Un Riuscito Omaggio Alle Sue Radici, Anche Attraverso Una Serie Di Duetti. Rodney Crowell – Texas

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Rodney Crowell – Texas – RC1 Rodney Crowell Records

Il nostro amico viene dal Texas, come recita il titolo di uno dei suoi dischi degli anni 2000 The Houston Kid, ma si è trasferito a Nashville, Tennessee nel lontano 1972, dove dapprima è stato uno dei più apprezzati autori country per altri cantanti e poi nel 1978 ha iniziato la sua carriera solista con l’ottimo Ain’t Living Long Like This. Nel corso degli anni il suo stile, comunque country-rock, come testimonia la sua militanza nella Hot Band, il gruppo che ha accompagnato a lungo Emmylou Harris, si è progressivamente allargato con l’inserimento di elementi, folk, roots, Americana ed in generale cantautorali, anche grazie al sodalizio con Rosanne Cash, sposata nel 1979, e con cui ha collaborato a lungo anche a livello musicale, sia come produttore che come autore di canzoni. Quando la loro unione ha iniziato a sfaldarsi, ed in seguito dopo il divorzio, i due (un po’ come Richard e Linda Thompson) hanno tratto ispirazione dalle loro amare vicissitudini amorose e personali per realizzare alcuni dei dischi migliori delle rispettive carriere, anche se poi, appianate le divergenze, i due col passare del tempo sono rimasti amici e collaborano saltuariamente a livello musicale.

Tra l’altro Crowell, che ha comunque una discografia cospicua, con una ventina di album di studio pubblicati, questo Texas dovrebbe essere il n° 21, nell’ultima decade ha incrementato la sua produzione, e degli ultimi tre dischi si era occupato l’amico Marco, incluso uno natalizio https://discoclub.myblog.it/2018/11/11/per-un-natale-texano-diverso-rodney-crowell-christmas-everywhere/ , dove all’interno della recensione trovate il link per risalire ai precedenti e leggere quanto scritto su di lui nel Blog. Per cui non mi dilungo ulteriormente e passo a parlarvi del nuovo album: come ricorda il titolo del disco, oltre ad essere un omaggio al suo stato di origine questo Texas è un album quasi totalmente di duetti, prodotto dallo stesso Crowell con Ray Kennedy, e oltre agli ospiti che vediamo subito brano per brano, nel CD suona una pletora di musicisti veramente formidabile, decine di strumentisti che si alternano nelle varie canzoni. Alle chitarre tra gli altri troviamo Audley Freed, Jack Pearson, Jedd Hughes, John Jorgenson, Steuart Smith, al basso Dennis Crouch, Lex Price Michael Rhodes, alla batteria Fred Eltringham Greg Morrow, oltre a Ringo Starr, alle tastiere Jim Cox, oltre a violinisti, mandolinisti e suonatori di fisarmonica assortiti. Le canzoni, che formano una sorta di ciclo dedicato ai vari aspetti del Lone Star State, portano tutte la firma di Crowell, che per certi versi le ha anche adattate alle caratteristiche dei vari musicisti che partecipano all’album: l’iniziale Flatland Hillbillies è addirittura in trio, con Randy Rogers a rappresentare il “nuovo” movimento Red Dirt, ma anche il country-rock ed il southern, mentre Lee Ann Womack è l’unica (bella) voce femminile, ricorrente, visto che appare in due brani, e si tratta di un pezzo grintoso, bluesato, con il testo divertito e ricco di humor, le chitarre sudiste e vibranti sono quelle di Freed e Jorgenson.

Caw Caw Blues come da titolo è un altro brano di quelli tosti e tirati, con Vince Gill voce duettante che doppia quella di Crowell e soprattutto Jack Pearson alla solista, che amplifica il suono southern ripreso dalla sua militanza negli Allman Brothers, e addirittura il rock sudista tocca il suo apice in una poderosa 56 Fury, dove Billy F. Gibbons scatena il suo boogie-rock  in un pezzo che non ha nulla da invidiare alle migliori cavalcate degli ZZ Top, pure con Rodney Crowell intrippato alla grande. Deep In The Heart Of Uncertain Texas vede financo la presenza di tre vocalist ospiti nella stessa canzone, Willie Nelson, Lee Ann Womack Ronnie Dunnin un delizioso valzerone, dove si apprezzano la fisarmonica di Rory Hoffman, la Resonator guitar di Hughes, mandolino e violino, per una splendida canzone che profuma di Texas e country classico; Ringo Starr offre l’inconfondibile drive della sua batteria in una divertente e mossa, beatlesiana persino a tratti You’re Only Happy When You’re Miserable, con la tipica ironia delle canzoni di Crowell, mentre la band, di nuovo con uno scatenato Jorgenson alla chitarra e l’ottimo Cox al piano, tira di brutto. I’ll Show You non prevede ospiti, c’è ancora Pearson alla solista, il sound è sempre bluesy ed elettrico, sembra quasi un brano alla David Bromberg, laconico e rilassato, quasi in talking con l’ottimo Cox al piano e Tim Lauer all’organo e una atmosfera da saloon fumoso, What You Gonna Do Now, con l’amico Lyle Lovett, è un altro vivacissimo rock-blues con i due che si “lanciano” versi l’un l’altro con una grinta ed un divertimento veramente palpabili, mentre Steuart Smith rilascia un assolo breve ma incisivo, se musica texana deve essere, questo ne è uno dei migliori esempi.

The Border, con John Jorgenson alla gut string guitar è proprio una atmosferica e bellissima ballata di frontiera, con Cox al piano, Hoffman alla fisa, elementi messicani e rimandi ai migliori Joe Ely o Tom Russell, Siobhan Kennedy alle armonie vocali aggiunge un tocco di classe; niente ospiti nella successiva Treetop Slim And Billy Lowgrass, una ondeggiante, swingante e vivace outlaw song, con Eamon McLoughlin a violino e mandolino, mentre in Brown And Root, Brown And Root, oltre che il mandolino, Steve Earle, chi altri, porta anche il suo vocione per una sorta di lezione di storia sul Texas dall’era della depressione alla guerra del Vietnam, nel brano più politicizzato, ma anche tra i più belli del disco, una sorta di folk song intensa e palpitante, dove si apprezzano anche la fisa e l’armonica di Rory Hoffman. In chiusura un altro brano senza ospiti Texas Drought Part 1, dove Crowell rende nuovamente omaggio al sound dei Beatles, quello dell’epoca di Let It Be O Abbey Road, belle armonie vocali (ancora Siobhan Kennedy) e una bella melodia che unisce il pop classico dei Beatles con la migliore musica americana.

Eccellente chiusura per un ennesimo ottimo album che conferma la classe immensa di questo grande cantautore.

Bruno Conti

Quasi Una “Super Session”! Lost In Paris Blues Band – Paul Personne, Robben Ford, Ron Thal, John Jorgenson, Beverly Jo Scott

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Paul Personne, Robben Ford, Ron Thal, John Jorgenson, Beverly Jo Scott – Lost In Paris Blues Band – earMUSIC

La tradizione dell’arte della session in ambito musicale si perde nella notte dei tempi, soprattutto in campo jazzistico, quella della Super Session forse si potrebbe fare risalire al famoso disco di Bloomfield/Kooper & Stills del 1968. Probabilmente proprio a quel disco si ispira questa Lost In Paris Blues Band, un quintetto di musicisti, più una sezione ritmica francese formata dal  bassista Kevin Reveyrand e dal batterista Francis Arnaud, “molto noti” in patria soprattutto per avere accompagnato Christopher Cross in tournéè. Tra gli altri nomi, riuniti a Parigi agli studi Ferber nel 2015, per una tre giorni di jam session improvvisate, spiccano soprattutto, almeno per me, quelli di due dei quattro chitarristi impiegati, ovvero il grande Robben Ford, che non ha bisogno di presentazioni, e John Jorgenson, fondatore della Desert Rose Band, degli Hellecasters, e con una sfilza di collaborazioni che va da Elton John, Bob Dylan, Emmylou Harris, Bob Seger e Roy Orbison, fino a Pavarotti, due grandi virtuosi del loro strumento.

Poi c’è Paul Personne, che è probabilmente quello che ha dato origine a tutto il progetto, cantante e musicista blues francese, famoso per essere stato per molti anni il chitarrista di Johnny Halliday, Ron “Bumblefoot” Thal, “noto” per aver fatto parto dei Guns’n’ Roses negli anni “bui” dal 2006 al 2014, e infine Beverly Jo Scott, cantante americana di buon valore, che però da moltissimo tempo vive in Belgio, dove è una sorta di celebrità e giudice della versione locale del talent “The Voice”, e con una cospicua serie di album realizzati tra il 1991 e il 2015. E comunque, a corollario del tutto, il dischetto che ne è uscito è veramente piacevole, molto ben realizzato, con una scelta di brani di spessore, e una grinta e una voglia di improvvisare che lo rende assai riuscito. Prendiamo il brano di apertura, Downtown, dalla penna di Tom Waits: non avrebbe sfigurato nella Super Session citata in apertura, trasformato in un blues elettrico sulla falsariga di quelli presenti nell’album di cui sopra, con i vari musicisti che si alternano con profitto alla voce solista, e con John Jorgenson, vista la presenza massiccia di chitarristi, che si disimpegna con classe e buon tocco anche all’organo, nel ruolo che fu di Al Kooper, inutile dire che quando Robben Ford sale al proscenio la qualità decolla, ma anche gli altri contribuiscono con classe e buon tocco alla continua serie di assoli che si susseguono in grande libertà, ottima partenza.

Niente male anche il trattamento riservato a Fire Down Below, il pezzo di Bob Seger, dove Personne e la Scott si dividono il compito di voce solista, e il risultato si avvicina molto a quello del rock grintoso e “riffato” della versione originale, al solito arricchito da continui soli e con una andatura musicale quasi alla Delaney & Bonnie, quando Clapton suonava con loro; Little Red Rooster, con una bella slide a guidarlo, più che alla versione degli Stones o all’originale minaccioso di Howlin’ Wolf, si avvicina al suono delle band rock-blues dei primi anni ’70, con wah-wah a manetta e una notevole grinta, e pure I Don’t Need No Doctor più che alla versione felpata degli autori Ashford & Simpson, si avvicina a quella dura e tirata degli Humble Pie, addirittura con elementi hendrixiani aggiunti e con le chitarre al solito scatenate in un tour de force micidiale. One Good Man permette a Beverly Jo Scott di mettere in luce la sua passione per Janis Joplin (non per nulla è autrice di uno spettacolo e un disco entrambi chiamati Planet Joplin), in una versione blues mid-tempo a tutta slide e non solo, cui fa seguito un altro brano del repertorio di Howlin’ Wolf, Tell Me, per tenere giustamente fede al nome di Lost In Paris “Blues Band”, un bello shuffle aggressivo e tirato, e ancora, in omaggio a quel Michael Bloomfield, più volte citato, e amatissimo da Ford, la sua You’re Killing My Love, uno splendido slow blues, dove credo Robben sia impegnato anche al piano.

Non manca l’omaggio agli Stones, ma anche all’autore originale Bobby Womack, con una bella versione saltellante di It’s All Over Now e poi Trouble No More, che porta la firma di Muddy Waters, ma che tutti conosciamo anche nella versione degli Allman Brothers, in questa edizione a guida Robben Ford diventa un blues atmosferico e intenso. Evil Gal Blues va ancora più indietro nel tempo, un jazz-blues after hours di Lionel Hampton, con la bella voce della Scott in evidenza, prima di scatenarsi nella I Cant’t Hold Out di Elmore James, qui molto vicina alla versione di Eric Clapton. E in questa (super) session poteva mancare un brano di Bob Dylan? Evidentemente no, visto che troviamo una eccellente rilettura in chiave blues di Watching The River Flow, mentre per chiudere le operazioni si affidano a Charles Brown, di cui viene ripresa, in versione acustica, la celeberrima Driftin’ Blues. In definitiva, una più che piacevole sorpresa, un disco molto bello, fresco e pimpante.

Bruno Conti