Non So Se Sia Davvero Il Boss Del Blues, Ma Con Le Dita Ci Sa Fare Parecchio! Kenny “Blues Boss” Wayne – Go, Just Do It!

kenny blues boss wayne go, just do it

Kenny “Blues Boss” Wayne – Go, Just Do It! – Stony Plain CD

Se non siete appassionati di blues difficilmente avrete sentito parlare di Kenny “Blues Boss” Wayne (nato Kenneth Wayne Spruell), probabilemente perché il musicista in questione ha speso gran parte dei suoi 75 anni a fare il sideman per conto terzi, suonando il pianoforte per artisti di varia estrazione (tra cui Delaney & Bonnie, Billy Preston e, in anni più recenti, Duke Robillard). Wayne è un pianista sopraffino, le cui influenze vanno da Fats Domino (la sua ispirazione principale) a Ray Charles, Otis Spann, Pinetop Perkins e Professor Longhair e la sua musica presenta elementi di vario genere, dal blues allo swing, dal rock’n’roll al boogie passando per il funky di New Orleans ed il rhythm’n’blues https://discoclub.myblog.it/2011/07/15/bello-e-divertente-kenny-blues-boss-wayne-an-old-rock-on-a-r/ . Originario dallo stato di Washington, Wayne ha vissuto tutta la sua carriera di sideman tra California e Louisiana, ma negli anni ottanta è emigrato in Canada, nazione che lo ha musicalmente adottato consentandogli di esordire finalmente come solista a metà anni novanta. Da allora Kenny ha pubblicato una dozzina di album in cui ha proposto la sua stimolante miscela di boogie, blues, rock’n’roll e quant’altro, e con il nuovo Go, Just Do It! (quinto consecutivo ad uscire per la storica etichetta indipendente canadese Stony Plain) si accoda brillantemente alla serie, intrattenendoci per cinquanta minuti con la sua tecnica pianistica mirabile ed una buona abilità come performer a 360 gradi, rivelando anche discrete doti nel songwriting dato che su tredici brani totali ben dieci portano la sua firma.

Come vedremo, c’è anche qualche episodio sottotono, che resta però in netta minoranza rispetto ai brani in cui il nostro convince: anche la band che lo accompagna è di tutto rispetto, dal bassista Russell Jackson (ex membro del gruppo di B.B. King) al bravo chitarrista giapponese Yuji Ihara al batterista Joey DiMarco, oltre ai fiati suonati da Jerry Cook (sassofono tenore e baritono) e Vince Mai (tromba). Partenza a tutto ritmo con Just Do It!, un brioso funky fiatistico dal tempo cadenzato e Kenny che aggredisce il brano con una buona voce subito raggiunto dalla brava cantante inglese Dawn “Tyler” Watson e con il leader che si destreggia ottimamente al piano elettrico. Di segno diverso You Did A Number On Me, un irresistibile boogie’n’roll con botta e risposta tra Kenny ed un coro femminile, mentre le dita del nostro scorrono sicure sulla tastiera subito doppiate da un assolo di chitarra misurato ma incisivo; il ritmo e l’approccio vivace non calano neanche in Sittin’ In My Rockin’ Chair, una rock song dagli elementi più sudisti che blues ed il solito pianoforte suonato in maniera eccelsa, mentre con You’re In For A Big Surprise, cover di un pezzo di Percy Mayfield, abbiamo uno degli highlights del disco in quanto si tratta di un raffinato slow blues notturno (e indovinate? Pianistico!) in cui la protagonista in duetto con Wayne è la grande voce di Diane Schuur (cantante di rara classe), con la ciliegina di uno splendido assolo di sax. S

orry Ain’t Good Enough vede ancora la Watson duettare con Kenny, ma il brano è un errebi dalle sonorità un po’ troppo soft, più adatte ad una serata in un club alla moda; meglio la fluida ed energica Motor Mouth Woman, un bel blues fiatistico ricco di ritmo e swing. I Don’t Want To Be The President (ancora di Mayfield) è ancora sospesa tra funky ed errebi, ma presenta un intervento del rapper Corey Spruell, figlio di Kenny, che avrei molto volentieri evitato; la ritmata Lost & Found è un po’ meglio ma le manca un po’ di mordente (e c’è un synth di troppo), ma per fortuna arriva la terza cover del disco, una versione viva ed esuberante del classico di J.J. Cale Call Me The Breeze, con un ottimo intervento dell’armonicista Sherman Doucette. Bumpin’ Down The Highway è un eccellente strumentale tra blues, jazz e swing, con i fiati protagonisti e Kenny stranamente defilato, a differenza di That’s The Way She Is, saltellante e vispo brano più boogie che blues, tra i più trascinanti del lavoro e con un ottimo guitar solo del nipponico Ihara; chiusura con il jump blues pianistico T&P Train 400, pieno di vigore e con le dita del nostro che danno del tu alla tastiera, e con la breve ma travolgente Let The Rock Roll, altro strumentale a tutto swing con Kenny che per l’occasione suona un piano da saloon rilasciando uno degli assoli più goduriosi del CD.

Un buon album quindi, non solo blues, che non mancherà di piacere agli amanti del pianoforte: c’è qualche episodio non all’altezza ma, come dicono in America, “when it’s good, it’s really good!”.

Marco Verdi

Torna Il Rocker Del Mississippi Con Uno Dei Dischi Più Divertenti Dell’Anno. Webb Wilder – Night Without Love

webb wilder night without love

Webb Wilder – Night Without Love – Landslide CD

L’ultima volta che mi sono occupato di Webb Wilder (che a dirla tutta era anche la prima) è stato quando due anni fa ho recensito il divertentissimo Powerful Stuff, che non era un album nuovo ma una collezione di outtakes registrate tra il 1985 ed il 1993 https://discoclub.myblog.it/2018/06/08/unora-di-divertimento-assicurato-webb-wilder-the-beatnecks-powerful-stuff/ . Oggi però Wilder torna davvero tra noi a cinque anni di distanza dal suo ultimo lavoro (Mississippi Moderne) con questo Night Without Love, che fin dal primo ascolto si afferma come uno dei dischi più godibili ed “entertaining” (termine inglese intraducibile – intrattenevole? – ma che rende benissimo l’idea) del 2020. Se non avete mai sentito nominare Wilder non preoccupatevi, in quanto è uno dei tanti “signor nessuno” del mondo della musica mondiale: esordiente nel 1986 con l’album It Came From Nashville, Webb ha sempre tirato dritto infischiandosene del fatto che i suoi lavori non vendevano una cippa, proponendo la sua miscela spesso irresistibile di rock’n’roll, country, boogie e power pop al fulmicotone, che lo faceva sembrare una via di mezzo tra Commander Cody ed i Blasters.

Night Without Love dovrebbe essere il decimo album di Wilder, e posso affermare senza tema di smentita che è uno dei suoi migliori di sempre, undici canzoni divise tra cover e brani originali che ci fanno ritrovare un rocker che ha sempre fatto musica “just for fun”, riuscendoci peraltro perfettamente. Il disco (la cui copertina è disegnata da James Flournoy Holmes, l’uomo dietro alle copertine di Eat A Peach degli Allman, Fire On The Mountain della Charlie Daniels Band e In The Right Place di Dr. John) vede Webb accompagnato dal suo abituale collaboratore George Bradfute, che suona qualsiasi tipo di strumento oltre a produrre il lavoro, ma anche da Rick Schell alla batteria, Bob Williams alla steel ed il noto chitarrista Richard Bennett in un brano. Trentasette minuti di musica, non un secondo da buttare. Si parte alla grande con Tell Me What’s Wrong, trascinante rock’n’roll dalla ritmica potente cantato dal nostro con una voce alla Johnny Cash, per proseguire sullo stesso livello con la title track (scritta da R.S. Field, produttore dei primi album del nostro), energica ballata sfiorata dal country con un mood anni sessanta e tanta grinta, e con il rockin’ country a tutto ritmo e chitarre Hit The Nail On The Head, vigorosa cover di un pezzo dei quasi dimenticati Amazing Rhythm Aces.

Holdin’ On To Myself, scritta da Chip Taylor, è uno scintillante honky-tonk dominato dalla steel, ma il capolavoro del disco secondo me arriva con il brano seguente: per il sottoscritto Be Still era già nella sua versione originale uno dei migliori brani dei Los Lobos (lo trovate su The Neighborhood, 1990), ma questa rilettura di Webb è strepitosa, in quanto fa ancora di più uscire la splendida melodia non cancellando le radici messicane ma aggiungendo una patina malinconica da vero balladeer. In poche parole, una goduria. A questo punto abbiamo cinque canzoni consecutive scritte da Wilder da solo o in compagnia: la deliziosa e coinvolgente rock song “californiana” Illusion Of You, con uno stile che ricorda parecchio gli Heartbreakers di Tom Petty, la splendida Buried Our Love, country-rock bello come se ne sentono pochi, la squisita Sweetheart Deal, ballata guidata dall’organo con un sapore blue-eyed soul e scritta nientemeno che con Dan Penn, la contagiosa Ache And Flake, tra rock’n’roll e power pop con un refrain vincente, e la fluida folk-rock ballad The Big Deal. Chiusura con una travolgente rilettura del classico jump blues di Tommy Tucker (ma inciso tra gli altri anche da Elvis e Chuck Berry) Hi Heel Sneakers, nobilitata da un farfisa dal suono decisamente vintage ed un approccio che ricorda quello dei già citati Blasters.

Se dovessi fare una scommessa, forse Night Without Love non entrerà nella Top Ten dei migliori album del 2020, ma sono quasi certo che sarà uno dei CD che ascolterò di più.

Marco Verdi

Di Nuovo Pregevole E Ruvido Electric Blues Made In Italy. T-Roosters – The Sunny Wine Session

t-roosters sunny wine sessions

T-Roosters – The Sunny Wine Session – Holdout’n Bad

Torna la band lombarda, puntuale al solito appuntamento biennale con un nuovo disco, e anche il sottoscritto è pronto ancora una volta, come per i due album precedenti https://discoclub.myblog.it/2017/05/08/ancora-eccellente-blues-allitaliana-t-roosters-another-blues-to-shout/ , a parlarvi di questo The Sunny Wine Session, quarto album della loro discografia, che li vede sempre alle prese con il tipico electric blues che li contraddistingue, sporco, polveroso, spesso ipnotico e dall’andamento lento, ma anche screziato di boogie, di swing-blues, shuffle, insomma tutte le forme, classiche e meno, delle 12 battute canoniche. La musica del quartetto non è legata ad una ortodossia assoluta verso le sonorità classiche, facendoli preferire per questo anche a gruppi autoctoni americani, benché la foto interna del CD che li vede mentre mostrano un cartello indicatore per Beale Street, la strada del blues di Memphis, dice più di molti trattati forbiti.

Tornando appunto più prosaici, con citazione “colta” estrapolata dal repertorio di Stanlio e Olio, potrei dire che Paolo Cagnoni, l’autore dei testi dei loro brani, e Tiziano “Rooster” Galli, chitarrista, cantante ed autore delle musiche, sono sempre come “due piselli in un baccello”, coadiuvati dall’ottimo Marcus Tondo alle armoniche, e dalla solida sezione ritmica (si usa dire così), formata da Lillo Rogati al basso e Giancarlo Cova alla batteria. Venendo alle canzoni, tredici in ttuto, direi che non ci sono grandi variazioni rispetto al precedente Another Blues To Shout, dopo gli esperimenti con tromba, piano, organo e contrabbasso, del pur ottimo disco del 2015 Dirty Again: devo dire che li preferisco così, più “nudi e crudi”, come testimoniano i brani di questo nuovo album. L’iniziale In The Cold Darkness, con il suo incedere scandito e misterioso tiene fede al titolo della canzone, con il cantato di Galli quasi minaccioso e  declamatorio, punteggiato dagli sbuffi dell’armonica e poi nel finale da un assolo tirato e cattivo della chitarra solista, con il basso potente di Rogati a dare il groove.

Sam’s Blues, uno dei due brani che nel suffisso del titolo riporta il termine blues, è in effetti un lento, sempre inquietante, con un cantato che a tratti volge al parlato, ma con la chitarra che invece è limpida e raffinata nel proprio lavoro, prima di lasciare spazio a Sometimes My Soul, dove rimandi gospel ci spingono quasi nella paludi della Louisiana, grazie alla presenza dei due ospiti Veronica Sbergia e Max De Bernardi che con la loro vocalità aggiunta caratterizzano questo blues quasi primigenio, con un bel lavoro dell’armonica di Tondo. Surreal Love, sempre con le due di voci di supporto in azione, è più mossa e scattante, con l’armonica sempre protagonista di una sorta di raccordo nel suono e un breve solo di chitarra nella parte centrale; Freedom In The Morning, dall’andamento ondivago e con qualche stop and go nel suo dipanarsi, vive ancora nel dualismo tra la vivace armonica e la “riffata” chitarra di Galli, che nel finale rilascia un altro assolo breve ma ben congegnato, con Sores Amd Dreams che imbastisce un classico slow di impianto classico Chicago blues, mentre la voce che ci parla di piogge nucleari e pericolosi dittatori, è utilizzata quasi in modalità da crooner, con la chitarra che segue sinuosamente il dipanarsi della vicenda per poi lasciarsi andare a un assolo.

In Only A Holy Night, introdotta da un bottleneck flessuoso, poi si vira di nuovo verso un call and response con la voce della Sbergia  e un groove che, nei continui cambi di tempo,  a tratti ricorda il beat di Bo Diddley; Ice And Dust è forse il brano che più si avvicina a stilemi blues-rock, con un suono più aggressivo e “moderno” che poi nel finale lascia spazio ad un altro bel assolo dell’armonica di Tondo. Shouting Hard è uno shuffle in puro Chicago style, sempre giocato sulle spire della mouth harp e della slide, che poi rimane protagonista anche della successiva Lost In Space, un lento atmosferico e quasi ferino. Night Desert Boogie mi ha ricordato, come in altri del loro repertorio passato, certe affinità con i primi Canned Heat, quelli dove il  compianto Larry Taylor (che ci ha lasciato di recente) pompava di gusto sul suo basso elettrico, prima di lasciare spazio alla chitarra di Vestine o Wilson, qui impersonata da Galli, 3.95Euros Blues è un altro pezzo più elettrico e tagliente, prima del commiato affidato alla lenta e sognante Wedding Ring, il brano più lungo e forse più bello di questo album che conferma la classe e il valore della band milanese, una realtà della scena blues italiana ed internazionale.

Bruno Conti

Un Ottimo Debutto Per Questo “Imponente” Giovanotto. Joshua Ray Walker – Wish You Were Here

joshua ray walker wish you were here

Joshua Ray Walker – Wish You Were Here – State Fair CD

Esordio col botto per questo giovane countryman texano, uno dei migliori album di genere da me ascoltati ultimamente. Ma andiamo con ordine: Joshua Ray Walker, originario di Dallas, dimostra molto meno dei suoi 28 anni, anzi direi che a prima vista sembra un ventenne (con discreti problemi di linea, quelli che si definiscono “personcine”), ma invece è uno che si fa il mazzo da circa quindici anni. Joshua ha infatti iniziato ancora adolescente a suonare, e per anni ha girato in lungo e in largo con una band di quasi coetanei, arrivando a suonare anche 200 date all’anno, fino a quando è stato notato dal conterraneo John Pedigo (che di recente ha prodotto il disco natalizio degli Old 97’s) e portato in studio ad incidere il suo album d’esordio. Ed il lavoro in questione, intitolato Wish You Were Here, è un piccolo grande disco, dieci canzoni originali di puro country, che spaziano dalle ballate ai pezzi più mossi, con influenze non solo texane. La strumentazione è classica, chitarre acustiche ed elettriche, piano e steel in quasi tutti i brani (non sto a citare i musicisti, i nomi non vi direbbero nulla), con un approccio moderno e vigoroso ma anche un gusto non comune per la melodia.

Vero country, come oggi in pochi fanno ancora: Joshua non sembra affatto un esordiente, sa scrivere con il piglio del cantautore esperto e possiede la voce giusta per questo tipo di suono. Forse non lo vedremo mai nelle classiche pose da cowboy (anche perché non vorrei essere al posto del suo cavallo), ma dal punto di vista musicale sa il fatto suo eccome. L’album inizia con una ballata, Canyon, lenta e ricca di pathos, con una melodia di quelle che colpiscono subito: l’arrangiamento è essenziale, voce, chitarra acustica ed una bella steel sullo sfondo. Trouble è un delizioso valzerone texano del tipo più classico, davvero gustoso e punteggiato da uno scintillante pianoforte: sostituite idealmente la voce del nostro con quella di Willie Nelson e non troverete grosse differenze nella struttura musicale, e questa credo non sia una cosa da poco. Molto bella anche Working Girl, tersa e solare country song dal ritmo spedito, un motivo irresistibile ed un mood elettrico che profuma di Bakersfield Sound, mentre Pale Hands è un’intensa ballatona dal passo lento ed alla quale l’organo dona un sapore southern, altro brano dalla scrittura decisamente adulta.

Joshua dimostra di avere talento e numeri, e continua a deliziarci con la tenue e cadenzata Lot Lizard, molto melodica e suonata in maniera raffinata, con rimandi alle ballate californiane degli anni settanta da Jackson Browne in giù; Burn It è invece un trascinante boogie elettrico, diretto e chitarristico, perfetto da ascoltare in un bar di Austin, mentre  Keep è un’altra fulgida country ballad di stampo classico, con un ottimo motivo di fondo e la solita steel a dare un tono malinconico. Strepitosa Love Songs, una canzone in puro stile tex-mex con tanto di fisarmonica e fiati mariachi, un tipo di brano che solo un texano e Tom Russell (e anche i Mavericks) sono in grado di scrivere, splendida e coinvolgente https://www.youtube.com/watch?v=y6me6pkgN64 . Il CD termina con l’ennesimo ottimo pezzo, la fluida Fondly, dall’accompagnamento elettroacustico e banjo in evidenza, e con la saltellante Last Call, puro country nuovamente impreziosito da una melodia di prim’ordine ed un refrain decisamente accattivante.

Gran bel debutto: ora dopo tanta gavetta (e, ne sono certo, tante battutine più o meno cattive a proposito della sua stazza) auguro a Joshua Ray Walker di raccogliere quanto seminato.

Marco Verdi

Un’Altra Produzione Di Tab Benoit, Dell’Onesto E Solido Rock-Blues. Eric McFadden – Pain By Numbers

eric mcfadden pain by numbers

Eric McFadden – Pain By Numbers – Whiskey Bayou Records

Intrigato dal bellissimo album di Damon Fowler, prodotto da Tab Benoit per la propria etichetta Whiskey Bayou Records https://discoclub.myblog.it/2018/11/13/uno-dei-dischi-rock-blues-piu-belli-dellanno-damon-fowler-the-whiskey-bayou-session/ , mi sono andato a vedere il piccolo catalogo della etichetta di New Orleans, e tra i 5 nomi sotto contratto (forse) uno di quelli che mi ha incuriosito più era il nominativo di Eric McFadden, cantante e chitarrista di colore con una cospicua carriera discografica alle spalle ( e anche in ulteriore sviluppo, visto che in questo periodo ha pubblicato per una etichetta francese anche un piacevole e raffinato tributo acustico agli AC/DC https://www.youtube.com/watch?v=VTa0Aq2qrLo ), del quale mi pareva di avere recensito qualcosa in passato per il Buscadero. Lo stile dei dischi precedenti, al di là di qualche disco acustico, di solito è un alternative rock abbastanza tirato con elementi blues e jam, in virtù di sue collaborazioni varie con musicisti del giro Fishbone, Widespread Panic, Mars Volta, Cake, ma anche collaborazioni passate con George Clinton e con Eric Burdon, oltre a diversi tour con Anders Osborne, il musicista svedese che è una delle glorie della attuale New Orleans.

Quindi forse è sembrato quasi inevitabile che McFadden unisse le forze con Tab Benoit, altro cittadino di New Orleans. per registrare un disco rock-blues e a tratti anche roots oriented, benché sempre con venature rock molto energiche, per quanto sempre di buona qualità e perciò con un sound abbastanza differente da quello di Fowler. Ovviamente negli orientamenti sonori di Eric c’è anche una buona dose di funky, una passione per il rock hendrixiano e il blues “sporco”, ma nell’insieme, anche grazie al lavoro di produzione di Benoit, che suona pure l’organo in tutto il disco, il risultato è piacevole: poi il resto lo fa un power trio poderoso, dove il bassista Doug Wimbish, giro Living Colour, ma uno che ha suonato dal rap al funk al metal con chiunque, e il batterista Terence Higgins della Dirty Dozen Brass Band, come pure in azione con Ani DiFranco e Warren Haynes, sono una sezione ritmica versatile in grado di spaziare in generi diversi.  Le canzoni sono firmate tutte dallo stesso McFadden, con qualche aiuto qui e là, e vanno dal rock-blues roccioso e cattivo dell’iniziale While You Was Gone, dal ritmo cadenzato e con le folate della solista ingrifata di Eric, che potrebbero rimandare ad un altro rocker “colored” come Eric Gales, passando per il roots-rock raffinato di Love Come Rescue Me, dove grazie all’organo “scivolato” di Benoit, gli elementi di soul e Americana music sono più evidenti e la chitarra lavora di fino. In The Girl Has Changed il trio torna a picchiare di gusto a tutto riff, dopo l’interlocutoria Long Gone, mentre la lunga Skeleton Key è un altro hard blues massiccio di quelli hendrixiani, con la chitarra in overdrive e interscambi infuocati con il basso di Wimbish.

I Never Listened To Good è un’oasi gentile con l’acustica arpeggiata di McFadden che racconta di rimpianti e lezioni imparate duramente, a tempo di folk-blues; So Hard To Leave è il classico slow torrido che non può mancare in un disco prodotto da Benoit, che con il suo organo sostiene anche le evoluzioni vibranti della solista del nostro amico https://www.youtube.com/watch?v=fymsqwRrOxU . If I Die Today è un boogie-rock sudista spinto a tutta velocità dalle parti di ZZ Top, di Johnny Winter o dei Supersonic Blues Machine di Lance Lopez, altro chitarrista che predilige il blues-rock duro e cattivo, Fool Your Heart è un rock più leggero ed orecchiabile, quasi radiofonico, ma comunque di buona fattura. The Jesus Gonna See You Naked è un altro pezzo rock con qualche elemento gospel,  su una scorza sempre dura benché con qualche apertura più melodica, con la successiva Don’t Wanna Live, una vorticosa cavalcata  che potrebbe ricordare il Ben Harper o l’Anders Osborne più rock, anche dalle parti dei North Mississippi Allstars e con la chitarra in vena di numeri solistici non indifferenti, mentre la ritmica lavora in modo turbolento https://www.youtube.com/watch?v=aSxEbr8zzlM . In chiusura Cactus Juice, un pezzo strumentale in simil flamenco di impronta elettroacustica, che se non c’entra un tubo con tutto il resto conferma le notevoli doti di virtuoso della chitarra di Eric McFadden, in ricordo dei suoi anni passati in Spagna a studiare la materia. Nel complesso comunque un buon album, se amate il genere,

Bruno Conti

Non Posso Che Confermare: Gran Bel Disco! Levi Parham – It’s All Good

levi parham it's all good

*NDB Se vi risulta familiare non vi state sbagliando, ne abbiamo già parlato in anteprima, molto bene, all’incirca un mese fa https://discoclub.myblog.it/2018/06/03/lairone-delloklahoma-ha-spiccato-il-volo-con-un-grande-disco-levi-parham-its-all-good/ , ma visto che mi trovo tra le mani anche una seconda recensione, nel frattempo è uscita anche la versione americana, e il disco merita, ho deciso di pubblicare anche questa. Succede raramente, ma per questa volta facciamo una eccezione.

Levi Parham  – It’s All Good – Continental Song City/CRS CD/Horton Records

Levi Parham, musicista originario dell’Oklahoma, è sempre stato molto legato alla sua terra d’origine, fin dal suo esordio, l’autogestito (non di facile reperibilità. ma si trova) An Okie Opera. Il suo secondo lavoro, These American Blues (2016) è stato prodotto dal “late great” Jimmy LaFave, che era sì texano ma aveva vissuto per anni a Stillwater: ora Parham, nel suo nuovo album It’s All Good, ha deciso di giocare ancora più in casa, chiamando a raccolta musicisti solo della zona di Tulsa (ed infatti il CD è intitolato a Levi insieme ai Them Tulsa Boys And Girls), un gruppo di amici e conoscenti tra i quali spicca una nostra vecchia conoscenza, John Fullbright, ma anche altri musicisti titolari di discografie in proprio (Jesse e Dylan Aycock, il chitarrista Paul Benjaman, che è anche il band leader in questo disco). E It’s All Good è un gran bel disco di puro rock sudista, dieci canzoni lucide e coinvolgenti in cui il nostro mischia con grande abilità e feeling rock, blues, boogie ed un pizzico di funky e soul.

L’album è stato inciso a Sheffield, in Alabama, nei Portside Studios che altro non sono che gli ex Muscle Shoals Studios, un ambiente nel quale solo ad entrarci si respira grande musica. E di grande musica in questo CD non ne manca di certo: Parham è un vero uomo del sud, ha il ritmo nel sangue, ed in più è dotato di una voce mica male; le canzoni partono dalla lezione di gruppi storici come Little Feat, Allman Brothers Band, Delaney & Bonnie e Derek & The Dominos, nomi importanti certo, e di sicuro inarrivabili, ma Levi ha l’intelligenza e l’umiltà di andare per la sua strada, e mette a punto un disco di vero rock come si faceva negli anni settanta, con la slide spesso protagonista ma in genere con un suono piuttosto chitarristico, ben bilanciato da validi interventi di piano ed organo. Badass Bob è un brano elettrico e bluesato, dal ritmo strascicato e quasi pigro, con un mood decisamente annerito ed un intermezzo chitarristico notevole. Anche Borderline parte attendista, ma c’è una tensione elettrica che fa presagire un’esplosione imminente, che arriva dopo due minuti sotto forma di aumento di ritmo e ruspanti assoli di chitarra. Puro rock, suonato come Dio comanda. Turn Your Love Around è scura, lenta, quasi paludosa, tra rock e blues del Mississippi, eseguita con una padronanza degna di un veterano, e contrassegnata da acuti lancinanti a base di slide, mentre la vibrante My Finest Hour, dal ritmo spezzettato, è più solare pur mantenendosi saldamente in territori sudisti, con la voce “nera” del nostro che è quasi uno strumento aggiunto.

Boxmeer Blues è un rock’n’roll sanguigno e coinvolgente, che rammenta alcune cose dei Little Feat ma anche dei Subdudes: chitarre che dettano il ritmo ed ottimi interventi di organo e piano elettrico; la fluida Shade Me sembra il risultato del viaggio di un anno nel sud degli States da parte dei Beatles, specialmente Harrison e Lennon, mentre la trascinante Heavyweight è ancora influenzata dall’ex band di Lowell George sia nel suono, un rock-blues con elementi quasi funk, sia nell’uso sbarazzino della slide, ed anche la godibile Kiss Me In The Morning non si discosta molto da queste sonorità: slide sempre in primo piano, ottimo uso del pianoforte ed un motivo fresco e scorrevole, con un assolo di sax come ciliegina. Il CD termina con la title track, un gustosissimo boogie pianistico degno di Professor Longhair, e con la tenue All The Ways I Feel For You, finale stripped-down, voce e chitarra, ma cui non manca di certo l’intensità. Al terzo disco Levi Parham ha centrato il bersaglio: consigliato a chi ama il rock, quello vero, con implicazioni southern.

Marco Verdi

Un “Grosso” Artista In Azione, In Tutti I Sensi! Victor Wainwright & The Train – Victor Wainwright And The Train

Victor Wainwright & The Train

Victor Wainwright & The Train – Victor Wainwright And The Train – Ruf Records

Se vi siete persi i dischi precedenti https://discoclub.myblog.it/2015/09/14/grande-musica-dal-sud-degli-states-victor-wainwright-the-wildroots-boom-town/ , non commettete l’errore ancora una volta: qui parliamo di “grosso” artista al lavoro, perché Victor Wainwright da Savannah, Georgia, residente in quel  di Memphis, è un personaggio che merita di essere conosciuto. Pianista, ma suona anche organo, piano elettrico, Mellotron e lapsteel, cantante in possesso di una voce strepitosa, con echi di Dr.John, Leon Russell, Fats Domino, ma pure di Little Richard, dei quali incorpora anche gli stili musicali. Ad ogni album, o quasi, cambia il nome del gruppo: dopo alcuni dischi con i Wildroots, questa volta si fa accompagnare dai The Train, combo di quattro elementi, compreso il titolare, ma se aggiungiamo ospiti vari, si superano facilmente i dieci elementi https://www.youtube.com/watch?v=ZeTGdk1fVO4 . Wainwright  suona(va) anche in un’altra band, gli eccellenti Southern Hospitality, con Damon Fowler e Jp Soars, ma Victor lo troviamo anche negli album di Nancy Wright, Mitch Woods, con la Backtrack Blues Band, fra i tanti.

Questo nuovo album  è stato registrato proprio nei leggendari Ardent Studios di Memphis, e se nei dischi precedenti Victor si era fatto aiutare da Tab Benoit, questa volta si affida al bravo Dave Gross. Il risultato in questo Victor Wainwright And The Train è un disco dove boogie pianistico, R&R, soul, blues, ballate, tocchi di jazz e New Orleans vengono mirabilmente fusi con il rock e lo stile di gruppi come Mad Dogs & Englishmen, Commander Cody, Little Feat, in un frullato eccitante. Ho esagerato? Forse, ma il disco si ascolta veramente con grande piacere: dodici canzoni, tutte firmate dal titolare, dove gli stili si alternano e si mescolano di continuo in un’oretta abbondante in cui il divertimento è assicurato. Con il leader sono impegnati Billy Dean alla batteria, Terence Grayson al basso e Pat Harrington alla chitarra, oltre ad una piccola sezione fiati, che si ascolta in quasi tutti i brani del CD, alcuni vocalist aggiunti, tre o quattro chitarristi ospiti: si parte subito fortissimo con il boogie woogie, misto R&R, misto soul revue della scoppiettante Healing, dove sembra di ascoltare la band anni ’70 di Elvis mista ai Commander Cody, con il figlio illegittimo di Joe Cocker e Ray Charles (leggi Wainwright stesso) alla voce solista, tra chitarre tiratissime, organo, piano impazzito, fiati ovunque, che macinano ritmo e sudore; Wilshire Grave aggiunge elementi voodoo di New Orleans à la Dr. John, il groove è sempre micidiale, non mancano gospel, soul e jazz, e la musica scivola goduriosa, con chitarra e organo che si fronteggiano con maestria.

Poi Victor ci invita tutti a bordo e parte The Train, una canzone che avrebbe fatto vergognare Little Richard perché faceva canzoni troppo tranquille, qui il pianoforte è devastante, ma anche il resto della band non scherza. Dull Your Shine rallenta per un attimo, una bella mid-tempo ballad raffinata con retrogusti errebì  e spazio per un finissimo assolo di chitarra di Greg Gumpel. Money è uno shuffle blues rivisto con il funky dei Little Feat ed il wah-wah di Gumpel ancora sugli scudi, per non dire, ci mancherebbe, del piano. Il nostro amico scrive anche una bellissima Thank You Liucille, canzone dedicata a B.B. King e alla sua chitarra, brano sullo stile di The Thrill Is Gone, con affetto, rispetto e notevoli risultati, forse il pezzo più bello del disco, Mike Welch ospite alla solista https://www.youtube.com/watch?v=az6mYrtRkG4 .Ma la qualità non scema in una Boogie Depression in cui dimostra che il Pinetop Perkins piano player assegnatogli per due anni di fila, non era stato un caso. E se serve Victor Wainwright scrive, suona e canta anche canzoni d’amore coi fiocchi, come la dolcissima Everything I Need, pura deep soul music. In Righteous si torna a viaggiare sul “treno” infoiato dell’amore , anche grazie alla slide tangenziale di Josh Roberts. I’ll Start Tomorrow è un voluttuoso brano à la Fats Domino, mentre la lunga  Sunshine introduce elementi psichedelici stile Dr. John primi anni ’70, con flauto e la solista scatenata di Harrington a guidare le danze. That’s Love To Me, quasi nove minuti, chiude degnamente il disco con una lunga e magnifica ballata, con un paio di assoli di chitarra da sballo, degna delle migliori di Leon Russell. Bellissimo disco!

Bruno Conti

Un Comandante “Perduto”, Ritrovato. Commander Cody And His Lost Planet Airmen – Live From Ebbets Field Denver, Colorado August 11 1973

commader cody ebbet's field 1973

Commander Cody And His Lost Planet Airmen  – Live From Ebbets Field Denver, Colorado August 11 1973 – S’more Entertainment/Rockbeat Records

Ecco l’altro Live album radiofonico pubblicato dalla Rockbeat di recente, si tratta di un concerto trasmesso nell’estate del 1973 e registrato a novembre a Austin, pochi mesi prima  quindi di quello ufficiale che poi uscirà nel 1974 come Live From Deep In The Heart Of Texas. Un disco dal vivo magnifico,, tanto che in quel periodo, magari esagerando, la rivista Billboard votò Commander Commander Cody & His Lost Planet Airmen, perché di loro parliamo, la migliore R&R band sul pianeta. Sicuramente erano un gruppo eccezionale, già in quell’estate del 1973, con il formidabile suonatore di pedal steel (uno dei migliori mai sentiti) Bobby Black, entrato da poco in formazione, e con tre album già nel loro carnet, tra cui Country Casanova: agli amanti consiglio, oltre a quello dal vivo citato prima, anche l’omonimo album pubblicato nel 1975, che oltre ad una copertina memorabile (e non è l’unica) contiene una versione di Willin’ di Lowell George, che a mio modesto parere è forse la più bella mai realizzata di questa splendida canzone, forse anche meglio di quella dei Little Feat. Per completare l’excursus personale mi è capitato di vedere Commander Cody a fine anni ’70 a Londra, non con la formazione originale, ma vi posso assicurare che era ancora un grande spettacolo e durante il concerto proiettavano, a dimostrazione che erano altri tempi, pure un cartone animato con i personaggi stilizzati sulle fattezze dei musicisti della band.

Ma nel 1973 siamo quasi allo zenit della loro carriera: Billy C. Farlow è un vocalist ( e saltuariamente) armonicista di grande voce e carisma, Bill Kirchen un chitarrista e cantante scintillante, Bobby Black, si è detto, tra i migliori alla pedal steel guitar in circolazione, George Frayne, alias Commander Cody, un pianista travolgente, Andy Stein, a violino e sax, è un altro musicista di grande spessore, e pure la sezione ritimica, Bruce Barlow, basso e Lance Dickerson, batteria, con John Tichy, aggiunto alla chitarra, non perde un colpo. Il repertorio poi è quanto di più variegato uno si possa aspettare: boogie, R&R, western swing, jump blues, country (rock), tutti eseguiti con una forza, un vigore ed una classe invidiabili. Partoriti da una idea di George Frayne, in quel di Ann Arbor, Michigan, dopo anni di gavetta nei locali della zona, si erano trasferiti in California, dove la loro carriera era decollata (con gli album e qualche singolo che entreranno anche nelle zone alte della classifica) e dove saranno raggiunti da un’altra band che usava anche il western swing tra le proprie armi di seduzione con gli ascoltatori, ossia gli Asleep At The Wheel: Bob Wills, Merle Travis, Merle Haggard, ma anche nomi ignoti del rockabilly o stelle del R&R come Elvis Presley erano nel DNA dei Commander Cody, che avevano comunque anche un repertorio di materiale proprio di consistente qualità, ed erano, come detto, una formazione portentosa dal vivo, come testimonia il concerto inciso in questo CD, anche con una qualità sonora direi più che buona.

Il concerto si apre con Good Rockin’Tonight, un pezzo di jump blues, tra gli antenati del R&R, con la band e i suoi solisti, Stein, Black, Kirchen e il Comandante, subito scatenati e a velocità supersoniche, What’s The Matter Now, un pezzo di Billy Farlow è più country swing degli originali, con Bobby Black e Andy Stein magnifici a pedal steel e fiddle, per non parlare di Commander Cody, serafico al piano e ancora Kirchen alla chitarra. Truck Drivin’ Man è uno dei super classici del country, nel repertorio anche di New Riders e Flying Burrito, con la guizzante pedal steel di Black ancora sugli scudi, per non dire del violino, mentre 4 or 5 Times è un western swing di Bob Wills eseguito alla perfezione. Down And Out un traditional fatto a tempo di country-rockabilly, sempre trascinante, Mama Hated Diesels una di quelle country ballads splendide e malinconiche che erano nelle loro corde, con la weeping steel di Black in evidenza. (Little) Sally Walker, anche nel live texano ufficiale, un altro R&R fulminante con Kirchen e Black scatenati, ma anche Stein al sax, poi il country-rock divertente e scanzonato di Ain’t Nothin’ Shakin (But The Leaves) e la strappalacrime (ed ironica) ballata All I HaveTo Offer You (Is Me), subito superata  in un altro momento ludico come Diggy Liggy Lo, una frenetica country tune che faceva anche la Nitty Gritty.

Smoke That Cigarette, da Country Casanova, è il tipico momento di Commander Cody, boogie allo stato puro, seguita da Rave On, uno dei classici di Buddy Holly e del R&R, che poi imperversa anche nelle successive Rock That Boogie, un pezzo loro, e nella immortale Jailhouse Rock, poi, all’interno di un broadcast radiofonico, si lanciano in un western swing intitolato Truckin’ & Fuckin’ (?!?) a tutta steel, un ulteriore cavallo di battaglia come Wine Do Yer Stuff, altra ballatona country, che precede il brano di Merle Haggard Mama Tried, sempre suonata alla grande, un po’ di blues and roll con la potente Lawdy Miss Clawdy e il finale con la melanconica Sunset On The Sage. Live di Commander Cody in circolazionece ne sono parecchi, questo è uno dei migliori!

Bruno Conti

Ancora Eccellente Blues “All’Italiana”! T-Roosters – Another Blues To Shout

T-Roosters Another Blues To Shout

T – Roosters  – Another Blues To Shout – Holdout’n Bad/Ird

Non sono passati neppure due anni dal precedente Dirty Again http://discoclub.myblog.it/2015/09/08/la-via-italiana-al-blues-2-t-roosters-dirty-again/  ed ecco pronto il nuovo album dei T-Roosters, Another Blues To Shout, sempre con la classica formazione a quartetto, anche se con un nuovo bassista, Lillo Rogati, che affianca il classico trio di Tiziano Tiz “Rooster” Galli, voce solista e chitarre, Marcus “Bold Sound” Tondo alla armoniche (o se preferite Mississippi Sax) e Giancarlo Cova alla batteria. Rispetto al precedente album sono spariti gli “esperimenti” con tromba, piano, organo e contrabbasso con l’archetto, a favore di un suono più classico e compatto, al solito tra boogie, shuffles, ballate lente e qualche leggero tocco soul, un menu immancabile nei praticanti delle 12 battute, e al solito, se devo esprimere un parere, ma scrivo per quello, e quindi lo dico di nuovo, il sound al sottoscritto ricorda, a tratti, quello dei Canned Heat dell’epoca d’oro, tra serrati boogie che risvegliano pure ricordi di Hound Dog Taylor o del Thorogood più sanguigno, oltre a groove che risalgono ai bluesmen neri più canonici e a qualche loro controparte più pallida nel colore della pelle, benché sempre legata alla grande tradizione del miglior blues elettrico.

Come di consueto i brani sono tutti originali, con Paolo Cagnoni che scrive i testi, amari e poco inclini all’ottimismo, e cura anche la co-produzione del CD con Galli. Tredici brani, in tre dei quali, quasi inevitabilmente, nel titolo ricorre la parola “Blues”, ma in tutti scorre e fluisce la passione per questa musica; che sia il boogie tra ZZ Top e Canned Heat dell’iniziale Lost And Gone, con un riff insistito della chitarra che lascia spazio all’armonica di Tondo, agile e vibrante, mentre Tiziano Galli si conferma cantante intenso ed in possesso di una bella voce, oltre che chitarrista eclettico, oppure l’intenso folk-blues della cupa Morning Rain Blues che scivola lungo le rive del Mississippi fino alle colline. I Wanna Achieve The Aim è un blues-rock lento e tirato dove Galli si sdoppia alle chitarre per un’altra potente razione di cadenzato electric blues, dove la solista è ben spalleggiata dall’armonica e la band mostra la sua passione per le 12 battute in modo chiaro. On This Life Train, tra pesci gatto e pescatori assonnati, ci porta ancora sui territori cari ai Canned Heat, con un bel groove rotondo del basso che ancora il suono e c’è anche il primo intervento della solista in modalità slide. E anche Naked Born Blues rimane in questo mood incalzante, con il ritmo che sale in un crescendo irresistibile grazie anche alle evoluzioni dell’armonica e ai tocchi felpati e minimali della chitarra che poi libera un breve solo nel finale del brano. Sugar Lines è più elettroacustica e raccolta, ma sempre incalzante, mentre la lunga Beale Street Bound, ci porta in una delle strade più famose di Memphis, per l’immancabile slow lancinante che non può mancare in qualsiasi disco blues che si rispetti, e armonica e chitarra si sfidano e si intrecciano come vuole il canovaccio del genere.

Livin’ On Titanic, buia e cupa, dipinge un mondo quasi senza speranza, che sta per affondare come il famoso transatlantico, il tutto a tempo di shuffle, con l’armonica di Tondo ancora in bella evidenza; e pure in Black Stars Blues non è che l’ottimismo prevalga, ma d’altronde il blues ha sempre raccontato storie dure e spesso con poche speranze, e il bottleneck iniziale minaccioso in questo brano è molto pertinente all’atmosfera scura e ombrosa del pezzo, con il titolo della canzone ripetuto coralmente e ossessivamente da tutta la band. Mentre l’atmosfera sonora poi si stempera nella ballata corale e quasi hendrixiana di Still Walkin’ Down South, con una slide insinuante che poi si impadronisce del brano nella seconda parte, al solito ben sostenuta dal soffio vigoroso dell’armonica. E poi arriva il wah-wah a manetta di una violenta e selvaggia Missing Bones, altro episodio doloroso e poco consolatorio di un disco che a livello testuale offre poche speranze all’ascoltatore, ma hey ragazzi, è il blues! Per fortuna che nel boogie scatenato di The Way I Want To Live Cagnoni ci ricorda che siamo tutti destinati a diventare vecchi, e su queste “note di speranza” Galli e Tondo inscenano un altro bel duetto armonica-chitarra. Finale romantico con una bella I’m Rolling Down Away, ballata malinconica, quasi con accenti soul, anche se il blues prevale nel mood della canzone, grazie all’immancabile duopolio dei due solisti che si dividono democraticamente gli spazi, come peraltro accade in tutto il disco. Non dominerà l’ottimismo ma la buona musica comunque non manca.

Bruno Conti  

Dalla Louisiana A Nashville, Tra Country E Southern. Frank Foster – Boots On The Ground

frank foster boots on the ground

Frank Foster – Boots On The Ground – Lone Chief/Malaco Records 

Voce profonda e risonante, ben al di là delle sue 34 primavere compiute da poco, cappello d’ordinanza, Frank Foster, da Cypress Bottom, Louisiana, ma residente da tempo a Nashville, è il prototipo perfetto dell’outlaw singer. I dischi se li scrive (tutte le canzoni sono sue), adesso se li produce anche, con l’aiuto della sua ottima band, è il risultato è un rockin’ country energico, con ampie spruzzate di southern rock, la giusta dose di honky tonk e nessuna concessione al country commerciale e fiacco, misto a pop, che domina in molte recenti produzioni della Music City. Insomma siamo dalle parti del vecchio Waylon Jennings, di Hank Williams Jr., perfino di Steve Earle, senza dimenticare il lato più country del southern, e penso a Charlie Daniels. In definitiva uno di quelli bravi e questo nuovo Boots On The Ground conferma le sensazioni positive che avevano dato i quattro precedenti dischi, tutti rigorosamente pubblicati a livello indipendente, come anche il nuovo album. Registrato ai Welcome To 1979 Studios di Nashville, Tennessee (ma forse come sound si risale ancora più indietro del nome degli studi) il disco ha i canonici dieci brani del classico album country, 37 minuti di musica, forse non molti, ma il giusto per gustare questo disco, che non avrà le stimmate del capolavoro o brani particolarmente memorabili, ma tutta una serie di solide canzoni con una qualità media decisamente buona.

Al tutto giova sicuramente la band di Foster, dove si distinguono i due chitarristi, Rob O’Block e Topher Petersen, entrambi sia all’elettrica come all’acustica, e che sono protagonisti alla pari con la bella voce, maschia ed espressiva del nostro. Si parte subito bene con una Redneck Rock’n’Roll, che tenendo fede al proprio nome è una scarica di energia, con le chitarre a tutto riff, su una ritmica molto southern boogie e la voce potente di Frank, tra Waylon e Charlie Daniels, che si fa largo tra le sferzate soliste dei due chitarristi. Anche Blue Collar Boys, più bluesata e sinuosa, ha comunque energia da vendere, una costruzione più vicina al country classico, che poi si estrinseca a fondo in I-20 Troubadour, dove grazie agli interventi della pedal steel dell’ospite Kyle Everson si vira decisamente verso il puro outlaw country a tempo di honky-tonk. Outlaw Run è una bella ballata, sempre con uso di pedal steel, e con un riff iniziale che ricorda Games People Play di Joe South, per poi diventare un brano avvolgente e di grande pathos, tra i migliori del CD.

In Tuff le chitarre tornano a ruggire, in un pezzo che non ha nulla da invidiare ai migliori ZZ Top (neanche il titolo), con la voce di Foster che assume tonalità alla Billy Gibbons (e pure le chitarre non scherzano), gagliarda. Build A Fire, anche con un bel organo sullo sfondo, ma sempre con le chitarre, pure in modalità slide, pronte a graffiare, è un mid-tempo che entra in circolo subito grazie alla sua grinta. Di nuovo outlaw country per la suggestiva Dear Heroes, evocativa ed incalzante grazie ad un ritornello vincente e alla pedal steel che si prende i suoi spazi insieme alle altre chitarre. Romance In The South, come lascia intuire il titolo è un’altra bella ballata, solo voce e chitarra acustica, con la band che rientra per l’ottima Blow My High (Turkey Song), un altro brano in bilico tra rock classico e country di classe, dal ritmo meno incalzante di altre canzoni ma sempre molto piacevole da ascoltare grazie all’eccellente lavoro dei musicisti di Foster, che ci congeda con la title track, una Boots On The Ground che gli stivali li pianta sempre solidamente sul terreno della buona country music, per un lavoro solido ed onesto.

Bruno Conti