Il Suo Lavoro Più Intimo E Profondo. Joe Henry – The Gospel According To Water

joe henry the gospel according to water

Joe Henry – The Gospel According To Water – EarMusic/Edel CD

L’album di cui mi accingo a parlare oggi potrebbe far parte di un ipotetico “trittico del dolore” con altri due lavori usciti in questo periodo, vale a dire il bellissimo Blood di Alison Moorer, del quale mi sono occupato pochi giorni fa, e del nuovo Ghosteen di Nick Cave, nei prossimi giorni su queste pagine virtuali. Joe Henry è ormai diventato uno dei produttori più richiesti insieme a Dave Cobb e Dan Auerbach, ed i lavori con lui dietro la consolle sono sinonimo di raffinatezza e qualità. A volte però si tralascia il fatto che Joe nasce come artista in proprio, e negli anni in cui si è costruito una carriera non ha praticamente mai sbagliato un disco, pubblicando diversi album di grande livello come Shuffletown, Short Man’s Room, Kindness Of The World, Trampoline, Tiny Voices, Civilians ed Invisible Hour (ma potrei tranquillamente citarli quasi tutti). The Gospel According To Water (bellissimo titolo) è il suo nuovo lavoro, che arriva a due anni dall’ottimo Thrum https://discoclub.myblog.it/2017/11/06/piu-che-strimpellare-qui-si-cesella-joe-henry-strum/  e a tre dal celebrato viaggio in treno con Billy Bragg che aveva prodotto Shine A Light, ed è un disco che ha avuto una genesi particolare.

Infatti lo scorso anno a Henry è stato diagnosticato un cancro alla prostata, una di quelle notizie che ti cambiano la prospettiva della vita, e la cosa lo ha portato a comporre di getto una serie di canzoni che ora possiamo ascoltare in questo album; The Gospel According To Water, pur essendo un lavoro dalle atmosfere raccolte ed intime, è però un disco nel quale il suo autore ci parla di amore per il prossimo e per la vita (pur essendo i testi spesso di difficile interpretazione), risultando quindi diverso nelle tematiche dai già citati album della Moorer (nel quale l’autrice viene a patti con un’infanzia terribile a causa del padre violento) e di Cave (ancora profondamente sconvolto per la tragica scomparsa del figlio): detto per inciso, pare che Henry abbia risposto molto bene alle cure, anche se ovviamente non può ancora cantare vittoria. L’altra particolarità del disco è la sua veste sonora scarna ed essenziale, dovuta al fatto che Joe aveva inizialmente inciso le canzoni accompagnandosi solo con la chitarra con l’intenzione di ricavarne dei demo, ma una volta risentito il tutto ha deciso che non serviva molto altro a questi brani per essere completi, e quindi si è fatto aiutare esclusivamente dal figlio Levon Henry al sax e clarinetto, da John Smith alla seconda chitarra e da Patrick Warren al piano. Niente batteria quindi, ed il basso solo in un brano, ma il risultato è comunque un album intenso e profondo, che, se ascoltato con attenzione, è in grado di regalare più di una emozione.

Un disco di ballate per voce e chitarra quindi, completate da un rintocco di piano qua, qualche nota di sax là e poco altro: l’atmosfera è calma e pacata ma non triste come vedremo nell’album di Cave, ma anzi si percepisce rilassatezza e distensione da parte dell’autore. Famine Walk inizia con la chitarra acustica alla quale si unisce quasi subito il pianoforte, mentre Joe intona una melodia lineare e per nulla ostica, di chiara matrice folk: un brano facile da apprezzare nonostante la veste sonora scarna. Due chitarre introducono la title track, un pezzo dall’incedere lento e meditato che si apre un po’ nel ritornello grazie anche all’approccio vocale caldo ed espressivo di Henry; in Mule a Joe e la sua chitarra si unisce Levon al clarinetto, che diventa protagonista nel delineare il motivo quasi al pari della voce del padre, Orson Welles (titolo che non c’entra nulla con il contenuto della canzone, in quanto frutto di uno scherzo tra Joe e la moglie Melanie Ciccone, sorella di Madonna) vede invece Henry Jr. commentare al sax in maniera decisamente discreta, risentiamo anche il piano ed il brano, struggente e cantato con voce forte, risulta uno dei più belli del CD.

Non è da meno Green Of The Afternoon, altra ballata folkeggiante dalla melodia diretta e vagamente dylaniana, ed anche In Time For Tomorrow è contraddistinta da un motivo splendido ed un accompagnamento di gran classe, solo chitarra, piano, clarinetto e le voci di Allison Russell e JT Nero, ovvero il duo Birds Of Chicago. The Fact Of Love è pacata ed interiore, con un bel gioco di chitarre ed un synth usato con molta misura, Book Of Common Prayer è lenta, profonda e con David Piltch che accompagna Henry al basso, mentre Bloom è puro folk, suonato con molta forza nonostante la strumentazione parca: voce, due chitarre ed un motivo diretto, ancora con reminiscenze dylaniane (sembra una outtake di Blood On The Tracks, e credo non sia un complimento da poco). La pianistica e notturna Gates Of Prayer Cemetery # 2 è meno immediata ma non per questo meno interessante, Salt And Sugar è discorsiva, raffinata ed ancora punteggiata in maniera discreta dal piano; il CD termina con la toccante General Tzu Names The Planets For His Children (altro bel titolo) e con la limpida Choir Boy, ennesimo brano di eccellente fattura in un disco dai suoni ridotti all’osso ma all’insegna della purezza.

Marco Verdi

La Bella Favola Musicale Continua! Doug Seegers – A Story I Got To Tell

doug seegers a story i got to tell

Doug Seegers – A Story I Got To Tell – BMG CD

Se siete abituali frequentatori di questo blog forse vi ricorderete della vera e propria favola che vede protagonista Doug Seegers, country singer-songwriter. Ve la riassumo comunque in breve: Seegers era un musicista dotato di talento ma di scarsa fortuna che si esibiva per le strade di Nashville, proprio come un busker, fino a quando fu notato nel 2014 (pare su sollecitazione di un venditore ambulante di hot-dog) da Jill Johnson, stella svedese della musica country e della TV popolarissima in madrepatria, intenta a girare un documentario di sei puntate sulla Music City del Tennessee. Jill e la sua troupe rimasero folgorati da Doug, al punto che gli fecero incidere un album con le sue canzoni, Going Down To The River, al quale parteciparono anche Emmylou Harris e Buddy Miller. Il resto è storia: il disco andò al numero uno in Svezia, e Seegers diventò in poco tempo una superstar nel paese scandinavo (merito anche di un secondo album, In Tandem, inciso con la Johnson), ed anche negli Stati Uniti cominciarono ad accorgersi di lui.

Altri due ottimi lavori ricevuti molto positivamente dalla critica, Walking On The Edge Of The World https://discoclub.myblog.it/2016/11/20/dalle-strade-nashville-agli-studi-capitol-il-passo-breve-doug-seegers-walking-on-the-edge-of-the-world/  e l’omaggio al suo idolo assoluto Sings Hank Williams https://discoclub.myblog.it/2017/10/31/due-ottimi-lavori-nel-segno-del-padre-della-musica-country-doug-seegers-sings-hank-williamswillie-nelson-willies-stash-vol-2-willie-the-boys/ , ed ecco che Doug alla tenera età di 67 anni è pronto a fare il grande salto anche in America. E l’album che potrebbe dargli la meritata popolarità interna è sicuramente il nuovo A Story I Got To Tell, un disco davvero splendido nel quale Seegers ci delizia con undici canzoni di perfetto country d’autore, con la produzione nientemeno che nelle mani di Joe Henry. Proprio la presenza di Henry, uno che si muove solo per prodotti di qualità, vi può far capire lo status raggiunto dal nostro: nonostante le sonorità country non siano proprio il suo pane quotidiano, il buon Joe ha accettato di buon grado di mettersi al servizio di Doug, mettendogli a disposizione un gruppo di strumentisti coi baffi (Martin Bjorklund alle chitarre, Tyler Chester alle tastiere, Russ Pahl alla steel, David Pilch al basso e Jay Bellerose alla batteria, più una sezione fiati in un paio di pezzi con la presenza del figlio Levon Henry al sax) e cucendogli addosso un suono perfetto.

Dal canto suo Seegers ha risposto con le sue migliori canzoni di sempre, ed è per questo che A Story I Got To Tell è per il sottoscritto uno dei più bei dischi del 2019, e non solo in ambito country. White Line (una delle due cover del CD, è di Willie P. Bennett) parte lenta e meditata, voce e chitarra, poi entra un mandolino ed a poco a poco il resto degli strumenti, con la ballata che assume toni di grande bellezza grazie anche ad un refrain toccante ed alla presenza alla seconda voce di, udite udite, Jackson Browne. Give It Away è semplicemente splendida, una ballata dai toni country cantata e suonata con feeling straordinario e dotata di una melodia bellissima, con il nostro che tira fuori una voce che va dritta al cuore (mi ricorda non poco quella del povero Jimmy LaFave): tra le canzoni dell’anno. Strepitosa anche Demon Seed, una fantastica western song con arrangiamento tra Morricone e gli Shadows, pelle d’oca assicurata; Six Feet Under è puro country anni settanta, una ballata dal suono classico sfiorata da piano e steel, mentre con Angel From A Broken Home abbiamo un’altra canzone splendida, dal ritmo cadenzato ed atmosfera nuovamente western, strumentazione piena e ritornello formidabile: mi rendo conto di stare usando aggettivi importanti, ma se ascoltate questi brani non potrete che convenire con me che uno come Seegers era più che sprecato a cantare per strada.

Out On The Street è puro country che più classico non si può, e ci mostra l’abilità di Henry a destreggiarsi anche con suoni che non sono proprio il suo pane, My Little Falling Star vede invece il nostro alle prese con una ballatona anni cinquanta, sempre con il medesimo grado di credibilità; Poor Side Of Town è un brano di Johnny Rivers (che è sempre stato principalmente un interprete ma qualche canzone l’ha scritta anche lui), ed è una raffinata e deliziosa pop song dal retrogusto soul, che Doug rende alla perfezione. Rockabilly Bug, come suggerisce il titolo, è un divertissement tutto ritmo e chitarre dal passo irresistibile, Can’t Keep Running (Back To You) ci riporta in pieno West, un brano elettrico e dall’incedere quasi drammatico, con un motivo di grande impatto, mentre Life Is A Mystery (potrebbe essere benissimo il titolo della futura autobiografia del nostro) chiude l’album con una country ballad nella quale malinconia e finezza vanno a braccetto. Con A Story I Got To Tell Doug Seegers dimostra di essere un songwriter come non ce ne sono molti: peccato averlo scoperto così tardi.

Marco Verdi

Un’Altra “Rampolla” Di Gran Classe, Sempre Più Degna Figlia Di Tanto Padre. Amy Helm – This Too Shall Light

amy helm this too shall light 28-9

Amy Helm – This Too Shall Light – Yep Rock

Anche nel recensire il precedente album di Amy Helm https://discoclub.myblog.it/2015/08/02/degna-figlia-tanto-padre-amy-helm-didnt-it-rain/ non avevo potuto fare a meno di citare, sin dal titolo, lo stretto grado di parentela di Amy con quella che giustamente è considerata una delle figure più importanti della scena musicale americana, ovvero il babbo Levon Helm, di cui peraltro la nostra amica è stata negli ultimi anni di vita del musicista dell’Arkansas, una delle più strette collaboratrici a livello musicale, oltre a coltivare nello stesso periodo una carriera in proprio come leader di quella piccola grande band che sono stati (e forse saranno ancora, visto che non hanno mai ufficializzato un eventuale scioglimento), ovvero gli Olabelle  https://discoclub.myblog.it/2011/09/01/forse-non-imprescindibile-ma-sicuramente-molto-bello-ollabel/, oltre ad essere apparsa nel corso degli anni come ospite in dischi dei musicisti più disparati che si possono considerare suoi spiriti affini. Per questa nuova avventura This Too Shall Light, il suo secondo album da solista, la Helm ha scelto di farsi produrre da un artista che di solito è garanzia di qualità, per cui ha preso baracca e burattini e si è trasferita dall’amata base casalinga in quel di Woodstock a Los Angeles, agli United Recording Studios di Hollywood, quelli dove opera abitualmente Joe Henry, perché è lui che ha curato la cabina di regia di questo nuovo disco, coadiuvato dalla solita pattuglia di eccellenti musicisti che abitualmente si alternano nei dischi di Henry: Jay Bellerose alla batteria, Jennifer Condos al basso, Adam Minkoff alla chitarra acustica, l’ottimo tastierista Tyler Chester (alcuni ascoltati anche nel recente album di Joan Baez https://discoclub.myblog.it/2018/03/12/uno-splendido-commiato-per-una-grandissima-artista-joan-baez-whistle-down-the-wind/ , prodotto proprio da Henry), con l’aggiunta alle chitarre di Doyle Bramhall II, altro produttore ed arrangiatore di valore, di cui a giorni è in uscita un nuovo album Shades, che lo conferma ancora una volta ottimo come gregario di lusso per altri musicisti, ma non del tutto convincente in proprio, come leggerete a breve nella mia recensione.

Tornando al disco della Helm, un altro degli ingredienti fondamentali è la presenza di molte voci di supporto, oltre a Bramhall e Minkoff, anche JT Nero Allison Russell, che sono essenziali nel creare quella ambientazione gospel-soul che tipicizza il folk-country-rock, vogliamo chiamarla Americana music, che da sempre caratterizza la musica di Amy. Importante è anche stata la scelta dei brani: Joe Henry, per chiarire quale tipo di musica avrebbe voluto creare ha fatto sentire alla Helm Motel Shot di Delaney & Bonnie, che non è una brutta base di partenza da cui sviluppare le sonorità di un disco. Che poi l’album sia venuto meno “esuberante” e più intimo e raccolto è dovuto anche alla personalità ed alla voce forse meno esplosiva della Helm stessa. Comunque un ottimo disco, che si apre sulle note della title track This Too Shall Light, un brano scritto da M.C. Taylor Josh Kaufman degli Hiss Golden Messenger, che benché “nordisti” come Amy, hanno, come lei, un profondo amore per la musica del Sud degli States, per il gospel e e il soul, meticciati con il rock e il blues, e il cui testo cita Voices Inside (Everything Is Everything) di Donny Hathaway, uno degli autori considerati minori della musica nera, ma grande talento: la canzone è una delle più mosse del disco, una ballata mid-tempo guidata dalla chitarrina insinuante di Bramhall, dalle tastiere risonanti di Chester e dalle voci di supporto che avvolgono la calda e partecipe tonalità di Amy che intona la melodia con spirito delicato ma forte al contempo di questa splendida canzone che conferma la classe innata della figlia di Levon, lei che si ispira da sempre a personaggi come gli Staples Singers per la propria musica intrisa di vibrante spiritualità.Odetta che è il brano che lo stesso Joe Henry ha portato alle sessions, è stato ovviamente riadattato per la voce e lo stile più emozionale della Helm, cantante dalla voce sempre carica di pathos, un brano elettroacustico, molto variegato, ma anche vicino alle traiettorie sonore più raffinate degli arrangiamenti della Band, con piano, soprattutto, e chitarra acustica, in bella evidenza, che sposano il country-gospel-rock con l’appeal di una cantautrice classica, sempre con le voci di supporto immancabili in questo dipinto sonoro.

Milk Carton Kids, altri recenti “clienti” di Joe Henry, offrono alla causa la loro Michigan, dal secondo disco Prologue, un brano che grazie all’organo fluente di Chester, che rimanda a quello del grande Garth Hudson, è un altro acquerello delizioso e delicato che unisce le distese dei Grandi Laghi del nord con la musica del più profondo Sud, un altro gospel soul di grande intensità vocale e strumentale, con l’organo che mi ha ricordato anche il suono quasi “classico” del non dimenticato Matthew Fisher dei Procol Harum, una meraviglia cantata in modo quasi trasfigurato dalla nostra amica. Anche Allen Toussaint, un’altra delle leggende del deep soul intriso di gospel della musica di New Orleans, viene omaggiato con una intensa rilettura di una delle sue canzoni più vicine allo spirito sociale della dichiarazione per i diritti sociali come Freedom For The Stallion, altra piccola meraviglia di equilibri sonori dove la voce trae ispirazione da quella di grandi cantanti nere come Gladys Knight Ann Peebles, ma anche di Mavis Staples, ed il breve break chitarristico di Bramhall è un’altra piccola perla, all’interno dello scrigno. Mandolin Wind era una delle più belle canzoni nel disco più bello di Rod Stewart Every Picture Tells A Story, e uno, vista la presenza di una mandolinista provetta come Amy Helm, degna erede del babbo anche nell’uso di quest strumento, si sarebbe aspettato un uso massiccio dello stesso, invece astutamente nell’arrangiamento viene sostituito dalla slide insinuante di Bramhall, eccellente nel suo contributo alla grana sonora malinconica e romantica del pezzo, dove anche tutto il resto della band, piano in primis, fornisce un apporto corale ad una interpretazione vocale da incorniciare. Ancora un organo sontuoso apre la parafrasi sonora di un brano come Long Daddy Green, una canzone di impianto jazzy di una cantante minore come Blossom Dearie, che Amy ascoltava con grande piacere nella sua formazione musicale giovanile e che rinasce a nuova vita come un blues solenne frequentato dai fantasmi delle grandi voci del passato.

Papà Levon viene ricordato con un brano scritto da Robbie Robertson The Stones I Throw, una composizione che viene dal periodo pre-Band, 1965, quando si chiamavano ancora Levon And The Hawks, un brano gioioso ed esuberante, nuovamente tra gospel, rock e soul, in quello stile che poi avrebbero perfezionato negli anni a venire, ma che era già perfettamente formato all’epoca e viene felicemente catturato in questa elegante riproposizione. Per Heaven’s Holding Me, l’unico brano originale scritto a quattro mani dalla Helm con Joe Henry, Paul Owen e Ted Pecchio, Amy estrae per una unica volta dalla custodia il suo mandolino, per una canzone d’amore gentile e dai sentimenti delicati dove spicca ancora la grande sensibilità ed il talento di interprete sopraffina di una voce per l’occasione anche fragile e quasi vicina al punto di rottura, ma che però non si spezza, sempre sorretta comunque dalla estrema raffinatezza degli arrangiamenti che circondano il suo percorso sonoro. T-Bone Burnett è sicuramente uno dei grandi rivali di Joe Henry tra i produttori più bravi e ricercati in circolazione, ma per l’occasione appare come autore di River Of Love, un brano poco noto tratto dal suo album omonimo del 1986, altra canzone di ottima fattura, con il piano nuovamente in bella evidenza, ancora una volta a sottolineare quello spirito gospel e soul malinconico, veicolato quasi in modo vulnerabile dalla voce raccolta e intima, sempre comunque ben sostenuta dalle sottolineature precise dei cantanti di supporto. E proprio un gospel tradizionale come Gloryland, cantato a cappella dalla Helm con il supporto corale di tutti gli altri vocalists, chiude un album che la conferma come una delle interpreti più interessanti e solide della musica d’autore. In definitiva direi veramente un bel disco, per chi ama la buona musica.

Bruno Conti

Il Titolo E’ Interminabile, Il Disco Purtroppo No! The Milk Carton Kids – All The Things That I Did And All The Things That I Didn’t Do

milk carton kids all the things

The Milk Carton Kids – All The Things That I Did And All The Things That I Didn’t Do – Anti CD

Il duo californiano dei Milk Carton Kids, formato da Kenneth Pattengale e Joey Ryan, dopo tre album salutati positivamente da quasi tutta la critica mondiale, al quarto lavoro ha deciso di compiere il grande salto. Fautori di un folk-rock cantautorale chiaramente influenzato da Everly Brothers, Simon & Garfunkel, e dal duo Gillian Welch/David Rawlings, i MKC non hanno cambiato stile, ma hanno migliorato decisamente il loro songwriting e per la produzione si sono rivolti nientemeno che a Joe Henry, con il quale avevano già collaborato nel recente passato ma mai al punto di affidargli le chiavi di un loro album. E Henry non è uno che si muove per tutti, conosce il due ragazzi e li apprezza (li ha avuti anche in tour con lui), e la sua mano in questo All The Things That I Did And All The Things That I Didnt’t Do (un titolo non proprio facile da memorizzare) si sente eccome. Joe è ormai un maestro nel dosare i suoni, nel dare una veste sonora adatta a qualsiasi cosa su cui mette le mani, e quasi sempre per sottrazione, ma c’è da dire che in questo caso gran parte del merito va alle canzoni scritte da Pattengale e Ryan, due che non hanno certo bisogno di sonorità ridondanti per emozionare.

Oltre alle chitarre dei due leader, grande protagonista del disco è la splendida steel guitar di Russ Pahl, ma non bisogna scordare la sezione ritmica discreta ma di gran classe formata da Dennis Crouch (uno che ha suonato con un sacco di grandi, da Gregg Allman a Johnny Cash) e dall’ormai indispensabile Jay Bellerose, oltre alle tastiere di Pat Sansone, membro dei Wilco, ed anche ai fiati (clarinetto e sax) nelle mani di Levon Henry, figlio di Joe. Ballate fluide, lente e distese, suoni centellinati al millimetro, mai una nota fuori posto, con in più alcune tra le migliori canzoni del duo: All The Things (abbrevio per fare prima) è il classico disco che cresce ascolto dopo ascolto, ma piace già dalla prima volta che si mette nel lettore. Il centerpiece dell’album è senza dubbio la straordinaria One More For The Road, un brano che supera i dieci minuti e che definire epico non è esagerazione: una canzone che inizia come una ballata fluida e rilassata, con le due voci, un paio di chitarre e la steel sullo sfondo, un suono molto anni settanta con elementi che rimandano ai gloriosi giorni del Laurel Canyon, e che poi si tramuta in un melting pot di suoni tra folk, jazz ed un tocco di psichedelia in un crescendo strumentale magnifico e di grande pathos, per tornare nel finale al tema principale.

Ma chiaramente il disco è anche altro, a partire dall’iniziale Just Look At Us Now, brano tenue ed interiore, molto discorsivo e con un accompagnamento discreto, una percussione leggera ed un delizioso contorno di strumenti a corda. Il pianoforte introduce la lenta Nothing Is Real, un pezzo raffinato ed ottimo veicolo per le armonie vocali di Kenneth e Joey, con un arrangiamento tra folk e pop d’altri tempi, nel quale si sente lo zampino di Henry; la squisita Younger Years ha molti contatti con la scrittura di Paul Simon, e la sua veste leggermente country & western, con la bella steel di Pahl in sottofondo, la rende una delle più riuscite. Mourning In America, pianistica e con una leggera orchestrazione alle spalle, è lenta e decisamente intensa: musica pura, senza pretese commerciali ma in grado di toccare le corde giuste; You Break My Heart è ancora spoglia nei suoni, voce, chitarra, steel e sezione ritmica appena sfiorata, con uno stile molto vicino all’ultimo Dylan che fa Sinatra, così come Blindness, se possibile ancora più cupa, quasi tetra, con le voci angeliche dei due che contrastano apertamente con il mood triste del brano. Big Time è decisamente più vivace, una canzone limpida ed ariosa tra folk e country, caratterizzata da un bel violino ed una melodia diretta, A Sea Of Roses è ancora puro folk moderno, gentile e raffinato, di nuovo con Simon dietro il pentagramma, mentre Unwinnable War è una ballatona di ampio respiro, con il solito ottimo lavoro di steel alla quale si aggiunge un organo ed il consueto pickin’ chitarristico di gran classe. Chiudono il CD la languida I’ve Been Loving You, molto Everly Brothers, e la delicata title track, tre strumenti in croce ma grande intensità.

Al quarto disco i Milk Carton Kids hanno fatto centro: canzoni come One More For The Road non si scrivono certo per caso, ed il resto non è sicuramente da meno.

Marco Verdi

Un Bel Volo Sopra La Windy City! Birds Of Chicago – Love In Wartime

birds of chicago love in wartime

Birds Of Chicago – Love In Wartime – Signature Sounds CD

I Birds Of Chicago sono un duo formato da JT Nero ed Allison Russell, che sono anche marito e moglie nella vita: nonostante provengano dalla metropoli dell’Illinois, tanto da indicarne anche il nome nel moniker, i due non fanno blues, anzi sono completamente all’opposto. Partiti nel 2012 come duo folk, i BOC hanno in pochi anni evoluto il loro sound aggiungendo elementi diversi, tra roots, rock e pop, senza perdere di vista l’attenzione per un certo tipo di musica cantautorale. Il loro album precedente, Real Midnight (il secondo, 2016) https://www.youtube.com/watch?v=7iYarZuPi74 , è stato prodotto addirittura da Joe Henry, uno che si muove solo per prodotti di qualità, ed in grado di dare un suono ad ogni lavoro in cui è coinvolto. Per Love In Wartime, il loro nuovo CD, JT ed Allison si sono invece rivolti a Luther Dickinson, figlio del grande Jim e leader dei North Mississippi Allstars, uno diametralmente opposto a Henry, più diretto e meno cantautore: il risultato è un disco di moderno pop-rock, estremamente gradevole e che si ascolta con piacere, con poche tracce del folk degli inizi del duo, ma con qualche accenno di southern soul qua e là, sicuramente retaggio della presenza di Dickinson.

Luther si è limitato a stare in consolle, non ha preso in mano nessuno strumento, operazione che è stata svolta (bene) da un manipolo non molto vasto di musicisti, tra cui è giusto segnalare almeno la chitarra solista di Joel Schwartz e le tastiere di Drew Lindsay, molto importanti nell’economia del suono. Dopo una breve introduzione strumentale a base di banjo, chitarra acustica e pianoforte, l’album si apre con la saltellante Never Go Back, un brano solare dal gusto pop e con soluzioni melodiche e ritmiche non scontate, che denotano da subito una certa creatività da parte di Nero (che scrive tutte le canzoni) e della Russell. La title track è una lunga e profonda ballata notturna, cantata a due voci e con un retrogusto soul, molto classica e con un bell’assolo chitarristico, Travelers è una rock ballad fluida, gradevole e diretta, caratterizzata dalla voce bella ed anche particolare di Allison e da un refrain decisamente immediato, con un assolo di synth stranamente non fastidioso ma che si inserisce con logica nel tessuto sonoro.

Try è ancora una lento soul moderno (che voce Allison), e funziona, Lodestar è un pezzo quasi etereo e cantato sottovoce, con però un bel tappeto ritmico ed un lavoro chitarristico raffinato, Roll Away è invece un limpido e vivace pop-rock, molto godibile e con uno dei ritornelli migliori del disco. Baton Rouge, ballata elettrica ben costruita e con un gusto melodico non indifferente, con chitarra e piano in evidenza, precede Roisin Starchild, altro pezzo intriso di soul, molto classico (evidente qui lo zampino di Dickinson) e con la voce della Russell perfettamente in parte. L’album termina con Superlover, oasi elettroacustica e quasi folk, sostenuta da uno script maturo, e con Derecho, un funk-rock diverso da tutto il resto ma ugualmente piacevole. Un altro buon lavoro per i Birds Of Chicago, che tra le altre cose hanno l’ottima abitudine di non adagiarsi ma di cercare sempre di evolvere il loro suono, mantenendo comunque una solida struttura di base.

Marco Verdi

Uno Splendido Commiato Per Una Grandissima Artista! Joan Baez – Whistle Down The Wind

joan baez whistle down the wind

Joan Baez – Whistle Down The Wind – Proper CD

Alla veneranda età di 77 anni, anche Joan Baez, dopo decenni di battaglie, ha deciso di appendere la chitarra al chiodo in grande stile, e cioè con un ultimo disco ed un ultimo tour. La storia della nostra musica è piena di finti addii, ma ultimamente certi annunci sono (purtroppo) diventati credibili, un po’ per problemi di salute (vedi il caso recente di Neil Diamond, affetto dal Parkinson), un po’ a causa della carta d’identità, come nel caso proprio della Baez. C’è da dire che Joan negli ultimi anni non è stata particolarmente attiva discograficamente: il suo ultimo album di studio, Day After Tomorrow, risale a ben un decennio fa, mentre due anni orsono venivamo deliziati dal bellissimo live autocelebrativo 75th Birthday Celebration. Per il suo ultimo disco, Joan ha fatto le cose in grande, prendendosi tutto il tempo necessario ma consegnandoci uno dei suoi lavori più belli in assoluto: Whistle Down The Wire è infatti un album splendido, con dieci canzoni scelte personalmente dalla Baez nel repertorio di altri artisti contemporanei (Joan è sempre stata principalmente un’interprete, anche se la sua Diamonds And Rust è una delle canzoni più belle degli anni settanta), eseguite con una classe che con l’età è ulteriormente aumentata. La voce non è più potente come negli anni sessanta (quando si diceva che potesse rompere un bicchiere di cristallo con un acuto), ma la limpidezza è rimasta inalterata, ed il tempo le ha conferito una profondità ed una serie di sfumature che prima erano meno evidenti.

Come produttore, Joan ha scelto uno dei migliori sulla piazza: Joe Henry, supremo architetto di suoni e grande musicista a sua volta, che ha portato in session un manipolo di strumentisti formidabili, tra cui il fido batterista Jay Bellerose, il bassista David Piltch e, soprattutto, il bravissimo Tyler Chester al piano (strumento chiave nel suono del disco) e gli altrettanto validi Greg Leisz e Mark Goldenberg alle chitarre. Il resto lo fa Joan, ancora perfettamente in grado di regalare emozioni nonostante l’età, a partire dalla title track, un brano di Tom Waits arrangiato in modo splendido, una folk ballad straordinaria, toccante, profonda, con la nostra che emana classe e carisma ogni volta che apre bocca. Con un inizio così il resto del CD è in discesa: Be Of Good Heart è un brano di Josh Ritter, e la Baez lo ripropone con una veste sonora molto classica: voce, una chitarra, mandolino, ottimi rintocchi di piano a riempire gli spazi (qui c’è lo zampino di Henry) ed una percussione leggera, e la bellezza della melodia fa il resto. Another World è una scelta sorprendente, in quanto è un pezzo di Anohni (cioè Anthony Hegarty, uno che personalmente non ho mai sopportato, fin dai tempi in cui faceva il controcanto a Lou Reed): Joan spoglia il brano da ogni orpello e lo riduce all’essenziale, voce, chitarra e percussione, riuscendo a farla sua senza problemi (non dimentichiamo che la Baez è anche una brava chitarrista), anche se come songwriting non è tra le mie preferite. Splendida per contro Civil War, una canzone portata in dote proprio da Joe Henry, una struggente ballata pianistica, suonata alla grande e cantata da Joan al meglio delle sue possibilità (che sono ancora altissime).

Mary Chapin Carpenter è una delle cantautrici più apprezzate dalla Baez, e la sua The Things We Are Made Of riceve dalla nostra un trattamento regale: la canzone, già bella di suo, viene impreziosita da un’interpretazione di grande intensità, con i soliti noti che ricamano di fino sullo sfondo (domina Leisz, un fenomeno). Zoe Mulford è un’autrice non molto conosciuta, in cui Joan si è imbattuta per caso sentendo un giorno alla radio (mentre era in macchina) la sua The President Sang Amazing Grace, restandone folgorata a tal punto che ha deciso di farla sua: canzone splendida, dal sapore leggermente gospel, lenta, pianistica e con una performance da pelle d’oca da parte della Baez, probabilmente il brano migliore del disco, sentire per credere. Dopo un pezzo del genere era dura mantenersi sullo stesso livello, ma Joan ci riesce con una versione sentita e molto folkeggiante di Last Leaf, secondo brano di Tom Waits. Anche Ritter fa il bis come autore, e Silver Blade è, manco a dirlo, interpretata da Joan in maniera scintillante, e resa quasi drammatica dall’accompagnamento forte e quasi marziale da parte della band. Per gli ultimi due brani la nostra musicista dai capelli d’argento si rivolge a due autori meno noti, Elisa Gilkyson e Tim Eriksen: The Great Correction è tra le più dirette ed orecchiabili, un pezzo dal sapore quasi country che si ascolta tutto d’un fiato, mentre I Wish The Wars Were All Over (un titolo emblematico per chiudere l’ultimo album di una che ha fatto del pacifismo una ragione di vita) è puro folk d’altri tempi, con un marcato feeling irlandese.

Un disco straordinario questo Whistle Down The Wind, che chiude alla grande una delle carriere più luminose della storia della nostra musica, e proprio per questo ancora più prezioso.

Marco Verdi

Più Che “Strimpellare” Qui Si Cesella! Joe Henry – Thrum

joe henry thrum

Joe Henry – Thrum – Ear Music

*NDB. Come certo noterete dalla firma in calce al Post, un “nuovo” autore si aggiunge ai collaboratori del Blog: un altro Marco, Frosi, che è un vecchio amico, ai tempi in azione anche lui al Disco Club originale, poi rimasto per lunghi anni nel settore discografico, anche attraverso recensioni fatte in brevi periodi sia per il Buscadero, come per Out Of Time e Late For The Sky, un paio di fanzine cartacee. Quindi, di tanto in tanto, troverete anche la sua firma su alcuni degli articoli che trovate nel Blog, buona lettura.

Joseph Lee Henry fa parte della speciale “categoria protetta” di autori di canzoni che non sbagliano mai un colpo. Questa felice tradizione va avanti da oltre trent’anni, da quel Talk of Heaven che ci fece conoscere un giovanotto di belle speranze ed ottime credenziali che si muoveva agevolmente tra folk e rock come tanti della sua generazione. Ma nessuno avrebbe potuto prevedere, dopo due eccellenti album in puro stile “americana” come Short man’s room e Kindness of the word, realizzati col valido apporto dei Jayhawks, che, dal successivo Trampoline in poi, Joe Henry maturasse tanto da mettere in fila una serie di lavori di altissimo livello, vere e proprie gemme cantautorali da incastonare nell’unico diadema di un Songwriter (la maiuscola è d’obbligo) che oggi possiamo a pieno titolo considerare tra i più brillanti in circolazione. Il suono del periodo iniziale, che tanto doveva a Dylan e a Van Morrison, si è via via evoluto verso una forma espressiva che attinge a piene mani dal blues e dal jazz, in un melange affascinante e ricco di sorprendenti sfaccettature. Certo, a tutto ciò ha senza dubbio contribuito la prestigiosa carriera parallela di Joe nel ruolo di produttore,  lavoro che lo ha visto operare negli ultimi decenni nelle sale di registrazione di artisti di assoluto valore come Solomon Burke, Loudon Wainwright III, Elvis Costello, Ramblin’ Jack Elliott, Mose Allison, Bonnie Raitt ed Allen Toussaint , solo per citarne alcuni, sempre con pregevoli risultati.

Il suo bagaglio di esperienza ha quindi potuto arricchirsi in modo esponenziale fino a raggiungere quella forma espressiva tanto originale quanto efficace che contraddistingue ogni suo album. Lo scorso anno Henry aveva scelto di rinfrescare le sue radici duettando con Billy Bragg nello splendido Shine a light, più che un disco un vero e proprio progetto culturale, in cui i due riprendevano una dozzina di classici del folk americano, accomunati dal tema della ferrovia, registrandoli in presa diretta durante le tappe del viaggio in treno che li ha condotti da Chicago a Los Angeles. Ora invece ci arriva il lungamente atteso seguito del luminoso Invisible hours di tre anni or sono, intitolato Trhum (più che un nome sembra un suono, magari del coperchio di un pianoforte quando viene richiuso, o di una chitarra strimpellata, chissà…). Per realizzarlo, Joe ha riunito intorno a sé il ristretto gruppo di fidati collaboratori che suonano con lui già da parecchi anni: Jay Bellerose alla batteria e percussioni, David Piltch al contrabbasso e basso elettrico, Patrick Warren alle tastiere, John Smith alla chitarra acustica ed elettrica e, buon ultimo, il figliolo Levon Henry che suona tutti gli strumenti a fiato, sempre più bravo e determinante per il sound scelto dal suo genitore.

Lo stesso Joe ci rivela nelle note di produzione di aver chiesto a Ryan Freeland, il suo ingegnere del suono, di ricreare in studio lo stesso mood sonoro di un vecchio disco live di Ray Charles del ’64, in cui la voce del protagonista era magistralmente supportata dalle performances di ciascun musicista dell’orchestra, in un connubio  stupefacente. E infatti, negli undici episodi di Trhum la voce di Henry si amalgama perfettamente con il suono prodotto da ciascun strumento in melodie dall’andamento ciclico, dove ognuno dei musicisti ha modo di esprimersi liberamente , dando il proprio contributo ad atmosfere sognanti, come nell’iniziale Climb, malinconicamente riflessive  nella seguente Believer o tese e drammatiche in The dark is light enough, che si apre e si chiude con effetti rumoristici alla Tom Waits, scandita dal ritmo incalzante delle percussioni e dal vorticare ipnotico degli altri strumenti. La lunga e malinconica Blood of the forgotten song è un intimo ed intenso ritratto familiare condotto al ritmo di  lento valzer.

In The world of this room Bellerose torna protagonista con i suoi tamburi, a sottolineare gli arpeggi delle chitarre acustiche, mentre lo splendido acquarello The glorious dead è basato sull’intreccio tra il caldo sax di Levon ed il pianoforte di Warren. Il dramma di un rapporto di coppia fa da sfondo ad Hungry, a mio parere uno dei vertici dell’intero lavoro, con le tastiere a scandire le strofe ed un violino struggente nel finale, suonato dal primo violinista Eric Gorfain. Quicksilver e River floor con le loro atmosfere delicatamente sospese ci conducono al gran finale, una coppia di gioielli di adamantina bellezza, Now and never e Keep us in song. Nella prima la voce del protagonista, doppiata nel ritornello dall’ospite Joey Ryan, è circondata da un magnifico tappeto sonoro formato dai fiati di Levon, dall’Hammond di Warren e dai delicati tocchi di marimba di Bellerose. Nella seconda la chitarra di Joe si fonde al prezioso apporto del sax di Levon e di un quartetto d’archi (The Section Quartet) che offrono degna conclusione ad un disco splendido, perfetto per la stagione autunnale, da lasciar decantare a lungo, come il buon vino.

Marco Frosi

Una Stella Che Brilla Con “Grazia” Nel Panorama Jazz, Soul & Gospel. Lizz Wright – Grace

lizz wright grace

Lizz Wright – Grace – Concord/Universal Records

Nel corso degli anni in questo blog abbiamo parlato e recensito bravissime cantanti donne: penso a Dana Fuchs, Grace Potter, Beth Hart, Susan Marshall, Ashley Cleveland (rock), Mary Black, Maura O’Connell, Pura Fè, Buffy Sainte-Marie (folk), Bettye Lavette, Candi Staton, Ruthie Foster, Kelly Hunt (soul), Rory Block (blues), Barb Jungr (jazz), senza dimenticare la compianta Eva Cassidy e tantissime altre che meriterebbero di essere citate, ma stranamente (e forse colpevolmente) non ci siamo mai occupati di Lizz Wright, eccellente vocalist di colore che spazia fra jazz, soul, rock e gospel. Originaria della Georgia, Lizz (guarda caso, ma forse no, figlia di un Pastore) si è rivelata nel 2003 grazie ad uno dei tanti tributi a Billie Holiday, incantando gli addetti ai lavori con una voce che non si dimentica tanto facilmente. Il suo primo album da solista Salt,proprio di quel anno, fu subito un successo, bissato poi con Dreaming Wide Awake (05), dove rileggeva in chiave “jazzy” anche classici rock come Old Man e Get Together, per poi arrivare ad un disco di gospel e soul strepitoso come The Orchard (08), con i componenti dei Calexico coinvolti. Arrivata ad un certo successo, la Wright proseguiva la sua carriera con un disco ambizioso Fellowship (10), che rileggeva pagine di Jimi Hendrix, Eric Clapton, Gladys Knight, con la presenza di ospiti del valore tra cui Angelique Kidjo e Me’Shell Ndegèocello, sino ad arrivare all’ultimo lavoro in studio Freedom & Surrender (15), dove spiccava una notevole versione di Right Where You Are (del duo rap Jack & Jack) in duetto con il cantante jazz Gregory Porter.

Per questo nuovo lavoro Grace, Lizz Wright alza ulteriormente l’asticella affidando la produzione all’ottimo Joe Henry, di cui consiglio sempre di ascoltare Shuffletown (90), disco che al sottoscritto piace parecchio; per l’occasione Joe negli studi United Recording di Hollywood porta i suoi soliti musicisti di fiducia, a partire da Jay Bellerose alla batteria e percussioni, David Piltch al basso, Marvin Sewell alle chitarra elettrice e acustica, Marc Ribot chitarra e voce, Patrick Warren alle tastiere, Kenny Banks al piano, e con il supporto vocale di Angela e Ted Jenifer, Cathy Rollins, Artia Lockett, Valorie Mack, tutti impegnati ad accompagnare la bellissima voce della WrightGrace parte con il blues acustico Barley, che evoca immagini di territori densi di piantagioni di cotone, a cui fanno seguito il classico di Cortez Franklin Seems I’m Never Tired Lovin’ You (splendida la versione di Nina Simone che trovate su Nina Simone And Piano), interpretata da Lizz al meglio e che non sfigura con l’originale; viene riproposto anche uno dei più celebri cavalli di battaglia di Sister Rosetta Tharpe Singing In My Soul, in una chiave veramente “soulful”, e viene rivoltata come un calzino Southern Nights diel grande Allen Toussaint, trasformata in una sofisticata ballata quasi da “piano bar”di lusso.

Con What Would I Do Without You,  la Wright rende omaggio pure a Ray Charles con una rilettura sublime da ascoltare a tarda notte, mentre la title track Grace, scritta dalla cantautrice canadese Rose Cousins e da Mark Erelli, è cantata da Lizz in maniera sofferta e commovente, che poi prosegue sullo stesso standard qualitativo con le note raffinate di Stars Fell On Alabama (dove si apprezza  la bravura di Marc Ribot), eccellente anche il Bob Dylan di Shot Of Love, con una Every Grain Of Sand interpretata in una versione “spirituale” da premio Nobel. La personalità di Lizz emerge ancora nella parte finale del disco, con una bella versione di una ballata di K.D. Lang Wash Me Clean (la trovate su Ingènue), trasformata in una sorta lamento ansioso sulle note di un organo e con un brillante lavoro di chitarra, e le note finali di un brano autobiografico All The Way Here, scritto con la cantautrice Maia Sharp, e cantato in uno stile quasi sussurrato Il filo comune che lega le dieci canzoni di Grace è sicuramente rappresentato dall’estrema eleganza della voce della Wright, ma anche dalla bravura di Joe Henry nel trovare il modo e il tempo giusto di assecondarla, ed è inutile cercare di nasconderlo, ci sono voci diverse dalle altre, non solo per essere uniche e incompatibili, ma soprattutto per la loro capacità di arrivare direttamente al cuore e all’orecchio, e sicuramente Lizz Wright è una icona perfetta della cantante jazz, gospel e soul raccolta in una unica figura (per certi versi vicina allo stile di Cassandra Wilson), una sicura protagonista della musica di qualità, capace di elevare una qualsiasi canzone ad un livello superiore, e quindi di far parte a pieno titolo della pattuglia di voci femminili citate all’inizio. Deliziosamente ammaliante!

Tino Montanari

Novità Prossime Venture Autunno 2016, Parte I. David Bromberg, Nitty Gritty Dirt Band, Bon Iver, Bob Weir, Billy Bragg/Joe Henry, Devendra Banhart

david bromberg band the blues, the whole blus and nothing but the blues

Riprendiamo con la rubrica della anticipazioni discografiche dopo la pausa estiva (non del Blog che veniva regolarmente aggiornato ogni giorno anche in questo periodo): partiamo con qualche titolo in uscita tra il 23 e il 30 settembre. L’unica eccezione sarebbe il nuovo CD della David Bromberg Band The Blues, The Whole Blues And Nothing But The Blues, che ha una data di pubblicazione ufficiale per il 14 ottobre, tramite l’etichetta Red House, ma visto che sulle nostre lande è già approdato da qualche giorno, tramite la distribuzione Ird, ve lo segnalo comunque.

Si tratta di un eccellente ritorno di Bromberg alle sue radici musicali, con un disco di poderoso blues elettrico, prodotto da Larry Campbell, finanziato con il crowdfunding, tredici brani di autori classici, qualche traditional e anche canzoni di autori più recenti, un paio dello stesso David:

Walking Blues (Robert Johnson)
How Come My Dog Don’t Bark When You Come ‘Round (Unknown)
Kentucky Blues (George ” Little Hat” Jones)
Why Are People Like That ? (Bobby Charles)
A Fool For You (Ray Charles)
Eyesight To The Blind (Sonny Boy Williamson)
900 Miles (Traditional)
Yield Not To Temptation (Deadric Malone)
You’ve Been A Good Ole Wagon (John Willie Henry)
Delia (Traditional)
The Blues, The Whole Blues, Nothing But The Blues (Gary Nicholson & Russell Smith)
This Month (David Bromberg)
You Don’t Have to Go (David Bromberg)

La band è composta da Mark Cosgrove, chitarra elettrica e mandolino, Nate Grower, violino, Butch Amiot, basso e Josh Kanusky, batteria, più una sezione fiati impiegata in cinque brani e, tra gli ospiti, Bill Payne, al piano e all’organo in sette brani, oltre a Teresa Williams, la moglie Campbell, che guida le voci di supporto in Yeld Not To Temptation. Inutile dire (ma lo dico) che il disco è molto bello.

billy bragg joe henry shine a light

Altro album molto bello, è il disco del mese di settembre del Buscadero, la rivista per cui collaboro (un po’ di promozione), parliamo di Shine A Light: Field Recordings From The Great American Railroad, CD dell’accoppiata Billy Bragg & Joe Henry, in uscita il 23 p.v, per la Cooking Vinyl. Si tratta, come dice il titolo, di field recordings, ovvero registrazioni sul campo, effettuate in giro per varie stazioni ferroviarie degli Stati Uniti, in un viaggio da Chicago a Los Angeles, alle prese con la grande tradizione della canzone americana.

1. “Rock Island Line” – Traditional (Recorded by Lead Belly, Lonnie Donegan)
2. “The L&N Don’t Stop Here Anymore” – Jean Ritchie
3. “The Midnight Special” – Traditional (Lead Belly)
4. “Railroad Bill” – Traditional (Riley Puckett)
5. “Lonesome Whistle” – Hank Williams
6. “KC Moan” – Traditional (The Memphis Jug Band)
7. “Waiting for a Train” – Jimmie Rodgers
8. “In the Pines” – Traditional (Lead Belly, The Louvin Brothers)
9. “Gentle on My Mind” – John Hartford (Glen Campbell, Aretha Franklin)

https://www.youtube.com/watch?v=xxHQk9-zZWw

10. “Hobo’s Lullaby” – Goebel Reeves (Woody Guthrie)
11. “Railroading on the Great Divide” – Sara Carter (The Carter Family)
12. “John Henry” – Traditional (Doc Watson)
13. “Early Morning Rain” – Gordon Lightfoot

Un inglese e un americano che si comprendono alla perfezione, per un disco semplice ma profondo.

devendra banhart ape in pink marble

Sempre il 23 settembre, per la Nonesuch/Warner esce il nuovo album di Devendra Banhart Ape In Pink Market. Segue di tre anni il precedente Mala, uscito nel 2013  e che non mi aveva entusiasmato. Tra i collaboratori di Devendra che che ha scritto, prodotto, arrangiato ed inciso quello che è il suo nono disco da solista, ricordiamo i soliti Noah Georgeson e Josiah Steinbrick.

Non ho avuto occasione di ascoltarlo, a parte i due brani apparsi su YouTube, comunque non male. per cui non so dirvi.

nitty gritty dirt band circlin' back

Il  settembre esce, un po’ a sorpresa, per la Warner Nashville, questo Circlin’ Back Celebrating 50 Years che festeggia appunto i 50 anni di carriera della Nitty Gritty Dirt Band (in questi giorni, su etichetta Chesky, è uscito anche un disco solista di John McEuen, Roots Music Made In Brooklyn con vari ospiti pure quello, tra cui Bromberg, John Cowan, Steve Martin, Jay Ungar, John Carter Cash). Viene pubblicato sia in CD che in CD/DVD (entrambi solo per il mercato americano e il combo in esclusiva per Amazon USA).

E’ stato registrato al Ryman Auditorium di Nashville e ha il seguente contenuto, con gli ospiti evidenziati tra parentesi:

Tracklist
1. You Ain’t Going Nowhere
2. Grandpa Was a Carpenter (feat. John Prine)
3. Paradise (feat. John Prine)
4. My Walkin’ Shoes
5. Tennessee Stud (feat. Vince Gill)
6. Nine Pound Hammer (feat. Sam Bush with Vince Gill)
7. Buy for Me the Rain
8. These Days (feat. Jackson Browne)
9. Truthful Parson Brown (feat. Jackson Browne)
10. Keep on the Sunny Side (feat. Alison Krauss)
11. Catfish John (feat. Alison Krauss)
12. An American Dream (feat. Rodney Crowell with Alison Krauss)
13. Long Hard Road (The Sharecropper’s Dream) (feat. Rodney Crowell)
14. Mr. Bojangles (feat. Jerry Jeff Walker)
15. Fishin’ in the Dark (feat. Jimmy Ibbotson)
16. Bayou Jubilee / Sally Was a Goodun
17. Jambalaya
18. Will the Circle Be Unbroken

bob weir blue mountain

Sempre il 30 esce anche il primo disco solista in studio di Bob Weir Blue Mountain, dai tempi degli anni ’70: nel frattempo erano uscite delle collaborazioni Live con Rob Wasserman, dei dischi a nome Bobby And The Midnites, Ratdog e altro. La prima cosa che salta all’occhio guardando la copertina del CD, che verrà pubblicato dalla Sony Legacy, per dirla come qualche comico di cui al momento mi sfugge il nome, “come è diventato vecchio”, al di là dei 68 anni effettivi (69 al 16 ottobre). Comunque, considerazioni sull’età a parte, le canzoni del disco sono state scritte tutte insieme al cantautore Josh Ritter, la produzione è affidata a Josh Kaufman e Dan Goodwin, con lo stesso Weir, tra le collaborazioni niente nomi celeberrimi, a parte qualche membro dei National che lo accompagneranno nel prossimo tour americano ma non appaiono nel CD. Dodici brani nuovi scritti per l’occasione:

1. Only A River
2. Cottonwood Lullaby
3. Gonesville
4. Lay My Lily Down
5. Gallop On The Run
6. Whatever Happened To Rose
7. What The Ghost Towns Know
8. Darkest Hour
9. Ki-Yi Bossie
10. Storm Country
11. Blue Mountain
12. One More River To Cross

Sentiremo, dal primo brano sembra promettente.

bon iver -  22 a million

Viceversa, bruttissimo, o se preferite sorprendente in senso negativo, almeno per i miei gusti personali, e anche in base alle precedenti uscite, è il nuovo disco di Bon Iver 22, A Million, pubblicato dalla Jagaguwar sempre il 30 settembre. Un disco tutto costruito su campionamenti elettronici e cut’n’paste vocali che avrà purei suoi fans, ma il sottoscritto non rientra tra loro. Ve lo segnalo come monito, occhio alla penna, già i titoli sono significatvi:

Tracklist
1. 22 (OVER S∞∞N)
2. 10 d E A T h b R E a s T ⚄ ⚄
3. 715 – CRΣΣKS
4. 33 “GOD”
5. 29 #Strafford APTS
6. 666 ʇ
7. 21 M♢♢N WATER
8. 8 (circle)
9. ____45_____
10. 00000 Million

La prima volta che lo ho ascoltato in anteprima pensavo fosse un difetto delle canzoni, ma invece è proprio così. Come si usa dire, de gustibus…So che esiste questo filone elettronico e che per molti è la musica del futuro, ma non pensavo fosse così anche per Bon Iver, alias Justin Vernon, visti i dischi precedenti. Parere del tutto personale ovviamente e non cercate di convincermi del contrario.

Per oggi è tutto, ci sentiamo nei prossimi giorni per altre uscite future.

Bruno Conti

Un Disco “Acquatico”! Lisa Hannigan – At Swim

lisa hannigan at swim

Lisa Hannigan – At Swim – PIAS/Play It Again Sam – ATO

Terzo album solista per la cantante irlandese, forse il suo migliore in assoluto, dopo i peraltro buoni Sea Sew Passenger. Nel titolo dell’album o dei brani ci sono comunque sempre alcuni rimandi all’acqua, da cui il titolo del Post, ma poi le canzoni si allargano sia tematicamente che a livello musicale in mille direzioni. La voce è sempre stata una delle carte vincenti di Lisa Hannigan, sin dai tempi in cui era la seconda voce nei primi dischi del conterraneo Damien Rice, ma nei suoi album solisti ha saputo sviluppare uno stile musicale e compositivo che se non è originale è sicuramente affascinante. In passato si erano fatti paralleli con Jesse Sykes, Vashty Bunyan, Bjork, Tori Amos, Kate Bush, Fiona Apple, Marissa Nadler e molte altre, io, dopo un attento’ascolto dei brani di questo album, oltre ai nomi appena ricordati mi sentirei di azzardare anche il folk delle Unthanks, o la musica delle Roches Kate & Anna McGarrigle, visto che spesso la Hannigan usa la voce sovraincisa con il double-tracking e quindi sembra di ascoltare diverse cantanti in azione in contemporanea, peraltro con eccellenti risultati, ed atmosfere sonore e vocali sempre differenti e complesse, quasi dark, lasciando da parte quasi totalmente anche quelle derive pop, sia pure eccentriche, presenti negli album precedenti.

Il disco, dopo il precedente Passenger prodotto da Joe Henry, vede in cabina di regia Aaron Dessner dei National. che si era offerto spontaneamente di collaborare con la Hannigan, e dopo un fruttuoso incontro preliminare in quel di Copenaghen, per scambiarsi idee e bozzetti. il tutto è stato registrato in quel di Hudson, New York. Le canzoni sono state concepite tra Dublino, Parigi, dove ha vissuto per qualche mese, e Londra, che per un breve periodo è stata la residenza di Lisa, che vi si era trasferita per superare un blocco dello scrittore (ma “writer’s block” suona meglio) che l’aveva colpita dopo la fine del lungo tour seguito al secondo album. Il trasferimento a Londra deve essere stato un mezzo shock perché le canzoni, almeno dai titoli, non suonano felicissime: Prayer For The Dying, We The Drowned (questa anche di carattere marino), Funeral Suit, mentre l’iniziale Fall porta pure la firma di Joe Henry, ed è anche uno dei brani più vicini come stile al passato, il testo si apre su un  desolato e criptico “Hold your horses, hold your tongue/ Hang the rich but spare the young.”  Con la sua solitaria acustica arpeggiata, una melodia fragile ma che si ravviva leggermente nel ritornello, la voce raddoppiata quasi sussurrata che inizia ad incantare con i suoi deliziosi svolazzi, e poco altro, una elettrica e delle tastiere sullo sfondo, il tutto con un leggero tempo di valzer che pare il ritmo predominante dell’album. Prayer For The Dying è splendida, una commovente canzone mistica, quasi religiosa, come suggerisce il titolo, una sorta di Ave Maria contemporanea, con la voce, di nuovo double-tracked, che sale e scende su una base di piano acustico, tastiere e chitarre slide trattate, una ritmica appena accennata e un’aria di sereno dolore che la pervade, veramente molto bella.

Snow, di nuovo intima e raccolta, ricorda certe cose di Bjork o Kate Bush, la voce a tratti finalmente in solitaria può rammentare anche quella della Dolores O’Riordan prima della svolta rock dei Cranberries o della Sinead O’Connor meno incasinata, con violino in evidenza e un mood irlandese che rafforza questa impressione, mentre Lo, scritta con Aaron Dessner, si appoggia su una cascata di strumenti a corda e tastiere, la solita leggera elettronica e le voci moltiplicate che possono avvicinarsi a quelle di altre cantautrici complesse come Tori Amos Sarah McLachlan, ma anche le Roches, le sottovalutate sorelle newyorkesi. Con Undertow, che grazie alla sua struttura complessa e fruibile ricorda la migliore Kate Bush, con la voce che fluttua su una melodia futuribile dove però fa capolino anche un banjo e Ora, di nuovo firmata con Dessner, che tenta un approccio più bucolico, avvicinandosi a certe splendide e acrobatiche ballate pianistiche delle sorelle McGarrigle, impressione ancora più percepita da chi scrive, nella meravigliosa Anahorish, meno di due minuti di sola voce a cappella raddoppiata e triplicata per musicare un poema del premio Nobel irlandese Seamus Heaney, da brividi.

Ma prima incontriamo le derive acquatiche e marittime della pianistica We, the drowned, dove una batteria quasi marziale sottolinea l’incedere appassionato della voce incredibile e emozionante della Hannigan, ancora una volta protagonista di quella che è comunque, volendo, anche una bella ballata tra classico e pop, raffinata ma “popolare”, con l’inizio che mi ha ricordato addirittura A Day In The Life dei Beatles (e credo sia un grande complimento). Tender, di nuovo pianistica, ma con un tocco mitteleuropeo grazie alla fisarmonica, mischia arie francesi (o canadesi, come facevano le più volte citate grandi sorelle McGarrigle) e la migliore tradizione delle cantautrici britanniche più raffinate in un tutt’uno che poi alla fine è unico ed esclusivo della musica della Hannigan, geniale artigiana creatrice, insieme a Dessner, di un sound di non facile ascolto ma che regala grandi soddisfazioni all’ascoltatore, come nella splendida ballata Funeral Suit, altra canzone gloriosa che riecheggia anche le ascensioni vocali di quella splendida cantante che è stata Mary Margaret O’Hara (chissà se vorrà ancora deliziarci prima o poi?). In conclusione l’ultimo brano scritto con Dessner, Barton, altra misteriosa e notturna composizione degna delle migliori cantautrici. Ripeto, musica non facile, ma che ascolto dopo ascolto si arricchisce di nuovi particolari e gratifica l’ascoltatore. Ovviamente se amate solo il riff e rock lasciate perdere, se i vostri gusti sono più eclettici potete provare. Esce oggi.

Bruno Conti