Forse L’Ultimo “Testamento” Di Una Voce Storica Del Rock: Dall’Hard&Heavy Coi Nazareth Al Folk Rock. Dan McCafferty – Last Testament

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Dan McCafferty – Last Testament – Ear Music – CD – 2 LP

Come da consuetudine inizio le recensioni del nuovo anno recuperando un CD uscito a Ottobre del 2019 passato, per chi scrive, colpevolmente sottotraccia (salvo qualche rara eccezione): mi riferisco a questo Last Testament del co-fondatore e voce originale della ottima formazione scozzese hard-rock dei Nazareth. Dopo due album ad inizio di carriera, l’omonimo Dan McCafferty (75) e Into The Ring (87), passati forse giustamente inosservati (anche se erano inserite molte “covers”, tra le quali Cinnamon Girl di Neil Young, Boots Of Spanish Leather di Bob Dylan, Out Of Time dei Rolling Stones) e dopo oltre 45 anni di carriera con loro, ha abbandonato la band alla fine del 2013 per seri motivi di salute (una rara malattia polmonare), esce a sorpresa con questo piccolo gioiellino, che potrebbe essere il suo “epitaffio” musicale.

Ad accompagnarlo nella stesura del testamento, Dan McCafferty (che ha scritto tutti i testi dei brani), si è affidato al “notaio”, oltre che compositore, tastierista, fisarmonicista ceco Karel Marik, autore di tutte le musiche e ovviamente produttore del lavoro, trovando come vecchi “testimoni” musicisti di valore quali Jan Herman al basso, Jan Karpisek alla batteria, Vojtech Bures alle chitarre, e il bravissimo Cameron Barnes alle Pipes e Whistle, senza dimenticare come vocalist turniste del luogo un trio composto da Jamie Adamson, Katie Forrest, Kristyna Peterkova, il tutto registrato e mixato nel Substation Studio di Rosyth, ovviamente della incantevole Scozia. Il “contratto” prende il via con il folk tipicamente scozzese di una You And Me, accompagnata dalla fisarmonica di Marik e le cornamuse di Barnes, per poi commuovere subito il recensore con una bella ballata malinconica come Why, cantata con cuore e anima da Dan, mentre la seguente Looking Back dopo un inizio acustico, si sviluppa in un crescendo folk-rock importante e spavaldo, per poi ritornare subito con Tell Me alla tipica ballata rock anni ’70, in perfetto stile Nazareth.

La parte centrale del testamento vede emergere la vena più hard del disco, a partire da una I Can’t Find The One For Me, dove accanto al suono duro delle chitarre si sovrappongono le cornamuse e la fisarmonica, con la fisa di Karel di nuovo sugli scudi in una ballata dolce come Look At The Song In Me Eyes, per poi tornare ai sapori scozzesi con la cornamusa che impazza nell’accompagnare Dan in una grintosa Home Is Where The Heart Is, ed alle chitarre distorte e ritmo indiavolato di My Baby. Si continua con una ballata pianistica impressionante come Refugee, con il violoncello di Marina Saches che nella parte finale sottolinea le voci del coro, per poi cambiare ritmo con i suoni mitteleuropei e tzigani di una melodrammatica Mafia, e andare a recuperare dall’album Rampant (74) dei Nazareth, una pietra preziosa come Sunshine, rifatta in una versione voce e piano da spezzare il cuore, seguita da una folk-ballad arieggiante come Nobody’s Home, eseguita in duetto con la brava Kristyna Peterkova. Ci si avvia alla parte finale del contratto con una intrigante Right To Fail, cantata e suonata in uno stile che richiama il periodo da “belle époque” in quel di Parigi, il maniacale ritmo della torrida e quasi psichedelica Bring It On Back, e andare infine a chiudere la stesura del suo testamento musicale, con una versione acustica del brano iniziale You And Me, accompagnato solo dal pianoforte del bravissimo Karel Marik.

Dopo una vita in giro “on the road” come vocalist dei Nazareth, Dan McCafferty ora a 73 anni si rimette in gioco con questo Last Testament , che potrebbe anche essere il suo ultimo disco (per i citati motivi di saluti), un lavoro chiaramente personale con un set di canzoni dal suono più folk, con la presenza dominante della fisarmonica in tutto il percorso del lavoro (era dai tempi di Archie Brown & The Young Bucks con Dirt And Romance (95) che non sentivo un “sound” del genere), suonato come Dio comanda e cantato ancora oggi da una voce notevole. In conclusione, non è certo un capolavoro, ma non abbiate fretta, concedetevi il tempo di ascoltarlo, in quanto Last Testament sarà anche uno di quei dischi reputati minori, ma che poi si fa fatica a togliere dal lettore CD.

Tino Montanari

Buon Hard Rock “Sudista” Dall’Inghilterra Per Il Solista Dei Supersonic Blues Machine. Kris Barras Band – Light It Up

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Kris Barras Band – Light It Up – Mascot/Provogue             

Kris Barras, da Toquay, contea del Devon, nel Sud dell’Inghilterra, è un personaggio dal passato avventuroso: combattuto (è il caso di dirlo) tra due passioni, quella per la musica, trasmessagli dal padre, e coltivata anche nella discoteca di famiglia, e quella per le arti marziali, di cui è stato campione sui ring di Tailandia e Las Vegas, nei combattimenti a mani nude. Poi ha saggiamente deciso di dedicarsi alla musica, pubblicando un mini ed un album a livello indipendente, prima di firmare per la Mascot/Provogue nel 2017 come Kris Barras Band, ed approdare, tramite gli auspici di Billy F. Gibbons, nella nuova formazione della Supersonic Blues Machine in sostituzione di Lance Lopez, per l’ultimo album dal vivo https://discoclub.myblog.it/2019/08/01/grande-rock-blues-tra-california-e-texas-per-un-trio-italo-anglo-americano-supersonic-blues-machine-road-chronicles-live/ , in cui Gibbons appare come guest in alcune canzoni. Barras ora pubblica questo Light It Up, secondo album per la Mascot e quarto in assoluto, accompagnato da Elliot Blackler al basso e da Will Beavis alla batteria, nonché da Josiah J. Manning, che oltre a produrre il disco suona anche le tastiere, ed è coautore con Kris di un paio di brani.

Devo dire che ero abbastanza prevenuto verso il super tatuato musicista inglese, che invece in questo album si conferma discreto cantante, con la classica voce da hard rocker, e buon chitarrista, mettendo a frutto gli amori del passato per Deep Purple, Stones, ma anche una propensione per il southern rock degli ZZ Top. La musica “sudista” (vista anche  la collocazione geografica nel Regno Unito) e qualche tocco country-blues nell’iniziale “riffata” What You Get che ha pure qualche rimando a Bonamassa, e magari al gospel-rock è decisamente piacevole, con la slide e l’organo ben miscelati e un assolo che tanto mi ha ricordato il vecchio Alvin Lee. Broken Teeth (con un testo e un tiolo che rimandano ai suoi trascorsi di lottatore) è un ottimo esempio di rock sudista cantato a voce spiegata (con le backing vocalist impegnatissime), ritmi serrati, l’organo di Manning in bella evidenza, come pure la slide di Barras, veramente un bel pezzo rock con ulteriore grande accelerazione nel finale; niente male anche Vegas Son, un altro eccellente esempio di rock americano, groove marcato, riff di organo e chitarra e un refrain insinuante e orecchiabile, su cui si innesta un buon lavoro della solista di Kris.

La title track Ignite (Light It Up,) nonostante il lavoro dell’organo in primo piano e un suono più duro e riffato è più scontata, benché l’assolo di Barras cerchi di dargli maggiore consistenza; ancora organo e chitarra slide in azione in 6 AM, ma il suono rimane vicino all’AOR con qualche tocco sudista che ricorda il rock delle band più dure tipo 38 Special o Point Blank. Rain è una bella ballata dall’andatura elegante, sempre con tocchi sudisti e un sound più gentile, ancorato come sempre dall’organo di Manning e completato da un lirico assolo della chitarra del leader; mentre Counterfeit People vira verso un rock anni ’80, un po’ Huey Lewis un po’ Bon Jovi, niente per cui stracciarsi le vesti, con Let The River Run che introdotta da un riff “swampy” poi si perde di nuovo con qualche coretto ruffiano di troppo, benché la solista lavori sempre di fino. Bullet è un altro buon esempio del southern rock venato di hard dei migliori brani della Kris Barras Bard https://www.youtube.com/watch?v=5kYNH2sAd2E , anche se al solito a tratti gli arrangiamenti sono fin troppo ridondanti, ma chitarra e organo se le “suonano” ripetutamente di gusto negli intermezzi strumentali, Wound Up, ancora con slide in evidenza, questa volta insieme al piano, non sarebbe male, ma quegli intermezzi vocali leggerini sono sempre piuttosto  prevedibili, What A Way To Go è sempre classico e piacevole hard rock ‘70’s style a tutto riff, e anche Not Fading è della stessa parrocchia, organo-chitarra e pedalare, mentre la conclusiva Pride Is Forever è viceversa una bella hard ballad, più consistente e meno scontata, con una bella melodia.

Che dire, buono nell’insieme, ma con alti e bassi.

Bruno Conti

Per Gli Amanti Del Rock “Robusto”, Magari Non Raffinatissimo. Tyler Bryant And The Shakedown – Truth And Lies

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Tyler Bryant And The Shakedown – Truth And Lies – Spinefarm Records

Il primo disco di Tyler Bryant con gli Shakedown, Wild Child, pubblicato nel 2013, era stato preceduto da un potente battage pubblicitario e da una sorta di sponsorizzazione da parte di vari artisti famosi, da Eric Clapton a Jeff Beck, passando per Vince Gill, che ne avevano parlato come di un nuovo fenomeno della chitarra, una sorta di erede di Stevie Ray Vaughan. Il ragazzo è bravo, ma come testimonia la presenza nella band del secondo chitarrista Graham Whitford, figlio di Brad, degli Aerosmith, il tipo di sound a cui dobbiamo riferirci è quello: anche se sono originari del Texas, operano in quel di Nashville, una delle principali capitali della musica americana commerciale, niente country, ma un suono decisamente mainstream,che partendo dal rock-blues vira spesso verso un hard rock alquanto di maniera, come testimoniato dal primo album, buono senza entusiasmare, passando per il “difficult” second album che quattro anni dopo aveva certificato più che progressi qualche passo indietro https://discoclub.myblog.it/2018/01/17/il-famoso-secondo-difficile-album-tyler-bryant-the-shakedown-tyler-bryant-the-shakedown/ .

In questo terzo disco non si cambia, il mio parere è personale ovviamente: se amate il vostro rock hard and heavy probabilmente qui troverete pane per i vostri denti. Insomma siamo più sul versante rock-blues che su quello blues-rock, discrimine sottile ma efficace per inquadrare i quattro giovanotti, che dal vivo sono sicuramente efficienti e coinvolgenti, ma nei dischi di studio convincono di meno. Per restare nella similitudine con gli Aerosmith, siamo più verso quelli commerciali e “tamarri” (no, quello lo sono sempre stati) della seconda parte della carriera rispetto ai “nuovi Stones americani” degli anni ’70, richiami a Led Zeppelin, Yardbirds e soci ci sono sempre, ma molto più tenui, a favore di un rock appunto più di maniera e da classifica, manca mi sembra quel guizzo o quel tocco melodico di classe, anche se l’impegno però  non manca, paiono gli stessi difetti dei dischi meno riusciti di Black Keys e Gary Clark Jr.

L’iniziale Shock And Awe, uno dei due singoli, oscilla tra Led Zeppelin, riif alla Jeff Beck era Yardbirds e un hard più convenzionale, sempre infarcito di coretti che vorrebbero ampliarne l’appeal commerciale, e le sferzate della solista di Tyler Bryant; On To The Next,  il secondo singolo, riff e lavoro della batteria molto nerboruti, voce filtrata e minacciosa e improvvise scariche chitarristiche, rimane sempre sulle stesse coordinate e applica la stessa formula Hard rock. Ride è più lenta e cadenzata, chitarra leggermente distorta ed acida, ma sempre quella sensazione di canzoni parzialmente irrisolte, nonostante il lavoro del produttore newyorchese Joel Hamilton ( buon pedigree, ha lavorato anche con Black Keys e Tom Waits); non manca qualche ballatona come Shape I’m In, intro acustica e poi un buon crescendo melodico che sfocia nel solito assolo di Bryant, e anche Judgement Day ricorda quelle ballate un po’ ruffiane alla Aerosmith.

Eye To Eye e Panic Button tornano a virare sul classico hard rock della band, sempre più anni ’90 che anni ’70, gli assoli torcibudella di Tyler non sempre bastano ad alzare del tutto la qualità di una musica a tratti abbastanza scontata. Drive Me Mad con qualche richiamo ai Deep Purple di Fireball è più vivace e mossa, ma Without You torna nel rock routinario, al di là di un assolo formidabile del giovane Bryant. Trouble è un’altra ballata mid-tempo con vaghi accenni blues, mentre Out There con i suoi accenti acustici quanto meno indica un tentativo di tentare altre strade sonore e offre un buon lavoro in modalità slide della chitarra, poi subito dimenticati nella bombastica Cry Wolf e nella pretenziosa Couldn’t See The Fire. Insomma siamo sempre dalle parti del secondo album: bravo chitarrista, tanta grinta e se siete in astinenza da hard-rock potere provare questa specialità, molto fuoco, ma ogni tanto l’arrosto sa di bruciato, più bugie che verità, comunque le virtuali tre stellette di stima ed incoraggiamento per l’impegno mostrato.

Bruno Conti

La Cleopatra Ha Colpito Ancora, Ma Stavolta Non E’ Colpa Loro! Black Oak Arkansas – Underdog Heroes

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Black Oak Arkansas – Underdog Heroes – Purple Pyramid/Cleopatra CD

Già durante la decade di maggior successo dei gruppi appartenenti al genere southern rock, cioè gli anni settanta, i Black Oak Arkansas (che prendono il nome dal luogo dal quale provengono) erano una band di secondo piano, forse anche terzo (* Con l’eccezione probabilmente di questo album https://discoclub.myblog.it/2015/08/10/succedeva-piu-40-anni-fa-piccolo-classico-del-rock-riscoperto-black-oak-arkansas-the-complete-raunchnroll-live/ ) . Pertanto non credo che qualcuno si strappasse i capelli per il fatto che il loro ultimo album con materiale originale, Rebound, risalisse ormai a 28 anni fa: c’è stato un CD uscito nel 2013, Black Thar N’Over Yonder, che oltre a contenere brani inediti dei seventies presentava anche cinque pezzi nuovi di zecca, ma non sembrava una reunion vera e propria. Invece ora due dei membri originali, il cantante Jim “Dandy” Mangrum ed il chitarrista Rickie Lee Reynolds, hanno pensato bene di riformare il gruppo con altri mestieranti (Billy Little, basso, Lonnie Hammer, batteria, Randall Rawlings, chitarra solista e Samantha Sauphine, cori e armonie vocali) e riproporre la vecchia sigla per questo Underdog Heroes, un disco che però di positivo ha molto poco.

Il gruppo è infatti ridotto ad essere la caricatura di sé stesso (e già all’epoca non è che fossero dei fuoriclasse), le canzoni sono di qualità scarsa quando non imbarazzante, con testi banali e pieni di luoghi comuni, mentre il suono ha ben poco di southern, essendo più che altro hard rock di grana grossa, adatto per un pubblico che non va tanto per il sottile. Personalmente non ho nulla contro il rock duro, che è un genere che mi piace anche, ma il problema sta nel fatto che questa è musica brutta, non importa se rock, country, folk, blues o tarantella; dulcis in fundo (si fa per dire), se Reynolds alla chitarra se la cava ancora, Dandy si ritrova un’ugola invecchiata malissimo, ed alterna momenti in cui ha una voce impastata da risveglio dopo notte di bagordi ad altri in cui sembra avere un uovo sodo in bocca. Il CD inizia con una delle due cover presenti, cioè Don’t Let It Show degli Alan Parsons Project (!), una canzone che spogliata delle sonorità elettroniche del produttore e musicista inglese diventa una fluida ballatona acustica, con un buon assolo elettrico centrale. Fin qui ci siamo, ma i problemi cominciano subito dopo con la title track, che ha un attacco duro e cupo, quasi alla Black Sabbath, ed anche il resto del brano mantiene toni un po’ tagliati con l’accetta, da hard rock un tanto al chilo (e la voce da ubriaco di Jim non aiuta), mentre Channeling Spirits ha un buon attacco strumentale d’atmosfera, ma poi purtroppo Dandy inizia a cantare e la canzone, già non il massimo di suo, si affloscia del tutto.

Ruby’s Heartbreaker (che non è dedicata alla “nipote di Mubarak”, stella del bunga bunga) è una rock song dal passo lento ed un tantino troppo declamatoria, sia nelle parti vocali che nell’arrangiamento tronfio, The Wrong Side Of Midnight vede Mangrum gigioneggiare con la voce, con il risultato di rendersi ridicolo (e la canzone è oscena), The Devil’s Daughter è un rock-blues piuttosto qualunque e senza fantasia, ma almeno è cantato dalla Sauphine che se la cava meglio del suo capo e possiede una certa grinta. Arkansas Medicine Man è ancora rock duro e fine a sé stesso (la chitarra sembra nelle mani di Joe Satriani o Steve Vai, altro che southern) e Dandy riesce ad essere addirittura fastidioso; Do Unto Others è un filo meglio, ha un ritmo sostenuto ed è quella che somiglia di più ad un rock’n’roll sudista, anche se sempre per palati non troppo fini (l’assolo è da metallari puri). La cadenzata You Told Me You Loved Me (un pezzo di Tommy Bolin) non è malaccio, ed il fatto che i due brani migliori del disco siano entrambi cover deve far pensare; il CD (che è pure lungo, 66 minuti), si chiude con Love 4 Rent, una ballata sbilenca cantata in maniera assurda, la dura The 12 Bar Blues, che se fosse uno strumentale si potrebbe anche salvare, e Johnnie Won’t Be Good, rock’n’roll senza fantasia ed inutile come il resto del disco.

I Black Oak Arkansas hanno avuto la loro bella reunion, ma ora per quanto mi riguarda possono tornare nell’oblio per altri trent’anni.

Marco Verdi

Una Nuova Speranza? Forse Più “L’Attacco Dei Cloni”! Greta Van Fleet – Anthem Of The Peaceful Army

greta van fleet anthem of the peaceful army

Greta Van Fleet – Anthem Of The Peaceful Army – Republic/Universal CD

Ho scelto di citare come intestazione del post odierno due titoli di film della saga di Star Wars, dato che a mio giudizio calzano entrambi alla perfezione per i Greta Van Fleet, che è nello stesso tempo considerata dalla critica una delle nuove frontiere del rock americano, ma pure una band il cui suono ricalca in maniera imbarazzante quello di un monumento del passato, vale a dire i Led Zeppelin. I GVF sono un quartetto proveniente da Frankenmuth, un paesino del Michigan di circa cinquemila abitanti, la maggior parte dei quali di origine tedesca (ed il nome del gruppo deriva da quello di una abitante della cittadina di loro conoscenza, leggermente modificato), ed è formata dai fratelli Joshua, Jacob e Samuel Kiszka (rispettivamente voce solista, chitarra e basso/piano/organo), con l’aggiunta dal batterista Danny Wagner, un combo la cui età media supera di pochissimo i vent’anni. I GVF si sono messi in grande evidenza lo scorso anno con From The Fires, un EP di otto canzoni (32 minuti, ci sono album che durano di meno) che riprendeva i quattro pezzi del precedente EP Black Smoke Rising aggiungendone altrettanti nuovi di zecca: la critica di tutto il mondo ha gridato al miracolo, eleggendoli in alcuni casi anche a migliore nuova rock band, non mancando però di far notare la somiglianza impressionante con gli Zeppelin.

Somiglianza che non è solo legata al timbro vocale di Josh, davvero sovrapponibile a quello di Robert Plant, ma anche per lo stile compositivo, il sound ed il modo di suonare degli altri tre componenti (specie la batteria, che a volte pare voler scimmiottare la tecnica di John Bonham): lo stesso Plant ha espresso ottime parole per loro, non mancando però di far notare che gli ricordavano “qualcuno”, ed aggiungendo scherzosamente di odiarli, più che altro per la loro giovanissima età. Il fatto di essere così simili ad uno dei gruppi storici del rock mondiale può essere però un’arma a doppio taglio, in quanto ci sarà sempre qualcuno pronto a rimarcare tale parallelo (che a volte è davvero impressionante, basti ascoltare le canzoni Safari Song e Highway Tune dall’EP dell’anno scorso, siamo a livelli da “Tale E Quale Show”), ed è un peccato in quanto i quattro ragazzi hanno indubbiamente un’ottima tecnica, ed in più rappresentano una boccata d’aria fresca nell’ambito di una generazione che sembra capace di sfornare solo artisti rap, hip-hop, trip-hop e belinate varie. Ora i nostri pubblicano il loro primo vero e proprio album, Anthem Of The Peaceful Army, un lavoro di puro classic rock anni settanta che a mio parere lascerà ognuno sulle proprie posizioni: i detrattori del gruppo continueranno a paragonarli alla storica band di Stairway To Heaven, mentre i fans li esalteranno come il futuro del rock.

Diciamo che forse è il caso di ascoltare questo loro primo full length in maniera obiettiva (anche se è difficile visto lo stile e soprattutto il timbro di voce “plantiano” di Josh) e giudicarlo per quello che è: un buon disco di sano rock americano (con influenze British, uno dei rari casi di ispirazione “al contrario”, dato che di solito erano le band inglesi che guardavano al Nuovo Continente), suonato in maniera tosta e vigorosa, cantato benissimo e con una produzione solida, un album che non sfigurerà di certo in qualsiasi collezione che si rispetti. I ragazzi sono consci dei paragoni con la band di Page, Plant, Jones e Bonham, e quindi in qualche episodio cercano anche di diversificare la proposta, con strumentazioni più acustiche ed atmosfere di vaga ispirazione West Coast: anche nell’EP dello scorso anno c’erano un paio di varianti, ma nella fattispecie si trattava di due cover, A Change Is Gonna Come di Sam Cooke e Meet On The Ledge dei Fairport Convention, mentre in Anthem Of The Peaceful Army i brani sono tutti originali. Un tentativo quindi apprezzabile, anche se poi l’impressione è che sia Robert Plant a cantare, e quindi si torna al punto di partenza. L’opening track Age Of Man ha un suggestivo intro per organo e voce, poi arriva la sezione ritmica, solida e sicura, e Josh intona una rock ballad molto classica, con i suoni giusti ed un crescendo di grande pathos: forse neanche troppo zeppeliniana. Con The Cold Wind siamo invece in pieno Dirigibile, il modo di cantare è plant al 100% e pure nella performance chitarristica ci sono palesi rimandi allo stile di Page, ma non nascondo di provare un certo piacere nell’ascoltare comunque un brano rock potente e ben fatto come questo; la cadenzata When The Curtain Falls non si sposta un millimetro dalla “Zeppelin Zone” (periodo secondo/terzo album), ma in ogni modo la prestazione dei nostri è notevole, specie Jake alla chitarra ed un super Wagner alla batteria.

Con Watching Over i GVF alzano leggermente il piede dall’acceleratore, e ci consegnano una fluida ballata elettrica per quanto sempre decisamente rock, cantata e suonata con grinta ed un paio di assoli chitarristici molto liquidi, mentre la tambureggiante Lover, Leaver (Taker, Believer) è puro hard rock anni settanta, indovinate da che parti stiamo (e qui si rasenta il plagio, anche se indubbiamente i ragazzi sanno suonare alla grande: sentite la chitarra, una vera goduria). You’re The One cambia registro, ed è una squisita ballata elettroacustica, sempre suonata con molta forza, ma dai cromosomi californiani (sempre seventies, da lì non ci si schioda), un ritornello di impatto immediato ed un ottimo organo alle spalle suonato da Sam, un pezzo che dimostra che i ragazzi, quando vogliono, sanno anche staccarsi dall’ombra di chi già sapete. The New Day mantiene i piedi nella West Coast, ma c’è da dire che anche nei dischi degli Zeppelin erano presenti sonorità più acustiche e bucoliche: bella canzone comunque, fresca, ariosa, con la solita splendida chitarra ed una performance vocale di livello egregio. La roboante Mountain Of The Sun, in cui appare anche una bella slide, è di nuovo hard rock con qualche elemento blues, mentre Brave New World, se non fosse per la voce di Josh, potrebbe anche essere un brano di Neil Young, ma di quelli belli tosti; il CD termina con Anthem, una scintillante canzone che parte con voce e chitarra acustica ma che a poco a poco si arricchisce strumentalmente, mantenendo comunque un profilo più basso e distaccandosi in maniera più netta rispetto al suono hard di gran parte del disco.

Vedremo se dal prossimo disco i Greta Van Fleet continueranno ad evocare sonorità zeppeliniane o intraprenderanno definitivamente una strada tutta loro: per il momento mi sento di promuoverli, dato che comunque questo Anthem Of The Peaceful Army non è una bufala, e la musica in esso contenuta è di livello più che buono.

Marco Verdi

Ripassi Estivi 2. Cosa Fa Un Metallaro Inglese Quando Diventa Solista? Facile: Del Country-Rock, E Lo Fa Bene! Danny Worsnop – The Long Road Home

danny worsnop the long road home

*NDB Proseguono i recuperi delle recensioni di album usciti da qualche tempo, in questo caso più che di ripassi estivi parliamo di recuperi annuali, visto che l’album è stato pubblicato addirittura a febbraio del 2017, ma noi “non lo bocciamo”!

Danny Worsnop – The Long Road Home – Earache CD

Quando ho visto la copertina di questo disco, ho pensato a Danny Worsnop come l’ultimo di una lunga serie di nuovi artisti country, magari originario degli stati del sud visto l’aspetto fisico. Poi ho preso qualche informazione, e ho scoperto che Worsnop proviene in realtà dall’Inghilterra, non esattamente la patria del country, ma soprattutto che il suo curriculum comprende la leadership di un gruppo hard rock, i We Are Harlot, e addirittura di una band metalcore, gli Asking Alexandria, nella quale milita tuttora. Non è la prima volta che un cantante passa da un genere all’altro con estrema disinvoltura, basti pensare a Hank Williams III, ma è chiaro che un po’ di diffidenza ce l’avevo. Ebbene, devo ammettere che The Long Road Home (esordio solista di Danny) è un buon disco di moderno rockin’ country, che non sembra assolutamente il prodotto di un metallaro in vacanza: le uniche tracce dei suoi trascorsi si possono riscontrare nel suono robusto e per nulla incline a sdolcinature e nella sua voce arrochita, tipica da rocker vissuto (e vissuto lo è davvero, in quanto ha un recente passato all’insegna di problemi con alcool e droghe).

The Long Road Home mostra quindi la versatilità del nostro, ed il fatto che la sua passione per il country sia autentica e non di convenienza: le canzoni sono dirette, elettriche, ben suonate da un manipolo di sessionmen abbastanza sconosciuti (nessuno dei quali, va detto, appartiene agli altri gruppi di Danny), ed il disco è decisamente riuscito e gradevole, con diversi momenti addirittura sorprendenti. Prozac, che apre il CD, è una ballata elettrica dal passo lento, cantata con buon piglio da Danny e con un coro in sottofondo di derivazione quasi gospel: tutto sembra tranne che un metallaro inglese. Mexico è un robusto country-rock dal sapore sudista, chitarre in palla ed un buon refrain, non solo grinta ma anche feeling, I Feel Like Shit (titolo bello diretto) è un vivace pezzo a metà tra rockin’ country e honky-tonk, contraddistinta dalla vocalità aggressiva del nostro ed un accompagnamento degno di una bar band texana; Anyone But Me è un’ottima ballata ariosa e distesa, un pezzo di qualità superiore sia dal punto di vista della scrittura che dell’esecuzione, che dimostra che Danny ha le carte in regola per fare questo tipo di musica.

La lenta e malinconica High è una gradita oasi elettroacustica, con la steel che ricama sullo sfondo ed un mood evocativo, la vigorosa I Got Bones è puro rock con tracce di southern, al punto da farmi quasi dimenticare la provenienza britannica di Worsnop (ottime qui le parti di chitarra). La tersa Quite A While è dotata di un buon ritornello corale, Don’t Overdrink It è un godibilissimo honky-tonk elettrico dal ritmo contagioso, che conferma, per dirla con Mourinho, che Danny non è un pirla, mentre I’ll Hold On è una bella ballad elettrica, ben costruita e con sonorità classiche basate su chitarra ed organo. L’album si chiude con la grintosa e diretta Midnight Woman, l’ottima Same Old Ending, quasi una ballata texana (tra le migliori del CD), e con la quasi punkeggiante The Man, che lascia fuoriuscire prepotentemente l’anima rock del nostro.

Un disco che sarebbe già notevole se fosse il frutto di un’artista texano o dell’Alabama, ma il fatto che sia farina del sacco di un musicista originario dello Yorkshire, e per di più con dei trascorsi in ambito metal, lo rende ancora più interessante.

Marco Verdi

E Pure Questi Sono “Duretti”, Sudisti E Picchiano, Ma Con Costrutto. Black Stone Cherry – Family Tree

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Black Stone Cherry – Family Tree – Mascot Records

I Black Stone Cherry si formano ufficialmente nel giugno del 2001 a Edmonton, Kentucky dall’incontro tra il chitarrista e cantante Chris Robertson e il batterista John Fred Young, un musicista cresciuto a pane e (country) rock, visto che il padre e lo zio di Young, anche loro chitarrista e batterista, erano tra i membri fondatori dei Kentucky Headhunters, storica formazione southern rock statunitense. Occorre dire che prima di approdare all’omonimo esordio discografico, pubblicato solo nel 2006, i BSC hanno fatto la lunga classica gavetta fatta di lunghi tour, culminata con un contratto con la Roadrunner, etichetta specializzata soprattutto in hard-rock e heavy metal nelle sue varie guise, anche alternative ed elementi sudisti carpiti dai Kentucky. Insomma i nostri amici non ci sono mai andati giù molto leggeri con il loro rock, anche se alcune cover disseminate nei vari album indicano la tendenza a buoni ascolti: Shapes Of Things degli Yardbirds, Can’t You See della Marshall Tucker Band, ma anche War di Edwin Starr e Mississippi Queen dei Mountain https://www.youtube.com/watch?v=NXNnYKqxy9g , entrambe presenti su Kentucky, il loro debutto per la Mascot del 2016, segnalano che il gruppo vorrebbe aprire anche altri orizzonti sonori. Poi spesso tra il dire e il fare, come si usa dire, c’è di mezzo il mare, visto che anche questo Family Tree è “duretto” anziché no, e i quattro “ragazzi” nel loro studio Barrick Recording, in quel di Glasgow, Kentucky, amano sempre picchiare di gusto, ma con costrutto.

Ben Wells è un secondo chitarrista di buona sostanza, come pure John Lawhon un bassista solido e centrato, e l’unico ospite presente nel disco, Warren Haynes, indica che la band comincia a godere di una buona reputazione tra i colleghi. Dancin’ In The Rain in effetti sembra un brano di quelli più cattivi dei Gov’t Mule, con la voce maschia e potente di Robertson che duetta con quella di Haynes, mentre un muro di chitarre si eleva massiccio, tra slide, wah e wah e soliste ovunque, secondo i migliori dettami del southern rock più sanguigno. In definitiva i poster dei vari Cream, Led Zeppelin, Uriah Heep, Stones, Montrose e  Faces che Young e soci dicevano di vedere sulle pareti dello spazio prove dei Kentucky Headhunters, alla fine sono serviti a qualcosa. A ben vedere ci sarebbe anche un altro ospite nell’album, il figlio di 5 anni di Robertson, alle “armonie vocali” nella cattiva You Got The Blues, il rock è sempre hard ma ci sono pure sostanza e buone vibrazioni nella musica dei Black Stone Cherry. Come spesso capita sto ascoltando l’album parecchio tempo prima dell’uscita, quindi vado a sensazioni: la band tiene fede al proprio stile fatto di riff granitici, chitarre fumanti e ritmi molto tirati, dal funky-rock bruciante dell’iniziale Bad Habit che profuma di rock anni ’70, con un cambio di tempo a metà brano che rimanda ai Led Zeppelin più ingrifati, mentre le chitarre di Robertson e Wells imperversano con buoni risultati e pure nella successiva Burnin’ non si bada molto alle sottigliezze, non si fanno prigionieri, tra chitarre, chitarre e ancora chitarre, cosa andiamo ad ascoltare è piuttosto chiaro, però c’è anche della classe nell’intermezzo delle twin guitars, siamo di fronte a del sano R&R ben fatto.

 

Con un pianino aggiunto nella saltellante New Kinda Feelin’, qualche tocco iniziale di percussione nell’”antemica” Carry Me On Down The Road, Robertson vocalmente mi ricorda un poco il giovane Jimmy Barnes, mentre la band tira alla grande con le chitarre che si intrecciano nei canali dello stereo; in My Last Breath fa capolino anche un piano elettrico e una slide tangenziale per una hard ballad di eccellente fattura, tra coretti e derive southern per nulla scontate. Southern Fried Friday Night, con un talk box minaccioso che non si sentiva da anni e una grassa atmosfera funky-groove, sa di Black Crowes, alle prese con la oro collezione di Stones, Faces e Zeppelin; Ain’t Nobody di nuovo con slide d’ordinanza in evidenza è ancora southern-rock misto hard, forse già sentito mille volte, ma questo non impedisce di lasciare andare il piedino con goduria https://www.youtube.com/watch?v=gi7nuWlxPwI . James Brown, niente soul nonostante il titolo, è un altro gagliardo esempio del poderoso rock dei BSC, a tutto riff e chitarre ed atmosfere ingrifate, e pure I Need A Woman non apporta molte variazioni al menu, se rock deve essere così sia, alzare il volume a 11 e procedere, come anche nella scandita Get Me Over You, altra ottima occasione per fare dell’air guitar davanti allo specchio, con pose alla Jimmy Page. Inutile dire che pure nella conclusiva Family Tree, con organo Hammond aggiunto, non c’è tregua, ancora rock duro come non ci fosse domani. Ma il disco esce oggi! E con questo concludiamo la giornata del rock.

Bruno Conti

E Dopo Le Piogge…L’Arcobaleno E “L’Estate”! Ritchie Blackmore’s Rainbow – Memories In Rock II

ritchie blackmore's rainbow memories in rock II

Ritchie Blackmore’s Rainbow – Memories In Rock II – Minstrel Hall 2CD/DVD – 3LP

Il titolo del post si riferisce allo strano clima meteorologico di questa prima parte di Aprile, che assomiglia di più a Novembre, e che al momento di scrivere queste righe sta finalmente dando spazio alla primavera, anzi quasi l’estate. Da una ventina d’anni Ritchie Blackmore, a prescindere dai gusti e dai generi, uno dei più grandi chitarristi rock di tutti i tempi, ed il cui percorso artistico sarà per sempre legato all’età d’oro dei Deep Purple, gira il mondo e pubblica dischi con una band di folk-rock rinascimentale denominata Blackmore’s Night (dal cognome suo e della moglie, Candice Night, cantante solista della band), e di riprendere a fare del rock sembrava non volesse sentirne proprio parlare. Questo almeno fino al 2016, quando, non si sa a seguito di che tipo di offerta economica, Blackmore programmò cinque serate tra Inghilterra e Germania, ritirando fuori ancora una volta il moniker dei Rainbow, ovvero il gruppo che fondò nel 1975 dopo avere lasciato i Purple e che portò fino al 1983, anche se con continui cambi di formazione, per poi riformarlo brevemente nel 1995 con musicisti totalmente nuovi. I nuovi Rainbow hanno già pubblicato ben due live tratti dalle serate del 2016, Memories In Rock, con i concerti tedeschi, e Live In Birmingham, ma Ritchie ci deve aver preso gusto, in quanto ha ripetuto l’esperienza lo scorso anno con altri tre show (a Londra, Glasgow e Birmingham), dai quali ha tratto questo nuovo album dal vivo, Memories In Rock II, un CD doppio al quale è allegato un DVD con interviste ai membri della band (quindi niente immagini dal palco, se non come brevi intermezzi).

La critica più frequente che è stata rivolta a Blackmore, ed alla quale mi sento di associarmi almeno in parte, è stata quella di aver assemblato un gruppo di giovani musicisti sconosciuti, che nulla hanno da spartire con il passato del nostro, e con un vocalist, Ronnie Romero, di buone doti ma che sembra un clone di Ronnie James Dio (per la cronaca gli altri componenti del gruppo sono Bob Nouveau, basso, Jens Johanssen, tastiere, David Keith, batteria, e le voci di supporto della moglie di Ritchie, Candice, e di Lady Lynn), creando quindi un chiaro effetto cover band: le voci iniziali davano per coinvolto nel progetto anche Joe Lynn Turner, cantante dell’Arcobaleno negli anni ottanta, ma conoscendo Blackmore (ed il suo caratterino) è più probabile che per la grande rentrée volesse le luci della ribalta tutte per lui. Ed il doppio CD, che riflette idealmente un concerto completo, è in ogni caso di piacevole ascolto (chiaramente se vi piace il genere classic rock), dato che comunque Blackmore è ancora un chitarrista formidabile, e nel corso della sua carriera ha composto più di una canzone memorabile. Ho parlato di carriera non a caso: questo Memories In Rock II è intitolato ai Rainbow probabilmente per una questione di maggiori vendite, ma in realtà presenta canzoni da tutti i momenti della vita artistica del nostro, e quindi più di uno anche risalente al periodo Viola Profondo (o Viola Scuro, che è forse la traduzione più esatta di Deep Purple).

Ovviamente ci sono tutte le hits dei Rainbow da tutte le varie configurazioni (tranne quella del 1995), a partire ovviamente dal periodo con Dio (tra cui due superlative Man On The Silver Mountain e Catch The Rainbow e la sempre trascinante Long Live Rock’n’Roll, ed è un piacere constatare che Ritchie non ha perso il manico), i due pezzi più noti dell’unico disco con Graham Bonnet (l’orecchiabile All Night Long ed il superclassico Since You’ve Been Gone, la loro canzone più nota), ed anche qualcosa originariamente cantato da Turner (l’uno-due iniziale con Spotlight Kid e la popolare I Surrender, oltre ad una monumentale Difficult To Cure di un quarto d’ora, nella quale Blackmore ha spazio per le sue digressioni di stampo classicheggiante). E poi ci sono i Purple, compreso un paio di brani dal periodo con David Coverdale (Mistreated, che voce Romero quando non imita Dio, e la sontuosa ballad Soldier Of Fortune, qui in versione acustica); ma ovviamente la configurazione “Mark II” dello storico gruppo è il piatto forte, con highlights come la “zeppeliniana” Perfect Strangers, l’orecchiabile Black Night (dilatata a 10 minuti), il prevedibile finale di Smoke On The Water e soprattutto la formidabile Child In Time, un brano straordinario che i Purple non suonano da anni perché Ian Gillan non ci arriva più con la voce (anche se Romero affronta i famosi screamings della canzone in maniera un po’ sguaiata, la classe di Ian se la sogna). C’è perfino un brano dei Blackmore’s Night, Carry On Jon, un toccante strumentale per chitarra acustica, ma che poi diventa una bellissima jam, con l’organo di Johanssen (che è comunque molto bravo) protagonista. Alla fine c’è anche una nuova canzone di studio, la prima a nome Rainbow in più di vent’anni: Waiting For A Sign è un buon pezzo, cadenzato, sfiorato dal blues e con un refrain immediato, un brano che può stare benissimo all’interno del repertorio del gruppo.

Questo Memories In Rock II è dunque un’ottima proposta per chi aveva nostalgia del Ritchie Blackmore rocker, anche se, come ho già detto, va preso più come una panoramica live sulla sua carriera che come un vero e proprio disco dei Rainbow.

Marco Verdi

Dopo Una Lunga Carriera Con I Rockers Canadesi April Wine, Anche Lui “Passa” Al Blues? Myles Goodwin And Friends Of The Blues

myles goodwin and friends of the Blues

Myles Goodwin – Myles Goodwin & Friends Of The Blues – Linus Entertainment   

Il nome, e pure il cognome, di Myles Goodwin, da Woodstock, Canada, ai più non diranno nulla, ma il nostro amico è stato per quasi 50 anni voce solista, chitarrista e leader degli April Wine, una band che ha avuto un enorme successo nel proprio paese e poi sul finire degli anni ’70 anche negli USA, ma direi ovunque, forse Italia esclusa, con oltre 20 milioni di dischi venduti nel mondo. Tanto per ricordare un aneddoto, nel famoso concerto “segreto” al Mocambo degli Stones del 1977, la band di supporto erano proprio gli April Wine che poi avrebbero pubblicato un Live AtThe El Mocambo , relativo a quella occasione e prodotto da Eddie Kramer (quello di Hendrix), disco che illustrava il loro stile hard rock classico americano, ma con elementi power pop e blues che è sempre stato tra gli amori segreti  di Goodwin.

Arrivato quasi ai 70 anni e reduce dalla sua autobiografia dello scorso anno Myles Goodwin decide di “regalarsi” un album dedicato ad una delle sue primarie influenze e decide di chiamarlo Friends Of The Blues: anche perché di amici nel disco ce ne sono veramente tanti, Jack de Keyzer, Garret Mason, David Wilcox, Amos Garrett, Kenny “Blues Boss” Wayne, Joe Murphy, Frank Marino, Shaun Verreault, Bill Stevenson, Rick Derringer. Come potete leggere, alcuni molto noti, altri meno, ma tutti uniti dall’amore per un blues energico anziché no e che ruota attorno ai brani che Goodwin aveva scritto nel corso degli anni, senza utilizzarli sui dischi degli April Wine, conservandoli per questo disco “solo” di fine carriera: c’è solo una cover nell’album Isn’t That So, un pezzo di Jesse Winchester (poteva scegliere peggio), un brano più morbido di altri contenuti nel CD, piuttosto raffinato e con elementi soul e jazz, diverso dal mood complessivo dell’album ,non disprezzabile ma neppure memorabile. Altrove le chitarre sono decisamente più taglienti, come nel brano di apertura,  I Hate To See You Go (But I Love To Watch You Walk Away), un blues con uso di fiati dove Goodwin è impegnato alla slide, per un pezzo che profuma di British Blues primi anni ’70, ma che mi ha ricordato anche il primo Joe Walsh, quello dei James Gang; spesso i titoli denotano il sense of humour del buon Myles, oltre a quella citata ci sono anche I Hate You (Till Death Do Us Part e Tell Me Where I’ve Been (So I Don’t Go There Anymore), una classica blues song con elementi R&R, country e R&B, scritta in tributo a Fats Domino, e che prevede il pianino malandrino di Kenny “Blues Boss” Wayne che omaggia The Fat Man.

Mentre la prima citata è il classico slow blues lancinante come prevede il manuale del perfetto bluesman, con chitarre a destra e manca,  in particolare Frank Marino nell’occasione, ma pure i fiati e il piano, per non farsi mancare nulla. Goodwin suona spesso anche le tastiere, come in Nobody Lies (About Having The Blues), oltre alla bella Stratocaster con cui è raffigurato in copertina: per esempio in It’s All Brand New It’ll Take Time to Get Used To (titoli corti no?) è all’organo, con Amos Garrett alla solista, per un altro lento di quelli duri e puri, mentre nel divertente shuffle , anche nel titolo,  Ain’t Gonna Bath in The Kitchen Anymore, Bill Stevenson è alle tastiere. Quando il blues si fa più sanguigno la qualità sale, come in Good Man In A Bad Place con Garret Mason in evidenza alla solista o ancora nella eccellente Brand New Cardboard Belt con Steve Segal degli April Wine impegnato alla bootleneck guitar. E niente male pure la blues ballad Weeping Willow Tree Blues dove David Wilcox dà il meglio alla chitarra acustica.  Per non dire della poderosa Last Time I’ll Ever Sing the Blues, forse il miglior brano di questo album con uno strepitoso Rick Derringer ospite alla solista.

Complessivamente un buon album, onesto e ben realizzato, da un musicista che “rivela” il suo amore per il Blues in questa occasione.

Bruno Conti

Il Famoso “Secondo Difficile Album”. Tyler Bryant & The Shakedown – Tyler Bryant & The Shakedown

tyler bryant & the shakedown

Tyler Bryant & The Shakedown – Tyler Bryant & The Shakedown – Spinefarm Records

Dall’esordio Wild Child del 2013 sono passati quattro anni http://discoclub.myblog.it/2013/01/19/una-curiosa-coincidenza-tyler-bryant-the-shakedown-wild-chil/ , quindi i ragazzi texani (almeno il leader è nato laggiù) ma di stanza a Nashville, si sono presi tutto il tempo che occorreva per realizzare il famoso “secondo difficile album”, l’omonimo Tyler Bryant & The Shakedown. Tyler Bryant, chitarrista, cantante e autore dei brani (a rotazione con gli altri componenti della band, soprattutto il batterista Caleb Crosby), non è un più giovincello: l’ex ragazzo prodigio che divideva i palchi con Jeff Beck, Clapton, B.B King e Z.Z. Top, oggi ha 26 anni, ma dalla foto di copertina ne dimostra anche meno, e questo disco dovrebbe essere la conferma di quanto di buono (e meno buono) aveva messo in luce con il primo CD. Aiutato dal secondo chitarrista Graham Whitford (figlio di Brad, degli Aerosmith) e dal nuovo bassista Noah Denney (si sa i bassisti si cambiano spesso), Bryant propone il suo “solito” menu a base di rock-blues, hard rock e classic rock anni ’70 https://www.youtube.com/watch?v=oi1G1_j3hc8 , con risultati in parte apprezzabili per quanto non memorabili, la stoffa c’è, ma un occhio è fin troppo rivolto anche verso il mercato, pure in questi tempi dove la discografia annaspa si spera comunque di vendere, ed è umano. Le chitarre “riffano”, la sezione ritmica picchia, e Bryant e Whitford  si disbrigano con buona lena alle chitarre: i brani magari non sempre sono impeccabili, l’iniziale Heartland non è imparentata con il roots rock di Mellencamp, ma la successiva Don’t Mind The Blood sicuramente qualche spunto dai vecchi Yardbirds di Beck lo prende (e per osmosi dai loro seguaci Aerosmith), con accenti blues-rock e un groove sinuoso, mentre le chitarre iniziano a scaldare il motore.

tyler bryant & the shakedown 2

https://www.youtube.com/watch?v=menivpp5zzM

Jealous Me con voce filtrata e coretti fastidiosi si avvicina a quel rock misto a pop che ammorba le classifiche, omologato con altri mille brani simili che magari troveranno la loro strada in qualche futuro spot o colonna sonora, il sound della chitarra è interessante, ma basta? Con Backfire siamo dalle parti degli ZZ Top anni ’80, quelli più radiofonici e da MTV (entrambe in via di estinzione), meglio la bluesata Ramblin’ Bones dove Bryant imbraccia una acustica con bottleneck per un tuffo in un suono più roots, ma nulla per cui stracciarsi le vesti. Weak And Weepin’ è un bel rock and roll come usavano fare i vecchi Aerosmith, tutto ritmo e riff con le chitarre che imperversano, finalmente un po’ di vita sul pianeta Shakedown, Anche Manipulate Me più “atmosferica” e con qualche tocco glam, grazie alla voce particolare di Bryant, non è malaccio, con Easy Target che vira verso un rock-blues forse un po’ di maniera ma efficace nelle sue derive chitarristiche. Magnetic Field è la classica ballata che non può mancare in un disco come questo, forse un po’ irrisolta sia pure con il solito buon lavoro delle chitarre, che poi si scatenano nella dura Aftershock. Finale a sorpresa con le atmosfere sospese, leggermente psych, della conclusiva Into The Black. Mi sa che il secondo disco era “difficile” davvero, vedremo il prossimo: se siete proprio in astinenza da rock magari fateci un pensierino.

Bruno Conti