Lo Avevo Quasi Dato Per Disperso! Kevin Welch – Dust Devil

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Kevin Welch – Dust Devil – Dead Reckoning CD

L’ultima volta che Kevin Welch aveva pubblicato un disco (A Patch Of Blue Sky, 2010), il sottoscritto non collaborava ancora a questo blog. Eppure c’era stato un momento all’inizio degli anni novanta che il musicista californiano sembrava una delle “next big things” del cantautorato americano: l’omonimo esordio Kevin Welch (1990) era già molto bello, anche se ancora decisamente country, ma il seguente Western Beat era stato per chi scrive uno dei dischi più belli del 1992, uno splendido album di puro rockin’ country a stelle e strisce, in cui Joe Ely incontrava idealmente John Prine. Life Down Here On Earth (1995) era ancora un lavoro di grande livello, ma i due seguenti, Beneath My Wheels (1999) e Millionaire (2001), pur validi, erano qualche gradino sotto; la scorsa decade Kevin l’ha poi dedicata alla collaborazione con Kieran Kane (e Fats Kaplin), due album di studio ed uno dal vivo, ed è tornato appunto nel 2010 con il già citato A Patch Of Blue Sky, un passo avanti rispetto a Millionaire.

Otto anni di silenzio assoluto, ed ora finalmente Welch ritorna tra noi con Dust Devil (uscito lo scorso Ottobre, ma piuttosto difficile da trovare), un album di puro cantautorato in cui non solo il nostro dimostra di non aver perso il tocco, ma addirittura ci consegna il suo disco migliore da Life Down Here On Earth in avanti. Persona gentile e modesta (ve lo posso confermare dato che ho avuto la fortuna di viaggiarci a fianco durante un volo Milano-Atlanta proprio nel 2010, io per lavoro e lui tornava a casa da una breve tournée italiana: cortese, disponibilissimo, zero atteggiamenti da star, perfino onorato e stupito del fatto che lo avessi riconosciuto), Kevin è uno che non ha mai voluto fare il salto quando avrebbe anche potuto, ma ha scelto di fare la sua musica con i suoi amici, nel modo più rilassato possibile, senza pressioni. E, come dicevo, in Dust Devil, di ottima musica ce n’è a iosa: otto brani originali e due cover, Welch ispiratissimo ed una backing band davvero da leccarsi i baffi, che comprende il già citato Fats Kaplin al mandolino, steel, violino e banjo, Glenn Worf al basso, Harry Stinson alla batteria, il grande Matt Rollings al piano ed organo ed il chitarrista Kenny Vaughan, leader dei Fabulous Superlatives di Marty Stuart, oltre ai backing vocals di Eliza Gilkyson e dei figli di Kevin, Dustin e Savannah Welch (quest’ultima di professione attrice e ragazza bellissima, cercate le sue foto su Google e ne converrete con me).

La cadenzata Blue Lonesome apre bene il CD, un brano suadente e caratterizzato da un insistente riff di mandolino ed un ritmo crescente, con gli strumenti che a poco a poco si inseriscono fino a dare al pezzo un suono pieno e corposo (c’è anche un sax), il tutto per sei minuti di durata. Just Because It Was A Dream è una bellissima e toccante ballata dal sapore anni sessanta, leggermente country e cantata con grande intensità da Kevin, The Girl In The Seashell è una struggente slow song pianistica dalla melodia deliziosa, suonata in punta di dita e con un languido violino che sa d’Irlanda, mentre High Heeled Shoes è la cover di un vecchissimo brano del Kingston Trio, ripreso con uno squisito arrangiamento dixieland, con tanto di clarinetto e batteria spazzolata: grande classe. Splendida Brother John, una rock song elettrica dal ritmo quasi marziale, un motivo evocativo ed emozionante ed un tappeto strumentale dominato da chitarre (ottimo l’assolo di Vaughan) e fiati; Dandelion Girl è una ballatona che Kevin canta con il consueto approccio pacato, mentre intorno a lui il gruppo cuce un vestito sonoro perfetto, con la batteria in levare e la solita bella chitarra. Anche True Morning è tenue e limpida, una country ballad dal motivo molto diretto, cantato sempre con voce espressiva ed un delizioso sapore d’altri tempi, mentre Sweet Allis Chalmers è la rilettura di un pezzo dei Country Gazette, musicalmente spoglia ma dall’indubbio pathos, con il piano di Rollings che guida la melodia. Siamo quasi alla fine, il tempo per l’avvolgente A Flower, intenso talkin’ di stampo western, e per la folkeggiante title track (con un bell’intervento di corno francese, molto The Band), che chiude positivamente un disco pieno di belle canzoni.

Kevin Welch è finalmente tornato tra noi, e Dust Devil merita ampiamente lo sforzo per accaparrarselo.

Marco Verdi

Ma Anderson East Ha Un Fratello Gemello? Sam Lewis – Loversity

sam lewis loversity

Sam Lewis – Loversity – Sam Lewis CD

Sam Lewis è l’esempio vivente di come si possa vivere a Nashville e nello stesso tempo fare una musica non direttamente influenzata dall’ambiente che ti circonda. Spostatosi nel 2009 da Knoxville alla Music City del Tennessee in cerca di maggiori opportunità, Lewis ha inciso due album (più uno pre-Nashville, oggi introvabile), dei quali Waiting On You del 2015 si è fatto notare da più parti per la solidità del songwriting e per la sua miscela di influenze, che andavano dal country al soul. Ora esce il suo nuovo lavoro (in effetti è uscito maggio), dal titolo di Loversity, e Sam lascia da parte qualsiasi elemento di matrice roots e country, per proporci una stimolante miscela di soul ed errebi, con reminiscenze dei classici del genere, una serie di canzoni scritte benissimo e suonate ancora meglio da un manipolo di nashvilliani doc (Kenny Vaughan e Dan Cohen alle chitarre, Matt Coker  al piano ed organo, JT Cure al basso, Derek Mixon alla batteria, più una piccola sezione fiati), con la produzione di Brandon Bell.

Ed il disco è una vera sorpresa, uno scintillante album di vero blue-eyed soul, con Sam che dimostra di avere una bella voce “nera” ed un senso della melodia non comune: il genere è molto vicino a quello di Anderson East, e se Delilah è comunque di un livello superiore, Loversity non vale certo meno di Encore. Che Nashville sia solo la città dove il nostro risiede lo capiamo già da When Come The Morning, un limpido e gradevole esempio di puro white soul: bella voce, accompagnamento caldo a base di chitarre, piano elettrico e organo ed un’ottima melodia. Con Natural Disaster (una delle due cover del CD, è di Loudon Wainwright) il disco cambia leggermente registro, in quanto ci troviamo di fronte ad una vibrante rock song elettrica, dal bellissimo e prolungato intro di chitarra elettrica alla Neil Young, ma quando Sam inizia a cantare ci si sposta ancora verso il soul, merito anche della sua voce annerita (ma le chitarre continuano a ricamare sullo sfondo).

Great Ideas, introdotta da una bella slide, è uno splendido e solare errebi, davvero sorprendente in quanto sembra Johnny Rivers che canta un brano di Dan Penn: da godere dalla prima all’ultima nota; la title track è un altro pezzo a metà tra rock e soul, colorato da una sezione fiati, un coro femminile che dona un tocco gospel ed ancora un ottimo lavoro chitarristico, bellissima anche questa (sembra uscita da un vinile targato Atlantic dei primi anni settanta).Do It ha un leggero sapore funky, che la rende godibile ed immediata, ma Accidental Harmony (un brano del songwriter John Mann) è strepitosa, e non ho paura di venire deriso se dico che per un attimo mi è sembrato di sentire un inedito del grande Sam Cooke, con un motivo splendido e cantato magnificamente; deliziosa pure Talk About It, perfetta soul song dalla melodia diretta, suonata con grande classe.

Everything’s Going To Be Different mantiene lo stesso stile con un approccio più laidback, e gli strumenti ricamano con bravura dando un sapore squisitamente vintage. Some People è uno slow pieno d’anima, caldo ed intenso (sembra uscita dai FAME Studios), The Only One ha elementi blues al suo interno ed ottime parti di chitarra, Everything (Isn’t Everything) è fluida, distesa, e sembra provenire ancora dal passato. Il CD, un’ora di durata, volge al termine, ma c’è ancora tempo per One And The Same, puro soul, neanche tanto blue-eyed, la sensuale Living Easy, ennesimo pezzo dalla linea melodica deliziosa, per finire con la lunga (sette minuti) Little Too Much, altra canzone che mostra una classe sopraffina https://www.youtube.com/watch?v=WOqPRu3Hxr4 , e che conclude al meglio un disco splendido e stupefacente.

Marco Verdi

Probabilmente Il Suo “Capolavoro”! Marty Stuart – Way Out West

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Marty Stuart & His Fabulous Superlatives – Way Out West – Superlatone CD

La carriera di Marty Stuart è sempre stata legata a doppio filo a quella di Johnny Cash, a partire dai primi anni ottanta nei quali era il chitarrista della backing band dell’Uomo in Nero (e sposò pure una delle sue figlie, Cindy, anche se i due divorziarono dopo soli cinque anni). Poi Marty lasciò questo incarico, che comunque era servito ad insegnargli più di un segreto del mestiere, per intraprendere una remunerativa carriera solista all’insegna di un country molto energico, sulla falsariga di gente come Dwight Yoakam e Travis Tritt (con il quale incise più di un duetto). Poi, all’inizio del nuovo secolo (e dopo aver dato alle stampe il bellissimo concept The Pilgrim nel 1999), Marty fondò i Fabulous Superlatives, una band formidabile in grado di suonare qualsiasi cosa (formata da Kenny Vaughan alla chitarra, Chris Scruggs al basso e Harry Stinson alla batteria), ed iniziò a pubblicare una serie di dischi nei quali recuperava mirabilmente il vero suono country delle origini, opportunamente rivitalizzato dal suono tosto del suo nuovo gruppo, veri e propri dischi a tema che si rifacevano direttamente ai lavori che Cash sfornava negli anni sessanta, tra brani originali e qualche cover. Ecco quindi CD che parlavano degli indiani d’America (Badlands), altri costruiti intorno alla figura quasi mitologica del treno (Ghost Train), oppure album di puro country-gospel (Souls Chapel), tutte tematiche affrontate a suo tempo anche dal suo ex suocero.

Mancava forse un disco che affrontava il tema del vecchio west, mancanza oggi riparata con questo nuovissimo Way Out West, altro concept che, tra brani strumentali e cantati (quasi tutti originali, ci sono solo due cover e neppure così scontate), ci consegna un Marty Stuart in forma più che smagliante, che forse mette a punto il suo disco più bello ed intenso, grazie anche ad importanti novità dal punto di vista del suono. Infatti Way Out West non è solo un lavoro di country & western, ma per la prima volta Marty ed i suoi si cimentano anche con sonorità decisamente più rock, traendo ispirazione dal suono della California dei primi anni settanta (ed anche la copertina sembra quella di un album di quel periodo), tra Byrds, Flying Burrito Brothers e persino un tocco di psichedelia in puro stile Laurel Canyon. Il merito va senz’altro alla scelta vincente di avvalersi di Mike Campbell, chitarrista degli Heartbreakers di Tom Petty, come produttore e musicista aggiunto, il quale ha portato la sua esperienza di rocker all’interno del disco, fondendola in maniera splendida con le atmosfere decisamente western e desertiche create da Marty, e dando vita ad un album bello, stimolante e creativo, e che forse apre una nuova porta nella carriera di Stuart. Il CD si apre con un breve strumentale intitolato Desert Prayer, molto evocativo e con un canto indiano in sottofondo, che sfocia nella strepitosa Mojave, un western tune ancora strumentale, con echi di Ennio Morricone e Hank Marvin, chitarre a manetta e sezione ritmica subito in tiro.

Lost On The Desert è un vecchio brano poco conosciuto di Cash (ma non l’ha scritta lui), un valzerone classico ma suonato con piglio da rock band (si sente lo zampino di Campbell), davvero godibile, mentre Way Out West è il brano centrale del CD, e non solo perché gli dà il titolo (è anche il più lungo): inizio rarefatto, quasi alla Grateful Dead, poi entra la voce di Marty che un po’ parla e un po’ canta, mentre le chitarre ricamano di fino sullo sfondo, un pezzo country nelle tematiche ma decisamente rock nella struttura musicale. El Fantasma Del Toro è un altro strumentale guidato da una bella steel e da una chitarra flamenco, un tipo di brano che mi aspetterei di ascoltare in un western diretto da Quentin Tarantino; la delicata Old Mexico vede il ritorno di atmosfere country più canoniche, ed anche qui si nota che Marty è uno dei fuoriclasse del genere, un brano ancora figlio di Cash ma con l’imprimatur di Stuart, mentre Time Don’t Wait è uno scintillante folk-rock che ha il suono di Tom Petty: in questo disco Marty osa decisamente di più, e con risultati egregi.

Quicksand, ancora senza testo, ha un’andatura marziale e le solite grandi chitarre, Air Mail Special è la seconda cover, ed è il classico brano che non ti aspetti: infatti si tratta di un vecchio standard jazz (scritto da Benny Goodman e reso popolare da Ella Fitzgerald), ma il nostro lo trasforma in uno scatenato rockabilly, suonato alla velocità della luce. Torpedo, ennesimo strumentale, è ancora tra rock e surf music, eseguito al solito magistralmente, Please Don’t Say Goodbye è ancora decisamente bella, con la sua atmosfera d’altri tempi (quasi alla Chris Isaak) ed un quartetto d’archi che dona ulteriore spessore, mentre Whole Lotta Highway è un altro limpido folk-rock, orecchiabile, diretto e vibrante. Il CD si chiude con una ripresa vocale a cappella di Desert Prayer, con la fluida Wait For The Morning, ancora con echi di Tom Petty (ma stavolta quello più balladeer), ed una fantastica coda strumentale che riprende splendidamente il tema di Way Out West, il tutto affrontato con il solito approccio molto cinematografico.

Che Marty Stuart fosse sinonimo di qualità lo sapevo da tempo, ma che avesse nelle sue corde un disco di questo livello sinceramente no: imperdibile.

Marco Verdi