Cantastorie, Pittore E Artista Di “Culto”. Otis Gibbs – Hoosier National

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Otis Gibbs – Hoosier National – Wanamaker Recording Company – CD – LP – Download

Questo signore è un cliente abituale di queste pagine virtuali fin dal lontano 2010, nel Bog abbiamo recensito i suoi dischi a partire da Joe Hill’s Ashes, e poi in seguito Harder Than Hammered Hell, Souvenirs Of A Misspent Youth, sino al più recente Mount Renraw https://discoclub.myblog.it/2017/02/22/un-grande-narratore-alt-country-da-salotto-otis-gibbs-mount-renraw/ . Stiamo parlando del barbuto Otis Gibbs (un tipo che potrebbe essere benissimo il quarto componente dei texani ZZ Top), pittore, fotografo ed ecologista convinto, oltre che narratore e artista di culto nell’ambito country, più o meno alternativo, che torna con questo nuovo lavoro Hoosier National, un disco completamente elettrico, dove per la prima volta suona una vecchia chitarra Les Paul con corde di grosso calibro, collegata ad un amplificatore Princeton Tuxedo del ’63, particolare non indifferente nello sviluppo delle storie che compongono questo grintoso concept album in stile roots-rock.

Per questo ennesimo capitolo della sua saga, il buon Otis si avvale come è consuetudine del suo ristretto giro di eccellenti musicisti, a partire dal chitarrista Thomm Jutz (Nanci Griffith, Mary Gauthier), il batterista Lynn Williams (Delbert McClinton, Wallflowers), Mark Fain al basso (uno che ha lavorato con Tom Petty, John Fogerty e Ry Cooder), e il pianista Jen Gunderman (Sheryl Crow, Jayhawks), ma su tutto spicca la sua voce che negli anni è diventata sempre più roca e sofferta. Le storie si aprono con una Nine Foot Problem dal passo tipico dei folksinger americani, a cui fanno seguito i sei minuti di Panhead, un bel groove blues che mi ricorda l’ultimo Steve Earle, mentre Sons And Daughters viaggia su una buona ritmica con il suono di una chitarra potente. Il racconto prosegue con l’incantevole Lord Open Road dal complesso spirito narrativo (si racconta l’omicidio di un certo James H.Langford avvenuto nel lontano 1981), un brano quasi recitativo cantato e suonato in perfetto stile Dirty Blvd del grande Lou Reed (era nell’album New York (89), per poi passare ad un brano molto rootsy come Fountain Square Stare, con un riff e una melodia trascinante, rispolverare il blues paludoso alla Tony Joe White di Mid Century Modem e a seguire un altro ritratto di vita reale come Bill Traylor (storia della vita di un afro-americano in Alabama), cantata da Gibbs con la grazia e il cuore di un vecchio bluesman.

Le storie volgono alla fine con il sincopato riff chitarristico, alla Keith Richards, di una trascinante Blood, per poi cambiare ancora genere con il gioioso country di Ten Minutes (G.A.R. Reprise), e andare a chiudere il percorso con la solita ballata commovente, una Faithful Friend dal feeling universale che ricorda il duo Mellencamp/Springsteen, su un bel tessuto musicale di tastiere e chitarre. Negli ultimi 18 anni Otis Gibbs ha pubblicato alcuni dischi straordinari (i primi tre soprattutto), ma questo ultimo lavoro Hoosier National contrassegnato da una svolta più elettrica (chitarra elettrica, basso e percussioni) potrebbe nel tempo diventare il suo CD migliore. Negli anni Otis Gibbs è stato paragonato a molti (forse troppi) musicisti, a partire da Woody Guthrie,Johnny Cash, Steve Earle, Guthrie Thomas (un altro assolutamente da riscoprire), JJ Cale, il Tom Waits più oscuro, mentre musicalmente è certamente possibile cogliere rimandi a Bruce Springsteen, e per quello che vale, credetemi, non c’è un brano debole in tutto lo sviluppo di questo splendido album roots-rock.

Per quanto riguarda la sua attività musicale, Gibbs rimane un grande narratore musicista itinerante che sa scrivere canzoni accattivanti e avvincenti, che porta la sua musica in giro per il mondo, suonando ovunque possa farlo, rimanendo volutamente fuori dallo “showbiz”, e ciò lo porta a essere un musicista di culto, ma con un fascino che molti artisti sopravvalutati neanche sfiorano. Alla fine la filosofia musicale di Otis è quella di cantare storie, a chi ha voglia di sentirle. Se lo ascoltate, difficile che possiate pentirvene.

NDT: Come al solito il CD è di difficile reperibilità, comunque lo si può acquistare sul suo sito, anche se le spese di spedizione dagli Usa sono molto salate!

Tino Montanari

Una Affacinante Cantautrice “Tradizionalista”. Diana Jones – Song To A Refugee

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Diana Jones – Song To A Refugee – Proper Records – CD – LP

Questa signora è diventata da qualche anno una “cliente” abituale di questo blog, infatti ce ne siamo occupati sia per l’uscita di High Atmosphere (11), comprensivo della complicata storia della sua vita https://discoclub.myblog.it/2011/05/08/bella-musica-e-anche-una-bella-storia-da-raccontare-diana-jo/  e Museum Of Appalachia Recordings (13) https://discoclub.myblog.it/2013/07/30/dal-tennessee-agli-appalachi-diana-jones-museum-of-appalachi/ , che indubbiamente erano influenzati dalle origini della sua famiglia, abbiamo tralasciato colpevolmente l’ottimo Live In Concert (15), per tornare ora con questo nuovo e importante lavoro Song To A Refugee. Questo disco mette in luce il problema dei rifugiati, raccontando le loro storie, anche su eventi della vita reale, che sono portatori di una vasta gamma di prospettive individuali e emotive, che non sono altro che il loro vissuto.

Diana Jones si avvale per l’occasione dei suoi inseparabili compagni di viaggio, che sono per l’occasione Jason Sypher e Joe DeJarnette al basso, Glenn Patscha e Mark Hunter al pianoforte, e Will Holshouser alla fisarmonica, con ospiti speciali come Richard Thompson, Steve Earle e la cantante Peggy Seeger (sorella del grande Pete Seeger), affidando la produzione all’autore e polistrumentista David Mansfield (in passato artefice in alcuni tour di Dylan) e a Steve Addabbo (Suzanne Vega, Shawn Colvin). Il viaggio della speranza inizia con le sonorità della fisarmonica di El Chaparral, un valzer della disperazione con il canto lamentoso della Jones e gli strappi della fisa, che evocano perfettamente la scena messicana, mentre la seguente I Wait For You racconta la storia di una donna sudanese venduta dal padre, il tutto raccontato sulle note del mandolino e violino di Mansfield, per poi passare alla title track Song To A Refugee, un brano dal grande pathos emotivo eseguito su una bella aria scozzese. Con la splendida We Believe You arriva la canzone più importante dell’album, dove Steve Earle, Richard Thompson, Peggy Seeger si alternano alla voce con Diana, su un tessuto melodico splendido, complice sempre il violino di David.

Brano seguito da Mama Hold Your Baby, dove si racconta la vicenda di una madre separata dal suo bambino, nella quale il sottofondo “bluegrass” con chitarra e mandolino è perfetto per raccontarne la storia, mentre Santiago è una sorta di ninna nanna sussurrata da Diana, sullo straziante violino di David. I racconti dolorosi proseguono con Ask A Woman, un brano dolcemente folk che vede in primo piano le armonie delle Chapin Sisters, a cui fanno seguito The Life I Left Behind accompagnata come sempre dal violino, e interpretata dalla Jones in uno stile che può ricordare la miglior Joan Baez, e una arpeggiata Where We Are solo chitarra, violino e voce, canzone di una struggente bellezza. Ci si avvia alla parte finale del viaggio con il valzer cadenzato di Humble, per poi tornare al duo Jones / Mansfield con Love Song To A Bird e The Sea Is My Mother, due brani riflessivi dove si raccontano prima le storie di una famiglia e poi di due sorelle che affrontano il pericolo della traversata in mare, per chiudere infine proprio con una struggente canzone d’addio The Last Words, con Glenn Patscha degli Ollabelle al pianoforte e la voce della Jones a sottolineare il tutto con empatia e compassione , in quello che è probabilmente il disco migliore della sua carriera.

Non tutte le canzoni di Song To A Refugee sono dirette o letterali, in quanto la nostra amica racconta una serie di storie dal punto di vista delle donne, a partire da vicende di bambini, sorelle, madri, sempre interpretate con voce dolorosa da questa nuova Emily Dickinson (la famosa poetessa americana), e cosa non trascurabile, in un lavoro che è stato inciso in pochi giorni, suonando tutti insieme in un piccolo studio, particolare che può passare inosservato, ma che un tempo, quando si suonava la “vera musica”, era una importante consuetudine. In definitiva questo nuovo lavoro della Jones non è un forse un disco facile da assimilare, ma si tratta di musica sincera ed essenziale, dove Diana Jones é peraltro ben assecondata da un manipolo di ottimi musicisti che la sorreggono in questo sincero omaggio alle problematiche sempre più attuali sul tema dei “rifugiati”.

Tino Montanari

Torna Il “Comandante” Steve Con Un Disco D’Altri Tempi. Steve Earle & The Dukes – Ghosts Of West Virginia

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Steve Earle & The Dukes – Ghosts Of West Virginia – New West CD

Gli Stati Uniti stanno attraversando una delle loro crisi più profonde della storia, in preda all’emergenza sanitaria ed economica causate dalla pandemia di Covid-19, con l’aggiunta dei tumulti conseguenti ai fatti avvenuti a Minneapolis (e con un presidente che giorno dopo giorno dà la sensazione di non sapere che pesci prendere). In tutto questo caos Steve Earle ha deciso stranamente di non “infierire”, pubblicando invece un nuovo album ispirato ad un evento di cronaca nera accaduto il 5 aprile del 2010 nella contea di Raleigh in Virginia, allorquando una terribile esplosione avvenuta nella miniera di Upper Big Branch uccise 29 operai su un totale di 39 che si trovavano al lavoro in quel momento. Ghosts Of West Virginia è quindi un sentito omaggio da parte di Earle alle vittime di quel tragico evento, ed è la parte finale di un progetto chiamato Coal Country nato qualche mese fa, una sorta di piece teatrale che sta girando per gli Stati Uniti (anche se penso che in questo periodo la tournée si sia interrotta a causa del virus) con le musiche composte appunto da Steve.

Fin dagli anni trenta ed anche prima la storia della musica è piena di canzoni ispirate al lavoro in miniera, dalla Carter Family (Coal Miner’s Blues) alle famosissime Dark As A Dungeon e Sixteen Tons di Merle Travis, passando per la Coal Miner’s Daughter di Loretta Lynn (che divenne anche il suo soprannome) fino a tempi più “recenti” con la Miner’s Prayer di Dwight Yoakam, senza dimenticare successi pop come la prima hit internazionale dei Bee Gees New York Mining Disaster 1941 o interi album come Blood, Sweat And Tears di Johnny Cash, che però era in maggior parte dedicato al lavoro in ferrovia: solo uno come Earle però poteva concepire un intero album ispirato ai minatori nel 2020 rendendo il progetto perfettamente credibile, e forse tutto sommato ha anche senso che in questi tempi travagliati il nostro abbia voluto “riportare tutto a casa” pubblicando un disco dedicato al lavoro duro per antonomasia, pericoloso non solo per i sempre possibili incidenti mortali ma anche per le esalazioni che a lungo andare possono portare al decesso per cancro ai polmoni. Dal punto di vista musicale Steve è coadiuvato dai fidi Dukes (Chris Masterson alle chitarre, Eleanor Whitmore a violino e voce, Ricky Jay Jackson a steel e dobro, Jeff Hill al basso e Brad Pemberton alla batteria) ed il suono mantiene quel mood country-rock inaugurato con il bellissimo So You Wannabe An Outlaw del 2017 https://discoclub.myblog.it/2017/07/05/uno-splendido-omaggio-al-country-texano-anni-settanta-steve-earle-the-dukes-so-you-wannabe-an-outlaw/  e proseguito con l’omaggio alle canzoni di Guy Clark Guy https://discoclub.myblog.it/2019/04/08/dopo-quello-a-van-zandt-un-altro-toccante-omaggio-ad-un-grande-texano-steve-earle-the-dukes-guy/ .

Anche Ghosts Of West Virginia (prodotto da Steve e mixato dall’inseparabile Ray Kennedy) è quindi un lavoro di puro country elettrico alla maniera del nostro, che non è mai stato country nel vero senso del termine neppure negli esordi di Guitar Town ed Exit 0, ma ha sempre iniettato nel suo sound robuste dosi di rock. Le canzoni sono tutte di grande intensità ed Earle, nonostante un aspetto sempre più invecchiato ed una voce sempre più arrochita, ha ancora la grinta di un ragazzino: forse l’unico difetto del CD è l’esigua durata di appena mezz’ora. Heaven Ain’t Goin’ Nowhere fa iniziare l’album in modo atipico, con una sorta di gospel corale eseguito interamente a cappella: domina ovviamente la voce di Steve, forte e centrale, con il coro che ripete ad libitum la frase del titolo. Union, God And Country è una country song spedita e scorrevole, con una strumentazione tradizionale ed un approccio da bluegrass band, un brano splendido nobilitato da un motivo di impatto immediato; Devil Put The Coal In The Ground è più spigolosa pur mantenendo un accompagnamento perlopiù acustico, ma il mood è bluesato ed anche il lavoro di violino e banjo va in quella direzione, con Steve che canta in maniera tesa ed a metà canzone arriva anche un lancinante assolo di chitarra elettrica, mentre con John Henry Was A Steel Drivin’ Man torniamo su lidi country-folk, con una melodia di stampo tradizionale (che prende spunto proprio dalla famosa John Henry, che però parlava del lavoro in ferrovia) ed un background sonoro elettroacustico e coinvolgente.

Molto bella Time Is Never On Our Side, una folk song amara ed intensa cantata con il cuore in mano e con il solito commento musicale di gran classe da parte dei Duchi, tutto basato su un giro di chitarra tipico ed una sezione ritmica discreta. La potente It’s About Blood è nettamente più roccata ed elettrica pur mantenendo un impianto sonoro “roots”, con Steve che alterna cantato e talkin’ e sul finire elenca ad uno ad uno i nomi dei 29 minatori che persero la vita nella tragedia del 2010; di segno opposto è If I Could See Your Face Again, uno splendido acquarello acustico sfiorato dalla steel ed affidato totalmente alla bella voce della Whitmore: un pezzo estremamente toccante, tra i migliori del CD. Black Lung è un country-blues che ha il sapore delle canzoni risalenti al periodo della Grande Depressione, anche se dalla seconda strofa entra di prepotenza la sezione ritmica tingendo il brano di rock; chiusura con l’irresistibile country-boogie Fastest Man Alive, forse il momento più trascinante del lavoro, e con la delicata ed ancora splendida The Mine, con la voce di Steve più roca che mai ma feeling a dosi massicce.

Altro disco bello e fiero dunque per Steve Earle, che in un momento di confusione totale ed incertezza per il futuro (in America come nel resto del mondo) ha nobilmente scelto di ricordare un tragico fatto di cronaca ormai sepolto nella memoria.

Marco Verdi

Passeggiando Sulle Strade Polverose Del West. The White Buffalo – On The Widow’s Walk

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The White Buffalo – On The Widow’s Walk – Snakefarm/Universal Record – CD – LP 29-05Download 17-04

Bisogna riconoscerlo, questo ragazzone non sbaglia un colpo. Stiamo parlando di Jake Smith a.k.a. The White Buffalo, che con Matt Lynott alla batteria, e Christopher Hoffee alle chitarre e basso, danno vita e voce alla formazione dei Jelly Crew. Storia singolare e direi anche fortunata, quella di questo musicista californiano che, pur essendo in circolazione da circa una ventina d’anni, deve la visibilità e un relativo successo dalla ribalta offerta (come già detto in altre occasioni) dalla serie televisiva Sons Of Anarchy e dalla relativa colonna sonora, che ha permesso al buon Jake Smith di allargare di molto il bacino del suo pubblico e di suonare davanti a platee sempre più ampie e sparse nel mondo, anche nel nostro paese (era pure in programma un concerto all’Alcatraz di Milano, rinviato per il Covid).

A partire dall’EP Prepare For Black & Blue (10) e Once Upon A Time In The West (12), il percorso è proseguito regolarmente con Shadows, Greys & Evil Ways (13), Love & The Death Of Damnation (15), e a distanza di tre anni dall’ultimo lavoro Darkest Darks, Lightest Lights (17) https://discoclub.myblog.it/2017/10/23/ancora-sulle-strade-della-california-white-buffalo-darkest-darks-lightest-lights/ , continuano il loro progetto artistico con questo settimo lavoro On The Widow’s Walk, composto da undici brani per una quarantina di minuti di sano “folk-rock” all’americana, con la produzione affidata all’amico e collega Shooter Jennings che suona anche pianoforte e tastiere, con la particolarità che il tutto è stato registrato in presa diretta nell’arco di una sola settimana.

On The Widow’s Walk (come alcuni lavori precedenti) è una sorta di “concept-album” che si apre con la geniale e bella Problem Solution, che parte in modo energico con la voce calda e baritonale di Jake, per poi cambiare ritmo con l’ingresso del pianoforte di Jennings e diventare più pacata, mentre la seguente The Drifter è costruita sugli stilemi della classica ballatona “country”, per poi cambiare di nuovo ritmo con la batteria cadenzata di No History, un brano che ricorda il miglior Steve Earle, e passare ad una canzone da cantautore classico come Sycamore, con un “sound” lento e ricco di “pathos”.

Si riparte con il folk crepuscolare di Come On Shorty (chissà perche la mente corre al Cat Stevens prima della conversione islamica ?), per poi dimostrare che sotto la barba e un “corpaccione” c’è un cuore tenero, nella ballata più bella del disco, una delicata e malinconica Cursive, costruita intorno al piano del produttore e la voce incredibile di Smith. Come da prassi subito dopo si passa alle accelerazioni rock (alla Counting Crows) di Faster Than Fire, mentre la “title track” Widow’s Walk è un perfetto pezzo radiofonico da sentire e risentire sulle strade assolate californiane.

La successiva River Of Love And Loss è una canzone scarna e inquietante, con la voce profonda di Jake che segue le note di una chitarra e in sottofondo il lamento di un violino, un insieme che trasmette un senso di dolore, seguita da una meravigliosa e cinematografica The Rapture, dai ritmi “dark” e oscuri con un crescendo di “ululati” da parte del buon Smith, e andare infine a chiudere con un’altra tenera ballata I Dont’t Know A Thing About Love, guidata dal pianoforte, archi e violino, il modo migliore per chiudere un lavoro splendido, dove si può trovare folk, blues, country, rock stradaiolo, suoni vari e tanto altro ancora. Mi viene colpevolmente il dubbio che i White Buffalo (un moniker perfetto), senza il colpo di “fortuna” citato all’inizio avrebbero continuato il loro percorso da “country hobosper percorrere in lungo e in largo gli States come una band tra tante (quindi un tipico caso di “sliding doors”), invece di diventare un gruppo essenziale, soprattutto nella persona del loro leader, un autore e narratore di spessore, un gigante dall’animo sensibile, che narra storie di vita vissuta, di perdenti, dell’America ben raccontata da Jack Kerouac (delinquenti, ubriaconi, reduci di guerra) senza mai perdere un briciolo di dignità.

On The Widow’s Walk è merito dell’accoppiata perfetta White Buffalo e Shooter Jennings (il “compagno di merende” ideale anche per i prossimi lavori), con l’apporto dei Jelly Crew, un lavoro dove domina la voce di Jake Smith un incrocio tra Eddie Vedder e Johnny Cash (baritonale intensa e calda), insomma il disco giusto per scappare dal periodo che stiamo vivendo.Imperdibile per tutti i “Bikers”, per le atmosfere alla Easy Rider, ma anche per gli amanti della musica “Americana”. *NDT Dopo alcuni rinvii, finalmente il disco esce in formato fisico venerdì 29 Maggio, prima era disponibile solo per il download.

Tino Montanari

 

Una Figlia D’Arte Con Un Approccio Musicale Tutto Suo. Aubrie Sellers – Far From Home

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Aubrie Sellers – Far From Home – Aubrie Seller/Soundly Music CD

Aubrie Sellers, giovane cantautrice non ancora trentenne, non poteva che intraprendere la strada musicale. Già il fatto di nascere e crescere a Nashville predispone in tal senso, ma Aubrie è la figlia di Jason Sellers, autore di canzoni per conto terzi con un paio di dischi all’attivo negli anni novanta, e soprattutto di Lee Ann Womack, una delle più popolari country singer in America; in più, il patrigno di Aubrie (secondo marito di Lee Ann) è il noto produttore Frank Liddell, che è stato anche responsabile del primo album della ragazza New City Blues, uscito nel 2016. Uno potrebbe pensare che con questo lignaggio la Sellers si sia ritrovata la tavola apparecchiata, ma in realtà la ventinovenne cantante ha voluto mettersi in gioco, e con il suo secondo lavoro Far From Home ha fatto un disco di puro rock, nel quale il country è totalmente estraneo se non nella struttura melodica dei brani, che contrasta apertamente (e volutamente) con l’accompagnamento decisamente duro e roccato.

Non c’è l’ombra di violini, steel o mandolini in questo lavoro, ma il suono si regge totalmente sulle chitarre e su una sezione ritmica tosta, Glen Worf al basso e Fred Etchingham alla batteria : sono ben quattro infatti i chitarristi che si alternano (Ethan Ballinger, che è anche il fidanzato di Aubrie, Adam Wright, Park Chisholm e Chris Coleman), i quali forniscono un sound granitico ed abbastanza inatteso, creando un’interessante e stimolante contrapposizione con le linee melodiche cantate dalla Sellers, grazie anche alla produzione essenziale ed asciutta di Liddell. Il CD è aperto dalla title track, un brano dall’atmosfera rarefatta di grande fascino, con le chitarre elettriche dietro la voce di Aubrie e paesaggi sonori quasi alla Daniel Lanois (personalmente noto similitudini con la Emmylou Harris di Wrecking Ball, anche per la somiglianza del timbro vocale). My Love Will Not Change è l’unica cover (è stata scritta da Shawn Camp con Billy Burnette) e ha un suono duro e spigoloso, non lo stile che ti aspetteresti, ed il pezzo è impreziosito dall’intervento vocale di Steve Earle: un brano tosto, tra rock e blues, che non liscia il pelo all’ascoltatore ma gli spara in faccia un sound aggressivo e chitarristico.

Lucky Charm è di nuovo elettrica e potente, ma la melodia è orecchiabile e crea un contrasto volutamente spiazzante con il background decisamente rock: tre canzoni e di country non c’è traccia. Worried Mind inizia con una chitarra nel buio, poi entra la voce di Aubrie che intona un motivo che sarebbe perfetto per una country ballad, ma il sottofondo tagliente e quasi bluesato porta da tutt’altra parte; la tonica Drag You Down è immediata e dotata di gran ritmo, ed è il pezzo più accomodante finora anche se le chitarre a tempo di boogie non sono proprio tipiche di una pop song. Going Places è in bilico tra la ballata anni sessanta con tanto di chitarra twang ed un’aura moderna e quasi ipnotica https://www.youtube.com/watch?v=_EgqWZCRUwQ , Glad pesta di brutto e le chitarre sono anche distorte, e si viene a creare una contrapposizione netta con la voce gentile della Sellers. Haven’t Kissed Me Yet somiglia quasi ad una ballata canonica, uno slow intenso per voce e chitarra (elettrica), mentre con Troublemaker ci rituffiamo in atmosfere urbane e dissonanti, alla Dream Syndicate (altro che country).

La lenta Run, attendista e crepuscolare, precede Under The Sun, forse il brano più rilassato di tutto il disco e con un bel refrain, e la conclusiva One Town’s Trash, un veloce e coinvolgente power pop scritto insieme a Brendan Benson dei Raconteurs https://www.youtube.com/watch?v=hXtdoRRBcAM . Non so se mamma Lee Ann sia contenta delle scelte musicali della figlia Aubrie: quel che è certo che di dischi con questo suono da Nashville non ne escono molti.

Marco Verdi

Stanno Tornando! Mandolin’ Brothers, Sabato 30 Novembre Allo Spazio Teatro 89 Di Milano Presentazione Del Nuovo Album “6”

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Ah, quei bei titoli di una volta, “6”, sarà mica per caso il sesto album della band pavese (diciamo di Voghera e dintorni)? Certo che sì: a cinque anni dal precedente album Far Out, e a due anni dall’uscita del disco solista di Jimmy Ragazzon,i Mandolin’ Brothers pubblicano un nuovo album anche per festeggiare 40 anni di carriera (ok i dischi hanno iniziato a farli parecchi anni dopo, ma non stiamo a spaccare il capello in quattro, anche perché non per tutti ce ne sono ancora molti). La formazione si è stabilizzata da parecchi anni in un sestetto, dove oltre a Jimmy, voce solista, armonica e chitarra acustica, ci sono Marco Rovino, chitarre, mandolino e voce, Paolo Canevari, chitarra elettrica e slide, Riccardo Maccabruni, piano, organo, fisarmonica e voce, Joe Barreca, basso e Daniele Negro, batteria.

Per questa serata speciale, che si terrà alla Spazio Teatro 89 a Milano in Via F.lli Zoia 89, ci saranno alcuni ospiti, non a sorpresa, visto che sono annunciati Paolo Bonfanti, Bruno De Faveri e Dado Bargioni; non ci sarà Jono Manson, che ha prodotto il nuovo album ai suoi Kitchen Sink Studios di Santa Fé nel New Mexico, disco che è stato registrato nel corso dell’ultimo anno tra i Downtown Studios di Pavia e il Raw Wine Studio di Buffalora (PV), Jono che sarà probabilmente presente nelle date di febbraio del tour. Il disco riporta nove nuove composizioni della band, un brano inedito di Jono Manson e una cover di Steve Earle, da sempre uno dei preferiti del gruppo, insieme agli amati Bob Dylan, Stones, Little Feat e ai grandi bluesmen della tradizione della musica americana, tanto per citare solo alcune delle influenze che animano la musica dei sei: quindi blues, rock, country, folk, roots music, vogliamo chiamarla Americana (quello che si offende se usi il termine è Dan Stuart dei Green On Red)? Ovviamente il concerto prevede, oltre alla esecuzione dei nuovi brani, anche una carrellata di canzoni dai vecchi album e qualche cover succosa scelta nel loro sterminato repertorio.

Che altro dire? Il prezzo del biglietto sarà 13 euro, 10 euro quello ridotto. Poi la settimana prossima, o comunque non appena in possesso del CD, che verrà venduto pure al Teatro, recensione dell’album sul Blog. Non mi rimane che dirvi di intervenire numerosi: se li conoscete già è quasi pleonastico dirlo, ma se non li avete mai visti dal vivo (vedere sopra), si tratta di una esperienza da fare assolutamente, in quanto siamo di fronte ad una delle migliori band in circolazione, e non solo in Italia.

Bruno Conti

Un Riuscito Omaggio Alle Sue Radici, Anche Attraverso Una Serie Di Duetti. Rodney Crowell – Texas

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Rodney Crowell – Texas – RC1 Rodney Crowell Records

Il nostro amico viene dal Texas, come recita il titolo di uno dei suoi dischi degli anni 2000 The Houston Kid, ma si è trasferito a Nashville, Tennessee nel lontano 1972, dove dapprima è stato uno dei più apprezzati autori country per altri cantanti e poi nel 1978 ha iniziato la sua carriera solista con l’ottimo Ain’t Living Long Like This. Nel corso degli anni il suo stile, comunque country-rock, come testimonia la sua militanza nella Hot Band, il gruppo che ha accompagnato a lungo Emmylou Harris, si è progressivamente allargato con l’inserimento di elementi, folk, roots, Americana ed in generale cantautorali, anche grazie al sodalizio con Rosanne Cash, sposata nel 1979, e con cui ha collaborato a lungo anche a livello musicale, sia come produttore che come autore di canzoni. Quando la loro unione ha iniziato a sfaldarsi, ed in seguito dopo il divorzio, i due (un po’ come Richard e Linda Thompson) hanno tratto ispirazione dalle loro amare vicissitudini amorose e personali per realizzare alcuni dei dischi migliori delle rispettive carriere, anche se poi, appianate le divergenze, i due col passare del tempo sono rimasti amici e collaborano saltuariamente a livello musicale.

Tra l’altro Crowell, che ha comunque una discografia cospicua, con una ventina di album di studio pubblicati, questo Texas dovrebbe essere il n° 21, nell’ultima decade ha incrementato la sua produzione, e degli ultimi tre dischi si era occupato l’amico Marco, incluso uno natalizio https://discoclub.myblog.it/2018/11/11/per-un-natale-texano-diverso-rodney-crowell-christmas-everywhere/ , dove all’interno della recensione trovate il link per risalire ai precedenti e leggere quanto scritto su di lui nel Blog. Per cui non mi dilungo ulteriormente e passo a parlarvi del nuovo album: come ricorda il titolo del disco, oltre ad essere un omaggio al suo stato di origine questo Texas è un album quasi totalmente di duetti, prodotto dallo stesso Crowell con Ray Kennedy, e oltre agli ospiti che vediamo subito brano per brano, nel CD suona una pletora di musicisti veramente formidabile, decine di strumentisti che si alternano nelle varie canzoni. Alle chitarre tra gli altri troviamo Audley Freed, Jack Pearson, Jedd Hughes, John Jorgenson, Steuart Smith, al basso Dennis Crouch, Lex Price Michael Rhodes, alla batteria Fred Eltringham Greg Morrow, oltre a Ringo Starr, alle tastiere Jim Cox, oltre a violinisti, mandolinisti e suonatori di fisarmonica assortiti. Le canzoni, che formano una sorta di ciclo dedicato ai vari aspetti del Lone Star State, portano tutte la firma di Crowell, che per certi versi le ha anche adattate alle caratteristiche dei vari musicisti che partecipano all’album: l’iniziale Flatland Hillbillies è addirittura in trio, con Randy Rogers a rappresentare il “nuovo” movimento Red Dirt, ma anche il country-rock ed il southern, mentre Lee Ann Womack è l’unica (bella) voce femminile, ricorrente, visto che appare in due brani, e si tratta di un pezzo grintoso, bluesato, con il testo divertito e ricco di humor, le chitarre sudiste e vibranti sono quelle di Freed e Jorgenson.

Caw Caw Blues come da titolo è un altro brano di quelli tosti e tirati, con Vince Gill voce duettante che doppia quella di Crowell e soprattutto Jack Pearson alla solista, che amplifica il suono southern ripreso dalla sua militanza negli Allman Brothers, e addirittura il rock sudista tocca il suo apice in una poderosa 56 Fury, dove Billy F. Gibbons scatena il suo boogie-rock  in un pezzo che non ha nulla da invidiare alle migliori cavalcate degli ZZ Top, pure con Rodney Crowell intrippato alla grande. Deep In The Heart Of Uncertain Texas vede financo la presenza di tre vocalist ospiti nella stessa canzone, Willie Nelson, Lee Ann Womack Ronnie Dunnin un delizioso valzerone, dove si apprezzano la fisarmonica di Rory Hoffman, la Resonator guitar di Hughes, mandolino e violino, per una splendida canzone che profuma di Texas e country classico; Ringo Starr offre l’inconfondibile drive della sua batteria in una divertente e mossa, beatlesiana persino a tratti You’re Only Happy When You’re Miserable, con la tipica ironia delle canzoni di Crowell, mentre la band, di nuovo con uno scatenato Jorgenson alla chitarra e l’ottimo Cox al piano, tira di brutto. I’ll Show You non prevede ospiti, c’è ancora Pearson alla solista, il sound è sempre bluesy ed elettrico, sembra quasi un brano alla David Bromberg, laconico e rilassato, quasi in talking con l’ottimo Cox al piano e Tim Lauer all’organo e una atmosfera da saloon fumoso, What You Gonna Do Now, con l’amico Lyle Lovett, è un altro vivacissimo rock-blues con i due che si “lanciano” versi l’un l’altro con una grinta ed un divertimento veramente palpabili, mentre Steuart Smith rilascia un assolo breve ma incisivo, se musica texana deve essere, questo ne è uno dei migliori esempi.

The Border, con John Jorgenson alla gut string guitar è proprio una atmosferica e bellissima ballata di frontiera, con Cox al piano, Hoffman alla fisa, elementi messicani e rimandi ai migliori Joe Ely o Tom Russell, Siobhan Kennedy alle armonie vocali aggiunge un tocco di classe; niente ospiti nella successiva Treetop Slim And Billy Lowgrass, una ondeggiante, swingante e vivace outlaw song, con Eamon McLoughlin a violino e mandolino, mentre in Brown And Root, Brown And Root, oltre che il mandolino, Steve Earle, chi altri, porta anche il suo vocione per una sorta di lezione di storia sul Texas dall’era della depressione alla guerra del Vietnam, nel brano più politicizzato, ma anche tra i più belli del disco, una sorta di folk song intensa e palpitante, dove si apprezzano anche la fisa e l’armonica di Rory Hoffman. In chiusura un altro brano senza ospiti Texas Drought Part 1, dove Crowell rende nuovamente omaggio al sound dei Beatles, quello dell’epoca di Let It Be O Abbey Road, belle armonie vocali (ancora Siobhan Kennedy) e una bella melodia che unisce il pop classico dei Beatles con la migliore musica americana.

Eccellente chiusura per un ennesimo ottimo album che conferma la classe immensa di questo grande cantautore.

Bruno Conti

Novita Prossime Venture 9. Un Modo Diverso Per Festeggiare L’Anniversario Dell’Uscita: Shawn Colvin – Steady On (30th Anniversary Acoustic Edition) In Uscita Il 13 Settembre

shawn colvin steady on 30th anniversary acoustic edition

Shawn Colvin – Steady On (30th Anniversary Acoustic Edition) – Shawn Colvin Self-released – 13-09-2019

Non è cosa rarissima, ma sicuramente inconsueta, che per festeggiare l’anniversario dell’uscita di un disco, si decida di inciderlo ex novo, per di più in versione acustica, solo voce e chitarra, quindi per sottrazione, in un album che in origine all’uscita nel 1989 era full band, con la produzione di Steve Addabbo e con un cast ricchissimo di musicisti, in cui spiccavano, tra i tanti, il co-produttore John Leventhal Hugh McCracken alle chitarre, Rick Marotta alla batteria, Bruce Hornsby al piano, Soozie Tyrell al violino e Suzanne Vega alle armonie vocali. Steady On poi nel 1991 vinceva il Grammy come Miglior Disco di Folk Contemporaneo, il primo di 3 vittorie totali, a fronte di 10 nominations cimplessive. Ricordo che in quegli anni, nel 1993, la Colvin venne anche a Milano per un brillante Showcase, sempre solo voce e chitarra, al Sorpasso, un piccolissimo locale che ormai non esiste più da decenni. A cavallo tra il secondo album Fat City e il disco Cover Girl, quello tutto dedicato a brani di altri artisti.

In effetti Shawn aveva già pubblicato un album a livello indipendente in precedenza e nel 1995 era uscito anche un Live registrato nel 1988. Tutto perché la nostra amica, anche se non si dovrebbe mai dire l’età delle signore (ma non è un segreto), veleggia per i 64 anni, e quindi il disco di esordio uscì quando aveva già 33 anni. Da allora ha pubblicato parecchi album sempre di buona qualità, ma negli ultimi anni anche lei ha dovuto piegarsi alla distribuzione in proprio, nel 2018 un CD-R di canzoni per l’infanzia The Starlighter e ora la nuova versione acustica di Steady On. Nel 2016 era uscito Colvin & Earle, un disco in coppia con Steve Earle https://discoclub.myblog.it/2016/06/21/buon-debutto-nuovo-duo-shawn-colvin-steve-earle-colvin-earle/e l’anno precedente il secondo disco di cover Uncovered https://www.youtube.com/watch?v=Y6ImwSLUJIM.  Mentre a livello di collaborazioni con altre colleghe, solo in tour, c’era stato l’ottimo Three Girls And Their Buddy, insieme a Patty Griffin Emmylou Harris, accompagnate da Buddy Miller, spettacolo apparso nel 2010 in un episodio della serie Soundstage della PBS:

Come risulta dai nuovi video che trovate all’interno del Post comunque la nostra amica porta i suoi anni con nonchalance, grazie anche all’eccellente lavoro del suo parrucchiere che le ha creato delle tinte brillanti, soprattutto quella nera del primo video, dove appare (quasi) identica a 30 anni fa. Scherzi a parte l’album sembra molto valido ed interessante anche in questa veste sonora più intima, la voce è sempre bellissima. I brani, gli stessi di allora, li trovate qui sotto, dopo il video.

Tracklist
1. Steady On
2. Diamond In The Rough
3. Shotgun Down The Avalanche
4. Stranded
5. Another Long One
6. Cry Like An Angel
7. Something To Believe In
8. The Story
9. Ricochet In Time
10. The Dead Of The Night

Il CD uscirà il prossimo 13 settembre.

Bruno Conti

Quando Si Hanno A Disposizione Canzoni Così, Perché Scriverne Di Nuove? Dervish – The Great Irish Songbook

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Dervish – The Great Irish Songbook – Rounder/Concord

Il titolo di questo post va letto come una provocazione, in quanto c’è sempre bisogno di nuove canzoni (soprattutto quando sono belle), ma è chiaro che se si decide di rivolgersi allo sterminato songbook di ballate popolari irlandesi non è difficile fare un disco degno di nota, bastano i musicisti giusti, il talento ed il feeling (hai detto niente…), qualità delle quali il gruppo di cui mi occupo oggi è ben provvisto. Originari di Sligo, una contea a nord della repubblica d’Irlanda, i Dervish sono quasi arrivati anche loro alla scadenza dei trent’anni di attività: anzi, se iniziamo a contare dal disco omonimo intestato a The Boys Of Sligo, cioè il nucleo storico attorno al quale si sono poi aggiunti altri membri, gli anni sono proprio trenta (mentre il vero e proprio esordio a nome Dervish, Harmony Hill, risale al 1993). Anniversario o no, i Dervish sono ormai una delle più popolari e longeve band dell’isola color smeraldo, e direi anche una delle migliori e più coerenti, in quanto hanno sempre portato avanti la difesa delle tradizioni, sia proponendo brani antichi sia scrivendone di nuovi ma con gli stilemi delle ballate di secoli addietro.

E la strumentazione da loro usata riflette questa filosofia, uno spiegamento di chitarre, bouzouki, whistle, mandolini, bodhran, fisarmoniche, flauti, violini, banjo e chi più ne ha più ne metta, un suono di chiaro stampo tradizionale, però con un approccio moderno, forte ed appassionato. A ben sei anni dal loro ultimo lavoro, The Thrush In The Storm, i Dervish tornano tra noi con un album nuovo di zecca (il primo targato Rounder) dal titolo inequivocabile di The Great Irish Songbook, nel quale i nostri omaggiano in maniera superba alcune tra le più belle canzoni della loro terra d’origine, qualcuna molto famosa qualcuna meno, e lo fanno con l’aiuto di una lunga serie di ospiti importanti, in molti casi americani. Grande musica, canzoni splendide suonate in maniera sopraffina dal gruppo, un sestetto guidato dalla cantante Cathy Jordan, completato da Liam Kelly, Shane Mitchell, Tom Morrow, Michael Holmes, Brian McDonagh e con l’importante aiuto esterno di Seamie O’Dowd, quasi un membro aggiunto, dal produttore Graham Henderson che si occupa anche di pianoforte e harmonium e di altri sessionmen sparsi qua e là. Oltre naturalmente ai già citati ospiti (che vedremo man mano), i quali danno maggior lustro ad un  disco che però sarebbe stato bello anche senza di loro: tredici brani, un’ora abbondante di musica.

The Rambling Irishman inizia con una chitarra acustica cristallina e la bella ed espressiva voce della Jordan, per un brano dal motivo profondamente tradizionale, una ballata sul tema dell’emigrazione dalla natia Irlanda eseguita con vigore e partecipazione. Gli ospiti iniziano con There’s Whiskey In The Jar (uno dei pezzi più famosi della raccolta, l’hanno fatta in mille, persino Thin Lizzy e Metallica), e stiamo parlando degli SteelDrivers, bluegrass band americana in cui milita la nota violinista Tammy Rogers ed il cui ex cantante è Chris Stapleton: inutile dire che il suono è ricco e corposo (due band più altri strumentisti, sono in tredici a suonare) ed il brano, già splendido di suo, ne esce alla grandissima, con la voce di Kevin Damrell a sciorinare la celebre melodia. La rocker Imelda May, irlandese anche lei, si cimenta con la slow ballad Molly Malone (presentata come l’inno non ufficiale di Dublino), un brano toccante ed intenso, impreziosito da un accompagnamento leggero, in punta di dita, teso a mettere in risalto il bel timbro vocale di Imelda. The Galway Shawl è invece affidata nientemeno che a Steve Earle, ed il connubio è vincente in quanto Steve è perfetto per questo genere di brani folk dal sapore antico: sembra di sentire una ballatona dei Pogues dei tempi d’oro, anche per le similitudini tra le voci “imperfette” di Earle e Shane McGowan https://www.youtube.com/watch?v=UAEGVTrLT-s . Andrea Corr, ex voce dei Corrs, si cimenta con la famosissima She Moved Through The Fair (forse il brano popolare irlandese più “coverizzato”, dai Fairport Convention a Mike Oldfield passando per Van Morrison, Bert Jansch, Marianne Faithfull e molti altri) che è materia pericolosa, ma Andrea nonostante l’aspetto giovanile è esperta ed affronta lo struggente e cupo brano con sicurezza e pathos, grazie anche ad un accompagnamento per sottrazione, volto a lasciare la voce quasi da sola https://www.youtube.com/watch?v=e_SUD30X6KQ .

Non sapevo che il noto attore irlandese Brendan Gleeson si cimentasse anche col canto, ma la sua interpretazione della saltellante The Rocky Road To Dublin (della quale ricordo una versione magnifica dei Chieftains insieme ai Rolling Stones) fa sembrare che il nostro non abbia mai fatto altro, mentre la cantautrice Kate Rusby ci regala una deliziosa Down By The Sally Gardens, altro lento di grande intensità e con una melodia pura e limpida (e spunta anche una chitarra elettrica, suonata però con molta misura). La nota On Raglan Road (anch’essa rifatta in passato da Morrison) vede al canto un appassionato Vince Gill ed uno splendido background strumentale al quale partecipa anche il grande Donal Lunny con il suo bouzouki; nella commovente Donal Og non ci sono ospiti e quindi la luce dei riflettori va ancora alla Jordan, che se la cava benissimo come al solito, anche perché la canzone è uno splendore ed il resto dei Dervish fornisce un tappeto sonoro di tutto rispetto a base di piano, violino e fisarmonica. The Fields Of Athenry è affidata a Jamey Johnson, molto bravo come d’abitudine ed anche credibile nella parte dell’irlandese, così come Rhiannon Giddens che migliora sempre di più, e anche nella drammatica ed intensa The May Morning Dew riesce a brillare con una interpretazione da applausi. Finale con la struggente The West Coast Of Clare, che non è un traditional in quanto è un pezzo del 1973 dei Planxty (scritto da Andy Irvine), e che vede come protagonista David Gray alla voce e piano, e la banjoista e cantante Abigail Washburn con la nota The Parting Glass (in pratica il bicchiere della staffa), altra ballata di pura bellezza che chiude un album che ogni amante della vera musica irlandese dovrebbe fare suo senza esitazioni.

Marco Verdi

Dopo Quello A Van Zandt, Un Altro Toccante Omaggio Ad Un Grande Texano. Steve Earle & The Dukes – Guy

steve earle guy

Steve Earle & The Dukes – Guy – New West CD

Esattamente dieci anni fa Steve Earle pubblicò Townes, un bellissimo album nel quale il cantautore di Guitar Town omaggiava la figura e le canzoni del grande Townes Van Zandt, leggendario songwriter texano che fu una vera e propria ossessione per il giovane Steve, che fin dai primi anni settanta si era messo in testa di doverlo incontrare a tutti i costi (poi riuscendoci), in quanto suo idolo assoluto all’epoca. In questa operazione di ricerca, ad un certo punto Earle si imbatté anche nella figura di Guy Clark, che in quel periodo era considerato un cantautore di belle speranze ma non aveva ancora pubblicato alcunché. L’esordio di Clark però, il formidabile Old # 1 (1975), provocò un terremoto nel mondo musicale texano (e di Nashville, dove fu registrato), ed ancora oggi è considerato tra i più importanti dischi di cantautorato country di sempre. Ebbene, quel disco vide anche la prima apparizione ufficiale di Steve, alle backing vocals, in quanto Guy si era nel frattempo preso a cuore le vicende del nostro insegnandogli i segreti del songwriting e diventando per lui una sorta di mentore. Ed Earle negli anni non ha mai dimenticato quello che Clark e Van Zandt hanno significato per lui, citandoli più volte come fonte di ispirazione primaria e riconoscendo che per la sua formazione sono stati più importanti di Bob Dylan; in più, tra i tre si era sviluppata una profonda amicizia sia personale che artistica, che era culminata con la pubblicazione nel 2001 del live a tre Together At The Bluebird Café.

Oggi Steve completa il discorso idealmente cominciato nel 2009 con Townes e pubblica Guy, che fin dal titolo fa capire che questa volta al centro del progetto ci sono le canzoni di Clark. Ed il disco è, manco a dirlo, davvero splendido, di sicuro al pari di Townes ma secondo me anche superiore, e vede un Earle più ispirato che mai regalarci una serie di interpretazioni di brani di livello altissimo inerenti al songbook clarkiano. D’altronde Steve ultimamente è in gran forma: il suo ultimo lavoro, So You Wanna Be An Outlaw (che segnava il ritorno alle atmosfere country-rock delle origini https://discoclub.myblog.it/2017/07/05/uno-splendido-omaggio-al-country-texano-anni-settanta-steve-earle-the-dukes-so-you-wannabe-an-outlaw/ ), è stato uno dei migliori dischi del 2017, e l’album di duetti con Shawn Colvin dell’anno prima Colvin & Earle era un divertissement fatto con classe. Per Guy Earle non ha chiaramente dovuto occuparsi della stesura delle canzoni (come per Townes, d’altronde), dovendo comunque limitarsi ad escluderne parecchie per riuscire a stare dentro un album singolo, data la qualità assoluta del songbook appartenente al cantautore texano. Avendo quindi i brani già belli e pronti, Steve li ha comunque interpretati con cuore, passione, amore e grande rispetto, aiutato, a differenza di Townes che era accreditato al solo Steve (e con la presenza di musicisti di studio), dai fidi Dukes: Chris Masterson, chitarra, Eleanor Whitmore, violino, mandolino e chitarra, Ricky Ray Jackson, steel guitar, Kelley Looney, basso, e Brad Pemberton alla batteria; il disco ha quindi un bel suono country-rock robusto e vigoroso, lo stesso di So You Wanna Be An Outlaw.

Un’ora netta di musica, sedici canzoni una più bella dell’altra, tra brani di stampo folk, momenti di puro country texano e qualche sconfinamento nel rock: i superclassici di Clark ci sono tutti, dalla mitica Desperados Waiting For A Train (versione da pelle d’oca, con la voce di Steve che quasi si spezza) alla drammatica The Randall Knife, passando per capolavori come Texas 1947, L.A. Freeway (grandissima versione), Rita Ballou, stupenda anch’essa, ed una That Old Time Feeling più toccante che mai. Ma Earle ed i suoi Dukes dicono la loro anche nei pezzi meno famosi, a partire da una potente ripresa della splendida Dublin Blues, title track di uno degli album più belli di Clark: ritmo acceso, arrangiamento quasi alla Waylon con chitarre, violino e steel in evidenza e la voce arrochita ma espressiva del nostro come ciliegina. Oppure la meno nota The Ballad Of Laverne And Captain Flint, puro country con bel refrain corale, la toccante ballata Anyhow I Love You, che non ricordavo così bella, la guizzante e swingata Heartbroke, una strepitosa Out In The Parking Lot elettrica, roccata e che sembra uscire direttamente da Copperhead Road, o ancora la struggente She Ain’t Going Nowhere, in assoluto una delle ballate più belle di Guy. C’è anche un pezzo, The Last Gunfighter Ballad, non inciso oggi, ma risalente allo splendido tributo a Clark This One’s For Him del 2011, una versione spoglia voce e chitarra che evidentemente Steve pensava non fosse necessario rifare. Per finire poi con l’intensa ed emozionante Old Friends, un inno all’amicizia in cui Earle è accompagnato da un dream team di musicisti, che comprende i vecchi compagni di Clark Shawn Camp e Verlon Thompson a mandolino e chitarra, Mickey Raphael naturalmente all’armonica, e soprattutto il contributo alle lead vocals di gente come Emmylou Harris, Terry Allen, Jerry Jeff Walker e Rodney Crowell.

Degno finale per un disco di rara bellezza.

Marco Verdi