Nel Caso Qualcuno Avesse Ancora Dei Dubbi, Siamo Su Un Altro Pianeta! Bob Dylan – Rough And Rowdy Ways

bob dylan rough and rowdy ways

Bob Dylan – Rough And Rowdy Ways – Columbia/Sony 2CD

Nonostante egli stesso avesse smentito ogni riferimento all’ultima opera di Shakespeare, stavo cominciando davvero a convincermi che Tempest, uscito nel 2012, potesse davvero essere il canto del cigno per quanto riguardava il Bob Dylan autore di canzoni, e che i tre album di cover di brani del “great american songbook” (ma con particolare attenzione a pezzi interpretati in passato da Frank Sinatra) fossero una gradita appendice. Poi, in pieno lockdown, lo scorso mese di aprile come un fulmine a ciel sereno Bob ha reso disponibile Murder Most Foul, una ballata epica di 17 minuti dalla misteriosa provenienza, seguita dopo poche settimane dalla più “stringata” I Contain Multitudes: i fans di tutto il mondo avevano cominciato a fantasticare su un possibile nuovo album di originali da parte del grande songwriter, cosa poi confermata con la rivelazione di un terzo brano, False Prophet, in contemporanea all’annuncio appunto di un long playing nuovo di zecca intitolato Rough And Rowdy Ways, mantenendo comunque il mistero sui titoli delle altre canzoni fino a poco più di una settimana fa. Nell’attesa, girando un po’ in rete, fans e critici erano poi dubbiosi sul fatto che Bob fosse ancora in grado (o avesse voglia) di scrivere grandi canzoni alla veneranda età di 79 anni, soprattutto con il popò di songbook che si ritrovava alle spalle.

bob dylan rough and rowdy ways 2 cd

Nell’ultima settimana si sono moltiplicate le recensioni in anteprima degli addetti ai lavori (cioè quando finalmente la Sony si è degnata di fornire loro il CD in anteprima), e lodi e peana si sono sprecati. Io però sono come San Tommaso (anche perché Dylan è entrato in quella ristretta fascia di artisti dei quali sembra sia vietato parlare male), e dopo un ascolto attento è meditato mi sono chiesto come avessi potuto dubitare anche solo per un attimo della capacità del nostro di confezionare un altro disco alla sua altezza. Sì, perché Rough And Rowdy Ways è l’ennesimo grande album di una carriera unica ed inimitabile, un lavoro profondamente diverso da Tempest, più riflessivo, pacato, a volte quasi sussurrato. Un disco di ballate (e qualche blues, come vedremo), in cui Dylan torna a livelli eccezionali per quanto riguarda i testi, mentre per ciò che concerne la veste sonora Bob si limita spesso all’essenziale, quasi come se volesse porre ancora di più l’accento sulle canzoni e su ciò che esse dicono: peccato che, come al solito, nella confezione del CD manchino i testi, in quanto a mio parere averli davanti è una parte fondamentale dell’esperienza. Non è un disco facile comunque, ma sono convinto al 100% che già dopo due o tre ascolti crescerà in maniera esponenziale fino a diventare difficile rinunciarvi.

L’album è doppio, con un primo CD contenente nove pezzi per un totale di 53 minuti (da un minimo di quattro ad un massimo di nove), mentre il secondo dischetto è interamente riservato a Murder Most Foul. Il produttore non è indicato (ma è sicuramente Jack Frost, ovvero Bob stesso), ed il gruppo è formato come era prevedibile dall’attuale live band del cantautore di Duluth: quindi Dylan, Charlie Sexton e Bob Britt alle chitarre (e Bob stranamente non al piano), Tony Garnier al basso, Donnie Herron alla steel, violino e fisarmonica e Matt Chamberlain alla batteria; ci sono anche alcuni ospiti, ma sono semplicemente elencati con il nome senza riferimenti a cosa suonano e dove, cosa piuttosto fastidiosa a mio parere: ad ogni modo troviamo Fiona Apple (e questa è una sorpresa) insieme al suo abituale collaboratore Blake Mills, l’ex Heartbreaker Benmont Tench, l’altro tastierista Alan Pasqua (un grande ritorno, era con Bob nel gruppo di Street-Legal e susseguente tour che ha portato al live At Budokan) e l’almeno per me sconosciuto Tommy Rhodes. I Contain Multitudes non è il brano che uno si aspetta come apertura di un disco, dato che è una ballata molto lenta e discorsiva, con la voce di Bob quasi carezzevole su un accompagnamento che potrei definire appena accennato (chitarra acustica, steel, contrabbasso e poco altro): brano comunque ricco di fascino con Dylan che sillaba le parole in maniera chiara e comprensibile.

Non può esistere un disco di Bob Dylan senza almeno un blues, e False Prophet è un notevole esempio in tal senso: cadenzato e diretto, con il nostro che canta con grinta e le chitarre che commentano con un bel riff insistito ed un paio di misurati assoli. My Own Version Of You è un pezzo dall’andatura insinuante tra country e jazz, con la batteria spazzolata e la band che segue il leader con passo felpato, mentre Dylan parla e canta come solo lui sa fare. I’ve Made Up My Mind To Give Myself To You è una deliziosa ballad d’altri tempi che vede Bob cantare in maniera toccante ed il gruppo che fornisce un raffinato background da slow degli anni sessanta (e c’è anche un coro a bocca chiusa, sarà la Apple con Mills?); Black Rider è un racconto western di grande fascino con un arrangiamento scarno al massimo, solo un paio di chitarre e la voce al centro, mentre Goodbye Jimmy Reed è un vigoroso omaggio al grande bluesman citato nel titolo, ed è un jump blues coinvolgente ed elettrico che immagino non mancherà nelle future scalette dal vivo, con Bob che ritorna anche a soffiare nell’armonica dopo non so quanto tempo (almeno su disco): se non fosse per la voce, sembrerebbe una outtake di Bringing It All Back Home.

Mother Of Muses è ancora lenta ed appena sfiorata dagli strumenti, ma Dylan canta in modo abbastanza rigoroso con una voce quasi fragile suscitando un moto di commozione a chi ascolta (cioè il sottoscritto). Ed ecco i due brani più lunghi del primo CD: Crossing The Rubicon è il terzo ed ultimo blues, un brano di sette minuti dalla sezione ritmica attendista e le chitarrine che fraseggiano in punta di dita, ma ogni tanto il suono si fa più massiccio per poi tornare alla “quiete apparente” iniziale, mentre Key West (Philosopher Pirate) è il capolavoro del primo dischetto, una magnifica ballata dedicata con parole affettuose alla famosa località nel sud della Florida, un brano per voce, fisarmonica, chitarra e ritmica in punta di piedi, oltre ad un suggestivo coro (e qui Fiona c’è sicuro). Nove minuti di pura poesia, struggente ed intensa come solo Dylan sa scrivere. Il secondo CD, come ho già detto, è ad esclusivo appannaggio di Murder Most Foul, un brano che è già nella storia, con un testo incredibile in cui Bob, partendo dall’omicidio di Kennedy, ripercorre più di cinquanta anni di politica, cronaca, cinema e musica: che piaccia o no, un altro masterpiece.

D’altronde, chi a parte Bob Dylan a quasi 80 anni è capace di chiudere un disco già ottimo di suo con due capolavori uno di fila all’altro?

The answer, my friend…

Marco Verdi

E Nel Giorno Dei Beatles Chi Ti Va Ad Annunciare Un Nuovo Album? Bob Dylan – Rough And Rowdy Ways

Come accennato da Bruno alla fine del suo post che ricordava che oggi è il cinquantesimo anniversario dell’uscita di Let It Be, ultimo album dei Beatles, nello stesso giorno quel burlone di Bob Dylan annuncia la pubblicazione di un nuovo disco, non si sa se per coincidenza o per mettere amichevolmente i bastoni tra le ruote agli ex colleghi. Rough And Rowdy Ways, questo il titolo del lavoro, è il primo album di brani originali da parte del nostro da Tempest del 2012 (in mezzo, come saprete, i tre dischi di cover di Frank Sinatra), ed uscirà il 19 giugno in doppio CD (e doppio LP), anche se vista la durata complessiva di 70 minuti circa si poteva prevedere anche un dischetto solo (ma per fortuna il prezzo sarà quello di un album singolo). Al momento la tracklist non è stata ancora comunicata, così come i dettagli su musicisti e produttore: l’unica cosa certa è che tra i dieci brani totali saranno presenti i singoli pubblicati recentemente come download I Contain Multitudes e Murder Most Foul (quest’ultima dovrebbe occupare il secondo dischetto da sola), più un terzo brano che è stato rilasciato in contemporanea all’annuncio dell’album, un ottimo rock-blues in odore di Rolling Stones intitolato False Prophet.

Ovviamente ci torneremo al momento dell’uscita, ma è chiaro che siamo di fronte ad uno degli eventi musicali dell’anno.

Marco Verdi

E’ Sempre Il Buon Vecchio Joe Bonamassa, Ma “Diverso” E In Incognito! Sleep Eazys – Easy To Buy – Hard To Sell

sleep eazys easy to buy hard to sell

Sleep Eazys – Easy To Buy – Hard To Sell – Mascot/Provogue

Ultimamente il chitarrista newyorchese ha rallentato di molto la frequenza delle sue uscite, nel corso dello scorso anno è uscito solo un disco dal vivo https://discoclub.myblog.it/2019/10/23/sia-pure-in-ritardo-ma-non-poteva-mancare-un-suo-nuovo-album-nel-2019-joe-bonamassa-live-at-the-sydney-opera-house/ , mentre per trovare un album di studio bisogna risalire a quasi due anni fa https://discoclub.myblog.it/2018/09/17/ormai-e-una-garanzia-prolifico-ma-sempre-valido-ha-fatto-tredici-joe-bonamassa-redemption/  : questo significa che il buon Joe Bonamassa ha messo la testa a posto, almeno rispetto alla sua nota “bulimia” discografica? Vedremo, per il momento gustiamoci questo nuovo album che esce sotto lo pseudonimo di Sleep Eazys, un disco completamente strumentale, qualcuno ha detto il primo per lui, ma in effetti ci sono stati in questi anni anche i quattro album, tre in studio e uno dal vivo, a nome Rock Candy Funky Party, dove la chitarra di Bonamassa, diciamolo chiaramente, era nettamente lo strumento principale, per quanto in un ambito sonoro decisamente diverso e con musicisti diversi dal suo gruppo abituale, come esplicato dal nome della band.

Mentre per gli Sleep Eazys Joe si è avvalso del lavoro dei suoi collaboratori abituali, e come era stato per il disco di https://discoclub.myblog.it/2019/03/05/anche-lui-per-un-grande-disco-si-fa-dare-un-piccolo-aiuto-dai-suoi-amici-reese-wynans-and-friends-sweet-release/  ha curato lui stesso la produzione: quindi nell’album troviamo proprio Reese Wynans alle tastiere, Anton Fig alla batteria, Michael Rhodes al basso, Lee Thornburg alla tromba e Paulie Cerra al sax, più l’ex leader dei Wet Willie Jimmy Hall, e un altro grande chitarrista come John Jorgenson. Come era cosa nota, tutto era nato per essere un tributo alla musica di Danny Gatton, con Roy Buchanan, uno degli “unsung heroes” della chitarra, musicista amatissimo dai suoi colleghi, ma poco conosciuto dal grande pubblico che era in grado di spaziare con tecnica sopraffina e raro gusto tra blues, jazz, country, rockabilly, con una varietà di temi sonori veramente superba. Poi il discorso si è allargato perché Bonamassa ha colto l’occasione per rendere omaggio anche a personaggi diversi che lo hanno influenzato, al di fuori delle sue note propensioni per il blues-rock della triade del british blues, ovvero Page, Beck e Clapton,e anche Peter Green, ovviamente Jimi Hendrix e il suo discepolo Stevie Ray Vaugahn, e nel blues i tre King, Freddie, B.B e Albert.

Quindi nell’album non vengono ripresi esclusivamente brani di chitarristi, o non solo, ma anche personaggi abbastanza ai confini della musica rock: Fun House, non quella degli Stooges, è un pezzo di Danny Gatton, una sorta di brano a cavallo tra jazz per “big band” ristretta (se così si può dire), oppure organ trio allargato, grazie all’eccellente lavoro alla tastiera di Wynans e dei fiati e quei temi da telefilm americani anni ’60, tutto molto elegante, tra assoli di sax e Joe che parte piano con la sua chitarra, ma poi si lascia andare con un assolo dei suoi. Anche Move di Hank Garland si muove tra jazz e rock delle origini, con la sinuosa solista di Bonamassa, che si muove veloce e felpata tra le pieghe di organo, vibrafono e della batteria di Fig impegnata in un breve assolo.Ace Of Spades è l’omaggio ad un altro dei grandi precursori della chitarra rock, quel Link Wray che con Rumble è stato uno dei primi a portare la distorsione nei suoni del R&R, qui il nostro amico può alzare il volume dell’ampli e scatenare la sua potenza di fuoco, ben sostenuto sempre da Wynans e dai fiati, con i brani che rimangono sempre confinati nell’ambito dei tre/quattro minuti di durata.

Jimmy Bryant è uno di quei chitarristi che partendo dal country poi ha sviluppato uno stile “inconsueto” dove si potevano trovare influenze orientali, surf, quel “chicken picking” country praticato da Gatton e poi da John Jorgenson degli Hellecasters, che infatti appare in questa vorticosa e divertente Ha So a duettare a tutta velocità con Joe. Anche Hawaiian Eye appartiene a questo catalogo di “stranezze”, sigla di una serie di telefilm di inizio anni ’60, che nelle mani di Bonamassa e soci assume un suono contemporaneo e vibrante che consiglierei ai produttori delle attuali serie TV di (ri)pescare perché farebbe un figurone sui titoli di testa e di coda, o magari in qualche film di Tarantino. Pure il tema di Bond (On Her Majesty’s Secret Service) è delizioso, con Bonamassa che si sbizzarisce alla chitarra con un assolo di grande tecnica e varietà che di nuovo consiglierei ai curatori delle colonne sonore dei nuovi film di 007, invece di quelle tavanate pseudo-moderno-elettroniche che sentiamo ai giorni nostri.

L’ultimo terzetto di canzoni ci presenta Polk Salad Annie, il classico swamp rock di Tony Joe White riletto in una chiave molto personale, decisamente più accelerata e bluesy, con l’armonica di Jimmy Hall a fare da contrappunto alla chitarra scatenata di Joe, tra Creedence e Blasters, con fiati e organo a spingere una sezione ritmica che pompa di brutto, anche con uso di armonie vocali sullo sfondo, e un assolo pimpante e complesso di quelli che avrebbe fatto piacere a Danny Gatton. Che stilisticamente viene citato anche nella versione epica di un brano Blue Nocturne del repertorio di King Curtis, grande sassofonista e anche collaboratore di Duane Allman, un blues lento che però si anima in un crescendo continuo per un assolo lancinante di Bonamassa che presenta punti di contatto anche con lo stile di Roy Buchanan (e in tempi recenti di Ronnie Earl, altro grande stilista della chitarra). L”ultima canzone è un brano di Frank Sinatra, ebbene sì, It Was A Very Good Year, che mantiene la melodia del brano originale, ma in questa versione strumentale si tramuta in un pezzo intimo e sognante, prima sulle ali di una chitarra acustica e poi con un approccio para orchestrale e classico, con l’elettrica quasi impiegata come un violino in una romanza classica.

Tutto molto interessante, indirizzato e consigliato non solo ai fans del Bonamassa più ruvido e caciarone, ultimamente molte meno, ma anche di chi vuole provare ad ascoltare qualcosa di diverso.

Bruno Conti

Ci Voleva Il Virus Per Avere Una Sua Canzone Nuova? Bob Dylan – Murder Most Foul

Questa mattina è arrivato come un fulmine a ciel sereno un messaggio di Bob Dylan sui principali social networks, nel quale in sostanza il cantautore ringraziava i fans ed i followers per il supporto e la fiducia avuti in tutti questi anni, auspicando che con l’aiuto di Dio tutti usciranno in salute da questa situazione. Già questo sarebbe un piccolo evento per un soggetto così poco comunicativo come Dylan, ma la cosa ancora più interessante è che il nostro ha messo a disposizione sulle principali piattaforme un brano nuovo di zecca, il primo in otto anni (come saprete, gli ultimi tre album di Bob erano tutti costituiti da cover di standard interpretati da Frank Sinatra, e per avere un disco di brani originali bisogna appunto risalire allo splendido Tempest del 2012). Il pezzo in questione si intitola Murder Most Foul, e non è una canzonetta qualsiasi bensì un brano epico della durata di ben 17 minuti, in cui il nostro racconta con spirito da cronista l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy (un po’ come aveva fatto con Tempest, la canzone, dedicata all’affondamento del Titanic): dato che però Dylan è Dylan, il celebre fatto di cronaca nera del 1963 è una sorta di pretesto per estendere il testo ad una disamina degli anni sessanta e settanta, citando anche la guerra del Vietnam, i festival di Woodstock e Altamont ed una lunga serie di nomi appartenenti al mondo del cinema e soprattutto della musica, con anche parecchi titoli di canzoni celati nelle lunghissime liriche.

Bob DylanCREDIT: Gus Stewart/Getty Images

Dal punto di vista musicale il brano vede il nostro più nei panni del narratore che in quelli di cantante, con una voce molto rilassata e le parole scandite molto bene: il pensiero va ad un’altra canzone del passato di Bob dalla durata “importante”, cioè Brownsville Girl, anche se qui l’accompagnamento musicale è quasi impercettibile, con pianoforte e violino come unici strumenti a farsi largo mentre sia chitarre che sezione ritmica stanno piuttosto nelle retrovie. Un brano di non facile approccio, uno di quei pezzi che non possono prescindere dalla lettura del testo, e perciò penso di fare cosa gradita nell’includere qua sotto una trascrizione grossolana basata sull’ascolto: come vedrete le citazioni sono parecchie, e se molti nomi o titoli di canzoni non ci si stupisce di trovarli in un brano di Dylan, altri sono più sorprendenti (Eagles, Fleetwood Mac, Queen, il film Nightmare On Elm Street): ma ecco il testo di Murder Most Foul, penso con un buon 95% di aderenza a quello reale…magari divertitevi come ho fatto io a trovare tutte le citazioni.

Twas a dark day in Dallas, November ’63
A day that will live on in infamy
President Kennedy was a-ridin’ high
Good day to be livin’ and a good day to die
Being led to the slaughter like a sacrificial lamb
He said, “Wait a minute, boys, you know who I am?”
“Of course we do. We know who you are.”
Then they blew off his head while he was still in the car
Shot down like a dog in broad daylight
Was a matter of timing and the timing was right
You got unpaid debts; we’ve come to collect
We’re gonna kill you with hatred; without any respect
We’ll mock you and shock you and we’ll put it in your face
We’ve already got someone here to take your place

The day they blew out the brains of the king
Thousands were watching; no one saw a thing
It happened so quickly, so quick, by surprise
Right there in front of everyone’s eyes
Greatest magic trick ever under the sun
Perfectly executed, skillfully done
Wolfman, oh wolfman, oh wolfman howl

Rub-a-dub-dub, it’s a murder most foul

Hush, little children. You’ll understand
The Beatles are comin’; they’re gonna hold your hand
Slide down the banister, go get your coat
Ferry ‘cross the Mersey and go for the throat
There’s three bums comin’ all dressed in rags
Pick up the pieces and lower the flags
I’m going to Woodstock; it’s the Aquarian Age
Then I’ll go to Altamont and sit near the stage
Put your head out the window; let the good times roll
There’s a party going on behind the Grassy Knoll

Stack up the bricks, pour the cement
Don’t say Dallas don’t love you, Mr. President
Put your foot in the tank and step on the gas
Try to make it to the triple underpass
Blackface singer, whiteface clown
Better not show your faces after the sun goes down
Up in the red light district, they’ve got cop on the beat
Living in a nightmare on Elm Street

When you’re down in Deep Ellum, put your money in your shoe
Don’t ask what your country can do for you
Cash on the ballot, money to burn
Dealey Plaza, make left-hand turn
I’m going down to the crossroads; gonna flag a ride
The place where faith, hope, and charity died
Shoot him while he runs, boy. Shoot him while you can
See if you can shoot the invisible man
Goodbye, Charlie. Goodbye, Uncle Sam
Frankly, Miss Scarlett, I don’t give a damn

What is the truth, and where did it go?
Ask Oswald and Ruby; they oughta know
“Shut your mouth,” said the wise old owl
Business is business, and it’s a murder most foul

Tommy, can you hear me? I’m the Acid Queen
I’m riding in a long, black limousine
Riding in the backseat next to my wife
Heading straight on in to the afterlife
I’m leaning to the left; got my head in her lap
Hold on, I’ve been led into some kind of a trap
Where we ask no quarter, and no quarter do we give
We’re right down the street from the street where you live
They mutilated his body, and they took out his brain
What more could they do? They piled on the pain
But his soul’s not there where it was supposed to be at
For the last fifty years they’ve been searchin’ for that

Freedom, oh freedom. Freedom cover me
I hate to tell you, mister, but only dead men are free
Send me some lovin’; tell me no lies
Throw the gun in the gutter and walk on by
Wake up, little Susie; let’s go for a drive
Cross the Trinity River; let’s keep hope alive
Turn the radio on; don’t touch the dials
Parkland hospital, only six more miles

You got me dizzy, Miss Lizzy. You filled me with lead
That magic bullet of yours has gone to my head
I’m just a patsy like Patsy Cline
Never shot anyone from in front or behind
I’ve blood in my eye, got blood in my ear
I’m never gonna make it to the new frontier
Zapruder’s film I seen night before
Seen it 33 times, maybe more

It’s vile and deceitful. It’s cruel and it’s mean
Ugliest thing that you ever have seen
They killed him once and they killed him twice
Killed him like a human sacrifice

The day that they killed him, someone said to me, “Son
The age of the Antichrist has only begun.”
Air Force One coming in through the gate
Johnson sworn in at 2:38
Let me know when you decide to thrown in the towel
It is what it is, and it’s murder most foul

What’s new, pussycat? What’d I say?
I said the soul of a nation been torn away
And it’s beginning to go into a slow decay
And that it’s 36 hours past Judgment Day

Wolfman Jack, speaking in tongues
He’s going on and on at the top of his lungs
Play me a song, Mr. Wolfman Jack
Play it for me in my long Cadillac
Play me that “Only the Good Die Young”
Take me to the place Tom Dooley was hung
Play St. James Infirmary and the Court of King James
If you want to remember, you better write down the names
Play Etta James, too. Play “I’d Rather Go Blind”
Play it for the man with the telepathic mind
Play John Lee Hooker. Play “Scratch My Back.”
Play it for that strip club owner named Jack
Guitar Slim going down slow
Play it for me and for Marilyn Monroe

Play “Please Don’t Let Me Be Misunderstood”
Play it for the First Lady, she ain’t feeling any good
Play Don Henley, play Glenn Frey
Take it to the limit and let it go by
Play it for Karl Wirsum, too
Looking far, far away at Down Gallow Avenue
Play tragedy, play “Twilight Time”
Take me back to Tulsa to the scene of the crime
Play another one and “Another One Bites the Dust”
Play “The Old Rugged Cross” and “In God We Trust”
Ride the pink horse down the long, lonesome road
Stand there and wait for his head to explode
Play “Mystery Train” for Mr. Mystery
The man who fell down dead like a rootless tree
Play it for the Reverend; play it for the Pastor
Play it for the dog that got no master
Play Oscar Peterson. Play Stan Getz
Play “Blue Sky”; play Dickey Betts
Play Art Pepper, Thelonious Monk
Charlie Parker and all that junk
All that junk and “All That Jazz”
Play something for the Birdman of Alcatraz
Play Buster Keaton, play Harold Lloyd
Play Bugsy Siegel, play Pretty Boy Floyd
Play the numbers, play the odds
Play “Cry Me A River” for the Lord of the gods
Play Number 9, play Number 6
Play it for Lindsey and Stevie Nicks
Play Nat King Cole, play “Nature Boy”
Play “Down In The Boondocks” for Terry Malloy
Play “It Happened One Night” and “One Night of Sin”
There’s 12 Million souls that are listening in
Play “Merchant of Venice”, play “Merchants of Death”
Play “Stella by Starlight” for Lady Macbeth

Don’t worry, Mr. President. Help’s on the way
Your brothers are coming; there’ll be hell to pay
Brothers? What brothers? What’s this about hell?
Tell them, “We’re waiting. Keep coming.” We’ll get them as well

Love Field is where his plane touched down
But it never did get back up off the ground
Was a hard act to follow, second to none
They killed him on the altar of the rising sun
Play “Misty” for me and “That Old Devil Moon”
Play “Anything Goes” and “Memphis in June”
Play “Lonely At the Top” and “Lonely Are the Brave”
Play it for Houdini spinning around his grave
Play Jelly Roll Morton, play “Lucille”
Play “Deep In a Dream”, and play “Driving Wheel”
Play “Moonlight Sonata” in F-sharp
And “A Key to the Highway” for the king on the harp
Play “Marching Through Georgia” and “Dumbarton’s Drums”
Play darkness and death will come when it comes
Play “Love Me Or Leave Me” by the great Bud Powell
Play “The Blood-stained Banner”, play “Murder Most Foul”

Non si sa al momento se questo brano sia o meno l’anticipazione di un nuovo album di Bob, ma è chiaro che sperare non costa nulla.

Marco Verdi

I Figli “Illegittimi” Di Frank Proliferano: Dopo Bob, Ecco Willie Sinatra! Willie Nelson – My Way

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Willie Nelson – My Way – Legacy/Sony CD

Sembra che, nonostante veleggi ormai verso gli ottant’anni di età, Bob Dylan non abbia smesso, anche involontariamente, di creare tendenze: infatti dopo i tre album (o cinque, dato che Triplicate era, appunto, un triplo) dedicati dal vate di Duluth alle canzoni del leggendario Frank Sinatra, ora anche Willie Nelson ha deciso di celebrare la musica di “Ol’ Blue Eyes” con questo nuovissimo My Way. C’è da dire che, a differenza di Dylan, Nelson non è la prima volta che si cimenta con gli standard della musica americana: a parte il famoso Stardust del 1978, negli anni il texano ha pubblicato diversi album a tema “Great American Songbook”, come What A Wondeful World, Moonlight Becomes You, parte di Healing Hands Of Time, American Classic, Summertime. E con My Way Willie ci regala uno dei suoi album migliori, e non solo del genere standard, un lavoro splendido che fa il paio con l’altrettanto bellissimo Last Man Standing uscito pochi mesi fa. E’ incredibile infatti come il nostro riesca a coniugare quantità e qualità con una tale nonchalance: se dal vivo, per vari problemi fisici, qualche colpo ultimamente lo ha perso, in studio è ancora una sentenza.

In My Way Willie ha usato lo stesso approccio di Bob, cioè non prendendo solo le canzoni più famose di Sinatra, ma rivolgendosi a standard che anche Frank ha cantato nella sua carriera: così a veri e propri classici associati principalmente al cantante italo-americano (Fly Me To The Moon, One For My Baby, la stessa My Way) si alternano pezzi dei quali la versione di Sinatra non è magari neanche la più nota (A Foggy Day, Night And Day). Quello che più conta però è il risultato finale, che come dicevo poc’anzi è davvero splendido: Willie canta e swinga con classe immensa, e con una voce che è ancora più che mai in grado di dare i brividi, ed i suoni sono nelle mani sicure del fido Buddy Cannon e del grande pianista ed organista Matt Rollings (Lyle Lovett, Mark Knopfler, Mary Chapin Carpenter), che è anche il leader e direttore musicale di un gruppo da sogno: Jay Bellerose alla batteria, Dean Parks alla chitarra, Paul Franklin alla steel, l’inseparabile Mickey Raphael all’armonica, il notevole bassista David Piltch ed una sezione fiati nella quale spicca un trio di sassofonisti formato da Jeff Coffin, Denis Solee e Doug Moffet. Un disco raffinato ma pieno di feeling, che sprizza classe da ogni nota, suonato in maniera sicura e rilassata nello stesso tempo. L’album si apre con la celeberrima Fly Me To The Moon, con Willie che inizia subito a swingare che è un piacere, seguito dai fiati che accompagnano in maniera calorosa, la sezione ritmica che punteggia alla grande ed un doppio delizioso assolo chitarristico, prima del nostro con la sua Trigger e poi di Parks.

Summer Wind è una pura jazz ballad, che vede Nelson cantare in perfetto relax, il gruppo suonare in punta di dita (con il piano di Rollings in evidenza) e l’armonica dare il tocco country; ancora piano ed armonica introducono la nota One For My Baby (And One More For The Road), dall’accompagnamento soffuso, atmosfera afterhours, una sezione d’archi non invasiva e la consueta classe sopraffina. A Foggy Day è un brano di George ed Ira Gershwin, e come tutti i pezzi scritti dal duo di compositori di Brooklyn ha avuto negli anni varie versioni, delle quali quella di Sinatra non è necessariamente la più famosa: la rilettura di Willie è nuovamente ricca di swing, ed è punteggiata dal solito splendido pianoforte di Rollings e dai fiati al gran completo; It Was A Very Good Year è intensa e maestosa, Willie la canta come se fosse una western tune e gli archi aggiungono pathos e drammaticità, mentre Blue Moon è uno dei pezzi più famosi di tutti i tempi, con il texano che la rifà in maniera raffinata e godibile, mettendoci una bella dose di verve: piano, steel e Trigger completano il quadro. La lenta I’ll Be Around (che era uno degli highlights del mitico In The Wee Small Hours) è limpida e tranquilla, con Willie che canta come se avesse un bicchiere di whisky in una mano ed un sigaro nell’altra, e con la strumentazione al solito superba (ottima la steel):

Ecco a questo punto due canzoni di Cole Porter: Night And Day è conosciutissima anche in versioni alternative a Sinatra (per esempio è molto popolare quella di Fred Astaire, e pure Nelson l’aveva già incisa, ma solo in veste strumentale) ed è ancora eseguita ottimamente, con grande gusto e swing, mentre What Is This Thing Called Love?, calda, vivace e guidata magistralmente dal piano, vede il nostro duettare con la brava Norah Jones, un’altra che in queste sonorità ci sguazza. La piacevolissima e jazzata Young At Heart, brano che Sinatra fu il primo ad incidere, precede la conclusiva My Way, materia pericolosa in quanto uno degli evergreen assoluti del cantante di Hoboken, un pezzo di Paul Anka che The Voice ha eletto a manifesto di un certo stile di vita: Willie la canta intelligentemente alla sua maniera, solo voce e pochi strumenti, arrangiandola in modo molto vicino al suo stile abituale, riuscendo a provocare più di un brivido in chi ascolta. In mancanza, pare, di un nuovo disco di Van Morrison nelle prossime settimane (anche perché ne ha fatti tre in meno di un anno), questo My Way è il classico album perfetto per allietare le serate autunnali che ci attendono.

Marco Verdi

Bob “Sinatra” Si E’ Fatto In Tre! Bob Dylan – Triplicate

bob dylan - triplicate

Bob Dylan – Triplicate – Columbia/Sony 3CD – 3LP

Nel corso della sua lunga carriera Bob Dylan ha sempre fatto quello che ha voluto e quando ha voluto: a volte ciò è coinciso con i gusti del pubblico e le tendenze del momento (il folk revival dei primi anni sessanta, la svolta elettrica del 1965 – Newport a parte – ed anche l’approccio country di fine decade, in un periodo nel quale tutti andavano a Nashville ad incidere), altre volte molto meno (i dischi “religiosi” del triennio 1979-81, la crisi della metà degli anni ottanta, quando Bob sembrava scegliere le canzoni da mettere sui suoi dischi tirando i dadi). Due anni fa, allorquando Dylan ha pubblicato Shadows In The Night, collezione di standard della musica americana che avevano il comune denominatore di aver fatto parte del repertorio di Frank Sinatra, tutti hanno promosso l’operazione anche con toni abbastanza entusiastici, ma già quando lo scorso anno Bob ha bissato l’operazione con Fallen Angels più di uno ha cominciato a storcere il naso, anche per il fatto che era venuto a mancare l’effetto sorpresa rispetto al primo volume. Vi lascio immaginare la reazione della critica internazionale (ed immagino anche della Columbia) alla notizia che Bob avrebbe pubblicato un altro CD di evergreen non singolo, non doppio ma addirittura triplo, dal titolo non molto fantasioso di Triplicate: infatti le reazioni sono state, per usare un eufemismo, piuttosto contrastanti, tra chi ha applaudito all’operazione definendo questo nuovo lavoro il migliore tra i tre (cosa vera, come vedremo) e chi l’ha bocciata più che altro per il timore che Dylan avesse prosciugato la vena creativa smettendo di fatto di scrivere canzoni proprie, altri ancora criticando il fatto che il nostro stia ormai facendo dischi solo per il suo piacere personale.

Tra l’altro un triplo album non è uno scherzo, a memoria non ricordo molti tripli in passato che non fossero antologie o dischi dal vivo (All Things Must Pass di George Harrison, che in realtà era un doppio con un terzo disco di jam sessions, e Sandinista! dei Clash sono, credo, i casi più celebri), ed è per questo che, a parere di molti, Triplicate sarà l’episodio conclusivo della serie: in realtà, data la durata complessiva che supera di poco l’ora e mezza, il CD poteva anche essere doppio, ma Dylan ha voluto dividerlo in tre e dare ad ognuno dei dischetti un sottotitolo, a seconda dei temi trattati dalle canzoni (‘Til The Sun Goes Down, Devil Dolls e Comin’ Home Late). E che Triplicate sia da considerare il più importante album della trilogia lo confermano anche l’elegante confezione in digipak ed il fatto che sia l’unico volume ad avere nel booklet interno un saggio descrittivo (ad opera del noto scrittore Tom Piazza); musicalmente l’album prosegue nel mood dei due precedenti, cioè con le interpretazioni molto laidback da parte del nostro, ma la produzione è migliore (ad opera di Dylan stesso, sotto il consueto pseudonimo di Jack Frost) ed in molti momenti l’accompagnamento della band è decisamente più presente, grazie anche al fatto che, a parte i soliti noti (Tony Garnier al basso, Charlie Sexton alla chitarra, Donnie Herron alla steel guitar e George Receli alla batteria), troviamo alla seconda chitarra un vero e proprio fuoriclasse come Dean Parks, uno che nel corso degli anni ha suonato praticamente con tutti, ed in molti brani vi è anche la presenza di un’ottima sezione fiati e corni guidata da James Harper.

Anche il repertorio non è così legato a Sinatra come nei due episodi precedenti: nonostante ben 29 pezzi sui 30 totali siano stati interpretati anche da Old Blue Eyes, molte di queste canzoni sono infatti maggiormente note nella versione di altri, tra cui Nat “King” Cole, Ella Fitzgerald, Judy Garland, Glenn Miller, Bing Crosby, Sarah Vaughan e Billie Holiday. Infine Bob, che canta con ottimo rigore melodico a differenza di quanto faccia solitamente dal vivo con le sue canzoni, in questo album omaggia anche brani molto più celebri di quelli presenti sui primi due volumi, veri e propri classici del calibro di Stardust, Sentimental Journey, Stormy Weather, Once Upon A Time, As Time Goes By ed altri. E Triplicate contiene diversi highlights, a partire da I Guess I’ll Have To Change My Plan, deliziosa, dal tempo jazzato, con i fiati che commentano con classe sullo sfondo e la band dal suono più presente del solito (rock sarebbe una parola grossa), o la raffinatissima Once Upon A Time, dove Bob canta benissimo, oppure la poco nota (ma bella) It Gets Lonely Early, non facile da cantare (ma il nostro se la cava egregiamente), o ancora la godibile e mossa Trade Winds, in cui la classe si tocca con mano. Splendida poi Braggin’ (unico brano mai affrontato da Sinatra, era un successo della Harry James Orchestra), dal suono ricco, ritmo sostenuto e con Dylan che dà il meglio di sé; ottima pure Imagination, nella quale la band ha più spazio del consueto, ed anche il superclassico Stardust è rifatto in maniera seria e rigorosa, anche se, per rimanere in tema di artisti contemporanei, preferisco la versione di Willie Nelson.

Alcune interpretazioni sono più di routine, come This Nearly Was Mine, ottima dal punto di vista vocale ma con la band quasi inesistente, l’umoristica There’s A Flaw In My Flue, che Bob rifà in maniera fin troppo seriosa, How Deep Is The Ocean?, con un arrangiamento eccessivamente cupo, od anche Sentimental Journey, che avrei preferito con un po’ più di brio. Poi ci sono pezzi, pochi per fortuna, che a mio parere non sono molto nelle corde di Dylan, come Stormy Weather, My One And Only Love, P.S. I Love You (che non è quella dei Beatles), o anche la pimpante Day In, Day Out, splendida dal punto di vista strumentale ma palesemente fuori dal range vocale di Bob. Una menzione a parte la merita The Best Is Yet To Come, un brano di grande importanza per Sinatra in quanto è l’ultima canzone cantata dal vivo dal grande crooner (nel 1995), nonché l’iscrizione sulla sua pietra tombale: Dylan questo lo sa, e quindi fornisce una delle interpretazioni più convincenti del triplo, “dylaneggiando” tra l’altro più del solito, ed aiutato alla grande dalla band e dai fiati. In conclusione, forse Triplicate va preso a piccole dosi, forse non è un album adatto a tutti, e forse ha perfino ragione chi vorrebbe che Dylan tornasse finalmente a fare Dylan, ma insomma avercene di dischi come questo.

Marco Verdi

Non Male Per Uno Morto Da 35 Anni! Bob Dylan – Fallen Angels

bob dylan fallen angels

Bob Dylan – Fallen Angels – Columbia/Sony CD

Il titolo del post si riferisce ad una clamorosa gaffe di Raffaella Carrà, che nel corso del suo programma The Voice, commentando la performance di Like A Rolling Stone da parte di un concorrente, ha asserito che Bob Dylan è morto da ormai 35 anni, confondendolo certamente con Bob Marley (e durante la consegna del meritato Tapiro da parte di Striscia La Notizia ha detto che con tutti quei Bob (!) si è confusa…certo perché esistono anche Bob Geldof, Bob Weir, Bob Hope, Bob Sinclar, Bobby Solo e Bob Aggiustatutto, povera Raffa bisogna capirla).

Tornando alle cose serie, Bob Dylan è vivo e vegeto ed anche piuttosto attivo discograficamente, se a distanza di poco più di un anno dall’apprezzato Shadows In The Night http://discoclub.myblog.it/2015/02/01/leggendeci-si-intende-bob-dylan-shadows-the-night/ , esce con un nuovo lavoro (il 20 Maggio per l’esattezza) intitolato Fallen Angels, che come già saprete prosegue il discorso del CD precedente, cioè la rilettura da parte dell’ex menestrello di alcuni standard della musica americana, tutti con il comune denominatore di essere stati interpretati anche da Frank Sinatra (tranne una piccola eccezione che vedremo tra poco). Così come il suo predecessore, anche Fallen Angels è stato inciso nei Capitol Studios di Los Angeles (pare addirittura che i brani provengano dalle stesse sessions, anche se non è sicuro) e vede Bob, in veste anche di produttore con il solito pseudonimo Jack Frost, accompagnato dalla sua touring band, formata da Charlie Sexton, Donnie Herron, Tony Garnier, Stu Kimball e George Receli. E l’approccio non è cambiato: Bob ed i suoi pards affrontano questi brani immortali con il consueto mood jazzato, notturno e discreto, preferendo alle orchestrazioni tipiche di questo genere di canzoni il metodo “per sottrazione”, rivestendo la voce particolare di Dylan versione crooner (che affronta i pezzi con un rigore formale inusuale per lui) con un accompagnamento in sordina, quasi a volume abbassato, proprio con lo scopo di omaggiare le melodie di questi evergreen.

Il risultato finale è ancora egregio, anche se personalmente preferisco di poco Shadows In The Night, forse per un maggior effetto sorpresa, ma anche per una più variegata gamma stilistica: infatti i brani di Fallen Angels vengono trattati tutti più o meno allo stesso modo, con arrangiamenti molto low-profile e con poche variazioni ritmiche, e forse c’è anche da considerare la possibilità che il meglio fosse confluito nel primo volume e che il secondo sia stato pianificato soltanto in seguito (dopotutto nella sua lunga carriera poche volte Bob ha pubblicato dei sequel, a memoria mi viene in mente la trilogia religiosa Slow Train ComingSaved Shot Of Love ed i due album acustici di classici folk e blues Good As I Been To You e World Gone Wrong). Comunque, considerando quanta porcheria gira nel modo musicale, avercene di dischi così. Ecco di seguito una breve disamina di otto dei dodici brani di Fallen Angels, in quanto quattro di essi erano già usciti un mese fa su un CD singolo per il mercato giapponese (ed in tutto il mondo in vinile per il Record Store Day), e quindi vi rimando al mio post dedicato http://discoclub.myblog.it/2016/04/08/gustoso-antipasto-attesa-maggio-della-portata-principale-bob-sinatra-scusate-dylan-melancholy-mood/ : tra parentesi ho deciso di non mettere gli autori dei brani (ben tre di essi portano la firma del grande Johnny Mercer), ma mi limiterò ad indicare alcune versioni tra le più note oltre a quelle di Sinatra.

Young At Heart (Perry Como, Tony Bennett, Bing Crosby, ma anche Shawn Colvin e Tom Waits) vede la steel di Herron come strumento dominante, il classico accompagnamento quasi in punta di piedi e Bob che canta in maniera fluida e discorsiva; Maybe You’ll Be There (The Four Aces, Gordon Jenkins, Gene Pitney, Diana Krall) è lenta e languida, aperta da un malinconico violino e con la voce quasi carezzevole di Dylan a prendere per mano l’ascoltatore, mentre Polka Dots And Moonbeams (Gil Evans, Sarah Vaughn, John Denver) è meno laconica nei suoni, ha un mood molto jazzato ed un bellissimo assolo di chitarra acustica nell’intro, subito doppiato dalla steel: Bob arriva dopo più di un minuto e mezzo, e la sua voce è quasi uno strumento aggiunto. All The Way (Billie Holiday, Neil Sedaka, Bobby Darin ma anche la nostra Mina), ancora raffinata e di gran classe, è una delle scelte migliori, un brano da assaporare in tarda serata, sul divano preferito e sorseggiando un cognac d’annata. Skylark (l’unica eccezione di cui dicevo prima, ancora Bing Crosby, Glenn Miller, Aretha Franklin ma niente Old Blue Eyes), ha una bella chitarrina pizzicata, il violino, batteria spazzolata ed il nostro che procede senza sbavature, magari cantasse con questa precisione anche i pezzi suoi; Nevertheless (Count Basie, Frankie Laine, Dean Martin, Liza Minnelli, Harry Nilsson, Rod Stewart e mille altri) non cambia ritmo, la canzone è bella ma qui Dylan è quasi sonnolento nel porgerla, anche se la band lo segue senza battere ciglio come al solito. On A Little Street In Singapore (ancora Miller, Dave Brubeck, Manhattan Transfer e pochi altri, forse il brano più oscuro della raccolta) è appena un po’ più mossa, ma tra tutte a mio parere è quella che meno si adatta alla vocalità di Bob, mentre con It Had To Be You (Ruth Etting, Ginger Rogers) si ritorna su atmosfere notturne, la voce è quasi lasciata da sola all’inizio, poi entra la band con la solita discrezione ed il pezzo è condotto in porto senza problemi.

Di Melancholy Mood, All Or Nothing At All, That Old Black Magic e Come Rain Or Come Shine vi ho già detto il mese scorso. Ancora un lavoro raffinato e di classe per Bob “Sinatra” Dylan, ma adesso, e credo di parlare a nome di molti, vorrei un bel disco di canzoni nuove, e possibilmente rock.

Marco Verdi

Un Gustoso Antipasto In Attesa (A Maggio) Della Portata Principale! Bob Sinatra, Scusate, Dylan – Melancholy Mood

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Bob Dylan – Melancholy Mood – Sony Japan EP/CD

Bob Dylan ormai ci ha preso gusto: dopo il bellissimo Shadows In The Night dello scorso anno, in cui il Vate rileggeva a modo suo alcuni standard della musica americana (tutti con il comune denominatore di essere stati interpretati anche da Frank Sinatra), il 20 Maggio darà seguito all’operazione, probabilmente confortato anche dal successo di critica e pubblico avuto dal predecessore, con Fallen Angels, altro album composto esclusivamente da evergreen e di cui riporto qua di seguito la tracklist.

1. Young At Heart
2. Maybe You’ll Be There
3. Polka Dots And Moonbeams
4. All The Way
5. Skylark
6. Nevertheless
7. All Or Nothing At All
8. A Little Street In Singapore
9. It Had To Be You
10. Melancholy Mood
11. That Old Black Magic
12. Come Rain Or Come Shine

Come vedete un’altra bella serie di classici, ancora con Sinatra come elemento conduttore (anche se questa volta c’è l’eccezione: Skylark vanta, tra le altre, una versione da parte di Bing Crosby, ma non è mai stata incisa da Ol’ Blue Eyes): al momento non è dato sapere se i brani provengano dalle stesse sessions che hanno generato Shadows In The Night o ci sia anche qualcosa registrato ex novo, dato che all’inizio di quest’anno Dylan è stato visto aggirarsi negli studi Capitol di Los Angeles.

FallenAngel

Come succoso antipasto, la Sony ha messo fuori questo mini CD (una volta si chiamavano EP) di quattro brani, con Melancholy Mood come pezzo di punta, un dischetto che si trova su internet anche a prezzi abbordabili (ma attenzione alle spese di importazione dal Giappone), e che verrà pubblicato anche in vinile (ma in edizione limitata) in occasione del Record Store Day la settimana prossima.

Da queste quattro canzoni possiamo intuire che anche Fallen Angels sarà uno dei dischi dell’anno: come dicevo, Dylan ci ha preso gusto nell’interpretare il songbook americano (dal vivo fa circa una decina di questi pezzi ogni sera), e la band dopo anni di rodaggio sarebbe capace di seguirlo alla grande su qualsiasi territorio; anzi, da un primo ascolto di queste quattro canzoni (prodotte al solito da Bob stesso con il consueto pseudonimo di Jack Frost) sembra che il nostro sia ancora più “dentro” l’operazione che sul disco precedente…e se è davvero così Fallen Angels sarà una goduria.

Ma vediamo questi quattro “assaggi” nel dettaglio.

Melancholy Mood – brano scritto da Walter Schumann e Vick Knight, era sul lato B del primo 45 giri in assoluto inciso da Sinatra (From The Bottom Of My Heart, 1939): la versione dylaniana ha uno splendido inizio, con un bellissimo ricamo di chitarra (Charlie Sexton) e la batteria spazzolata, un intro strumentale piuttosto prolungato e di grande raffinatezza; quando entra la voce del leader (che se possibile canta ancora meglio che nell’album precedente) sono già entrato completamente nel mood (malinconico, of course) del disco.

All Or Nothing At All – anche questo pezzo (di Jack Lawrence ed Arthur Altamn) appartiene al repertorio “preistorico” del grande Frank, essendo uscita nel 1940: tra le altre cover successive ricordo Chet Baker, John Coltrane, Sarah Vaughan e Diana Krall. Altro intro di chitarra, ma stavolta Bob canta da subito, ed il gruppo lo segue con la professionalità e la discrezione tipiche delle backing bands degli anni quaranta; Dylan, poi, da consumato crooner, non ha paura a cantare anche note più alte del solito.

Come Rain Or Come Shine – un pezzo famosissimo, scritto da Johnny Mercer con Harold Arlen, incisa da Sinatra insieme a mille altri grandi (Dinah Shore, Billie Holiday, Ella Fitzgerald, Ray Charles, James Brown, Liza Minnelli, Dr. John, Don Henley ed Eric Clapton con B.B. King). La versione di Bob inizia piano, con la voce sospesa ed accompagnamento in punta di dita, poche note di chitarra, spazzole, contrabbasso suonato con l’archetto e steel (e Dylan canta benissimo). Classe pura.

That Old Black Magic – gli stessi due autori del brano precedente, un altro pezzo storico che vanta interpretazioni da parte di Glenn Miller (il primo ad inciderla), ancora la Fitzgerald, Sammy Davis Jr., Bing Crosby, naturalmente Sinatra, oltre a Van Morrison, Tom Jones e Rod Stewart. Qui il ritmo è più spedito (ma con la band sempre nelle retrovie), con Dylan che si diverte a swingare con gusto, come se non avesse mai fatto altro.

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Quindi un (bellissimo) mini CD che serve giusto a stuzzicare l’appetito, e tra poco più di un mese potremo godere del disco completo.

Marco Verdi