia come musicista che come autore (la collaborazione con John Prine non può che avergli giovato): Dan ha quindi riversato la sua maggiore esperienza tutta in questo album, che coniuga quindi in maniera mirabile energia e songwriting di livello, diversificando anche gli stili ed aggiungendo alla base rock-blues un tocco di rhythm’n’blues e perfino di country. Il disco è autoprodotto dai due, che sono anche gli unici musicisti (a parte le voci femminili di Leisa Hans e Ashley Wilcoxson), ma il suono è nelle mani di due luminari come Richard Dodd al master e Tchad Blake al mix.

Si inizia per il meglio con Shine A Little Light, un brano a metà tra rock ed errebi, ritmo pulsante e chitarra bella tosta che si contrappone benissimo ad un motivo accattivante. Questo è il lato più rock di Auerbach, ma con una profondità di scrittura che un tempo gli mancava. Eagle Birds è un rock-blues secco e diretto, chitarra leggermente distorta e sezione ritmica vibrante, con un breve ma ottimo assolo da parte di Dan; la pimpante Lo/Hi è una rock song decisamente elettrica e vitale, ma anche coinvolgente al massimo e di buona immediatezza (non per niente è il primo singolo), mentre Walk Across The Water è un pezzo cadenzato e meno aggressivo, dal mood suadente e ritornello gradevole, quasi una pop song su base rock (bella la coda strumentale, che però si interrompe di botto). Tell Me Lies è un piacevole funkettone con un altro refrain di sicura presa e le solite ottime parti di chitarra, e si contrappone alla pura tensione elettrica di Every Little Thing, una grande rock song dall’attacco hendrixiano ed un andamento trascinante: energia, grinta ma anche feeling a piene mani.

Get Yourself Together è puro rock’n’roll, diretto ed irresistibile sia nel ritmo che nel ritornello, una delle più immediate, Sit Around And Miss You è addirittura country-rock, un brano limpido e di grandissima fruibilità, con chiare influenze “creedenciane”: splendida, anche se siamo più dalle parti dell’Auerbach solista. Il disco si conferma per nulla monotematico, anzi è ricco di sfaccettature pur mantenendo un suono diretto e senza fronzoli: prendete Go, secca, essenziale e quasi garage, che si amalgama benissimo con la seguente Breaking Down, altro delizioso brano che non è né pop, né rock, né errebi ma ha qualcosa di tutti e tre gli stili. Chiudono il CD la corale Under The Gun, dal ritmo sostenuto e soliti ficcanti riff chitarristici, e con la frenetica Fire Walk With Me, ancora puro e travolgente rock’n’roll. I Black Keys sono quindi tornati alla grande, con il suono dei primi tempi ma anche con una nuova visione musicale a 360 gradi, e Let’s Rock è uno dei rock’n’roll albums del 2019.

Marco Verdi

Un Disco Quasi Perfetto Per Un Artista Geniale. Dan Auerbach – Waiting On A Song

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Dan Auerbach – Waiting On A Song – Easy Eye Sound/Warner CD

Secondo album da solista, a ben otto anni di distanza dal precedente Keep It Hid, per Dan Auerbach, musicista di Akron, Ohio, noto per essere la metà “creativa” dei Black Keys. Auerbach è un tipo vulcanico, uno che non ama stare fermo: alla corposa discografia del duo formato da lui insieme a Patrick Carney dobbiamo infatti aggiungere i progetti collaterali dei Blakroc e, più recentemente, degli Arcs; non solo, ma Dan, un po’ come Joe Henry, ha da diversi anni affiancato alla carriera di musicista quella di produttore, e con nomi presenti nel suo personale carnet non proprio di poco conto, quali Dr. John, Pretenders, Grace Potter & The Nocturnals, Valerie June, Ray LaMontagne, Nikki Lane e Cage The Elephant. Se contiamo che negli ultimi anni ha anche girato il mondo sia con i Black Keys che con gli Arcs, stupisce che abbia trovato il tempo di mettere a punto un nuovo disco solista. Non solo ce l’ha fatta, ma Waiting On A Song è un lavoro splendido, un disco quasi perfetto, forse la cosa migliore mai fatta dal nostro: Dan aveva in testa un progetto ambizioso, cioè quello di collaborare con alcune delle migliori penne di Nashville (città nella quale risiede da qualche anno ed in cui ha aperto uno studio di registrazione ed una etichetta personale, la Easy Eye Sound) ed incidere un disco collaborando con musicisti da sogno.

Ed Auerbach ha preso le cose estremamente sul serio, scrivendo circa duecento canzoni, una cifra enorme dalla quale sarà stata durissimo “estrarre” i dieci pezzi pubblicati sul nuovo disco: in ben sette canzoni Dan ha addirittura incrociato la sua penna con quella del grande John Prine (anche se poi ne ha scelta una sola), uno che non è che sia solito scrivere per conto terzi, in altre con Pat McLaughlin, da anni collaboratore fisso proprio di Prine. Poi ha chiamato David Ferguson, cioè l’ingegnere del suono dei dischi incisi da Johnny Cash con Rick Rubin, per far sì che venisse riunita una superband; detto fatto: in Waiting On A Song troviamo i nomi di gente che a Nashville è un piccolo mito, come il chitarrista Russ Pahl, il dobroista Jerry Douglas, il bassista Dave Roe e soprattutto il pianista Bobby Wood ed il drummer Gene Chrisman, due musicisti entrambi sull’ottantina che erano di casa sui dischi di George Jones e Tammy Wynette. Se aggiungiamo due ospiti come il leggendario Duane Eddy in diversi brani e Mark Knopfler nel singolo trainante, possiamo affermare che Dan è senz’altro in ottima compagnia. Ma da soli tutti questi nomi non basterebbero se non ci fossero anche le canzoni, ed in questo album ce ne sono di stupende: la collaborazione con Prine e compagnia bella deve aver fatto bene a Dan, in quanto nei 32 minuti del disco non c’è un solo momento che non sia meno che ottimo, oltretutto con un suono davvero spettacolare: troviamo infatti in Waiting On A Song tutto il microcosmo di Auerbach, tra pop d’autore, country, soul, rock’n’roll, ballate anni sessanta e perfino funky, una miscela abbastanza diversa da quella del pur riuscito Keep It Hid (che manteneva più di un contatto con il suono dei Keys).

Un album bellissimo, che coniuga grandi canzoni, creatività a mille, un sound straordinario e melodie fruibili, un disco che una volta ascoltato nella sua interezza viene voglia di rimettere subito dall’inizio. E proprio l’inizio, la title track (che è anche il pezzo scritto con Prine) è una delle cose migliori, una pop song anni sessanta davvero splendida, un brano cristallino e scintillante, uno dei più belli, evocativi ed orecchiabili da me ascoltati ultimamente, con la ciliegina della chitarra twang di Eddy ed un feeling “spectoriano” che pervade la canzone. Malibu Man è uno squisito soul d’altri tempi, ritmato, potente e raffinato al tempo stesso, con sonorità degne del disco di due anni fa di Anderson East, mentre Livin’ In Sin è un irresistibile rockabilly alla Buddy Holly (con il vecchio Duane nel suo ambiente naturale), che dimostra la versatilità del nostro, che grazie all’ottimo stato di forma riesce a dare il meglio in ogni versione di sé stesso. Shine On Me è già un tormentone radiofonico, un pop’n’roll immediato e decisamente gradevole, con Knopfler che accompagna da par suo, un pezzo che nelle mani di Jeff Lynne sarebbe diventato una autenticoa “Wilbury tune”: il classico singolo perfetto. La maestosa King Of A One Horse Town è un pop alla Paul McCartney anni settanta, con tanto di orchestrazione e bellissimo ritornello, altro pezzo di gran classe e dalla scrittura sopraffina, Never In My Wildest Dreams è un saltellante brano delicatamente country, godibile dal primo all’ultimo accordo, anch’esso con un marcato feeling seventies, e nella stessa decade (in questo CD più in là col tempo non si va) restiamo anche per la tonica Cherrybomb, un gustoso errebi-funky degno della colonna sonora di Shaft, con un intervento di Eddy che non suona affatto fuori contesto. Stand By My Girl è ancora un rock’n’soul di ottimo livello, solito suono grandioso ed un leggero feeling alla George Harrison, ed in territori soul rimaniamo anche con la dirompente Undertow, orchestrata e di grande impatto, intrisa fino al midollo di  Philly Sound, mentre la chiusura del CD è affidata a Show Me, un vintage pop puro e diretto.

Un disco sorprendente, non perché considerassi Dan Auerbach poco capace, ma sinceramente non lo pensavo a questi livelli di eccellenza: fin da ora, almeno per me, tra i dischi dell’anno.

Marco Verdi

Come Uragano Sembra Veramente “Piccolo”! Little Hurricane – Same Sun Same Moon

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Little Hurricane – Same Sun Same Moon – Mascot/Provogue           

Di formazioni in duo, solo chitarra e batteria, soprattutto negli ultimi anni, ne sono apparse parecchie: anche con batterista donna, il nome White Stripes dice qualcosa? E in ambito tutto maschile, pure i Black Keys. Nella cartella stampa non vengono citati come riferimenti questi due gruppi, solo esperienze mistiche tra i nativi americani sulle montagne nei pressi di San Diego, California, dove vive e opera la coppia, e ascoltando il disco qualche dubbio viene. Tornando al misticismo, tra l’altro il chitarrista e cantante, tale Anthony “Tone” Catalano ha rischiato di lasciarci la pelle in una di queste “chiamate” spirituali: è sparito ed ha camminato tra le montagne per un giorno ed una notte, ed è stato ritrovato in ipotermia, e ricoverato per insufficienza renale, appunto congelamento, e danni ai piedi che non gli hanno permesso di camminare per un mese. Però la socia e compagna di avventure Celeste “C.C.” Spina, ha detto che l’album è venuto molto bene, sarà. Dai nomi (anzi cognomi) dubito ascendenze italiche, non si sfugge, ma d’ora in poi li chiameremo Tone e C.C. per comodità. Questo Same Sun Same Moon è già il terzo album della loro discografia (quarto se contiamo una raccolta di cover), il primo ad uscire per la nuova etichetta Mascot/Provogue, e dopo essersi sposati nel 2016.

Dicono di essere entrambi fan, tra gli altri, di Van Morrison e Counting Crows, ma lui in precedenza aveva lavorato con Gwen Stefani, fatto l’ingegnere del suono e lavorato in gruppi jazz. Presentati come una band blues, rock e lo-fi, dal loro CV fatto di brani usati in serie televisive, spot pubblicitari e film proprio non di prima categoria, mi pare che, ascoltando il disco, che è uscito il 14 aprile, il genere si potrebbe definire piuttosto come un generico indie o alternative, non malvagio ma nemmeno così innovativo e “mistico” come viene presentato. Insomma il blues lo amano e lo ascoltano, ma lo praticano per vie molto trasversali: prendiamo la title track che apre l’album, sembra uno dei brani tipici di Jack White quando lavora con le sue band alternative, Dead Weather e Raconteurs, comunque una voce piacevole, un arrangiamento basico ma raffinato, basso e batteria molto presenti, la chitarra elementare ma efficace sia in fase ritmica che solista, insomma non ti cambiano la vita, almeno la mia. Bad Business, usata in un gioco della PlayStation MLB The Show 16,  sembra quasi ricordare il primo Sting dei Police in “leggero acido”, la voce è simile e anche i ritmi “angolari” ricordano le cose più strane del trio inglese. OTL, con le sue tastiere e ritmi elettronici aggiunti, le voci pure filtrate, alternate e anche sovrapposte dei coniugi è ancora più “moderna”, ma non mi entusiasma, con la voce di “Tone” che assume tonalità, scusate il bisticcio, tipo l’ultimo Bono degli U2, quelli più pasticciati e meticciati.

Come conferma pure la successiva Isn’t It Great dove si affacciano di nuovo ritmi reggae-rock, quindi fino adesso di Van Morrison, Counting Crows e blues ne ho sentito poco. Tra riverberi vari, ritmi scanditi e melodie radiofoniche si prosegue con Take It Slow, dove Tone e C.C. duettano di nuovo, mentre Lake Tahoe Eyes ha qualche spunto di blues desertico, un’atmosfera sospesa, una chitarra insinuante, ma poi il brano rimane irrisolto e anche un filo narcotico. March Of The Living è un breve e gagliardo brano strumentale dal ritmo più mosso del solito e potrebbe ricordare sia i White Stripes che i Black Keys citati all’inizio, ma l’idea non viene sviluppata e il brano finisce subito. Mt. Senorita sempre con i soliti ritmi scanditi ed ipnotici, questa volta più lenti, sembra appunto musica per illustrare immagini o situazioni e forse in quel ambito potrebbe funzionare, il lavoro della chitarra è interessante, mentre la voce è un filo monocorde https://www.youtube.com/watch?v=AA333KY-GDo . For Life, sempre con la timbrica tra Bono e Sting, è una sorta di ballata futuribile, con una bella melodia, e in effetti potrebbe richiamare vagamente qualcosa dei Counting Crows https://www.youtube.com/watch?v=wFDuhoiPnww  e anche You Remind Me rimane in questo ambito pop raffinato e “reggato”, con una tromba sullo sfondo a cercare di dare profondità al sound. Anche la chitarra acustica della successiva Slingshot tenta altre sonorità, ma non mi sembra memorabile. Mentre l’acquarello acustico della conclusiva Moon’s Gone Gold nella sua semplicità è uno dei brani più riusciti di questo album e potrebbe essere uno sviluppo interessante per il futuro https://www.youtube.com/watch?v=NmrbJ5NuqkE . Per il resto, con Shakespeare direi: “Molto rumore per nulla!”

Bruno Conti