Una Donna Chitarrista Da Aggiungere Alla Lista, Garantisce Mike Zito. Ally Venable – Texas Honey

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Ally Venable – Texas Honey – Ruf Records

Donne chitarriste, soprattutto in ambito blues (rock), negli ultimi anni ne sono venute alla ribalta parecchie: penso a Sue Foley, Samantha Fish, Ana Popovic, Debbie Davies, Deborah Coleman, Laura Chavez, Joanne Shaw Taylor, per citarne alcune, ma anche Susan Tedeschi, e di quelle provenienti dal Texas (come Ally Venable), una, Carolyn Wonderland, è addirittura diventata la solista nella band di John Mayall. Nel passato era più difficile trovare chitarriste elettriche, direi Bonnie Raitt, forse la capostipite, e nel filone rock Nancy Wilson delle Heart. Nella storia del blues ce ne sono state alcune molto influenti come Memphis Minnie, Sister Rosetta Thorpe; tra le “virtuose” dello strumento potremmo ricordare Elizabeth Cotten, molto amata da Bloomfield e Cooder, oppure in ambito più pirotecnico Jennifer Batten, o più ricercato Badi Assad e Kaki King, Insomma ce ne sono state molte, e sicuramente ne ho dimenticata qualcuna: in tutto questo come si inserisce la giovane Ally Venable?

La potremmo mettere nella pattuglia di colleghi maschi che stanno popolando la sezione blues-rock dei praticanti delle 12 battute: 20 anni compiuti da poco, la Venable, con la sua band, ha già pubblicato cinque album, un paio indipendenti e di difficile reperibilità, quando aveva tra i 14 e i 16 anni, poi altri tre, di cui l’ultimo, questo Texas Honey, pubblicato dalla Ruf Records, che l’ha anche inserita nella Blues Caravan 2019 insieme a Katarina Pejak e Ina Fosrman  https://www.youtube.com/watch?v=21KC8LyUDjQ. L’etichetta tedesca l’ha anche affidata ad un produttore di peso come Mike Zito (che suona in alcuni brani del CD), e il risultato è un disco solido e abbastanza variegato, sia pure nel filone Texas Blues “energico”, e non è un caso che una delle due cover del disco, le altre canzoni, a parte una firmata con Zito, sono tutte sue, sia Love Struck Baby di Stevie Ray Vaughan, uno dei musicisti da cui ha detto di essere stata maggiormente influenzata, gli altri se vi interessa sono Johnny Winter e Joe Bonamassa. La accompagnano il bassista Bobby Wallace e il batterista Elijah Owings, oltre al veterano tastierista Lewis Stephens, uno che in passato ha suonato anche con Freddie King, e al momento fa parte del gruppo di Mike Zito, e in un brano, come ospite appare Eric Gales: quindi gli ingredienti ci sono tutti, se aggiungiamo che la Venable è anche una avvenente giovane che si presenta spesso con minigonne ascellari, della serie pure l’occhio vuole la sua parte https://www.youtube.com/watch?v=q2b_uFnRbEA , a questo punto mancherebbe solo la musica, che però ascoltando il disco, c’è ed è decisamente ben confezionata.

La voce è piacevole, senza essere particolarmente memorabile, insomma più Suzi Quatro che Bonnie Raitt o Susan Tedeschi , ma come chitarrista ci dà dentro di gusto, come dimostrano la vorticosa Nowhere To Hide, dove lavora con tecnica notevole anche alla slide, o la “roccata” Broken, dalle atmosfere più ricercate e continui rilanci chitarristici, e anche la “riffatissima” Texas Honey è piuttosto godibile. Non male anche la minacciosa e cadenzata Blind To Bad Love, dove Zito è la seconda chitarra in appoggio a Ally, oppure la vigorosa Come And Take It dove Eric Gales duetta con lei, sia alla chitarra come alla seconda voce. Mi sembra però che la ragazza eccella quando può mostrare la sua passione per il blues-rock più genuino, sia pure energico di una scoppiettante Love Struck Baby di mastro SRV, dove la chitarra viaggia alla grande https://www.youtube.com/watch?v=ojuotLdUwFs , o nel classico “lentone” tirato della intricata blues ballad One Sided Misunderstanding, anche se la voce è fin troppo sforzata, le chitarre di Zito e della Venable interagiscono comunque a meraviglia. White Flag ricorda il Bonamassa più arrapato, mentre Long Way Home va di Texas boogie and roll e pure Running After You, di nuovo a tutta slide in omaggio a Winter, è gagliarda, Chiude l’altra cover, una Careless Love di Bessie Smith, trasformata in un blues rock sapido https://www.youtube.com/watch?v=N-HRrKJBJJE . Piacevole, ma forse non è “il futuro del Blues”, come ha detto di lei il suo mentore Mike Zito.

Bruno Conti

Un “Virtuoso” Elettrico Ed Eclettico, Questa Volta Senza Esagerazioni. Gary Hoey – Neon Highway Blues

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Gary Hoey – Neon Highway Blues – Mascot/Provogue

Dopo una carriera trentennale e una ventina di album nel suo carnet, nel 2016 anche Gary Hoey era approdato alla Mascot/Provogue, che negli ultimi anni sta diventando la casa di gran parte dei migliori chitarristi (e non solo) in ambito blues-rock. Dopo meno di tre anni arriva ora questo Neon Highway Blues che fin dal titolo vuole essere un omaggio alle 12 battute, come ricorda lo stesso Hoey, che cita tra le sue influenze tutti i grandi King del blues, Albert, B.B. e Freddie, e poi aggiunge scherzando anche Burger King, ah ah (battuta che neppure io mi sarei permesso di sottoporre ai lettori). Il chitarrista di Lowell, Massachusetts, anche se il suo stile è sempre stato decisamente più hard’n’heavy, evidentemente nel proprio cuore ha sempre riservato uno spazio pure per il blues, accanto alle derive più “esagerate” e virtuosistiche della sua musica. Diciamo che per l’occasione, autoproducendosi nel suo studio casalingo nel New Hampshire, ha cercato di temperare gli eccessi, riuscendoci in gran parte.

La politica della sua etichetta, la Mascot/Provogue, prevede spesso la partecipazione di alcuni ospiti interscambiabili tra loro nei vari album di ciascuno; per l’occasione nell’iniziale super funky  Under The Rug, a fianco di Gary troviamo Eric Gales, per un brano molto scandito e tirato che ha vaghe parentele con il Jeff Beck meno canonico, con i due che si scambiano sciabolate chitarristiche a volume sostenuto, ma con buoni risultati, anche se Hoey come cantante non è certo memorabile. Josh Smith, ex bambino prodigio della chitarra e protetto di Jimmy Thackery, dà una mano in Mercy Of Love, un blues lento intenso e carico di feeling , di quelli lancinanti, duri e puri, con le soliste che si sfidano in grande stile, e anche in Don’t Come Crying, altro slow di quelli giusti, Hoey si fa aiutare, questa volta dal figlio Ian, ancora una volta con eccellenti risultati https://www.youtube.com/watch?v=HZAAgedTJ0s . L’ultimo ospite è Vance Lopez, che duetta con Gary in un pimpante shuffle come Damned If I Do; per il resto il nostro amico fa tutto da solo, come nella vivace Your Kind Of Love, dove va di slide alla grande, o anche nella swingante I Still Believe In Love, dove il Texas blues di Stevie Ray Vaughan viene omaggiato con la giusta intensità e classe.

Non mancano i brani strumentali, una caratteristica costante nei suoi album: Almost Heaven, in bilico tra acustico ed elettrico ricorda certi pezzi del collega Eric Johnson, e anche, come tipo di sound, il lato più romantico e ricercato delle ballate di Gary Moore, con tutto il virtuosismo del musicista di Boston in bella evidenza. I Felt Alive è un’altra ballata, però dal suono decisamente più duro, con qualche aggancio agli Zeppelin e al loro seguace Joe Bonamassa, però non entusiasma più di tanto, meglio l’altro strumentale, la sognante, maestosa e raffinata Waiting On The Sun https://www.youtube.com/watch?v=IxXA8osxk-A . Viceversa Living The Highlife, più dura e molto riffata, è classico hard-rock seventies style di buona fattura. Il blues torna nell’ultimo brano dell’abum, la title track Neon Highway Blues, un’altra raffinata blues ballad dove si apprezza la sempre notevole tecnica di questo signore. Per chi ama i chitarristi elettrici ed eclettici, questa volta mi pare Gary Hoey abbia centrato il bersaglio.

Bruno Conti

Si Può Fare Di Meglio, Grande Tecnica E Talento, Due Canzoni Notevoli, Il Resto Meno. Eric Gales – The Bookends

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Eric Gales – The Bookends – Mascot/Provogue          

Secondo album di Eric Gales per la Mascot/Provogue, dopo il discreto Middle Of The Road del 2017 https://discoclub.myblog.it/2017/02/21/anticipazione-nuovo-album-il-24-febbraio-esce-eric-gales-middle-of-the-road/ : come mi è capitato di dire più volte recensendo i suoi dischi, Gales è un vero talento, un ragazzo prodigio all’esordio a 16 anni con la Eric Gales Band in un eccellente album per la  Elektra. Poi da allora 15 album, fino a questo The Bookends, con risultati alterni: la tecnica del mancino di Memphis non si discute, come le sane influenze,  Jimi Hendrix in primis, e Muddy Waters e Howlin’ Wolf, con i quali il nonno di Eric, Dempsey Garrett Sr., era solito cimentarsi in jam sessions, ma anche, tramite i fratelli Eugene e Manuel (conosciuto come Little Jimmy King), Albert e B.B. King. Hendrix è rimasto un imprimatur indelebile, i bluesmen meno, a favore di elementi rock, che sconfinano anche nell’hard e nel metal, oltre, negli ultimi anni, a parer mio purtroppo, pure derive pop, R&B “moderno”, persino hip-hop, con risultati non sempre eccitanti: molti alti e bassi, per quanto, come testimoniano i suoi dischi Live, rimane sempre un grande chitarrista a livello concerti.

Anche questo nuovo album non risolve il dilemma, a fianco di un paio di brani strepitosi, ce ne sono altri veramente scarsi: nella prima categoria metterei una rilettura gagliarda di With A Little Help From My Friends, insieme alla voce femminile del momento, ossia Beth Hart, una versione a due voci dove si apprezza la capacità di interprete di Beth, sempre in grado di incendiare le canzoni dove mette il sigillo della sua voce imponente ed appassionata, e anche il classico dei Beatles che tutti conosciamo nella versione di Joe Cocker, riluce con forza in questa interpretazione magistrale, dove non manca il ruggito vocale della Hart, che è ormai un marchio di fabbrica del brano, naturalmente per chi se lo può permettere, e anche Gales sia a livello vocale che con la sua chitarra contribuisce alla riuscita del tutto. L’altro brano notevole, non casualmente, è un altro duetto, questa volta con Doyle Bramhall II (altro musicista, eccellente come gregario, meno continuo come artista solo https://discoclub.myblog.it/2018/10/09/bravo-come-gregario-chiedere-a-clapton-ed-altri-meno-come-solista-in-proprio-doyle-bramhall-ii-shades/ ), alle prese con Southpaw Serenade, una canzone anni ’40, che qui diventa un lungo blues’n’soul raffinato, ma ricco di trasporto, dove le soliste dei due mancini si scambiano assoli con libidine e classe, sullo sfondo creato dalla band di Gales, dove brillano i suoi compagni di avventura, Mono Neon (Basso), Aaron Haggerty (Batteria),  la moglie LaDonna Gales (alle armonie vocali) e Dylan Wiggins (Organo).

Se tutto il disco fosse così non dico che si griderebbe al miracolo, ma sarebbe un bel sentire: come avrete capito anche questa volta non ci siamo del tutto, per usare un eufemismo, anche se grazie a questi due brani il disco si meriterebbe la sufficienza, ma le collaborazioni con B. Slade, ex cantante gospel “pentito”, come Tonéx, e ora artista a cavallo tra neo soul, hip-hop, trance, con qualche ricordo della musica di famiglia, prima illudono nella bella intro acustica di Something’s Gotta Give che poi si trasforma in un discreto duetto di soul moderno, ma poi deludono nella pasticciata bonus Pedal To the Metal (remix), un funkettino insulso https://www.youtube.com/watch?v=UHjuqqZAG6Y , in entrambi i brani si salva giusto il lavoro della solista di Gales. E non è che It Just Beez That Way, dove Eric si cimenta con un beatboxing hip-hop (giuro!) sia molto meglio, anche se il brano contiene la prima volta su disco di Gales alla slide, anche con wah-wah, ma il suono ha sempre questo arrangiamento “moderno” che almeno a chi scrive non piace molto https://www.youtube.com/watch?v=U9kkoYEJEhE . Più interessante, anche se non memorabile, Whatcha Gon’ Do, con qualche spunto hendrixiano, epoca Band Of Gypsys; insomma la produzione di Matt Wallace, famoso per il suo lavoro con i Maroon 5 (!) e che ha sostituito David Bianco, scomparso durante la realizzazione del disco, non entusiasma molto. Discreta la soul ballad How Do I Get You e non male il poderoso rock Reaching For A Change e il vorticoso strumentale virtuosistico Resolution. Finirei con il solito” Mah” che dedico ultimamente alle sue recensioni.

Bruno Conti

Un’Altra Produzione Di Tab Benoit, Dell’Onesto E Solido Rock-Blues. Eric McFadden – Pain By Numbers

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Eric McFadden – Pain By Numbers – Whiskey Bayou Records

Intrigato dal bellissimo album di Damon Fowler, prodotto da Tab Benoit per la propria etichetta Whiskey Bayou Records https://discoclub.myblog.it/2018/11/13/uno-dei-dischi-rock-blues-piu-belli-dellanno-damon-fowler-the-whiskey-bayou-session/ , mi sono andato a vedere il piccolo catalogo della etichetta di New Orleans, e tra i 5 nomi sotto contratto (forse) uno di quelli che mi ha incuriosito più era il nominativo di Eric McFadden, cantante e chitarrista di colore con una cospicua carriera discografica alle spalle ( e anche in ulteriore sviluppo, visto che in questo periodo ha pubblicato per una etichetta francese anche un piacevole e raffinato tributo acustico agli AC/DC https://www.youtube.com/watch?v=VTa0Aq2qrLo ), del quale mi pareva di avere recensito qualcosa in passato per il Buscadero. Lo stile dei dischi precedenti, al di là di qualche disco acustico, di solito è un alternative rock abbastanza tirato con elementi blues e jam, in virtù di sue collaborazioni varie con musicisti del giro Fishbone, Widespread Panic, Mars Volta, Cake, ma anche collaborazioni passate con George Clinton e con Eric Burdon, oltre a diversi tour con Anders Osborne, il musicista svedese che è una delle glorie della attuale New Orleans.

Quindi forse è sembrato quasi inevitabile che McFadden unisse le forze con Tab Benoit, altro cittadino di New Orleans. per registrare un disco rock-blues e a tratti anche roots oriented, benché sempre con venature rock molto energiche, per quanto sempre di buona qualità e perciò con un sound abbastanza differente da quello di Fowler. Ovviamente negli orientamenti sonori di Eric c’è anche una buona dose di funky, una passione per il rock hendrixiano e il blues “sporco”, ma nell’insieme, anche grazie al lavoro di produzione di Benoit, che suona pure l’organo in tutto il disco, il risultato è piacevole: poi il resto lo fa un power trio poderoso, dove il bassista Doug Wimbish, giro Living Colour, ma uno che ha suonato dal rap al funk al metal con chiunque, e il batterista Terence Higgins della Dirty Dozen Brass Band, come pure in azione con Ani DiFranco e Warren Haynes, sono una sezione ritmica versatile in grado di spaziare in generi diversi.  Le canzoni sono firmate tutte dallo stesso McFadden, con qualche aiuto qui e là, e vanno dal rock-blues roccioso e cattivo dell’iniziale While You Was Gone, dal ritmo cadenzato e con le folate della solista ingrifata di Eric, che potrebbero rimandare ad un altro rocker “colored” come Eric Gales, passando per il roots-rock raffinato di Love Come Rescue Me, dove grazie all’organo “scivolato” di Benoit, gli elementi di soul e Americana music sono più evidenti e la chitarra lavora di fino. In The Girl Has Changed il trio torna a picchiare di gusto a tutto riff, dopo l’interlocutoria Long Gone, mentre la lunga Skeleton Key è un altro hard blues massiccio di quelli hendrixiani, con la chitarra in overdrive e interscambi infuocati con il basso di Wimbish.

I Never Listened To Good è un’oasi gentile con l’acustica arpeggiata di McFadden che racconta di rimpianti e lezioni imparate duramente, a tempo di folk-blues; So Hard To Leave è il classico slow torrido che non può mancare in un disco prodotto da Benoit, che con il suo organo sostiene anche le evoluzioni vibranti della solista del nostro amico https://www.youtube.com/watch?v=fymsqwRrOxU . If I Die Today è un boogie-rock sudista spinto a tutta velocità dalle parti di ZZ Top, di Johnny Winter o dei Supersonic Blues Machine di Lance Lopez, altro chitarrista che predilige il blues-rock duro e cattivo, Fool Your Heart è un rock più leggero ed orecchiabile, quasi radiofonico, ma comunque di buona fattura. The Jesus Gonna See You Naked è un altro pezzo rock con qualche elemento gospel,  su una scorza sempre dura benché con qualche apertura più melodica, con la successiva Don’t Wanna Live, una vorticosa cavalcata  che potrebbe ricordare il Ben Harper o l’Anders Osborne più rock, anche dalle parti dei North Mississippi Allstars e con la chitarra in vena di numeri solistici non indifferenti, mentre la ritmica lavora in modo turbolento https://www.youtube.com/watch?v=aSxEbr8zzlM . In chiusura Cactus Juice, un pezzo strumentale in simil flamenco di impronta elettroacustica, che se non c’entra un tubo con tutto il resto conferma le notevoli doti di virtuoso della chitarra di Eric McFadden, in ricordo dei suoi anni passati in Spagna a studiare la materia. Nel complesso comunque un buon album, se amate il genere,

Bruno Conti

Anche Loro Sulle Strade Della California Rock. Supersonic Blues Machine – Californisoul

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Supersonic Blues Machine – Californisoul – Mascot/Provogue  

Capitolo secondo per il power rock trio formato da Lance Lopez, chitarra e voce, Fabrizio Grossi, basso e produttore del disco, nonché Kenny Aronoff alla batteria: se uniamo il titolo del disco, California e soul, e quello della band, che contiene comunque la parola blues al suo interno, e se aggiungiamo ancora rock, abbiamo una idea generale di cosa aspettarci. Come è politica abituale della Provogue nell’album ci sono vari ospiti, quattro in comune con il disco precedente del gruppo e uno “nuovo”: vi dico subito che non si raggiungono i livelli del recente album di duetti di Walter Trout (peraltro presente in un brano), che era veramente un disco notevole http://discoclub.myblog.it/2017/08/29/tutti-insieme-appassionatamente-difficile-fare-meglio-walter-trout-and-friends-were-all-in-this-together/ , ma il trio, californiano di adozione, con un texano, un italiano e un newyorkese in formazione, sa comunque regalarci del sano rock-blues, ogni tanto di grana grossa, anche pestato, sia pure con Aronoff  che lo fa con cognizione di causa grazie ai suoi trascorsi con Mellencamp e Fogerty, “moderno” e commerciale a tratti, per la presenza di Grossi che frequenta anche altri generi, con la guida della band affidata a Lopez, che è chitarrista di stampo Hendrix-vaughaniano, se mi passate il termine, e buon cantante, con una voce che, come ricordavo nella recensione del disco precedente West Of Flushing South Of Frisco,  ricorda molto quella di Popa Chubby http://discoclub.myblog.it/2016/02/26/rock-blues-buoni-risultati-esce-febbraio-supersonic-blues-machine-west-of-flushing-south-of-frisco/ .

Californisoul si apre con I Am Done Missing You, che ondeggia tra un classico blues-rock di stampo seventies, anche con uso di armonica, con elementi funky, reggae e coretti che cercano di strizzare l’occhio alle radio, mai senza sbracare troppo, insomma un tocco di modernità senza comunque adagiarsi a fondo nel conformismo della musica attuale, tutta uguale, e con Lopez che comincia subito a scaldare il suo wah-wah. Il primo ospite a presentarsi è Robben Ford, con il suo tocco raffinato e di gran classe, in un brano, Somebody’s Fool, che richiama certe cose vagamente alla Cream, con Grossi, che è l’autore di tutti i brani, che inserisce sempre qualche elemento più leggero e commerciale, ma le chitarre viaggiano alla grande, Lopez alla slide e Ford molto bluesy e tirato per i suoi standard abituali; L.O.V.E. ha ancora questa aura da Californisoul, con R&B e Rock che vanno a braccetto con il blues, di nuovo armonica e chitarre a guidare le danze, ma anche il groove non manca, e gli altri musicisti aggiunti, Alessandro Alessandroni Jr. alle tastiere (proprio lui, figlio d’arte del famoso “fischiatore dei Western di Morricone), Serge Simic, armonie vocali in Love” e “Hard Times”, come pure Andrea e Francis Benitez Grossi, danno quel tocco più radiofonico https://www.youtube.com/watch?v=wKnjRBk2Xjc . Broken Hart con Billy Gibbons alla seconda chitarra, potete immaginare come è, due texani nello stesso brano ed è subito southern rock a tutta forza, non si fanno prigionieri; Bad Boys, ancora con Lance Lopez a pigiare sul suo pedale wah-wah, attinge sia dall’Hendrix più nero come dalle band di funky-rock anni ’70, come conferma la successiva Elevate, questa volta con Eric Gales, altro hendrixiano doc, a duettare con Lopez in uno sciabordio frenetico di chitarre a manetta e cambi di tempo repentini (non so cosa ho detto, ma suona bene).

The One tenta anche la carta del latin-rock alla Santana, con discreti risultati, grazie anche ai soliti inserti soul, mentre Hard Times, con l’ex Toto Steve Lukather alla seconda solista aggiunta, nei suoi quasi otto minuti prova con successo la strada di un rock melodico, complesso, anche raffinato, costruito su un bel crescendo di questa rock ballad che gira attorno al grande lavoro dei vari musicisti coinvolti, e che finale! Cry è un bel lento che ruota attorno ad un piano elettrico e con il gruppo che costruisce lentamente l’atmosfera di questa sorta di preghiera laica; Stranger, di nuovo a tutto wah-wah, non allenta la tensione del rock tirato che domina questo Californisoul, che poi, grazie alla presenza di Walter Trout alla seconda chitarra, aumenta la quota blues (rock) in lento molto “atmosferico” e con le soliste che lavorano veramente di fino. Thank You, con una sezione fiati che sbuca dal nulla e i ritmi decisamente reggae di This is Love, mi sembrano canzoni meno centrate, al di là del solito buon lavoro della solista di Lopez, ma secondo il mio gusto personale abbassano il livello medio di un album complessivamente buono e destinato soprattutto a chi ama il rock energico e chitarristico.

Bruno Conti

Anticipazione Nuovo Album: Il 24 Febbraio Esce Eric Gales – Middle Of The Road

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Eric Gales – Middle Of The Road – Mascot/Provogue

Eric Gales è stato uno dei primi “ragazzi prodigio” della chitarra, agli inizi degli anni ’90: prima di Bonamassa, Jonny Lang, Kenny Wayne Shepherd e tutti quelli che sono venuti dopo, venne Eric Gales. Con il fratello Eugene, nel 1991 pubblicò per la Elektra il primo disco Eric Gales Band, quando aveva compiuto da poco 16 anni: la stella di famiglia sembrava agli inizi il fratello maggiore Emanuel Lynn Gates, in arte Little Jimmy King, un nome che rendeva omaggio a Jimi Hendrix e ai grandi King della storia del blues, e forse il mancino di Memphis, scomparso prematuramente nel 2002, a soli 27 anni (quindi anche lui colpito dalla “maledizione” del club”), era il vero talento della famiglia. Ma per onestà bisogna riconoscere che pure Eric Gales è un chitarrista dalla tecnica prodigiosa: anche lui cresciuto a pane, Hendrix e blues, viene portato in palmo di mano dai suoi colleghi che ne hanno cantato spesso le lodi. Sempre da prendere con le molle le loro dichiarazioni, che sono molto da cartella stampa, ma Joe Bonamassa lo ha definito “Uno dei migliori, se non il miglior chitarrista del mondo”, anche Santana e altri lo hanno definito “incredibile”, però la sua carriera ha sempre vissuto di alti e bassi, per questo suo dualismo tra l’amore per il rock e il blues e il desiderio, legittimo, di una carriera nella musica mainstream, quella più commerciale, tra pop, R&B “moderno”, anche capatine nell’hard rock e nel lite metal, con i soci “virtuosisti” Pinnick & Pridgen http://discoclub.myblog.it/2014/09/12/fenomeni-nuovo-capitolo-pinnick-gales-pridgen-pgp-2/ .

Di recente qualche disco per la Cleopatra, tra cui un buon doppio Live e quattro anni fa un CD+DVD dal vivo per la Blues Bureau/Shrapnel http://discoclub.myblog.it/2012/10/10/tra-mancini-ci-si-intende-eric-gales-live/ , ed ora il ritorno alla Mascot/Provogue, con cui aveva già pubblicato quattro album, per questo Middle Of The Road, che non è un album di canzoncine pop leggere (come potrebbe far presumere il titolo, per quanto…), ma, come dice lo stesso Eric nella presentazione del disco, vuole essere una sorta di viaggio al centro della strada, che è il posto ideale per concentrarsi e dare il meglio di sé. Dopo questo sfoggio parafilosofico il buon Gales si è scelto come produttore Fabrizio Grossi dei Supersonic Blues Machine e come musicisti compagni di viaggio, Aaron Haggerty, il batterista che si divide tra la band di Eric e quelle di Chris Duarte e Stoney Curtis, Dylan Wiggins all’organo Hammond B3 e la moglie LaDonna Gales, armonie vocali in tutto il disco, oltre a Maxwell ‘Wizard’ Drummey al mellotron in Repetition, con lo stesso Eric Gales, voce solista, chitarra e basso. E alcuni ospiti che vedremo nei rispettivi brani: Good Times è costruita su un ripetuto riff di chitarra e batteria, un brano funky semplice e breve, ma anche abbastanza irrisolto, la solista non viene mai scatenata. Change In Me (The Rebirth) viceversa è un classico brano alla Gales, influenzato da Hendrix, tra rock e blues, con la chitarra in bella evidenza, e qui il “tocco” di classe non manca; Carry Yourself, scritta insieme a Raphael Saadiq, è una via di mezzo tra il “nu soul” del co-autore e le derive rock del nostro, impegnato in questo caso al wah-wah, come succede spesso, buono ma non entusiasmante, la Band Of Gypsys di Hendrix era un’altra più storia, quasi 50 anni fa, ma molto più innovativa.

Altro discorso per la cover di Boogie Man, una rilettura del brano di Freddie King dove Eric duetta con Gary Clark Jr., pezzo fluido, anche “moderno” nella sua realizzazione, ma le chitarre comunque si godono. Been So Long, scritta con Lauryn Hill, è un reggae-soul-pop che cerca per l’ennesima volta di insinuarsi nel circuito mainstream, a chi piace, l’assolo è comunque godibile! Mentre in Help Yourself Gales ci introduce ai talenti di tale Christone ‘Kingsfish’ Ingram, nuovo fenomeno della chitarra 16enne, che viene da Clarksdale, Mississippi, e come era stato per Eric ad inizio carriera, in questo brano, firmato con Lance Lopez, il blues cerca di tornare a farsi sentire, anche se l’idea di “filtrare” la voce nella parte iniziale è trita e ritrita, poi quando parlano le chitarre molto meglio, anche se c’è sempre questo “modernismo” a tutti i costi nel sound, fattore che spesso risulta fastidioso nei suoi dischi, almeno per il sottoscritto.

Di nuovo voce filtrata per I’ve Been Deceived, suono molto carico per un funky-rock pseudo-futuribile, che neppure la chitarra fiammeggiante riesce a salvare del tutto. Repetition, scritta con il fratello bassista Manuel Gales, vecchio mentore ad inizio carriera, è uno strano esperimento semi-futuribile e ricercato, ma non mi entusiasma,anche se al solito la chitarra viaggia. Se vi mancava un brano scritto con un “music therapist” lo trovate in questo CD: una ballata gentile per chitarra acustica e tastiere, si chiama Help Me Let Go. Per I Don’t Know nel commento mi adeguerei al titolo, non l’ho capita molto, solito funky-rock-soul; per fortuna come ultimo brano Eric Gales inserisce uno strumentale Swamp, un pezzo rock bello carico e potente, con batteria e chitarra a manetta. Per il resto del disco direi anch’io un bel “I Dont Know”,  quindi in definitiva il talento c’è, l’album ha i suoi momenti, ma per il risultato finale un bel “mah, non saprei” mi pare d’obbligo!

Bruno Conti

Tra Rock E Blues Con Buoni Risultati. Supersonic Blues Machine – West Of Flushing South Of Frisco

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Supersonic Blues Machine – West Of Flushing South Of Frisco – Mascot/Provogue 

Ormai la Mascot/Provogue sta diventando una sorta di leader in quel settore di musica che sta tra il rock e il blues, con un roster di artisti che include Bonamassa e Robert Cray, passando per Kenny Wayne Shepherd, Leslie West, Robben Ford, Sonny Landreth, Joe Louis Walker, Walter Trout, Warren Haynes, ma anche gruppi come JJ Grey & Mofro e Indigenous e moltissimi altri che non stiamo a ricordare: l’etichetta olandese è diventata una sorta di mecca mondiale per questo tipo di musica, dove si spazia anche in generi diversi ma, bene o male, la chitarra è quasi sempre lo strumento dominante. Alla lunga lista si aggiungono ora anche i Supersonic Blues Machine, un nuovo trio di power rock-blues che vede Lance Lopez alla chitarra e alla voce (autore di alcuni ottimi album proprio di rock-blues, in studio e dal vivo, di cui mi ero occupato in passato, e che non pubblicava nulla dal 2011 http://discoclub.myblog.it/2011/12/13/il-ritorno-della-personcina-lance-lopez-handmade-music/ e che nella recensione originale, nella fretta, ho pervicacemente chiamato Vance ), Fabrizio Grossi, bassista, produttore e ingegnere del suono, nato a Milano, ma che vive negli Stati Uniti da tempo, prima a New York e ora a Los Angeles, musicalmente più vicino all’hard & heavy, e Kenny “Pestaduro” Aronoff, uno dei migliori batteristi rock attualmente in circolazione, basta ricordare le sue collaborazioni con John Mellencamp e John Fogerty, ma ha suonato praticamente con tutti.

Stranamente l’idea del progetto, a ovest di New York e a sud di San Francisco, come ricorda il titolo, nasce da Grossi, che oltre agli inizi da metallaro ha sempre coltivato una passione per il blues, il quale ha chiamato Lance Lopez, nativo della Louisiana, ma di chiara scuola texana e Kenny Aronoff, che aveva già suonato con lui insieme a Steve Lukather dei Toto. Naturalmente poi, come è politica della Mascot, sono stati chiamati altri ospiti di pregio per insaporire il menu di questo West Of Flushing South Of Frisco: Billy Gibbons, Warren Haynes, Chris Duarte, Eric Gales, Walter Trout e Robben Ford, tutti praticanti dell’arte della chitarra solista. Il risultato finale è diciamo alquanto “duretto”, con qualche eccezione, ma potremmo definire lo stile di questi Supersonic Blues Machine come “heavy blues”, più dalle parti del Bonamassa hard che di quello di Muddy Wolf, per intenderci. Lance Lopez è un ottimo solista, scuola Stevie Ray Vaughan, ma grande appassionato pure di Hendrix, e con una voce che ricorda molto Popa Chubby. Eppure il disco parte con la slide acustica e l’armonica dell’iniziale Miracle Man, un pezzo che con il blues ha più di una parentela, ma quando entra la batteria di Aronoff si capisce subito che non si faranno prigionieri, anche se il brano rimane in un bilico elettroacustico interessante, ravvivato dalle fiammate della solista di Lopez. I Ain’t Falling Again gira subito verso un classico hard-rock targato anni ’70, con coretti che cercano di dare una patina radiofonica alla musica del trio. Running Whiskey, scritta da Grossi, Tal Wilkenfeld (ve la ricordate? Era la bravissima bassista australiana che ha accompagnato Jeff Beck qualche anno fa) e Billy Gibbons, è cantata proprio dal leader degli ZZ Top ed è un classico boogie-rock nello stile del trio texano, con il barbuto impegnato a scambiare riff e sciabolate chitarristiche con Lopez, mentre un indaffaratissimo Aronoff tiene i ritmi a livelli poderosi.

Remedy, firmata dal gruppo con l’aiuto di Warren Haynes, è una bella hard ballad di stampo sudista, con l’ex Allman che aggiunge la sua solista alle procedure con eccellenti risultati. Bone Bucket Blues, è un solido blues-rock che va di slide e armonica, tirato il giusto, con la voce roca di Lopez e la sua solista a tessere le file del sound, che si ammorbidisce nuovamente per Let It Be, uno slow vagamente hendrixiano che ci permette di gustare un ennesimo eccellente solo di Lance, mentre anche un organo contribuisce a colorare il suono (non so dirvi chi lo suona, non ho le note dell’album). That’s My Way è il duetto con Chris Duarte, un grintoso blues-rock texano, energico, ma senza esagerare, anche se i coretti che ogni tanto ammorbano le canzoni non sempre sono di mio gradimento, ma è un piccolo difetto. Ain’t No Love (In The Heart Of City), è un blues lento di quelli classici, mentre Nightmares And Dreams, la collaborazione con il vecchio amico di Lopez, Eric Gales, è un’altra cavalcata chitarristica in ambito blues-rock e Can’t Take It No More, il duetto con Walter Trout, un altro blues dalle atmosfere ricercate e sognanti. Whiskey Time è la ripresa, con la coda strumentale aggiunta, di Running Whiskey. Molto bella la dolce Let’s Call It A Day, un duetto tra le soliste abbinate di Robben Ford e Lance Lopez, che poi lascia spazio al funky-rock della conclusiva Watchagonnado. In definitiva meno duro di quanto mi era apparso ad un primo ascolto, ovviamente indicato per chi ama il guitar rock. Esce il 26 febbraio,

Bruno Conti