Ottima Moderna Country Music Con Uno Sguardo Al Passato Per Un Esordio Fulminante! Logan Ledger – Logan Ledger

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Logan Ledger – Logan Ledger – Rounder/Concord CD

Era da parecchio tempo, forse addirittura da qualche anno, che non mi capitava tra le mani un disco prodotto da T-Bone Burnett, uno che specialmente tra gli anni novanta e la prima decade dei duemila era senza dubbio il produttore più richiesto a livello internazionale. Anzi, pare che Burnett avesse intenzione di ritirarsi a vita privata, ma che abbia “dovuto” rimandare tale proposito quando ha avuto per le mani i demo di alcune canzoni scritte ed eseguite da un certo Logan Ledger, un illustre sconosciuto originario di San Francisco ma residente a Nashville: la reazione di T-Bone all’ascolto di quel nastro è stata tale da convincerlo a contattare Ledger per produrgli il disco d’esordio. Tra l’altro non è che Burnett si sia risparmiato nella scelta dei musicisti, in quanto ha portato in studio con sé il grande chitarrista Marc Ribot (a lungo con Tom Waits), il bassista Dennis Crouch, il batterista Jay Bellerose, il tastierista Keefus Ciancia e l’illustre steel guitarist Russ Pahl (ovvero, a parte Ciancia e Pahl, la stessa band che incise il capolavoro di Robert Plant ed Alison Krauss Raising Sand): ma non ci si deve stupire di tanta magniloquenza, in quanto Burnett è uno che il talento lo riconosce dopo poche note, e nel caso di Ledger di talento ce n’è in abbondanza.

Logan infatti non è un countryman qualsiasi, ma uno che sa scrivere canzoni di qualità eccelsa in puro stile country classico, bilanciando il tutto con una miscela sonora di antico e moderno: il gruppo che lo accompagna fornisce infatti un background quasi rock, che viene però stemperato dalla languida steel di Pahl e soprattutto dalla bellissima e profonda voce del leader, che a seconda dei momenti richiama gente come Elvis Presley, Roy Orbison, Chris Isaak e Raul Malo. Logan Ledger è quindi un disco di country al 100%, ma con una band come quella che c’è alle spalle del nostro il livello sale di botto, per non parlare del fatto di avere uno come Burnett in consolle e, soprattutto, l’avere portato in dote una manciata di brani di livello notevole. L’iniziale Let The Mermaids Flirt With Me comincia per sola voce e chitarra in tono confidenziale, poi entra la band ma con passo discreto e vellutato, per uno slow dal chiaro sapore anni cinquanta/sessanta in cui spicca la splendida steel di Pahl ed un raffinato assolo “ricamato” da Ribot. Starlight è un saltellante honky-tonk elettrico dalla strumentazione moderna e rockeggiante, che contrasta apertamente con la voce d’altri tempi di Logan, un connubio quasi irresistibile per la prima grande canzone del CD: il paragone coi Mavericks è il primo a venirmi in mente.

Invisible Blue è una ballata dai toni crepuscolari ma nello stesso tempo ariosa e distesa, di nuovo con la voce suadente e melodiosa di Ledger a dominare (tracce di Orbison) ed il solito tappeto sonoro di tutto rispetto; l’elettrica e coinvolgente I Don’t Dream Anymore presenta echi di country cosmico/psichedelico anni sessanta, con una prestazione vocale perfetta ed accompagnamento potente e decisamente ispirato dal suono della Bay Area, mentre Nobody Knows è un lento intenso e drammatico, eseguito con grandissimo pathos e, devo ripetermi, cantato in maniera sublime. (I’m Gonna Get Over This) Some Day, scritta da Burnett, è una deliziosa e solare country tune dal motivo immediato, suonata sempre con approccio da rock band, Electric Fantasy è più moderna sia nella parte vocale che in quella strumentale, con ottimi interventi chitarristici di Ribot che sanno di surf music e che rendono il pezzo ancora più bello e trascinante, Tell Me A Lie, scritto da Ledger insieme a John Paul White (ex Civil Wars), è invece un altro slow romantico ed elegante, di nuovo simile allo stile di Malo e soci.

Skip A Rope, altra pura e squisita country song dai connotati western, precede uno degli highlights del CD, e cioè la bellissima The Lights Of San Francisco (alla cui stesura Logan ha collaborato con Steve Earle), una country ballad di livello assoluto e suonata splendidamente, un brano che spiccherebbe con qualsiasi tipo di arrangiamento; chiusura con Imagining Raindrops, ancora un notevole honky-tonk di stampo classico, che rimanda alle pagine migliori del repertorio di George Jones e Merle Haggard. Logan Ledger dimostra quindi con questo suo debutto omonimo come fare in 44 minuti un perfetto album di country moderno ma con un occhio al passato, seppur con un “piccolo” aiuto da parte di un grande produttore e di un gruppo di musicisti formidabili.

Marco Verdi

La “Cura Auerbach” Ha Rivitalizzato Anche Lui. John Anderson – Years

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John Anderson – Years – Easy Eye Sound/BMG Rights Management CD

Vi ricordate di quando, a cavallo tra gli anni ottanta e novanta, Jeff Lynne era il produttore più ambito dalla crema del rock mondiale? O quando pochi anni dopo lo stesso ruolo passò a T-Bone Burnett? Ebbene, a quanto pare oggi il più richiesto dietro alla consolle (diciamo al 50% con Dave Cobb) è Dan Auerbach, leader dei Black Keys che negli ultimi anni ha affiancato alla carriera di musicista e songwriter quella appunto di produttore nonché di talent scout, grazie ad un orecchio non comune e ad una innata capacità di dare il suono giusto ad ognuno dei suoi “clienti”. Non abbiamo ancora quasi finito di assimilare l’ottimo debutto solista di Marcus King El Dorado, che Auerbach è già un passo avanti, ma questa volta si è occupato di rilanciare la carriera di un veterano: John Anderson, countryman della Florida non molto conosciuto da noi ma che in America è una piccola leggenda dato che è in attività da più di quaranta anni. Quando si elencano i grandi del country, il nome di Anderson viene spesso dimenticato, ma stiamo parlando di uno che dal 1977 ad oggi ha avuto diversi album e singoli ai primi posti della classifica, con titoli come Wild And Blue, Swingin’, Seminole Wind, Straight Tequila Night e Black Sheep (per chi non lo conosce consiglio la splendida antologia doppia uscita l’anno scorso, 40 Years And Still Swingin’, in cui il nostro ha anche reinciso ex novo alcuni vecchi successi).

Nelle ultime due decadi la sua produzione si è un po’ diradata (e di conseguenza sono calate le vendite), ma questo nuovo Years si conferma già dal primo ascolto come il suo lavoro migliore dai tempi di Seminole Wind. Auerbach ha fatto un lavoro splendido, producendo l’album nei suoi Easy Eye Sound Studios insieme al consueto partner David Ferguson, collaborando alla scrittura dei brani e mettendo a disposizione di Anderson il solito gruppo di “Nashville Cats” dal pedigree eccezionale (Stuart Duncan, Gene Chrisman, Bobby Wood, Ronnie McCoury, Dave Roe, Charlie McCoy, Russ Pahl e Mike Rojas), ma il resto è tutta farina del sacco di John, che forse stimolato dalla creatività di Dan ha scritto le sue migliori canzoni da diverso tempo a questa parte: Puro country classico, suonato e cantato in maniera impeccabile (Anderson ha ancora una grande voce), un album che alterna ballate a brani più mossi ma con tutti i nomi coinvolti al top della forma: il CD dura appena 32 minuti, ma è una mezz’ora pressoché perfetta. Si parte con I’m Still Hangin’ On (sono ancora in giro, una vera dichiarazione di intenti), una ballata fluida e suadente con strumentazione ariosa e mood rilassato: la voce è bellissima ed il background strumentale è vigoroso (c’è tutto ciò che serve: banjo, mandolino, violino, dobro, steel, ecc.), con i soliti agganci tipici di Auerbach al suono dei seventies.

Celebrate è distesa e ha di nuovo il sapore dei bei tempi andati, con un leggero arrangiamento orchestrale degno di Glen Campbell (uno che sta ricevendo più attestati di stima ora che non c’è più di quando era ancora tra noi) e la voce del nostro che accarezza il brano con classe; un piano wurlitzer introduce la title track, una splendida ballata dall’incedere maestoso ed un crescendo strumentale emozionante, che culmina con un ottimo assolo di chitarra elettrica: grande canzone, può diventare un nuovo classico di John. Tuesday I’ll Be Gone vede Anderson dividere il microfono con Blake Shelton per un country-rock terso, limpido e decisamente coinvolgente, un brano che richiama le atmosfere di Seminole Wind con in evidenza una splendida chitarra “harrisoniana”, mentre What’s A Man Got To Do (che vede tra gli autori Dee White, altro protegé di Auerbach) è una country song robusta quasi alla maniera texana, con un ottimo lavoro di chitarra acustica, steel e mandolino ed un’altra melodia di impatto immediato.

Decisamente bella anche Wild And Free, un honky-tonk elettrico dal motivo irresistibile, accompagnamento delizioso ed un refrain corale tra i più belli ed evocativi del CD (e Tyler Childers ospite ai cori). Slow Down è una ballatona romantica sfiorata dalla steel ed eseguita con classe ed eleganza ma senza risultare sdolcinata, All We’re Really Looking For una squisita country tune dal sapore western, tempo spedito ed ennesimo motivo accattivante così come Chasing Down A Dream, gustosissimo country-rock elettrico suonato con notevole forza. Il CD si chiude con You’re Nearly Nothing, toccante slow song di quelle che il nostro scrive ad occhi chiusi, con la strumentazione che si arricchisce man mano che il brano procede.

Bentornato John Anderson: Years sarà senza dubbio uno dei dischi country del 2020.

Marco Verdi

Meno “Cattivo” Del Solito, Ma Sempre Validissimo! Marcus King – El Dorado

marcus king el dorado

Marcus King – El Dorado – Fantasy/Universal CD

(*NDM: in questa lunga fase di quarantena forzata si è pensato in accordo con Bruno di recuperare anche qualche titolo recente ma la cui pubblicazione risale comunque a qualche mese fa, rimasto magari in arretrato come a volte succede. Oggi è la volta del giovane musicista del South Carolina, e fra pochi giorni toccherà al tributo femminile a Tom Waits).

Dan Auerbach è ormai diventato, insieme a Dave Cobb, uno dei migliori e più richiesti produttori sulla piazza, sia che incida in prima persona con la band che gli ha dato la notorieità, i Black Keys, che come solista (Waiting On A Song è stato per il sottoscritto uno dei più begli album del 2017), sia che si occupi di patrocinare i lavori di giovani artisti (Yola, Dee White, Early James) ed altri non proprio di primo pelo (Robert Finlay, Leo Bud Welch, Jimmy “Duck” Holmes). Una delle ultime produzioni di Auerbach riguarda un musicista che, seppur ventiquattrenne da pochi giorni, è già un artista affermato: sto parlando di Marcus King, enfant prodige della chitarra (e non solo), che a capo della Marcus King Band si è ritagliato un posto al sole nell’ambito della musica rock-blues di matrice southern con tre album di ottimo livello ed in particolare con gli ultimi due, The Marcus King Band e Carolina Confessions.

El Dorado segna il debutto di Marcus come solista, e mi preme avvertire da subito gli estimatori del nostro e del rock-blues in generale che potrebbero rimanere spiazzati dall’ascolto del disco, in quanto il genere che ha reso King popolare è sì presente ma in misura decisamente minore (ed anche la sua chitarra ruggisce di meno), in quanto Auerbach ha provato a fare del lungocrinito musicista un artista a 360 gradi, più autore e cantante che chitarrista, e secondo me con risultati egregi. Sì perché El Dorado a mio parere è un lavoro decisamente bello, con Marcus che si cimenta con successo in una serie di stili che rendono l’album piacevolmente eclettico: al rock-blues, che comunque è presente, si sono infatti aggiunte corpose dosi di soul, rhythm’n’blues, gospel, oltre a qualche momento di rock più “convenzionale” e perfino un pizzico di country. Gran merito va sicuramente ad Auerbach, che ha scritto tutti i brani in coppia con Marcus e gli ha dato il suo classico suono che rimanda agli anni settanta, ma King ha contribuito in maniera decisiva con una vena molto ispirata e soprattutto con la sua strepitosa voce “nera”, adatta a qualsiasi tipo di musica ma particolarmente idonea a sostenere brani a carattere più soul. Un mix di stili dunque molto accattivante, che non va ad intaccare l’unitarietà di un disco che secondo me fa salire King di un paio di gradini, in quanto ce lo presenta come musicista a tutto tondo e non solo come promettente chitarrista (e comunque la sua sei corde qua e là si sente eccome).

L’album è stato registrato a Nashville negli Easy Eye Sound Studios di proprietà di Auerbach, il quale gli ha messo a disposizione la consueta gang di sessionmen fuoriclasse e dal pedigree eccezionale: Gene Chrisman, Russ Pahl, Dave Roe, Bobby Wood, Mike Rojas e Paul Franklin (per citare i nomi più noti), gente che ha suonato, tanto per fare qualche nome “da poco”, con Elvis Presley, Aretha Franklin, Duane Eddy, Johnny Cash, Solomon Burke e Roy Orbison. Young Man’s Dream è il classico inizio che non ti aspetti, una delicata ballata acustica sfiorata dal country, con un motivo molto rilassato ed una strumentazione parca e suonata in punta di dita, fino al secondo minuto quando entra per un attimo il resto della band e possiamo ascoltare il tipico “big sound” delle produzioni di Auerbach. Con The Well andiamo in territori abituali per Marcus, un rock-blues elettrico dal riff aggressivo e grintoso, un pezzo che potrebbe benissimo appartenere anche al repertorio dei Black Keys (che hanno sempre avuto parecchio blues nel dna), con un paio di assoli brevi ma efficaci che ci mostrano che il nostro non ha perso il tocco; Wildflowers & Wine porta il disco ancora più a sud, per una deliziosa ballata southern soul dal suono caldo e cantata alla grandissima da King, con l’aggiunta di un bel coro femminile dal sapore gospel: sembra quasi una outtake di Anderson East.

One Day She’s Here è uno scintillante errebi dai toni pop, un brano decisamente “morbido” se si pensa ai trascorsi di Marcus, ma eseguito a regola d’arte e con un’aria da Blaxploitation anni settanta (e la voce è perfetta), un pezzo che differisce dalla seguente e squisita Sweet Mariona, che è un po’ come se Sam Cooke non fosse stato ammazzato in quella tragica notte del 1964 e ad un certo punto avesse inciso un disco country (splendida la steel di Franklin): una delizia. Un piano elettrico introduce la lenta Beautiful Stranger, altra bellissima canzone tra soul, country e gospel, distante dalla Marcus King Band ma di livello sublime e con un feeling formato famiglia; con Break siamo sempre in territori “black” anche se qui lo stile è più pop ma senza cadute di gusto, anzi il tutto è trattato con i guanti bianchi e classe sopraffina, mentre Say You Will porta un po’ di pepe nel disco, in quanto siamo di fronte ad una rock song potente, chitarristica e tagliente, genere Rory Gallagher meno blues, con assolo finale torcibudella da parte del leader.

Anche Turn It Up ha un gran bel tiro, un rock’n’roll ancora dall’anima nera, un ritmo trascinante e lo spirito sudista del nostro che esce ad ogni nota, e restiamo al sud anche per la coinvolgente Too Much Whiskey, una splendida country song in puro stile outlaw, che sembra quasi un omaggio a Willie Nelson ed alla sua Whiskey River (la melodia è molto simile, e poi le parole “whiskey river” sono citate espressamente nel testo e c’è pure un’armonica alla Mickey Raphael). Finale con la limpida Love Song, altra soul ballad raffinata, elegante e suonata in souplesse (e che voce), e con No Pain, uno slow lucido ed intenso con organo, steel, chitarra elettrica ed archi che creano un suono unico, quasi un riepilogo dei vari stili incontrati nel corso del CD. Ottimo lavoro quindi questo El Dorado, un album che cresce ascolto dopo ascolto e che testimonia la crescita costante di Marcus King come musicista completo e versatile.

Marco Verdi

Che Cosa Fa Un Hippy A Nashville? Un Grande Disco! Jonathan Wilson – Dixie Blur

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Jonathan Wilson – Dixie Blur – Bella Union CD

Il secondo album di Jonathan Wilson, Fanfare https://discoclub.myblog.it/2013/12/14/recuperi-fine-anno-parte-4-jonathan-wilson-fanfare/  (seguito del positivo esordio Gentle Spirit https://discoclub.myblog.it/2011/08/08/un-jonathan-tira-l-altro-da-laurel-canyon-e-dintorni-jonatha/ ), era stato per il sottoscritto il disco dell’anno 2013, un lavoro tra i più perfetti da me ascoltati nell’ultima decade, risultato di una miscela strepitosa di rock, folk, psichedelia e Laurel Canyon Sound: se i dischi potessero avere figli, il padre di Fanfare poteva senz’altro essere il mitico esordio solista di David Crosby If I Could Only Remember My Name. Jonathan era tornato tra noi nel 2018 con Rare Birds, un album spiazzante che sembrava invece ispirarsi alle sonorità techno-pop degli anni ottanta, anche se qualche traccia del Wilson che conoscevamo era rimasta: va bene l’idea di cambiare suono (il terzo disco di solito è il più difficile per un artista), ma le scelte di Jonathan mi avevano abbastanza deluso, anche se in questo blog la si pensava diversamente https://discoclub.myblog.it/2018/04/26/il-gabbiano-jonathan-vola-sempre-alto-jonathan-wilson-rare-birds/ .

La curiosità su ciò che avrebbe fatto Wilson dopo Rare Birds era tanta, e sinceramente non mi aspettavo di trovarmi tra le mani un suo nuovo lavoro dopo solo due anni; Jonathan ha seguito il consiglio dell’amico Pat Sansone (membro dei Wilco) di andare a registrare le sue nuove canzoni a Nashville, insieme ad una crew di professionisti di gran nome (Russ Pahl, Mark O’Connor, Kenny Vaughan, Dennis Crouch, Drew Erickson, oltre allo stesso Sansone che ha prodotto le sessions): il risultato è Dixie Blur, un lavoro splendido che ci fa ritrovare il Wilson di Fanfare, con una serie di composizioni di prima qualità valorizzate da un suono spettacolare e da una serie di soluzioni strumentali da applausi. Dixie Blur inizia in pratica da dove Fanfare finiva, ma se là il suono ricordava appunto il rock “cosmico” californiano dei primi anni settanta, qua l’ispirazione trae spunto sempre dall’interno del Golden State ma più indirizzata verso un sound country-rock che all’epoca potevamo ascoltare nei dischi dei Byrds di fine carriera, dei Flying Burrito Brothers e dei New Riders Of The Purple Sage. Registrato nello Studio A del mitico Sound Emporium (che era di proprietà di Cowboy Jack Clement), Dixie Blur non è però un album country, anche se il country è presente in dosi massicce, ma piuttosto un lavoro di American Music a 360 gradi che mescola alla grande la visione cosmica da moderno hippy che ha Wilson della musica ed un background sonoro di altissimo livello suonato da alcuni tra i migliori sessionmen di Nashville, e che alla fine risulta ancora più immediato e fruibile di Fanfare.

Just For Love (unica cover presente, un pezzo di Dino Valenti title track del quarto album dei Quicksilver Messenger Service) inizia più o meno nel mood del disco del 2013, con sonorità raffinate ed eteree grazie anche all’uso del flauto come strumento solista ed un motivo di fondo rilassato ed affascinante: pochi minuti e Rare Birds è già un ricordo. 69 Corvette ha una intro strumentale molto evocativa a base di chitarra acustica, piano e steel, e Jonathan canta quasi sussurrando una melodia profonda e toccante, subito doppiato dallo splendido violino di O’Connor: canzone malinconica ma bellissima, con pathos a mille. Anche New Home è una ballata dal passo lento, con Wilson avvolto da un suono crepuscolare dominato da piano, mellotron e la magnifica steel di Pahl, ma sul finale inizia un crescendo sonoro splendido e di grande impatto emotivo. So Alive velocizza il ritmo e ci porta in territori country & western, ancora con il violino protagonista e con il nostro che intona un motivo decisamente intrigante circondato da sonorità molto roots; anche meglio In Heaven Making Love, una sorta di bluegrass elettrico dal ritmo vertiginoso e ricco di swing, con una melodia irresistibile che rimanda agli anni cinquanta: il CD sta mutando suono a poco a poco, quasi come se Wilson si avvicinasse prograssivamente dal Laurel Canyon a Nashville.

Un pianoforte struggente introduce la lenta Oh Girl, altra ballata dallo sviluppo splendido, un accompagnamento avvolgente ed un leggero gusto pop; Pirate è ancora uno slow, ma non ci si annoia per niente in quanto la strumentazione aggiunge sempre quel quid in più a canzoni già belle di loro: qui per esempio abbiamo una delle melodie più belle di tutto il CD. Enemies è un brano arioso, quasi maestoso e dall’arrangiamento “spectoriano”, caratterizzato da un refrain vocale di impatto notevole, Fun For The Masses è invece una ballatona intensa con piano e steel ancora in primo piano ed un suono che sembra provenire da un qualsiasi album californiano del triennio 1970-72, mentre Platform ha un’introduzione chitarristica che ricorda Everybody’s Talkin’, ma il resto è puro Wilson, stile “cantautore al crepuscolo” con tracce di Gram Parsons. Riding The Blinds è l’ennesima ballata toccante e bellissima, con la band che offre un accompagnamento perfetto ed una tensione emotiva molto alta, e con uno spettacolare cambio di tempo nella seconda parte quando il pezzo si trasforma in uno strepitoso country-rock per poi chiudersi come era iniziato: grande canzone. Finale con El Camino Real, puro e travolgente bluegrass elettroacustico con O’Connor formidabile (tra le più dirette del CD), la languida e soave country ballad a tempo di valzer Golden Apples e la sontuosa Korean Tea, sostenuta dal piano e da una bella chitarra spagnoleggiante.

Non so se Dixie Blur bisserà l’exploit di Fanfare nella mia personale classifica di fine anno, ma di sicuro sarà difficile per me lasciarlo fuori dalla top ten.

Marco Verdi

Anche Meglio Dell’Album Precedente! Tyler Childers – Country Squire

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Tyler Childers – Country Squire – RCA/Sony CD

Tyler Childers, giovane musicista originario del Kentucky, è uno dei più fulgidi talenti venuti fuori negli ultimi anni in ambito Americana. Indicato da Colter Wall come suo artista preferito, Tyler (che aveva alle spalle un poco fortunato album d’esordio uscito nel 2011, Bottles And Bibles) aveva risposto agli elogi pubblicando l’ottimo Purgatory, validissimo lavoro di moderno country d’autore https://discoclub.myblog.it/2017/09/04/eccone-un-altro-bravo-questa-volta-dal-kentucky-e-lo-manda-sturgill-simpson-tyler-childers-purgatory/  prodotto da Sturgill Simpson (*NDB Anche se l’ultimo album di Simpson, di cui leggerete prossimamente, è secondo me uno dei dischi più brutti degli ultimi anni, uomo avvisato!)  e David Ferguson, un disco che aveva fatto notare il nostro in giro per l’America facendolo entrare anche nella Top 20 country. E siccome squadra vincente non si cambia, Tyler ha ora bissato quel disco con Country Squire, album nel quale il ragazzo si fa ancora aiutare da Simpson e Ferguson e che mentre scrivo queste righe è già arrivato al numero uno della classifica country ed al dodicesimo posto della hit parade generale di Billboard.

Childers però non ha cambiato una virgola del suo suono per entrare in classifica, ma ha proseguito il discorso intrapreso con Purgatory (copertina orrenda compresa, forse bisognerebbe consigliargli un buon grafico): musica al 100% country, con elementi rock, folk e bluegrass nel suono ed una facilità incredibile nello scrivere canzoni belle ed orecchiabili ma non banali. Ed a mio parere Country Squire è ancora meglio del già positivo Purgatory, con il suo country moderno ma con più di un occhio al passato: merito innanzitutto della bellezza delle canzoni, ma anche del lavoro in consolle dei due produttori che hanno messo a disposizione una serie di musicisti dal pedigree notevole, gente del calibro di Stuart Duncan al violino e mandolino, Russ Pahl alle chitarre e steel, David Roe al basso e Bobby Wood alle tastiere. Nove canzoni per 35 minuti di musica e non un secondo da buttare (anzi, non mi sarei di certo offeso con una decina di minuti in più). L’inizio del CD, ad opera della title track, è splendido: una limpida e spedita country song di stampo classico e con un motivo di presa immediata, voce adeguata ed un antico sapore di Bakersfield Sound, con apprezzabili interventi di violino, piano e steel.

Bus Route, pur rimanendo in ambito country, è più attendista e presenta cromosomi sudisti: strumentazione acustica e gran lavoro di violino; Creeker è una delicata ballata quasi texana nel suo incedere, dallo sviluppo fluido ed una linea melodica intrigante, mentre Gemini è una deliziosa e saltellante country tune che ha il sapore antico dei brani di Hank Williams, anche se l’arrangiamento è attuale e non manca la chitarra elettrica. Con House Fire siamo in ambito bluegrass, un brano suonato con perizia degna di consumati pickers ed un alone tradizionale, anche se dopo poco più di un minuto la canzone si elettrifica spostandosi decisamente al Sud; Ever Lovin’ Hand è puro country d’altri tempi, ancora con elementi californiani nel suono (la vedrei bene rifatta da Dwight Yoakam), Peace Of Mind riporta invece il disco in Texas, per una sorta di valzerone davvero godibile e ben eseguito. L’album si chiude con All Your’n, bellissima ballad pianistica in puro stile country-got-soul, dal suono caldo e con un motivo ad ampio respiro (tra le più belle del CD), e con Matthew, slow song acustica con ottimi intrecci sonori tra chitarre, mandolino, violino e banjo.

Con Country Squire non solo Tyler Childers ha migliorato la sua proposta musicale, ma da artista promettente si è trasformato in nome su cui contare quasi a scatola chiusa.

Marco Verdi

La Bella Favola Musicale Continua! Doug Seegers – A Story I Got To Tell

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Doug Seegers – A Story I Got To Tell – BMG CD

Se siete abituali frequentatori di questo blog forse vi ricorderete della vera e propria favola che vede protagonista Doug Seegers, country singer-songwriter. Ve la riassumo comunque in breve: Seegers era un musicista dotato di talento ma di scarsa fortuna che si esibiva per le strade di Nashville, proprio come un busker, fino a quando fu notato nel 2014 (pare su sollecitazione di un venditore ambulante di hot-dog) da Jill Johnson, stella svedese della musica country e della TV popolarissima in madrepatria, intenta a girare un documentario di sei puntate sulla Music City del Tennessee. Jill e la sua troupe rimasero folgorati da Doug, al punto che gli fecero incidere un album con le sue canzoni, Going Down To The River, al quale parteciparono anche Emmylou Harris e Buddy Miller. Il resto è storia: il disco andò al numero uno in Svezia, e Seegers diventò in poco tempo una superstar nel paese scandinavo (merito anche di un secondo album, In Tandem, inciso con la Johnson), ed anche negli Stati Uniti cominciarono ad accorgersi di lui.

Altri due ottimi lavori ricevuti molto positivamente dalla critica, Walking On The Edge Of The World https://discoclub.myblog.it/2016/11/20/dalle-strade-nashville-agli-studi-capitol-il-passo-breve-doug-seegers-walking-on-the-edge-of-the-world/  e l’omaggio al suo idolo assoluto Sings Hank Williams https://discoclub.myblog.it/2017/10/31/due-ottimi-lavori-nel-segno-del-padre-della-musica-country-doug-seegers-sings-hank-williamswillie-nelson-willies-stash-vol-2-willie-the-boys/ , ed ecco che Doug alla tenera età di 67 anni è pronto a fare il grande salto anche in America. E l’album che potrebbe dargli la meritata popolarità interna è sicuramente il nuovo A Story I Got To Tell, un disco davvero splendido nel quale Seegers ci delizia con undici canzoni di perfetto country d’autore, con la produzione nientemeno che nelle mani di Joe Henry. Proprio la presenza di Henry, uno che si muove solo per prodotti di qualità, vi può far capire lo status raggiunto dal nostro: nonostante le sonorità country non siano proprio il suo pane quotidiano, il buon Joe ha accettato di buon grado di mettersi al servizio di Doug, mettendogli a disposizione un gruppo di strumentisti coi baffi (Martin Bjorklund alle chitarre, Tyler Chester alle tastiere, Russ Pahl alla steel, David Pilch al basso e Jay Bellerose alla batteria, più una sezione fiati in un paio di pezzi con la presenza del figlio Levon Henry al sax) e cucendogli addosso un suono perfetto.

Dal canto suo Seegers ha risposto con le sue migliori canzoni di sempre, ed è per questo che A Story I Got To Tell è per il sottoscritto uno dei più bei dischi del 2019, e non solo in ambito country. White Line (una delle due cover del CD, è di Willie P. Bennett) parte lenta e meditata, voce e chitarra, poi entra un mandolino ed a poco a poco il resto degli strumenti, con la ballata che assume toni di grande bellezza grazie anche ad un refrain toccante ed alla presenza alla seconda voce di, udite udite, Jackson Browne. Give It Away è semplicemente splendida, una ballata dai toni country cantata e suonata con feeling straordinario e dotata di una melodia bellissima, con il nostro che tira fuori una voce che va dritta al cuore (mi ricorda non poco quella del povero Jimmy LaFave): tra le canzoni dell’anno. Strepitosa anche Demon Seed, una fantastica western song con arrangiamento tra Morricone e gli Shadows, pelle d’oca assicurata; Six Feet Under è puro country anni settanta, una ballata dal suono classico sfiorata da piano e steel, mentre con Angel From A Broken Home abbiamo un’altra canzone splendida, dal ritmo cadenzato ed atmosfera nuovamente western, strumentazione piena e ritornello formidabile: mi rendo conto di stare usando aggettivi importanti, ma se ascoltate questi brani non potrete che convenire con me che uno come Seegers era più che sprecato a cantare per strada.

Out On The Street è puro country che più classico non si può, e ci mostra l’abilità di Henry a destreggiarsi anche con suoni che non sono proprio il suo pane, My Little Falling Star vede invece il nostro alle prese con una ballatona anni cinquanta, sempre con il medesimo grado di credibilità; Poor Side Of Town è un brano di Johnny Rivers (che è sempre stato principalmente un interprete ma qualche canzone l’ha scritta anche lui), ed è una raffinata e deliziosa pop song dal retrogusto soul, che Doug rende alla perfezione. Rockabilly Bug, come suggerisce il titolo, è un divertissement tutto ritmo e chitarre dal passo irresistibile, Can’t Keep Running (Back To You) ci riporta in pieno West, un brano elettrico e dall’incedere quasi drammatico, con un motivo di grande impatto, mentre Life Is A Mystery (potrebbe essere benissimo il titolo della futura autobiografia del nostro) chiude l’album con una country ballad nella quale malinconia e finezza vanno a braccetto. Con A Story I Got To Tell Doug Seegers dimostra di essere un songwriter come non ce ne sono molti: peccato averlo scoperto così tardi.

Marco Verdi

Il Suo Album Precedente Era Così Così, Questo E’ Davvero Bello! Joy Williams – Front Porch

joy williams front porch

Joy Williams – Front Porch – Sensibility/Thirty Tigers CD

Oltre ad essere una donna estremamente attraente, Joy Williams è anche una cantante ed autrice seria e preparata. In attività come solista dal 2001, è famosa principalmente per aver fatto parte insieme a John Paul White del duo folk-rock e Americana The Civil Wars, dal 2009 al 2014. Da sola Joy ha inciso quattro album e diversi EP: il suo ultimo lavoro, Venus (2015), aveva fatto storcere parecchio il naso ai suoi estimatori, in quanto segnava un distacco dalle sue abituali sonorità per uno stile più moderno tra il pop e il danzereccio; la stessa Williams non deve essere stata molto convinta del risultato, in quanto appena un anno dopo ha fatto uscire lo stesso album ma in versione acustica, con esiti artistici decisamente migliori. La stessa aria si respira in questo suo nuovissimo album, Front Porch, nel quale Joy dimostra fortunatamente che il suo amore per il pop era solo una sbandata temporanea: il disco infatti è composto da dodici brani originali di ottimo livello, affrontati davvero come se la protagonista fosse idealmente seduta nel portico di casa sua (come da titolo del CD).

Quindi atmosfere acustiche ed intime, con brani lenti e meditati in cui Joy si fa accompagnare al massimo da un paio di chitarre, una steel, un violino, un mandolino e un dobro (ma mai tutti insieme), e senza l’aiuto della batteria. Buona parte del merito va alla produzione di Kenneth Pattengale (ovvero metà del duo folk-rock The Milk Carton Kids), il quale si occupa anche della maggior parte degli strumenti, lasciando la steel nelle sapienti mani di Russ Pahl ed il violino e mandolino in quelle di John Mailander. Pochi strumenti quindi, ma dosati con gusto e misura e, soprattutto, un’attitudine da folksinger da parte della Williams che fa di Front Porch il disco migliore della sua carriera solista. Il CD è bello fin da subito: Canary è una canzone di chiaro stampo folk, dal sapore decisamente tradizionale, con chitarra, violino e poco altro, ed una prestazione vocale notevole da parte di Joy. La struttura musicale è la stessa in tutti i brani, e predominano le atmosfere lente e pacate, come la delicata title track, una ballata pura e cristallina dal motivo toccante, con la bella Joy che riesce ad emozionare anche con solo due chitarre ed un violino.

When Does A Heart Move On è soffusa, quasi sussurrata, ma di grande impatto emotivo, All I Need è molto simile, con l’aggiunta del mandolino e di una languida steel, mentre The Trouble With Wanting è strumentata in maniera ancora più spoglia, solo una chitarra e qualche backing vocals, ma il feeling se possibile aumenta, e vedo similitudini con l’ultima Emmylou Harris, meno country e più cantautrice. Il CD prosegue con lo stesso mood, ma non ci si annoia neppure per un momento in quanto la Williams è brava a tenere desta l’attenzione con una serie di canzoni molto ben scritte ed interpretate in maniera raffinata: meritano una citazione la struggente No Place Like You, solo voce e chitarra ma pathos notevole, la splendida One And Only, con un sapore d’altri tempi ed un sentore di Messico dato da una chitarra flamenco (uno di pezzi migliori), la vibrante When Creation Was Young, puro folk, la lenta e nostalgica Be With You e la conclusiva Look How Far We’ve Come, limpida e deliziosa nonostante la brevità.

Dopo le incertezze di Venus Joy Williams è tornata tra noi, dimostrando che è ancora perfettamente in grado di fare ottima musica e di regalare emozioni.

Marco Verdi

Un Altro Bel Disco “Made In Auerbach”! Dee White – Southern Gentleman

dee white southern gentleman

Dee White – Southern Gentleman – Warner Nashville CD

Dan Auerbach, leader dei Black Keys, sta a poco a poco diventando uno dei produttori più richiesti. Stabilitosi a Nashville, dove ha fondato gli Easy Eye Sound Studios, negli ultimi anni ha dapprima pubblicato un bellissimo album solista (Waitin’ On A Song), e poi prestato i suoi servigi sia alla produzione che al songwiting prima per Robert Finlay e più di recente per il sorprendente esordio di Yola. In tutti questi dischi si respira una deliziosa aria vintage che ricorda un periodo molto fecondo della nostra musica: gli anni a cavallo tra i sessanta e settanta, con un suono che va dal puro soul (Finlay), al mix tra country, gospel ed ancora soul (Yola), fino al lavoro solista di Dan che univa tutto insieme aggiungendo uno squisito gusto pop. Ma in tutti questi dischi c’è un elemento in comune, ed è l’umore sudista che si respira in ogni nota, per cui sembra quasi scontato che per il debut album di Dee White, intitolato appunto Southern Gentleman, non ci sia per una volta il solito Dave Cobb ma si sia scelto proprio Auerbach. White è un giovane musicista proveniente dall’Alabama, che si rifà palesemente al suono country degli anni settanta, usando strumenti classici come chitarre, violino e steel ma con un gusto melodico non comune, aiutato anche da una voce pulita e cristallina.

E’ stato Harold Shedd, ex presidente della Mercury Nashville e produttore affermato, a scoprire il talento di White e a segnalarlo ad Auerbach, che dal canto suo si è occupato di scrivere con Dee diversi brani nuovi (è un momento molto prolifico per Dan) e di rivestirli con il suono che ormai sta diventando il suo marchio di fabbrica. E Southern Gentleman si rivela essere un disco decisamente riuscito, in alcuni momenti addirittura ottimo, pieno di belle canzoni tra country, pop ed anche un pizzico di southern soul che non manca mai, suonato alla grande dal solito manipolo di grandi nomi che abitualmente Auerbach utilizza, gente che ha suonato, solo per fare qualche nome, con Elvis, Dylan e Cash: Gene Chrisman, Hargus “Pig” Robbins, Bobby Cook, Russ Pahl, Dave Roe, e con l’aggiunta dell’armonica di Michey Raphael e della seconda voce di Alison Krauss in più di un brano; last but not least, Auerbach è coadiuvato in consolle da David Ferguson, altro grande produttore che vanta collaborazioni con Cowboy Jack Clement, ancora Cash e John Prine. Il CD inizia con Wherever You Go, una bella country song cadenzata con i primi agganci al suono dei seventies, un motivo diretto ed un’atmosfera sudista: ottimo sia l’uso della steel che l’assolo chitarristico centrale. Rose Of Alabam è una suggestiva ballata, siamo sempre nei settanta come decade di riferimento, con una melodia bellissima ed una strumentazione perfetta, guidata da chitarre, piano, steel ed un uso leggero degli archi; molto riuscita anche Bucket Of Bolts, grazie anche alla doppia voce della Krauss e ad un accompagnamento acustico di gran classe.

Tre belle canzoni quindi, ma Crazy Man è anche meglio, una country ballad che più classica non si può, con la voce squillante del nostro che fornisce un elemento di ulteriore interesse ad un motivo già di suo diretto e godibilissimo, mentre Tell The World I Do ha un sapore più cantautorale ed un background sonoro da vera rock ballad, con un sapore meno country ma più vicino a certo southern soul con sfumature pop: classe e finezza a braccetto. Ol’ Muddy River è più grintosa, con l’accompagnamento che contrasta con la voce gentile di White, e si rivela presto una sorta di bluegrass elettrico molto coinvolgente; Road That Goes Both Ways è lenta e decisamente romantica, con la partecipazione di Ashley McBride con la sua voce cristallina, e si contrappone a Way Down, altro bellissimo pezzo tra country e pop, con gli archi che aggiungono pathos senza essere ridondanti: potrebbe essere un singolo vincente. Il CD, breve ma intenso (solo 33 minuti di durata), si chiude con Oh No, deliziosa ballata sixties del tipo che uno come Raul Malo canta anche mentre fa colazione, e con la gentile melodia della bucolica Under Your Skin, ancora con la Krauss in sottofondo ed un suono scintillante ed arioso.

Ultimamente tutto quello che esce dagli studi di Nashville di Dan Auerbach è garanzia di qualità, e questo album d’esordio da parte di Dee White non fa certo eccezione.

Marco Verdi

Il Titolo E’ Interminabile, Il Disco Purtroppo No! The Milk Carton Kids – All The Things That I Did And All The Things That I Didn’t Do

milk carton kids all the things

The Milk Carton Kids – All The Things That I Did And All The Things That I Didn’t Do – Anti CD

Il duo californiano dei Milk Carton Kids, formato da Kenneth Pattengale e Joey Ryan, dopo tre album salutati positivamente da quasi tutta la critica mondiale, al quarto lavoro ha deciso di compiere il grande salto. Fautori di un folk-rock cantautorale chiaramente influenzato da Everly Brothers, Simon & Garfunkel, e dal duo Gillian Welch/David Rawlings, i MKC non hanno cambiato stile, ma hanno migliorato decisamente il loro songwriting e per la produzione si sono rivolti nientemeno che a Joe Henry, con il quale avevano già collaborato nel recente passato ma mai al punto di affidargli le chiavi di un loro album. E Henry non è uno che si muove per tutti, conosce il due ragazzi e li apprezza (li ha avuti anche in tour con lui), e la sua mano in questo All The Things That I Did And All The Things That I Didnt’t Do (un titolo non proprio facile da memorizzare) si sente eccome. Joe è ormai un maestro nel dosare i suoni, nel dare una veste sonora adatta a qualsiasi cosa su cui mette le mani, e quasi sempre per sottrazione, ma c’è da dire che in questo caso gran parte del merito va alle canzoni scritte da Pattengale e Ryan, due che non hanno certo bisogno di sonorità ridondanti per emozionare.

Oltre alle chitarre dei due leader, grande protagonista del disco è la splendida steel guitar di Russ Pahl, ma non bisogna scordare la sezione ritmica discreta ma di gran classe formata da Dennis Crouch (uno che ha suonato con un sacco di grandi, da Gregg Allman a Johnny Cash) e dall’ormai indispensabile Jay Bellerose, oltre alle tastiere di Pat Sansone, membro dei Wilco, ed anche ai fiati (clarinetto e sax) nelle mani di Levon Henry, figlio di Joe. Ballate fluide, lente e distese, suoni centellinati al millimetro, mai una nota fuori posto, con in più alcune tra le migliori canzoni del duo: All The Things (abbrevio per fare prima) è il classico disco che cresce ascolto dopo ascolto, ma piace già dalla prima volta che si mette nel lettore. Il centerpiece dell’album è senza dubbio la straordinaria One More For The Road, un brano che supera i dieci minuti e che definire epico non è esagerazione: una canzone che inizia come una ballata fluida e rilassata, con le due voci, un paio di chitarre e la steel sullo sfondo, un suono molto anni settanta con elementi che rimandano ai gloriosi giorni del Laurel Canyon, e che poi si tramuta in un melting pot di suoni tra folk, jazz ed un tocco di psichedelia in un crescendo strumentale magnifico e di grande pathos, per tornare nel finale al tema principale.

Ma chiaramente il disco è anche altro, a partire dall’iniziale Just Look At Us Now, brano tenue ed interiore, molto discorsivo e con un accompagnamento discreto, una percussione leggera ed un delizioso contorno di strumenti a corda. Il pianoforte introduce la lenta Nothing Is Real, un pezzo raffinato ed ottimo veicolo per le armonie vocali di Kenneth e Joey, con un arrangiamento tra folk e pop d’altri tempi, nel quale si sente lo zampino di Henry; la squisita Younger Years ha molti contatti con la scrittura di Paul Simon, e la sua veste leggermente country & western, con la bella steel di Pahl in sottofondo, la rende una delle più riuscite. Mourning In America, pianistica e con una leggera orchestrazione alle spalle, è lenta e decisamente intensa: musica pura, senza pretese commerciali ma in grado di toccare le corde giuste; You Break My Heart è ancora spoglia nei suoni, voce, chitarra, steel e sezione ritmica appena sfiorata, con uno stile molto vicino all’ultimo Dylan che fa Sinatra, così come Blindness, se possibile ancora più cupa, quasi tetra, con le voci angeliche dei due che contrastano apertamente con il mood triste del brano. Big Time è decisamente più vivace, una canzone limpida ed ariosa tra folk e country, caratterizzata da un bel violino ed una melodia diretta, A Sea Of Roses è ancora puro folk moderno, gentile e raffinato, di nuovo con Simon dietro il pentagramma, mentre Unwinnable War è una ballatona di ampio respiro, con il solito ottimo lavoro di steel alla quale si aggiunge un organo ed il consueto pickin’ chitarristico di gran classe. Chiudono il CD la languida I’ve Been Loving You, molto Everly Brothers, e la delicata title track, tre strumenti in croce ma grande intensità.

Al quarto disco i Milk Carton Kids hanno fatto centro: canzoni come One More For The Road non si scrivono certo per caso, ed il resto non è sicuramente da meno.

Marco Verdi

Dal Country Al Pop Senza Passare Dal Via! Kacey Musgraves – Golden Hour

kacey musgraves golden hour

Kacey Musgraves – Golden Hour – MCA/Universal CD

Terzo album, quarto se contiamo il CD natalizio, per la cantautrice Kacey Musgraves, gran bella ragazza ma anche brava artista, che di lavoro in lavoro mostra indubbi segni di crescita: Golden Hour dovrebbe nelle sue intenzioni essere il disco della definitiva affermazione, dopo che Pageant Material nel 2015 aveva fatto drizzare le orecchie a molti https://discoclub.myblog.it/2015/09/18/ultimi-ripassi-fine-estate-bella-brava-texana-kacey-musgraves-pageant-material/ . E con questa sua nuova fatica  Kacey spariglia le carte in tavola e cambia quasi completamente genere: infatti se prima la sua musica poteva essere definita country di qualità, con più di un rimando a sonorità vintage, con questo album la bruna cantante texana si reinventa come pop singer, ma un pop non da classifica (tranne un paio di casi), ma dai suoni raffinati, ben costruiti e spesso anche intriganti. Certo, tutti i brani presenti sul disco sono adattissimi al passaggio in radio, ma nel 90% dei casi sono in grado di soddisfare anche i palati più esigenti. Gran parte del merito va ai due produttori, Daniel Tashian (leader dei Silver Seas) e Ian Fitchuck, che hanno costruito intorno alla bella voce della Musgraves il vestito sonoro giusto, con un piccolo ma misurato (e non invasivo) aiuto dell’elettronica, hanno scelto musicisti solitamente country (tra cui Dan Dugmore e Russ Pahl) adattando il loro sound a quello del disco.

Il resto lo ha fatto Kacey, che ha scritto in collaborazione con i due produttori una serie di canzoni molto piacevoli e le ha interpretate al meglio, riuscendo secondo me a non far pesare più di tanto il cambiamento stilistico. Slow Burn è un inizio attendista (come da titolo), una ballata di ampio respiro che parte solo con voce e chitarra, poi ad uno ad uno entrano tutti gli strumenti ed il suono si fa pieno ma non ridondante: di country non c’è nulla, ma piuttosto siamo nel pop di fine anni sessanta, tipo i primi Bee Gees. Niente male Lonely Weekend, una pop song solare, quasi californiana, dal refrain orecchiabile e cori che rimandano ai Fleetwood Mac classici https://www.youtube.com/watch?v=Zr3gscRpAhA , ed anche Butterflies prosegue il discorso, un brano semplice e ben costruito, con Kacey che canta benissimo e dimostra anche una certa classe (e l’accompagnamento a base di piano, chitarre e steel è perfetto). L’eterea Oh, What A World è affrontata dalla nostra con il consueto approccio gentile, e l’arrangiamento pop le dona particolarmente, mentre Mother è bellissima, una toccante ballata pianistica che però dura poco più di un minuto; anche Love Is A Wild Thing non è da meno, un intenso slow acustico (spunta anche un banjo), che dopo la prima strofa acquista ritmo anche se sempre all’insegna della leggerezza.

Space Cowboy, ancora lenta e meditata, è un’altra ballata di gran classe, Happy & Sad è dotata di uno dei migliori ritornelli del CD, mentre Velvet Elvis è fin troppo radio friendly per i miei gusti, ma comunque non da buttare. Wonder Woman è tersa, limpida e solare, ed anche qui sulla melodia niente da dire, ma High Horse è l’unico pezzo veramente da pollice verso, un misto tra pop e dance piuttosto indigesto che andrebbe bene per Madonna o Taylor Swift, e che non rende giustizia a Kacey. Per fortuna sul finale il CD torna su lidi più vicini ai nostri gusti, con la fluida e raffinata Golden Hour https://www.youtube.com/watch?v=maONL_HfI20  e la bella Rainbow, solo voce e piano ma con una notevole carica emotiva. Forse non arrivo ad affermare che la Kacey Musgraves in versione pop mi piaccia di più di quella country, ma di certo la bella cantante con Golden Hour per il momento è rimasta più o meno dalla parte giusta della città.

Marco Verdi