Cofanetti Autunno-Inverno 11 & 12. Riprende Una Delle Migliori Serie Di Ristampe, E Non Più Solo Per La Bellezza Dei Manufatti! Paul McCartney – Wings Wild Life & Red Rose Speedway

wings wild lifewings red rose speedway

Wings – Wild Life – Capitol/Universal 2CD – 2LP – Deluxe 3CD/DVD Box Set

Paul McCartney & Wings – Red Rose Speedway – Capitol/Universal 2CD – 2LP with bonus tracks – 2LP with original double album – Deluxe 3CD/2DVD/BluRay Box Set

Paul McCartney & Wings – 1971-1973 Super Deluxe 7CD/3DVD/BluRay Box Set

Dopo una pausa più lunga del consueto, dovuta anche alla firma del contratto con la Capitol ed all’uscita del nuovo album Egypt Station, riprende la serie di ristampe d’archivio di Paul McCartney, una delle più celebrate per la bellezza delle sue edizioni Super Deluxe, manufatti curatissimi in ogni dettaglio e con dentro vere e proprie sciccherie per i fans (anche se va detto che non li regalano di certo). La critica più spesso rivolta a queste riedizioni è che all’impeccabilità della confezione si contrapponeva una scarsa quantità di bonus musicali, un appunto veritiero per molte delle ristampe già uscite fino ad oggi (tranne qualche eccezione, come ad esempio Ram), con la debacle finale di Flowers In The Dirt, che oltre a costare una cifra ben superiore ai cento euro, aveva diverse canzoni disponibili solo come download, una decisione che ha scatenato una specie di rivolta tra i fans di Paul. Ora, sarà che le critiche hanno colpito nel segno, sarà per un eterno duello con l’amico-rivale John Lennon (del quale è uscita una sontuosa edizione deluxe dell’album Imagine), ma le due nuove ristampe della serie, relative ai primi lavori dei Wings, Wild Life (1971) e Red Rose Speedway (1973), sono di gran lunga le migliori fino a questo momento.

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Infatti, oltre alle solite edizioni “basiche” di due CD (o due LP), i cofanetti offrono tre CD ed un DVD per quanto riguarda Wild Life, e ben tre CD, due DVD ed un BluRay per Red Rose Speedway: come se non bastasse, era in vendita solo sul sito di Paul (nel senso che al momento è esaurito, ma non è esclusa una seconda stampa, anche se il sottoscritto è riuscito ad accaparrarselo) un megabox intitolato Paul McCartney & Wings: 1971-1973, che comprendeva i due cofanettoni ed aggiungeva un altro libro fotografico con accluso CD dal vivo inedito dal titolo di Wings Over Europe, che documentava per la prima volta in via ufficiale il tour del 1972/73, che Paul ed il suo gruppo tennero in piccoli club ed università, concerti molto poco pubblicizzati ed in alcuni casi addirittura a sorpresa. L’ironia della sorte è che le migliori ristampe degli archivi di Macca si riferiscono a due album che non sono certo considerati dei capolavori, soprattutto Wild Life, che fu anche un incubo per la casa discografica per vari motivi: il poco appeal radiofonico dei brani, pubblicati senza curare troppo la produzione, la mancanza di un pezzo da pubblicare su singolo, e soprattutto il “nascondersi” di Paul dietro il nome della nuova band (che comprendeva anche la moglie Linda, il chitarrista dei primi Moody Blues Denny Laine ed il batterista Denny Seiwell), con l’aggravante della copertina del disco, nella quale l’ex Beatle era semplicemente uno dei quattro, e riconoscibile solo dopo un’occhiata più attenta.

Risentito oggi, Wild Life non è probabilmente il peggior lavoro di McCartney come si diceva all’epoca (secondo me “l’onore” spetta a Press To Play del 1986), ma non è certo un capolavoro, e mostra una preoccupante incertezza compositiva del nostro, dato che almeno due-tre brani potevano andare bene al massimo come lato B. Questa ristampa, che nel cofanetto si presenta al solito in maniera splendida (libro rilegato, foto inedite, note, testi, polaroid che sembrano vere e la riproduzione esatta di un quaderno di appunti di Linda), cerca di migliorare le cose anche dal punto di vista della musica, ed in parte ci riesce. Certo, brani come l’opening track Mumbo, potente rock song dal buon tiro ma caratterizzata dai vocalizzi incomprensibili di Paul (praticamente uno strumentale), o Bip Bop, che fa parte delle canzoncine “stupide” del nostro (pur essendo orecchiabile), restano nel campo delle bizzarrie; Love Is Strange, una delle rare cover di Macca (è infatti una hit minore del duo Mickey & Sylvia, ed è scritta con Bo Diddley), era inizialmente programmata come singolo portante, ma poi l’uscita è stata cancellata forse non a torto: il brano è anche gradevole, ha un mood quasi caraibico, ma è suonata come se fosse più un’improvvisazione in studio che una canzone fatta e finita. I Am Your Singer, in cui Paul duetta con Linda, è un riempitivo di poco conto, ma Wild Life è una rock ballad fluida ed intensa, suonata stavolta molto bene, ed era un potenziale classico minore (ma non è mai più stata ripresa negli anni a seguire).

Completano il disco originale la discreta Some People Never Know, una ballata elettroacustica dalla melodia limpida e tipica di Paul, la tenue Tomorrow, pop pianistico che è anche il pezzo con più agganci al passato del nostro (leggi Beatles), e l’intensa e drammatica Dear Friend, ancora eseguita al piano e leggermente orchestrata. Il secondo dischetto del box presenta gli stessi brani in versione “rough mix” (e con Love Is Strange solo strumentale), un’aggiunta tutto sommato non indispensabile dato che già i pezzi finiti sul disco non è che fossero curatissimi dal punto di vista tecnico. Il terzo CD contiene una manciata di home recordings di Paul e Linda inerenti a brani del disco e non (c’è anche una breve Good Rockin’ Tonight), registrazioni molto informali ed inoltre con una qualità sonora decisamente amatoriale (e ci sono anche le figlie della coppia che ridacchiano in sottofondo, specie durante Bip Bop). Ci sono fortunatamente anche brani incisi in studio, ed i più interessanti sono la soffusa When The Wind Is Blowing, uno slow con una melodia discreta ma privo di testo, il rock-blues sempre strumentale The Great Cock And Seagull Race, un brano dalle ottime potenzialità e guidato alla grande da piano e chitarra (doveva essere pubblicato, fu passato anche in radio ma poi non se ne fece niente), la versione “edit” di Love Is Strange che doveva uscire come singolo (ma come abbiamo visto non fu mai messa in commercio) e la “strana” e piuttosto caotica African Yeah Yeah. Infine, il singolo “politico” Give Ireland Back To The Irish, a causa del quale Paul venne criticato aspramente, sia per una presunta mancanza di spontaneità e per la banalità del testo (ma musicalmente il brano non era malaccio).

Red Rose Speedway fu invece visto all’epoca come un ritorno di Paul alla forma migliore, un giudizio forse anche influenzato dalle pesanti critiche riservate a Wild Life (ma anche Ram non fu inizialmente apprezzato, mentre oggi è giustamente considerato come uno dei più begli album “minori” di McCartney), dato che il disco è sì un deciso passo avanti, ma non ancora ai livelli abituali per l’ex Scarafaggio, livelli che verranno raggiunti comunque da lì a poco con lo splendido Band On The Run. Di sicuro gli executives della casa discografica dovevano essersi fatti sentire, dato che il disco stavolta è accreditato a Paul McCartney & Wings, il faccione di Paul è ben visibile in copertina, ma soprattutto il primo singolo estratto è ancora oggi una delle ballate più note di Paul: My Love, un pezzo che forse ha un arrangiamento un tantino melenso ma è dotato di una melodia indimenticabile e di sicuro impatto per le classifiche del 1973. Il disco in origine doveva essere un doppio, ma poi, forse su pressioni dell’etichetta, fu ridotto ad un più rassicurante LP singolo: oggi il box offre sia la versione originale (sul primo CD) che quella doppia (sul secondo), ed anche in vinile esce in due configurazioni diverse, entrambe doppie (una con il disco del 1973 più una selezione di bonus tracks presenti sul terzo CD, l’altra con il doppio album che sarebbe dovuto uscire: siete abbastanza confusi?). La versione ampliata presenta diciotto canzoni, contro le nove del disco dell’epoca; dei nove brani aggiunti, sei usciranno di lì a poco come lati B di vari singoli: la deliziosa e bucolica Country Dreamer, rara escursione di Paul appunto nel country, il reggae leggerino di Seaside Woman, cantato da Linda (il che non migliora la canzone), I Lie Around, gradevole e cadenzata rock song che non avrebbe sfigurato sull’LP originale, la vibrante e chitarristica The Mess, eseguita dal vivo (è giusto ricordare che qui i Wings sono in cinque, dato che si è aggiunto il chitarrista Henry McCullough, ex Grease Band), l’acustica e delicata Mama’s Little Girl ed il folk-rock di I Would Only Smile, scritta e cantata da Laine.

Tre brani sono inediti assoluti: Night Out, un rock’n’roll strumentale decisamente elettrico e grintoso, ma più una jam di due minuti che una vera canzone, l’eccellente rock-blues Best Friend, ancora dal vivo e che avrebbe meritato maggior fortuna, e la lenta Tragedy, tutto sommato non indispensabile. E poi ci sono i brani finiti sul disco del 1973: oltre alla già citata My Love i pezzi salienti sono la discreta Get On The Right Thing, dal ritornello accattivante, la solida rock ballad When The Night, il bel medley di undici minuti che comprende quattro mini-canzoni ed il delizioso country-pop di One More Kiss. Mentre le altre sono dignitose pop songs, ma che non troveremo mai su un Best Of di Paul (con una nota di biasimo particolare per l’ambizioso strumentale Loup (1st Indian On The Moon), dalle tentazioni prog ma senza né capo né coda). Il terzo dischetto inizia con due singoli del periodo (la filastrocca Mary Had A Little Lamb, scritta come risposta alle critiche per Give Ireland Back To The Irish, ed il trascinante rock’n’roll Hi Hi Hi, ancora oggi nei concerti di Paul) ed il loro lati B (la guizzante Little Woman Love ed il gradevole reggae C Moon). Detto della presenza della famosissima Live And Let Die, troviamo poi cinque missaggi differenti di brani ascoltati in precedenza, la stessa Live And Let Die in una diversa take (e senza orchestra), l’ottima versione di studio di The Mess, ed altri tre inediti assoluti: la pianistica 1882, proposta in ben tre letture (home recording, studio e live) e niente affatto male, la scanzonata e divertente Thank You Darling e la potente Jazz Street, uno strumentale che di jazz non ha nulla ma servirà come base di partenza per la futura 1985.

Per quanto riguarda entrambi i box, non ho ancora avuto tempo di vedere la parte video, ma se in Wild Life i contenuti si limitano a qualche rehearsal, un breve documentario di Paul e Linda in Scozia ed un filmato che mostra immagini dal party indetto per lanciare l’album, il primo DVD di Red Rose Speedway presenta vari videoclip di singoli dell’epoca, una Live And Let Die dal vivo a Liverpool ed uno special televisivo, mentre il secondo dischetto il raro The Bruce McMouse Show, uno strano cartone animato inframezzato da performance dal vivo dei Wings (ed il BluRay ha il medesimo contenuto). Ed eccoci all’interessantissimo dischetto live Wings Over Europe, come dicevo prima esclusivo del box 1971-1973, un documento di indubbio valore in quanto si occupa di un tour fino a questo momento mai preso in considerazione dalla discografia di Paul. Registrato in varie località del vecchio continente (ma la Gran Bretagna, così come l’Italia, erano state escluse), il CD ci fa vedere che i Wings erano già un’ottima live band (ad eccezione di Linda, che è sempre stata un elemento prettamente ornamentale), e ci presenta versioni di ottimo livello di highlights da Wild Life (Mumbo, Bip Bop, entrambe migliori che in studio, e la title track), Ram (gli scatenati rock’n’roll Smile Away e Eat At Home) ed un solo pezzo dal primo solo album di Paul, che però è la straordinaria Maybe I’m Amazed. Ci sono anche Big Barn Bed e My Love in anteprima da Red Rose Speedway, e purtroppo anche un doppio spazio per Linda con I Am Your Singer e Seaside Woman.

Non mancano versioni molto vitali dei singoli dell’epoca, soprattutto Give Ireland Back To The Irish e la coinvolgente Hi Hi Hi (mentre Mary Had A Little Lamb resta un brano minore), alcuni inediti già trovati nei due box recensiti poc’anzi (The Mess, 1882, Best Friend), una strepitosa cover di Blue Moon Of Kentucky, tra le migliori del CD, e la potente Soily, una vibrante rock song che vedrà la luce su un altro live del gruppo, Wings Over America, ma di cui ancora manca una versione in studio. E i Beatles? A quell’epoca purtroppo vigeva una sorta di embargo verso le canzoni dei Fab Four da parte di Macca (ed anche di John, che però non faceva tour), e la cosa più vicina a quel fantastico periodo è una tirata Long Tall Sally di Little Richard posta in chiusura, che il nostro aveva inciso anche con gli ex compagni di Liverpool. Una doppia (tripla, con il live) ristampa che ci offre quindi tantissimo materiale, forse non tutto di primissima qualità (soprattutto nel box di Wild Life), ma che ci fa sperare in un nuovo trend più “generoso” da parte di Paul per quel che riguarda le riedizioni future (con una speranza di chi scrive di vedere a breve una rivalutazione di Back To The Egg, da sempre uno dei miei preferiti).

Marco Verdi

P.S. Dal suo “amico” John e dal sottoscritto con tanti auguri di Buon Natale.

Bruno Conti

Ed Anche Quest’Anno Si Conferma L’Equazione: Natale = Live Degli Stones! The Rolling Stones – Voodoo Lounge Uncut

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The Rolling Stones – Voodoo Lounge Uncut – Eagle Rock/Universal DVD – BluRay – 2CD/DVD – 2CD/BluRay

Per i primi trent’anni della loro inimitabile carriera, non è che la discografia live dei Rolling Stones rispecchiasse fedelmente la loro bravura dal vivo: a parte il fondamentale Get Yer Ya Ya’s Out del 1970, per anni i nostri non erano stati in grado di regalare ai fans un album dal vivo come Dio comandava (Got Live If You Want It era una mezza presa in giro, Love You Live era bello ma avrebbe potuto essere molto meglio, e sia Still Life che Flashpoint erano piuttosto deludenti). Poi, dallo splendido Stripped del 1995 in avanti, le Pietre si sono messe a pubblicare dischi live con una regolarità impressionante, abbinando quantità a qualità, e molti di essi sono stati messi in commercio nel periodo tardo autunnale, in tempo per lo shopping natalizio, sia per quanto riguarda i concerti d’archivio (fuori e dentro la serie From The Vault https://discoclub.myblog.it/2018/05/26/dagli-archivi-senza-fine-a-luglio-un-nuovo-capitolo-della-saga-rolling-stones-from-the-vault-no-security-san-jose-99/ ), sia per quelli “contemporanei” (Sweet Summer Sun, Havana Moon). Non si sottrae alla regola questo Voodoo Lounge Uncut, che esce nelle solite varie configurazioni audio e video, e che come suggerisce il titolo proviene dal tour intrapreso in supporto all’album Voodoo Lounge del 1994, lo stesso giro di spettacoli che aveva dato vita a Stripped (ed al suo monumentale ed imperdibile seguito, Totally Strippedhttps://discoclub.myblog.it/2016/06/24/21-anni-fa-era-imperdibile-ora-indispensabile-the-rolling-stones-totally-stripped/ .

Voodoo Lounge aveva segnato il ritorno alla forma ottimale per il gruppo di Mick Jagger, Keith Richards, Ronnie Wood e Charlie Watts (era infatti il primo lavoro senza il bassista Bill Wyman), un grande disco che vedeva all’opera una band ispirata e decisamente “sul pezzo” dopo una decade, gli anni ottanta, che aveva riservato a loro ed ai fans quasi solo delusioni (anche se Steel Wheels del 1989 mostrava qualche segnale di ripresa): un album quindi che si poteva tranquillamente definire come il loro migliore da Some Girls (Tattoo You, pur ottimo, era formato all’80% da outtakes rimaneggiate, alcune anche con dieci anni sulle spalle), e che si rivelerà più riuscito anche dei suoi due seguiti composti da materiale originale, Bridges To Babylon e A Bigger Bang. Anche la tournée seguente vedeva i nostri in forma eccellente, come se fossero ancora negli anni settanta, aiutati da una superband che li accompagnerà per molti anni, e che in molte individualità è con loro ancora oggi (Darryl Jones al basso, Chuck Leavell alle tastiere, la sezione fiati di quattro elementi guidata dall’ormai scomparso Bobby Keys, ed un trio di coristi formato da Lisa Fisher, Blondie Chaplin e Bernard Fowler): Voodoo Lounge Uncut ci presenta una splendida serata del 25 Novembre 1994 al Joe Robbie Stadium di Miami, che non è del tutto inedita in quanto all’epoca era uscita su VHS e su LaserDisc: qui però abbiamo per la prima volta il concerto anche in versione audio e, soprattutto, completo, dato che allora erano state “tagliate” ben dieci canzoni (da qui l’Uncut del titolo). E la serata è, manco a dirlo, strepitosa, con gli Stones in forma spettacolare e con una scaletta che riserva anche più di una sorpresa, non limitandosi soltanto a riproporre i loro successi (che comunque non mancano di certo).

Dopo un’introduzione da parte dell’attrice Whoopi Goldberg, il concerto inizia in maniera insolita, e cioè con la tambureggiante Not Fade Away, evergreen di Buddy Holly che i nostri incisero in gioventù. Poi però il rock’n’roll prende subito il sopravvento, con due classici da Exile On Main Street, la ruspante Tumbling Dice ed una Rocks Off più trascinante che mai, inframmezzate da uno dei brani all’epoca nuovi, cioè la potente You Got Me Rocking. A dire il vero i pezzi tratti da Voodoo Lounge non sono molti altri, solo la torrida I Go Wild, la graffiante Sparks Will Fly, puro rock’n’roll Stones-style, e la toccante The Worst, cantata da Richards con la consueta voce imperfetta ma piena di feeling (ed accoppiata alla guizzante Before They Make Me Run, sempre molto apprezzata). Come dicevo, le hits non mancano (Satisfaction, posta stranamente in settima posizione nella setlist, la ballatona Angie, Miss You, che fa ballare tutto lo stadio, Honky Tonk Women, Sympathy For The Devil), ma ci sono anche diverse chicche come lo splendido errebi Beast Of Burden (grande versione), la poco nota Doo Doo Doo Doo Doo (Heartbreaker) e, dagli anni sessanta, una scintillante It’s All Over Now e la quasi dimenticata Monkey Man. Ma il magic moment dello show, almeno secondo me, è un uno-due a tutto country-rock formato da Dead Flowers e Sweet Virginia, due canzoni meravigliose che in quella sera brillano ancor più di luce propria, una più bella dell’altra.

In una serata speciale non possono mancare gli ospiti, a partire dalla bella Sheryl Crow (all’epoca molto in auge), alle prese con la vintage Live With Me (performance per la verità un po’ tirata via), e soprattutto con un doppio momento blues, prima con Robert Cray che canta e suona da par suo sulle note di Stop Breaking Down Blues di Robert Johnson, e poi con il leggendario Bo Diddley e la sua chitarra rettangolare con una infuocata Who Do You Love?, versione formidabile, tra le migliori prestazioni della serata. Infine, solita chiusura micidiale con cinque classici rock’n’roll uno di fila all’altro, Street Fighting Man, Start Me Up, It’s Only Rock’n’Roll (But I Like It), Brown Sugar e Jumpin’ Jack Flash, canzoni ascoltate mille volte ma che ogni sera i nostri suonano come se fossero ancora giovani ed affamati. Il DVD (o BluRay) offre anche cinque pezzi bonus, tratti da una serata al Giants Stadium in New Jersey, che però non ho ancora visto in quanto ho fatto questa recensione sulla parte audio (per la cronaca, i brani sono Shattered, Out Of Tears, All Down The Line, I Can’t Get Next To You dei Temptations e Happy).

Altro grande concerto ed altro documento prezioso quindi; l’anno prossimo i Rolling Stones porteranno il loro No Filter Tour negli Stati Uniti per tredici serate: scommettiamo che il prossimo live album sarà tratto da uno di questi concerti? Magari Chicago?

Marco Verdi

Bluesmen A Tempo Determinato. Parte 1: Billy F. Gibbons – The Big Bad Blues

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Billy F. Gibbons – The Big Bad Blues – Concord CD

A parte gli esordi psichedelici con i Moving Sidewalks, il blues è un genere musicale che è sempre stato legato a doppio filo alla figura di Billy Gibbons (la F. sta per Frederick), e la musica del gruppo di cui è leader da quasi cinquant’anni, gli ZZ Top, è sempre stata infarcita di blues fino al midollo. Però un vero disco tutto di blues gli ZZ Top non lo hanno mai fatto, neppure i loro primi tre album (i migliori) lo erano, in quanto il blues era mirabilmente mescolato con forti dosi di rock e boogie (esiste però un’ottima antologia a tema del gruppo, One Foot In The Blues, che raggruppa alcuni brani del trio imparentati con la musica del diavolo). Nel 2015 Billy ha esordito come solista con l’album Perfectamundo, ed era lecito pensare finalmente ad un disco di blues, anche se poi il risultato finale era tutt’altro, un deludente pastrocchio di ispirazione afro-cubana che aveva scontentato gran parte dei suoi fans. Oggi Gibbons ci riprova, e già dal titolo, The Big Bad Blues, ci fa capire che questa volta ci siamo: infatti l’album è la cosa migliore fatta dal nostro da moltissimi anni a questa parte, ZZ Top compresi (l’ultimo lavoro dei quali, La Futura, era comunque un bel disco), un disco di vero blues, suonato e cantato con grande forza e feeling, con lo stile tipico del nostro.

Sono infatti presenti nelle undici canzoni del CD massicce dosi di rock, un po’ di boogie, e se amate i suoni ruspanti e “grassi” di chitarra qui troverete pane per i vostri denti. L’album, prodotto da Billy insieme a Tom Hardy, ha un suono spettacolare, decisamente vigoroso, e la band che accompagna il nostro è assolutamente in palla: James Harman, grande armonicista, è uno dei protagonisti del disco, poi abbiamo lo stesso Hardy al basso, Elwood Francis alla seconda chitarra, Mike Flanigin (già nella band di Jimmie Vaughan) alle tastiere, e ben due batteristi, Greg Morrow ed il tonante Matt Sorum, ex Guns’n’Roses, Motorhead, The Cult e Velvet Revolver ed attualmente con gli Hollywood Vampires. The Big Bad Blues ha una prevalenza di brani originali, ma non mancano i tributi a musicisti che hanno influenzato Billy, principalmente Muddy Waters e Bo Diddley, presenti con due pezzi a testa. Di Waters abbiamo una magistrale Standing Around Crying, un blues lento, sudato ed appiccicaticcio, con un’ottima armonica ed un feeling da far tremare i muri, e la nota Rollin’ And Tumblin’, lanciata come un treno in corsa, una splendida chitarra ed una sezione ritmica da paura. Diddley è omaggiato con Bring It To Jerome, possente, annerita, quasi minacciosa ma piena di fascino, e con una deliziosa Crackin’ Up, che assume quasi toni solari e caraibici, alla Taj Mahal.

Delle restanti sette canzoni, sei sono opera di Billy ed una della moglie Gilly Stillwater, che poi è l’opening track e primo singolo Missin’ Yo Kissin’, un pezzo dall’introduzione potente, chitarra dal suono ruspante, basso e batteria formato macigno e voce catramosa, un boogie travolgente che potrebbe entrare tranquillamente nel repertorio degli ZZ Top: la parte cantata è relativamente breve, quasi un pretesto per far volare gli strumenti, con la sei corde del leader in testa. Ancora ritmo e potenza per My Baby She Rocks, un bluesaccio cadenzato e decisamente gustoso, con un’armonica tagliente ed i soliti strali chitarristici; molto bella Second Line, un rock-blues forte e grintoso, con assoli altamente goduriosi e suonati con un feeling enorme, mentre la saltellante Let The Left Hand Know ci porta idealmente in un fumoso localaccio della periferia di Chicago: ancora un duello tra la chitarra di Billy e l’armonica di Harman, e con la sezione ritmica che tanto per cambiare pesta di brutto. La torrida That’s What She Said vede il nostro lavorare di slide, ben supportato dalla seconda chitarra di Francis, Mo’ Slower Blues è ancora vigorosa e con il pianoforte in evidenza, ma musicalmente è un po’ ripetitiva, mentre Hollywood 151 è un eccellente rock-blues, roccioso e diretto come un pugno in faccia, e che mantiene altissima la temperatura.

A quasi settant’anni Billy F. Gibbons ha fatto finalmente il disco che aspettavamo da una vita: di sicuro tra gli album di blues più belli di questo 2018.

Marco Verdi

Prossime Uscite Autunnali 11. Rolling Stones – Voodoo Lounge Uncut. Questo Invece Non E’ Inutile, E’ Decisamente Interessante: Esce Sempre Il 16 Novembre.

rolling stones voodoo lounge uncut

Rolling Stones – Voodoo Lounge Uncut – 2CD/DVD – 2CD/Blu-ray – DVD – Blu-ray – 3LP – Eagle Rock/Universal -16-11-2018

Oltre alla ristampa fondamentalmente inutile per il 50° di Beggars Banquet di cui vi abbiamo parlato ieri, i Rolling Stones annunciano per lo stesso giorno anche la “ristampa” di questo Voodoo Lounge Uncut. A voler essere precisi e pignoli il concerto era uscito nel 1995 in VHS come Voodoo Lounge Live (e se non ricordo male anche come CD-ROM!), poi in DVD dal 1998, ma tutte le versioni sono fuori produzione da anni. Si tratta di un concerto filmato al Joe Robbie Stadium di Miami in Florida il 25 novembre del 1994 durante il Voodoo Lounge Tour, trasmesso integralmente come speciale per la televisione pay-per-view. Delle 27 canzoni complessive eseguite nella serata, solo 17 furono poi pubblicate nelle versioni video dell’epoca, ma non uscì nessun CD o LP con la parte audio, seppure parziale.

Ora è stato annunciato che il concerto integrale senza tagli e nella sequenza originale dei brani, diretto dal regista David Mallett (specializzato in video musicali) e presentato da Whoopi Goldberg, uscirà per la Eagle Rock nei diversi formati che potete leggere sopra. Come bonus nella parte video ci saranno anche 5 brani eseguiti al Giants Stadium, New Jersey qualche tempo prima, il 14 agosto. Alla serata come ospiti speciali parteciparono Sheryl Crow, Robert Cray e Bo Diddley e il palcoscenico super tecnologico formato cyberworld era quello faraonico e fantasmagorico dei concerti degli Stones degli anni ’90 (quelli della rinascita della band come formidabile entità dal vivo) con altri otto musicisti sul palco oltre a Jagger, Richards, Wood Watts. Ecco quindi il contenuto completo dei vari formati previsti in uscita il 16 novembre p.v.

BONUS PERFORMANCES FROM GIANTS STADIUM, NEW JERSEY

1. Shattered 2. Out Of Tears 3. All Down The Line 4. I Can’t Get Next To You 5. Happy https://www.youtube.com/watch?v=DiOSG1O6cKA

Tracklist
[DVD or Blu-ray]
1. Whoopi Goldberg Intro
2. Not Fade Away
3. Tumbling Dice
4. You Got Me Rocking
5. Rocks Off
6. Sparks Will Fly
7. Live With Me
8. (I Can’t Get No) Satisfaction
9. Beast Of Burden
10. Angie
11. Dead Flowers
12. Sweet Virginia
13. Doo Doo Doo Doo Doo (Heartbreaker)
14. It’s All Over Now
15. Stop Breakin’ Down Blues
16. Who Do You Love?
17. I Go Wild
18. Miss You
19. Honky Tonk Women
20. Before They Make Me Run
21. The Worst
22. Sympathy For The Devil
23. Monkey Man
24. Street Fighting Man
25. Start Me Up
26. It’s Only Rock’n’Roll (But I Like It)
27. Brown Sugar
28. Jumpin’ Jack Flash

[CD1]
1. Whoopi Goldberg Intro
2. Not Fade Away
3. Tumbling Dice
4. You Got Me Rocking
5. Rocks Off
6. Sparks Will Fly
7. Live With Me
8. (I Can’t Get No) Satisfaction
9. Beast Of Burden
10. Angie
11. Dead Flowers
12. Sweet Virginia
13. Doo Doo Doo Doo Doo (Heartbreaker)
14. It’s All Over Now
15. Stop Breakin’ Down Blues
16. Who Do You Love?

[CD2]
1. I Go Wild
2. Miss You
3. Honky Tonk Women
4. Before They Make Me Run
5. The Worst
6. Sympathy For The Devil
7. Monkey Man
8. Street Fighting Man
9. Start Me Up
10. It’s Only Rock’n’Roll (But I Like It)
11. Brown Sugar
12. Jumpin’ Jack Flash

Nei prossimi giorni altre interessanti e sfiziose uscite previste nel periodo autunnale, oltre alle solite recensioni abituali.

Bruno Conti

Lo Springsteen Della Domenica: Altra Storica Testimonianza Da Un Tour Leggendario! Bruce Springsteen & The E Street Band – The Roxy, July 7, 1978

bruce springsteen the roxy hollywood

Bruce Springsteen & The E Street Band – The Roxy, July 7, 1978 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Se la tournée del 1975 aveva creato grande interesse dei media e del pubblico nei confronti della figura di Bruce Springsteen, quella lunghissima ed estenuante del 1978 fece entrare il nostro nel mito, insieme alla sua E Street Band, come performer dal vivo. Bruce aveva da poco pubblicato Darkness On The Edge Of Town, un album eccezionale (per molti il suo migliore) che risentiva delle tensioni accumulate in quegli anni a seguito dei problemi legali con Mike Appel che avevano rischiato di stroncargli la carriera. Ed il lungo tour era la logica conseguenza di quel disco sofferto, con performance interminabili ed infuocate, vere e proprie celebrazioni rock come non si erano mai viste fino a quel momento, ed alcune serate vennero tramandate ai posteri come leggendarie. La serie degli archivi live del Boss, che da qualche tempo viene aggiornata mensilmente, ha già all’attivo tre serate del 1978, il mitizzato show all’Agora Ballroom di Cleveland, quello altrettanto noto di Passaic, ed il meno famoso concerto di Houston di fine tour: l’altro spettacolo che tra i fans del Boss era sicuramente nella Top Ten assoluta era quello del 7 Luglio al mitico Roxy Theatre di West Hollywood, ed oggi possiamo gustarcelo in tutto il suo splendore, inciso alla grande e finalmente al completo.

Ho detto al completo in quanto otto pezzi di questa serata erano già usciti ufficialmente sul discusso box Live 1975-85, ma ora trovano posto nel loro contesto originale, ed è tutta un’altra cosa, anche se, istigati dal famoso  “All you bootleggers out there in Radioland, roll your tapes!”, lanciato proprio in occasione di questo broadcast radiofonico, di registrazioni, anche ottime, di questa data ne esistono a iosa. Un concerto magnifico quindi, potente  ed arso dal sacro fuoco che Bruce produceva in ogni serata, con la band che gira che è una meraviglia (all’epoca erano in sette incluso il leader: Roy Bittan, Little Steven, Garry Tallent, Danny Federici, Clarence Clemons e Max Weinberg) e quello che ancora più stupisce è la prova vocale del Boss, che nelle tre ore abbondanti di show non ha mai un cedimento o una sbavatura, quasi come se fosse stato inciso in studio, ed in varie sessioni. Dopo una breve introduzione parlata lo show inizia subito in maniera irresistibile con una strepitosa versione di Rave On di Buddy Holly, che dimostra che il gruppo è già bello caldo, a cui fanno seguito una potente Badlands, che fa saltare per aria il teatro, ed una fulgida Spirit In The Night, con il nostro che ha già la folla in pugno ed inizia a gigioneggiare alla sua maniera. Oltre alla citata Badlands, ci sono altre sei canzoni prese dall’allora recente Darkness On The Edge Of Town: se Candy’s Room non mi ha mai fatto impazzire, le altre sono magnifiche, dalla title track, un concentrato di potenza ed intensità, alle trascinanti The Promised Land e Prove It All Night (quest’ultima con la strepitosa introduzione strumentale dell’epoca), senza dimenticare una devastante Adam Raised A Cain, in cui le chitarre quasi urlano, ed una Racing In The Street mai così bella (e con uno straordinario Bittan).

Ma gli highlights non sono certo finiti qui, in quanto il Boss ci delizia con una frizzante For You, che non ricordavo così bella, una magica Thunder Road messa a chiusura della prima parte, un’anteprima di The River con una emozionante Point Blank, già tesa e drammatica, ed un doppio omaggio ai suoi esordi con Growin’ Up e It’s Hard To Be A Saint In The City (con grande assolo chitarristico finale) una in fila all’altra. E come ciliegina una monumentale Backstreets di dodici minuti, considerata una delle più belle mai eseguite (e che è stata incredibilmente dimenticata nella tracklist stampata sul retro del CD). Detto di due omaggi a grandi del rock’n’roll come Bo Diddley (Mona, che si fonde con She’s The One) ed Elvis Presley (una sorprendente Heartbreak Hotel), il concerto volge al termine con le immancabili Rosalita e Born To Run, oltre che con un altro brano inedito che finirà su The River, e cioè una struggente Independence Day per piano solo, un momento di straordinario pathos che Bruce dedica a suo padre. Gran finale con la travolgente Because The Night, che all’epoca Patti Smith aveva appena pubblicato, ed una conclusione pirotecnica a tutto errebi (Raise Your Hand) e rock’n’roll (Twist And Shout, dopo una lunga attesa), un uno-due che non fa prigionieri.

Il tutto succedeva quarant’anni fa, ma ad ascolto ultimato vi sembrerà di esserci appena stati di persona.

Marco Verdi

Una Splendida Notte Svedese Di Mezza Estate! Bruce Springsteen & The E Street Band – Stockholms Stadion, Sweden 1988

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Stockholms Stadion, Stockholm, Sweden July 3 1988 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

L’ultimo episodio degli archivi live di Bruce Springsteen (in realtà nel frattempo ne sono usciti altri due, dei quali mi occuperò in seguito) torna negli anni ottanta, ma non è inerente né ad uno dei mitici concerti europei del 1981 (che ancora mancano dalla serie) né al celebrato tour di Born In The U.S.A., bensì ad una serata della tournée del 1988 nel vecchio continente, in seguito alla pubblicazione dell’album Tunnel Of Love. La scelta è sorprendente per due motivi: primo perché c’è già tra le uscite passate un documento di questo tour (L.A. Forum, Aprile 1988) e poi perché questa serie di concerti è forse ad oggi la più criticata di tutte quelle che il Boss ha intrapreso con la E Street Band, in quanto lo vedevano meno esplosivo del solito, più trattenuto nelle performance, quasi come se le atmosfere intimiste di Tunnel Of Love avessero influenzato anche il suo modo di porsi dal vivo (e la serata di Los Angeles riflette in pieno questo stato delle cose, infatti è una delle meno imperdibili della serie). Nella parte europea del tour qualcosa però era cambiato, Bruce era più sciolto, le scalette più vicine ai gusti del pubblico, ed uno degli apici di quella serie di serate fu senz’altro quella del 3 Luglio a Stoccolma, di cui all’epoca fu mandato in onda per radio un estratto (anche in Italia, ed io ricordo nitidamente la sera in cui mi ero sintonizzato all’ascolto): questo triplo CD offre per la prima volta la serata intera, e devo dire che la performance è strepitosa, all’altezza di quelle leggendarie del nostro, quasi come se fosse stata registrata in un altro tour (allora possedevo un bootleg dello show di Torino, e l‘intensità della prestazione era più simile a quella di Los Angeles che a quella svedese https://www.youtube.com/watch?v=rvmZQB5tUoc ).

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https://www.youtube.com/watch?v=4aLRyzxETKc

Quasi tre ore e mezza di grande rock’n’roll, con il nostro che dà meno spazio al suo ultimo album dell’epoca ed offre una panoramica su tutta la sua carriera fino a quel momento (ignorando però i primi due album), aggiungendo diverse chicche. Il concerto in realtà parte maluccio, con i suoni sintetizzati della mediocre Tunnel Of Love (gratificata però da un ottimo assolo chitarristico), ma si risolleva subito con una energica cover di Boom Boom (John Lee Hooker), con il muro del suono fornito dalla sezione fiati presente on stage, e da una Adam Raised A Cain davvero potente. The River arriva forse troppo presto, anche se è sempre un immenso piacere ascoltarla, ed il brano che la segue, All That Heaven Will Allow, è uno dei migliori di quelli tratti da Tunnel Of Love. Dall’allora ultimo album vengono comunque prese meno canzoni del solito, oltre alle due già citate, soltanto altre tre: la gradevole Brilliant Disguise, la trascinante Spare Parts, unico “rocker” del disco, e soprattutto la magnifica Tougher Than The Rest, da sempre uno dei pezzi che preferisco del Boss. Born In The U.S.A. è ancora fresco di successo, e Bruce ne suona una buona parte, ben sette brani su dodici, tra cui una roboante Cover Me, una title track più coinvolgente che mai e la spesso sottovalutata, ma bellissima, Downbound Train. Altri highlights di una serata speciale sono l’inedita e splendida Roulette (altri brani presenti fra quelli all’epoca non pubblicati, ma più “normali”, sono Seeds, I’m A Coward e Light Of Day, che è sì potente ma non è una grande canzone), le sempre trascinanti Because The Night (con un grande Nils Lofgren) e Cadillac Ranch, due pezzi che vorrei sempre sentire in un concerto del nostro, ed una Born To Run insolitamente per sola voce, chitarra ed armonica.

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https://www.youtube.com/watch?v=XBjyssboSfU

Un capitolo a parte sono le cover: se War non mi ha mai entusiasmato né nella versione di Bruce né in quelle “originali” di Edwin Starr e dei Temptations, la dylaniana Chimes Of Freedom è una meraviglia, anche meglio dell’originale di Bob (all’epoca questa rilettura uscì su un EP dal vivo di quattro canzoni); c’è anche uno sguardo al passato, con un’energica Who Do You Love di Bo Diddley ed una toccante Can’t Help Falling In Love di Elvis Presley. Finale pirotecnico ed entusiasmante a tutto rock’n’soul con Sweet Soul Music (Arthur Conley), Raise Your Hand (Eddie Floyd), Quarter To Three (Gary U.S. Bonds) e la solita esplosiva Twist And Shout, quattro brani sparati uno in fila all’altro senza pause, un concentrato irresistibile di feeling, energia e grande musica, che da solo vale il prezzo. Alla prossima, con la serata inaugurale del tour con la Seeger Sessions Band.

Marco Verdi

Lo Springsteen Del Lunedì: Uno Degli Anni “Oscuri” Del Boss. Bruce Springsteen & The E Street Band – Palace Theatre, Albany 1977 – Auditorium Theatre, Rochester 1977

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Palace Theatre, Albany 1977 – nugs.net 2CD – Download

Bruce Springsteen & The E Street Band – Auditorium Theatre, Rochester 1977 – nugs.net 2CD – Download

Gli anni magici dei concerti dal vivo di Bruce Springsteen e della sua E Street Band, quelli nei quali il rocker del New Jersey si è affermato come uno dei più grandi performers di tutti i tempi, sono stati senza dubbio il 1975, il 1978 ed il biennio 1980/81, periodi in cui ogni serata poteva diventare una di quelle esperienze tali da poter far dire ai fortunati presenti “Io c’ero”. Il 1977 è stato invece un anno stranamente poco documentato anche a livello di bootleg, anche se Bruce continuava ad esibirsi in quanto era discograficamente fermo a causa del contenzioso legale con il suo ex manager Mike Appel, un problema che poteva stroncargli la carriera ma si concluse positivamente nella primavera di quello stesso anno, consentendo così al nostro di cominciare a lavorare su Darkness On The Edge Of Town. Ora il sito che da tempo si occupa della gestione degli archivi dal vivo del Boss, live.brucespringsteen.net, esce con uno dei volumi più interessanti della serie (mentre scrivo queste righe ne sono già usciti altri tre, dei quali mi occuperò in futuro), e per la prima volta pubblicando due interi concerti separatamente, cioè le serate del 7 ed 8 Febbraio 1977 rispettivamente ad Albany e Rochester, nello stato di New York. Questi due spettacoli sono una vera chicca, in quanto i nastri non erano mai circolati neppure tra i collezionisti più accaniti, e quindi, oltre al valore delle due esibizioni, il tutto assume un’importanza storica notevole. Diciamo subito che dal punto di vista artistico non siamo ai livelli degli show leggendari di Bruce, si percepisce qua e là una certa tensione (specie nella serata di Albany), dovuta sicuramente allo stato d’animo del nostro che era impegnato nella già citata causa legale: i due spettacoli (che sono anche più corti del solito, entrambi sotto le due ore) non sono infatti esplosivi come saranno quelli dell’anno seguente, ed in certi momenti le atmosfere sono perfino intimiste.

Non mancano però gli episodi di grande livello emotivo, specie nella serata di Rochester dove il Boss appare più “sciolto”, e l’acquisto di almeno uno dei due doppi CD è comunque da consigliare in quanto ci mostra un aspetto diverso del nostro in una fase cruciale della carriera. Due parole per la qualità d’incisione, che non è al livello dei precedenti volumi, il suono è limpido, ma il volume è piuttosto basso e ci sono diversi “salti” in almeno cinque canzoni in totale dovuti a mancanze e difetti del nastro originale: comunque decisamente meglio di un bootleg. Lo show di Albany è già atipico dall’avvio, non il solito inizio roboante ma bensì la tenue Something In The Night, in anticipo su Darkness ed in modalità work in progress (anche il testo è differente), versione dilatata e con un crescendo degno di nota, subito seguita dall’errebi straccione di Spirit In The Night, con la E Street Band già in formato macchina da guerra, e dalla festosa Rendezvous, dominata dal piano di Roy Bittan. La splendida Thunder Road è “schiacciata” in mezzo a due covers: una maestosa It’s My Life degli Animals, preceduta da una lunga introduzione quasi psichedelica, e da una corretta ma non entusiasmante Mona di Bo Diddley, fusa insieme ad una decisamente più energica She’s The One. Il primo CD si chiude con una struggente e bellissima The Promise per sola voce e piano, mentre il secondo (le due canzoni erroneamente indicate a chiusura del primo dischetto sono in realtà poste in apertura del secondo) inizia con una Backstreets davvero splendida e potente, tra le migliori della serata, ed una pimpante Growin’ Up che Bruce dedica al padre. E’ la volta di una Tenth Avenue Freeze-Out al solito calda, ritmata e soulful (ma piuttosto nella media), che sfocia nella formidabile Jungleland, altro highlight dello show, commovente come non mai (e con il Boss, ormai in trance agonistica, che rilascia un assolo chitarristico notevole); ecco poi due pezzi agli antipodi come la colorata Rosalita e la romantica 4th Of July, Asbury Park (Sandy) (col solito toccante intervento di Danny Federici alla fisarmonica).

Ancora due brani, ma se il finale di Born To Run ce lo potevamo aspettare (manca la prima strofa per il già citato problema al nastro), il penultimo pezzo, Action In The Streets, è un inedito assoluto, proposto dal nostro per un periodo molto breve e, pare, mai inciso in studio, un saltellante e coinvolgente rock’n’soul con i fiati dei Miami Horns protagonisti (ed anche il sax di Clarence Clemons) ed il Boss che sembra più Southside Johnny che sé stesso. La serata di Rochester ha, cosa rara per Bruce, una scaletta identica ad Albany al 99% (manca Growin’ Up ed al suo posto c’è la vivace Raise Your Hand di Eddie Floyd), anche se diversi pezzi hanno una collocazione differente in scaletta: per esempio The Promise è appena prima del finale di Born To Run (scelta opinabile secondo me) ed Action In The Streets è nella prima parte. L’esito complessivo della serata è comunque, a mio parere, superiore a quella precedente, con un Boss più sicuro di sé ed un momento magico assoluto nelle rese superbe di Backstreets e Jungleland, qui suonate una dopo l’altra. Un (doppio) capitolo dunque molto interessante delle avventure live di Bruce Springsteen, pur non essendo al livello degli show che il nostro terrà nel 1978: con il prossimo volume salteremo in avanti di quasi vent’anni, con uno show acustico tratto dal tour di The Ghost Of Tom Joad.

Marco Verdi

*NDB. Il Post avrebbe dovuto essere pubblicato nel Blog ieri, ma per problemi tecnici arriva solo oggi, quindi, visto che di solito questi articoli venivano rilasciati come Supplemento della Domenica, abbiamo pensato di chiamarlo “Lo Springsteen Del Lunedì”. Nulla di misterioso.

Recuperi (E Sorprese) Di Fine Anno 1. Aiuto! Il Mio Lettore Va A Fuoco! The Sonics – This Is The Sonics

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The Sonics – This Is The Sonics – Revox CD

Quando è uscito questo disco l’ho preso più che altro per curiosità, senza immaginare che mi sarei ritrovato a fine anno ad inserirlo tra i miei dieci preferiti del 2015. I Sonics, storica garage band proveniente da Tacoma, stato di Washington, erano inattivi discograficamente addirittura dal 1967 (il peraltro rinnegato Introducing The Sonics, in quanto Sinderella del 1980 era composto da rifacimenti di alcune loro canzoni, ma nulla di nuovo), e gli anni diventano 49 se si conta dal loro secondo LP, Boom, che seguiva di un anno il bombastico esordio di Here Are The Sonics. I Sonics sono il prototipo della band di culto per antonomasia, di scarso (per non dire nullo) successo, ma di grande influenza per le generazioni di musicisti a venire: il loro suono, un rock’n’roll grezzo, potente ed aggressivo, viene considerato il progenitore del punk degli anni settanta e del grunge dei novanta, ed i due dischi del biennio 1965-1966 sono la punta di diamante del movimento garage sotterraneo, insieme agli album di band quali The Wailers, The Kingsmen e Paul Revere & The Raiders (questi ultimi però il successo lo conobbero eccome), anticipando di diversi anni l’effetto della storica compilation Nuggets (dalla quale erano peraltro assenti, ma furono inclusi con la loro Strychnine nella riedizione espansa in box del 1998).

I musicisti che hanno più o meno fatto riferimento negli anni al gruppo di Tacoma sono molteplici: i nomi più noti sono quelli dei Nirvana, White Stripes, Dream Syndicate, Flaming Lips e perfino Bruce Springsteen, che ha più volte proposto dal vivo la cover di Have Love, Will Travel di Richard Berry nell’arrangiamento proprio dei Sonics. This Is The Sonics non è però un disco di settantenni bolsi e patetici che si sono rimessi insieme per ricordare i vecchi tempi, ma una vera e propria bomba sonora che mi ha lasciato senza fiato, una scarica elettrica che attraversa le dodici canzoni del CD con la stessa forza di una scossa tellurica. I membri originali sono tre su cinque (Gerry Roslie, voce, piano e organo, Larry Parypa, chitarra solista e voce, Rob Lind, sassofono, armonica e voce), coadiuvati da Freddie Dennis (Kingsmen) al basso e voce e da Dusty Watson (Dick Dale Band) alla batteria, e con questo disco ci dimostrano che nonostante l’età sono in grado di dare dei punti (e tanti) anche a gente di due o tre generazioni successive.

Ma il disco, che si divide tra cover e brani originali, non è solo musica suonata a volume alto, ma anche con grande energia e feeling, un muro sonoro dominato dalla chitarra di Parypa che mena fendenti e riff a destra e a manca e dal sassofono impazzito di Lind, con una sezione ritmica che definire rocciosa è poco, un rock’n’roll quasi primordiale, con elementi blues ed errebi che colorano maggiormente il tutto. Fare una disamina dettagliata brano per brano in questo caso è quasi inutile, in quanto tutto il disco è una fucilata dal primo all’ultimo pezzo, a partire dall’uno-due iniziale da k.o., con la cover di I Don’t Need No Doctor (Ray Charles), un rock-blues tirato allo spasimo che ricorda il suono del disco dello scorso anno di Roger Daltrey con Wilko Johnson (ma con un sound ancora più “primitivo”), e la devastante Be A Woman, suonata a ritmo indiavolato e con il ritornello letteralmente sparato in faccia dell’ascoltatore.

La grezza Bad Betty precede uno degli highlights del CD, cioè una cover incredibilmente energica di You Can’t Judge A Book By The Cover di Willie Dixon (però portata al successo da Bo Diddley), con il sax in evidenza, ed una The Hard Way che spazza via in un sol colpo l’originale dei Kinks (non certo gli ultimi arrivati). Tra le mie preferite ci sono anche il rock’n’roll suonato ai duecento all’ora Sugaree, la furiosa Look At Little Sister (Hank Ballard, peraltro rifatta mirabilmente negli anni ottanta da Steve Ray Vaughan), la roca Livin’ In Chaos (mi brucia la laringe solo ad ascoltarla) e le conclusive Save The Planet e Spend The Night, che mettono definitivamente al tappeto chiunque sia ancora in piedi a questo punto.

E’ da molto tempo che un disco non mi dava questa adrenalina: per me album rock’n’roll dell’anno.

Marco Verdi