Una Vigorosa E Roboante Conferma! Nathaniel Rateliff & The Night Sweats – Tearing At The Seams

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Nathaniel Rateliff & The Night Sweats – Tearing At The Seams – Stax/Universal CD

I due album del 2015 di Anderson East e Nathaniel Rateliff sono stati le due più brillanti sorprese di quell’annata musicale, due artisti che condividono lo stesso genere musicale, una miscela di rhythm’n’blues e blue-eyed soul, pur con le differenze del caso (East è molto più raffinato e melodico, mentre l’approccio di Rateliff è molto più grintoso e muscolare, quasi rock). Rateliff ha poi preso un certo vantaggio nel 2016 con l’EP A Little Something More From e soprattutto lo scorso anno con il fantastico Live At Red Rocks http://discoclub.myblog.it/2017/12/11/un-live-prematuro-al-contrario-formidabile-nathaniel-rateliff-the-night-sweats-live-at-red-rocks/ . Quest’anno il “duello” tra i due si è rinnovato, in quanto a Gennaio East ha pubblicato Encore, in cui ha in pratica ripetuto lo schema di Delilah (ma senza l’effetto sorpresa di quest’ultimo) http://discoclub.myblog.it/2018/01/14/forse-e-un-disco-un-po-prevedibile-ma-il-livello-e-sempre-alto-anderson-east-encore/ , ed ora Rateliff ha fatto uscire Tearing At The Seams, sempre con la collaborazione dei suoi Night Sweats (ed ancora con la produzione di Richard Swift). Ed anche Nathaniel non si distacca molto dal suono del disco precedente, non manca il solito cocktail di errebi vigoroso mischiato con robuste dosi di rock, tanto ritmo ed un suono nel quale i fiati sono grandi protagonisti, ma in questo caso ci sono anche delle ballate, o dei brani più spostati verso il southern soul, che danno una maggiore varietà ed aggiungono sfumature che prima mancavano.

Forse non ci sarà una nuova S.O.B. (e neppure un’altra I Need Never Get Old), ma alla fine Tearing At The Seams forse risulta ancora più completo del lavoro di tre anni orsono. I Night Sweats (Luke Mossman, chitarre, Joseph Pope III, basso, Patrick Meese, batteria, Mark Schusterman, piano e organo, e la sezione fiati formata da Jeff Dazey, Scott Frock ed Andreas Wild, sono solo in tre ma sembrano in dieci) sono comunque la solita macchina da guerra, Rateliff si conferma un vocalist potente ma pieno di feeling, e l’album si ascolta tutto d’un fiato con estremo godimento. Tutti i brani sono di Nathaniel tranne tre, che non sono cover ma scritti ognuno da un membro della band (per l’esattezza Mossman, Meese e Schusterman): si parte con la vigorosa Shoe Boot, un brano molto annerito e funkeggiante, con i fiati in primo piano ed il classico muro del suono dei nostri già all’opera, anche se forse come inizio non è così trascinante come uno poteva aspettarsi. Be There ci fa ritrovare il Rateliff che ci aveva entusiasmato tre anni fa, un ottimo errebi che risente della lezione di Otis Redding, gran ritmo, suono forte e deciso ed un motivo diretto; A Little Honey è una ballata che scorre in maniera fluida, con la sezione ritmica sempre ben evidenziata, un organo caldo che porta nel brano l’elemento southern ed un bel refrain. La saltellante Say It Louder è una deliziosa canzone soul di sicuro impatto, melodia orecchiabile e mood solare, mentre Hey Mama è una squisita ed ancora calda ballad sudista, molto classica, cantata al solito davvero bene, con un accompagnamento praticamente perfetto ed un crescendo notevole.

Splendida Babe I Know, un altro slow toccante che risente dell’influenza di Sam Cooke, un pezzo in puro stile sixties, con un motivo toccante e bellissimo: Nathaniel dimostra con brani come questo che si può conservare lo stesso stile senza per forza rifare il medesimo disco. Intro nonostante il titolo è una canzone a sé stante, un trascinante cocktail di suoni e colori che ci fa ritrovare il Rateliff scatenato e tutto feeling ed energia, un pezzo che dal vivo farà faville. Decisamente riuscita anche Coolin’ Out, ritmo ancora alto, gran voce, una band che suona in maniera sopraffina e l’ennesima linea melodica di livello eccelso; Baby I Lost My Way (But I’m Comin’ Home) sta a metà tra funky, blues e soul, e si ascolta sempre con il consueto piacere, la diretta e pimpante You Worry Me sembra uscita dal disco precedente, ed è un gustoso soul-pop dal ritmo acceso ed un bel lavoro di piano (i fiati non li cito più, tanto sono protagonisti sempre). Still Out There Running è una superba ballata ancora contraddistinta da una melodia di prim’ordine ed un sapore d’altri tempi, una delle più belle, ed è seguita dalla title track, altro splendido brano con Cooke in mente, che chiude la versione “normale” del CD. Sì perché esiste anche un’edizione deluxe, con due canzoni in più: I’ll Be Damned, energica e vibrante, e la romantica Boiled Over, due pezzi discreti ma che non aggiungono molto al disco principale.

Quindi un’ottima conferma, un altro gran bel disco da parte di un combo formidabile guidato da un artista che, per il momento, non sa cosa sia la parola “routine”.

Marco Verdi

Un Live Prematuro? Al Contrario, Formidabile! Nathaniel Rateliff & The Night Sweats – Live At Red Rocks

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Nathaniel Rateliff & The Night Sweats – Live At Red Rocks – Stax/Concord CD

Fino ad un paio di anni fa la carriera di Nathaniel Rateliff, singer-songwriter di Denver, si stava trascinando abbastanza stancamente in un anonimato che sembrava non avere un futuro. Poi, nel 2015, il colpo di genio: Nathaniel forma i Night Sweats, un combo formidabile che suona una miscela di soul e rhythm’n’blues ma con la potenza di una rock band, un mix esplosivo che ha reso l’album di due anni fa Nathaniel Rateliff & The Night Sweats un grande successo di pubblico e critica, oltre che uno dei dischi più belli dell’anno, con canzoni strepitose del calibro di S.O.B., I Need Never Get Old e Howling At Nothing e diversi altri brani di altissimo livello. Dopo aver tenuto caldi i fans lo scorso anno con l’EP Something Else From, ora Nathaniel ed i suoi ragazzi pubblicano questo Live At Red Rocks, un CD registrato nella suggestiva cornice del titolo (proprio vicino a Denver) il 21 Agosto del 2016: una mossa che potrebbe sembrare prematura, anche se dopo un solo ascolto devo dire…meno male che lo hanno fatto! L’album infatti è semplicemente splendido, uno dei più bei live di un’annata devo dire molto generosa con i dischi registrati on stage: Rateliff è una autentica forza della natura ed un frontman straordinario, ed i suoi “sudori notturni” (Joseph Pope III al basso, Patrick Meese alla batteria, Mark Shusterman al piano ed organo, Luke Mossman alla chitarra, Andreas Wild al sax, Nick Etwell alla tromba, Julie Davis al basso acustico e voce e Joe Richmond alle percussioni) sono un gruppo di rara potenza, ma con un feeling mostruoso, al punto che le canzoni del disco di due anni orsono, che già erano una goduria, suonano completamente trasformate.

Merito notevole va anche alla presenza in diversi pezzi della Preservation Hall Jazz Band, leggendario gruppo di New Orleans composto da sette elementi (quasi tutti fiati), che unita ai nove Night Sweats (anche Nathaniel suona ogni tanto la chitarra) formano un muro del suono di inaudita forza. L’album del 2015 viene suonato interamente, ed in più ci sono due pezzi dall’EP dell’anno scorso ed altri due dal passato discografico di Rateliff, più una cover finale da urlo, ed il disco è talmente bello che quasi ci si rammarica che sia solo singolo. Dopo un’introduzione strumentale in puro stile “Funerale a New Orleans” il concerto inizia con la tonante I’ve Been Failing, un’esplosione di suoni e colori, showcase introduttivo perfetto per ogni membro del gruppo, con menzione particolare per i fiati, il piano e la sezione ritmica. E poi c’è Rateliff, che non è da meno della sua band in quanto a potenza (vocale). Con Look It Here Nathaniel ha già il pubblico (casalingo) in pugno: bellissima canzone, coinvolgente e brillante, suonata in maniera strepitosa e con uno spirito rock che esce da ogni nota, mentre l’introduzione al brano successivo (Howling At Nothing) è una vera e propria canzone improvvisata, un errebi nero fino al midollo dal ritmo forsennato e con un organo caldissimo alle spalle. L’appena citata Howling At Nothing è una soul song dal motivo splendido, che sembra quasi un inedito del grande Sam Cooke, mentre Wasting Time è una ballata decisamente melodica e piena di pathos, con la grande voce del nostro ed i fiati sugli scudi.

La saltellante e gradevole Mellow Out porta ai due brani meno conosciuti, in quanto originariamente contenuti nell’album del 2011 di Rateliff, In Memory Of Loss: Early Spring Till e You Should’ve Seen The Other Guy sono due ballate acustiche e cantautorali davvero intense, che rivelano un altro lato del nostro (e che voce). Lo sballo riprende con la meravigliosa I Need Never Get Old, una delle più belle canzoni del 2015, travolgente ed irresistibile (sentite la reazione del pubblico quando la riconosce dopo due minuti di introduzione https://www.youtube.com/watch?v=61_lewBMWVk ), con la lunga Shake, più di otto minuti di soul-rock insinuante e dal sapore sudista (grandissimi organo e chitarra) e con la fluida e guizzante Out On The Weekend, altro travolgente momento di solido ed energico errebi (e qui è il piano a fare i numeri). Dopo Thank You, vigorosa e saltellante, e I Did It, annerita, roccata e molto anni settanta, arriva il gran finale con la roboante Trying So Hard Not To Know, cantata come al solito da manuale, e soprattutto la strepitosa S.O.B., che è a tutti gli effetti la signature song del nostro https://www.youtube.com/watch?v=Vg4_BRiuvFU , in una versione ancora più potente ed irresistibile di quella in studio (e qui il binomio Night Sweats/Preservation Hall è da applausi a scena aperta). Il pubblico ormai è k.o., ma c’è ancora tempo per una rilettura tutta ritmo, suoni e colori del classico di Sam Cooke Having A Party, ancora una volta dalla forza incredibile. Nathaniel Rateliff non è un fuoco di paglia, ma un musicista vero e terribilmente serio, e questo Live At Red Rocks ne è la splendida conferma: non lasciatevelo sfuggire.

Marco Verdi

Diverso Dal Precedente, Ma Sempre Musica di “Classe”! Marc Broussard – Easy To Love

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Marc Broussard – Easy To Love – Artist Tone Records

Circa un anno fa (facendo la tara per il tempo che c’è voluto per recuperarlo, vista la non facile reperibilità) era uscito Sos Save Our Soul II, un disco splendido dove Marc Broussard rivisitava, con classe sopraffina e voce vellutata, alcuni classici della soul music, con arrangiamenti di grande fascino e un sound volutamente vintage http://discoclub.myblog.it/2017/02/02/peccato-sia-difficile-da-trovare-marc-broussard-s-o-s-2-save-our-soul-soul-on-a-mission/ . E quel disco, nell’ambito “bianchi che cantano musica nera”, qundi non semplicemente “blue-eyed soul”, era risultato uno dei migliori dell’anno, insieme a quello di Jimmy Barnes. Ora esce un nuovo album dell’artista di Carencro (la sua citta nativa della Louisiana, che dava il titolo al primo album per una major, del 2004): per l’occasione Broussard si riunisce con il musicista, polistrumentista e produttore Jim McGorman, che aveva collaborato a quel disco d’esordio. In Easy To Love suonano anche alcuni dei musicisti che avevano dato a Save Our Soul II quel sound caldo ed avvolgente, ossia Joe Stark, chitarre e basso, Ben Alleman, tastiere e Chad Gilmore, batteria, nomi non altisonanti ma molto funzionali alla musica del nostro amico: ed in effetti le canzoni dove appaiono questi tre hanno un calore, una presenza e una intimità invidiabili, che manca, o è forse meno evidente, nei pezzi dove McGorman suona quasi tutti gli strumenti, con l’aiuto di altri turnisti, che si sono alternati nelle registrazioni, effettuate in parte in California e in parte in Louisiana.

Saranno forse dei tecnicismi, ma secondo me i nomi contano, eccome, e per questo, ove possibile, preferisco sempre segnalarli: un altro fattore importante sono le canzoni, nel CD dello scorso anno Do Right Woman, Twistin’ The Night Away, These Arms Of Mine, I Was Made To Love Her, Cry To Me, In The Midnight Hour e così via, suonate e cantate divinamente. In questo caso il repertorio è originale, brani a firma Broussard, che ovviamente non possono reggere il paragone con i classici del passato, ma il disco ha comunque una sua dignità grazie alla caratura del protagonista. Siamo di fronte, questa volta sì, ad un disco di blue-eyed soul, nella migliore accezione del termine, con elementi aggiunti di stile cantautorale classico e molta soul music, ma forse di quella del periodo “tardo”, più Philly Sound o Motown, che Stax o Hi Records, comunque il tutto si ascolta con estrema piacevolezza e Broussard ha sempre una bellissima voce. Prendiamo Leave A Light On, una bellissima ballata (con un refrain che mi ha ricordato vagamente Candle In The Wind e altri brani di Elton John), un brano da cantautore californiano puro, dolce ed avvolgente, suonato benissimo, anche dai musicisti non citati, con piano, pedal steel e chitarre acustiche che caratterizzano il sound della canzone, fosse tutto così il disco, anche se non è soul, sarebbe comunque un gran bel sentire. Niente male pure Baton Rouge, un brano tra rock, blues e soul, come nei suoi primi dischi, dedicato alla sua regione d’origine, delicato e cantato con passione da Broussard, che si conferma vocalist di assoluto pregio.

Please Please Please è un’altra delicata canzone, non priva di una certa urgenza, anche se poi il suono si fa meno vintage, e vira a tratti verso certe leziosità e derive radiofoniche, senza mai scadere più di tanto, insomma una radio che ci potrebbe anche piacere. Rosé All Day, un inno all’edonismo, ha qualche elemento sonoro in levare, quasi al limite del reggae, ma siamo comunque ancora in un blue-eyed soul di buona fattura, e il falsetto di Marc, che appare anche altrove, è uno strumento non secondario; per Easy To Love, la title-track, suonata con i musicisti citati all’inizio, il nostro amico sfodera un timbro quasi alla Sam Cooke, da godere appieno, con coretti gospel che ne circondano la prestazione vocale magnifica. Memory Of You ha un sound “moderno”, forse un filo troppo “nu soul”, ma la voce non si discute,  con Stand By You che rimane sempre in questi territori leggermente più affettati che prendono ispirazione dal vecchio Philly Sound, vellutato e morbido. Anybody Out There potrebbe far pensare al Marvin Gaye “ecologico” incrociato a Stevie Wonder, insomma, per dirla tutta, c’è di peggio in giro; anche Wounded Hearts ha sempre queste atmosfere sospese e di sostanza, grazie al terzetto dei musicisti più volte citati; molto bella anche la dolce ed elettroacustica Don’t Be Afraid To Call Me dove Broussard indulge ancora con classe nel suo lato più da cantautore classico. E anche I Miss You è un’altra piccola perla intima e delicata, con la voce che raggiunge vette di partecipazione notevole; Send Me A Sign lavora ancor più di sottrazione, solo piano e quella voce splendida, “trucco” ripetuto per la bellissima Gavin’s Song, mentre in mezzo c’è una versione da brividi di Mercy Mercy Me di Marvin Gaye, solo voce e chitarra acustica, che conferma la classe cristallina di questo cantante purtroppo sconosciuto ai più, ma di una bravura imbarazzante (per gli altri)! Buona ricerca, anche questo CD non è di facile reperibilità.

Bruno Conti

Peccato Sia Difficile Da Trovare! Marc Broussard – S.O.S. II: Save Our Soul – Soul On A Mission

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Marc Broussard – S.O.S. II: Save Our Soul – Soul On A Mission – G-Man Records         

Marc Broussard è un bianco con la voce e il cuore da nero, viene da Carencro, Louisiana, e nonostante abbia solo 34 anni, ha già alle spalle una consistente carriera solista, con ben otto album di studio (compreso questo) pubblicati in una quindicina di anni: anche lui ha fatto tutta la trafila, partito “indipendente” nel 2002, poi ha inciso per la Island, la Vanguard e la Atlantic, salvo poi approdare di nuovo alla autodistribuzione con la propria etichetta G-Man Records, per la quale pubblica questo S.O.S. 2 Save Our Soul, un disco di cover di brani soul celebri, che, manco a dirlo, nonostante i fini nobili, il 50% dei proventi viene devoluto in beneficenza per poveri e senza tetto, non è di facile reperibilità, per usare un eufemismo, e per noi europei anche costoso (potete scaricarlo o comprarlo qui http://shop.bandwear.com/collections/marc-broussard-shop, occhio alle tasse) Comunque il disco rimane molto bello e vale la pena di provare a cercarlo: l’apertura è affidata ad una splendida e fedelissima versione di Cry To Me, il super classico di Solomon Burke, dove si apprezza la bellissima voce di Broussard, ricca di mille nuances, ma anche il sound vintage e di grande fascino applicato nell’arrangiamento del brano, direi che siamo sui livelli dello splendido disco di Jimmy Barnes di qualche mese fa, il magico Soul Searchin’, http://discoclub.myblog.it/2016/07/10/supplemento-della-domenica-favoloso-vero-soul-australiano-jimmy-barnes-soul-searchin/

Emozionante anche la versione di Do Right Woman, che se non raggiunge i vertici di quella di Aretha Franklin poco ci manca, veramente deep soul senza tempo. Baby Workout è meno conosciuta, era un brano di quelli scatenati usciti dalla penna di Jackie Wilson, a tutto fiati e con deliziose armonie vocali, mentre Broussard mette la sua ugola in primo piano. E che dire di Twistin’ The Night Away di Sam Cooke? Uno dei capolavori assoluti di uno dei maestri assoluti della soul music, in una versione splendida. E se Sam Cooke era il “Maestro”, sicuramente Otis Redding è stato uno dei suoi migliori discepoli, come dimostra la splendida These Arms Of Mine, qui eseguita in una notevole versione a due voci, con Broussard che divide il microfono con un altro grande appassionato della materia, Huey Lewis. Non manca naturalmente neppure il repertorio Motown, What Becomes Of The Brokenhearted era una intensa ballata di Jimmy Ruffin, il fratello maggiore di David dei Temptations, altra versione di grande impatto emotivo, e deliziosa la cover di I Was Made To Love Her di Stevie Wonder, con tanto di armonica a bocca e Broussard che sfodera una tonalità che ricorda in modo impressionante quella di Wonder.

Altro duetto notevole è quello con JJ Grey per una potentissima In The Midnight Hour di Wilson Pickett, i due si sfidano a colpi di soul e chi ne gode è l’ascoltatore, avvolto da una calda “coperta” di sweet soul music. Non ti sei ancora ripreso che arriva subito anche Hold On I’m Comin’ altro magnifico esempio di musica dal catalogo Stax, con fiati e sezione ritmica che impazzano sotto la scintillante voce del nostro amico. It’s Your Thing arrivò in origine nel 1969, uno dei primi esempi dell’irresistibile funky degli Isley Brothers, e Broussard e i musicisti impegnati in questo Save Our Soul II gli rendono pienamente giustizia. Sarà anche musica fatta con la carta carbone, ma devono averne trovato un modello che si era nascosto in qualche macchina del tempo, la copia è quasi meglio dell’originale, o comunque difficilmente distinguibile, c’è ancora gente che è capace di scrivere con bella calligrafia. E a  dimostrarlo Fool For Your Love, scritta dallo stesso Marc Broussard, sembra in tutto e per tutto un qualche classico perduto di Sam Cooke. Broussard poi ci propone una versione intima e raccolta, acustica di Cry To Me, solo voce e un paio di chitarre (una del babbo Ted, vecchio chitarrista dei Muscle Shoals studios), ma tanto feeling.

Sunday Kind Of Love è uno dei capolavori assoluti di Etta James, una ballata incantevole, cantata con il cuore il mano, e Marc fa di tutto per catturare lo spirito dell’originale, direi riuscendoci in pieno. David Egan da Lafayette, Louisiana è stato un cantante ed autore di brani per Tab Benoit, Irma Thomas, Marcia Ball e Tracy Nelson, scomparso di recente, e Marc Broussard gli rende omaggio con Every Tear, in una penetrante ed intensa versione, di nuovo per voce e una solitaria chitarra elettrica, un distillato della soul music più profonda.

Bruno Conti

Un’Ottima Appendice Ad Un Grande Disco! Nathaniel Rateliff & The Night Sweats – A Little Something More From

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Nathaniel Rateliff & The Night Sweats – A Little Something More From – Stax/Concord CD

Due dei migliori album in assoluto del 2015 sono stati Delilah di Anderson East e l’omonimo di Nathaniel Rateliff & The Night Sweats http://discoclub.myblog.it/2015/09/03/ora-il-migliore-album-rocknsoul-dellanno-nathaniel-rateliff-the-night-sweats/ , due dischi di rhythm’n’blues classico, ma molto diversi tra loro, in quanto il primo proponeva un tipo di blue-eyed soul molto raffinato e suonato in punta di dita, mentre il secondo aveva un suono molto potente e quasi rock https://www.youtube.com/watch?v=TZagCklvj1E . Entrambi i lavori hanno avuto un inatteso successo di pubblico, ma mentre quest’anno East è stato disco graficamente poco attivo (solo un brano nuovo nella compilation Southern Family, curata da Dave Cobb, mentre si è dato da fare nella vita privata essendosi fidanzato con Miranda Lambert), Rateliff ci ha voluto gratificare con questo A Little Something More From, un mini CD (otto canzoni) che sia nel titolo che nella copertina si ricollega direttamente al bellissimo disco dello scorso anno.

Non sono riuscito a scoprire se i brani qui presenti siano frutto delle stesse sessions dell’album del 2015 o siano state registrate in seguito (propendo però per la prima ipotesi), ma ciò che importa è che il dischetto è bello, piacevole, quasi allo stesso livello del suo predecessore, e quel quasi è per l’assenza di due-tre brani (magari anche covers) che lo avrebbero allungato un po’ nella durata rendendolo un vero e proprio album, anche se ventinove minuti sono comunque apprezzabili, ci sono full-length che durano meno. Rateliff ed i suoi Sudori Notturni suonano con la consueta forza, e ci regalano ancora una serie di canzoni di prima qualità anche dal punto di vista della scrittura: Nathaniel, poi, ha una grinta fuori dal comune, oltre che una voce potente, ed il suono quasi viscerale del gruppo, una vera rock band con l’aggiunta di fiati, fa il resto, facendo sì che A Little Something More From diventi un perfetto completamento di Nathaniel Rateliff & The Night Sweats, al punto che non sarebbe per nulla strano ascoltarli uno di fila all’altro (*NDB Infatti ne esiste una edizione uscita da poco dove i due dischi sono stati messi insieme come un doppio album a prezzo speciale). Forse non ci sono due brani strepitosi come I Need Never Get Old e S.O.B., ma il divertimento nella mezz’ora che gli vorrete dedicare è assicurato.

Parlor è un saltellante e colorato errebi dal motivo piacevolissimo, cantato con voce forte e suonato alla grande, con i fiati molto discreti sullo sfondo, un pezzo che circa cinquanta anni fa avrebbe fatto la felicità di Sam Cooke. L’energica I Did It è puro “Blaxploitation Soul” in stile primi anni settanta, sembra incredibile che a suonare (e cantare) siano tutti di pelle bianca: organo e chitarre a manetta e grande godimento; la spedita e ritmata Out On The Weekend è un altro fantastico brano soul suonato in maniera splendida, con gran voce del leader e solito sapore vintage nel suono: se fosse andata sul disco dello scorso anno non ci sarebbe stato da scandalizzarsi. Wastin’ Time era uno dei brani di punta dell’ultimo album, e questa versione dal vivo allo Stax Museum of American Soul Music non ha meno forza (*NDB Sembra quasi un pezzo della Band, infafft guardate l’ultimo video alla fine del Post), anzi; la fiatistica What I Need (una b-side di un singolo dello scorso anno) è ancora splendida, una ballata dal feeling enorme, con ottimo uso del piano ed una performance vocale strepitosa del nostro (altro che lato B), mentre Just To Talk To You smorza un po’ i toni, presentandosi come un brano acustico di stampo decisamente roots, qualcosa di diverso ma assolutamente credibile. Chiudono il dischetto la mossa e godibile How To Make Friends, soul molto sixties, ritmato e ricco di atmosfera (ma la sezione ritmica picchia secco), ed una prima versione di Out On The Weekend intitolata Late Night Party.

Nathaniel Rateliff dimostra con questo piccolo ma bellissimo dischetto di essere uno tosto, ed a questo punto spero in un nuovo album in tempi brevi: dopotutto se ci sto prendendo gusto è solo ed esclusivamente colpa sua.

Marco Verdi

P.s Comunque questo signore era già bravo prima della svolta soul, come chi legge questo blog sa https://www.youtube.com/watch?v=vjM0xggoY9E

http://discoclub.myblog.it/2014/02/23/il-ritorno-del-giardiniere-nathaniel-rateliff-falling-faster-than-you-can-run/

http://discoclub.myblog.it/2010/09/26/un-altra-cosa-da-fare-a-denver-nathaniel-rateliff/

Bruno Conti

Altro Cofanetto Interessante, Da Verificare! Otis Redding – Live At The Whisky A Go Go: The Complete Recordings Nei Negozi Dal 14 Ottobre

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Otis Redding – Live At The Whisky A Go Go: The Complete Recordings – 6 CD Stax/Universal – 14-10-2016

Continuiamo con le segnalazioni di interessanti box in uscita nei prossimi mesi, questa volta tocca a Otis Redding, The King Of Soul, il grande cantante di Dawson, Georgia, scomparso quasi 50 anni fa, nel 1967, quando di anni non ne aveva neppure 27 anni (quindi non rientrando nel “club” di cui avrebbero fatto parte, da lì a poco, in rapida sequenza, Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, e poi in anni più recenti Kurt Cobain e Amy Winehouse, ma in passato anche Robert Johnson e Alan Wilson dei Canned Heat, oltre a moltissimi altri meno noti). Dicevo che sono passati quasi 50 anni dalla morte di Otis, ma quasi ogni anno escono “nuovi” album che ne alimentano la leggenda. Il “da verificare” nel titolo del Post non è messo a caso, in quanto questo box da 6 CD Live At The Whisky A Go Go: The Complete Recordings , in uscita il prossimo autunno, è l’ennesima prova discografica che si occupa dei concerti tenuti da Redding al famoso locale Whisky A Go Go, situato sulla Sunset Strip di West Hollywood, LA; Calfiornia, nei giorni tra l’8 e il 10 aprile del 1966, l’anno prima dell’enorme successo ottenuto al Monterey Pop Festival.

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Come vedete dai due album riportati qui sopra, per rendere più facile la narrazione, quei concerti hanno avuto diversi dischi dedicati alle serate in oggetto: a cominciare dal classico In Person At The Whisky A Go Go, uscito nell’ottobre del 1968, pochi mesi dopo la morte del cantante, che conteneva dieci brani, poi bissato da Good To Me (Recorded Live At The Whisky A Go Go vol.2), uscito in CD nel 1993 per la Stax, e che era una riproposta di Recorded Live: Previously Unreleased Performances, pubblicato in LP dalla Atlantic nel 1982, e potenziato fino a 12 tracce dalle otto del vinile. Poi negli anni 2000 le ristampe di Redding hanno continuato ad uscire, anche quelle specifiche dedicate alle tre serate sul Sunset Strip.

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Ed ecco quindi che nel 2010 esce il doppio Live On The Sunset Strip, attribuito a Otis Redding & His Orchestra, con 28 brani sempre tratti da quei concerti, portando il totale delle varie pubblicazioni a 50 canzoni (ma molte si ripetono nei diversi album usciti nel corso degli anni). Comunque questi erano i brani contenuti nel doppio:

CD 1
— Show 2, Set 3 —
1. Security 3:07
2. Just One More Day 5:20
3. These Arms Of Mine 3:10
4. Satisfaction 6:44
5. I Can’t Turn You Loose 6:20
6. Chained And Bound 4:52
7. Respect 3:36

— Show 3, Set 1 —
8. I’m Depending On You 4:46
9. I Can’t Turn You Loose 6:18
10. Satisfaction 6:06
11. Chained And Bound 7:32
12. Just One More Day 4:33
13. Any Ole Way 4:03

CD 2
— Show 3, Set 1 —
1. I’ve Been Loving You Too Long (To Stop Now) 3:56
2. Satisfaction 5:02
3. Destiny 2:56
4. Security 2:57
5. Good To Me 3:35
6. Respect 2:13
7. Chained And Bound 6:57
8. Mr. Pitiful 2:18
9. Satisfaction 6:28
10. Ole Man Trouble 2:40
11. I Can’t Turn You Loose 4:41
12. A Hard Day’s Night 4:13
13. These Arms Of Mine 3:34
14. Papa’s Got A Brand New Bag 10:08
15. Satisfaction 3:31

Come vedete questa volta c’è più precisione, i pezzi sono attributi ai singoli concerti, ma anche in questa occasione in modo frammentario, una parte del secondo concerto, una parte del terzo, dove comunque i brani sono sempre presentati in versioni molto differenti tra loro, prendete Satisfaction che dura 3, 5 o quasi 7 minuti, a seconda dei diversi set, e con una lunghissima Papa’s Got A Brand New Bag di James Brown, oltre a A Hard Day’s Night dei Beatles a bilanciare il pezzo degli Stones. Non vorrei ricordarvi l’importanza di Otis Redding nell’ambito del deep soul sudista e del R&B (ma lo sto facendo) un cantante e uomo di spettacolo formidabile, una vera forza della natura, con una voce che racchiudeva la dolcezza di Sam Cooke e la potenza di Solomon Burke Jackie Wilson nelle proprie corde vocali. Un vero mito della musica che quasi tutti i cantanti neri citano ancora oggi tra le loro influenze (non ultimo Michael Kiwanuka del quale nei prossimi giorni vi proporrò la recensione del nuovo album, Love & Hate), catturato in uno dei suoi momenti di massimo splendore nelle tre serate al Whisky A Go Go ora riproposte nella loro interezza nel triplo CD di prossima uscita.

Ecco la lista completa delle canzoni contenute nel cofanetto:

[CD1]
1. Introduction
2. I Can’t Turn You Loose
3. Pain in My Heart
4. Good to Me
5. Just One More Day
6. Mr. Pitiful
7. (I Can’t Get No) Satisfaction
8. I’m Depending on You
9. I’ve Been Loving You Too Long
10. Good to Me
11. Security
12. Respect

[CD2]
1. Just One More Day
2. (I Can’t Get No) Satisfaction
3. Any Ole Way
4. These Arms of Mine
5. I Can’t Turn You Loose
6. Pain in My Heart
7. Good to Me
8. (I Can’t Get No) Satisfaction

[CD3]
1. Introduction
2. Mr. Pitiful
3. Good to Me
4. Respect
5. Just One More Day
6. I Can’t Turn You Loose
7. Ole Man Trouble
8. (I Can’t Get No) Satisfaction

[CD4]
1. Introduction
2. (I Can’t Get No) Satisfaction
3. Any Ole Way
4. I ve Been Loving You Too Long
5. I’m Depending on You
6. I Can’t Turn You Loose
7. Introduction
8. Security
9. Just One More Day
10. These Arms of Mine
11. (I Can’t Get No) Satisfaction
12. I Can’t Turn You Loose
13. Chained and Bound
14. Respect

[CD5]
1. Introduction
2. I’m Depending on You
3. I Can’t Turn You Loose
4. (I Can’t Get No) Satisfaction
5. Chained and Bound
6. Just One More Day
7. Any Ole Way
8. I’ve Been Loving You Too Long
9. (I Can’t Get No) Satisfaction

[CD6]
1. Introduction
2. Destiny
3. Security
4. Good to Me
5. Respect
6. Chained and Bound
7. Mr. Pitiful
8. (I Can’t Get No) Satisfaction
9. Ole Man Trouble
10. I Can’t Turn You Loose
11. A Hard Day’s Night
12. These Arms of Mine
13. Papa’s Got a Brand New Bag

Il repertorio si ripete nei vari set, ma le versioni, molto diverse tra loro in parecchi brani, sono comunque sempre interessanti, spesso devastanti, senza dimenticare che delle 64 canzoni opportunamente rimasterizzate moltissimievengono pubblicate per la prima volta, e quindi anche in questa occasione è veramente il caso di dire “imperdibile”, sulla fiducia, in attesa dell’uscita. Un pezzo di storia della musica, non solo soul.

Bruno Conti

E’ Sempre Stato Difficile “Fermare” Van Morrison, Ma In Questa Nuova Versione Espansa Ancora di Più, Si Ferma Il Tempo Per Uno Dei Live Più Belli Di Sempre: It’s Too Late To Stop Now II, III, IV & DVD

van morrison it's too late 3cd+dvd

Van Morrison – It’s Too Late To Stop Now II, III, IV & DV – 3 CD + DVD Sony Legacy

Chi legge abitualmente questo Blog o mi segue anche sul Buscadero sa che Van Morrison è sempre stato uno dei miei musicisti prediletti in assoluto (nella Top 10 delle preferenze, in passato anche tra i primi cinque, per esempio all’epoca della versione originale di questo splendido It’s Too Late To Stop Now, il doppio vinile che uscì per la Warner Bros nel lontano 1974). Un disco dal vivo incredibile, registrato tra il maggio ed il luglio 1973 in tre diverse locations (e anche questo doppio è stato ristampato in CD rimasterizzato), Troubadour di Los Angeles, Santa Monica Civic Auditorium, sempre in California e al Rainbow di Londra, con una selezione di 18 brani tratti dai tre concerti. Giustamente quel disco viene considerato uno dei dischi dal vivo più belli di tutti i tempi, insieme al Fillmore degli Allman Brothers, Waiting For Columbus dei Little Feat, Rock Of Ages Last Waltz della Band, Johnny Cash At Folsom Prison, James Brown Live At The Apollo, Lou Reed Rock’n’Roll Animal, gli Who Live At Leeds, Rolling Stones Get Yer Ya-ya’s Out, qualche titolo a scelta di Jimi Hendrix, In The West, Monterey Winterland, CSN & Y Four Way Street o il recente 1974, Bob Dylan & The Band Before The Flood, Woodstock, qualche bootleg di Springsteen del tour 1978 e qualche altro titolo, tipo Bob Seger, Grateful Dead Live/Dead Europe ’72, Led Zeppelin How The West Was Won più che The Song Remains The Same, Sam Cooke Live At The Harlem Square Club, Elvis Presley il Comeback Special del 1968, gli MC5 Kick Out the Jams, BB King Live At The Regal, Aretha Franklin At Fillmore West, e potremmo andare avanti per delle ore ma mi fermo. Comunque questo di Van Morrison è degno di rientrare a pieno merito in questa lista, soprattutto ora in questa versione riveduta e corretta, che contiene anche il filmato originale del concerto del Rainbow di Londra che ai tempi fu visibile solo al cinema o alla televisione (persino sulla Rai), ma mai in VHS o DVD. E comunque in rete si trovano altri concerti splendidi dell’epoca, tipo questo che vedete sotto, tratto dallo stesso tour 1973-74.

Accompagnato dalla Caledonia Soul Orchestra, ovvero una delle migliori formazioni con cui Morrison abbia mai suonato, e li citiamo tutti, perché meritano: John Platania, chitarra, David Hayes, basso, Jeff Labes, piano e organo, Dahaud Shaar (David Shaw), batteria, più la sezione fiati, con Jack Schroer ai sassofoni e Bill Atwood alla tromba, e gli archi affidati a Nathan Rubin, Tom Halpin, Tim Kovatch, Nancy Williams Teressa Adams. Prodotto da Van Morrison Ted Templeman. Nella nuova edizione ci sono 45, dicasi quarantacinque brani inediti, alcuni in più versioni, non apparsi nel doppio vinile originale e nelle ristampe successive, distribuiti sui 3 CD, ciascuno con un concerto. E andiamo a vedere i contenuti dei compact, con i singoli brani:

CD1: Recorded live at The Troubadour, Los Angeles, May 23, 1973

1. Come Running è una partenza sparata con una sincopata e breve versione di uno dei brani più belli capolavoro Moondance, e si capisce subito che sarà una grande serata, Van Morrison è in forma vocale strepitosa e la band gira subito a mille. 2. These Dreams of You sempre dallo stesso album è un’altra scarica di adrenalinico celtic soul, con i fiati in fibrillazione 3. The Way Young Lovers Do viene da un altro capolavoro di Morrison, quel Astral Weeks che rientra, come Moondance, tra i più bei dischi di ogni tempo, versione jazzata, con gli archi che si unsicono ai fiati e al piano per creare una atmosfera sonora ancora più raffinata , e allora il grande Van usava ancora ringraziare il pubblico 4. Snow in San Anselmo viene da Hard Nose The Highway, l’album che uscirà poco dopo nell’agosto 1973, inferiore ai precedenti, si fa per dire perché siamo comunque a livelli stratosferici, ma con alcune punte di eccellenza, tra cui questo brano , bellissimo ed in una versione da brividi, con continui cambi di tempo, accelerazioni improvvise e poi quiete assoluta, mentre la voce di Morrison regala brividi di piacere 5. I Just Want to Make Love to You, brano firmato da Willie Dixon, è il primo omaggio dell’irlandese a quella musica nera tanto amata, in questo caso sia il blues, nella versione di Muddy Waters, sia il soul in quella di Etta James, con Van the Man che incita il pubblico a cantare e poi stende tutti con la sua voce incredibile (come sapete da anni sostengo che Morrison da bambino abbia ingoiato un microfono, perché pare impossibile che abbia una voce così potente) prima di lasciare il proscenio a John Platania, autore di un assolo di chitarra splendido e e persino presentato dal suo boss. 6. Bring It on Home to Me Questa è una delle canzoni più belle di tutti i tempi, scritta e cantata da Sam Cooke, uno dei più grandi cantanti di tutti i tempi, amatissimo dal nostro che gli rende giustizia con una versione felpata ed emozionante 7. Purple Heather è un brano “minore”, sempre tratto da Hard Nose The Highway, una ballata lenta ed avvolgente che molti ucciderebbero per poterla scrivere 8. Hey, Good Lookin’ il brano di Hank Williams è l’omaggio del nostro amico alla musica country, altro genere molto amato, in una versione pimpante e “soulizzata” , 9. Bein’ Green un brano scritto da Joe Raposo, viene sempre dall’album di quell’anno, un’altra intensa ballata alla Van Morrison, con Platania di nuovo in evidenza 

10. Brown Eyed Girl  è uno dei brani più amati (e più coinvolgenti) da sempre della sua discografia, e qui appare in una delle versioni più belle che abbia mai sentito, con David  Hayes strepitoso al basso (ma lo è in tutti i concerti, forse il più bravo bassista che abbia mai suonato con Van Morrison), anche lui ringraziato nel corso del brano 11. Listen to the Lion è uno dei momenti top di questo concerto, il pezzo tratto da Saint Dominic’s Preview è uno dei brani in cui il rosso irlandese lascia andare la voce in piena libertà in un crescendo inarrestabile, una delle canzoni che preferisco in assoluto, tra tante meravigliose 12. Hard Nose the Highway ma c’è un brano brutto, la title-track del disco del 1973 non lo è di sicuro, con il fluido piano di Jeff Labes a sottolineare il tutto 13. Moondance è solo Moondance, che altro si può dire di questa canzone che non sia stato detto? Forse versione classica? 14. Cyprus Avenue Un’altra perla tratta da Astral Weeks, in una versione “magica” , con i crescendo e i momenti di quiete che sono unici nei brani di Van Morrison.15. Caravan E per concludere la serata del 23 maggio una versione di questo pezzo che definire esuberante è fare un torto all’aggettivo, con il gruppo che macina musica in modo splendido e viene presentato con tutti i crismi, come si conviene ad un gruppo di musicisti formidabile, per un altro dei brani “perfetti” della sua discografia, in una versione da manuale del soul.

CD2: Recorded live at the Santa Monica Civic, California, June 29, 1973

Un mese e mezzo dopo il nostro è di nuovo in California per un altro concerto memorabile: 1. I’ve Been Working  Questa serata si apre con un brano preso da His Band And The Street Choirsolita versione sincopata, con l’organo di Labes in evidenza 2. There There Child è uno dei rari brani scritti da Morrison in coppia con John Platania, per anni rimasta inedita è stata pubblicata su The Philosopher’s Stone nel 1998, bella canzone  3. No Way è un pezzo jazzato scritto da Jeff Labes che fino ad oggi non avevo mai senitito, non indispensabile 4. Since I Fell for You Anche questo brano che porta la firma di Buddy Johnson appartiene al repertorio più jazz dell’irlandese, forse ripreso dal repertorio di Charles Brown, grande classe e grinta 5. Wild Night E qui torniamo ai super classici, era il brano che apriva Tupelo Honey, il disco del 1971, il pubblico lo riconosce subito e Van li premia con una versione travolgente 6. I Paid the Price Anche questa, scritta dall’accoppiata Morrison/Platania non la ricordavo, splendida ballata in crescendo vocale del canone morrisoniano con le sue tipiche scansioni sonore, una bella (ri)scoperta 7. Domino era anche questa su His Band And The Street Choir, uno dei due dischi di Van Morrison del 1970, erano proprio altri tempi, due album lo stesso anno e uno più bello dell’altro, versione gagliarda, che poi sfocia in una breve ma intensa

8. Gloria, stranamente posta a metà concerto, ma sempre irresistibile grazie al suo riff inconfondile e ad un ritornello tra i più cantabili della storia del rock 9. Buona Sera se aggiungiamo Signorina, in Italia la conosciamo per la versone di Fred Buscaglione, ma il primo ad inciderla fu Louis Prima nel 1950 e Van Morrison l’ha sempre amata moltissimo ed eseguita spesso dal vivo in versioni vorticose, come quella che appare in questo concerto 10. Moonshine Whiskey di nuovo da Tupelo Honey, è un’altra di quelle canzoni splendide che viaggiano su continui cambi di tempo e inserti vocali da brivido, anche in questa versione dal vivo 11. Ain’t Nothing You Can Do viene dal repertorio di Bobby “Blue” Bland, uno dei musicisti più amati in assoluto da Van, ed è un altro inno alla soul music più genuina, con Hayes che pompa sul suo basso come un disperato, fiati in overdrive, chitarra slide tagliente di Platania e il gruppo tutto che tira come un treno 12. Take Your Hand Out of My Pocket è un blues classico di Sonny Boy Williamson, altro mito per Van The Man, qui in una versione con di nuovo Platania in evidenza e anche l’armonica del nostro13. Sweet Thing è un altro dei capolavori assoluti di Astral Weeks che mancava ancora all’appello, altra versione splendida, con Platania che ribadisce la sua classe assoluta di chitarrista raffinatissimo, seguita da 14. Into the Mystic, altro brano memorabile tratto da Moondance, canzone tra le più belle mai scritte dal nostro George Ivan, mistica e “mitica” la versione, come pure quella di 15. I Believe to My Soul, il brano di Ray Charles “The Genius” che è la quintessenza della soul music e conclude in modo splendido il secondo CD, che forse è una anticchia inferiore al primo, ma sono quisquilie (anche se forse a completare il pantheon dei “numi tutelari” di Morrison manca qualcosa di John Lee Hooker Jimmy Witherspoon, che verranno omaggiati anni dopo in A Night In San Francisco).

CD3: Recorded live at The Rainbow, London, July 23 & 24, 1973

Alla fine di luglio di quell’anno splendido Mr. Van Morrison approda al Rainbow di Londra per due serate consecutive, preservate per i posteri sia in versione audio che in video. Inevitabilmente nei concerti londinesi i brani si ripetono rispetto ai concerti californiani, ma in versioni spesso diverse e comunque memorabili. Solo tre brani, Everyone, Wild Children e Here Comes The Night non appaiono nei due CD precedenti

1. Listen to the Lion Più breve, ma ancora più calda ed intensa della versione “americana” 2. I Paid the Price Anche questa versione londinese è magnifica, tra l’altro il sound sembra ancora più brillante in questo terzo CD, più definito e con una presenza sonora incredibile, e il gruppo suona sempre in modo impeccabile. Con la sequenza jazzy di 3. Bein’ Green e 4. Since I Fell for You di grande impatto sonoro. Bellissima anche 5. Into the Mystic mentre 6. Everyone un altro dei brani tratti da Moondance non lo ricordavo così bello, una sorta di minuetto soul, dolce ed intrigante, seguita da una versione più breve di 7. I Believe to My Soul, sempre con i fiati e gli archi che elevano la loro preghiera con veemenza, fino all’esplosione della tromba di Bill Atwood 8. Sweet Thing il pubblico la riconosce subito e la versione rilasciata da  Morrison è sempre splendida, con Platania ancora una volta sugli scudi, tutti brani che non ti stancheresti mai di ascoltare 9. I Just Want to Make Love to You è il Blues con la B magnifica, mentre10. Wild Children è un altro dei brani “nuovi” tratti da Hard Nose The Highway che uscirà da lì a poco, un’altra canzone che in questa versione Live acquista una nuova vita  11. Here Comes the Night è l’altro grande brano tratto dal repertorio dei Them, anche questa illustra il lato ludico e di puro divertimento della musica di “Van The Man” , altro riff memorabile e gioia pura, stesso discorso per una più succinta e rapida 12. Buona Sera, con 13. Domino che completa il trittico della music for fun, prima di lanciarsi a rotta di collo nel gran finale, prima 14. Caravan, sempre in versione lunghissima e di grande fascino con gli equilibrismi vocali del musicista irlandese che lascia il pubblico con il fiato sospeso, chiamando al proscenio i suoi splendidi solisti, prima di stenderlo definitivamente con una 15. Cyprus Avenue tra sacro e profano che quando accelera i ritmi già frenetici della serata e reitera il suo canto poderoso è di nuovo pura magia sonora, le ultime parole del concerto sono “It’s Too Late To Stop Now” e mai furono più vere. E non ho esagerato, come potete rilevare anche dalla visione del DVD allegato a questo cofanetto, altra goduria superba!

DVD: Recorded live at The Rainbow, London, July 24, 1973

1. Here Comes the Night 2. I Just Want to Make Love to You 3. Brown Eyed Girl 4. Moonshine Whiskey 5. Moondance 6. Help Me 7. Domino 8. Caravan 9. Cyprus Avenue

Forse dopo questo album termina uno dei periodi di creatività artistica più straordinari della storia della musica rock (anche se la carriera di Van Morrison avrà altri momenti di grande ispirazione non raggiungerà più questi vertici), ma tra il 1968 e il 1973 si è ritagliato uno spazio nell’Olimpo dei grandi e questo cofanetto, assolutamente imperdibile, ne è il giusto coronamento. Il classico disco da cinque stellette: ristampa Live dell’anno!

Bruno Conti

Forse Fin Troppo Vintage, Ma Sempre Una Gran Voce Soul! James Hunter Six – Hold On!

james hunter six hold on

The James Hunter Six – Hold On! – Daptone Records

Noterete che nel titolo del Post ho detto forse, perché James Hunter,  a ben guardare, non vive di suoni del passato, ma abita in una sorta di mondo parallelo, dove Sam Cooke, Jackie Wilson, Ray Charles, Bobby “Blue” Bland, Solomon Burke e James Brown sono vivi e vegeti, e la “modernità” al limite può essere rappresentata da un giovane Van Morrison, che poi in effetti è stato il mentore e poi lo sponsor di Hunter, nell’aiutarlo a lanciare la sua carriera solista. Carriera iniziata nei lontani anni ’80 quando James, con lo pseudonimo di Howlin’ Wilf, muoveva i primi passi in questo mondo parallelo dove la musica era addirittura quella degli anni ’50, il primo R&B, il rock and roll primevo, i primissimi sommovimenti della soul music, un suono più crudo e meno rifinito rispetto a quello attuale, nel primo disco attribuito a Howlin’ Wilf & The Veejays  pubblicato nel 1986 dalla Big Beat, etichetta della Ace, alla quale Hunter aveva mandato dei demo. Il disco, Cry Wilf!, uscì all’inizio solo in vinile e la versione in CD solo dal 2006, ma è tuttora in catalogo, come pure un bellissimo DVD dal vivo Ya Ya, in circolazione dal 2007 per la Cherry Red https://www.youtube.com/watch?v=1fe03WPirlQ . Questi sono gli inizi, poi usciranno anche un EP, un disco dal vivo ed un altro album omonimo, mai ristampati in compact, prima che nel 1991 inizi la collaborazione con Van Morrison, che lo vuole con sé dal vivo, prima nel 1991 per alcune date e poi nel tour da cui verrà tratto A Night In San Francisco del 1994, e poi ancora in un paio di brani in Days Like This, dove appare con il suo vero nome di James Huntsman.

Van Morrison, che ha definito Hunter una delle migliori voci e dei segreti meglio custoditi del R&B britannico, poi renderà il favore apparendo come ospite, insieme a Doris Troy, nel disco di esordio di James Believe What I Say, dove addirittura i due duettano in Turn On Your Love Light https://www.youtube.com/watch?v=1QkMpMAteqU  Ain’t Nothin’ You Can Do. Poi, dopo un passaggio alla Ruf, Morrison gli farà avere un contratto alla Universal/Concord dove il nostro pubblicherà tre album, l’ultimo come The James Hunter Six, Minute By Minute, prodotto da Gabriel Roth, il co-fondatore della Daptone Records, che oltre ad essere di nuovo dietro alla console anche in questo Hold On!, lo pubblica pure per la propria etichetta. Anzi, per questo sesto album di James i due addirittura hanno deciso di optare per la registrazione su un vecchio nastro a 8 piste e in mono (e per quello al’inizio uso quel fin troppo, che però vuole essere assolutamente benevolo). Fin dal disco del 2006 People Gonna Talk Hunter esegue solo canzoni scritte di proprio pugno, niente cover, ma il profumo che si respira è ovviamente quello dei vecchi dischi della Brunswick (l’etichetta di Jackie Wilson), della SAR (quella di Sam Cooke), della Chess o della Stax, puro soul, ma arricchito da innesti twist, boogaloo, ska, blues, qualche tocco da crooner e tanta classe, oltre ad una voce melismatica ed espressiva come poche ce ne sono in giro nell’attuale panorama della musica, bianca o nera.

Sono dieci brani, per poco più di mezz’ora di musica, ma tutti da gustare con grande piacere, grazie anche all’eccellente band, con due fiati, un tastierista, molto bravo al piano e ottimo all’organo, e lo stesso Hunter alla chitarra: si parte sparati con il cantante di Colchester, dalla voce rauca e poderosa che. nel primo brano If That Don’t Tell You convoglia gli aspetti istrionici del grande vocalist Jackie Wilson, tra urletti e ritmi scatenati a colpi di sax e organo, per poi regalarci una splendida This Is Where We Came In , dove tra cha-cha-cha, bossa nova e soul, sembra di ascoltare un rinato Sam Cooke, con la sua voce splendida e vellutata, arricchita dai coretti dei backing vocalists, tra doo-wop e gospel, e quei whoo-whoa che erano il marchio di fabbrica del cantante di Clarksdale, delizioso anche il lavoro al piano di Andrew Kingslow; (Baby) Hold On. decisamente più mossa, è un bel soul-twist, dove sax, chitarra e ritmica ben spalleggiano il pirotecnico vocalismo del nostro amico https://www.youtube.com/watch?v=tsW1lq__vws . Something’s Calling, il primo singolo è una ballata soul, quasi da crooner https://www.youtube.com/watch?v=YCQsjLsVX8M , come amava anche Cooke, ma qui la voce è più profonda e vellutata, potrebbe ricordare Chuck Jackson,  grande cantore dell’uptempo soul newyorkese, magari meno noto ai più, ma è quello di Any Day Now I keep fogettin’ (l’ha incisa pure Bowie). A Truer Heart è un altro delizioso brano soul, con leggeri tocchi ska, sempre contrappuntato dai quei coretti che si insinuano sotto pelle e un breve break di armonica nella parte centrale, che è la ciliegina sulla torta di un dolce perfetto.

Free Your Mind (While You Still Got Time) è il momento James Brown dell’album, con la sua andatura mossa e funky, un must per gli artisti della Daptone, con James Hunter che rilascia qualche urletto tipico del Godfather of Soul e con la band che tenta anche qualche deriva à la Motown. Light Of My Life, ondeggiante e punteggiata dai fiati, è più leggera e scanzonata, arricchita da un breve assolo di organo che più vintage come sound non si può, mentre Stranded è uno di quei classici brani uptempo, con battito di mani, coretti e fiati avvolgenti, di cui Sam Cooke e  il suo discepolo Otis erano maestri, tra leggeri falsetto e piccoli urletti. Satchel Fool è uno strumentale latineggiante, con fiati sincopati, organo e la chitarra solista di Hunter a rievocare il sound fine anni ’50, con l’assolo di sax che cerca di aggiudicarsi il match con gli altri strumenti, qualcuno ha detto The Champs Tequila? Vince la bambolina! Per l’ultima canzone James Hunter ha tenuto uno dei brani migliori del disco, una In The Dark che è uno splendido mid-tempo soul che se non è degno delle migliori composizioni di Charles Brown Ray Charles poco ci manca e ci fa lasciare questo Hold On! con un sorriso compiaciuto stampato in volto.

Bruno Conti

Questo E’ Quasi Indispensabile! Southside Johnny & The Asbury Jukes – The Bottom Line New York City ’77

southside johnny bottom line '77

Southside Johnny & The Asbury Jukes – The Bottom Line New York City ’77 – 2CD Echoes 

Nel 2015 Southside Johnny ha pubblicato Soultime!, uno dei dischi migliori dell’ultimo periodo della sua carriera (ma anche Going To Jukesville, Pills & Ammo e Grapefruit Moon, quello dei brani di Tom Waits, non erano per niente male): diciamo che più diventano difficili da reperire, distribuiti dalla Leroy Records tramite sito o ai concerti, più ci si riavvicina al periodo di grande splendore dell’era springsteeniana, a cavallo anni ’70/anni ’80. Ma in quegli anni la band era veramente formidabile dal vivo, nella versione con sezione fiati  una soul revue allo stato puro, con una con forte componente rock, l’altra faccia della E Street Band, con cui spesso si scambiavano musicisti e canzoni. Johnny Lyon ha tutt’ora una gran voce, ai tempi era uno dei “negri bianchi” migliori in circolazione: i primi album, I Don’t Want To Go Home, This Time It’s For Real e Hearts Of Stone sono dei mezzi capolavori, e il gruppo, sulla scia di Springsteen, era anche molto popolare (pur se il successo commerciale era moderato, infatti vennero mollati dalla Epic) . Proprio da quel periodo d’oro viene questo concerto al Bottom Line di New York: non è la serata immortalata nel mini album Live At The Bottom Line, pubblicato come promo nel 1976, ma una serata del giugno 1977, organizzata per lanciare, via broadcast radiofonico, l’appena uscito This Time It’s For Real.

Puro Asbury Sound, con in più la chicca della presenza di Ronnie Spector, in ben cinque brani, uno dei quali presente anche nel Very Best Of pubblicato di recente dalla ex cantante della Ronettes, ed ex di Phil Spector http://discoclub.myblog.it/2015/11/26/darlene-love-ecco-la-piu-famosa-delle-spector-girls-ronnie-spector-the-very-best-of-ronnie-spector/ . Ma la serata è incentrata tutta sulla esplosiva miscela di R&B, blue-eyed soul e rock che era il menu del gruppo all’epoca: le note del doppio CD della Echoes sono molto scarne, ma nella formazione c’erano anche i quattro Miami Horns, guidati da Richie “LaBamba” Rosenberg, con Billy Rush alla chitarra e Kevin Kavanaugh al piano, oltre allo stesso Lyon che suonava anche l’armonica. Qualità sonora molto buona e repertorio al fulmicotone: si parte subito fortissimo con This Time It’s For Real, la title track del nuovo album dell’epoca, scritta da Little Steven, poi è un tripudio di soul, Got To Get You Off On My Mind era un grande brano di Solomon Burke con l’ottimo Billy Rush alla chitarra ed il resto del gruppo in evidenza, Without Love, scritta da Carolyn Franklin, la sorella di Aretha e Ivory Joe Hunter, sempre tratta dal secondo album, è puro Jukes sound, per non parlare di Love On The Wrong Side Of Town, altra perla del duo Springsteen/Van Zandt, sincopata e spectoriana come si conviene.

Little By Little, un pezzo scritto da Mel London, mai inciso su dischi ufficiali dalla band, ma pescato dal repertorio di Junior Wells, è un bel blues & soul tirato con Southside in tiro all’armonica e Billy Rush alla solista, mentre She Got Me Where She Wants Me, sempre dalla penna di Steven Van Zandt (che firma ben otto brani del secondo album) è una sorta di soul ballad con la band che spalleggia Southside Johnny a livello vocale. It Ain’t The Meat (It’s The Motion), dal primo album, era uno dei brani salaci di Henry Glover, un musicista nero poco noto ai non addetti (ma tanto per dirne una ha scritto Drown in my own tears), e anche I Choose To Sing The Blues, che era nel repertorio di Ray Charles (e Billie Holiday). A questo punto sale sul palco Ronnie Spector per un ripasso del “Wall Of Sound”: quattro pezzi in sequenza, con la “Queen Of Rock’N’Roll” come viene presentata, Baby I Love You, e qui finisce il primo CD. Si riprende subito con Walkin’ In The Rain, una splendida versione di Say Goodbye To Hollywood, il pezzo di Billy Joel, che per me in questa versione è anche più bello dell’originale e una grandissima Be My Baby, una delle canzoni più belle di sempre.

Poi si prosegue con The Fever, l’inedito di Bruce che li aveva lanciati sul mercato discografico, gran bella versione con lunga intro di armonica, e ancora I Don’t Want To Go Home, il pezzo che comprende il famoso verso Reach Up And Touch The Sky che sarebbe stato il titolo del loro Live ufficiale. E per celebrare la festa una chilometrica (oltre tredici minuti) e fenomenale Havin’ A Party, uno dei capolavori assoluti della soul music, legata indissolubilmente a Sam Cooke, ma che non manca mai di entusiasmare il pubblico. Mancano ancora un altro brano con Ronnie Spector, questa volta a duettare con Southside Johnny per la bellissima You Mean So Much To Me, e per concludere un’altra formidabile canzone come You Don’t Know Like I Know, un pezzo di Isaac Hayes e David Porter, ma che tutti conosciamo nella versione di Sam & Dave, soul all’ennesima potenza per finire in gloria una magnifica serata. Forse si meriterebbe anche quattro stellette questo doppio CD!

Bruno Conti

Recuperi Di Inizio Anno 3: Un Meraviglioso Disco Di Soul Bianco! Anderson East – Delilah

anderson east delilah

*NDB Ovviamente il titolo della rubrica con l’avvento del nuovo anno cambia, ma il compito di recuperare dischi “interessanti” non recensiti lo scorso anno rimane, la parola a Marco.

Anderson East – Delilah – Elektra/Warner CD

Il 2015 è stato a mio parere l’anno della riscossa del cosiddetto blue-eyed soul, dato che due dei miei dischi preferiti tra quelli usciti sono quello omonimo di Nathaniel Rateliff & The Night Sweats e questo Delilah ad opera del giovane Anderson East di Athens, Alabama (ed aggiungerei il ritorno di Darlene Love, che non è molto blue-eyed ma soul sì, e tanto). Vi dirò di più: se Warren Haynes non avesse tirato fuori quel mezzo capolavoro di Americana che risponde al titolo di Ashes & Dust e Tom Russell non mi avesse entusiasmato con l’epopea western di The Rose Of Roscrae, i due album di East e Rateliff avrebbero probabilmente occupato le prime due posizioni della mia classifica (ma attenzione anche a Richard Thompson ed al suo Still). I due dischi in questione hanno in comune solo il genere, oltre che la bellezza, in quanto Rateliff è autore di un soul molto più diretto e strettamente imparentato con il rock (avete presente i Box Tops di Alex Chilton?), e fornisce delle interpretazioni molto più “muscolari”, mentre East (vero nome Michael Anderson) si ispira direttamente al suono degli Studios della Fame e della Stax, oltre a monumenti quali Otis Redding, Sam Cooke e Wilson Pickett, complice anche la sua voce negroide, impressionante se rapportata al suo aspetto fisico di bravo ragazzo della porta accanto.

Delilah è il suo esordio su major (ma i primi due album sono autodistribuiti ed introvabili, pare che neppure lui ne abbia una copia) e, anche se dura solo 32 minuti, è un grandissimo album di soul bianco come si usava fare a cavallo tra gli anni sessanta ed i settanta, un disco che al primo ascolto mi ha lasciato letteralmente di stucco. Buona parte del merito va senz’altro al produttore del 2015, cioè Mr. Dave Cobb, uno che pare infallibile (gli ultimi lavori di Chris Stapleton, Christian Lopez Band, Jason Isbell, Sturgill Simpson, A Thousand Horses,  Shooter Jennings e Corb Lund hanno lui in consolle), e che ha costruito attorno alla voce di Anderson un suono vintage che pare preso pari pari da un disco dell’epoca d’oro della nostra musica: il resto lo fanno però le canzoni, nove su dieci scritte da East stesso (in collaborazione con altri), una più bella dell’altra, che ad ogni ascolto rivelano sempre qualche sfumatura nuova, con fiati, organo, cori femminili ad impreziosire il tutto e melodie che nulla hanno da invidiare ai classici del genere.

Only You ci fa entrare già con le prime note nell’atmosfera del disco: uno squisito pop-soul guidato dalla voce “nera” di Anderson, pieno di sonorità classiche ed un motivo orecchiabilissimo, al quale i fiati ed i controcanti di Kirsten Rogers danno ulteriore colore. Satisfy Me è forse ancora meglio: ritmata, calda, avvolgente, con un suono che viene direttamente dai sixties, come se fosse una outtake di qualche oscuro soul man del periodo; Find ‘Em, Fool ‘Em And Forget ‘Em è l’unica cover del CD (un brano non molto conosciuto di George Jackson, un  grande artista nero della Fame), introdotta dal piano e da un lick di chitarra che fanno molto blaxploitation, un errebi di gran classe, suonato e cantato in maniera sopraffina.

Devil In Me è più lenta, ma il suono è sempre caldo, Anderson canta alla grande ed il feeling assume dimensioni quasi imbarazzanti (ed il ritornello è uno dei più belli del disco); la romantica All I’ll Ever Need è un delizioso country-got-soul (chi ha detto Jim Ford ed Eddie Hinton?), mentre con Quit You (scritta insieme a Chris Stapleton) è come se Sam Cooke fosse ancora tra noi (o forse è il tipo di canzone che Rod Stewart vorrebbe tornare a fare, ma proprio non ci riesce). L’intensa What A Woman Wants To Hear, guidata dalla chitarra acustica, è più sul versante cantautorale che su quello soul, ma l’esito è comunque eccellente, mentre con Lonely torniamo dalle parti di Otis, con una ballata di notevole impatto emotivo ed un ottimo tappeto sonoro di fiati ed organo. L’album si chiude con Keep The Fire Burining, rhythm’n’blues in puro stile Stax, e con la splendida Lying In Her Arms, un altro slow da pelle d’oca, cantato divinamente e con un arrangiamento geniale.

Un album per me semplicemente imperdibile: è uscito da pochi mesi e già non vedo l’ora di ascoltare il seguito.

Marco Verdi