Non Posso Che Confermare: Gran Bel Disco! Levi Parham – It’s All Good

levi parham it's all good

*NDB Se vi risulta familiare non vi state sbagliando, ne abbiamo già parlato in anteprima, molto bene, all’incirca un mese fa https://discoclub.myblog.it/2018/06/03/lairone-delloklahoma-ha-spiccato-il-volo-con-un-grande-disco-levi-parham-its-all-good/ , ma visto che mi trovo tra le mani anche una seconda recensione, nel frattempo è uscita anche la versione americana, e il disco merita, ho deciso di pubblicare anche questa. Succede raramente, ma per questa volta facciamo una eccezione.

Levi Parham  – It’s All Good – Continental Song City/CRS CD/Horton Records

Levi Parham, musicista originario dell’Oklahoma, è sempre stato molto legato alla sua terra d’origine, fin dal suo esordio, l’autogestito (non di facile reperibilità. ma si trova) An Okie Opera. Il suo secondo lavoro, These American Blues (2016) è stato prodotto dal “late great” Jimmy LaFave, che era sì texano ma aveva vissuto per anni a Stillwater: ora Parham, nel suo nuovo album It’s All Good, ha deciso di giocare ancora più in casa, chiamando a raccolta musicisti solo della zona di Tulsa (ed infatti il CD è intitolato a Levi insieme ai Them Tulsa Boys And Girls), un gruppo di amici e conoscenti tra i quali spicca una nostra vecchia conoscenza, John Fullbright, ma anche altri musicisti titolari di discografie in proprio (Jesse e Dylan Aycock, il chitarrista Paul Benjaman, che è anche il band leader in questo disco). E It’s All Good è un gran bel disco di puro rock sudista, dieci canzoni lucide e coinvolgenti in cui il nostro mischia con grande abilità e feeling rock, blues, boogie ed un pizzico di funky e soul.

L’album è stato inciso a Sheffield, in Alabama, nei Portside Studios che altro non sono che gli ex Muscle Shoals Studios, un ambiente nel quale solo ad entrarci si respira grande musica. E di grande musica in questo CD non ne manca di certo: Parham è un vero uomo del sud, ha il ritmo nel sangue, ed in più è dotato di una voce mica male; le canzoni partono dalla lezione di gruppi storici come Little Feat, Allman Brothers Band, Delaney & Bonnie e Derek & The Dominos, nomi importanti certo, e di sicuro inarrivabili, ma Levi ha l’intelligenza e l’umiltà di andare per la sua strada, e mette a punto un disco di vero rock come si faceva negli anni settanta, con la slide spesso protagonista ma in genere con un suono piuttosto chitarristico, ben bilanciato da validi interventi di piano ed organo. Badass Bob è un brano elettrico e bluesato, dal ritmo strascicato e quasi pigro, con un mood decisamente annerito ed un intermezzo chitarristico notevole. Anche Borderline parte attendista, ma c’è una tensione elettrica che fa presagire un’esplosione imminente, che arriva dopo due minuti sotto forma di aumento di ritmo e ruspanti assoli di chitarra. Puro rock, suonato come Dio comanda. Turn Your Love Around è scura, lenta, quasi paludosa, tra rock e blues del Mississippi, eseguita con una padronanza degna di un veterano, e contrassegnata da acuti lancinanti a base di slide, mentre la vibrante My Finest Hour, dal ritmo spezzettato, è più solare pur mantenendosi saldamente in territori sudisti, con la voce “nera” del nostro che è quasi uno strumento aggiunto.

Boxmeer Blues è un rock’n’roll sanguigno e coinvolgente, che rammenta alcune cose dei Little Feat ma anche dei Subdudes: chitarre che dettano il ritmo ed ottimi interventi di organo e piano elettrico; la fluida Shade Me sembra il risultato del viaggio di un anno nel sud degli States da parte dei Beatles, specialmente Harrison e Lennon, mentre la trascinante Heavyweight è ancora influenzata dall’ex band di Lowell George sia nel suono, un rock-blues con elementi quasi funk, sia nell’uso sbarazzino della slide, ed anche la godibile Kiss Me In The Morning non si discosta molto da queste sonorità: slide sempre in primo piano, ottimo uso del pianoforte ed un motivo fresco e scorrevole, con un assolo di sax come ciliegina. Il CD termina con la title track, un gustosissimo boogie pianistico degno di Professor Longhair, e con la tenue All The Ways I Feel For You, finale stripped-down, voce e chitarra, ma cui non manca di certo l’intensità. Al terzo disco Levi Parham ha centrato il bersaglio: consigliato a chi ama il rock, quello vero, con implicazioni southern.

Marco Verdi

E’ Tempo Di “Rockumentari”! Le Colonne Sonore: Parte 1. Eric Clapton – Life In 12 Bars

eric clapton life in 12 bars

Eric Clapton – Life In 12 Bars – Universal 2CD – 4LP

E’ già di qualche mese fa l’uscita al cinema (ed in tempi più recenti in DVD e BluRay *NDB In Italia il 27 giugno) di Life In 12 Bars, bellissimo documentario diretto da Lili Fini Zanuck sulla figura di Eric Clapton, una delle massime icone mondiali della musica rock e blues, nel quale sia Eric stesso sia diverse persone tra colleghi ed amici narrano la vita e la carriera del chitarrista britannico, senza ignorare anche i momenti “scomodi”, come i problemi con le droghe e l’alcool, il “furto” della moglie all’amico di una vita George Harrison ed anche i dolori e le tragedie. Oggi però vorrei parlarvi della colonna sonora di questo film, uscita da pochi giorni in doppio CD (o quadruplo LP), una selezione molto interessante curata da Clapton stesso, con incluso anche del materiale inedito, non molto per la verità, ma quel poco rende l’acquisto dell’album quasi imprescindibile. Una cosa che va subito premessa è che, con la sola eccezione della versione originale della struggente Tears In Heaven (dedicata al figlio Conor, scomparso tragicamente), che comunque risale ormai a 26 anni fa, il materiale inserito in questo doppio si occupa solo della prima parte della carriera di Eric, arrivando fino al 1974, mentre il film porta la narrazione fino ai giorni nostri. Non conosco il motivo di questa scelta, e non penso che ci sarà un secondo volume, certo è che per fare un lavoro completo ed esauriente non sarebbe bastato nemmeno un box quadruplo. Tra l’altro i brani scelti non vedono Clapton sempre protagonista in prima persona, in quanto sono stati messi anche pezzi di grandi del passato che lo hanno influenzato, oltre a canzoni in cui il nostro ha fatto da sessionman, ed anche qui chiaramente è stata fatta una selezione, se no i dischi potevano diventare tranquillamente dieci.

Ecco una rapida carrellata dei contenuti, con una maggior attenzione ai pezzi inediti (sette in tutto, ma a voler essere pignoli solo quattro, però notevoli). Il primo dischetto parte con un brano di Big Bill Broonzy (Backwater Blues) e due di Muddy Waters (My Life Is Ruined, I Got My Mojo Working), due grandi influenze del nostro, anche se non capisco l’assenza di Robert Johnson; poi abbiamo due canzoni del periodo con gli Yardbirds (I Wish You Would, For Your Love) ed altrettante con i Bluesbreakers di John Mayall (Steppin’ Out, All Your Love), in cui il nostro fa già vedere di che pasta è fatto. Detto della presenza di due brani in cui Eric era sideman (Good To Me As I Am To You di Aretha Franklin, magnifica, e la leggendaria partecipazione a While My Guitar Gently Weeps dei Beatles) e dell’inclusione della splendida Presence Of The Lord, unico estratto dal mitico disco dei Blind Faith, il resto del CD è esclusivo appannaggio dei Cream, con ben sette canzoni, sei delle quali un po’ scontate (Sunshine Of Your Love, I Feel Free, Crossroads e White Room dal vivo, Strange Brew e Badge), ma in compenso con una fantasmagorica Spoonful inedita dal vivo nel 1968 a Los Angeles, più di diciassette minuti di rock potentissimo e devastante, che sfiora quasi la psichedelia, con Eric davvero in preda ad un’estasi sonora quasi mistica, ed il duo formato da Jack Bruce e (soprattutto) Ginger Baker che lo segue come un treno. Da sola vale l’acquisto del doppio CD, ma tutto il primo dischetto è formidabile, e d’altronde questo è il periodo in cui Clapton veniva paragonato a Dio.

Il secondo CD paga il suo tributo al Clapton sessionman con una fantastica Comin’ Home di Delaney & Bonnie, tratta dell’edizione espansa del famoso live del duo, e con la celeberrima My Sweet Lord di George Harrison, scelta strana in quanto i due famosi assoli di slide sono di George ed Eric si limita a suonare l’acustica. I due inediti “finti” sono due mix nuovi di zecca, ad opera di Clapton stesso, di After Midnight e Let It Rain, i due pezzi più noti del suo debutto solista Eric Clapton, sempre due grandi canzoni ma le differenze col vecchio mix le sentono solo i maniaci audiofili. Ben sette brani appartengono a Derek And The Dominos, quattro dal loro leggendario Layla And Other Assorted Love Songs (ovviamente la title track, poi Bell Bottom Blues, Nobody Knows You When You’re Down And Out e Thorn Tree In The Garden, quest’ultima cantata da Bobby Whitlock), la versione in studio di Got To Go Better In A Little While presa dal box del quarantennale e Little Wing di Jimi Hendrix dal vivo al Fillmore, rilettura che proviene dagli stessi concerti del 1970 che hanno dato vita all’album In Concert, ma questa è inedita in quanto incisa il 24 Ottobre, mentre quella già uscita era del 23: non che le due versioni differiscano di molto, ma rimane sempre grandissima musica. Dulcis in fundo,udite udite, un inedito assoluto in studio: si tratta di High, tratta dalle sessions dell’abortito secondo album del gruppo, uno strumentale elettroacustico dal ritmo sostenuto, non male ma che sembra più una backing track per delle parole che non verranno mai scritte: comunque una chicca, dato che si pensava che del periodo Clapton/Derek fosse stato pubblicato tutto.

Le ultime quattro canzoni vedono Eric all’opera come solista: la già citata Tears In Heaven, la meno nota Mainline Florida (da 461 Ocean Boulevard), un altro inedito “più o meno”, cioè la versione completa di I Shot The Sheriff, presentata per la prima volta nei suoi quasi sette minuti e con una coda strumentale più lunga (ma è la stessa take di quella uscita anche come singolo) e, per finire, una versione dal vivo questa volta sì mai sentita di Little Queenie di Chuck Berry a Long Beach nel 1974, sei minuti irresistibili di puro rock’n’roll, con Eric in forma scintillante e ben coadiuvato dall’organo di Dick Sims e dalla poderosa sezione ritmica di Carl Radle e Jamie Oldaker. Peccato che il tutto si interrompa qui, in quanto mancano vari momenti anche importanti della vita musicale del nostro: il Live Peace In Toronto con la Plastic Ono Band, Cocaine, Wonderful Tonight e l’album Slowhand, Sign Language con Bob Dylan, i controversi anni ottanta, l’Unplugged di MTV, il ritorno al blues di From The Cradle, il tributo a Robert Johnson, il tour con Steve Winwood, i due album condivisi con B.B King (Riding With The King) e J.J. Cale (The Road To Escondido), altre due sue grandi influenze. Ma come ho già scritto, ci sarebbe voluto un cofanetto.

Alla fine, quindi, questa soundtrack di Life in 12 Bars è una sorta di antologia alternativa del primo periodo della carriera di Eric Clapton, con gli inediti che la rendono succosa anche per chi di Manolenta ha già tutto. E poi, sentito tutto d’un fiato, il doppio CD funziona a meraviglia.

Marco Verdi

L’Airone Dell’Oklahoma Ha spiccato Il Volo, Con Un Grande Disco. Levi Parham – It’s All Good

levi parham it's all good

Levi Parham – It’s All Good – Horton Records/Continental Record Services

Il 23 luglio dello scorso anno mi trovavo a Pusiano, la bella località in provincia di Como dove da diversi anni si svolge il Buscadero Day, imprescindibile appuntamento per tutti gli appassionati di ottima musica rock. Ingolosito dal ricco cast previsto in cartellone, dal bravo e simpatico Joe D’Urso fino alle stelle della serata Alejandro Escovedo e Willie Nile, poco dopo le diciotto e trenta mi trovavo seduto sull’erba a godermi il sole e la piacevole brezza proveniente dal lago, quando un quartetto è salito sul palco, guidato da un magro spilungone con occhiali da sole e berretto con visiera. Sono bastati pochi accordi del primo pezzo per farmi provare autentici brividi di piacere, ancora più intensi perché inattesi. Così è stato per tutta la durata dell’esibizione di Levi Parham, che allora, colpevolmente, non conoscevo, come del resto quasi tutti i presenti. I brani eseguiti provenivano per lo più dal suo CD del 2016, These American Blues, prodotto dal compianto Jimmy LaFave (che si può definire a pieno titolo suo mentore e scopritore), dopo le due prove ancora acerbe ed autoprodotte, l’esordio An Okie Opera del 2013 e l’Ep Avalon Drive dell’anno seguente. Un’esibizione eccellente, quella del giovane songwriter originario di McAlester, piccola cittadina dell’Oklahoma, che ha conquistato la platea grazie ad un melange irresistibile di folk, rock e blues, scandito dalla sua voce ricca di sfumature, dalle sferzate elettriche dell’ottimo chitarrista che lo accompagnava e da una solida sezione ritmica.

Appena un mese dopo, Parham, rientrato negli States, ha avuto la geniale idea di raccogliere un gruppo di musicisti tra i più dotati della zona di Tulsa (tra cui i fratelli Jesse e Dylan Aycock, Paul Benjaman e John Fullbright, autori di buoni dischi in proprio) e di recarsi con loro al Cypress Moon Studio di Muscle Shoals in Alabama, dove sono nati tanti dischi leggendari, come quelli di Aretha Franklin o dei Rolling Stones, solo per fare due nomi. L’esito di quelle sessions di registrazione è ora qui nelle nostre mani e supera ogni rosea previsione. It’s All Good, così si intitola, è un disco splendido, uno dei migliori usciti quest’anno (e lo sarà fino alla fine, ne sono certo) in quanto possiede un sound ed un livello di composizione capace di rinverdire i fasti di grandi album del passato che abbiamo consumato, come Dixie Chicken dei Little Feat o Layla di Derek & The Dominoes. Un suono che trasuda di umori southern in ogni nota, basato sulle chitarre, con l’uso della slide sempre in primo piano, ma impreziosito dal sapiente uso delle tastiere e dal sax. L’apertura è affidata a Badass Bob, già presentata dal vivo a Pusiano, che parte pigra e lenta come lo scorrere del Mississippi vicino al delta, animandosi gradualmente fino al bell’assolo centrale, mentre Levi passa con disinvoltura dai toni sommessi a quelli aggressivi, evocando il fantasma di Lowell George. La tensione aumenta in Borderline, drammatica storia di confine, in cui la fuga del protagonista nel finale del pezzo viene enfatizzata dal continuo ed esaltante sovrapporsi delle chitarre suonate da Dustin Pittsley e dai già citati Paul Benjaman e Jesse Aycock in un crescendo tipico delle southern rock bands. Il blues, torrido e viscerale, domina nella seguente Turn Your Love Around, lenta, sofferta e incendiata da un sontuoso assolo di slide  mentre Parham offre un’interpretazione vocale da brivido, sostenuto dalle due coriste, Lauren Barth e Lauren Farrah.

My Finest Hour è uno dei vertici assoluti dell’album, sembra il punto d’incontro tra Jackson Browne e Gregg Allman, partendo come una ballad di chiaro stampo californiano e  trasformandosi poi in una jam session dove ciascuno dei musicisti presenti offre il proprio contributo nel creare un seducente magma sonoro. Gli Stones di Exile On Main Street si candidano come maggior fonte d’ispirazione per la ruspante Boxmeer Blues, in cui Fullbright si mette in luce con un delizioso assolo di piano elettrico e hammond, prima di lasciare spazio alle chitarre. La suadente Shade Me è invece il più evidente tributo pagato da Parham & soci all’eterna e infinita eredità beatlesiana, melodia splendida e chitarre che citano George Harrison o il Clapton di Derek & The Dominos, se preferite. Heavyweight non è inedita, bensì il rifacimento di un brano tratto da An Okie Opera, il disco d’esordio di Levi. Questa nuova versione ne accentua la componente blues e la devozione del suo autore per i mitici Little Feat, sentire per credere l’uso della slide e del piano. Kiss Me In The Morning è l’ennesima riprova del talento di Parham, arricchita da un bell’intervento del sax di Michael Staub, come pure la successiva title.track,  che mantiene quelle indolenti cadenze blueseggianti che tanto abbiamo amato nei capolavori degli anni settanta della band di Lowell George. C’è spazio ancora per un ultimo brano, All The Ways I Feel For You, un’oasi acustica che non guasta dopo tanti riff elettrici, una intensa e delicata love song eseguita col giusto pathos in assoluta soitudine. Levi Parham con questo It’s All Good si conferma uno dei più validi cantautori dell’attuale scena americana, non è più una promessa ma un’esaltante realtà, ascoltare per credere!

Marco Frosi

 *NDB Il disco sta uscendo un po’ a macchia di leopardo in giro per il mondo: in Europa su CRS è già stato pubblicato il 25 maggio, in Inghilterra uscirà l’8 giugno e il 15 giugno negli USA su Horton Records, l’etichetta per cui hanno inciso album anche molti dei musicisti usati da Levi e che vale la pena di esplorare.

Oltre Al DVD Del Film, l’8 Giugno Esce Anche La Colonna Sonora, Con Diversi Brani Inediti! Eric Clapton – Life In 12 Bars

eric clapton life in 12 bars

Eric Clapton – Life In 12 Bars – DVD – Blu-ray Eagle Rock -27-06 – 2 CD – 4 LP Universal – 08-06-2018

Da quando si è “ritirato”, più o meno ufficialmente, almeno dai concerti (ma anche lì, c’è da crederci, visto che a luglio il protagonista del mega concerto estivo ad Hyde Park sarà lui), stanno uscendo più prodotti dedicati ad Eric Clapton di quando era in piena attività. Per esempio, il 27 giugno uscirà l’atteso DVD (o Blu-ray) del documentario dedicato alla sua vita in musica Life in 12 Bars,  diretto dal premio Oscar, solo come produttrice comunque, Lili Fini Zanuck, e già uscito nelle sale nel mese di febbraio. Si potevano accontentare di fare uscire solo il DVD? Certo che no, e infatti l’8 giugno uscirà anche un doppio CD (o quadruplo LP) della colonna sonora: che però non contiene solo la musica che si ascolta nel film, che peraltro non è così ricca e completa, ma si limita a brevi estratti di brani: il doppio CD quindi è arricchito da 5 pezzi mai pubblicati prima e da due diversi missaggi di canzoni che erano presenti nel primo album solista di “Manolenta”, l’omonimo Eric Clapton, per intenderci quello con Delaney & Bonnie e soci.

Il film ve lo dovete vedere, ed è molto interessante, ma la colonna sonora, soprattutto per il materiale inedito, è veramente quasi indispensabile per gli appassionati di Eric: troviamo infatti una versione di oltre 17 minuti di Spoonful registrata dai Cream nel Goodbye Tour del 1968, che non è quella compresa in Live Cream, High, un brano di Derek & The Dominos, registrato nell’aprile 1971 per il secondo album del gruppo e mai pubblicato. Sempre di Derek & The Dominos una versione dal vivo di Little Wing al Fillmore del 1970. E ancora, la versione completa in studio di quasi 7 minuti di I Shot The Sheriff il pezzo di Bob Marley apparso in origine su 461 Ocean Boulevard nel 1974; dello stesso anno anche una versione di Little Queenie di Chuck Berry, da un concerto a Long Beach di luglio. Inoltre due versioni alternative, con diverso mixaggio, di After Midnight e Let It Rain, dal citato Eric Clapton del 1970.

Ma ecco la lista completa dei brani contenuti nel doppio CD e quadruplo vinile:

[CD1]
1. Big Bill Broonzy: Backwater Blues (4.07) The Big Bill Broonzy Story 1957
2. Muddy Waters: My Life Is Ruined (2.38) Chess single 1953
3. Muddy Waters: I Got Mojo Working (4.28) Live At Newport Jazz Festival 1960
4. The Yardbirds: I Wish You Would (2.19) – studio version
5. The Yardbirds: For Your Love (2.30) For Your Love 1965
6. John Mayall & The Bluesbreakers: Steppin’ Out (2.29) John Mayall Bluesbreakers with Eric Clapton 1966
7. John Mayall & The Bluesbreakers: All Your Love (3.37) John Mayall Bluesbreakers with Eric Clapton 1966
8. Cream: I Feel Free (2.57) Fresh Cream 1966
9. Cream: Strange Brew (2.50) Disraeli Gears 1967
10. Cream: Sunshine of Your Love (4.12) – studio version
11. Aretha Franklin: Good to Me As I Am To You (3.58) Lady Soul / Recorded on December 16 and 17, 1967
12. Cream: Crossroads live (4.18) Wheels Of Fire / Recorded 10 March 1968 at Winterland, San Francisco, CA16
13. The Beatles: While My Guitar Gently Weeps (4.45)The Beatles / Recorded 5-6 September 1968
14. Cream: Badge (2.48) Goodbye / Recorded October 1968 at IBC Studios in London
15. Cream: White Room live (5.41) Live Cream II / recorded October 4, 1968 at the Oakland Coliseum Arena
16. Cream: Spoonful (17.27) live from Goodbye tour – LA Forum October 19, 1968 previously unreleased
17. Blind Faith: Presence Of The Lord (4.52) – studio version

[CD2]
1. Delaney & Bonnie & Friends featuring Eric Clapton: Comin’ Home (7.51) Live at Fairfield Halls
2. Eric Clapton: After Midnight (3.25) alternate mix from Eric Clapton (first album) 1970
3. Eric Clapton: Let It Rain (5.00) alternate mix from Eric Clapton (first album) 1970
4. Derek and The Dominos: High (3.10) (Olympic Studios, April 1971) Derek and The Dominos album previously unreleased
5. George Harrison: My Sweet Lord (4.44) All Things Must Pass 1970
6. Derek and The Dominos: Thorn Tree In The Garden (2.55) Layla & Other Assorted Love Songs 1970
7. Derek and The Dominos: Nobody Knows You When You’re Down And Out (5.01) Layla & Other Assorted Love Songs 1970
8. Derek and The Dominos: Bell Bottom Blues (5.08) Layla & Other Assorted Love Songs 1970
9. Derek and The Dominos: Layla (7.10) Layla & Other Assorted Love Songs 1970
10. Derek and The Dominos: Little Wing (6.11) Live At The Fillmore 1970
11. Derek and The Dominos: Got To Get Better In A Little While (6.05) – studio version
12. Eric Clapton: I Shot The Sheriff (6.54) previously unreleased full length version from 461 Ocean Blvd 1974
13. Eric Clapton: Little Queenie live (6.00) Long Beach Arena, Long Beach, California, July 19/20, 1974 previously unreleased
14. Eric Clapton: Mainline Florida (4.08) 461 Ocean Boulevard 1974
15. Eric Clapton: Tears In Heaven (4.31) – studio version

Mica male però, o come diciamo noi inglesi, not that bad!

Bruno Conti

Un Gruppo Ormai Tra I Migliori In Circolazione! Tedeschi Trucks Band – Live From The Fox Oakland

tedeschi trucks band live from the fox oakland

Tedeschi Trucks Band – Live From The Fox Oakland – Fantasy/Universal 2CD/DVD

Nata dalle ceneri della Derek Trucks Band, e formata da Derek Trucks, grande chitarrista di scuola Allman (nipote tra l’altro del recentemente scomparso Butch Trucks http://discoclub.myblog.it/2017/01/27/lultima-testimonianza-di-un-grande-batterista-great-caesars-ghost-with-butch-trucks/ ) insieme alla moglie, la cantante e chitarrista Susan Tedeschi, la Tedeschi Trucks Band è un gruppo in costante ascesa, che migliora di disco in disco, e penso che si possa affermare che, dopo tre album di studio e due live, è oggi uno dei migliori acts a livello mondiale. Un esordio buono ma non eccezionale nel 2011 (Revelator), al quale aveva fatto seguito due anni dopo il più riuscito Made Up Mind e, lo scorso anno, l’eccellente Let Me Get By, un grande disco di southern rock come si usava fare negli anni settanta, ma con la band che palesava uno stile proprio che si rifaceva anche al suono di gruppi come Derek & The Dominos, Delaney & Bonnie ed a quel meraviglioso carrozzone che erano i Mad Dog & Englishmen guidati da Joe Cocker http://discoclub.myblog.it/2016/01/27/unoretta-pure-delizie-sonore-anche-piu-nella-versione-deluxe-tedeschi-trucks-band-let-me-get-by/ . In mezzo, un album dal vivo splendido, Everybody’s Talkin’ (2012), che mostrava che on stage la band, libera dai vincoli di studio, era veramente capace di suonare qualsiasi cosa. Oggi il gruppo è cresciuto ancora, è ulteriormente maturato, ed è migliorata anche l’intesa tra i molti membri (ben dodici), e questo si palesa alla grande in questo nuovo disco dal vivo, Live From The Fox Oakland, un doppio fantastico che supera anche il già bellissimo Everybody’s Talkin’ http://discoclub.myblog.it/2012/05/20/grande-musica-rock-70-s-style-tedeschi-trucks-band-everybody/ .

Registrato lo scorso 9 Settembre al Fox Theatre di Oakland, California, questo doppio CD con accluso DVD ci presenta una band in stato di grazia, guidata da un chitarrista (Trucks) che non esito e definire tra i migliori (se non il migliore) della sua generazione (magari a pari merito con Joe Bonamassa, ma superiore, ad esempio, a Kenny Wayne Shepherd), un axeman dotato di grandissima tecnica ma anche decisamente creativo e con un feeling enorme; Susan, poi, è una sparring partner perfetta: dotata di un’ottima voce, grintosa ma sensuale all’occorrenza, è anche lei una notevole chitarrista, quasi una sorta di novella Bonnie Raitt (anche se la rossa californiana è ancora qualche gradino più su). Il resto del gruppo, a partire dalla voce solista maschile di Mike Mattison (ex DTB) è un treno in corsa, con una menzione particolare per il tastierista Kofi Burbridge (fratello di Oteil), il basso preciso di Tim Lefebvre, la doppia batteria di Tyler Greenwell e J.J. Johnson e la sezione fiati di tre elementi, che dona ulteriore colore, e calore, ad un suono già di per sé ricco di sfumature. Live From The Fox Oakland presenta le solite differenze nella tracklist tra CD e DVD, anche se devo dire che per una volta è più completo il supporto audio, sebbene solo nella parte video trovino spazio due brani che da soli valgono parte del prezzo richiesto, e cioè una bellissima versione del classico country di George Jones Color Of The Blues (già cantato da Susan lo scorso anno con John Prine nell’album di duetti di quest’ultimo) ed una gradevole You Ain’t Going Nowhere di Bob Dylan eseguita in maniera informale nel backstage e con Chris Robinson come membro aggiunto.

Ma veniamo al concerto: si parte con la potente Don’t Know What It Means, chitarra wah-wah di Derek, fiati, poi entra il resto della band, con Susan che intona una delle melodie più dirette di Let Me Get By, specie nel ritornello, un modo decisamente adatto ad aprire la serata, in cui Trucks fa sentire subito di che pasta è fatto, ed un assolo di sax molto free che ci porta verso una versione scintillante di Keep On Growing (proprio dal classico unico album di Derek And The Dominos), lunga, fluida, dal suono caldo e con Derek che “claptoneggia” alla grande; Bird On The Wire è un sentito omaggio a Leonard Cohen (che all’epoca del concerto era ancora tra noi), una rilettura decisamente soul, quasi gospel, ancora calda e profonda, e cantata in maniera strepitosa da Susan: quasi un’altra canzone. Within You, Without You, proprio il brano di George Harrison incluso in Sgt. Pepper, non mi ha mai entusiasmato, e neppure questa versione con la chitarra al posto del sitar mi convince a cambiare idea, per fortuna dura poco e confluisce nella tonica Just As Strange, un’altra rock song dal suono pieno ed “allmaniano”, con Susan che più va avanti e meglio canta; Mattison non è la Tedeschi, ma se la cava egregiamente nella bella Crying Over You, uno dei pezzi migliori dell’ultimo album, un errebi colorato dai fiati e con la solita prestazione maiuscola di Derek, qui doppiato alla grande dall’organo di Burbridge, per la serie ca…spiterina se suonano! Il primo dischetto termina con la lunga ed intensa These Walls, che ospita il musicista indiano Alam Khan al sarod per un momento di quiete, e con la magistrale Anyhow, molto anni settanta, un vero pezzo di bravura da parte di tutti, un brano disteso e liquido, con uno splendido pianoforte e la solita chitarra spaziale.

Il secondo CD si apre con la deliziosa Right On Time, quasi un brano dixieland, davvero godibile e che mostra la versatilità della TTB; un po’ di sano rock-blues con Leavin’ Trunk (di Sleepy John Estes, ma Taj Mahal, con Jesse Ed Davis Ry Cooder alle chitarre, ne faceva una versione strepitosa), che vede il gruppo compatto e granitico come al solito ed un Derek stratosferico; Don’t Drift Away è una sontuosa ballata ancora soul-oriented, e qui è Kofi al piano ad offrire una prova da applausi. La mossa e vibrante I Want More è un errebi di gran classe, al livello delle cose migliori di Aretha Franklin e, come ciliegina, il brano termina con una ripresa del classico di Santana Soul Sacrifice, tra le cose più belle dello show, un tour de force che da solo vale il disco (ma come suona Derek? Sembra che abbia dieci mani…). Un po’ di sano blues è quello che ci vuole, e I Pity The Fool (Bobby Bland) è il classico pezzo giusto al momento giusto: ottimo uso dei fiati e band che suona in modo sciolto e con la solita classe. Il doppio termina con Ali, un classico di Miles Davis che è anche un perfetto pretesto per improvvisare partendo dal giro melodico originale, divagando in maniera totalmente libera, un altro momento di puro godimento sonoro, e con Let Me Get By, altra fluida e vibrante rock ballad, che chiude il concerto ancora con sonorità tra, rock, soul, gospel e blues. Un live album imperdibile, per un gruppo che è ormai una delle realtà più cristalline nel mondo del southern rock, e non solo.

Marco Verdi