Un Bel Disco Dalle Radici Incontaminate. Michael Doucet – Lacher Prise

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Michael Doucet – Lacher Prise – Compass Records – CD – LP – Download

Mi sono accorto che dalla nascita di questo Blog, colpevolmente, non avevamo mai parlato di Michael Doucet, e del suo gruppo di riferimento, ovvero i Beausoleil, dei quali è stato il fondatore. Questo signore originario di Scott, piccolo centro non molto distante da Lafayette, città simbolo del territorio “cajun”, è indubbiamente tra i più importanti violinisti attualmente sulle scene della musica della Louisiana, con un suono peculiare che ha un legame territoriale specifico con la cultura della popolazione francofona della regione. Depositario (a partire dal lontano 1976) di una ventina di lavori con il suo gruppo (i citati Beausoleil, con i fratelli Kenneth e Sterling Richard), e altrettanti da solista ( senza contare le varie collaborazioni con altri artisti), il “prof” Doucet dopo una pausa di riflessione torna con questo nuovo lavoro Làcher Prise (uscito da qualche tempo, ma passato sotto silenzio in questi tempi di virus), registrato nei noti Dockside Studios di Maurice nella “natia” Louisiana, accompagnato da validi musicisti di “area” tra i quali i bravi Chad Viator e Sarah Quintana, chitarre elettriche ed acustiche, Chris French al basso, Jimmy Kolacek alla batteria e percussioni, e “turnisti” di valore come David Balakrishnan e Alex Hargreaves al violino, Jim Hoke a sax e pedal steel, Chad Huval alla fisarmonica, il bravo tastierista Reese Wynans (Joe Bonamassa e il grande Stevie Ray Vaughan), con il notevole contributo alle armonie vocali di Sarah Dugas (The Duhks), Andrina Turenne e della stessa Sarah Quintana, affidando la co-produzione a Gary West e Chad Viator.

Una decina di brani cantati anche in lingua francofona, tipica della Louisiana, dai suoni e stili innovativi, che spaziano dalla moderna musica di New Orleans, agli immancabili ritmi “cajun”, fino ad arrivare a sorprendenti temi “caraibici”, e udite, udite, anche un intrigante sound “gitano”. Il disco parte con le deliziose atmosfere cajun di Water, Water, con in prima linea la fisarmonica, il violino e una base ritmica incalzante, seguita da una cover di Boozoo Chavis (musicista pioniere del genere “zydeco-cajun”), Lula Lula Don’t You Go To Bingo in una versione alla Bo Diddley dove il violino di Mr. Doucet è davvero inspirato, per poi passare alle sfumature cadenzate di una dolce Dites Moi Pas (cantata in francese) in coppia con la brava Sarah Quintana, ed arrivare ad uno dei punti più alti del lavoro, una lenta e tambureggiante Walking On A Mardi Gras Day, il tutto giocato su violino e fisarmonica, con un cantato adulto e maturo. Si riparte con la solenne Abandonne, un traditional di pura liricità, dove inizialmente il violino disegna trame arabesche, e poi nella parte finale spicca ancora la splendida voce di Sarah.

Si (ri)scoprono pure le atmosfere cool di un valzer gitano come Bad Woman, per poi portarci su una pista da ballo con il “cajun” allegro di Marie Catin (dove è proprio impossibile non muovere il piedino), con un delizioso violino in primo piano, seguita da un’altra cover, He’s Got All The Whiskey di Bobby Charles, uno splendido brano con cadenze blues, ideale per una serata romantica. Ci si avvia alla fine con il tradizionale Chere Emelie, dove Michael Doucet in questa occasione suona il mandolino su un sottofondo di percussioni, segue il bellissimo brano strumentale Cajun Gypsy, impreziosito da una sezione d’archi composta da David Balakrishan e Alex Hargreaves al violino, Benjamin Von Gutzeit alla viola e Malcolm Parson al violoncello, dove ancora una volta il livello superiore del violino del “professore” fa la differenza, concludendo il CD con una versione estesa, più ruspante e spettacolare di Lula Lula Don’t You Go To Bingo.

Michael Doucet è stato ed è tuttora indubbiamente tra i più importanti violinisti “cajun” sulle scene della Louisiana, e con i suoi Beausoleil, il bravissimo C.J. Chenier e Zachary Richard (per la parte più rock), ha riportato in auge il “zydeco-cajun” tradizionale rielaborandolo giusto quel poco per essere presentato anche ad un “nuovo” pubblico internazionale, non quindi solo locale come avveniva nel passato. Se mai dovesse esistere un Nobel per la divulgazione della musica, state sicuri che sarebbe certamente assegnato a Michael “prof of fiddle” Doucet, come il più autentico artigiano e ambasciatore della tradizione sonora della vecchia e paludosa Louisiana. Cajun-zydeco forever!

*NDT: Se volete approfondire ulteriormente il genere, recuperate il bellissimo Live In Montreal di Zachary Richard.

Tino Montanari

E Intanto Sonny Landreth Non Sbaglia Un Disco! Sonny Landreth – Blacktop Run

sonny landreth blacktop run

Sonny Landreth – Blacktop Run – Mascot/Provogue

Molti anni fa Carboni aveva intitolato un suo disco ” E Intanto Dustin Hoffman Non Sbaglia Un Film”: e per lungo tempo questa affermazione era rimasta corrispondente al vero, poi l’attore americano aveva iniziato purtroppo a ciccare film a raffica, ma nella musica ci sono ancora artisti che si attengono a questo credo, penso a Richard Thompson, a Bruce Cockburn e a pochi altri, magari minori ma di culto. Sonny Landreth appartiene anche lui a questa categoria, forse più “artigiano” che Artista con la A maiuscola, il musicista della Louisiana è un virtuoso assoluto della chitarra slide, ma anche come solista la sua discografia si è mantenuta sempre su livelli elevati e costanti, con parecchie punte di eccellenza: per esempio il doppio Recorded Live In Lafayette https://discoclub.myblog.it/2017/07/31/semplicemente-uno-dei-migliori-chitarristi-americani-sonny-landreth-recorded-live-in-lafayette/  e tra quelli recenti anche Bound By The Blues https://discoclub.myblog.it/2015/07/28/slidin-blues-at-its-bestsonny-landreth-bound-by-the-blues/ , ma anche molti CD del passato, a partire da Outward Bound, South Of I-10 e Leevee Town, solo per citarne alcuni, e fino al 2005, quando il produttore era R.S. Field, il motto citato prima era quasi doveroso (per non dire dei dischi di John Hiatt con i Goners, uno più bello dell’altro, dove il bassista era David Ranson, ancora oggi con Landreth).

Questo nuovo Blacktop Run riunisce i due vecchi amici, ed è stato registrato quasi completamente in presa diretta ai Dockside Studios di Vermilion River vicino a Lafayette, Louisiana, con l’appena citato Ranson, Brian Brignac alla batteria e Steve Conn a tastiere e fisa, che ancora una volta affiancano Sonny. L’album è veramente bello, dieci brani in tutto, di cui due che portano la firma di Conn, quattro strumentali ed una varietà di temi ed atmosfere sonore veramente ammirevole, completando l’approccio del doppio dal vivo del 2017, dove c’erano un disco acustico ed uno elettrico, questa volta fonde mirabilmente le due anime sonore di Landreth. In Blacktop Run la canzone c’è un intreccio di acustiche tradizionali e slide, una ritmica intricata, tocchi quasi di musica modale orientale, un cantato rilassato, ma brillante e l’intesa quasi telepatica dei vari musicisti, poi ribadita nella delicata e deliziosa Don’t Ask Me, una sorta di laidback Delta Blues partorito nei dintorni di New Orleans, scritta da Steve Conn che ci suona la fisarmonica interagendo in modo ammirevole con l’acustica slide di Landreth. Lover Dance With M è un sontuoso zydeco rallentato e cadenzato, uno dei suoi incredibili brani strumentali, con Sonny che per l’occasione anziché con il solito bottleneck, lavora con il tremolo della sua chitarra, ed il risultato è filtrato attraverso il Leslie degli altoparlanti con risultati suggestivi.

Groovy Goddess, un altro dei brani strumentali è l’ennesima rappresentazione della prodigiosa abilità alla slide di Landreth, ben sostenuto dalle tastiere di Conn e la complessa Beyond Borders alza ulteriormente la quota improvvisativa, per un brano che in origine doveva far parte del disco del 2008 di duetti From The Reach per un “tete à tete” con Carlos Santana, e che è stato riadattato ai multiformi talenti alle tastiere di Steve Conn, un pezzo jazz-rock preso a velocità vorticose dove tutta la band gira come una macchina perfettamente oliata e gli assoli dei due solisti sono fantastici. Conn è anche l’autore della sinuosa e leggiadra ballata Somebody Gotta Make A Move, cantata molto bene da Sonny che in questo album ha curato con puntiglio anche le parti vocali, come ribadisce un’altra soave ballata elettroacustica come la calda Something Grand, un brano dove, per la prima volta da molti anni, non c’è un assolo di chitarra di Landreth, che lascia la parte solista all’organo di Conn, ma si rifà poi abbondantemente in The Wilds Of Frontier, canzone che nel testo affronta il tema dei cambiamenti climatici e delle crisi ambientali che stanno interessando il nostro pianeta.

Non poteva mancare un brano dove Sonny Landreth si cimenta con i suoni e i ritmi della sua amata Louisiana, come nella incantevole Mule dove la slide “scivola” senza sforzo intrecciandosi con la fisa di Conn in una danza senza fine di amore inquieto a tempo di cajun e zydeco. Quindi per l’ennesima volta il musicista di Canton, Mississippi, ma “Cajun” onorario, c’entra l’obiettivo di fondere tutte le sue musiche, stili ed influenze in un tutt’uno seducente ed irresistibile, una volta di più vivamente consigliato. Dustin Hoffman sarebbe contento: chapeau! Anche questo rientra tra i papabili per i migliori dischi di fine anno del 2020.

Bruno Conti

E Questo Disco Da Dove Sbuca? Un “Icona” Della Musica Della Louisiana Colpisce Ancora. Zachary Richard – Gombo

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Zachary Richard – Gombo – RZ Records

Un nuovo disco di Zachary Richard è sempre un avvenimento, almeno per chi come me lo segue fin dal lontano 1976, e periodicamente, dalla nascita di questo blog ho recensito varie sue recenti prove: il DVD Some Day Live At The Montreal Jazz Festival, e i lavori in studio Le Fou (12) e J’Aime La Vie (13) http://discoclub.myblog.it/2013/12/17/disco-pura-bellezza-zachary-richard-jaime-la-vie/ , ottimi esempi di un artista che nel corso degli anni ha fatto del “bilinguismo” e della doppia identità culturale la sua bandiera. Questo Gombo è il ventunesimo album in studio di Zachary Richard in 45 anni di carriera, registrato nei famosi Mixart Studios di Montreal, co-prodotto con David Torkanowsky dove viene il meglio dei musicisti del luogo ma anche di New Orleans, gente come Bernard Fèlix alla fisarmonica, Graham Robinson al basso, Justin Allard alla batteria, Roddie Romero, Jeff Smallwood, Shane Theriot alle chitarre, Rick Haworth alla lap-steel, mandolino e armonica, lo stresso Torkanowsky al piano e tastiere, e una intrigante sezione d’archi composta da Helen Gillet al cello, Amelia Clingman alla viola, e Harry Hardin, Kate Withrow, violini, e Francis Covan al violino fisarmonica, bravissimo: il tutto per una quindicina di brani  che sono un lungo viaggio che spazia dalla musica tradizionale del luogo, quindi cajun e zydeco, al folk e al rock, e pure il blues targato New Orleans.

 

Gombo si apre con una fulminante Zydeco Jump (recuperata dal bellissimo Snake Bite Love) con la fisarmonica in grande evidenza, e in cui i musicisti suonano ad un ritmo “indiavolato”; brano a cui fanno seguito due splendide canzoni di forte sapore tradizionale come La Ballade D’Emile Benoit e La Ballade Du Irving Whale, cantate come sempre al meglio da Richard in lingua francofona, per poi passare, con Jena Blues, ai suoni tipici del blues locale, mentre Catherine, Catherine ha un ritmo irresistibile da puro “zydeco”, ed è cantato in coppia con il compositore, musicista e anche attore del Quebec Robert Charlebois. Si riparte con Manchac intensa ed evocativa, che mette in risalto la voce del “nostro” amico, a cui fanno seguito altre due brani di spessore, come la quasi recitativa La Ballade De L’Exclus, e un sentito ricordo dei tragici fatti “parigini” con una struggente Au Bal Du Bataclan, per poi ritornare ad un brano di pura tradizione come Dans Les Grands Chemins, un perfetta “cajun song” in chiave rock, e ai suoni urbani di Pop The Gator con un coro “funky” e una ricca sezione ritmica.

Una chitarra acustica e voci femminili fanno da corona ad una canzone limpida come It Might Be Love,  mentre Sweet Little Darling Of Mine è una ballata triste e pianistica (decisamente lontana dalle atmosfere che il lavoro ci ha proposto finora), ma si ritorna al ritmo saltellante di una accattivante Somebody Calling, seguita da una canzone di commovente bellezza come Fais Briller Ta Lumière ( forse la perla del disco), cantata in duetto con la brava Angèlique Kidjo che ricorda molto composizioni dello stesso genere scritte da Zach in passato (su tutte la nota Travailler C’Est Trop Dur, recuperatene la versione fatta  sul bellissimo Live In Montreal), e chiudere infine con la bonus track La Saskatchewan, un brano che ci fa ulteriormente gustare il suono di questa provincia del Canada occidentale, immersa nella quiete dei suoi fiumi e delle sue sterminate foreste.

Per chi scrive è sempre un piacere recensire i lavori di Zachary Richard: i suoi dischi sono pieni di riferimenti storici e letterari, che fusi con la musica formano un insieme entusiasmante, ma è triste doverlo dire e anche sconfortante per il mondo musicale di oggi, un artista di questo livello non dovrebbe avere bisogno di presentazioni, ma purtroppo non è conosciuto come meriterebbe. Per quanto mi riguarda, quando si ama (in senso musicale) un “outsider” storico come Zachary Richard la speranza è  sempre quella di fare in modo di convincere i lettori di questo blog a sintonizzarsi sulle frequenze della sua musica.

NDT. Naturalmente, a corollario di quanto detto finora, come per i CD precedenti (e questo ancor di più) parliamo di un prodotto di scarsa reperibilità e relativamente costoso, ma se siete amanti della buona musica, con un po’ di impegno sulle varie piattaforme di vendita qualcosa si trova. Cercate al limite qualche titolo di quelli vecchi (magari iniziando con una buona raccolta), credetemi ne vale assolutamente la pena!

Tino Montanari