Dal Vivo A “Casa” Di Bruce. Nils Lofgren – Back It Up…Live ’85

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Nils Lofgren – Back It Up…Live ’85 – Echoes 2 CD

Nils Lofgren ha pubblicato una quantità di album dal vivo impressionante nel corso della sua carriera: il più recente come uscita, di cui avete letto ottime cose sul Buscadero del mese di gennaio, è stato UK 2015 Face The Music Tour, documentazione del tour che il chitarrista della E Street Band ha tenuto in Terra d?Albione lo scorso anno. In quel caso si trattava di un disco acustico, registrato in coppia con il bravo Greg Varlotta, mentre questo doppio di cui andiamo a parlare lo vede in veste elettrica, con una ottima band, dove accanto a Nils troviamo il fratello Tom Lofgren e Stuart Smith, entrambi a chitarre e tastiere, Wornell Jones al basso e il bravissimo Johnny “Bee” Badjanek, il vecchio batterista di Mitch Ryder, con e senza Detroit Wheels. Siamo al 1° novembre del 1985, circa 30 anni fa quindi, al termine del tour per promuovere Born In The Usa con Springsteen, e reduce dall’avere pubblicato il buon album Flip, di cui vengono eseguiti ben sei brani, e siamo proprio nella tana del leone, al leggendario Stone Pony di Asbury Park, teatro di moltissime esibizioni casalinghe del Boss, il tutto viene mandato in onda dalla emittente radiofonica della zona di New York che mi pare nell’occasione festeggi i venti anni di attività, e quindi la qualità della registrazione è molto buona. Se tutto questo vi ricorda qualcosa è perché lo stesso concerto fu pubblicato nella serie Archive Alive nel 1997, anche se in quel caso si trattava solo di una selezione di quattordici brani e non dell’intera serata.

Nelle note “ballerine” e non informatissime del CD si parla di Nils Lofgren’s solo performance e quindi uno poteva pensare ad un album acustico, ma la band c’è e si sente. Sin dall’iniziale Beggars Day, il brano che Lofgren scrisse per il primo album dei Crazy Horse, si percepisce un  sound solido e tirato, dove chitarre e tastiere ben si amalgamano (anche se queste ultime ogni tanto denotano la provenienza anni ’80 del disco), ma la versione, che nel corso degli anni è diventata sorta di eulogia per lo scomparso Danny Whitten, non ha nulla da invidiare a quella che era presente nel famoso doppio dal vivo del 1977 Night After Night che all’epoca sancì il momento di maggior successo della carriera del nostro, e che era pure molto bella. Ma anche in questo concerto la chitarra di Lofgren è guizzante e presente come nelle sue migliori serate, e molto più libera di esprimersi rispetto allo spazio che ha nella E Street Band. Secrets In the Streets è il singolo del momento tratto da Flip, un classico esempio di rock americano da FM, melodica il giusto ma anche con la grinta delle esibizioni live e un filo di esagerazione nel sound quasi prog o AOR delle tastiere. Anche Dreams Die Hard viene dal nuovo album, un incalzante pezzo rock, mentre Little Bit Of Time è una bella ballata elettroacustica che se non sbaglio sarebbe uscita solo anni dopo su Silver Lining, con The Sun Hasn’t Set On This Boy Yet si torna al primo album solista del 1975., una versione non particolarmente memorabile.

A questo punto parte uno dei brani più belli di Lofgren, Code Of The Road, oltre dieci minuti di rock in puro stile Nils con la chitarra libera di viaggiare nella seconda parte, e niente male anche la vigorosa Rock And Roll Crook, sempre tratta dal primo album solista, come pure Cry Tough, che era la title-track del suo disco in studio di maggior successo, quello prodotto da Al Kooper, ottimo rock ancora, anche se le tastiere a tratti rompono, la chitarra, in questo caso slide, viaggia alla grande. Molto buona anche la tirata No Mercy, mentre la ballata Big Tears Fall sembra un pezzo degli Ultravox, e non è un complimento. La seconda parte si apre con una sentita cover di Any Time At All dei Beatles, seguita da Empty Heart che nella versione live è sempre gagliardamente chitarristica, Like Rain e Moon Tears, vengono dai tempi dei Grin, la seconda altro ottimo esempio del Nils rocker, poi ribadito nella lunga Sweet Midnight, sempre da Flip, come la successiva title-track. I Don’t Want To Talk About It, la bellissima ballata scritta da Danny Whitten, fa parte ancora oggi del repertorio dal vivo di Lofgren, come puree Back It Up, grande rock poi ribadito in una versione fantastica di oltre dodici minuti di Shine Silently, altro cavallo di battaglia di Nils, che qualche canzone bella nella sua carriera l’ha pure scritta e a concludere i bis l’eccellente I Came To Dance. Bel concerto e gran chitarrista.

Bruno Conti    

Uno Degli Inventori Del “Detroit Rock”! Scott Morgan – Revolutionary Action

scott morgan revolutionary

Scott Morgan – Revolutionary Action – 2CD Easy Action

Scott Morgan è un personaggio leggendario, peccato che pochi sappiano della sua esistenza: nativo di Ann Arbor, Michigan, la sua carriera inizia più di 50 anni fa con un album registrato con i Rationals nel 1964, quando i suoi futuri soci della scena rock musicale di Detroit, i vari MC5, Stooges, Bob Seger, Amboy Dukes, Mitch Ryder, dovevano ancora decidere cosa fare delle loro carriere.

Rationals-thumb-400x309-114430Scott "Rock Action" Asheton and Scott Morgan of Sonic's Rendezvous Band, Ann Arbor, 1977

Il piccolo problema è che circa per i successivi 25 anni il nostro amico non pubblicherà praticamente più nulla a livello discografico: se si esclude, a metà anni ’70, un 45 giri con la Sonic’s Rendezvous Band, il gruppo dell’amico Fred “Sonic” Smith, chitarrista degli MC5 e marito di Patti Smith, dobbiamo aspettare infatti il 1989 perché esca Rock Action, sotto il nome Scott Morgan Band (con Gary Rasmussen al basso dalla Sonic Rendezvous Band e anche nel gruppo di Patti Smith e Scott Asheton degli Stooges alla batteria) per una piccola etichetta francese, la Revenge. Naturalmente non se ne accorge nessuno, ma questa volta Morgan persiste e forma gli Scots Pirates, sempre con Kathy Deschaine, che era già la seconda voce femminile nel primo disco e tra i vari chitarristi impiegati in seguito troviamo anche Michael Katon, oggi ottimo solista di rock-blues, ma il disco che ne consegue Action Now, esce solo per una etichetta di Ann Arbor, la Schoolkids Records, filiazione di un negozio di dischi (!?!), che pubblicherà anche, l’anno dopo, Revolutionary Means sempre a nome Scots Pirates. Potete immaginare quanto sia stata capillare la distribuzione.

scott morgan three chords

Ma oggi l’inglese Easy Action pubblica questo doppio CD, Revolutionary Action che contiene i tre album, con il raro 45 giri Can You See Me, una cover di Jimi Hendrix registrata dal vivo nel 1984, come bonus. Tutto ciò avviene sull’onda del “successo” del triplo Three Chords And A Cloud Of Dust, una retrospettiva della carriera di Scott Morgan, pubblicata lo scorso anno, sempre dalla Easy Action, e alla quale la rivista Rolling Stone, in uno dei suoi rari attimi di lucidità ha assegnato cinque stellette https://www.youtube.com/watch?v=rQRypVxxqTM . Naturalmente anche in questo nuovo doppio impera quel sound tra proto-garage psichedelico,  molto rock con tracce R&B, blue collar alla Grushecky, Springsteen, Miami Steve Zandt, Mitch Ryder e tutti gli eroi di questa epopea del rock di culto americano, di cui quelli che vengono da Detroit vengono salutati nell’omonimo brano che apre il primo dischetto, con una litania di nomi classici che vengono sciorinati in una canzone che sembra un brano di Springsteen quando faceva il Detroit Medley, Rock & Rhythm & Blues: Wilson Pickett, John Lee Hooker, Barrett Strong, Smokey Robinson, Bob Seger, Mary Wilson, Aretha Franklin, Stooges e mille altri vengono citati con il ritmo del pezzo che si fa sempre più incalzante https://www.youtube.com/watch?v=LFFvrmRuXQw . Ma tutti i brani del primo album viaggiano spediti con Rasmussen e Asheton che dettano i ritmi e la voce e la chitarra di Morgan che macinano rock, pensate anche al primo Bob Seger, ma ancora più rock o al power pop-rock dei primi Flamin’ Groovies, Heaven And Earth, Eagle Dance, I Want More si susseguono implacabili, tutti brani sconosciuti, ma ricchi di una grinta e di una voglia di fare musica ammirevoli, tra echi di Stones, New York Dolls, Patti Smith Group, tutta musica buona insomma, si dipanano queste canzoni sconosciute ed estremamente godibili https://www.youtube.com/watch?v=VtluGvFjS5g .

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Non mancano brani più raffinati, come Dante, quasi alla Garland Jeffreys, o Josie’s Well e Everything, sempre con la voce della Deschaine che complementa alla perfezione quella di Morgan. Senza ricordarli tutti, visto che i titoli non dicono nulla, il primo disco è ottimo tutto. Comunque anche quando il suono del basso si fa più rotondo e la batteria assume caratteristiche più 80’s/90’s https://www.youtube.com/watch?v=-wyn6ZSCQ3M  e appare qualche tastiera “orrida”, tipica dell’epoca, una certa classe traspare sempre e la grinta non diminuisce poi troppo, anche se il “sound” a tratti sintetico, risente di quegli anni in modo periglioso, Can You See Me è comunque gagliarda. Infatti Revolutionary Means torna ad un suono hendrixiano e psichedelico, per il resto è R&R come non se ne fa più con chitarre fumanti e grandi atmosfere, provare per credere Stick To Your Guns o Flawed Diamonds, veramente potenti: anche in questo caso qualche piccola caduta di tono a livello sonoro, ma per il resto “It’s Only Rock’n’Roll” alla Stones e ci piace, addirittura in certi momenti del terzo album sembra di ascoltare la band di Lou Reed ai tempi di Rock’n’Roll Animal, con chitarre ovunque. Un personaggio da (ri)scoprire e anche tante belle canzoni che sarà un piacere ascoltare praticamente per la prima volta e poi di nuovo, e ancora!

Bruno Conti

Con Calma, Ce La Può Fare. Dalla Motor City il Blues Di Detroit Frank DuMont – Let Me Be Frank

 

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Detroit Frank DuMont – Let Me Be Frank – Self Released

Fino a pochi giorni non avevo mai sentito nominare Frank DuMont, anzi “Detroit” Frank DuMont, e questo già ci fornisce un elemento, è nativo della famosa città del Michigan, la città della Motown (Motor City Town) , ma anche di Stooges, MC5, Bob Seger, Mitch Ryder e altre centinaia di musicisti che negli anni si sono avvicendati lassù, nel profondo Nord degli Stati Uniti. DuMont non è certo uno dei più famosi, se poi aggiungiamo che dopo una lunga gavetta a Detroit e dintorni, per essere franchi, come dice lui nel titolo, si è pure trasferito, prima in California e poi a Colorado Springs  http://www.youtube.com/watch?v=oL8t_EhYhQc, dove opera con i suoi Drivin’ Wheels, si capisce perché non sia mai diventato più di una “gloria locale”. Se poi per registrare questo suo primo album di studio, Let Me Be Frank http://www.youtube.com/watch?v=Ki-M9T8kj6Q , ci ha pure messo più di venti anni, mi sento ulteriormente giustificato nel non conoscerlo (e di musicisti blues in America ce ne sono veramente moltissimi, i più sconosciuti al grande pubblico, alcuni anche molto bravi).

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Diciamo che DuMont si colloca in una posizione intermedia, un onesto professionista, indicatissimo per chi ama il genere, una sorta di Bugs Henderson meno fiammeggiante, ottimo chitarrista, buon cantante, amico e musicista con tutti, almeno a giudicare dalle foto sul suo sito, che lo ritraggono con Keith Richards, Billy Cox (il bassista di Hendrix, che appare anche nel disco), Albert King, John Lee Hooker, James Cotton, Johnny Winter, Mitch Ryder e Jim McCarty dalla sua città, Detroit, oltre a tantissimi altri, basta che ci sia un fotografo in giro e Frank si mette in posa. Con la gran parte ci ha anche suonato, in giro per gli States e in Europa, fisicamente sembra una sorta di Alvin Lee invecchiato prematuramente, ma musicalmente si difende. Certo non sono molti i dischi le cui registrazioni iniziano nel marzo del 1991 in California e a Memphis, Tennessee e si concludono nel 2012, tra Colorado, California, Alabama e ancora Tennessee, sia a Nashville che a Memphis, ai leggendari Ardent Studios, passando anche per i Sun Studios.

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Il risultato è un piacevole disco di blues che deve in ugual misura a quello classico quanto a quello misto a rock che era praticato dagli inglesi tra la fine anni ’60 e i primi ’70  http://www.youtube.com/watch?v=HpINenLbgfE. Travelling Riverside Blues uno dei due brani (anzi tre) di Robert Johnson (del quale nella foto di retrocopertina appare la pietra tombale, insieme a una bellissima chitarra National dal corpo di acciaio) presenti nell’album, sembra un brano che avrebbero potuto fare i Chicken Shack di Stan Webb o i Groundhogs nei loro anni d’oro. Ma la versione di Crossroads, solo voce e chitarra acustica bottleneck è quanto di più tradizionale e classicamente americano si possa immaginare, per poi scatenarsi in una Blues For Buddy, l’unico brano originale firmato da DuMont, dove con l’aiuto di Deacon Jones, il vecchio organista di Freddie King, Billy Cox al basso e il resto del suo gruppo. confeziona un brano strumentale che è quanto di più elettrico e sperimentale ci si possa aspettare in un ambito blues, con la chitarra che viaggia che è un piacere.

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Andando a ritroso nel resto del CD, dove appaiono anche l’ottimo pianista David Maxwell e, in parecchi brani, una piccola sezione fiati, ascoltiamo una sorta di Blues Greatest Hits. Key To To Highway, molto lineare, con fiati, tra King vari e Clapton, Tore Down, un altro super classico  http://www.youtube.com/watch?v=HEZpeeN5mNk, e si farebbe prima a dire chi non l’ha mai suonato, bella versione, una Every Day I Have The Blues, veloce sia nei tempi che nella durata, non dissimile da quella che faceva la Marshall Tucker, ma con i fiati aggiunti. Uno slow lancinante come How Blue Can You Get?, tratta dal manuale “B.B.King” http://www.youtube.com/watch?v=4xTFm20NiYY e due strumentali super classici ancora, come Hide Away e The Stumble, prove di guida con chitarra per ogni esame di Blues che si rispetti, in cui Frank DuMont si merita la promozione alla grande, con Deacon Jones che probabilmente suonava l’organo anche negli originali di Freddie King.

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Il terzo brano di Robert Leroy Johnson, dove DuMont suona tutti gli strumenti, per dirla alla milanese mi sembra un po’ loffia, moscia se preferite. Invece, “strana” ma peculiare è una versione strumentale di I’ll Be There un brano di un gruppo di quella Tamla Motown citata prima, i Jackson 5, la canzone con tanto di clavicembalo, corno francese, sax, tastiere e slide in questa vece evidenzia le similitudini, che non avevo mai notato, con un altro artefatto del tempo, Rain And Tears degli Aphrodite’s Child, una curiosità che fa da ciliegina sulla torta ad un disco piacevole e un bravo musicista, come potete vedere e sentire nei vari video linkati nel Post!

Bruno Conti