Ma Lassù Avevano Bisogno Di Un Chitarrista? A 65 Anni Ci Ha Lasciato Eddie Van Halen.

eddie van halen

Anche se questo blog tratta solo saltuariamente di hard rock classico degli anni 70 (e spesso su indicazioni del sottoscritto), data l’importanza e la popolarità del personaggio Bruno mi ha invitato a scrivere un breve ricordo: è scomparso ieri a Santa Monica all’età di appena 65 anni Edward Lodewijk Van Halen, meglio conosciuto come Eddie Van Halen, dopo una purtroppo inutile battaglia contro un cancro alla gola. Di origini olandesi, Eddie emigrò con la famiglia a Pasadena, California, all’età di sette anni, ed iniziò presto ad appassionarsi alla musica rock insieme al fratello Alex dopo aver ascoltato fino alla noia Jimi Hendrix e Led Zeppelin; dotato di un talento innato, Eddie divenne presto un chitarrista prodigio e formò nel 1972 una band con Alex (che suonava la batteria) che solo due anni dopo ribattezzò Van Halen, riuscendo da subito a suonare in location leggendarie come il Whiskey A Go Go di Los Angeles, dove venne presto notato da emissari della Warner che fecero firmare al gruppo un contratto discografico.

La band (che era completata dal bassista Michael Anthony e soprattutto dal gigionesco cantante David Lee Roth, vero animale da palcoscenico) esordì quindi nel 1978 con l’omonimo Van Halen, un album di hard rock che coniugava tecnica, canzoni coinvolgenti ed appeal radiofonico un po’ come facevano nello stesso periodo in Inghilterra gli Whitesnake, ma soprattutto rivelava l’incredibile talento chitarristico di Eddie, un vero portento della sei corde che in pochi anni diventerà uno degli axemen più influenti della sua generazione (ed anche dei più copiati), e che univa una tecnica sopraffina ad una grande velocità di esecuzione: in particolare Eddie era un maestro nell’arte del “tapping”, che consisteva nel suonare le corde sul manico della chitarra con la mano destra (per lui che era destrorso), “pigiandole” come se fossero i tasti di un pianoforte, stile esemplificato nella celebre Eruption.

Il primo album entrò subito nella Top 20 ed un buon successo ebbe anche il primo singolo, una cover del classico dei Kinks You Really Got Me: una delle ragioni della loro popolarità risiedeva nel fatto che in quel periodo gran parte di un certo tipo di musica hard rock veniva dal Regno Unito, mentre in America oltre a Kiss e Aerosmith non c’era molto, ed i Van Halen diedero in un certo senso il la al cosiddetto movimento “hair metal” che spopolerà nella Los Angeles degli anni ottanta. I nostri ebbero quindi ancora più successo con gli album seguenti, Van Halen II, Women And Children First, Fair Warning e Diver Down, uno per anno dal 1979 al 1982, ma la popolarità mondiale arriverà due anni dopo con l’LP 1984 ed il singolo spacca-classifiche Jump, un brano che personalmente non ho mai amato in quanto infarcito di sintetizzatori e troppo “pop” per i miei gusti.

I nostri però erano ormai nell’olimpo delle band più famose, ed Eddie cominciava ad essere un chitarrista molto ambito (celebre la sua partecipazione a Thriller di Michael Jackson nel brano Beat It), ma con il successo cominciarono ad arrivare le prime frizioni che porteranno Roth ad abbandonare il gruppo e ad essere sostituito da Sammy Hagar (ex voce dei Montrose), che non aveva il carisma di David e risultava anche più sguaiato. Ma 5150 del 1986 sarà ancora più venduto di 1984, ed andranno più che bene anche i successivi tre lavori (fino a Balance del 1995), anche se il crescente movimento grunge, fatale a molte band anni 80, sposterà l’attenzione anche dai Van Halen. Un tentativo di reunion con Gary Cherone degli Extreme come cantante (Van Halen III, 1998) andrà benino ma non benissimo, ed i nostri rimarranno silenti fino al sorprendente ritorno con Roth al microfono nel 2012 con A Different Kind Of Truth, album in cui l’unico membro non facente parte della famiglia Van Halen era proprio David, dato che al basso Anthony aveva ceduto il posto al figlio di Eddie, Wolfgang https://www.youtube.com/watch?v=3WfQ-hV3WtA .

Proprio nel 2012 Eddie, che negli anni passati tra alcol e droghe non si era fatto mancare nulla, inizia ad avere problemi di diverticoli (ma aveva già debellato un cancro alla lingua nel 2000), e nel 2019 comincerà la sua battaglia purtroppo persa contro il tumore alla gola. Resta la testimonianza di un grandissimo della chitarra, fedele fino alla fine alla band da lui creata (non ha mai pubblicato nulla al di fuori dei Van Halen), e che ora allieterà le serate degli abitanti del Paradiso insieme a molti altri suoi colleghi.

Marco Verdi

Una Trasferta Californiana Per Il Più Inglese Dei Cantautori. Paul Weller – On Sunset

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Paul Weller – On Sunset – Polydor/Universal CD

Paul Weller si può ormai considerare tranquillamente una vera e propria istituzione britannica, dal momento che ogni suo album solista uscito a partire dal suo debutto omonimo del 1992 è entrato dritto nella Top Ten UK, nella maggior parte dei casi oscillando tra la prima e la seconda posizione. Tutto ciò è dovuto sicuramente allla reputazione conquistata dal musicista inglese quando era a capo dei Jam prima e degli Style Council dopo, abbinata ad una indubbia capacità nel songwriting, anche se l’elemento determinante per farne un artista così popolare in terra d’Albione (e viceversa così poco considerato in America) sono i testi intrisi fino nel profondo di cultura, usi e costumi del Regno Unito, oltre al fatto di essere stato una delle figure centrali della rinscita del movimento Mod (da cui il suo soprannome, “The Modfather”). Pur con tutte le differenze del caso, vedo dei paralleli con il gruppo più British degli anni sessanta, ovvero i Kinks, anche perché sia Ray Davies che lo stesso Weller hanno sempre guardato musicalmente all’America.

Nel caso di Paul, i suoi generi di riferimento sono il soul ed il rhythm’n’blues, che mescolati con il suo indiscutibile gusto pop hanno forgiato il suono che è ormai il suo marchio di fabbrica e che gli ha permesso di creare album ormai considerati dei piccoli classici nel suo paese d’origine, come Stanley Road, Wild Wood, Illumination e 22 Dreams (anche se personalmente il Weller che preferisco lo trovo nel bellissimo disco di cover del 2004 Studio 150 e soprattutto nello splendido box quadruplo dedicato al meglio dei suoi concerti alla BBC).Il nuovo lavoro del cantante del Surrey, On Sunset, arriva a due anni da True Meanings, un lavoro che ci presentava un lato più intimo ed introspettivo dell’artista, mentre qui ritroviamo il Weller autore pop che ben conosciamo. On Sunset è fin dal titolo un omaggio del nostro alla California (fatto corroborato dalle foto interne al booklet del CD, che ritraggono Weller a bordo di una decappottabile sulle strade di Los Angeles), ed anche il suono è decisamente più arioso e strumentato che sul disco precedente, con una serie di brani di soul-pop raffinato che come al solito si rivelano un ascolto piacevole.

I suoni sono moderni ma tenuti abbastanza a bada, la produzione è decisamente professionale (ad opera dello stesso Weller con Jan Stan Kybert) e la band di supporto conta diversi elementi di valore come il chitarrista Steve Cradock (presenza fissa nei dischi di Paul), l’ex Style Council Mick Talbot all’organo, la sezione ritmica formata da Andy Crofts al basso e Ben Gordelier alla batteria ed una lunga serie di altri musicisti e voci di supporto, oltre all’uso qua e là dei fiati ed una piccola sezione d’archi. Paul apre il CD con Mirror Ball, una pop ballad sognante ed eterea dai suoni moderni ed un’atmosfera di fondo che sembra trarre ispirazione dalle vecchie pellicole hollywoodiane, un brano che scorre abbastanza facilmente pur non lasciando più di tanto il segno nonostante gli oltre sette minuti di durata. Decisamente meglio Baptiste, un pezzo più diretto dal buon sapore soul con un tappeto strumentale ricco ed un motivo piacevole guidato dall’organo e dalle chitarre; Old Father Tyme è un errebi ritmato dal sound pieno e rotondo, un cocktail riuscito e sufficientemente coinvolgente (non sono contro i suoni moderni quando sono usati con intelligenza), mentre Village è una pop song dalla melodia deliziosa ed un mood di fondo solare e californiano: puro Weller doc.

More è un po’ troppo levigata e da cocktail party per i miei gusti, molto meglio la title track, che inizia con il rumore delle onde ed un riff di chitarra acustica per poi proseguire con una buona linea melodica ed ancora un retrogusto soul, un brano semplice ma ben costruito. Con Equanimity torniamo di botto in Inghilterra per una squisita e saltellante pop song in pieno stile sixties con elementi vaudeville, e restiamo in UK anche con la seguente Walkin’, altra canzone orecchiabile guidata dal piano e da un solido motivo di matrice pop-errebi; la fin troppo radiofonica e commerciale Earth Beat (in duetto con la giovane popstar Col3trane) e la limpida ballata Rockets, tra le più belle del disco e con una splendida orchestrazione, chiudono il CD “normale”, dato che esiste anche un’edizione deluxe con cinque brani in più, cioè un mix orchestrale di On Sunset, una versione strumentale di Baptiste e tre inediti dalla qualità altalenante (l’elettronica ed orripilante 4th Dimension, il trascinante pop-rock Ploughman, con il suo organo molto anni sessanta, e la discreta slow ballad acustica I’ll Think Of Something).

On Sunset è dunque un altro piacevole tassello nella carriera di Paul Weller, un disco che contribuirà a consolidare la sua enorme reputazione in patria e continuerà a renderlo invisibile oltreoceano nonostante l’ispirazione californiana.

Marco Verdi

Cofanetti Autunno-Inverno 7. Un’Altra Bella Ristampa Per Un Piccolo Classico. The Kinks – Arthur Or The Decline And Fall Of The British Empire 50th Anniversary

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The Kinks – Arthur Or The Decline And Fall Of The British Empire 50th Anniversary – ABKCO/BMG 2CD Deluxe – Super Deluxe 4CD/4x45rpm Box Set

Una delle migliori ristampe uscite lo scorso anno è stato il box per il cinquantesimo anniversario di Village Green Preservation Society, uno degli album più belli della carriera dei Kinks https://discoclub.myblog.it/2018/11/20/recensioni-cofanetti-autunno-inverno-6-una-sontuosa-riedizione-di-un-capolavoro-minore-the-kinks-are-the-village-green-preservation-society-50th-anniversary/ , anche se non si capisce perché le edizioni commemorative delle cinque decadi sono iniziate dal sesto album, considerando anche che sia Face To Face che Something Else By The Kinks sono lavori di grandissimo livello (ma anche i Beatles sono partiti da Sgt.Pepper, e l’assenza di un box di Revolver grida ancora vendetta). Quest’anno la Sanctuary, etichetta affiliata alla ABKCO, ripete l’operazione con il disco del 1969 dei fratelli Ray e Dave Davies, cioè Arthur Or The Decline And Fall Of The British Empire (Arthur da qui in poi), gratificandolo di un box di formato più piccolo di quello di Village Green comprendente quattro CD, altrettanti 45 giri (riproduzioni di singoli dell’epoca), oltre ad un booklet con note e crediti, un altro libro con immagini rare e testimonianze dei protagonisti, poster, adesivi ed anche una spilletta.

Arthur era nato inizialmente come la colonna sonora commissionata a Ray Davies dalla Granada Television per una serie televisiva che però fu poi cancellata: Davies decise di pubblicare lo stesso il risultato delle sessions per quella soundtrack, un concept album che, partendo dalla descrizione della vita di Arthur Morgan, un installatore di moquette fittizio ma ispirato a Ray dalla figura di suo cognato, finisce per diventare la consueta ed ironica disamina della società inglese di quel periodo. Il disco originale non ottenne un grande successo, ma risentito a distanza di 50 anni non ha perso un grammo della sua bellezza (alcune testate lo definirono il miglior album britannico del 1969, affermazione coraggiosa dato che nello stesso anno uscirono anche Abbey Road e Let It Bleed): personalmente io lo giudico un gradino sotto Village Green, ma se dovessi esprimere un giudizio in stellette non gliene darei comunque meno di quattro. Ma veniamo alla disamina dettagliata dei contenuti del box, che non contiene la quantità di inediti presenti nel cofanetto di un anno fa (e qualche bonus track serve solo ad allungare il brodo), ma le chicche non mancano di certo, compresi diversi pezzi registrati da Davies (Ray ovviamente) di recente, due dei quali apposta per questo progetto.

CD1. Il disco originale in stereo , completamente rimasterizzato, inizia con l’irresistibile Victoria, brano vivace dalla contagiosa melodia tra pop e rock’n’roll, uno dei pezzi più popolari e riusciti del songbook di Davies. L’ironica Yes Sir, No Sir è una pop song vibrante e diretta con i fiati che potenziano il background sonoro (con gran lavoro del resto della band, John Dalton, che aveva sostituito Pete Quaife, al basso e Mick Avory alla batteria) ed un delizioso twist melodico dopo due minuti; Some Mother’s Son è una ballata dal sapore leggermente barocco ma gradevolissima, Drivin’ una squisita e saltellante canzone in stile vaudeville, mentre Brainwashed è un vigoroso pezzo con chitarre e fiati sugli scudi, tra rock ed errebi. Australia è un altro ottimo brano di puro pop, con coretti impeccabili ed un finale strumentale quasi psichedelico con grande assolo chitarristico di Dave ben doppiato dal pianoforte suonato da Ray, Shangri-La è invece un’intensa ballata elettroacustica dal crescendo trascinante che precede Mr. Churchill Says, dall’iniziale retrogusto soul e finale a tutto rock’n’roll, e la delicata She’s Bought A Hat Like Princess Marina, dominata dal clavicembalo e con una seconda parte un po’ bizzarra. L’album originale termina con la tenue Young And Innocent Days, la pianistica Nothing To Say e Arthur, un brano corale, energico e godibile. Come bonus abbiamo Plastic Man, divertente e scanzonato pezzo uscito solo su singolo (e l’unico ad avere ancora Quaife al basso) e sei missaggi diversi di altrettanti brani dell’album: in teoria inediti, in pratica le differenze le sentono solo gli audiofili.

CD2. Il dischetto meno interessante, in quanto ripropone Arthur in mono ed altri sei mono mix alternati nei bonus. L’unica differenza con il CD precedente è King Kong, lato B di Plastic Man, un brano rock potente ma non indispensabile.

CD3. Sotto intitolato The Great Lost Dave Davies Album. Durante le sessions per Arthur i Kinks avevano inciso anche una dozzina di brani con Dave protagonista invece di Ray, con l’intenzione di pubblicarli come album solista del chitarrista anche se era a tutti gli effetti un lavoro dei Kinks scritto e cantato da Dave invece che dal più talentuoso fratello. Il disco non venne poi pubblicato, ed i vari brani uscirono uno come singolo (Hold My Hand), altri come lato B di 45 giri dei Kinks e la maggior parte in future ristampe e compilation del gruppo, come per esempio nella collezione di rarità Hidden Treasures. Quindi di veri e propri inediti non ce ne sono, ma questa è la prima volta che possiamo ascoltare l’album così come lo aveva pensato Dave. E’ chiaro che il minore dei due fratelli non ha nemmeno la metà del talento compositivo dell’altro, ma comunque questo disco rimane una gradevole collezione di canzoni, con alcune cose di poco conto (Are You Ready?, Creeping Jean e Groovy Movies, che ironia della sorte è scritta da Ray), ma anche ottimi pezzi come This Man He Weeps Tonight, accattivante, la galoppante Mindless Child Of Motherhood, la roccata I’m Crying e le belle Lincoln County e Mr. Shoemaker’s Daughter, forse le uniche all’altezza del fratello Ray. Come bonus abbiamo sei missaggi in mono di brani usciti all’epoca su singolo, tre stereo mix alternativi, una Lincoln County acustica (interessante) ed una versione alternata di Hold My Hand, incisa però abbastanza male.

CD4. A parte i due soliti mix “inediti” superflui (Australia e Shangri-La) questo è il dischetto con le cose più interessanti, ed è esclusivo per questo box dato che la versione doppia uscita in contemporanea comprende il primo ed il terzo CD. Dopo una strana introduzione dove in due minuti vengono riproposti tutti i brani del disco originale (Arthur’s Journey), abbiamo un medley di quasi otto minuti di home demos e prove di studio che comprendono frammenti ed abbozzi di sei canzoni che poi finiranno su Arthur. Il piatto forte inizia con tre pezzi mai sentiti eseguiti di recente da Ray con la compagnia teatrale The Come Dancing Workshop Ensemble: My Big Sister, un breve brano jazzato eseguito con classe che confluisce in Stevenage, in odore di musical di Broadway, mentre Space è una ballata pianistica in cui Ray duetta con una voce femminile prima e con un coro poi. A seguire troviamo le due già citate canzoni incise apposta per questa ristampa, che vedono Ray esibirsi a cappella con il gruppo vocale Arthur & The Emigrants per due deliziosi brani in stile doo-wop, l’inedito assoluto The Future ed una rilettura di Arthur. Si torna poi nel 1969 con le inedite The Virgin Soldiers March e Soldiers Coming Home, due strumentali di buon livello, e due versioni di King Kong ed ancora Arthur incise per la BBC. Gran finale con una splendida Victoria registrata dal vivo nel 2010 in Danimarca da Ray con la sua band ed i DR Symphony & Vocal Ensemble, decisamente trascinante.

Ancora una bella ristampa targata Kinks dunque: il prossimo anno, se non cambiano i piani, sarà la volta del popolarissimo Lola Vs. Powerman And The MoneyGoround, Part One, e fra due toccherà a quello che considero uno dei loro capolavori assoluti, Muswell Hillbillies.

Cominciate quindi a mettere i soldini da parte…

Marco Verdi

Novità Prossime Venture 23. Kinks – Arthur (Or The Decline And Fall Of The British Empire) (50th Anniv. Ed.). Proseguono Le Ristampe Deluxe Della Band Dei Fratelli Davies.

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The Kinks – Arthur (Or The Decline And Fall Of The British Empire) (50th Anniv. 2Ed.) – 4 CD + 4 7″ + Libro + Memorabilia varia – 2 LP – 2 CD Sanctuary – 25-10-2019

Circa un anno dopo l’uscita del cofanetto relativo a https://discoclub.myblog.it/2018/11/20/recensioni-cofanetti-autunno-inverno-6-una-sontuosa-riedizione-di-un-capolavoro-minore-the-kinks-are-the-village-green-preservation-society-50th-anniversary/ , tornano le ristampe potenziate del catalogo dei Kinks, questa volta tocca a Arthur (per brevità), che uscì in origine il 10 ottobre del 1969 e che, nonostante le ottime critiche non entrò neppure nelle classifiche inglese e negli USA arrivò solo al 105° posto. Già nel 2004 e poi nel 2011 (in questo caso un doppio CD) erano state pubblicate delle edizioni rimasterizzate con l’aggiunta di svariate bonus, ma questa volta si arriva addirittura a 4 CD (anche ci sarà, come vedete all’inizio del Post, pure nel 2019 una versione doppia.

Al di là delle versioni mono e stereo dell’album, entrambe con bonus, nei primi 2 CD, e il 4° CD con demo, prove, brani presi dalla BBC, molti dei quali sono le stesse delle precedenti edizioni, la chicca del cofanetto dovrebbe essere quello che è stato definito The Great Lost Dave Davies Album Plus], ovvero un album solista del fratello minore Dave previsto per il 1968/1969 ma mai pubblicato, brani che sono usciti comunque a rate in varie antologie e ristampe della band inglese e nella quasi totalità nelle versioni 2004-2011. Per l’occasione ci dovrebbe essere l’album integrale in formato stereo e mono, più qualche versione alternativa. Diciamo materiale interessante soprattutto per i maniaci dei Kinks, anche per la presenza di ben quattro 45 giri. La versione doppia è un riassunto dei brani contenuti nel quadruplo. Comunque qui sotto trovate le tracklist dettagliate di entrambe le edizioni.

Versione quadrupla.

CD1: Original Stereo Album, 2019 Remaster]
1. Victoria (Stereo)
2. Yes Sir, No Sir (Stereo)
3. Some Mother’s Son (Stereo)
4. Drivin’ (Stereo)
5. Brainwashed (Stereo)
6. Australia (Stereo)
7. Shangri-La (Stereo)
8. Mr. Churchill Says (Stereo)
9. She’s Bought A Hat Like Princess Marina (Stereo)
10. Young And Innocent Days (Stereo)
11. Nothing To Say (Stereo)
12. Arthur (Stereo)
Bonus Tracks:
13. Plastic Man (Stereo)
14. Victoria (Alternate Stereo Mix)
15. Yes Sir, No Sir (Alternate Stereo Mix)
16. Drivin’ (Alternate Stereo Mix)
17. Brainwashed (Alternate Stereo Mix)
18. Australia (Alternate Stereo Mix)
19. Shangri-La (Alternate Stereo Mix)

[CD2: Original Mono Album, 2019 Remaster]
1. Victoria (Mono)
2. Yes Sir, No Sir (Mono)
3. Some Mother’s Son (Mono)
4. Drivin’ (Mono)
5. Brainwashed (Mono)
6. Australia (Mono)
7. Shangri-La (Mono)
8. Mr. Churchill Says (Mono)
9. She’s Bought A Hat Like Princess Marina (Mono)
10. Young And Innocent Days (Mono)
11. Nothing To Say (Mono)
12. Arthur (Mono)
Bonus Tracks:
13. Plastic Man (Mono)
14. King Kong (Mono)
15. Victoria (Alternate Mono Mix)
16. Australia (Alternate Mono Acetate Mix)
17. Shangri-La (Alternate Mono Mix)
18. She’s Bought A Hat Like Princess Marina (Alternate Mono Mix)
19. Australia (Australian Mono Single Mix/Edit)

[CD3: The Great Lost Dave Davies Album Plus]
1. This Man He Weeps Tonight (Stereo)
2. Mindless Child Of Motherhood (Stereo)
3. Hold My Hand (Stereo)
4. Do You Wish To Be A Man? (Stereo)
5. Are You Ready? (Stereo)
6. Creeping Jean (Stereo)
7. I’m Crying (Stereo)
8. Lincoln County (Stereo)
9. Mr. Shoemaker’s Daughter (Stereo)
10. Mr. Reporter (Stereo)
11. Groovy Movies (Stereo)
12. There Is No Life Without Love (Stereo)
Bonus Tracks:
13. Lincoln County (Mono Single Mix/Edit)
14. There Is No Life Without Love (Mono)
15. Hold My Hand (Mono)
16. Creeping Jean (Mono Single Mix/Edit)
17. Mindless Child Of Motherhood (Mono)
18. This Man He Weeps Tonight (Mono)
19. Mr. Shoemaker’s Daughter (Alternate Stereo Mix)
20. Mr. Reporter (Alternate Stereo Mix)
21. Groovy Movies (Alternate Stereo Mix)
22. Lincoln County (Acoustic Mix)
23. Hold My Hand (Alternate Take)

[CD4: Demos, Rehearsals, BBC & Remixes]
1. Arthur’s Journey (Introduction)
2. Australia (2019 Mix)
3. Home Demos Medley, 1969: Arthur / Victoria / Some Mother’s Son / Drivin’ / Brainwashed / Mr. Churchill Says (TV Premix)
4. Shangri-La (2019 Mix)
5. My Big Sister (Theatrical Version)
6. Stevenage (Theatrical Version)
7. Space (Theatrical Version) (Full Version)
8. The Future (Doo-Wop Version)
9. Arthur (Doo-Wop Version)
10. The Virgin Soldiers March
11. Soldiers Coming Home (Instrumental)
12. King Kong (BBC Mix)
13. Victoria (Ray Davies & Band With The DR Symphony & Vocal Ensemble) (Stereo)
14. Arthur (BBC Mix)

Versione Doppia.

[CD1]
1. Victoria (Stereo) [2019 – Remaster]
2. Yes Sir, No Sir (Stereo) [2019 – Remaster]
3. Some Mother’s Son (Stereo) [2019 – Remaster]
4. Drivin’ (Stereo) [2019 – Remaster]
5. Brainwashed (Stereo) [2019 – Remaster]
6. Australia (Stereo) [2019 – Remaster]
7. Shangri-La (Stereo) [2019 – Remaster]
8. Mr. Churchill Says (Stereo) [2019 – Remaster]
9. She’s Bought A Hat Like Princess Marina (Stereo) [2019 – Remaster]
10. Young And Innocent Days (Stereo) [2019 – Remaster]
11. Nothing To Say (Stereo) [2019 – Remaster]
12. Arthur (Stereo) [2019 – Remaster]
13. Plastic Man (Stereo) [2019 – Remaster]
14. King Kong (Mono) [2019 – Remaster]
15. Drivin’ (Mono) [2019 – Remaster]
16. Mindless Child Of Motherhood (Mono) [2019 – Remaster]
17. Shangri-La (Mono) [2019 – Remaster]
18. This Man He Weeps Tonight (Mono) [2019 – Remaster]
19. Australia (Australian Mono Single Mix) (Edit) [2019 – Remaster]

[CD2]
1. This Man He Weeps Tonight (Stereo) [2019 – Remaster]
2. Mindless Child Of Motherhood (Stereo) [2019 – Remaster]
3. Hold My Hand (Stereo) [2019 – Remaster]
4. Do You Wish To Be A Man (Stereo) [2019 – Remaster]
5. Are You Ready (Stereo) [2019 – Remaster]
6. Creeping Jean (Stereo) [2019 – Remaster]
7. I’m Crying (Stereo) [2019 – Remaster]
8. Lincoln County (Stereo) [2019 – Remaster]
9. Mr. Shoemaker’s Daughter (Stereo) [2019 – Remaster]
10. Mr. Reporter (Stereo) [2019 – Remaster]
11. Groovy Movies (Stereo) [2019 – Remaster]
12. There Is No Life Without Love (Stereo) [2019 – Remaster]
13. Lincoln County (Mono Single Mix) (Edit) (Stereo) [2019 – Remaster]
14. There Is No Life Without Love (Mono) [2019 – Remaster]
15. Hold My Hand (Mono) [2019 – Remaster]
16. Creeping Jean (Mono Single Mix) [2019 – Remaster]

Considerando che il cofanetto, al solito molto indicativamente dovrebbe costare intorno ai 70 euro e quella doppia invece meno di 20, fate i vostri conti. Esce il 25 ottobre.

Bruno Conti

Recensioni Cofanetti Autunno-Inverno 6. Una Sontuosa Riedizione Di Un Capolavoro “Minore”. The Kinks – Are The Village Green Preservation Society 50th Anniversary

kinks are the village green front

The Kinks – Are The Village Green Preservation Society 50th Anniversary – Sanctuary/BMG Deluxe 2CD – Super Deluxe 5CD/3LP/3x45rpm

In un anno in cui sono uscite tutte insieme le ristampe in formato Super Deluxe di album leggendari come The Beatles (meglio conosciuto come White Album), Blood On The Tracks, Electric Ladyland ed Imagine, l’edizione per il cinquantesimo anniversario di Are The Village Green Preservation Society, il primo di diversi concept albums dei Kinks e considerato tra i loro capolavori, rischia quasi di passare inosservato. Sarebbe un peccato, in quanto stiamo parlando di uno dei migliori dischi di pop-rock dell’epoca, un lavoro che vedeva il genio di Ray Davies al massimo della sua espressione, con una serie di bozzetti che erano una vera e propria dichiarazione di nostalgia verso un certo modo di vivere tipicamente inglese, molto legato alle tradizioni ed a certe abitudini, un senso di appartenenza che secondo il nostro in quel periodo (1968) si stava irrimediabilmente perdendo: il tutto affrontato con la consueta finezza ed ironia, e soprattutto con una serie di canzoni formidabili, tra le migliori di sempre del quartetto londinese (completato in quel periodo dal fratello di Ray, Dave Davies, alle chitarre, da Pete Quaife al basso e Mick Avory alla batteria, anche se gran parte del merito della riuscita sonora del disco originale andava anche alle inimitabili tastiere di Nicky Hopkins, il più grande pianista rock di ogni epoca).

kinks are the village green cofanetto

Per ricordare quell’album fondamentale, oggi la Sanctuary pubblica questo enorme (e costoso) cofanetto, il cui contenuto farà leccare i baffi a più di un fan del gruppo. Il disco originale (che all’inizio degli anni settanta ebbe anche due seguiti, Preservation Act 1 e 2, meno indispensabili) è stato ampliato a ben cinque CD, con l’aggiunta di versioni alternate, mix diversi, outtakes, brani dal vivo e parecchie sorprese non necessariamente risalenti al periodo in questione (non tutto è inedito, ma buona parte sì), ed in più è stato inserito il vinile originale ma in versione doppia, con il primo disco in stereo e l’altro in mono, più un terzo LP separato che riproduce l’album uscito all’epoca in Svezia (ed in altri paesi europei, come Francia, Norvegia ed anche Italia), con una tracklist differente: il tutto corredato da un bel libro pieno di foto e parti scritte (tra le quali una testimonianza nuova di zecca di Pete Townshend, che considera questo album tra i suoi tre preferiti di sempre in assoluto), oltre a diverse cartoline, spartiti e memorabilia varia (ma, e questa è una pecca, manca completamente la lista delle canzoni con i dettagli delle registrazioni, i titoli sono stampati solo sui cinque dischetti). Un’operazione monumentale quindi, non per tutte le tasche: infatti è stata approntata anche una versione più “povera”, un doppio CD che però offre meno dell’edizione tripla pubblicata nel 2004.

Ma veniamo alla disamina di questa ristampa nel dettaglio, sperando (più che altro per le nostre e vostre finanze), che non sia l’avvio di una serie di cofanetti dello stesso tipo, dato che nei prossimi anni compiranno cinquanta anni altri album fondamentali dei Kinks (due su tutti: Arthur e Muswell Hillbillies). CD1: ovviamente si parte con l’album originale (che, va ricordato, all’epoca ebbe incredibilmente un successo davvero scarso), rimasterizzato in maniera magnifica. Riascoltiamo dunque con enorme piacere grandissime canzoni come la title track, Picture Book, Animal Farm, Village Green e People Take Pictures Of Each Other (quest’ultima davvero attualissima nell’era dei social media), fulgidi esempi di perfezione pop-rock, che dimostrano la formidabile facilità di scrittura che Ray aveva in quel periodo. Ma anche le altre non è che siano di molto inferiori, dalla deliziosa Do You Remember Walter?, all’energica Johnny Thunder, alla vibrante Last Of The Steam-Powered Trains, in odore di rock-blues, passando per la squisita Sitting By The Riverside, in puro stile old-time, la saltellante Starstruck, la filastrocca pop di All Of My Friends Were There, fino alla quasi bossa nova di Monica. Come bonus abbiamo diversi altri brani dell’epoca, tra cui vari singoli: da segnalare almeno la strepitosa Days, una delle più belle pop songs di sempre (e non solo dei Kinks), il trascinante rock’n’roll di She’s Got Everything, la leggera Mr. Songbird, quasi beatlesiana, la divertente e solare Polly e la semplicemente bellissima Misty Water. 

CD2: dischetto meno interessante, non brutto (per carità), ma che ripete in gran parte le canzoni del primo CD in versione mono. Le uniche differenti sono la quasi cabarettistica Till Death Do Us Part, una delizia per le orecchie, una Village Green con traccia vocale alternata, lo scintillante pop Lavender Hill, gradevole è dir poco, e la vivace Pictures In The Sand. CD3: intitolato Village Green Sessions, questo dischetto è l’unico per il quale usare la parola “deludente” non è fuori luogo, in quanto non ci sono vere e proprie outtakes, ma in maggior parte mix differenti delle stesse versioni già conosciute. Quindi una ripetizione quasi superflua, buona solo per le orecchie dei maniaci audiofili: le uniche vere versioni alternate sono la take 17 di Animal Farm, praticamente identica a quella nota, e l’acetato originale di Village Green. Ci sono anche sette backing tracks senza le parti vocali, che però prese così non dicono molto. CD4: Village Green At The BBC. Dischetto che propone diverse tracce registrate in vari programmi trasmessi dalla storica emittente britannica (alcuni, ma non molti, erano già usciti sul box sestuplo del 2012 Kinks At The BBC) tra il 1968 e 1969. Non solo brani dell’album in questione comunque, dato che troviamo anche classici come Waterloo Sunset, Sunny Afternoon ed un medley che unisce Dedicated Follower Of Fashion con A Well Respected Man e Death Of A Clown. Poi ci sono splendide versioni di Days, The Village Green Preservation Society, Animal Farm e Picture Book, e non mancano chicche come la roccata Love Me Till The Sun Shines, cantata da Dave, l’intensa Two Sisters, con gran lavoro di clavicembalo, e la sarcastica When I Turn Off The Living Room Light.

CD5: l’ultimo dischetto è forse il più interessante, e comincia con un medley di demo acustici di vari pezzi dell’album, per proseguire con altre backing tracks ed una versione sempre acustica di Days, ovviamente splendida. Ma le sorprese iniziano dalla traccia numero dieci: Time Song è un inedito assoluto, una delicata slow ballad pianistica e dall’atmosfera bucolica, incisa nel 1973 e che avrebbe dovuto finire su Preservation Act 1. Sempre dagli anni settanta provengono tre riletture di pezzi dell’album originale (la title track, un medley tra Picture Book e People Taking Pictures Of Each Other, oltre ad una overture strumentale inedita), potenziate da cori e da una sezione fiati, ed incise ma non utilizzate per i due Preservation Act. Infine, e qui il contenuto vale gran parte del prezzo richiesto, abbiamo otto pezzi dal vivo nel 2010 a Copenhagen solo con Ray, la sua band ed il Danish Radio Symphony & Vocal Ensemble: una meraviglia, con versioni maestose ed emozionanti di Days, Do You Remember Walter?, Picture Book e The Village Green Preservation Society, il tutto concluso dalla rara ed intensa The Way Love Used To Be, tratta dalla colonna sonora di Percy.

I Kinks sono stati una delle più grandi band di sempre, di sicuro una delle più sottovalutate, e questo monumentale cofanetto lo conferma a gran voce: imperdibile, sempre che vi avanzino quei 110/130 euro euro, a seconda dei paesi.

Marco Verdi

Soprattutto Per Strettissimi Osservanti Del Garage Rock. The Shadows Of Knight – Alive In ’65

shadows of knight alive in '65

The Shadows Of Knight – Alive In 1965! – BlueRocket/Sundazed Music Mono

In questo continuo viaggio a ritroso nella musica degli Shadows Of Knight arriviamo ai primordi della band di Chicago. Nonostante la provenienza non parliamo di blues, qui siamo più in ambito garage rock, antesignano della musica psichedelica (e infatti li troviamo tra i protagonisti dei vari Nuggets), ma anche di omaggio alla musica della British Invasion e al primo rock and roll. E infatti in Alive in 1965! siamo all’incirca un anno prima della pubblicazione del loro primo album Gloria e la formazione quindi non è ancora quella definitiva. Il repertorio è composto solo di cover, dove non appare ancora il classico di Van Morrison e neppure i molti brani blues che caratterizzeranno il disco di esordio, ma nel tourbillon di canzoni che si susseguono nel concerto al Cellar Door di Arlington troviamo un piccolo Bignami della musica dell’epoca, tanto british beat ruvido e gagliardo, grinta “punk” e le prime avvisaglie di quello poi diverrà rock. La qualità del suono,  primitiva e ruvida, è comunque accettabile, direi quasi buona per un live del 1965, come in tutti i prodotti Sundazed, peccato per la voce un po’ lontana, quasi in cantina, forse perché è in Mono, ma gli strumenti sono ben definiti.

E’ ovvio che un prodotto del genere è molto di nicchia, indirizzato soprattutto agli appassionati di garage e psych, per quanto si ascolti in modo piacevole: la band è ancora embrionale, non ha sviluppato del tutto la potenza del successivo biennio 1966-1967, però  le canzoni scorrono pimpanti e veloci, 12 brani, 30 minuti scarsi in totale, ma un concerto a quei tempi durava così. Si parte con una interlocutoria Not Fade Away che finisce un po’ bruscamente, il pubblico che si intuisce pare veramente sparuto, ma la band li ripaga con una gagliarda Money (That’s What I Want) a metà strada tra Beatles e Stones, e a seguire una You Really Got Me molto fedele all’originale dei Kinks, peccato per le voci non perfettamente microfonate. Segue la presentazione della band che allora si chiamava ancora soltanto Shadows, e avrebbe cambiato nome per non confondersi con l’omonimo gruppo inglese, ottima versione a tutto riff di Carol , e una cover tra surf e garage della popolare Rawhide, ancora Chuck Berry di cui riprendono pure Memphis, Tennessee, non manca la intermission con breve sigletta musicale, prima di riprendere a darci dentro di gusto con It’s All Right.

Diciamo che la tecnica non è il loro forte ma l’entusiasmo non manca, e rispetto ai due Live del 1966 non c’è nessun brano in comune. Heart Of Stone è un altro brano degli amati Rolling Stones, uno dei rari momenti in cui il ritmo rallenta e ci scappa anche un assolo di chitarra di Warren Rogers, mentre anche i Kinks vengono nuovamente saccheggiati con All Day And All The Night. A voler proprio essere pignoli nessuno dei brani proposti si avvicina alla qualità degli originali, tutto molto minimale per quanto selvaggio, come conferma il finale con I’m A King Bee, l’unica concessione ad un blues “bastardo” e dove fa capolino perfino una slide appena accennata, nonché uno degli inni del movimento garage-psych ovvero Louie Louie che precede la stonesiana (Get Your Kicks On) Route 66 di nuovo carpita dal maestro Chuck Berry. Saluti frettolosi al pubblico, ma zero applausi e fine delle trasmissioni: un CD, lo ribadisco, indirizzato soprattutto agli stretti osservanti del garage rock.

Bruno Conti

Un Secondo Capitolo Degno Del Primo. Ray Davies – Our Country: Americana Act II

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Ray Davies – Our Country: Americana Act II – Legacy/Sony CD

Quando lo scorso anno Ray Davies aveva pubblicato Americana, suo primo album solista con materiale inedito in dieci anni (e controparte audio della sua autobiografia dallo stesso titolo), aveva dichiarato di aver registrato musica sufficiente per un secondo volume https://discoclub.myblog.it/2017/05/01/un-ottimo-esempio-di-american-music-dal-piu-britannico-dei-cantautoriin-circolazione-ray-davies-americana/ . Ed ora, a poco più di un anno di distanza, ecco arrivare puntuale Our Country: Americana Act II, seguito di quel disco, altre diciannove canzoni ispirate dal grande amore dell’ex leader dei Kinks per l’America, i suoi usi e costumi, la sua musica ed anche le sue contraddizioni, una passione che il nostro coltiva sin dall’età giovanile. Il progetto Americana si può quindi considerare il più ambizioso di tutta la carriera di Ray, ma la cosa che a noi più interessa è che i due CD che fanno parte dell’operazione sono quanto di meglio il nostro abbia inciso lontano dal suo gruppo storico (anche se per me il suo capolavoro solista rimane Working Man’s Cafe): Americana era un ottimo album, che alternava grandi canzoni e momenti più “normali”, e questo Our Country non è di certo inferiore, anzi forse lo supera di un’attaccatura, pur avendo lo stesso, piccolo difetto del primo: una lunghezza forse eccessiva e qualche riempitivo di troppo (e molte più parti narrate che nel volume precedente), ma sono quisquilie in quanto la maggior parte dei brani è davvero di alto livello.

Davies resta uno dei migliori songwriters della nostra musica, attento ed acuto osservatore della società odierna, spesso ironico e pungente quando non sarcastico, ma anche un fantastico costruttore di melodie di grande immediatezza: essendo stato inciso in contemporanea con il primo volume, Our Country presenta ancora i Jayhawks al completo come backing band (tra l’altro il gruppo tra pochi giorni uscirà con un nuovo album), che donano il vestito sonoro perfetto ai brani di Ray, grazie anche all’aiuto di altri selezionati sessionmen (tra i quali spiccano il chitarrista John Jackson, già band leader della road band di Bob Dylan nei primi anni novanta, e Mick Talbot all’organo). Infine, in questo disco Ray riprende anche alcuni brani del suo passato, più o meno recente. L’album parte alla grande con la title track, una straordinaria ballata tra folk, country e cantautorato puro, limpida, maestosa e con uno splendido refrain corale, che conferma la particolare bravura del nostro nel creare melodie di grande impatto con apparente facilità. The Invaders non è la stessa che era anche su Americana, in quanto qua è quasi tutta spoken word (con Ray aiutato da John Dalgleish nella narrazione), anche se l’accompagnamento di stampo roots non manca, Back In The Day è un pezzo a metà tra rockabilly e doo-wop, alla maniera di Dion & The Belmonts, un divertissement d’alta classe e ricco di swing, mentre Oklahoma USA è la ripresa attualizzata di un pezzo dei Kinks (era su Muswell Hillbillies), una ballata di ampio respiro in cui il gusto melodico del nostro si sposa alla perfezione con il tappeto sonoro di Gary Louris e compagni.

Bellissima Bringing Up Baby, una country song limpida e deliziosa, con un altro motivo di prim’ordine tipico del suo autore (speriamo che la vicinanza di Davies sia servita da ispirazione per i Jayhawks, lo scopriremo a breve), The Getaway, rifacimento di un pezzo già apparso su Other People’s Lives, è uno scintillante brano elettroacustico tra southern e country, in cui si nota il contrasto tra l’accompagnamento vigoroso e la voce quasi indolente e distaccata di Ray (strepitoso il finale accelerato); The Take è un trascinante rock’n’roll con elementi punk, quasi alla Ramones, con Ray che duetta con Karen Grotberg (ed un po’ troppa narrazione in mezzo a rompere il ritmo), mentre We Will Get There è un etereo slow piuttosto nella media. The Real World è il terzo ed ultimo brano già proposto in passato (era su Working Man’s Cafe), ed è un altro lento di indubbio pathos, in cui Ray duetta ancora con Karen su un mood da California anni settanta, davvero bella; A Street Called Hope è un elegante pezzo jazzato, semplice e diretto, The Empty Room è quasi old time music, con tanto di fiati dixieland e la solita classe sopraffina. La sognante Calling Home, dedicata agli indiani d’America, non è allo stesso livello, la sinuosa Louisiana Sky parte bene ma poi Ray inizia a parlare e la canzone si perde, March Of The Zombies è viceversa un ottimo blues swingato con i fiati protagonisti, suonato alla grande e degno di una big band, mentre The Big Weird è un gustoso errebi, grintoso nei suoni e scorrevole nella melodia. Tony And Bob, tutta parlata, è poca cosa, la fluida The Big Guy riporta il disco su territori country-rock, perfino con accenni caraibici alla Jimmy Buffett; il CD termina con l’ultimo spoken word, Epilogue, è con la splendida Muswell Kills, una delle poche, vere rock songs del lavoro, elettrica, potente e superbamente eseguita, con i Jayhawks in grande spolvero ed un’ottima slide a guidare le danze.

Giù il cappello davanti a Ray Davies: non è da tutti pubblicare due dischi a breve distanza l’uno dall’altro con così tante canzoni di livello egregio. Il prossimo passo, dicono i rumors, potrebbe essere la tanto attesa reunion dei Kinks.

Marco Verdi

Una Testimonianza “Postuma” Di Una Piccola Grande Band Sottovalutata. The Smithereens – Covers

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The Smithereens – Covers – Sunset Boulevard Records          

Gli Smithereens sono stati uno dei classici gruppo di culto del rock americano: in attività dal 1980, hanno inciso il primo album di studio nel 1986 e poi altri dieci per arrivare a 2011, che era il loro 11° e ultimo, più alcuni live ed antologie, arrivando al massimo ai limiti dei Top 40 delle classifiche USA negli anni ’90, pur essendo sempre stati molto stimati dai colleghi e amati dalla stampa. Poi negli ultimi anni avevano parecchio rarefatto le loro esibizioni  per problemi di salute del leader Pat DiNizio, che nel 2017 ci ha lasciato. Stranamente il gruppo non si è sciolto subito, ma si è esibito ancora in una serie di concerti-tributo per DiNizio, a cui hanno partecipato i suoi amici e sodali, gente come Little Steven, Southside Johnny, Dave Davies, Lenny Kaye, Marshall Crenshaw, tutti come lui appassionati del pop e del rock della British Invasion, ma anche di quello dei grandi autori. Nel DNA di DiNizio e degli Smithereens c’ è sempre stato un grande amore proprio per il rock ed il pop classici, quello due chitarre-basso-batteria e pedalare: e non guastava avere in Pat una ottima voce e in Jim Babjak una eccellente chitarra solista, oltre all’uso di armonie vocali ispirate dai loro ascolti di gioventù ed anche dell’età matura.

Questo Covers quindi raduna in unico CD gran parte delle loro versioni di brani, celebri  e non, sparsi nel corso degli anni su singoli, EP, colonne sonore, tributi e qualche inedito, tutti rigorosamente eseguiti con grande amore per gli originali. Quindi non un disco nuovo, ma vista la scarsa reperibilità del materiale raccolto, molto gradito dai fans e spero anche dai novizi di questa band del New Jersey. Con Babjak e DiNizio ci sono il bassista Mike Mesaros e il batterista Dennis Diken, che firma anche le brevi note del libretto. Per il resto tanta buona musica, eseguita con amore, classe, sense of humor, rispetto e brillante musicalità, non necessariamente nell’ordine: The Game Of Love era di Wayne Fontana & The Mindbenders, un tipico esempio del british pop degli anni ’60, molto vicino allo spirito anche di Costello o dei Beach Boys, riff e ritornello divertenti ed accattivanti, mentre The Slider accosta il glam-rock di Marc Bolan e dei T-Rex, con chitarre e ritmica più ruvide, sempre con le melodie ben presenti, e Ruler Of My Heart, un grande successo per Irma Thomas (ma l’hanno fatta pure Otis Redding, Norah Jones, Mink DeVille, la Ronstadt) è un pop&soul di gran classe che ricorda molto lo stile e la vocalità di Elvis Costello, con cui DiNizio condivideva un timbro vocale simile e l’amore per le belle melodie.

Wooly Bully la conosciamo tutti, la classica canzone “stupida” che però non puoi fare a meno di amare, ma anche Let’s Talk About Us, tratta dal Tributo a Otis Blackwell è un brano R&R che hanno fatto Jerry Lee Lewis, i Rockpile, fino ad arrivare a Van Morrison, e la versione degli Smithereens è una delle più potenti, tante chitarre e ritmo. I brani sono 22, tutti belli, ne cito ancora alcuni a caso tra i migliori: una oscura Girls Don’t Tell dei Beach Boys, fatta in versione jingle-jangle, gli amatissimi Beatles (e dintorni) saccheggiati con una poderosa Yer Blues, uno degli inediti contenuti nel CD, One After 909 accelerata ad arte, I Want To Tell You di George Harrison, veramente splendida, degna di Tom Petty e It Don’t Come Easy di Ringo; ma anche Up In Heaven da Sandinista dei Clash o Downbound Train da One Step Up il tributo a Bruce Springsteen,  le meraviglie si sprecano. Per non dire di The World Keeps Going ‘Round  e Rosie Won’t You Please Come Home due perle poco note dei Kinks, o una gagliarda The Seeker degli Who, e ancora una deliziosa Something Stupid di Frank & Nany Sinatra, seguita da una esplosiva Lust For Life di Iggy Pop, che sembra suonata proprio dagli Who, fino ad arrivare alla conclusiva Shakin’ All Over, ancora power pop sopraffino da parte di una delle band americane più sottovalutate.

Bruno Conti

Supplemento Della Domenica: Il Più Bel Disco Dal Vivo Dello Scorso Anno. Anche Se Non E’ “Ufficiale” Ed E’ Registrato Nel 1997! Tom Petty And The Heartbreakers – San Francisco Serenades

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Tom Petty And The Heartbreakers – San Francisco Serenades The Classic 1997 West Coast Broadcast- 3 CD Leftfield Media

Credo, anzi ne sono pressoché certo, che questo sia il disco dal vivo, relativo ad un concerto pubblicato a livello diciamo “non ufficiale”, più bello che sia stato mai pubblicato! Forse solo un paio di quelli di Springsteen relativi alle date del 1978 possono rivaleggiare con questo triplo, per i contenuti e la durata, per la forza della esibizione, per la bravura dei protagonisti, per la scelta del repertorio, per la qualità sonora della registrazione, veramente superba, degna del concerto. Si tratta del broadcast radiofonico relativo all’ultima data tenuta al Fillmore di San Francisco il 7 febbraio del 1997, in una serie di 20 concerti (in parte pubblicati, anche questa serata, solo una canzone però, nel boxset ufficiale Live Anthology). Il concerto è veramente formidabile, e vede Tom Petty riunito con gli Hearbreakers, e “solo” per quelle venti date, dopo una pausa di circa due anni dal tour del 1995, e anche a livello discografico non usciva nulla insieme (a parte la colonna sonora del film She’s The One dell’anno prima e il box Playback del 1995) da Into The Great Wide Open del 1991:quindi una serata in piena libertà, in cui il gruppo, che era diventato forse il quel momento il n°1 al mondo a livello concertistico, visto che la E Street Band era in pausa al momento e considerando gli Stones fuori concorso.

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https://www.youtube.com/watch?v=19G4L27gW1k

Comunque, anche per gli altissimi standard delle esibizioni Live di Tom Petty & The Heartbreakers, come detto, questo concerto è veramente oltre ogni volo più pindarico della immaginazione, una serata fenomenale, durata oltre 3 ore, dove il quintetto, Tom Petty, chitarra e voce, Mike Campbell, chitarre, Benmont Tench, tastiere, Howie Epstein, basso, e l’ultimo arrivato Steve Ferrone, alla batteria, più Scott Thurston, a chitarre e tastiere, prende il rock and roll e lo rivolta come un calzino, in tutte le sue coniugazioni e attraverso tutti i suoi generi (anche con una divagazione nel blues, di cui tra un attimo): Petty lo dice fin dall’inizio al pubblico che vogliono suonare moltissimo, anche per celebrare quella che è una delle location più importanti della storia della musica rock, e vogliono dare quindi fondo anche alle loro profonda ammirazione per molti dei musicisti che quella storia hanno creato, attraverso i 40 brani che suoneranno: la partenza è subito bruciante, con una versione fantastica di Around And Around di Chuck Berry, uno scossone R&R che mette subito in chiaro come sarà la serata, Campbell e Tench sono subito in azione, Epstein, Thurston e Ferrone li seguono a ruota e Tom Petty è il Maestro delle cerimonie perfetto, a seguire Jammin’ Me, uno dei loro brani più diretti e potenti, scritto con Bob Dylan per l’album Let Me Up (I’ve Had Enough), versione incredibile, ma non ce n’è una scarsa nel concerto, arriva poi subito una turbinosa Runnin’ Down A Dream da Full Moon Fever, con un Campbell veramente scatenato, ma tutti i brani hanno una urgenza, una grinta, raramente riscontrate in una band che era comunque sempre una macchina da guerra.

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https://www.youtube.com/watch?v=EqhJKsBwL_I

A questo punto partono le sorprese, Time Is On My Side è un piccolo classico del R&B, ma la versione è un omaggio a quella dei “maestri” Stones, come pure quella di Call Me The Breeze è ispirata da quella dei Lynyrd Skynyrd (ma il brano è di JJ Cale), il southern secondo gli Heartbreakers, con chitarre spiegate; Cabin Down Below non è uno dei brani più conosciuti di Tom, ma la serata è un po’ così, particolare: versione breve ma intensa, seguita da Diddy Wah Diddy, con Petty che ricorda che “Elvis Is King, but Diddley is Daddy”, poi spazio a Mike Campbell con lo strumentale Slaughter On 10Th Avenue, un brano da balletto classico che probabilmente il chitarrista conosceva nella versione dei Ventures. Listen To Her Heart viene dal secondo album con gli Heartbreakers, uno dei brani più jingle jangle, tra Beatles, Searchers e Byrds, I Won’t Back Down, sempre bellissima, in una versione raccolta solo per voce, chitarra elettrica, organo e dei bonghi, anche The Date I Had With That Ugly Homecoming Queen, uno strano divertissement di Campbell, tra R&R e Zeppelin, con Tom all’armonica, non era un brano comune nei loro concerti, ma la band ci dà dentro di brutto, prima di chiamare sul palco John Lee Hooker, per un trittico di canzoni che sono la storia del blues, Find My Baby, It Serves You Right To Suffer e Boogie Chillun, con il grande “Hook” ancora in forma, nonostante gli 80 li avesse già passati, e pure lui viene “pettyzzato” per l’occasione.

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https://www.youtube.com/watch?v=8LSuzIKEyn0

Si riparte con una versione colossale di It’s Good To Be King, una delle più belle mai ascoltate, spaziale, psichedelica, tra west coast e i Pink Floyd di Dark Side, con Tench e soprattutto Campbell  che suonano in modo divino, soprattutto nella lunga coda strumentale, si prosegue con una sfilza di brani inconsueti, una perfetta Green Onions di Booker T. & The Mg’s, il classico popolare You Are My Sunshine, cantata dal pubblico e Ain’t No Sunshine di Bill Withers che mantiene il tempo dell’originale ma diventa molto più rock, On The Street era uno dei primissimi brani scritto da Tench, quando erano dei ragazzini ed è uscita solo nel box Playback, comunque puro Heartbreakers sound, e che dire di I Want You Back Again degli Zombies, uno dei classici della British invasion, tra le influenze dichiarate da Tom. E il bluegrass degli Stanley Brothers con Little Maggie da dove sbuca? Perfetto comunque, come Walls (Circus) una delle loro ballate più belle, delicata ed evocativa come poche, seguita dall’acustica Angel Dream, il secondo brano tratto dal disco più recente all’epoca She’s The One, entrambe bellissime in questa serata magica, con Mike Campbell che poi si “reinventa” il vecchio Guitar Boogie (Shuffle) di Arthur Smith, prima di un uno-due da sballo con Even The Losers e American Girl, in modalità acustica, e sono bellissime anche così. You Really Got Me dei Kinks si può fare solo con le chitarre a manetta, e quindi procedono in tal senso, prima di lanciarsi nel traditional County Farm fatto a tempo di boogie southern come dei novelli ZZ Top o Thorogood , un brano di una potenza devastante con Campbell che giganteggia alla slide e al wah-wah, e per non farsi mancare nulla anche la versione di You Wreck Me è da antologia, presa a 300 all’ora contromano in autostrada.

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https://www.youtube.com/watch?v=9JOzOlB4Vm8

Siamo al terzo CD e devo dire che a parte un paio di super classici, nella parte finale il menu è ancora zeppo di sorprese fantastiche: Shakin’ All Over, forse più vicina a quella sixties di Johnny Kidd & The Pirates che a quella degli Who, comunque sempre un gran bel sentire, non poteva certo mancare una Mary Jane’s Last Dance in versione deluxe da 10 minuti, degna di questo concerto fantastico, con le chitarre che arrotano rock e Petty che dirige il carrozzone come solo lui sapeva fare, con il suoi fido luogotenente Mike Campbell a insaporire la lunga parte strumentale con la loro maestria, molto bella anche You Don’t Know How It Feels in versione quasi younghiana con armonica aggiunta; un’altra scarica di adrenalina è offerta da I Got A Woman del genius Ray Charles, tramutata quasi in un rockabilly, altro brano immancabile è Free Fallin’, per molti la canzone più bella mai scritta da Tom Petty, quasi commovente per l’occasione, poi parte un gran finale pirotecnico, l’enciclopedia del rock rivistata, prima una Gloria lunghissima e scoppiettante, che mastro Van avrebbe approvato, Bye Bye Johnny di Chuck Berry, rock and roll allo stato puro, Satisfaction di tali Jagger/Richards, altra versione micidiale, Louie Louie, a proposito di riff memorabili, e tanto per gradire anche It’s All Over Now. E per mandare tutti a casa una ninna nanna rock come Alright Now. Questo sarebbe il classico disco da 5 stellette, ma visto che non arriva da una casa discografica ufficiale ne togliamo mezza. E comunque ci mancherà tantissimo!

Bruno Conti

Quando Il Vintage Diventa Alternativo! JD McPherson – Undivided Heart And Soul

jd mcpherson undivided heart & soul

JD McPherson – Undivided Heart And Soul – New West CD

Terzo album con incluso cambio d’etichetta (la New West, dopo i primi due lavori targati Rounder) per JD McPherson, giovane musicista originario dell’Oklahoma ma da tempo residente a Nashville. Nonostante risieda nella capitale del Tennessee, e sia anche andato ad incidere il suo nuovo album nel leggendario RCA Studio B (un pezzo di storia, dentro ci sono passati tra gli altri Chet Atkins, Ernest Tubb, Don Gibson, Jim Reeves, Porter Wagoner, Willie Nelson e, last but nor least, Elvis Presley), McPherson non fa country, non ne è neppure lontanamente influenzato. Infatti la sua musica è una originalissima miscela di sonorità rock’n’roll anni cinquanta, surf music, pop in perfetto stile sixties ed anche garage music, il tutto mescolato ad arte e condito con melodie di stampo moderno. JD (che sta per Jonathan David) non assomiglia a nessuno, fa la sua musica ed album dopo album è riuscito nell’intento di far parlare di sé: Undivided Heart And Soul è il suo nuovo disco, un lavoro che riunisce in undici canzoni tutte le caratteristiche del nostro, con la produzione di Dan Molad, da tempo collaboratore dei Lucius (e metà del gruppo di Brooklyn è presente, nelle persone di Jess Wolfe e Holly Laessig).

Un album fresco, pimpante, creativo e, per una volta, originale, anche se fa un po’ di tristezza dover constatare che per essere fuori dal coro bisogna tornare alla musica di cinquanta e passa anni fa. JD può inoltre contare su di una band molto solida che ha i suoi punti di forza nella chitarra di Doug Corcoran e nelle tastiere di Raynier Jacildo, ma anche la sezione ritmica formata da Jimmy Sutton e Jason Smay non si tira certo indietro. Il disco inizia con la roccata Desperate Love, un brano coinvolgente, ritmato e con un feeling da garage band anni sessanta, voce sicura ed attenzione dell’ascoltatore già catturata fin dal principio. Crying’s Just A Thing You Do è più elettroacustica, ma il ritmo è comunque sostenuto, forse il brano è un po’ ripetitivo ma JD compensa con energia e feeling, e poi c’è un assolo molto particolare di una chitarra twang alquanto distorta. Lucky Penny è il singolo (esiste anche un video), ma il pezzo non è per nulla commerciale, anzi mantiene quelle caratteristiche da canzone underground d’altri tempi, elettrica, grintosa e molto diretta, mentre Hunting For Sugar, sempre restando a cavallo tra sessanta e settanta, ha un’atmosfera eterea, cosmica, al limite del psichedelico, ma con un’anima pop niente male.

Con On The Lips andiamo ancora più indietro nel tempo, l’accompagnamento è quasi surf, con reminiscenze degli Shadows o del Link Wray più “tranquillo”, il tutto in contrasto con la voce e la melodia, indubbiamente contemporanee; la title track, sempre cadenzata, ha un deciso e limpido gusto pop-rock che la avvicina a certe cose di Dave Edmunds, Bloodhound Rock inizia come uno strumentale ancora molto sixties, la voce entra solo a metà canzone e le chitarre, ben doppiate dall’organo, suonano con grinta. Style (Is A Losing Game) ricorda i primi Kinks, quelli più rock’n’roll, Jubilee è una squisita pop ballad che sembra uscita da un disco del 1967/68, ancora piacevole nel suo voluto citazionismo, Under The Spell Of City Lights è giusto a metà tra pop e rock, anzi sembra quasi il pezzo di un oscuro gruppo beat; il CD si chiude con Let’s Get Out Of Here While We’re Young (bel titolo), già vintage fin dalle prime note d’organo, e pure nel prosieguo a base di riff di chitarra in puro stile garage, degno finale per un album molto piacevole, fresco e perfino innovativo nel suo voler essere insistentemente retro.

Marco Verdi