Un Vero Sudista…Californiano! Sam Morrow – Concrete And Mud

sam morrow concrete and mud

Sam Morrow – Concrete And Mud – Forty Below CD

Sam Morrow è un countryman atipico: intanto è di Los Angeles, non proprio una delle patrie del country (anche se Bakersfield non è lontanissima dalla metropoli californiana), ed in più il suo suono coinvolge anche elementi differenti. Di base Sam si ispira al country texano di ispirazione Outlaw, Waylon Jennings è uno dei suoi eroi musicali, ma spesso vira verso una musica di stampo southern con marcati elementi funky, un genere in cui gruppi come i Little Feat erano maestri. Se a questo aggiungiamo una serie di canzoni ben scritte ed un approccio grintoso e vigoroso, ne viene fuori che Concrete And Mud, il terzo album di Morrow (a tre anni di distanza dal precedente, There Is No Map), è un lavoro riuscito, piacevole, forse derivativo in certi momenti ma che di sicuro non mancherà di soddisfare gli estimatori del vero country-rock. Prodotto da Eric Corne, il disco si avvale della collaborazione di un solido gruppo di strumentisti, del quale i più conosciuti sono senz’altro lo steel guitarist Jay Dee Maness (ex membro di International Submarine Band e Desert Rose Band, ma suonò anche nel leggendario Sweetheart Of The Rodeo dei Byrds) ed il bassista Ted Russell Kamp, già nella band di Shooter Jennings.

Il brano d’apertura, Heartbreak Man, di country ha poco, ricorda di più i già citati Little Feat, ha il ritmo ed il passo delle canzoni dell’ex band di Lowell George, un sapore a metà tra Sud e funky, una bella slide ed un suono “grasso”. Con Paid By The Mile ci spostiamo invece in Texas, ritmo sostenuto e suono maschio, con l’influenza di Waylon ben presente, per un brano che si ascolta tutto d’un fiato (e le parti chitarristiche sono ottime), mentre San Fernando Sunshine è lenta e cadenzata, una country ballad ancora in puro stile Outlaw, ci vedo qualcosa anche di Willie Nelson, anche se Sam è meno raffinato di Willie (e, ma non c’è bisogno di dirlo, abita un centinaio di piani sotto nella Tower Of Song, per dirla con Leonard Cohen). Quick Fix, ha di nuovo un mood funky, ritmo spezzettato ed una melodia diretta e godibile, sul genere di classici come Dixie Chicken (facendo ovviamente le debite proporzioni).

Good Ole Days è invece un irresistibile honky-tonk di nuovo alla maniera texana (qualcuno ha detto Billy Joe Shaver? Bravo), spedito e coinvolgente. Weight of A Stone è più attendista e non assomiglia a nulla di quanto sentito finora, essendo una languida ballata che potrebbe essere stata scritta da uno come Raul Malo, Skinny Elvis è un velocissimo rockabilly con chitarre e sezione ritmica in evidenza, tra le più immediate, mentre Coming Home è puro country classico, con un feeling anni settanta e la splendida steel di Maness a ricamare sullo sfondo. L’album termina con Cigarettes, ancora cadenzata ma stavolta con tracce di swamp rock alla Tony Joe White, e con Mississippi River, intenso slow acustico (ma full band), che chiude positivamente un disco fresco, solido e riuscito.

Marco Verdi

Rose Rosse Che Profumano Di Ottima Musica! Grayson Capps – Scarlett Roses

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Grayson Capps – Scarlett Roses – Appaloosa Records/Ird

Sei anni separano quest’ultimo lavoro di Grayson Capps dal precedente The Lost Cause Minstrels, un lungo periodo di tempo in cui il songwriter dell’Alabama si è dedicato con esiti positivi al progetto Willie Sugarcapps, il gruppo formato insieme a Will Kimbrough, Corky Hughes e al duo Sugarcane Jane, ovvero Savana Lee ed Anthony Crawford. Insieme a loro ha pubblicato due albums, l’omonimo del 2013 e Paradise Right Here, uscito giusto due anni fa, nell’aprile del 2016. Due buoni dischi che esprimevano le comuni radici dei protagonisti, dal blues al folk, al country rock ruspante della parte southern degli States. Ciò che era rimasto in sospeso quindi, non era tanto l’approccio alla musica, quanto soprattutto la sua evoluzione nel ruolo di autore di testi, da sempre una delle sue migliori caratteristiche. E questi anni, trascorsi a ricostruire una famiglia con l’attuale compagna Trina Shoemaker (stimata produttrice ed ingegnere del suono, premiata anche con il Grammy), lo hanno fatto crescere come uomo oltre che come musicista. Lo ha potuto constatare chi era presente alle date del suo tour italiano dello scorso novembre, in cui Grayson, oltre a presentare i nuovi brani in compagnia del fido Hughes e del nostro ottimo chitarrista J. Sintoni, ha descritto con divertenti introduzioni alcuni dei bizzarri personaggi che popolano le sue canzoni.

Il nuovo CD Scarlett Roses è dunque sotto ogni aspetto il suo lavoro più convincente e maturo, registrato in parte a Mobile, la località dell’Alabama dove attualmente risiede, e in parte nei Dockside Studios di Maurice, in Louisiana. Il disco si apre con l’intensa e nostalgica title track, appassionata rievocazione di un amore ormai finito, irrobustita dai pregevoli fraseggi della chitarra elettrica di Corky Hughes. Hold Me Darlin’ è un blues dal ritmo spigliato che profuma di New Orleans, dobro e lap steel giocano a rincorrersi mentre Grayson canta in tono ironico e rilassato. Bag Of Weed è uno di quei brani che ti entrano sottopelle per non uscirne più, viene voglia di battere le mani seguendone la cadenza e cantandone il ritornello all’infinito, ottima la trovata di mixare la prima parte in studio con un finale dal vivo che si chiude tra gli applausi (meritati). Il ritmo da rock blues schizofrenico che accompagna You Can’t Turn Around ci spinge a muovere ancora il piedino, Hughes e la sua chitarra fanno faville mentre Capps chiude in scioltezza un altro dei suoi sapidi racconti noir. In Thankful l’atmosfera è decisamente più solare, sulle squillanti note di un country rock molto sudista nella forma, a metà strada tra i Lynyrd Skynyrd e Waylon Jennings.

Se già è da considerarsi più che apprezzabile ciò che abbiamo ascoltato fin’ora, la parte migliore di Scarlett Roses deve ancora venire, a cominciare dal prezioso brano intitolato New Again. Un delicato arpeggio e una languida armonica ci introducono in questa sognante folk ballad, un vero e proprio gioiello acustico che vede la partecipazione nel ritornello dell’amico e collega Dylan LeBlanc. Hit Em Up Julie è, per contrasto, un ruvido blues con slide ed armonica a condurre la danza, adeguata introduzione all’episodio più atipico e sorprendente dell’intero lavoro, intitolato Taos. Nei suoi otto minuti e mezzo di crepitanti assoli e distorsioni chitarristiche Grayson ci catapulta in un mondo febbricitante e lisergico, che tanto ricorda le epiche cavalcate elettriche dei Crazy Horse degli anni settanta https://www.youtube.com/watch?v=Zb88nX4Xu5o . Dopo tanta tensione, diviene logico e necessario chiudere il disco con un’oasi di pace, e questo compito viene svolto alla perfezione dalla suadente Moving On, un brano che, per struttura melodica ed efficacia interpretativa, richiama alla memoria quella Love Song For Bobby Long, tratta dalla colonna sonora dell’omonimo film, che fece conoscere Grayson Capps al grande pubblico, ormai tredici anni fa. Oggi, per fortuna, possiamo contare su un autore e un interprete di assoluto livello, che sarà un sicuro protagonista della nostra musica anche negli anni a venire.

Marco Frosi

Da Nashville, Con Orgoglio. Jason Isbell And The 400 Unit – The Nashville Sound

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Jason Isbell And The 400 Unit – The Nashville Sound – Southeastern Records

Jason Isbell, ormai giunto al sesto album da solista dopo la positiva parentesi come chitarrista e compositore nei Drive By Truckers dal 2001 al 2007, rivendica con forza e con le armi della buona musica la sua appartenenza ad una delle città musicali per eccellenza degli U.S.A., la celeberrima Nashville, da molti considerata il simbolo della musica country da classifica, banale e stereotipata, che spesso si mescola al pop. Jason sostiene che questa sia una falsa immagine, provocata dalle scelte di importanti case discografiche che investono su artisti fasulli mandandoli ad incidere nei rinomati studi nashvilliani, ma i musicisti veri, che a Nashville ci vivono e ci lavorano, come il grande veterano John Prine o l’emergente Chris Stapleton, sono fatti di altra pasta e producono musica di assoluto valore. Diventa allora pienamente giustificato, per il nostro songwriter originario della vicina Alabama, intitolare orgogliosamente la propria ultima fatica The Nashville Sound, pubblicato a metà dello scorso giugno e già premiato da critica e pubblico come uno dei migliori dischi di Americana dell’anno appena concluso (*NDB Di cui colpevolmente non avevamo recensito, per motivi misteriosi, neppure i due dischi precedenti e quindi rimediamo, nell’ambito della serie di recuperi “importanti” di album usciti nel 2017). Squadra che vince non si cambia, e così, per confermare i brillanti esiti dei due precedenti lavori, Southeastern del 2013 e Something More Than Free del 2015, Isbell ha rivoluto con sé in cabina di regia il richiestissimo Dave Cobb, produttore che sa plasmare il suono di un album con utili suggerimenti senza mai risultare troppo invadente.

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https://www.youtube.com/watch?v=w8mMXEUFWu0

Ad affiancare il protagonista, gli ormai fedeli e collaudati componenti della sua band, i 400 Unit (nome che deriva da un reparto psichiatrico dell’ospedale di Florence, in Alabama): la moglie Amanda Shires, al violino e ai cori, già autrice di cinque pregevoli dischi da solista più uno in coppia con Rod Picott, Sadler Vaden alle chitarre, già membro dei Drivin’ N’ Cryin’, Jimbo Hart al basso, Derry DeBorja tastierista co-fondatore dei Son Volt e Chad Gamble alla batteria. Come già accadeva nei due precedenti CDs, come brano di apertura viene scelta un’intensa e malinconica folk ballad: intitolata Last Of My Kind,  prende corpo lentamente fino al pregevole finale in cui ogni musicista dà il suo efficace contributo. Il suono si fa decisamente più duro ed elettrico nella successiva Cumberland Gap, che scorre veloce su territori che rimandano al grande ispiratore Neil Young, noto a tutti per le sue memorabili invettive chitarristiche. Nell’alternanza di ritmi ed atmosfere, si torna alla struttura della ballata con Tupelo (il richiamo nel titolo alla Tupelo Honey del maestro Van The Man non è, secondo me, per nulla casuale), un vero gioiello arrangiato in modo sopraffino, con una linea melodica che conquista al primo ascolto. Altra grande canzone è la drammatica White Man’s World, il cui testo denuncia il razzismo di cui ancora purtroppo sono permeati gli States, soprattutto i vasti territori agricoli del Sud. Notevole il duetto a metà del brano tra la slide di Vaden e il violino della Shires.

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https://www.youtube.com/watch?v=JV7c8V5XLk8

La delicata e acustica If We Were Vampires dà all’album un tocco di romanticismo che non guasta, Jason la canta con tono accorato ed il cuore in mano, doppiato nel ritornello dalla tenue voce della moglie. Anxiety è il pezzo più lungo e strutturato del disco, che ricorda certi epici episodi del mai troppo compianto Tom Petty. Si apre con un aggressivo attacco di chitarre per poi rallentare durante il cantato delle strofe, mantenendo comunque una bella tensione emotiva fino alla parte conclusiva che riesplode in un bel sovrapporsi di tastiera e sei corde acustiche ed elettriche. Molotov non lascia particolarmente il segno, è associabile ad una serie di canzoni elettro-acustiche che rimandano ad un altro illustre collega di Isbell, Ryan Adams. Meglio la graziosa e beatlesiana Chaos And Clothes, chitarra e voce, con qualche piacevole ricamo in sottofondo. Con Hope The High Road torniamo a correre, grazie ad una melodia vincente condotta dalle chitarre e dal limpido hammond sullo sfondo, una splendida song che esprime voglia di vivere e quella speranza a cui fa riferimento il titolo. Conclusione in chiave country-folk con la deliziosa Something To Love, altro fulgido esempio del notevole talento compositivo del suo autore che cresce disco dopo disco, confermandosi uno dei più validi protagonisti dell’attuale scena cantautorale americana. Orgogliosamente Made in Nashville!

Marco Frosi

“Il” Vero Sudista: Quasi Un Capolavoro Finale. Gregg Allman: Southern Blood

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Gregg Allman – Southern Blood – Rounder/Universal CD – CD/DVD

Quando alcuni mesi fa, più o meno all’inizio della primavera, venne annunciato che il tour americano di Gregg Allman, previsto per i mesi successivi, era stato cancellato (e non rinviato) e che i biglietti sarebbero stati rimborsati, la voci che si rincorrevano da mesi sulla salute del musicista di Nashville (perché li era nato) erano probabilmente giunte al capolinea. In seguito si è saputo che, nonostante il trapianto al fegato, riuscito, del 2010, Gregg Allman aveva avuto anche problemi ai polmoni e aveva sviluppato un nuovo tumore al fegato, per cui aveva preferito non essere sottoposto ad un nuovo intervento o a cure mediche intensive che avrebbero probabilmente compromesso definitivamente l’uso delle corde vocali e quindi ha continuato la sua vita cantando dal vivo e incidendo un ultimo disco, finché la salute glielo ha permesso. L’uscita dell’album era prevista in un primo tempo per il gennaio del 2017, poi posticipata a data ignota, fino alla notizia della sua morte, avvenuta il 27 maggio del 2017: il disco comunque era stato inciso nel marzo del del 2016, ai famosi Fame Studios di Muscle Shoals, Alabama, nel corso di nove giorni, e sotto la produzione di Don Was, con il supporto della Gregg Allman Band guidata dal chitarrista Sonny Sharrard, e anche l’impiego di una sezione di fiati in alcuni brani. In questi giorni si è saputo che era stato completati anche altri due brani, Pack It Up di Freddie King e Hummingbird di Leon Russell, a cui Allman avrebbe dovuto aggiungere la traccia vocale, insieme alle armonie vocali per tutti i brani finiti, ma a causa delle condizioni di salute peggiorate in modo tale da non consentirglielo, queste parti sono state completate da Buddy Miller.

Il disco, composto da dieci brani, otto cover, più una canzone firmata insieme da Gregg e Sonny Sharrard, e una, Love Like Kerosene, dal solo chitarrista (tratta dal suo album solista Scott Sharrard & The Brickyard Band, uscito nel 2012 e che vi consiglio di recuperare perché si tratta di un ottimo disco di blues-rock-soul, sullo stile del suo datore di lavoro): l’album, si diceva, registrato negli studi dove si è svolta la parte iniziale della carriera di sessionman del fratello Duane Allman, è una sorta di omaggio a quella musica, tra soul, R&B, blues, ma anche southern rock, perché le prime tracce degli Hourglass, la band d’esordio discografico dei fratelli Allman, vennero registrate proprio in quegli studi, e per chiudere il cerchio, di comune accordo con Was si è deciso di inciderlo proprio laggiù. L’ultima line-up della band prevedeva, accanto ad Allman e Sharrard, Steve Potts e Marc Quinones, a batteria e percussioni, Ron Johnson al basso, Peter Levin alle tastiere, Jay Collins, Art Edmaiston.e Mark Franklin ai fiati, oltre agli ospiti Spooner Oldham David Hood, che erano due dei musicisti originali dei Muscle Shoals Studios, nonché di Jackson Browne, che è la seconda voce, aggiunta in un secondo momento, nella canzone Song For Adam, che porta la sua firma. E proprio le canzoni sono tra i punti di forza di questo album, un quasi capolavoro ho detto nel titolo, perché secondo il sottoscritto bisogna comunque cercare di tenere un punto di prospettiva serio ed obiettivo nel giudicare un disco: non si possono dare cinque stellette a destra e a manca come usano fare molte riviste e siti musicali, se vogliamo confrontarli, per dire, con At Fillmore East degli stessi Allman Brothers, o con Blonde On Blonde Highway 61 Revisited di Dylan, Music From Big Pink o il 2° della Band, Electric Ladyland di Jimi Hendrix, o dischi dei Little Feat, dei Grateful Dead, e così via, che sono rappresentati nel CD e sono i veri capolavori. Comunque questo Southern Blood è un grande disco, probabilmente superiore anche al suo esordio solista Laid Back e al recente Low Country Blues, in una discografia solista che ha visto solo otto dischi di studio e un paio di Live, ma una infinita serie di perle con il suo gruppo, l’Allman Brothers Band.

E l’unica canzone veramente nuova, My Only True Friend, scritta con Sharrard, non sfigura affatto al cospetto di brani classici: si tratta di una canzone che è una sorta di inno al suo vero grande amore, la musica, raccontata ad una donna, con un impeto e una passione ammirevole, una sorta di autobiografia e testamento finale in un unico pezzo, che è splendido anche a livello musicale (se mi scappano gli aggettivi non fateci caso, eventualmente ne chiederò a Mollica), una tipica ballata allmaniana dove la voce di Gregg (come peraltro in tutto il disco) nonostante i problemi di salute e gli anni vissuti pericolosamente, ha comunque la maturità che si conviene ad uno della sua età, ma ancora una freschezza ed una vivacità che pochi interpreti odierni possono vantare, con organo e piano, per non parlare della chitarra e dei fiati che distillano note magiche (bellissimo l’assolo di tromba di Franklin e quello di chitarra di Sharrard) , mentre tutta la band rende giustizia a questa canzone che probabilmente è una delle più belle mai scritte da Gregg durante tutta la sua carriera, se il rock ha un’anima, rock got soul, questo brano ne è un manifesto. Once I Was è un’altra ballata (che è lo stile musicale privilegiato in questo album) magnifica, scritta da Tim Buckley per il suo album del 1967 Goodbye And Hello, un pezzo malinconico, di una bellezza struggente, già interpretato alla grande ai tempi da Buckley, uno dei miei cantanti preferiti in assoluto, e qui reso in una versione altrettanto bella da Gregg Allman, con la voce che quasi scivola sul lussuoso background musicale realizzato dai musicisti, che hanno trasformato questo pezzo, folk all’origine, in una complessa melodia notturna dove tastiere, fiati (il sax, credo di Edmaiston, rilascia un pregevole assolo) e la pedal steel sono protagonisti assoluti. Sharrard ha raccontato che ai tempi Gregg aveva proposto a Tim di scrivere qualcosa insieme, vista la rispettiva stima, ma la cosa non si era concretizzata per la morte di Buckley, e sempre Sharrard racconta di avere introdotto Allman anche alla musica del figlio Jeff.

Per completare un trittico di brani fantastici, ecco Going Going Gone un pezzo di Bob Dylan tratto da Planet Waves, il disco del 1974 realizzato con la Band, una canzone forse non notissima, ma di cui ricordo sempre una versione splendida realizzata per Rubaiyat il tributo per i 40 anni della Elektra, cantata da Robin Holcomb e con un assolo di chitarra incredibile e lancinante di Bill Frisell, da sentire https://www.youtube.com/watch?v=ALM2SI0GZj8 , ma anche questa rilettura di Gregg Allman sfiora la perfezione, con slide, acustica e steel che si fondono in modo magistrale con i fiati, mentre la voce si libra in modo struggente sulla melodia del brano. E che dire di Black Muddy River? Anche questo pezzo dei Grateful Dead non viene da uno dei loro lavori forse più noti e migliori, In The Dark comunque fu il disco della band di Garcia a vendere di più e la canzone in ogni caso è un piccolo capolavoro, specie in questa versione che forse è persino migliore dell’originale, già quella di Bruce Hornsby & De Yarmond Edison, presente in Day Of The Dead, era notevole, ma quella presente in Southern Blood raggiunge un equilibrio sonoro tra la parte strumentale, dove fiati, tastiere e chitarre sono ancora una volta amalgamati in modo chirurgico da Was e quella vocale, con un bell’uso anche delle armonie vocali, per non parlare dell’intervento splendido della pedal steel, che ha quasi del miracoloso, Gregg la canta di nuovo in modo intenso e passionale con una partecipazione quasi dolorosa, per un brano che ancora una volta è l’epitome perfetta della ballata, l’arte in cui eccelleva l’Allman solista. Non poteva mancare il blues naturalmente, affidato ad una cover di I Love The Life I Live, un pezzo scritto da Willie Dixon, ma associato a Muddy Waters, grintoso e fiatistico, diverso dall’approccio più sanguigno e rock usato negli Allman Brothers, ma comunque sempre affascinante, e la voce, che assume per l’occasione quasi un timbro alla Joe Cocker, lascia il segno. 

Altra canzone epocale, tra le più belle nell’ambito ristretto di quelle che hanno fatto la storia del rock, è Willin’ di Lowell George, di cui si ricordano due diverse versioni dei Little Feat, quella del primo album, tra rock e blues, e quella successiva, indimenticabile, di stampo “stoned” country, apparsa su Sailin’ Shoes (e al sottoscritto piace moltissimo anche quella che incisero i Commander Cody https://www.youtube.com/watch?v=L-TBiCJQVlQ ): questa di Allman ancora una volta rivaleggia, sia pure in modo diverso, con l’originale, in un turbinio di chitarre acustiche ed elettriche e della steel, tutte presumo magnificamente suonate da Sharrard, con il piano a sottolineare l’interpretazione misurata e sincera di Gregg che, ben coadiuvato dalle avvolgenti armonie vocali aggiunte da Don Was, ci regala una versione da manuale. Dopo una serie di brani così è difficile proseguire a questi livelli, ma Gregg e i suoi musicisti ci provano, con una versione sinuosa e misteriosa della voodoo song Blind Bats And Swamp Roots, un vecchio pezzo di Johnny Jenkins tratto da Ton-Ton Macoute, album del 1970, in cui avevano suonato il fratello Duane e altri musicisti del giro Allman Brothers. Un altro omaggio alla musica dei Muscle Shoals è Out Of Left Field, un vecchio brano scritto da Dan Penn Spooner Oldham (che appare anche come musicista in questa versione) per Percy Sledge, quindi un’altra ballata, questa volta di vero deep soul sudista, sembra quasi un pezzo della Stax, quelli in cui spesso suonava il fratello Duane come chitarrista, in ogni caso bellissima pure questa. Love Like Kerosene, è l’altro pezzo contemporaneo, scritto da Scott Sharrard, un brano blues, già apparso sul Live Back To Macon del 2015 e che insieme a I Love The Life I Live fa parte delle bonus tracks dal vivo, registrate nel 2016, contenute nella versione Deluxe dell’album, che riporta anche un breve documentario con il Making Of del disco, in un DVD aggiunto. Comunque anche Love Like Kerosene è un signor brano, quello forse con il drive sonoro più vicino al classico blues-rock dei migliori Allman Brothers. E per concludere in gloria, e forse chiudere la sua vicenda musicale e di vita, una versione, bellissima pure questa, di Song For Adam, un pezzo scritto da Jackson Browne, che appare anche alle armonie vocali e che aveva scritto These Days, un pezzo contenuto in Laid Back, il primo disco solista di Gregg Allman. Si tratta di una canzone che Gregg ha sempre amato molto, in quanto la legava alla scomparsa del fratello Duane e che ha faticato a completare, lasciando incompleto l’ultimo verso “Still it seems he stopped singing in the middle of his song…”. Se gran finale doveva essere così è stato.

Uno dei dischi più belli del 2017. Anche questo esce domani 8 settembre.

Bruno Conti

Un Discreto Esordio, Ma In Giro Si Trova Di Meglio! Luke Combs – This One’s For You

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Luke Combs – This One’s For You – River House/Sony CD

La performance di vendita di This One’s For You, album d’esordio del giovane countryman della Carolina del Nord Luke Combs (dopo un paio di EP autodistribuiti), andato al numero uno della classifica country di Billboard ad una sola settimana dall’uscita, è emblematica dello stato desolante in cui versa il panorama discografico americano. Con questo non voglio dire che il disco sia brutto, anzi è un buon album di moderna country music, dal suono sufficientemente elettrico e chitarristico, e con diversi punti di contatto con la musica del Sud, ma è anche un CD assolutamente normale, senza brani sottotono ma neppure strepitosi, uno di quei lavori dei quali ad ascolto ultimato non ti rimane in testa alcunché. Di buono c’è che Combs scrive tutti i brani di suo pugno (anche se in collaborazione con altri), ha un buon ritmo e gusto per le melodie fruibili, ed i ritornelli sono quasi sempre diretti e brillanti, senza troppe concessioni a sonorità commerciali od edulcorate (la produzione di Scott Moffatt è molto classica, senza guizzi ma neppure cadute di tono), però va anche detto che se questo album fosse uscito quando i dischi si vendevano ancora, forse avrebbe visto a malapena la Top 20 (e sono generoso).

Out There è un bell’inizio, un brano elettrico e potente, con un bel ritornello che affianca una struttura tipicamente country ad un buon sapore southern; Memories Are Made Of  ha un refrain ancora migliore, coniuga fruibilità e qualità, e potrebbe essere un singolo vincente, mentre Lonely One è il primo slow, ma gli strumenti sono quelli giusti e lo spirito sudista non manca neppure qua. Beer Can è un midtempo con chitarre in primo piano ed il solito motivo centrale orecchiabile, anche se il testo ricicla temi un po’ stereotipati di donne e bevute, Hurricane è il primo singolo e si sente, in quanto fino ad ora è il brano più “prodotto” (spunta anche un synth, seppur leggero), mentre One Number Away è una ballata che suona già sentita, anche rispetto ad altri brani di questo disco, come d’altronde la roccata Don’t Tempt Me. Il problema, se di problema si può parlare, è proprio questo: i pezzi di questo CD sono tutti di buon livello, suonati e cantati nel modo giusto, ma alla fine finiscono per assomigliarsi un po’ l’un l’altro, con le possibili eccezioni della ritmata e coinvolgente When It Rains It Pours, una delle più dirette ed immediate, e della conclusiva Honky Tonk Highway, un rockin’ country saltellante e festoso.

Quindi un discreto album, al quale però manca ancora qualcosa per fare il grande salto: per carità, stiamo parlando di un esordio e c’è tutto il tempo per Luke Combs di crescere e salire di livello, anche se temo che il conseguimento della prima posizione in classifica potrebbe fargli credere di essere già arrivato al top e quindi convincerlo ad accontentarsi.

Marco Verdi

Due Slide Sono Sempre Meglio Di Una, Nuova Puntata. Delta Moon – Cabbagetown

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Delta Moon – Cabbagetown – Jumpin’ Jack Records

Qualcuno ha definito la loro musica “una voce, un groove e due chitarre slide”! E mi sembra fotografi alla perfezione il loro stile, ormai forgiato da una serie di nove album (alcuni anche usciti in Europa con titoli e copertine diverse, più un paio di Live antologici):    http://discoclub.myblog.it/2012/06/07/due-slide-son-meglio-di-una-delta-moon-black-cat-oil/  potremmo aggiungere che in qualche brano la voce non c’è e che siamo, naturalmente, dalle parti delle 12 battute del blues (elettrico). I due leader, chitarristi ed autori dei brani, sono sempre Tom Gray, a tratti impegnato anche all’elettrica in modalità normale, ma più spesso alla lap steel suonata con la barretta d’acciaio, nonché voce solista, mentre Mark Johnson è il “maestro” della bottleneck classica,  entrambi affiancati dal bassista haitiano Franher Joseph (un omone nero impassibile che è una via di mezzo tra il laconico Bill Wyman, come stile e Clarence Clemons fisicamente) e dal batterista Marlon Patton, che si occupa anche della parte tecnica in questo Cabbagetown, ma non sempre è in tour con loro.

Come al solito, in alcuni brani, la band utilizza anche delle voci femminili di supporto, Kyshonna Armstrong e Susannah Masarie, presenti proprio nei due brani che aprono il CD: Rock And Roll Girl, dove Johnson è impiegato alla slide, mentre Tom Gray è la voce solista, rauca e vissuta (vagamente tipo l’ultimo Stephen Stills o JJ Cale, per avere una idea) oltre che autore del brano, così come dei tre successivi, un brano dove la band, anche grazie alle due ragazze che ci danno dentro d’impegno, accentua, come da titolo, l’aspetto rock della loro musica, sempre con la guizzante slide che è l’elemento portante del sound. E pure la successiva The Day Before Tomorrow rimane su queste coordinate sonore, brani brevi e compatti, tutti tra i tre i quattro minuti, elementi roots comunque spesso presenti, anche chitarre acustiche a rendere più corposi gli arrangiamenti, ma è il lavoro della slide quello caratterizzante, pensate ad uno stile alla John Hiatt, con Landreth o Cooder alla chitarra , anche se la voce, come detto, purtroppo non è a quei livelli ovviamente, siamo più dalle parti oltre che del citato JJ Cale anche del primo Billy Gibbons. Il blues sale al proscenio per l’elettroacustica Just Lucky I Guess, un po’ di swamp, il contrabbasso a scandire il tempo con la batteria, e le due chitarre meno “elettriche del solito”. Ma è quando il gruppo lavora sulle twin guitars in modalità slide che il suono decolla, come nella mossa Coolest Fools, dove i ritmi ricordano quelli della Louisiana e la Masarie aggiunge la sua voce a quella di Gray.

Refugee, firmata dalla band al completo, gioca ancora su un groove ciondolante con elementi gospel, una vocalità corale e parlata, e Gray che si doppia anche al piano per l’occasione, mentre le due ragazze vivacizzano la parte cantata. Mad About You ha un ritmo più incalzante, un groove rotondo di basso, un piano elettrico aggiunto e le “solite” chitarre ad intrecciarsi in assoli sempre piacevoli. Il centerpiece del disco è una poderosa rilettura di Death Letter di Son House, l’unico brano che supera i sei minuti, con l’armonica di Jon Liebman aggiunta alle procedure, e le due chitarre veramente “minacciose”, come pure le voci, fino alla vorticosa improvvisazione degli strumenti solisti nella parte finale del brano, sempre con il groove al centro dell’arrangiamento. 21st Century Man è un altro potente blues elettrico, sembra quasi un brano di Robert Johnson in versione southern rock-blues (d’altronde vengono dai sobborghi di Atlanta, Georgia), un bel riff ricorrente di chitarra e il piano ancora una volta elemento aggiunto nell’arrangiamento guizzante. Tom Gray passa all’armonica e Joseph al contrabbasso per il country-blues strumentale di Cabbagetown Shuffle, con le slide questa volta in modalità acustica. Sing Together sempre firmata coralmente dalla band, è un altro esempio del loro Delta blues elettrico e ad alta densità, con le chitarre che si dispiegano nella consueta ed immancabile versione a tutto bottleneck.

Visti di recente, ad aprile, in concerto al Nidaba a  Milano, dal vivo sono veramente fantastici.

Bruno Conti

                

Ancora “Italiani Per Caso”, Ma “Americani Dentro”, Questa Volta Tocca a Valter Gatti – Southland

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Valter Gatti – Southland – fonoBisanzio/Ird

Valter (con la V, credo per problemi all’anagrafe italiana) Gatti è l’ennesimo musicista italiano indipendente innamorato della musica degli Stati Uniti, anzi, come si deduce dal titolo del disco, Southland, quella del Sud degli States. Il nostro amico nasce, per mantenere l’analogia, nel Sud della Lombardia, nel lodigiano, ma opera, come giornalista e divulgatore nella zona di Padova (quindi una sorta di “collega”): questo disco è il suo esordio discografico, a quasi 60 anni, portati bene, decide di registrare un album per rendere omaggio alla musica che ha sempre ascoltato. E per realizzarlo si affida a una pattuglia di musicisti italiani: Paolo Costola, dobro, slide, chitarre elettriche ed acustiche, Valerio Gaffurini, Hammond, Fender Rhodes e piano, Larry Mancini, basso e Albert Pavesi, batteria, oltre alle armonie vocali di Raffaella Zago e alla viola e violino di Michele Gazich, che cura anche la produzione del disco, sempre citare i nomi, lo meritano. Non contento di tutto ciò contatta anche alcuni musicisti americani di “culto” per suonare nel CD: Greg Martin dei Kentucky Headhunters http://discoclub.myblog.it/tag/kentucky-headhunters/ , Chris Hicks, attuale chitarrista della Marshall Tucker Band e Greg Koch, grande chitarrista, testimonial della Fender per il modello Telecaster http://discoclub.myblog.it/2013/11/03/c-e-sempre-qualcuno-bravo-che-sfugge-greg-koch-band-plays-we/ .

E tutti gli rispondono di sì. Nel progetto viene coinvolto anche Massimo Priviero, per duettare in uno dei due brani cantati in italiano, nell’altro c’è Gazich. Il risultato è un disco di southern-folk-country-blues- rock, con un paio di cover di assoluto pregio, scelte con cura, All Along The Watchtower di Dylan e The Joker della Steve Miller Band. Se proprio devo fare un appunto (da appassionato ad appassionato) Gatti non ha una voce particolarmente memorabile, si affida ad uno stile vocale diciamo leggermente “laconico”, a tratti una sorta di parlar-cantando o viceversa, ma gli arrangiamenti curati di Gazich e la buona qualità delle canzoni e degli interventi solisti degli ospiti rendono il disco molto piacevole, per chi ama questa musica. E così scorrono l’iniziale Southland, un brano dall’atmosfera quasi celtica grazie alla viola di Gazich, ma anche derive “desertiche” americane; All Along The Watchtower viene proposta in una veste tra folk e rock, di nuovo grazie al guizzante violino di Michele sembra quasi una outtake di Desire, e ottimo anche il lavoro della slide di Costola.

Raffiche Di Vento, con il controcanto di Priviero e l’eccellente lavoro della tagliente chitarra solista di Chris Hicks, è un gagliardo pezzo rock, come pure la successiva In Your Town, una bella ballata sudista dalla melodia avvolgente con l’ottimo Greg Martin che colora il brano con la sua lirica chitarra. Lifelong Blues, come da titolo, illustra un’altra delle passioni di Valter, il blues, un altro pezzo percorso dalla chitarra di Martin e dal violino di Gazich, mentre Take Me As I Am è una delicata e struggente ballata pianistica. Nella cover di The Joker si cerca di ricreare l’atmosfera divertita e divertente del brano originale, sempre scanzonato e godibile; Gloomy Witness con l’ottima solista di Koch in evidenza, ha di nuovo quell’andatura ondeggiante del Dylan di Desire, miscelata al Knopfler più americano, ottima. E In My Boots alza ulteriormente l’asticella del southern rock classico, Greg Martin ci dà dentro con la sua solista e il brano galoppa. In chiusura il duetto folk con Gazich nella quasi parlata Dove Sei, intima e raccolta. Un bel dischetto.

Bruno Conti

Confermo, Trattasi di Uno Bravo: Forse Migliore Anche Del Disco Precedente! Owen Campbell – Breathing Bullets

owen campbell breathing bullets

Owen Campbell – Breathing Bullets – owencampebllmusic.com/Roc Records

“Questo è uno bravo, talent show a parte”! Così concludevo la recensione del precedente disco di Owen Campbell The Pilgrim, uscito nel 2014 e accolto con buone critiche in giro per il mondo e vendite interessanti nel suo paese, l’Australia http://discoclub.myblog.it/2014/11/09/i-talent-producono-anche-dei-talenti-veri-australia-owen-campbell-the-pilgrim/ . Perché questo signore, non più giovanissimo, è approdato alla musica che conta (almeno a livello qualitativo) attraverso la versione down under di Australia’s Got Talent, ma aveva comunque già pubblicato dei dischi a livello locale prima di partecipare al famoso talent. Diciamo che, a mio avviso, le eccezioni alla regola, ovvero che i partecipanti ai talent show dovremmo lasciarli al loro destino, sono abbastanza rare: mi vengono in mente d’acchito Crystal Bowersox, prodotta da Jono Manson, ma era American Idol e in Australia a The Voice la bravissima Mahalia Barnes, la figlia di Jimmy, ma si contano sulle dita di una mano. Ora Campbell, dopo un paio di EP, Songs For Syria e In The Shadow Of The Greats, un mini di cover di brani celebri https://www.youtube.com/watch?v=DL3jasJ5RNw , approda a questo nuovo album Breathing Bullets, registrato in quel di Memphis, con la produzione di Devon Allman e con Tom Hambrdige che si occupa, con buoni risultati come sempre, del lato tecnico: i musicisti, a parte l’ottimo Rick Steff alle tastiere e Wendy Moten alle armonie vocali, sono nomi locali, mai sentiti da chi scrive, ma che contribuiscono comunque al suono solido e vibrante che scaturisce dal disco, con un punto di merito per il secondo chitarrista, dal nome esotico, Von Dé Nammla, che duetta spesso con Owen nelle parti strumentali del CD.

Per il resto siamo di fronte ad un disco che potremmo definire “sudista”, sia per la provenienza di Owen, viene dal New South Wales australiano, sia per la musica, una miscela di blues, rock, qualche tocco soul e un pizzico di country, Americana – bisognerebbe forse dire Australiana –  dieci brani che portano tutti la sua firma, dove si apprezza la sua voce, non eccelsa magari, ma consistente, se dovessi azzardare un paragone mi ricorda quella di Chris Rea quando si occupa di blues e non di canzoncine, oppure anche, vagamente, Tony Joe White, senza dimenticare i modelli southern,  come è ovvio per un disco registrato tra Memphis, Nashville e il sud dell’Australia. La canzone Breathing Bullets racconta delle frustrazioni degli ultimi anni, quando ha dovuto “respirare pallottole”, ovvero tornare a fare il musicista di strada, dopo anni di tour che lo avevano portato in giro per il mondo, Italia inclusa, risorgendo come una sorta di fenice musicale, più forte e gagliardo di prima: un brano che tira alla grande, con organo, chitarre e una scatenata Wendy Moten, che tirano la volata a Campbell, per un canzone che mescola rock got soul, profumi gospel e pure qualche reminescenza stonesiana alla Gimme Shelter, bella partenza. Sempre bluesy, con un bel blend di chitarre acustiche ed elettriche, e il solito organo di Steff, è la successiva On My Knees, ancora la Moten che titilla la voce vibrante di Owen, per un altro sano pezzo di rock, sudista e sudato.

Howling è un ottimo mid-tempo atmosferico, avvolgente e incalzante, potrebbe ricordare persino le cose di quel grande che fu un altro Campbell, John, non dimenticato, spero (almeno da chi scrive, sicuramente) grande musicista americano, e anche l’assolo di chitarra è cattivo e ruvido quanto basta. C’è spazio anche per brani più acustici, folkeggianti, come la raccolta Rattlin’ Round, un perfetto brano da stoyteller, quale Owen Campbell anche è, non sfigura, per dire, rispetto a certe ballate malinconiche di Steve Earle. Eagle Man nasce da un viaggio di ritorno dal Grand Canyon, una sorta di sogno ad occhi aperti su un vecchio indiano, a tempo di ballata, con chitarra acustica, violoncello ed organo a circondare mirabilmente la bella voce del nostro, mentre Keep On Walkin’ ritorna al rock-blues deciso del resto del disco, con la slide a dettare l’atmosfera, sino a che non entra l’armonica, sempre suonata da Campbell, a chiudere il cerchio. Soldier Of Fortune, sembra un brano del vecchio british blues più rockeggiante, pensate a Savoy Brown, Foghat, ancora grazie alla slide tagliente che rievoca Rod Price, con la Motem che si “agita” nuovamente, sempre sullo sfondo. Rise ci introduce di nuovo all’uso del bottleneck, questa volta usato con classe su un tessuto acustico, ma dall’arrangiamento complesso ed affascinante, altra gran bella canzone, come pure Struggle Town, ancora una pillola di rock sudista energico e ricco di grinta, mentre il finale è lasciato al country, un po’ vaudeville, un po’ honky tonk, della deliziosa Coming Home To You. Non posso che confermare, questo signore è bravo, se il vostro budget ve lo permette fateci un pensierino, il disco merita.

Bruno Conti

Husky Burnette – Ain’t Nothin’ But A Revival. Catalogare Sotto Southern-Blues-Rock, “Bizzarro” Ma Efficace!

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Husky Burnette – Ain’t Nothin’ But A Revival – Rusty Knuckles Music

Husky Burnette appartiene a quella variegata schiatta di artisti, bizzarri e sopra le righe, che popolano il mondo della musica indipendente americana. Spesso autodefinitisi “leggendari”, o per meriti propri, o perché a loro volta hanno frequentato musicisti cosiddetti leggendari: tipo, nel caso di Burnette, che è stato il loro chitarrista, ci viene detto di Roger Alan Wade e Hank Williams III, mica cotica! Al di là del fatto che ero convinto che i musicisti leggendari fossero ben altri, e forse il nostro amico, di leggende ne ha in effetti un paio nel proprio albero genealogico, due tra gli inventori del R&R e del rockabilly, Johnny & Dorsey Burnette (della stessa dinastia anche Rocky, Billy e Tim). Comunque, per inquadrarlo, questo signore è nato in quel di Chattanooga, Tennessee, un imprecisato numero di anni fa, ha al suo attivo già tre album solisti https://www.youtube.com/watch?v=wF9DMjvI_f0 , compreso questo Ain’t Nothin’ But A Revival, e anche se forse probabilmente non sarà mai una leggenda, fa comunque della buona musica, un blend di blues, rock, southern, armato della sua chitarra https://www.youtube.com/watch?v=_UaZWtcciWw e di un bella voce, potente e vissuta, il nostro amico ci regala undici brani di sapida musica di marca sudista.

Best I Can, posta in apertura, non ha nulla da invidiare ai migliori brani degli ZZ Top degli anni ’70, chitarre a manetta, anche con pedale wah-wah innestato, ritmi boogie e voce polverosa. Trucco che viene ripetuto anche in Kick Rocks https://www.youtube.com/watch?v=itRv-BMEBNg , di nuovo vocione in evidenza, una armonica soffiata con potenza, aggiunta per alzare la quota blues e chitarra che spara riff a raffica; 36 Degrees illustra il lato più gentile dell’animo di Burnette, una bella ballata che profuma di sapori del Sud, illuminata da un pregevole assolo di slide nella parte centrale https://www.youtube.com/watch?v=Rcyc0vMacXU . Pay By The Hour, il brano più lungo dell’album, è un altro pezzo di chiara impostazione blues, ancora con l’armonica in evidenza (suonata nell’album da JD Wilkes dei Legendary Shack Shakers), mentre altrove Andy Gibson,  anche lui dalla band di Hank III unisce la sua chitarra a quella di Husky e i ritmi sono più canonici e tradizionali, a momenti anche presi a prestito dai classici (mi è sembrato di cogliere il riff di Spoonful).

Chicken Grease è un breve momento di follia sonora, in comune con certe cose di Scott H. Biram, altro personaggio bizzarro con cui ha diviso i palcoscenici, mentre Southbend/High Head ritorna al granitico southern boogie à la ZZ Top con chitarre fumanti in bottleneck style. Dog Me Down, costruita intorno ad un giro di basso, è un altro tuffo nel blues sporco e cattivo persino con richiami a Tom Waits, con armonica ed una seconda voce femminile aggiunta alle procedure (Bethany Kidd, non conosco, ma comunque brava). O’Neal Dover, batteria e Yattie Westfield, basso, tengono il ritmo con caparbia grinta in tutto l’album, meno che in Busted Flat, un blues acustico per sola chitarra, voce ed armonica. Ma Husky Burnette eccelle soprattutto quando può alzare il volume e tuffarsi in un blues-rock sanguigno e tosto come in See, I Moan The Blues, dove può smanettare la sua chitarra con libidine e pure in When My Train Comes, sempre a tutto riff. Di nuovo slidin’ blues per la conclusione di questo Ain’t Nothin’ But A Revival, affidata a Dirty Gettin’ Down, un proclama fin dal titolo https://www.youtube.com/watch?v=38NkLVZRrBY . Personaggio minore ma non privo di attrattive per gli amanti del genere: file under southern-blues-rock.

Bruno Conti

Anche Come Band Leader Rimane Sempre Una Cantante Di Un Certo “Peso”! Wynonna Judd – Wynonna & The Big Noise

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Wynonna Judd – Wynonna & The Big Noise – Curb CD

Wynonna Judd, o più semplicemente Wynonna (sorella della popolare attrice Ashley, nonché figlia di Naomi, con cui componeva il popolarissimo duo delle Judds, anche se il loro vero cognome è Ciminella), era inattiva da ben sette anni. Considerata un’artista country, ha però sempre avuto sia nella voce potente che nella grinta un’attitudine da rockeuse, qualità che oggi ha modo di mostrare appieno con il suo lavoro nuovo di zecca, intitolato Wynonna & The Big Noise, nel quale, a partire dalla copertina, la nostra si mette alla leadership di una vera e propria band, formata da Justin Weaver alle chitarre, Peter King alle tastiere, Dow Tomlin al basso e Cactus Moser (ex membro degli Highway 101 e anche produttore del disco) alla batteria.

Wynonna & The Big Noise segna un bel ritorno da parte di una artista che non è mai stata tra le mie beniamine, ma ha comunque sempre fatto la sua musica con coerenza e senza rompere le scatole a nessuno, e con questo disco si rivela in gran forma, ben coadiuvata da un gruppo compatto dal suono molto rock e diretto, con chitarre (spesso in modalità slide) ed organo sempre in primo piano, che danno alle canzoni un sapore sudista con accenni blues e swamp in certi momenti; il CD, dodici brani, vede poi la collaborazione di alcuni pezzi da novanta (che vedremo strada facendo), i quali abbelliscono il tutto con interventi misurati ma preziosi. Una bella “rentrée” dunque (e molto poco country), da parte di una cantante che avevo sinceramente dimenticato.

Apre la tostissima Ain’t No Thing, un rock blues dallo spirito sudista che vede la partecipazione della bravissima Susan Tedeschi alla voce e chitarra, un pezzo che Wynonna conduce in porto con piglio sicuro ed autorità (ed il brano è scritto da Chris Stapleton, tanto per capirci). Cool Ya ha una ritmica spezzettata ed una melodia che fa un po’ fatica ad emergere, anche se il suono, dominato dall’organo, non presenta sbavature.Things I Lean On è più cantautorale, un intenso brano di base acustica con accompagnamento leggero e la gradita comparsata di Jason Isbell, mentre You Make My Heart Beat Too Fast è un godibilissimo ed insinuante swamp rock, polveroso, elettrico e cadenzato, con una bella slide paludosa quanto basta.

Staying In Love è un’escursione in territori soul-errebi (pur senza fiati), sempre con base sonora molto sudista ed un ritornello decisamente accattivante; Keeps Me Alive inizia piano, con un’atmosfera tesa da blues desertico, ed una slide in sottofondo suonata nientemeno che da Derek Trucks (per par condicio, dato che abbiamo avuto la moglie…), il quale nobilita la canzone con il suo tocco da maestro. Jesus And A Jukebox è una languida ballata, la più country del disco, con un’ottima scrittura ed una solida performance da parte della band; I Can See Everything vede l’ultimo ospite del disco, ovvero l’Eagle Timothy B. Schmit (che è anche autore del brano): Timothy è senz’altro famoso per la sua voce angelica e per le sue armonie, non certo per il suo songwriting, ma la canzone, una tipica ballata soft-rock californiana, è gradevole.

Something You Can’t Live Without è ancora rock dalla vena southern, anche se i suoni non sono molto spigolosi, meglio You Are So Beautiful, dall’andatura più lenta ma dalla musicalità calda e voce in primo piano; il CD si chiude con la pianistica Every Ending (Is A New Beginning), altra ballata di gran classe, e con Choose To Believe, un pezzo scritto da Kevin Welch, che riporta il disco su territori paludosi, sudati, con la voce di Wynonna a dare un tocco di sensualità. Un buon ritorno per Wynonna Judd: potrebbe anche essere il suo disco migliore di sempre.

Marco Verdi