Non Posso Che Confermare: Gran Bel Disco! Levi Parham – It’s All Good

levi parham it's all good

*NDB Se vi risulta familiare non vi state sbagliando, ne abbiamo già parlato in anteprima, molto bene, all’incirca un mese fa https://discoclub.myblog.it/2018/06/03/lairone-delloklahoma-ha-spiccato-il-volo-con-un-grande-disco-levi-parham-its-all-good/ , ma visto che mi trovo tra le mani anche una seconda recensione, nel frattempo è uscita anche la versione americana, e il disco merita, ho deciso di pubblicare anche questa. Succede raramente, ma per questa volta facciamo una eccezione.

Levi Parham  – It’s All Good – Continental Song City/CRS CD/Horton Records

Levi Parham, musicista originario dell’Oklahoma, è sempre stato molto legato alla sua terra d’origine, fin dal suo esordio, l’autogestito (non di facile reperibilità. ma si trova) An Okie Opera. Il suo secondo lavoro, These American Blues (2016) è stato prodotto dal “late great” Jimmy LaFave, che era sì texano ma aveva vissuto per anni a Stillwater: ora Parham, nel suo nuovo album It’s All Good, ha deciso di giocare ancora più in casa, chiamando a raccolta musicisti solo della zona di Tulsa (ed infatti il CD è intitolato a Levi insieme ai Them Tulsa Boys And Girls), un gruppo di amici e conoscenti tra i quali spicca una nostra vecchia conoscenza, John Fullbright, ma anche altri musicisti titolari di discografie in proprio (Jesse e Dylan Aycock, il chitarrista Paul Benjaman, che è anche il band leader in questo disco). E It’s All Good è un gran bel disco di puro rock sudista, dieci canzoni lucide e coinvolgenti in cui il nostro mischia con grande abilità e feeling rock, blues, boogie ed un pizzico di funky e soul.

L’album è stato inciso a Sheffield, in Alabama, nei Portside Studios che altro non sono che gli ex Muscle Shoals Studios, un ambiente nel quale solo ad entrarci si respira grande musica. E di grande musica in questo CD non ne manca di certo: Parham è un vero uomo del sud, ha il ritmo nel sangue, ed in più è dotato di una voce mica male; le canzoni partono dalla lezione di gruppi storici come Little Feat, Allman Brothers Band, Delaney & Bonnie e Derek & The Dominos, nomi importanti certo, e di sicuro inarrivabili, ma Levi ha l’intelligenza e l’umiltà di andare per la sua strada, e mette a punto un disco di vero rock come si faceva negli anni settanta, con la slide spesso protagonista ma in genere con un suono piuttosto chitarristico, ben bilanciato da validi interventi di piano ed organo. Badass Bob è un brano elettrico e bluesato, dal ritmo strascicato e quasi pigro, con un mood decisamente annerito ed un intermezzo chitarristico notevole. Anche Borderline parte attendista, ma c’è una tensione elettrica che fa presagire un’esplosione imminente, che arriva dopo due minuti sotto forma di aumento di ritmo e ruspanti assoli di chitarra. Puro rock, suonato come Dio comanda. Turn Your Love Around è scura, lenta, quasi paludosa, tra rock e blues del Mississippi, eseguita con una padronanza degna di un veterano, e contrassegnata da acuti lancinanti a base di slide, mentre la vibrante My Finest Hour, dal ritmo spezzettato, è più solare pur mantenendosi saldamente in territori sudisti, con la voce “nera” del nostro che è quasi uno strumento aggiunto.

Boxmeer Blues è un rock’n’roll sanguigno e coinvolgente, che rammenta alcune cose dei Little Feat ma anche dei Subdudes: chitarre che dettano il ritmo ed ottimi interventi di organo e piano elettrico; la fluida Shade Me sembra il risultato del viaggio di un anno nel sud degli States da parte dei Beatles, specialmente Harrison e Lennon, mentre la trascinante Heavyweight è ancora influenzata dall’ex band di Lowell George sia nel suono, un rock-blues con elementi quasi funk, sia nell’uso sbarazzino della slide, ed anche la godibile Kiss Me In The Morning non si discosta molto da queste sonorità: slide sempre in primo piano, ottimo uso del pianoforte ed un motivo fresco e scorrevole, con un assolo di sax come ciliegina. Il CD termina con la title track, un gustosissimo boogie pianistico degno di Professor Longhair, e con la tenue All The Ways I Feel For You, finale stripped-down, voce e chitarra, ma cui non manca di certo l’intensità. Al terzo disco Levi Parham ha centrato il bersaglio: consigliato a chi ama il rock, quello vero, con implicazioni southern.

Marco Verdi

L’Airone Dell’Oklahoma Ha spiccato Il Volo, Con Un Grande Disco. Levi Parham – It’s All Good

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Levi Parham – It’s All Good – Horton Records/Continental Record Services

Il 23 luglio dello scorso anno mi trovavo a Pusiano, la bella località in provincia di Como dove da diversi anni si svolge il Buscadero Day, imprescindibile appuntamento per tutti gli appassionati di ottima musica rock. Ingolosito dal ricco cast previsto in cartellone, dal bravo e simpatico Joe D’Urso fino alle stelle della serata Alejandro Escovedo e Willie Nile, poco dopo le diciotto e trenta mi trovavo seduto sull’erba a godermi il sole e la piacevole brezza proveniente dal lago, quando un quartetto è salito sul palco, guidato da un magro spilungone con occhiali da sole e berretto con visiera. Sono bastati pochi accordi del primo pezzo per farmi provare autentici brividi di piacere, ancora più intensi perché inattesi. Così è stato per tutta la durata dell’esibizione di Levi Parham, che allora, colpevolmente, non conoscevo, come del resto quasi tutti i presenti. I brani eseguiti provenivano per lo più dal suo CD del 2016, These American Blues, prodotto dal compianto Jimmy LaFave (che si può definire a pieno titolo suo mentore e scopritore), dopo le due prove ancora acerbe ed autoprodotte, l’esordio An Okie Opera del 2013 e l’Ep Avalon Drive dell’anno seguente. Un’esibizione eccellente, quella del giovane songwriter originario di McAlester, piccola cittadina dell’Oklahoma, che ha conquistato la platea grazie ad un melange irresistibile di folk, rock e blues, scandito dalla sua voce ricca di sfumature, dalle sferzate elettriche dell’ottimo chitarrista che lo accompagnava e da una solida sezione ritmica.

Appena un mese dopo, Parham, rientrato negli States, ha avuto la geniale idea di raccogliere un gruppo di musicisti tra i più dotati della zona di Tulsa (tra cui i fratelli Jesse e Dylan Aycock, Paul Benjaman e John Fullbright, autori di buoni dischi in proprio) e di recarsi con loro al Cypress Moon Studio di Muscle Shoals in Alabama, dove sono nati tanti dischi leggendari, come quelli di Aretha Franklin o dei Rolling Stones, solo per fare due nomi. L’esito di quelle sessions di registrazione è ora qui nelle nostre mani e supera ogni rosea previsione. It’s All Good, così si intitola, è un disco splendido, uno dei migliori usciti quest’anno (e lo sarà fino alla fine, ne sono certo) in quanto possiede un sound ed un livello di composizione capace di rinverdire i fasti di grandi album del passato che abbiamo consumato, come Dixie Chicken dei Little Feat o Layla di Derek & The Dominoes. Un suono che trasuda di umori southern in ogni nota, basato sulle chitarre, con l’uso della slide sempre in primo piano, ma impreziosito dal sapiente uso delle tastiere e dal sax. L’apertura è affidata a Badass Bob, già presentata dal vivo a Pusiano, che parte pigra e lenta come lo scorrere del Mississippi vicino al delta, animandosi gradualmente fino al bell’assolo centrale, mentre Levi passa con disinvoltura dai toni sommessi a quelli aggressivi, evocando il fantasma di Lowell George. La tensione aumenta in Borderline, drammatica storia di confine, in cui la fuga del protagonista nel finale del pezzo viene enfatizzata dal continuo ed esaltante sovrapporsi delle chitarre suonate da Dustin Pittsley e dai già citati Paul Benjaman e Jesse Aycock in un crescendo tipico delle southern rock bands. Il blues, torrido e viscerale, domina nella seguente Turn Your Love Around, lenta, sofferta e incendiata da un sontuoso assolo di slide  mentre Parham offre un’interpretazione vocale da brivido, sostenuto dalle due coriste, Lauren Barth e Lauren Farrah.

My Finest Hour è uno dei vertici assoluti dell’album, sembra il punto d’incontro tra Jackson Browne e Gregg Allman, partendo come una ballad di chiaro stampo californiano e  trasformandosi poi in una jam session dove ciascuno dei musicisti presenti offre il proprio contributo nel creare un seducente magma sonoro. Gli Stones di Exile On Main Street si candidano come maggior fonte d’ispirazione per la ruspante Boxmeer Blues, in cui Fullbright si mette in luce con un delizioso assolo di piano elettrico e hammond, prima di lasciare spazio alle chitarre. La suadente Shade Me è invece il più evidente tributo pagato da Parham & soci all’eterna e infinita eredità beatlesiana, melodia splendida e chitarre che citano George Harrison o il Clapton di Derek & The Dominos, se preferite. Heavyweight non è inedita, bensì il rifacimento di un brano tratto da An Okie Opera, il disco d’esordio di Levi. Questa nuova versione ne accentua la componente blues e la devozione del suo autore per i mitici Little Feat, sentire per credere l’uso della slide e del piano. Kiss Me In The Morning è l’ennesima riprova del talento di Parham, arricchita da un bell’intervento del sax di Michael Staub, come pure la successiva title.track,  che mantiene quelle indolenti cadenze blueseggianti che tanto abbiamo amato nei capolavori degli anni settanta della band di Lowell George. C’è spazio ancora per un ultimo brano, All The Ways I Feel For You, un’oasi acustica che non guasta dopo tanti riff elettrici, una intensa e delicata love song eseguita col giusto pathos in assoluta soitudine. Levi Parham con questo It’s All Good si conferma uno dei più validi cantautori dell’attuale scena americana, non è più una promessa ma un’esaltante realtà, ascoltare per credere!

Marco Frosi

 *NDB Il disco sta uscendo un po’ a macchia di leopardo in giro per il mondo: in Europa su CRS è già stato pubblicato il 25 maggio, in Inghilterra uscirà l’8 giugno e il 15 giugno negli USA su Horton Records, l’etichetta per cui hanno inciso album anche molti dei musicisti usati da Levi e che vale la pena di esplorare.