Da Tulsa, Oklahoma, Un Altro Bravissimo Chitarrista! Seth Lee Jones – Live At The Colony

seth lee jones live at the colony

Seth Lee Jones – Live At The Colony – Horton Records

Tulsa, Oklahoma, è una ridente cittadina del Sud degli Stati Uniti (beh cittadina, insomma, ha quasi mezzo milione di abitanti), famosa anche per la canzone scritta da Danny Flowers per Don Williams, ma resa celeberrima da Eric Clapton. Nella città, già dagli anni ’60 e ’70, esiste una fiorente scena musicale che ha prodotto gente come JJ Cale e Leon Russell, ma che nel corso degli anni si è sempre rinnovata con nuovi innesti. A Tulsa ha la sua sede anche la Horton Records, piccola etichetta che abbiamo conosciuto per gli ottimi lavori di Carter Sampson https://discoclub.myblog.it/2018/06/05/non-e-solo-fortunata-e-proprio-brava-carter-sampson-lucky/ e Levi Parham https://discoclub.myblog.it/2018/07/09/non-posso-che-confermare-gran-bel-disco-levi-parham-its-all-good/  (e in alcuni dei quali Seth LeeJones è uno dei chitarristi), ma che ha un eccellente roster di artisti tra cui spiccano la Paul Benjaman Band, Dustin Pittsley, Jesse Aycock ed altri, e che ha in Jared Tyler, un eccellente musica, produttore ed ingegnere del suono, che guida una pattuglia di musicisti che suonano a rotazione  in molti dei dischi della etichetta.

Anche Seth Lee Jones vive a Tulsa, dove si è costruito una solida reputazione come mastro liutaio, uno dei migliori della zona, grazie alla trentina di chitarre che costruisce ogni anno per gli artisti che gliene fanno richiesta, ma che dopo una lunga gavetta fatta suonando nei piccoli locali, anche lui approda all’esordio discografico, proprio con un disco dal vivo, registrato al Colony, appunto un piccolo locale di Tulsa, dove è stato registrato questo (mini) album di esordio: sono comunque più di 30 minuti di musica, benché a giudicare dalla risposta, peraltro entusiasta del pubblico, non deve essere stato un evento a cui partecipavano più di una trentina di persone, forse cinquanta ad esagerare. Ma il buon Seth non se ne dà per inteso e suona come se fosse di fronte ad un folla oceanica: dotato di uno stile chitarristico irruente e vibrante, è anche un vero virtuoso della slide, e per di più, cosa che non guasta, dotato di una voce potente, roca e vissuta, con echi di Elvis e George Thorogood, cui lo lega un certo tipo di sound ruspante e dalle forti influenze blues e R&R, e a tratti il suo approccio alla chitarra può rimandare, a mio parere, a quello dell’Alvin Lee degli anni d’oro, con lo stile che è contemporaneamente ritmico e solista:

Gli assoli sono in ogni caso continui, freschi, con una tecnica fluida e fluente al contempo, come testimonia subito una gagliarda rilettura di Key To The Highway breve, ma anche frizzante, grazie ad una slide guizzante e alla voce intensa e palpitante di Seth Lee Jones, che poi inizia a scaldare l’attrezzo in una torrida Long Distance Call, dove l’atmosfera è raffinata e sospesa, i tempi si dilatano e la chitarra viaggia che è un piacere nella lunga intro strumentale, grazie anche al suono nitido e molto presente fornito dal tocco di Tyler alla consolle, e agli ottimi Bo Hallford al basso e Matt Teegarden alla batteria, con la voce che si fa più cattiva e lavora di concerto con la solista, che continua ad improvvisare lunghi assoli di quasi ferina e fremente intensità. Ma c’è anche un tocco quasi jazz e più rilassato in Payday, con una ambientazione sonora più pigra e dai sapori sudisti, grazie ai continui rilanci della solista in bilico tra slide ed accordatura normale e al cantato più rilassato, prima però di partire per un finale a tutto power trio di grande slancio.

Shake Your Tree sempre con il suo approccio ritmico-solista è più mossa e vivace, con echi di R&R e un ondeggiante lavoro della sezione ritmica, mentre Hard Times è la classica blues and soul ballad di fattura squisita, sempre con voce e chitarra che lavorano quasi all’unisono, grazie anche al vivido timbro della solista che pesca in sentimenti  accesi e ricchi di passione.110, come altri brani, ricorda parecchio anche lo stile di Sonny Landreth, che potrebbe essere un punto di riferimento per inquadrare la musica di Seth Lee Jones, pure se la voce bassa e profonda è più vicina a quella del datore di lavoro di Sonny, ovvero John Hiatt, anche se il risultato è decisamente più blues. Comunque lo si giri è uno bravo, se amate il genere vale la pena di dargli (più) di un ascolto.

Bruno Conti

Uno Dei Dischi Rock (Blues) Più Belli Dell’Anno! Damon Fowler – The Whiskey Bayou Session

damon fowler the whiskey bayou session

Damon Fowler – The Whiskey Bayou Session – Whiskey Bayou Records

Sono passati 4 anni dall’uscita di Sounds Of Home, album che chiudeva il suo contratto di tre dischi con la Blind Pig Records https://discoclub.myblog.it/2014/01/20/suoni-casa-tab-tanta-slide-damon-fowler-sounds-of-home/ , eccellente lavoro che evidenziava, come i precedenti, le virtù di chitarrista, cantante e compositore, nell’ordine, di Damon Fowler, nativo di Brandon, Florida, ma da anni residente in quel di New Orleans, un uomo del Sud degli States, come testimonia anche il bellissimo disco dei Southern Hospitality, la band che condivide con JP Soars, Victor Wainwright, Chris Peet e Chuck Riley, il cui disco del 2013 Easy Livin’, come pure Sounds Of Home, era stato prodotto da una delle punte di diamante della musica blues e rock della Louisiana come Tab Benoit. Negli anni successivi Fowler ha fatto parte anche della touring band di Butch Trucks, fino alla sua tragica scomparsa, e poi è stato chiamato da un altro grande ex Allman Brothers come Dickey Betts, che però, come forse avrete letto ha avuto grossi problemi di salute e quindi ha dovuto interrompere la propria attività.

Comunque nel frattempo Damon si è ricongiunto con Benoit che gli ha proposto un contratto per la sua piccola etichetta, e il disco che nasce ha preso proprio il nome di The Whiskey Bayou Session, in omaggio all’etichetta e agli Houma Louisiana Studios dove è stato realizzato. Sono  con Fowler i bravissimi Todd Edmunds al basso e Justin Headley alla batteria, con l’aggiunta di Tab Benoit, che oltre a produrre il disco suona la chitarra in tre pezzi e firma con Fowler sei brani. Il disco è un ennesimo gioiellino della discografia del nostro amico, che in questo nuovo CD  non ha perso il suo magico tocco a Fender Telecaster, slide e lap steel, di cui è un vero virtuoso, in più ha anche un gran voce, vibrante ma con sottili tonalità soul, melodica e grintosa al tempo stesso.  Il suo timbro di chitarra oscilla tra la grinta di Johnny Winter, la classe di Duane Allman, e in ambito slide Lowell George o Ry Cooder , quindi tra blues, rock e soul. Il suono creato da Benoit è splendido: nitido, con gli strumenti ben definiti e la chitarra di Fowler messa sempre in primo piano, sembrano quei vecchi dischi Stax o Capricorn, dove le chitarre di Duane Allman o Eddie Hinton si innestavano su groove ritmici paradisiaci alla Muscle Shoals, come nell’iniziale It Came Out Of Nowhere dove la voce nera e scurissima, poi lascia spazio alla solista limpidissima di Fowler, mentre la sezione ritmica va di carnoso errebì alla grande.

Fairweather Friend è un altro limpido esempio di rock-blues sudista con Damon che maramaldeggia nuovamente con la sua Telecaster letale che disegna traiettorie soliste di classe sopraffina e con un suono da leccarsi i baffi; Hold Me Tight è un brano scritto dal giamaicano Johnny Nash (ve lo ricordate, quello di I Can See Clearly Now?), che diventa un galoppante country got soul dalla melodia accattivante. Up The Line è un brano di Little Walter Jacobs, un incalzante rock-blues sporco e cattivo, basso rotondo e batteria agile, e poi la chitarra che entra come un coltello nel burro, fluida e pungente come solo i grandi solisti sanno fare.  Ain’t Gonna Rock With You No More della premiata ditta Fowler/Benoit è un bluesaccio con uso slide come se fossero tornati i vecchi Little Feat più assatanati di Lowell George, con il bottleneck che scivola senza freni, mentre per Just a Closer Walk with Thee Fowler imbraccia la sua lap steel sognante per un tuffo gospel nel sacred steel sound più mellifluo e sinuoso, cantato con fervore estatico https://www.youtube.com/watch?v=pitbNXOz80A .

Pour Me è un altro blues-rock trascinante con le due chitarre di Fowler e Benoit in pieno trip sudista, di nuovo in modalità slide quella di Damon, poi tocca a Holiday,  altro pezzo rock splendido, sembrano i Dire Straits di Sultans Of Swing, brano che va di rock swingato, ma anche con continui cambi di tempo, sarà old school, ma ragazzi se suonano https://www.youtube.com/watch?v=v_EPBx_-gnA  e lui come canta, con un assolo di chitarra da dichiarare illegale. E non è finita, Running Out Of Time ha un altro groove di pura matrice sudista, semplice e orecchiabile, ma il lavoro della solista è sempre sopraffino, Candy è un duetto country-blues tra le chitarre acustiche di Fowler e Benoit, con Damon che estrae dal cilindro un timbro suadente da storyteller , e per concludere in bellezza tocca ad un altro brano dove domina il suono dolcissimo della lap steel , tra western swing, tocchi hawaiani e sonorità impossibili, per una Florida Baby dall’impianto veramente laidback. Fatevi un favore, cercate questo disco.

Bruno Conti

Torna Il Miglior Chitarrista Slide Australiano. Dave Hole – Goin’ Back Down

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Dave Hole – Goin’ Back Down – Black Cat Records/Dave Hole Music    

Ammetto che me lo ero perso un po’ per strada: ma pensavo si fosse ritirato, invece Dave Hole per circa sei mesi all’anno si spostava ancora dall’Australia, dove vive tuttora, per fare sia dei tour down under che in giro per il mondo, ma ultimamente ha diradato anche quelli. Però era comunque dal 2007, anno in cui era uscito Rough Diamond e prima ancora dal Live del 2003, che non pubblicava nulla di nuovo. Anche lui ha compiuto 70 anni da poco, benché appaia ancora battagliero e per questo nuovo Goin’ Back Down, che ha richiesto una lunga gestazione di oltre tre anni, si è finanziato da solo, ha costruito addirittura uno studio per registrarlo, sì è fatto da ingegnere dal suono e lo ha prodotto in proprio, e infine, a parte in tre brani, ha suonato anche tutti gli strumenti.  Molti brani originali e una cover per uno dei migliori chitarristi slide australiani, ancorché nato in Inghilterra, e non è che ne ricordi molti altri laggiù, ma questo non ne diminuisce la bravura e la tecnica. Non sono un grande estimatore delle registrazioni” fai da te” in solitaria, specie se prevedono l’uso di samples e drum loop, ma visto che il nostro amico non fa certo musica elettronica il suono rimane comunque abbastanza organico e pimpante, come indica subito una gagliarda Stompin’ Ground posta in apertura e dove la slide viaggia sinuosa e sicura, come pure la voce ancora valida e vicina alle sue radici blues https://www.youtube.com/watch?v=lg4F4ZB-mAg .

Forse il suono, viste le premesse, è un po’ troppo secco e rudimentale, ma niente di insopportabile, la brillante Too Little Too Late ha un groove decisamente più duro e tirato, ci sono molte chitarre e voci, tutte a cura di Hole, ma poi a ben vedere il tutto è incentrato sui continui soli e rimandi del buon Dave, che è ancora un manico notevole, e sa estrarre dalla sua solista interessanti divagazioni sonore. The Blues Are Here To Stay prevede la presenza del suo vecchio pianista Bob Patient, di Roy Martinez al basso e del batterista Ric Eastman, e l’andatura quasi country-rock, un po’ Albert Lee e un po’ Elmore James, conferma l’autenticità blues del nostro amico, che con il bottleneck è in effetti uno dei migliori su piazza e lavora veramente di fino alla slide in una continua serie di assoli. Measure Of A Man dove suona una National dal corpo di acciaio è decisamente più cadenzata e tradizionale, per un brano chiaramente ispirato da Robert Johnson, ma anche con qualche cadenza vagamente orientale e folk, mentre lo strumentale Bobby’s Rock, anche con un sax aggiunto , torna al suono dell’amato Elmore James, più vintage e ruspante.

Used To Be è il classico slow blues che non può mancare in un disco di Hole, chitarra fluida e lancinante, il sax di Paul Mallard di supporto e anche il piano che lavora sullo sfondo, gran bel pezzo, più di sei minuti di ottima musica, seguita dalla cover poderosa del classico di Elmore James Shake Your Moneymaker, di nuovo  a tutta slide, tra Thorogood e i vecchi Fleetwood Mac a guida Jeremy Spencer https://www.youtube.com/watch?v=iPxcfVY8OK4 . Arrows In The Dark non c’entra molto con il resto del CD, chitarre riverberate alla Shadows o Rockpile, e suono appunto alla Dave Edmunds/Nick Lowe misto a pop britannico anni ’60 https://www.youtube.com/watch?v=LzD0epS59qo , ma si torna subito a ragionare con una robusta Back Door Man, anche se il suono sintetico da one man band in questo caso non aiuta il pezzo, che si salva comunque grazie ai soliti virtuosismi funambolici alla slide https://www.youtube.com/watch?v=PohQi0jpTMI . Altra deviazione dal repertorio blues per una inconsueta ballata,Tears For No Reason, molto da cantautore intimista, con cello aggiunto e chitarra acustica arpeggiata, su lidi folk non usuali per il bluesman australiano, ma non disprezzabile https://www.youtube.com/watch?v=4TBroHpSeDs , che ritorna comunque alle sue frenesie blues per la title track Goin’ Back Down che in effetti sembra la ripresa dell’iniziale Stompin’ Ground, ancora minaccioso e granitico rock-blues in cui Hole eccelle.

Bruno Conti

Ancora Uno Che Di Slide Se Ne Intende! Roy Rogers – Into The Wild Blue

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Roy Rogers – Into The Wild Blue – Chops Not Chaps Records 

Lo avevo lasciato un paio di anni fa alle prese con l’ultimo disco registrato in collaborazione con Ray Manzarek (il terzo della serie http://discoclub.myblog.it/2013/07/08/ray-manzarek-roy-rogers-atto-finale-twisted-tales-5497222/ ) e ora Roy Rogers si ripresenta con questo nuovo album Into The Wild Blue, pubblicato come di consueto dalla sua etichetta Chops Not Chaps (che era anche il titolo del suo primo album solista uscito nel lontano 1986), ma in mezzo, e anche prima, c’è tutta una vita di blues (e non solo). Il musicista californiano, è nato a Redding, quasi un destino nel nome, muove i primi passi a metà degli anni ’70, poi forma la sua prima band, i Delta Rhytm Kings, viene “scoperto” da John Lee Hooker che lo vuole nel suo gruppo dei tempi, la Coast To Coast Band, dove passa quattro anni, prima di iniziare la carriera solista con l’album citato prima. Ma la sua collaborazione con il grande “Hook” non finisce lì, infatti Rogers gli produrrà quattro album, The Healer, Mr. Lucky, Boom Boom e Chill Out, non un granché l’ultimo, ma gli altri tre sono strepitosi, prima di lasciare a Van Morrison la produzione dell’ultimissimo Don’t Look Back. Comunque Mr. Rogers è un ottimo chitarrista (e cantante) anche in proprio: uno dei maestri della slide guitar delle ultime generazioni, assolutamente alla pari con gente come Ry Cooder, Sonny Landreth, Derek Trucks, anche se meno pirotecnico e virtuosistico nel suo approccio, quindi forse più vicino a Cooder; anche per lui, come quasi per tutti, i suoi album migliori risalgono al passato, tutti quelli con la parola Slide nel titolo, ma anche i due pubblicati dalla Point Blank negli anni ’90, e non è male, tra i più recenti, Split Decision, uscito per la Blind Pig nel 2009, il suo ultimo come solista prima di questo Into The Wild Blue, senza dimenticare quello registrato in coppia con il compianto Norton Buffalo.

 

Il nuovo album propone la solita formula dei dischi di Roy Rogers, un misto di stili, dove confluiscono varie forme di blues, irrobustite da innesti rock e funky, con una serie di brani strumentali, quattro questa volta e il suo stile chitarristico spesso in evidenza, ma senza esagerare. Rogers è anche un buon vocalist, niente di memorabile, si scrive le proprie canzoni e ha un buon gruppo dove spiccano il tastierista Jim Pugh, vecchio sodale di Robert Cray e anche il batterista Kevin Hayes, pure lui in passato con Cray, oltre a Carlos Reyes che con i suoi violino e arpa aggiunge sonorità inconsuete al tutto. Si parte alla grande con Last Go Round, un brano dove si gusta subito la slide di Roy Rogers, in bella evidenza con il suo sinuoso fluire, mentre la band gira a mille, con abilità e tecnica, senza strafare. Don’t You Let Them Win, con un bel groove ritmato tra Buddy Holly e Bo Diddley, la voce pacata e gradevole di Rogers, con Reyes all’arpa che appoggia le fluide evoluzioni chitarristiche di Rogers, per una volta non alla slide, e Pugh che con l’organo aggiunge quel tocco soul-rock in più, molto piacevole.

Got To Believe, ha un’aura latineggiante, ma anche un vago sentore di tango, con il violino di Reyes e la voce di supporto di Omega Rae ad aggiungere quel tocco esotico di cui si diceva qualche riga fa, poi ci pensano la slide sognante di Roy e il piano di Pugh a fare il resto https://www.youtube.com/watch?v=CW9jqlKzHeU . Losin’ You è uno dei pezzi più tirati e rock dell’album, con un tiro non dissimile dalle prove soliste dei dischi di Sonny Landreth e anche con pari virtuosismo, qui la slide viaggia alla grande, mentre She’s A Real Jaguar ricorda certe cose più rilassate, laid-back, di Ry Cooder, magari nelle collaborazioni con Hiatt e nei Little Village, sempre con il piacevole dualismo tra violino e chitarra https://www.youtube.com/watch?v=jrUCll6Cr9s . Dackin’ è il primo dei quattro strumentali, qui si va di groove funky, una voglia di jam tra la chitarra slide decisa di Rogers e l’organo di Pugh e anche Love Is History, di nuovo cantata in coppia con la Rae, rimane in territori funky-soul, questa volta con Pugh al piano a sostenere il solismo di Rogers. Into The Wild Blue, altro strumentale, più sognante, con i florilegi dell’arpa di Reyes a sostenere il leader, con High Steppin’ che ricorda nuovamente le scorribande al bottleneck di Landreth, ricche di tecnica anche se non particolarmente eccitanti. Dark Angels torna  al blues-rock deciso dei brani iniziali e la conclusiva Song For Robert, dedicata al fratello scomparso, è l’ultimo strumentale, questa volta un lento d’atmosfera dove si apprezza il lato più riflessivo della musica di Roy Rogers https://www.youtube.com/watch?v=7ihaCZYmDh8 . In definitiva un buon album, per amanti dei chitarristi, ma non solo!

Bruno Conti

Di Nuovo Effetti Slide! Ron Hacker & the Hacksaws – Goin’ Down Howlin’

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Ron Hacker & the Hacksaws – Goin’ Down Howlin’ – Ron Hacker

Nell’ultimo periodo, puntuale, ogni due anni circa, Ron Hacker si (ri)presenta con un nuovo album, e noi, altrettanto tempestivi, ve ne diamo conto. Dopo gli ultimi, notevoli, Filthy Animal e Live In San Francisco http://discoclub.myblog.it/2013/01/12/l-arte-della-slide-ron-hacker-live-in-san-francisco/ , il musicista della Bay Area (ma originario di Indianapolis, 70 anni quest’anno) ci propone, nella consueta formula del trio, la sua personale visione del Blues, e lo fa rivisitando, in questo Goin’ Down Howlin’, molti classici delle 12 battute, invertendo il programma tipico delle sue esibizioni, concertistiche e discografiche, dove abitualmente si ascoltava una serie di brani della stesso Hacker, arricchita da alcun cover, scelte con cura nel repertorio sterminato del blues. Per l’occasione il vecchio Ron apre il nuovo album con due brani che portano la propria firma e poi rilegge una serie di canzoni famose di Sleepy John Estes, due brani, Little Walter, Jimmy Reed, Fred McDowell, Chuck Berry, St. Louis Jimmy Oden, e Chester Burnett (aka Howlin’ Wolf), a cui si ispira il titolo del CD. Come ricorda nelle note la figlia Rachell (con due l, così chiamata in onore del mentore di Hacker, Yank Rachell), la musica di questi musicisti è stata la colonna sonora della sua vita, fin dall’infanzia, e se agli altri bambini cantavano ninne nanne, lei si trovava a canticchiare Miss You Like The Devil di Slim Harpo, un brano composto quasi 100 anni prima. Quindi le sembra giusto e doveroso che il babbo abbia voluto rendere omaggio ai grandi musicisti blues che lo hanno preceduto.

Armato della sua immancabile chitarra d’acciaio e di un bottleneck, come riporta la foto di copertina, aiutato da Artis Joyce al basso e da Ronnie Smith alla batteria, e con la sua inconfondibile voce vissuta, Ron Hacker ci regala dieci perle di blues classico (una in due versioni), con due brani acustici, posti in apertura e chiusura, che incapsulano questo disco, tra i migliori della sua discografia. Si apre con Evil Hearted Woman, solo voce e chitarra, e poi si comincia a rollare, con il boogie scatenato di Big Brown Eyes, dove la slide del titolare inizia a macinare note con la consueta grinta e maestria. La prima cover è un adattamento dello stesso Hacker di Hate To See You Go, un brano di Little Walter, dalla classica costruzione sonora, che conferma l’impressione che per l’occasione Ron abbia trattenuto la sua proverbiale furia sonora, brani più brevi del solito, al solito infarciti di soli, però meno selvaggi e irrefrenabili del solito. Impressione confermata nella successiva Axe Sweet Momma, il primo dei brani a firma Sleepy John Estes, qui reso in una versione elettrificata dove si apprezza, come sempre, la slide del titolare, mentre Baby What You Want Me To Do è uno dei brani più famosi di Jimmy Reed e del blues tutto, eccellente la versione presente nell’album, come pure quella di You Got To Move, brano di Fred McDowell, già apparso in altri dischi di Hacker, per esempio in Filthy Animal, dove era attribuito a Memphis Minnie, per l’occasione in versione solo voce e chitarra slide.

Nadine, di Chuck Berry ovviamente, richiede una veste elettrica più tirata e il nostro Ron non si tira indietro, anche se fino a che non si scatena al bottleneck, la prima parte sembra un poco con il freno a mano tirato. Come ricorda il titolo, Goin’ Down Slow, è uno dei grandi “lenti” del blues, prima in versione elettrica, eccellente, e poi in chiusura, acustica, brano famoso anche nella versione di Howlin’ Wolf, e che nel corso degli anni hanno suonato tutti, da B.B. King agli Animals, i Canned Heat, gli stessi Led Zeppelin la suonavano live nel medley di Whole Lotta Love, come riportato nel bellissimo How The West Was Won, ma anche Duane Allman, Eric Clapton, Jeff Beck, tutti i grandi chitarristi l’hanno suonata, poteva mancare la versione di Ron Hacker? Che poi rende omaggio anche all’appena citato Chester Burnett con una sapida Howlin’ For My Darlin’ e chiude con una scoppiettante Goin’ To Brownsville che più che a Sleepy John Estes sembra appartenere ad Elmore James per la sua profusione di effetti slide.

Bruno Conti  

“Business As Usual” Per Eric Sardinas And Big Motor – Boomerang

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Eric Sardinas And Big Motor – Boomerang – Jazzhaus Records

L’unica cosa nuova in questo ennesimo album di Eric Sardinas è la casa discografica. Per il resto è “business as usual” per il chitarrista di Fort Lauderdale, Florida: stesso produttore dei dischi precedenti Matt Gruber, la band è sempre quella dei Big Motor, con Levell Price al basso e Bryan Keeling alla batteria, non cambiano neppure la grinta e la passione di Sardinas per quel Rockin’ Blues che lo ha portato ad essere indicato, da alcuni, come l’erede di Johnny Winter. Come al solito non manca neppure l’immancabile Resonator dal corpo d’acciaio, suonata con il bottleneck, mentre, per fortuna, rispetto al precedente Sticks And Stones, spariscono coretti femminili e tastiere, a parte in un brano, non malvagio peraltro anzi, Bad Boy Blues, dove sono suonate da Dave Schulz, e un bell’organo Hammond dà contegno ad un brano che si avvicina parecchio anche all’attitudine sonora del miglior Thorogood, altro praticante dello stile in oggetto https://www.youtube.com/watch?v=UT5jFe94Cr4 . Dieci brani compatti e grintosi per 35 minuti di sano blues-rock dove il buon Eric si alterna tra i vari tipi di chitarre resofoniche, acustiche ed elettriche, come nell’iniziale Run Devil Run, dove la slide viaggia subito che è un piacere e il vocione di Sardinas rafforza questo déjà vu di un Winter resuscitato a nuova vita, anche se forse, anzi senza forse, Johnny Winter era pur sempre di un’altra categoria.

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Però il rock’n’roll di Boomerang, la canzone, è sempre poderoso come in passato, senza mettere troppo in primo piano il “tamarro” che si agita nel suo animo, o almeno solo la parte buona, quella che ama blues e R&R, e come dicono le note “Respect Tradition”! Ogni tanto gli piace lasciarsi andare e Tell Me You’re Mine è una costruzione quasi hendrixiana, con pedale wah-wah innestato a manetta, la solita bottleneck immancabile e chitarre ovunque, ma in fondo è quello che ci si aspetta da lui https://www.youtube.com/watch?v=qL8fIFd1Xmc . Nei primi dischi, come Treat Me Right e Devil’s Train probabilmente gli veniva meglio, o forse è solo un ricordo del vostro cronista, ma non credo, anche se non sono andato a risentirmi i vecchi dischi, la Alzheimer non ha ancora colpito. In Morning Glory si produce al dobro resonator acustico per un tuffo più consistente nella tradizione, detto di Bad Boy Blues, in fondo uno dei brani migliori, If You Don’t Love, con una bella intro acustica, ha la struttura di una sorta di ballata blues che si elettrifica comunque quasi subito, pur se ci sono tentativi di unire la melodia alla solita forza bruta, qualche coretto inconsueto e la solita ottima performance chitarristica.

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Trouble è proprio il vecchio brano di Elvis, scritto da Leiber & Stoller, uno dei rari blues del King Of Rock And Roll, e ad oltre 55 anni dalla sua prima apparizione fa ancora la sua porca figura, compresa la fantastica accelerazione finale che coincide con una esplosione solista segna dei migliori brani di Sardinas https://www.youtube.com/watch?v=pquPpp9-arA . Preso questo abbrivio R&R il nostro lo mantiene per una gagliarda Long Gone, niente di nuovo in vista, ma i Big Motor ci danno dentro di gusto e il buon Eric sembra più motivato che in altre occasioni. A riprova e a coronamento del tutto, da sentire una bella versione di quelle “cattive” del classico How Many More Years di Chester Burnett,  per tutti Howlin’ Wolf, meno dura di quella di Zeppelin e Co., ma sempre ad alta gradazione chitarristica, con la solista di nuovo in modalità wah-wah più slide, che picchia di gusto https://www.youtube.com/watch?v=D47RU3rF76s  (o con mancanza di gusto, a seconda dei punti di vista, soprattutto per i “puristi” che non amano troppo queste contaminazioni “selvagge ed esagerate”). A questi ultimi Eric Sardinas regala in conclusione una breve Heavy Loaded,con dobro acustico, kazoo e sezione ritmica minimale, quantomeno inconsueta.

Bruno Conti

Discepoli Winteriani. Jay Willie Blues Band – Rumblin’ And Slidin’

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Jay Willie Blues Band – Rumblin’ And Slidin’ – Zoho Music

Nella nostra ricerca geografica in giro per gli Stati Uniti, alla ricerca di gruppi che fanno Blues, mi sembra che dalle parti del Connecticut non fossimo ancora passati: o almeno di una band ivi residente, in quanto poi la Jay Willie Blues Band dichiara di fare Texas Blues, e da quello che si ascolta si potrebbe forse credergli, vista anche la presenza in formazione di Bobby T Torello, uno dei batteristi storici di Johnny Winter, aggiunta ad una certa qual venerazione per la musica di quest’ultimo. Rumblin’ And Slidin’ è il terzo album di questo quartetto  https://www.youtube.com/watch?v=Jkm5q6fNdrw che vede le due chitarre di Jay Willie, anche alla slide e Bob Callahan, alla guida delle operazioni e un paio di ospiti di qualità a dare man forte, l’ottimo Jason Ricci all’armonica in alcuni brani e Suzanne Vick che canta Fly Away, uno dei brani più noti di Edgar Winter https://www.youtube.com/watch?v=vcFNzuKsBHY .

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D’altronde un CD che parte con Rumble di Link Wray e si chiude con con For What It’s Worth di Stephen Stills, per definizione “dovrebbe” essere buono. Sono dieci brani, che spaziano in tutte le tematiche del Blues, quello “forte” e quattro bonus dal vivo poste in coda del dischetto. Loro lo hanno definito Texas Blues Music ma tra le influenze, oltre a Winter, citano anche la J Geils Band, Elvin Bishop, Canned Heat, Leslie West, che certo texani non sono, e tra i meno noti, James Montgomery e i Monkey Beat di Jim Suhler, oltre naturalmente ai grandi delle dodici battute, e per questo nelle note del libretto si parla anche di “electric post-Chicago rock-blues” (questa me la segno)! https://www.youtube.com/watch?v=3pTNhUvXUQA

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In effetti, ricorda Torello, Johnny Winter gli disse più volte che non era capace di suonare il blues e come il suo stile venisse più dagli Allman Brothers che dal blues classico, più che un rimprovero un complimento, a mio modo di vedere, ma sono punti di vista. La recente aggiunta alla formazione è il bassista Steve Clarke https://www.youtube.com/watch?v=T33kDhvoirs , uno che ha suonato con Mike Stern, Yellow Jackets, Tower of Power, e quindi aumenta la quota funky-fusion della band. Ma si nota poco, almeno a giudicare dall’iniziale cover di Rumble https://www.youtube.com/watch?v=4RQK6JSPISk , dove il turbolento drumming di Torello si scontra con la fluentissima armonica di Ricci, un vero virtuoso dello strumento, più dalle parti di John Popper che dei nomi classici, con le chitarre che si limitano ad una coloritura del brano. Ma già in Dirty la slide di Jay Willie cerca di farsi largo, in un brano che però non pare memorabile, tra voci filtrate ed accenni di rap, molto meglio una lunga versione di Key To The Highway, dove i duelli tra le chitarre e l’armonica sono più pertinenti al genere, anche se il problema è quello solito, né Willie Callahan hanno una gran voce, quindi il paragone con la J Geils Band, dove c’era Peter Wolf o i Canned Heat, con Bob Hite e Alan Wilson, è francamente improponibile, ma livello musicale parzialmente ci siamo https://www.youtube.com/watch?v=vnrm-I3H4o8 .

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In Bad News di Callahan, più sul R&R, si aggiunge il sax di Ted Stakush in sostituzione dell’armonica, mentre Rotten Person, scritta e cantata da Torello, vira verso il Sud con una bella slide, ma quando arriva qualcuno che ha una bella voce, come Suzanne Vick, si sente la differenza, nella piacevole ballata di Edgar Winter, Fly Away, con l’armonica di nuovo in bella evidenza, magari poco blues ma godibile, ancorché non memorabile. Altri due brani di Bob Callahan, Come Back, una blues ballad e il funky di The Leetch, si salvano grazie agli interventi dei solisti ma non brillano https://www.youtube.com/watch?v=3NMaw-xHBN8 , più vitale il classico It Hurts Me Too, in una versione che peraltro non entrerà negli annali della musica. Caballo, finalmente, è quel Texas rock-blues di cui tanto si era parlato, grintoso ed energico, come sono i quattro brani finali dal vivo, registrazione meno brillante ma il suono si fa più sporco e vitale, prima in Hold Me Tight Talk Dirty, con le chitarre finalmente fumiganti, in una ottimaTore Down https://www.youtube.com/watch?v=8vd0PgMREHU , nel classico Rhythm & Blues della Mercy, Mercy, Mercy scritta da Joe Zawinul per Cannonball Adderley e che si avvale del sax di Stakush, e nella citata canzone di Stills, più rock dell’originale, ma che non turberà i sonni dell’autore.

Bruno Conti

Un Altro “Maghetto” Del Collo Di Bottiglia! Nikk Wolfe – Slide Stormin’

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Nikk Wolfe – Slide Stormin’ – Wolves At The Door

Nikk Wolfe è l’ennesimo veterano che sbuca dai meandri del sottobosco musicale Americano, area rock-blues, uno dei tantissimi animati da una passionaccia per la musica sin dalla più tenera età, spesa inizialmente nelle grandi pianure del Nord Dakota, poi per seguire i suoi istinti, accesi dall’ascolto di Robert Johnson negli anni formativi, si trasferisce, prima a Portland, Oregon e poi nelle Twin Cities, dove cerca di sbarcare il lunario con la musica. Visto che le cose non funzionano decide di abbandonare, ma come racconta lui stesso, spronato dall’ascolto di South Of I-10 di Sonny Landreth decide di fare un nuovo tentativo, si trasferisce nel Wisconsin con la nuova partner (e consorte) Kai Ulrica, conosciuta ad una audizione, e fonda il gruppo dei Wolves At The Door (da non confondere con degli omonimi metallari) si affida al produttore Kevin Bowe (che ha lavorato con Jonny Lang, Shannon Curfman, Etta James, tra i tanti) e pubblica un paio di album a nome della band https://www.youtube.com/watch?v=TD-JQLEad-E .

wolves at the door main street wolves at the door unforgiven

Poi gli viene in mente di fare un album tutto dedicato alla slide guitar, da qui il titolo Slide Stormin’, ingaggia Mike Vlahakis, tastierista e collaboratore in passato della famiglia Allison (Luther e Bernard), pure il bassista di Bernard, Jassen Wilber, suona nell’album, insieme ad alcuni musicisti locali https://www.youtube.com/watch?v=Wy91eweeJNc . Il risultato è un onesto disco di rock-blues: come Landreth, Wolfe non è un gran cantante, quella brava in famiglia è la moglie Kai, come si arguisce dalla sua presenza come backing vocalist, comunque il nostro Nikk se la cava, con questa voce che vira molto verso le note basse, poco potente, ma grintosa, quasi laconica, in certi momenti ricorda vagamente quella del grande Lou Reed, sentire Nothin’ But Trouble o Blues From Baton Rouge, però la musica è bella tirata, la slide viaggia che è una meraviglia, ottime le evoluzioni nello strumentale Slide Stormin’, che dà il titolo a questa raccolta, l’organo e il piano di Vlahakis sono molto presenti, l’organo in particolare ha uno strano suono, mentre ascoltavo il CD, ogni tanto mi sembrava di sentire suonare il telefono di casa.

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Insomma non è un disco per cui strapparsi i capelli (e dalle foto non mi pare ne abbia molti, più cappelli) e se accetta un consiglio gli direi di tornare a fare dischi con i Wolves At The Door (un terzo è in cantiere), a giudicare dalla’ultima canzone, Fortune’s Wheel, uno slow blues cantato proprio dalla moglie Kai Ulrica, dai risultati, che anche in questo caso, intendiamoci, non sono niente di trascendentale, però, almeno a livello vocale sembrano decisamente migliori. Se ve lo sparate a volumi congrui, ovvero decisamente alti, magari in macchina, su una delle nostre highways, potreste passare trequarti d’ora più che piacevoli in compagnia di un vibrante rock tendente al blues, animato da una miriade di soli di slide, che sono il motivo principale del fascino di questo disco, influenzato ed ispirato oltre che da Landreth, da gente come Johnny Winter e Dave Hole, come lui virtuosi dell’attrezzo. Come si diceva poc’anzi, non un capolavoro ma si può fare, cresce dopo vari ascolti.

Bruno Conti

Suoni Di Casa (Di Tab Benoit) E Tanta Slide, Ma Non Solo! Damon Fowler – Sounds Of Home

damon fowler sounds of home

Damon Fowler – Sounds Of Home – Blind Pig/IRD

Molti sono convinti che questo sia il terzo album di Damon Fowler, al limite il quarto, contando anche il CD dei Southern Hospitality (con Jp Soars e Victor Wainwright), ed in effetti è vero, ma solo contando la produzione con l’etichetta Blind Pig.

Risalendo nel passato, il musicista di Brandon, Florida (un paesino nei pressi di Tampa Bay, quasi una “istigazione” giovanile al Blues), aveva già pubblicato tre dischetti, tra cui un live, usciti con distribuzione indipendente, a cavallo della scorsa decade, o dello scorso secolo se preferite. Gli ultimi tre sono notevolissimi, di Sounds At Home ci occupiamo immediatamente, e lo confermano uno dei massimi talenti emergenti del nuovo blues, come chitarrista, soprattutto alla slide, dove è veramente letale , e come cantante, con una voce che è una via di mezzo tra uno Steve Marriott, un filo meno potente, e un vecchio cantante soul (che sono quasi la stessa cosa)! Se poi aggiungiamo che la produzione del nuovo album è affidata a Tab Benoit (che scrive quattro pezzi con Fowler, e canta e suona, con discrezione, nel disco) il risultato è pressoché matematico: gran bel disco, con un sound da sballo.

Registrato nei Whiskey Bayou Studios (un nome, un programma) di Houma, Lousiana, di proprietà di Benoit, il disco è un’ode alla buona musica, principalmente blues, ma non solo. Grande chitarrista slide , anche se non forse della scuola virtuosistica alla Derek Trucks o Sonny Landreth, o di quella più rigorosa ma immaginifica di un Ry Cooder (a cui mi pare più vicino), senza dimenticare Winter, il nostro Damon si disbriga bene anche con le accordature tradizionali, per quanto con un tipo di suono un po’ sghembo, aspro, molto ritmico, comunque trascinante. Prendete l’iniziale Thought I Had It All, con il bottleneck che inizia a scivolare quasi con libidine sul manico della chitarra e Fowler che canta con una voce tiratissima e “cattiva”, come quella che aveva il giovane Marriott o altri giovani bianchi che si sono cimentati con il blues-rock nel corso degli anni: l’atmosfera è sospesa e minacciosa, la sezione ritmica scandisce il tempo con grande perizia e il brano, e il disco, prendono subito quota, con l’assolo nella parte centrale che è veramente letale.

E siamo solo al primo brano. Il secondo, scritto con Tab Benoit, e che è quello che dà il titolo all’album, Sounds Of Home, ci porta dalle parti delle paludi della Lousiana, dove ci aspetta un personaggio pittoresco, ma di grande carisma come Big Chief Monk Boudreaux, che con il suo vocione vissuto aiuta il “giovane” Damon a spargere il seme del blues, del rock e della bayou music dei vecchi Creedence più ingrifati di Fogerty, con la giusta grinta, gustosissimo il breve ed intricato solo nella parte finale. Trouble, scritta ancora con Benoit, ed Ed Wright, che aveva firmato anche il brano iniziale, è una sinuosa e sensuale ode al funky-soul più genuino, con un groove della sezione ritmica che spinge il piedino irresistibilmente a muoversi e lui che canta divinamente, mentre si occupa con amore della sua chitarra, titillata quasi con piacere, che meraviglia! Spark sfodera ritmi quasi da R&R e con un pizzico dello Springsteen più gioioso (sto dando i numeri?), ma ancora anche tanto Fogerty, e i due qualche punto in comune ce l’hanno. Old Fools, Bar Stools And Me (bel titolo) è uno slow blues & soul, molto cadenzato, quasi attendista, ma aspetta che ti aspetta, quando parte l’assolo ti stende al tappeto sotto lo sgabello del bar. Where I Belong avrebbe potuta suonarla Ry Cooder nei suoi dischi degli anni ’70, quelli del blues alle radici della musica, un train sonoro semplice e una slide misurata, ma sempre in grado di fare i numeri, con Benoit che lo aiuta alla ritmica acustica.

Grit My Teeth, a tempo di boogie Fowler si misura con ZZ Top o Thorogood, con la chitarra che va quasi subito in overdrive nell’altra galassia. A questo punto così ti va a pensare quel geniaccio del Damon? Una bella cover di Alison di tale Declan Patrick McManus, per la mamma, Elvis Costello per tutti gli altri, che viene “soulificata” (se si può dire, non credo, ma ormai l’ho scritto) e trasportata nel Sud degli Stati Uniti, dalle parti di Memphis o Muscle Shoals, con tanto di assolo come quelli che faceva Duane Allman nei singoli Stax od Atlantic https://www.youtube.com/watch?v=SFmA4BqrmbU  e potrebbe fare adesso il suo erede Derek Trucks, bellissimo! In Tv Mama Damon Fowler si cimenta con il repertorio di uno dei maestri della slide, Johnny Winter, e il risultato è quasi un pari, e qui si viaggia alla grande https://www.youtube.com/watch?v=S60cGLAz5s0. Per completare lo spettro delle influenze c’è anche una Do It For The Love che è una ballata “country got soul” con Tab Benoit impegnato alla pedal steel. E per finire la cover di un traditional come I Shall Not Be Moved, che parte all’incirca a tempo di ragtime e diventa un gospel, ancora quasi cooderiano nei suoi sviluppi. Consigliato, questo è uno bravo!

Bruno Conti

Buone Nuove Dalla Louisiana…Garantisce Tarantino! Brother Dege – How To Kill A Horse

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Brother Dege – How To Kill A Horse – Golarwash CD

Brother Dege, al secolo Dege Legg, è un autentico outsider. Ma è anche un musicista particolare, imprevedibile, creativo: originario della Louisiana, suona ed incide musica sin dagli anni novanta, ma senza mai aver guadagnato neppure il minimo indispensabile per vivere.

Dege ama la musica, la fa per il puro piacere di farla, e nella sua vita ha affrontato mille mestieri diversi per sostenersi finanziariamente, dal tassista al lavapiatti, al gommista (più altri che non ho citato), trovando anche il tempo di incidere dischi sia con il suo vero nome, sia come leader dei Santeria, una band che mischiava southern rock, blues e psichedelia http://www.youtube.com/watch?v=ZjYTKHJVqyo(Psyouthern è un termine coniato da Legg stesso, neologismo che si porta ancora dietro adesso).

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Molti dei suoi vecchi album sono irreperibili, altri si trovano solo su iTunes (forse la sua unica concessione al mainstream), compreso l’unico album (del 2009) dei Black Bayou Construct, un combo di sei elementi da lui fondato. Nel 2010 prende il nome di Brother Dege e pubblica come indipendente l’interessante Folk Songs Of The American Longhair  http://www.youtube.com/watch?v=uMFn9UzdbGQ, un album di brani intrisi fino al midollo di folk tradizionale (inteso come stile, dato che i brani sono tutti originali), blues del Delta, rock, musica del Sud ed un pizzico di swamp: un cocktail molto stimolante e creativo, che Dege ripropone ora con il suo nuovo lavoro, How To Kill A Horse (inciso in un magazzino abbandonato, ed anche questo ci dà la misura del personaggio) http://www.youtube.com/watch?v=-aky7bjdmpQ.

Dege è uno che non si riesce a catalogare, ha un’anima rock, ma scrive brani come il più consumato bluesman del Mississippi, condendo il tutto con il folk blues tipico dei field recordings di Alan Lomax, ma non dimenticando le sue origini della Louisiana ed inserendo ogni tanto qualche residuo delle sue influenze psichedeliche. Le sue canzoni sono molto evocative, ci fanno immaginare paesaggi aridi e polverosi: una scrittura quasi cinematografica, al punto che perfino Quentin Tarantino (uno che di outsiders se ne intende) ha voluto inserire una sua canzone nella colonna sonora di Django Unchained http://www.youtube.com/watch?v=HS3hV8q05Hg (e perfino il Discovery Channel ed il National Geographic Channel hanno usato brani suoi come sottofondo per i loro documentari).

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Legg si circonda di pochi musicisti, giusto per dare un tocco in più ai suoi brani che fanno dell’essenzialità il loro fiore all’occhiello, ed egli stesso si accompagna, e molto bene, alla chitarra resonator ed alla slide acustica, che sono i due strumenti principali del disco, attorno ai quali vengono costruite gran parte delle canzoni.

Proprio la resonator dà avvio al disco, nella vibrante The Black Sea, dove ascoltiamo per la prima volta la voce personale di Dege: un tappeto di percussioni fornisce un po’ di movimento al brano http://www.youtube.com/watch?v=iC988bt6HG4.

The Darker Side Of Me presenta un accattivante contrasto tra la slide acustica del nostro ed un loop di batteria moderno (che però non stona, anzi), con la voce tesa di Fratello Dege che ci trasmette un senso di ansia e disperazione. Già da questi due brani si capisce che Legg non è uno che si atteggia, ma è uno vero, autentico, al quale la vita non ha sorriso spesso. L’elettroacustica How To Kill A Horse  http://www.youtube.com/watch?v=SiO9e10KFwk distende la sua melodia tra vari strumenti a corda, con una ritmica pulsante alle spalle che dona un minimo di colore ad un brano abbastanza crepuscolare.

Judgment Day è un Delta blues fatto e finito, con l’ottima slide del nostro che fa il bello e il cattivo tempo, un brano che, ne siamo certi, piacerà molto a Tarantino. O’Dark30 è uno strumentale, un cocktail strano ma affascinante tra blues e psichedelica, con la chitarra di Dege e le percussioni che percorrono territori autonomi, in piena libertà. Con Poor Momma Child torniamo al blues, ancora con un mood un po’ tetro, da vero bluesman del Sud (non è un disco che mette di buon umore, questo è chiaro): il nostro fa i numeri alla slide neanche fosse Ry Cooder e canta con buona partecipazione; Wehyah fonde mirabilmente elementi blues e rock con uno stile tra il tribale ed il psichedelico: non ci avete capito niente? Bene, questo vi dà la misura dell’originalità di questo musicista. Crazy Motherfucker (bel titolo, raffinato) è quasi un boogie acustico, spoglio, scarno, verace, mentre The River è l’unico pezzo disteso e rilassato del CD, una ballata pura ed incontaminata, che mostra che il songwriting di Legg non è affatto monotematico.

Chiude la lunga (otto minuti, mentre gli altri brani oscillano tra i tre ed i cinque) Last Man Out Of Babylon, un classico pezzo southern dalla struttura acustica, con un crescendo notevole ed interventi di chitarra elettrica a dare più profondità al suono http://www.youtube.com/watch?v=UYgbGjL4SQY.

Gran bel disco, una vera sorpresa.

Marco Verdi