Viene Dalla Louisiana, Ma Per L’Occasione Si Cimenta Con Dell’Ottimo Power Trio Rock-Blues. Jeff Chaz – No Paint

jeff chaz no paint

Jeff Chaz – No Paint – JCP Records

Jeff Chaz nasce una cinquantina di anni fa in quel di Lake Charles, Louisiana e poi vive i primi anni della sua vita nella piccola cittadina di Creole, dove leggenda metropolitana vuole (o forse è la verità) che  il padre che faceva il medico, per spostarsi  per visitare i suoi pazienti usasse una piroga e si facesse spesso pagare in natura, con anatre e altri prodotti commestibili. Già la provenienza da quella zona, ricca humus per la musica di qualità, ce lo fa apprezzare, se poi aggiungiamo che, passando anche per la California, la sua gavetta l’ha svolta a Memphis, tra Beale Street e le vie limitrofe, per poi tornare in Louisiana dove si è guadagnato l’appellativo di Bourbon Street Bluesman, lo apprezziamo ancora di più. Il nostro amico è un chitarrista, ma in passato si è adattato a suonare tromba e trombone pur di poter far parte della band di Albert King e ha collaborato anche con Jerry Lee Lewis e Cab Calloway,, creando le basi per la sua musica che partendo dal blues, si arricchisce di elementi soul e del cosiddetto New Orleans Gumbo, per poter infine approdare a quello stile in power trio elettrico che caratterizza il nuovo No Paint, pubblicato dalla JCP (che non sta per Jeff Chaz Production ma per Just Cleveland’s Past), la propria etichetta personale presso la quale erano già usciti sette album che avevano in passato incorporato anche soul fiatistico e piccole derive jazz.

Per l’occasione, come detto, si è dedicato al blues in trio, con l’aiuto di Augie Joachim al basso e Ric Jones alla batteria, che sotto la produzione dello stesso Jeff al Radionic Studio di Jefferson, sempre in Louisiana, hanno registrato le 10 tracce di questo No Paint. La voce ha alcuni elementi negroidi temprati nel sound della soul music scuola Stax, come dimostra subito l’iniziale Turn Back The Hands Of Time, una cover di un brano di Tyrone Davis, con un suono “strano”  e secco dove la chitarra pungente di Chaz è comunque molto presente https://www.youtube.com/watch?v=GnvwHIDzs1wThe Stars Are Out è il classico blues lento e tirato, dall’andatura cadenzata, con Jeff che tenta alcuni arditi falsetti prima di lasciare spazio ad un eccellente assolo dove dimostra tutta la sua perizia tecnica nel lavoro di vibrati e timbrica della solista, addirittura con qualche richiamo zappiano, mentre We Ain’t Shackin’ No More è un ritmato shuffle ancora tra blues e R&B, con la fluidissima chitarra sempre in evidenza. You Gotta Show Me  è un veloce e brillante Chicago blues dal ritmo incalzante sempre giocato sulle continue folate della solista; Lowdown Dirty Blues mette le cose in chiaro fin dal titolo, un lento intenso e tirato, con la solista in modalità libera, quasi alla Roy Buchanan, e la voce vibrante.

Life Is Like Coffee è un brano più mosso, un rock-blues con retrogusti sudisti di ottimo impatto, con Blues Buffet che sembra un Texas blues di quelli prediletti da Stevie Ray Vaughan, con la chitarra ancora in grado di impazzare alla grande. Little Sips è in chiara modalità power trio, un brano dove spunta anche qualche elemento hendrixiano e il nostro che è sempre impegnato a fondo a strapazzare la sua solista, in grado di proporre un lavoro di grande veemenza emozionale https://www.youtube.com/watch?v=R14fSzRu_Ao , prima di tornare al blues lento di una travolgente She’s The Sweeetest Thing, che come altri brani di questo CD dimostra che la lezione imparata nei lunghi anni con Albert King non è stata dimenticata dal chitarrista della Louisiana, al limite integrata appunto con sonorità tra Buchanan e SRV. In chiusura Deet Deet Deet, uno strumentale preso a velocità supersoniche che dimostra ancora una volta la grande perizia tecnica di questo musicista, che per l’occasione ha accantonato quasi del tutto le sonorità della sua Louisiana a favore di un suono più sanguigno e sporco. Molto bravo però.

Bruno Conti

Se Ne E’ Andato Anche Ginger Baker, Aveva 80 Anni: Del Magico Trio Dei Cream Ora Rimane Solo Eric Clapton!

Ginger_Baker with wings

ginger baker-drummer

Oggi ci ha lasciato anche Peter Edward Baker, detto Ginger, aveva 80 anni compiuti ad agosto, ma da circa tre anni si era dovuto ritirare dalle scene per problemi cardiaci, ed anche per una rovinosa caduta casalinga e negli ultimi tempi era stato ricoverato in un ospedale del Sud della Inghilterra, dove oggi si è spento serenamente. Probabilmente il più grande batterista della storia del rock, quasi sempre fotografato, come l’ineffabile Yanez, con l’ennesima sigaretta tra le labbra, Ginger Baker ha legato il proprio nome per sempre a quello dei Cream, dove insieme a Jack Bruce ed Eric Clapton, ha “inventato” il rock, grazie alle furiose improvvisazioni con i due soci, dove il jazz (imparato con il suo maestro Phil Seamen) veniva sublimato in improvvisazioni che erano ai limiti del paranormale, con i tre musicisti che seguivano il canovaccio dei brani rock e blues per poi spingersi ognuno verso lidi all’epoca inesplorati da un trio di musicisti che si avventuravano in territori fino ad allora frequentati solo nelle jam di stampo jazzistico.

Ognuno in possesso di una tecnica incredibile, ma con Baker in grado quasi di “danzare” con le proprie mani sui sui tom tom e sui rullanti della propria batteria, mentre dava quasi l’impressione di essere fermo ed immobile, e sotto i piedi lavoravano a velocità spaventose sulla doppia cassa generando uragani di ritmo, in uno stile che impiegava sia gli stilemi imparati dai grandi batteristi del jazz, da Louie Belsson, passando per Elvin Jones, Tony Williams a Philly Joe Jones, integrati dai ritmi della musica afro che poi avrebbe sviluppato prima con gli Airforce e poi con Fela Kuti, ma anche da questo nuovo approccio portato nella musica rock dal formato del power trio, dove le scorribande delle esibizioni dal vivo partivano dal formato canzone per evolversi poi in vere e proprie competizioni tra virtuosi, dove ognuno seguiva un proprio percorso all’interno del brano, dove a tratti si incontravano. E Baker era maestro in questo, uno dei primi batteristi rock che aveva elevato l’uso dell’assolo in una arte quasi a sé stante, ed i cui esempi più luminosi sono quelli espressi in brani come Toad dei Cream, ma anche in Do What You Like con i Blind Faith.

Come pure nelle sua famose “drum battles”con Art Blakey e Elvin Jones, dove si sfidava a colpi di bacchetta con i suoi omologhi jazzisti a chi ce l’aveva più lungo, l’assolo ovviamente (lui sempre con la sigaretta che immancabile penzolava dalle labbra, in virtù di quel tabagismo mai debellato), ma che gli ha comunque consentito di arrivare fino ad 80 anni,

Forse non ci ha lasciato dischi memorabili a proprio nome, ma le collaborazioni con Alexis Korner, Graham Bond Organisation, Ginger Baker’s Airforce sono state portatrici dei primi prodromi del british blues, del jazz rock e della musica afro e world music future. mentre poi i lavori pubblicati in un ambito rock più leggero con i Baker Gurvitz Army sono stati più deludenti, anche se nei concerti dal vivo c’era sempre questa palpabile attesa per il momento dell’assolo di Ginger Baker in Toad (lo so perché vi ho assistito). Poi ci sono state le collaborazioni con gli Hawkwind, con i Public Image Limited di John Lydon, la reunion con Jack Bruce a metà anni ’80, poi anche nei BBM insieme a Gary Moore. Anche con Andy Summers, Bill Frisell Charlie Haden nel Ginger Baker Trio, dove tornava all’amato jazz. Fino al maggio del 2005, quando deposta l’ascia di guerra con Clapton, partecipa ad una leggendaria reunion dei Cream alla Royal Albert Hall, dove in una serie di concerti i tre dimostrano che l’assunto del celebre brano di Bob Dylan Forever Young, aveva più di un fondamento di verità, con una serie di esibizioni live dove alla ferocia ed alla frenesia della gioventù si univa una consapevolezza dei propri mezzi che le ha rese veramente fenomenali ed indimenticabili.

Che altro dire? Ci mancherà, per me è stato il più grande, certo forse John Bonham Keith Moon ai tempi vincevano le classifiche di fine anno come migliori batteristi, ma il numero uno era sempre lui. Riposa in pace, visto che le ali da angelo te le avevano già regalate per la famosa foto sulla copertina di Around The Next Dream dei BBM e quindi, se ti vogliono, puoi volare nel paradiso dei musicisti, dove ti aspettano Bruce e Moore.

Bruno Conti

Grande Rock-Blues Tra California e Texas Per Un Trio Italo-Anglo-Americano! Supersonic Blues Machine – Road Chronicles: Live!

supersonic blues machine road chronicles live

Supersonic Blues Machine – Road Chronicles: Live! – Provogue/Mascot CD

Primo album dal vivo per i Supersonic Blues Machine, power trio formatosi nel 2015 a Los Angeles ma solo per un terzo americano (il ben noto e poderoso batterista Kenny Aronoff, il miglior rock drummer sulla terra insieme a Max Weinberg), in quanto gli altri due membri sono l’italianissimo bassista Fabrizio Grossi ed il chitarrista e cantante inglese Kris Barras (che ha sostituito nel Gennaio del 2018 il texano Lance Lopez). I due dischi di studio dei SBM, West Of Flushing, South Of Frisco e Californisoul https://discoclub.myblog.it/2017/11/28/anche-loro-sulle-strade-della-california-rock-supersonic-blues-machine-californisoul/ , non avevano mancato di attirare l’attenzione della critica internazionale e dei fans della musica rock-blues più sanguigna, grazie anche alla serie impressionante di ospiti che vi partecipavano (Billy Gibbons, Walter Trout, Warren Haynes, Eric Gales, Robben Ford, Chris Duarte e Steve Lukather) da loro conosciuti, oltre che per le molteplici collaborazioni di Aronoff, grazie all’amicizia di Grossi con Gibbons, che ha aiutato l’italiano ad entrare nel giro che conta.

Ora i nostri pubblicano questo Road Chronicles: Live!, resoconto dell’ultimo concerto del tour europeo dello scorso anno, tenutosi il 20 Luglio a Brugnera, in provincia di Pordenone (la hometown di Grossi). Ci troviamo di fronte ad un disco dal vivo di grande valore, che testimonia la bravura dei tre sul palco (la formazione è completata da Serge Simic alla seconda chitarra, Alex Alessandroni alle tastiere e dal supporto vocale di Andrea Grossi, moglie di Fabrizio, e Francis Benitez): rock-blues di notevole potenza, con le chitarre sempre a manetta ed una sezione ritmica schiacciasassi (e d’altronde Aronoff non lo scopriamo oggi), il tutto condito dalla voce arrochita di Barras, una via di mezzo tra Haynes e Mellencamp. Già così il disco sarebbe da consigliare, anche perché oltre alla potenza ci sono anche le canzoni che non sono affatto male, ma la ciliegina sulla torta è la presenza proprio di Gibbons nei sei pezzi finali, e senza nulla togliere a Grossi e compagni da lì in poi la temperatura sale di brutto. Dopo una breva introduzione registrata parte I Am Done Missing You, che inizia con il tipico drumming travolgente di Aronoff e poi vede entrare la chitarra di Barras ed il resto della band per un solido rock-blues di matrice sudista, con cori femminili che donano un retrogusto soul. I Ain’t Fallin’ Again è una rock song potente e granitica che dimostra la solidità dei nostri, con influenze che vanno dai Cream a Jimi Hendrix, mentre Remedy è una ballatona sempre decisamente elettrica con chitarre in tiro, una melodia fluida e distesa ed un ritornello corale ancora molto southern (facendo le debite proporzioni, siamo dalle parti della Tedeschi Trucks Band).

Can’t Take It No More è uno slow blues con organo e chitarra solista in grande spolvero e solito refrain corale: la SBS ha dei numeri e sembra americana al 100%, e non solo per un terzo; Watchagonnado è un funk-rock decisamente annerito e coinvolgente, con un  refrain perfetto per il singalong, uno dei pezzi più convincenti della serata, e precede la possente Elevate, un rockaccio diretto come un macigno dai toni quasi hard, ma sempre con elementi blues nel dna (chi ha detto Gov’t Mule?). Chitarre taglienti anche in Bad Boys, ancora tra rock e funky, mentre la lunga Let It Be (i Beatles non c’entrano) è nuovamente un ficcante blues con robuste iniezioni di rock, ed ottime parti chitarristiche stavolta ispirate da un maestro come Stevie Ray Vaughan. Ed ecco iniziare il concerto nel concerto, con Billy Gibbons che sale sul palco ed entusiasma subito il pubblico con una tonante versione della leggendaria La Grange, seguita dalla travolgente Broken Heart, una rock’n’roll song dal riff assassino che ricorda gli ZZ Top più diretti (e chi se no?), ed una vorticosa rilettura del classico di Elmore James Dust My Broom, strepitosa e coinvolgente https://www.youtube.com/watch?v=KhalRIkRoFE : tre canzoni e Billy si è già preso la scena. Il barbuto axeman resta on stage anche per i tre pezzi finali, la roboante Running Whiskey, con Aronoff che picchia come un ossesso, una tostissima interpretazione dell’evergreen di Muddy Waters Got My Mojo Working, con la band che va come un treno (ed un grande assolo di piano), ed il saltellante rock-blues Going Down, degna conclusione di una serata musicalmente torrida.

I loro due album di studio erano più che buoni, ma è sul palco che i Supersonic Blues Machine danno il loro meglio: garantisce Billy F. Gibbons.

Marco Verdi

Un Classico Power Trio “Nero” Di Grande Potenza. Dennis Jones Band – WE3 Live

dennis jones band we3 live

Dennis Jones Band – WE3 Live – Blue Rock Records

Questo signore nasce a Baltimore nel Maryland nel 1958, quindi I 60 anni li ha passati anche lui: ha vissuto anche in Europa per un periodo e dalla metà degli anni ’80 la sua residenza è a Los Angeles in California. Un curriculum forgiato soprattutto attraverso la permanenza, come secondo chitarrista, nella Zac Harmon Band, poi dagli anni 2000 ha creato un proprio trio la Dennis Jones Band, classico power trio, o meglio forse non classico, visto che sono tre musicisti di colore, comunque suono potente ispirato da Jimi Hendrix era Band Of Gypsys e Srevie Ray Vaughan, oltre che dai grandi nomi del blues, soprattutto quelli dello stile urbano, elettrico. Cinque dischi in studio, e ora questo WE3 Live, registrato alla Brewer Creek Brewery di Wilbaux, Montana, non esattamente una delle mecche della musica live. Comunque il risultato è eccellente, 13 brani originali di Jones e una cover di Born Under A Bad Sign, di un altro Jones, Booker T, e di William Bell, un classico per Albert King (che la registrò anche con Stevie Ray Vaughan), ma anche per i Cream.

Il problema usuale e principale di questi album, per chi non vive negli USA (ma anche lì non devono essere proprio facili da trovare) è purtroppo la reperibilità, ma ormai lo sappiamo, Jones ha anticipato di parecchio questa tendenza sempre più imperante nel mercato indipendente, dandosi alla auto distribuzione sin dagli inizi della carriera solista. Il pubblico presente al concerto non sembra molto numeroso, ma appare entusiasta e soddisfatto da quanto ascolta: Dennis Jones ha anche una bella voce, grintosa e con sfumature ricche di soul, i suoi due soci, Sam Correa al basso e Raymond Johnson alla batteria, formano una sezione ritmica di tutto rispetto; il disco è inciso molto bene, con un suono nitido e ben delineato, e poi c’è il solismo dirompente della  Stratocaster del nostro amico, che mescola impeto ed eccellente tecnica, come è subito evidente fin dalla iniziale Blue Over You, dove le mani di Jones volano sul manico della sua chitarra in modo fluente ed incalzante. In When I Die, un bello shuffle, il timbro vocale ricorda quello di un altro grande “colored” del rock-blues come Phil Lynott dei Thin Lizzy, la chitarra è molto SRV, mentre la lunga Passion For The Blues cita nel testo coloro che lo hanno influenzato negli anni, Robert Johnson, Muddy Waters, Etta James, Johnny Winter, Stevie Ray Vaughan, in una sorta di passaggio di consegne ideale, con la chitarra sempre in grande evidenza, visto che Jones è sì un virtuoso dello strumento, ma non della categoria “esagerati” https://www.youtube.com/watch?v=VtKoUdb2LZI .

Stray Bullet, come l’iniziale Blue Over You è una canzone che verte sulle delusioni d’amore, uno degli argomenti tipici nel blues (e non solo), c’è qualche rimando al Jimi più vicino al R&B, e quindi anche a Robert Cray, nel sound sognante della solista, con la vorticosa Hot Sauce che va a tempo di boogie e cita il riff di Third Stone From the Sun nell’assolo. Don’t Worry About Me è un altro “bluesaccio” ruvido, temprato nel funky e nell’errebì, seguito da Super Deluxe altro shuffle che è un veicolo per il fluido solismo del chitarrista, sempre sulla lunghezza d’onda del grande Jimi; Enjoy The Ride è di nuovo più funky e sensuale, mentre You Don’t Know A Thing About Love ha più di un retrogusto latineggiante, sempre misto a quel soul’n’blues raffinato tipico di molti pezzi di Jones, ma poi esplode nel solito assolo energico. Kill The Pain, nel gioco continuo di citazioni all’interno dei brani, parte con Black Velvet di Alannah Myles e poi ritorna di continuo al suono dell’immancabile Hendrix, fonte continua di ispirazione, Big Black Cat, sempre con la chitarra in overdive, un ritmo intricato e qualche citazione jazzy è un altro ottimo esempio della classe e della tecnica del nostro amico, che ritorna al funky-blues per Devil’s Nightmare, prima di regalarci un altro ottimo shuffle blues nella travolgente I’m Good. In chiusura la citata Born Under A Bad Sign che più che alla versione dei Cream rende omaggio, anche con wah-wah innestato, all’Hendrix febbrile e sfrenato di Voodoo Chile, grande brano comunque e molto bravo questo Dennis Jones.

Bruno Conti

Niente Di Nuovo All’Orizzonte, Ma Suonato Con La Solita Classe. Robin Trower – Coming Closer To The Day

robin trower coming closer to the day

Robin Trower – Coming Closer To The Day – Mascot/Provogue

Torna Robin Trower, il grande chitarrista inglese, uno dei migliori rappresentanti di quello stile a cavallo tra rock e blues che da sempre è il suo marchio di fabbrica: per il disco n°23 di studio della sua lunga carriera, più una decina di live, un decina di compilations e cinque album con l’amico scomparso Jack Bruce (d’altronde Trower ha compiuto 74 anni in questi giorni e i suoi inizi, prima con i Paramounts e poi con i Procol Harum, risalgono a circa la metà anni ’60), Robin ha deciso di accasarsi con una nuova etichetta, la Mascot/Provogue, che ormai sta cercando di rastrellare in giro per il mondo il meglio di quanto prodotto in ambito rock/blues. Non che questo significhi sostanziali cambiamenti di stile nel suo approccio, la formula è quella solita del power trio (anche se Trower in questo nuovo Coming Closer To The Day, come aveva fatto nel precedente Time And Emotion https://discoclub.myblog.it/2017/05/29/passa-il-tempo-ma-le-emozioni-rimangono-anche-senza-i-vecchi-amici-robin-trower-time-and-emotion/ , suona anche le parti di basso, lasciando al batterista Chris Taggart la parte ritmica principale), liquido e sognante, con le influenze hendrixiane sempre ben presenti, e il lavoro pregevole della immancabile Fender Stratocaster che è il suo fiore all’occhiello da sempre.

Registrato lo scorso anno allo Studio 91 di Newbury, con l’aiuto dell’ingegnere del suono Sam Winfield, il disco presenta dodici nuove composizioni di Trower che riflettono filosoficamente sull’inesorabile scorrere del tempo, perché come ricorda lui stesso sin dal titolo dell’album  “Ormai mi trovo più vicino alla fine che all’inizio, ma questo non mi spaventa…”. In effetti sin dalla iniziale Diving Bell, dall’incedere lento e maestoso, il nostro amico ribadisce quello stile unico che per certi versi ne ha fatto una sorta di erede del Jimi Hendrix più “spaziale” ed estatico, con il pedale del wah-wah subito impegnato ad estrarre dalla sua solista quelle note lunghe e ricche di feeling che sono da sempre il suo tratto più caratteristico. Truth Or Lies ha un gusto più mosso e vicino al R&B classico, anche se la voce “ringhiante” e pigra di Trower, come al solito, non è particolarmente memorabile, pure se la chitarra “rimedia” abbondantemente, come ribadisce la title-track Coming Closer To The Day, dove il lavoro della solista è variegato e ricco di inventiva, anche se forse nell’album complessivamente,  al di là di qualche eccezione, non ci sono brani memorabili.

Una delle eccezioni è proprio lo splendido slow blues intenso e lancinante proposto nella notturna Ghosts, dove Robin lascia libero sfogo alla propria ispirazione “inimitabile”; Tide Of Confusion è il presunto singolo che ha preceduto l’album, un po’ più mossa e “commerciale” vagamente alla ZZ Top e con una voce femminile a contrappuntare quella di Trower. The Perfect Wrong è un altro rock-blues di quelli più cattivi, con un riff marcato e qualche parentela ai Dire Straits del periodo di mezzo, con il wah-wah mordente che è ancora una volta il punto di forza della canzone, Little Girl Blue è una ballata sospesa e assorta, raffinata e con un tocco jazzy, con Someone Of Great Renown più scandita e grintosa, ma come molti altri pezzi poco incisiva, al di là del lavoro chitarristico che è sempre al centro della costruzione melodica, mentre Lonesome Road, una riflessione sulla vita in giro per il mondo a suonate la propria musica, è nuovamente un blues lento dove viene fuori il classico suono hendrixiano del miglior Trower, ricco di maestria e tecnica sopraffina. E pure Tell Me è una ennesima (piccola) variazione sul tema, con Don’t Ever Change che lo denuncia anche nel titolo e nel suono, così come la conclusiva Take Me With You. Quindi solita musica, buona e suonata con classe, ma niente di nuovo all’orizzonte.

Bruno Conti

Il Blues Rocker Greco Ci Mancava! Sakis Dovolis Trio – Cross The Line

sakis dovolis trio cross the line

Sakis Dovolis Trio – Cross The Line – Grooveyard Records  

Bisogna ammettere che la Grecia, a livello di musica rock, non sia mai stata una delle nazioni più presenti: ci ricordiamo tutti gli Aphrodite’s Child di Demis e Vangelis, ma poi per il resto, almeno per me, è notte fonda su tutta la linea. A parte le terribili vicissitudini finanziarie con UE e Fondo Monetario, i nostri vicini ellenici si sono fatti notare a livello sportivo con il tennista emergente Stefanos Tsitsipas, e adesso ci provano di nuovo con il chitarrista Sakis Dovolis, un buon esponente del classico Power Trio style. Il musicista greco, almeno all’ascolto di questo Cross The Line, mi sembra appartenere alla categoria dei solisti “esagerati”, quelli che tecnicamente sono indubbiamente proficienti, ma dove potrebbero bastare poche note, ce ne infilano in quantità spropositate, suonate a velocità supersoniche, spesso  a discapito del feeling e del gusto, che non sempre sono tra i loro principali attributi.

E’ vero che nel power trio è richiesta molta “forza bruta”, ma maggiori finezza e varietà non guasterebbero, specie se dici di ispirarti a gente come Jimi Hendrix o al suo “erede” Srevie Ray Vaughan. Nel caso di Sakis Dovolis e del suo trio, anche l’etichetta per cui esce questo disco indica la direzione musicale: per  la Grooveyard Records, il cui motto è “The Sound Of Guitar Rock”, infatti incidono gruppi e solisti che si ispirano parecchio all’heavy rock degli anni ’70, oltre che al power trio classico, ma anche blues-rock molto robusto, virtuosi della 6 corde, quindi pure questo disco fa parte della categoria. Poi ce ne sono di più bravi e meno bravi, vediamo Dovolis in che categoria di “virtuosi” rientra. Da qualche parte ho visto paragoni con il suono degli Screamin’ Cheetah Wheelies, ma quella band era molto più varia e poi aveva un cantante portentoso nella persona di Mike Farris, mentre il nostro Sakis, per quanto sia cantante diciamo adeguato, non è certo a quei livelli: disco autarchico greco, prodotto dallo stesso Dovolis con Stavros Papadopoulos, sezione ritmica Fotis Dovolis (parente?) al basso, e Nick Kalivas alla batteria, il disco parte con un brano All Over You, che per dirla con un personaggio di Abatantuono è “Viulenza” sonora pura, fatta comunque abbastanza con costrutto, anche qualche spunto melodico qui e là, inframmezzato tra scale velocissime.

 

Già in Come On Dovolis innesta a manetta il pedale wah-wah e le influenze di Jimi sono ancora più evidenti,  Everything è più funky e ricca di groove, ma gli assoli sono sempre “carichi”, come pure in I’m An Angel che si avvicina alle scorribande di Stevie Ray Vaughan, al quale è esplicitamente dedicata la conclusiva Legacy, un raro lento brano strumentale dove oltre alla fluente tecnica del chitarrista greco si apprezza anche un tratto di maggiore finezza e feeling https://www.youtube.com/watch?v=_VAO_lKkts4 . Prima c’è spazio anche per un tuffo nei territori sudisti dell’unica cover del disco, una Nasty Dogs & Funky Kings targata ZZ Top dove il southern boogie dei texani viene ancora più caricato di elementi hard; Cross The Line, dopo un abbrivio più bluesy è sempre molto orientata verso un rock a tratti scontato, per quanto ben suonato e con assoli come piovesse. Insomma siamo dalle parti di chitarristi come Lance Lopez, Phillip Sayce, Eric Gales, quelli che vivono a pane, Hendrix e Vaughan, come ribadisce una violentissima Burn It Down, oppure il sinuoso strumentale sempre a tutto wah-wah Shades Of Blue https://www.youtube.com/watch?v=8-glSCK7nl0 , mentre nella incalzante Show Me Your Love si insinua qualche raffinato  tocco funky-jazz, ma è un attimo e siamo di nuovo all’hard rock quasi di marca Black Sabbath della rocciosa Devil’s Road. Direi che è tutto: complessivamente disco “duretto” ma di buona qualità, se amate il genere.

Bruno Conti

“Nuovi” Dischi Live Dal Passato 6. Prima Di Essere Gli Hot Tuna Erano Già Formidabili: Jorma Kaukonen & Jack Casady – Bear’s Sonic Journals: Before We Were Them Live June 28 1969

Jorma Kaukonen & Jack Casady - Bear’s Sonic Journals Before We Were Them

Jorma Kaukonen & Jack Casady – Bear’s Sonic Journals: Before We Were Them Live 28-6-1969 – Owsley Stanley Records Foundation

Prima della nascita “ufficiale” degli Hot Tuna, sancita dalla settimana di concerti alla New Orleans House di Berkeley, nel settembre del 1969, da cui sarebbe stato estratto il primo omonimo album della band, Jorma Kaukonen e Jack Casady, avevano già fatto alcuni concerti in tarda primavera, nel periodo in cui i Jefferson Airplane erano fermi a causa della operazione per rimuovere i noduli alla gola subita da Grace Slick. Quindi, prima di riprendere l’attività concertistica, anche per promuovere il futuro album Volunteers, in uscita a novembre, ma già registrato, e pure la partecipazione al Festival di Woodstock, alcuni membri del gruppo, oltre a Kaukonen e Casady, anche Kantner, e ogni tanto Marty Balin, e con l’aiuto di Joey Covington, che aveva partecipato come percussionista alle registrazioni di Volunteers, ma non faceva ancora parte in pianta stabile dei Jefferson (dove c’era Spencer Dryden come batterista), si esibirono, come detto, in alcune serate speciali tra cui quella del 28 giugno del 1969 al Veterans Memorial Building di Santa Rosa, California, per un evento che venne registrato da Owsley Stanley, il leggendario soundman dei Grateful Dead, e che ora diventa il terzo capitolo in questa serie di pubblicazioni dai suoi archivi, dopo quelli dedicati agli Allman Brothers, Fillmore East 1970 (CD singolo e box triplo) https://discoclub.myblog.it/2018/08/11/le-loro-prime-registrazioni-dal-vivo-di-nuovo-disponibili-allman-brothers-band-fillmore-east-february-1970/ , e il cofanetto da 7 CD  di Doc & Merle Watson.

Anche questa volta la qualità sonora è sorprendente, grazie al lavoro di masterizzazione effettuato da Jeffrey Norman, attuale addetto alle “restaurazioni soniche” degli archivi dei Dead. E pure la qualità musicale è notevole: il suono è elettrico e vibrante, un power trio che rivaleggia con Cream e Jimi Hendrix Experience come potenza di fuoco, senza dimenticare che in fondo, a ben vedere, anche i Jefferson Airplane erano un trio rock-blues con elementi psych e acid rock, sia pure con due grandi cantanti e un autore visionario, a guidarli. A mio parere si tratta di un gran disco Live, probabilmente superiore a tutti quelli ufficiali della band, orientato verso lo spirito più improvvisativo e jam degli Hot Tuna, solo sette brani, tutti piuttosto lunghi, di cui quattro mai ascoltati prima e quindi inediti sotto questa forma. Quindi anche se era “prima che fossero loro”, erano già Loro, con Joey Covington perfettamente integrato nella formazione, che poi come abbiamo visto, avrebbe preso altre strade. L’interscambio tra i tre è fantastico, soprattutto Kaukonen e Casady sono formidabili nelle loro evoluzioni sonore, ma anche il batterista si dimostra uno strumentista di tutto rispetto; come è palese sin dalla partenza con il classico blues Rock Me Baby, suonato con un impeto, una grinta, una capacità tecnica che lasciano quasi senza fiato, Jorma è un chitarrista formidabile, in grado di improvvisare assoli su assoli all’impronta, il suono è muscolare e da jam band ante litteram, con continui rilanci e le parti vocali (quando ci sono), molto brevi, i paragoni con Cream ed Hendrix non sono per nulla azzardati, anzi: il pedale del wah-wah è spesso pigiato a manetta, il “rigore” del bluesman Kaukonen è accantonato a favore di un edonismo sonoro dove il rock segna sovrano.

Come conferma il lungo strumentale Turnaround, oltre dieci minuti, dove il trio imperversa in pieno trip free form, partendo da un giro rock che ricorda molto i contemporanei Allman Brothers, peraltro ancora ben lungi dall’avere acquisito la loro reputazione, le mani di Casady volano sul suo basso, Covington costruisce un muro di suoni sul quale la chitarra improvvisa con una fluidità magnifica, alla ricerca di sempre diverse soluzioni sonore. Anche Star Track, il pezzo tratto dal repertorio dei Jefferson Airplane (era su Crown Of Creation), è solo un pretesto per le continue divagazioni dei tre che qui ricordano parecchio qualcosa della psichedelia dei Quicksilver Messenger Service, con qualche deriva hendrixiana; Through The Golden Gate, con i suoi oltre tredici minuti, prima attendista e suadente, poi in continuo crescendo. ci permette di apprezzare ulteriormente un Jorma Kaukonen in serata di grazia, con la sua chitarra fluente ed acidissima in grado di aggredire i confini del rock dell’epoca, come e più di altri solisti magari più celebrati di lui.

Il futuro cavallo di battaglia Come Back Baby in questa veste sonora elettrica ha di nuovo quell’afflato allmaniano, con il drive rock innestato con ferocia su un brano blues con grande maestria, anche qui in una lettura che supera i dieci minuti, poi reiterata negli oltre undici della “inedita” Through The Grove, che parte lentamente ma  poi entra subito nuovamente nelle spire della improvvisazione strumentale pura da parte di Kaukonen e soci. L’ultimo brano, un altro inedito, Inspirations In The Hall Of Arrivals, è di nuovo uno strumentale acido che rivaleggia con le improvvisazioni sonore psichedeliche più estreme dei Quicksilver, con Jorma Kaukonen che distilla nuovamente dalla sua chitarra una serie di sonorità che profumano appunto della California più acida e “sballata” della fine anni ’60 https://www.youtube.com/watch?v=mrGJtM-JE0o , con gran finale ferocissimo dove il gruppo va quasi in overdrive. Una domanda sorge spontanea: ma dove li avevano tenuti nascosti questi nastri per così tanto tempo?

Bruno Conti

Un Moderno Power Trio Di Ottimo Livello, Ma Non Solo! The Record Company – All Of This Life

record company all of this life

The Record Company – All Of This Life – Concord/Universal CD

A due anni dall’interesse suscitato con il loro album di debutto Give It Back To You https://discoclub.myblog.it/2016/02/12/anche-bravi-blues-rock-nuova-promessa-the-record-company-give-it-back-to-you/ , ecco di nuovo tra noi The Record Company, trio di Los Angeles che ci dà un nuovo saggio della propria bravura con questo ottimo All Of This Life, sicuramente superiore al già positivo esordio. I RC non sono il classico power trio chitarra-basso-batteria, ma un gruppo rock moderno con un suono più articolato che comprende anche piano ed organo: la base di partenza sono le sonorità rock e blues tipiche degli anni settanta, con anche influenze punk e garage (gli Stooges sono una delle band di riferimento) e qualcosa di southern. Ogni singola nota di All Of This Life è farina del loro sacco, sia dal punto di vista della scrittura, che del suono ed anche della produzione, senza sessionmen od ospiti di sorta: puro e solido rock’n’roll, suonato benissimo e con una predisposizione comunque elevata per melodie e refrain diretti. Il leader e voce principale è Chris Vos, che suona anche la chitarra solista, ed è coadiuvato dal bassista Alex Stiff e dal batterista Marc Cazorla, che a turno si cimentano anch’essi con le chitarre, acustiche ed elettriche (e Cazorla anche con le tastiere). Un bel disco di puro rock (blues), tonificante e degno di stare in qualsiasi collezione che si rispetti.

Il CD, che “stranamente” non presenta versioni limitate o deluxe, inizia con Life To Fix, introdotta da un giro di basso subito seguito da un drumming pressante, una rock song potente, diretta e senza fronzoli, anche se il ritornello corale si presta comunque al singalong: il suono è tosto, vigoroso e ben definito, non male come avvio. I’m Getting Better (And I’m Feeling It Right Now) è anche meglio, un rock-blues saltellante e coinvolgente, con un ottimo intervento di armonica e ritmo decisamente sostenuto, pervaso dalla sfrontatezza tipica di una garage band giovanile e, perché no, con qualcosa dei primi Who; Goodbye To The Hard Life è invece una splendida ballata tra soul e blues, dal suono caldo, un motivo vincente ed una performance vocale notevole, un pezzo che alla fine risulterà tra i migliori: sembra quasi un megagruppo alla Tedeschi Trucks Band, ma in realtà sono sempre e solo loro tre e basta. Anche Make It Happen ha elementi blues, ma è più dura ed annerita grazie soprattutto ad una slide sporca al punto giusto, ma l’attitudine del gruppo per le melodie immediate viene fuori anche qui.

You And Me Now è un altro slow molto bello e dalle classiche sonorità anni settanta, una slide ancora protagonista (stavolta suonata alla maniera di George Harrison) e l’organo a dare calore al tutto. Coming Home è una solidissima rock’n’roll song con la sezione ritmica che pesta di brutto, e ci vedo echi del Tom Petty più “cattivo”, davvero trascinante https://www.youtube.com/watch?v=qxoTUFwS7Vw , The Movie Song è uno scintillante soul-rock, immediato e godibilissimo, e che sa di fango, polvere e Rolling Stones https://www.youtube.com/watch?v=7HUL5xevK1I , mentre Night Games sposta nuovamente il disco verso territori bluesati e paludosi, quasi swamp. Il CD, tre quarti d’ora spesi benissimo, si chiude con la vibrante Roll Bones, forse la più blues del lotto (e con strepitoso assolo di slide alla Ry Cooder), e con I’m Changing, unico pezzo acustico ma sempre dal mood annerito, che chiude più che positivamente un album che conferma il talento dei Record Company, e che non mancherà di deliziare gli appassionati di vero rock’n’roll.

Marco Verdi

Da “Solo” O Con La Band, Dice Sempre La Verità. Lance Lopez – Tell The Truth

lance lopez tell the truth

Lance Lopez – Tell The Truth –  Mascot/Provogue

Sono passati solo poco più di 4 mesi dall’uscita di Califonisoul, il secondo album dei Supersonic Blues Machine http://discoclub.myblog.it/2017/11/28/anche-loro-sulle-strade-della-california-rock-supersonic-blues-machine-californisoul/ , ed ecco che il frontman della band, Lance Lopez, voce e chitarra solista nel power trio americano, pubblica già un nuovo album. Come spesso capita ho ascoltato il disco parecchio in anticipo sull’uscita e quindi le informazioni erano ancora poche. Quello che veniva annunciato,  cioè che il disco era stato registrato durante gli ultimi tre anni negli abituali studi di Los Angeles, sotto la produzione di Fabrizio Grossi, che aveva anche curato le parti basso di durante le varie sessioni tenutesi nello stesso periodo in cui veniva inciso l’album dei SBM, come pure  la presenza di un batterista dal suono  vigoroso e potente, che ha tutta l’aria di essere Kenny Aronoff, e il fatto che negli arrangiamenti fossero presenti anche piano, organo, armonica e backing vocalist aggiunti, era abbastanza sintomatico. Quindi il suono a grandi linee è assai simile a quello recente della band, ma Lopez ha comunque un lungo passato di musicista, prima come accompagnatore di musicisti di spessore, da Bobby “Blue” Bland e Johnnie Taylor passando per Johnny Guitar Watson, e poi, dopo il trasferimento dalla natia Louisiana al Texas, attraverso l’incontro con musicisti come Billy Gibbons e Johnny Winter, con cui ha condiviso i palchi a lungo nell’ultima parte della carriera di quest’ultimo.

Anche se la primaria influenza è stata sicuramente Jimi Hendrix, come pure, da un lato più blues, B.B. King e Stevie Ray Vaughan, e qualche trucchetto glielo hanno insegnato anche Lucky Peterson e Buddy Miles, nelle cui rispettive band ha suonato. Nel 1999, a soli 21 anni, pubblica il suo primo album First Things First, poi ripubblicato dalla Grooveyard, che sarà la sua etichetta nella prima decade degli anni 2000, i suoi album migliori Salvation From Sundown, Handmade Music e il Live in NYC, di cui vi ho parlato su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2016/05/28/del-buon-blues-rock-chitarristico-dal-vivo-lance-lopez-live-nyc/ . Sempre sano e vigoroso rock-blues, anche hard power trio con la chitarra del nostro spesso e volentieri in evidenza; ovviamente Tell The Truth non cambia la strada maestra, il suono pare solo più centrato, la musica, pur essendo dura e tirata, spesso è ben costruita ed arrangiata: prendiamo l’iniziale Never Came Easy, il suono è rotondo, con basso e batteria ad ancorare il suono, inserti di chitarra acustica, armonica, piano elettrico e la slide a supportare la voce rauca e profonda di Lopez in un pezzo che ha forti profumi blues. Mr. Lucky era la title track di uno degli ultimi album di John Lee Hooker, qui ripreso in una versione power trio, molto Hendrix e SRV, basso pompatissimo, chitarre lancinanti e anche in modalità wah-wah, l’armonica ad addolcire la vena quasi hard-rock-southern di questa versione, che comunque è di eccellente fattura, con la chitarra che scorre fluida e potente.

Insomma, capito il genere, e non è difficile, l’album si gode appieno: Down To One Bar, più dura e riffata, ha qualche vago elemento soul, grazie all’organo e alle coriste, ma le chitarre, sia normale che slide, sono sempre cattive, e se ogni tanto si cerca qualche elemento più commerciale non è un delitto, è nella natura del produttore Grossi. High Life ha persino qualcosa di “claptoniano”, miscelato con elementi sudisti, un bel drive ritmico e la rauca voce di Lance (molto simile a quella di Popa Chubby) in evidenza, oltre alle chitarre stratificate che contribuiscono alla riuscita del brano; Cash My Check è il primo singolo del CD, un bel boogie rock incalzante, con piano, armonica e coretti incisivi, ancora a punteggiare il sound sudista della canzone, veramente riuscita e coinvolgente, rock classico della più bell’acqua con un bel solo di slide che è la ciliegina sulla torta. Tutti i brani sono compatti, tra i tre e i quattro minuti, non si sbrodola troppo e l’insieme ne guadagna, ottime anche The Real Deal, con la solista sempre in modalità bottleneck e Raise Some Hell, una hard ballad elettroacustica dall’atmosfera sospesa, come pure Angel Eyes Of Blue, a tutto wah-wah, forse anche con talk-box inserito, “duretta” anziché no, e comunque sempre di fattura pregevole.

Tutta musica sentita mille volte ma se viene fatta bene, e questo è il caso, estremamente godibile, come conferma il rock made in the 70’s della energica Back On The Highway con pianino boogie, organo e le solite coriste a tirare la volata all’infoiata chitarra di Lopez, mentre la ritmica picchia di brutto; Blue Moon Rising è una delle rare ballate dell’album, peraltro riuscitissima, ambientazione sudista ed un arrangiamento raffinato e complesso, con la solista a punteggiare il mood del brano. E per concludere in bellezza un buon album di rock-blues energico ma, ripeto, ben fatt,o ecco Tell The Truth ancora con sventagliate di riff e soli dalla solista, non male Mister Lopez!

Bruno Conti

Anche Loro Sulle Strade Della California Rock. Supersonic Blues Machine – Californisoul

supersonic blues machine californisoul

Supersonic Blues Machine – Californisoul – Mascot/Provogue  

Capitolo secondo per il power rock trio formato da Lance Lopez, chitarra e voce, Fabrizio Grossi, basso e produttore del disco, nonché Kenny Aronoff alla batteria: se uniamo il titolo del disco, California e soul, e quello della band, che contiene comunque la parola blues al suo interno, e se aggiungiamo ancora rock, abbiamo una idea generale di cosa aspettarci. Come è politica abituale della Provogue nell’album ci sono vari ospiti, quattro in comune con il disco precedente del gruppo e uno “nuovo”: vi dico subito che non si raggiungono i livelli del recente album di duetti di Walter Trout (peraltro presente in un brano), che era veramente un disco notevole http://discoclub.myblog.it/2017/08/29/tutti-insieme-appassionatamente-difficile-fare-meglio-walter-trout-and-friends-were-all-in-this-together/ , ma il trio, californiano di adozione, con un texano, un italiano e un newyorkese in formazione, sa comunque regalarci del sano rock-blues, ogni tanto di grana grossa, anche pestato, sia pure con Aronoff  che lo fa con cognizione di causa grazie ai suoi trascorsi con Mellencamp e Fogerty, “moderno” e commerciale a tratti, per la presenza di Grossi che frequenta anche altri generi, con la guida della band affidata a Lopez, che è chitarrista di stampo Hendrix-vaughaniano, se mi passate il termine, e buon cantante, con una voce che, come ricordavo nella recensione del disco precedente West Of Flushing South Of Frisco,  ricorda molto quella di Popa Chubby http://discoclub.myblog.it/2016/02/26/rock-blues-buoni-risultati-esce-febbraio-supersonic-blues-machine-west-of-flushing-south-of-frisco/ .

Californisoul si apre con I Am Done Missing You, che ondeggia tra un classico blues-rock di stampo seventies, anche con uso di armonica, con elementi funky, reggae e coretti che cercano di strizzare l’occhio alle radio, mai senza sbracare troppo, insomma un tocco di modernità senza comunque adagiarsi a fondo nel conformismo della musica attuale, tutta uguale, e con Lopez che comincia subito a scaldare il suo wah-wah. Il primo ospite a presentarsi è Robben Ford, con il suo tocco raffinato e di gran classe, in un brano, Somebody’s Fool, che richiama certe cose vagamente alla Cream, con Grossi, che è l’autore di tutti i brani, che inserisce sempre qualche elemento più leggero e commerciale, ma le chitarre viaggiano alla grande, Lopez alla slide e Ford molto bluesy e tirato per i suoi standard abituali; L.O.V.E. ha ancora questa aura da Californisoul, con R&B e Rock che vanno a braccetto con il blues, di nuovo armonica e chitarre a guidare le danze, ma anche il groove non manca, e gli altri musicisti aggiunti, Alessandro Alessandroni Jr. alle tastiere (proprio lui, figlio d’arte del famoso “fischiatore dei Western di Morricone), Serge Simic, armonie vocali in Love” e “Hard Times”, come pure Andrea e Francis Benitez Grossi, danno quel tocco più radiofonico https://www.youtube.com/watch?v=wKnjRBk2Xjc . Broken Hart con Billy Gibbons alla seconda chitarra, potete immaginare come è, due texani nello stesso brano ed è subito southern rock a tutta forza, non si fanno prigionieri; Bad Boys, ancora con Lance Lopez a pigiare sul suo pedale wah-wah, attinge sia dall’Hendrix più nero come dalle band di funky-rock anni ’70, come conferma la successiva Elevate, questa volta con Eric Gales, altro hendrixiano doc, a duettare con Lopez in uno sciabordio frenetico di chitarre a manetta e cambi di tempo repentini (non so cosa ho detto, ma suona bene).

The One tenta anche la carta del latin-rock alla Santana, con discreti risultati, grazie anche ai soliti inserti soul, mentre Hard Times, con l’ex Toto Steve Lukather alla seconda solista aggiunta, nei suoi quasi otto minuti prova con successo la strada di un rock melodico, complesso, anche raffinato, costruito su un bel crescendo di questa rock ballad che gira attorno al grande lavoro dei vari musicisti coinvolti, e che finale! Cry è un bel lento che ruota attorno ad un piano elettrico e con il gruppo che costruisce lentamente l’atmosfera di questa sorta di preghiera laica; Stranger, di nuovo a tutto wah-wah, non allenta la tensione del rock tirato che domina questo Californisoul, che poi, grazie alla presenza di Walter Trout alla seconda chitarra, aumenta la quota blues (rock) in lento molto “atmosferico” e con le soliste che lavorano veramente di fino. Thank You, con una sezione fiati che sbuca dal nulla e i ritmi decisamente reggae di This is Love, mi sembrano canzoni meno centrate, al di là del solito buon lavoro della solista di Lopez, ma secondo il mio gusto personale abbassano il livello medio di un album complessivamente buono e destinato soprattutto a chi ama il rock energico e chitarristico.

Bruno Conti