Gli “Esordi” Solisti Di Un Protagonista Della Nostra Musica. Chris Hillman – The Asylum Years

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Chris Hillman – The Asylum Years – Omnivore CD

Recentemente ho recensito su questo blog la ristampa dei due album degli anni ottanta di Skip Battin, constatando come mi stessi occupando di un artista che aveva attraversato buona parte della storia del rock senza però lasciare tracce tangibili http://discoclub.myblog.it/2018/02/01/il-periodo-italiano-di-un-altro-vero-outsider-skip-battin-italian-dream/ . Un parallelo con Battin si può fare parlando di Chris Hillman, quasi come se fossero due facce della stessa medaglia, dato che hanno avuto in comune la militanza nei Byrds e nei Flying Burrito Brothers, ovvero due delle band più influenti della loro epoca (oltre a condividere lo stesso strumento, il basso, anche se Hillman in seguito è diventato un provetto chitarrista/mandolinista), ma, a differenza di Skip, Chris ha sempre recitato un ruolo di primo piano, grazie principalmente al talento infinitamente maggiore. Con i Byrds, dopo essere stato abbastanza in ombra agli inizi, cominciò a ritagliarsi più spazio all’indomani dell’abbandono di Gene Clark, per poi contribuire a fondare i Burritos insieme a Gram Parsons. Ma Chris è sempre stato uno che non ha mai amato stare fermo, e così negli anni settanta ha partecipato a diversi progetti, come quello dei Manassas (il supergruppo di supporto a Stephen Stills), la poco fortunata reunion dei Byrds originali, il trio Souther-Hillman-Furay Band e la quasi ulteriore Byrd reunion di McGuinn, Hillman & Clark, due avventure con risultati ben al di sotto delle possibilità.

Negli anni ottanta il grande successo all’insegna del country-rock della Desert Rose Band, ed in seguito gli ottimi lavori più tradizionali insieme a Herb Pedersen (già con lui nella DRB), in duo o in quartetto con Larry Rice e Tony Rice. Il nostro è quindi sempre stato un musicista che ha sempre preferito far parte di una band, ed infatti i suoi album da solista si contano sulle dita di due mani: appena sette in sei decadi, l’ultimo dei quali, il meraviglioso Bidin’ My Time, è stato uno dei più bei dischi dello scorso anno nonché tra le cose migliori di tutta la sua carriera http://discoclub.myblog.it/2017/09/30/dopo-stephen-stills-e-david-crosby-ecco-un-altro-giovane-di-talento-lex-byrd-ha-ancora-voglia-di-volare-alto-chris-hillman-bidin-my-time/ . Ora la Omnivore, anche per sfruttare il successo di Bidin’ My Time, pubblica The Asylum Years, che ristampa in un singolo CD (senza bonus tracks, ma con un’intervista nuova di zecca al nostro nelle note del libretto) i due album che Chris pubblicò negli anni settanta per l’etichetta fondata da David Geffen, Slippin’ Away (1976) e Clear Sailin’ (1977), da tempo fuori catalogo. Ebbene, ci troviamo di fronte a due discreti album di country-rock californiano, non due capolavori ma comunque di piacevole ascolto, con il primo meglio del secondo, ed una lista di musicisti davvero incredibile, la crema della musica californiana (e non) dell’epoca, nomi che c’è da godere solo a leggerli: Herb Pedersen, Jim Gordon, Joe Lala e Paul Harris (entrambi ex Manassas), Bernie Leadon e Timothy B. Schmit (all’epoca il passato ed il futuro degli Eagles), gli ex Burritos Al Perkins e Rick Roberts, gli Mg’s Steve Cropper e Donald “Duck” Dunn, Russ Kunkel, Leland Sklar, il duo vocale Flo & Eddie, l’ex Byrd Michael Clarke, Sam Broussard, Byron Berline, l’ex bassista dei Blood, Sweat & Tears Jim Fielder ed il futuro cantautore da classifica Richard Marx.

Il primo dei due album, Slippin’ Away, non è, come ho detto, un masterpiece, ma comunque siamo in presenza di un validissimo lavoro di puro country-rock californiano, che paradossalmente assomiglia molto a quello che in quegli anni facevano gli Eagles, cioè una band che Hillman ha senz’altro contribuito ad influenzare: prendete la solare ed orecchiabile Step On Out e ditemi se ho torto. La fluida Slippin’ Away ha tracce di CSN e di nuovo quel suono così “californiamente” familiare, Take It On The Run è roccata e potente, con un’ottima slide a dare il tocco in più, mentre Blue Morning è una bellissima ballad, con piano e steel sugli scudi ed un motivo di prima scelta. Altri highlights sono l’intensa Witching Hour, una outtake dei Manassas scritta da Stills (e pubblicata nella versione originale solo qualche anno fa nell’album di inediti Pieces), il piacevole rifacimento di Down In The Churchyard dei Burrito Brothers, l’eccellente Love Is The Sweetest Amnesty, una canzone decisamente riuscita e coinvolgente, tra le più belle, ed il delizioso bluegrass finale (Take Me In Your) Lifeboat, con Hillman, Leadon, Berline e Pedersen che cantano all’unisono.

Il secondo album preso in esame da questa ristampa, Clear Sailin’, è come ho già detto un gradino sotto, più che altro a causa di un livello medio di canzoni leggermente inferiore, ma nel quale comunque non mancano gli episodi degni di nota, come la solare ed accattivante Nothing Gets Through, la squisita Fallen Favorite, puro sound californiano, la cristallina ballata elettroacustica Quits e la splendida ed ariosa Hot Dusty Roads, tra le più belle in assoluto dei due album, mentre il resto si barcamena tra brani troppo sofisticati (Clear Sailin’) o pasticciati (Ain’t That Peculiar, cover di un successo di Marvin Gaye, scritto da Smokey Robinson, con un insistente synth che non c’entra un tubo) e qualche pezzo in cui il nostro si aiuta col mestiere. Una ristampa forse non imprescindibile, ma con diverse belle canzoni soprattutto nella prima parte che direi ne giustificano ampiamente l’acquisto.

Marco Verdi

Da Lassù, Country-Rock Natalizio Made In Italy. Piedmont Brothers Band – A Piedmont Christmas

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The Piedmont Brothers Band – A Piedmont Christmas – MRM Records/Appaloosa Ird

Una breve premessa: qualche mese fa, durante l’estate, avrei dovuto recensire l’ultimo album dei Piedmont Brothers Compasses And Maps, poi per vari impegni, sul Buscadero e nel Blog, mi sono ritrovato a rimandare la recensione di quel CD, programmandola per i primi giorni di agosto, fino a che, il 6, purtroppo, gli amici della Ird mi hanno comunicato che Marco Zanzi, il leader della band, era morto dopo una battaglia di circa due anni con un tumore al pancreas. A quel punto non mi sono più sentito di scrivere quella recensione, per timore di fare una sorta di sciacallaggio postumo su un album di unmusicista che se ne era andato. Poi nei mesi successivi, a mente fredda, alcune volte ci ho ripensato, ripromettendomi di parlare comunque della band. Quindi quale occasione migliore che l’uscita di questo CD di canzoni natalizie che era comunque già stato programmato dalla famiglia per una uscita nel periodo invernale. Perché il buon Marco, anche nel periodo più buio della sua malattia, aveva comunque continuato a lavorare e ad incidere nuove canzoni, a dispetto della situazione.

Il disco, e non lo dico per piaggeria, è molto bello e piacevole, quella consueta miscela di country-rock, bluegrass e musica cantautorale, confezionata con gran classe e passione, da Marco Zanzi e Ron Martin, i due co-fondatori di questa band, da sempre coadiuvati da una ampia cerchia di amici, nel corso di sei album (più questi due e compreso un disco di “rarità”) e un paio di Zanzi come solista. Tra gli “amici” gli ultimi a partecipare sono stati Richie Furay, leggendario leader dei Poco, una delle migliori formazioni di country-rock che abbia mai calcato i palcoscenici, e la figlia Jesse Furay Lynch, ma nell’album appaiono anche collaboratori di lunga data. come Katherine Kelly Walczyk, Rosella Cellamaro Doug Rorrer, che si alternano alle voci nei vari brani, con Martin Cecilia Marco Zanzi. Nel disco precedente, Compasses And Map, apparivano alcuni dei grandi luminari del country-rock e del bluegrass, gente come Gene Parsons dei Byrds, Patrick Shanahan della Stone Canyon Band di Ricky Nelson, Rick Roberts dei Firefall e dei Flying Burrito Brothers, alle prese con brani originali e riprese di classici come Tequila Sunrise degli Eagles, Sweet Baby James di James Taylor, Indian Summer di Paul Cotton, dei già citati Poco, It Doesn’t Matter dei mitici Manassas di Stephen Stills Chris Hillman, Teach Your Children di Graham Nash Here Without You di Gene Clark, tutte in versioni brillanti e ricche di verve, in grado di rinverdire i fasti di gente come i citati Poco, Flying Burrito Brothers, Byrds, Eagles, ma anche dei Dillards, grazie al banjo a 5 corde di cui Zanzi era un vero virtuoso, agli impasti tra voci maschili e femminili, e alla perizia strumentale dei vari musicisti impegnati: del vero country-rock made in Italy. Un disco assolutamente da avere per gli appassionati del genere, come pure il disco di Natale, A Piedmont Christmas.

Sono dieci brani, alcuni scritti per l’occasione, altri pescati dalla tradizione, altri ancora firmati da autori non notissimi ma assolutamente validi nell’ambito country e dintorni, forse l’unico autore noto, ma soprattutto tra gli appassionati, è Steve Goodman, di cui viene ripresa una deliziosa e delicata Colorado Christmas, che non a caso è proprio il brano cantato dalla inconfondibile voce di Richie Furay (https://www.youtube.com/watch?v=x1obUh4bqe0, con le armonie vocali della figlia Jesse, e un bellissimo intreccio strumentale creato dal violino di Anna Satta e dal mandolino, dal banjo e dalle chitarre a 6 e 12 corde, del bravissimo pluristrumentista Marco Zanzi. Jesse Furay Lynch canta la più tipicamente natalizia Beautiful Star Of Betlehem, un valzerone country dove la voce alla Emmylou Harris della Lynch ben si intreccia con le armonie vocali di Marco e con svolazzi di chitarra, violino e pedal steel. Altrove, come nella iniziale, vorticosa, Christmastime In The Blue Ridge, cantata da Ron Martin, sembra di ascoltare il bluegrass dei vecchi Dillards o dei Seldom Scene, grazie anche gli inserti di dobro di Alessandro Grisostolo che ben si amalgamano con il picking degli altri musicisti, tra cui Zanzi, qui al mandolino. La “tradizionale” The Holly And The Ivy, cantata da  Katherine Kelly Walczyk, ha degli agganci con la musica tradizionale celtica, grazie alle sue melodie ariose e coinvolgenti ed alla bella voce della Walczyk.

Mary Did You Know, ancora con il violino della Satta in bella evidenza, grazie al sue testo che richiama la natività è uno dei brani più tipicamente natalizi, sempre godibile ed intenso al contempo. The Shepherd’s Dream, un’altra favola stagionale, cantata con voce appassionata da Ron Martin e scritta dallo stesso Marco Zanzi, che la guida con il suo banjo, è un altro eccellente esempio di quel bluegrass-country che è sempre stato il marchio di fabbrica dei Piedmont Brothers, gruppo del tutto all’altezza delle sue controparti americane, il break della solista elettrica di Marco avrebbe fatto il suo figurone nei dischi di tutte le band che abbiamo citato fino ad ora. Notevole anche uno strumentale d’atmosfera come The Goodliest Land, dove i vari solisti si alternano alla guida del pezzo. Rosella Cellamaro canta con voce squillante un’altro brano tipicamente natalizio come la dolce ballata Mother Mary’s Cradle Song Doug Rorrer è la voce solista nel bluegrass scatenato con uso di banjo Back Home (On Christmas Eve) Martin e la Walczyk si alternano come voci soliste nella quasi cameristica There’s A New Kid In Town, una cover di un vecchio brano di Keith Whitley, altro nome noto soprattutto agli appassionati, ma che si ricorda nella versione della Nitty Gritty Dirty Band, altro nume tutelare dei Piedmont. Che altro aggiungere? Se volete fare o farvi un bel regalo, diverso dal solito, siete ancora in tempo ad acquistare questo A Piedmont Christmas che sicuramente negli scaffali dei negozi non farà concorrenza a Michael Bublé o Mario Biondi, ma vi darà più soddisfazioni, se amate questa musica. Se volete saperne di più il sito della band è sempre attivo http://www.piedmontbrothersband.com/home.

Bruno Conti