Non “Solo” Una Ristampa, Un Piccolo Tesoro Ritrovato E Potenziato. Roy Buchanan – Live At Town Hall

roy buchanan live at town hall

Roy Buchanan – Live At Town Hall – 2 CD Real Gone Music

Come chi legge questo blog avrà sicuramente notato, leggendo i vari Post dedicati ad alcuni album, più o meno ufficiali, pubblicati negli ultimi anni, https://discoclub.myblog.it/2016/01/02/dal-vivo-raro-formidabile-roy-buchanan-lonely-nights-my-fathers-place-1977/ e https://discoclub.myblog.it/2017/04/02/sempre-piu-raro-formidabile-e-sconosciuto-anche-a-quasi-30-anni-dalla-morte-roy-buchanan-telemaster-live-in-75/, il sottoscritto considera Roy Buchanan uno dei più grandi chitarristi che abbiano mai graziato l’orbe terracqueo e i suoi palchi e studi di registrazione, sin dalla nascita del R&R (infatti le sue prime registrazioni risalgono addirittura al 1957), meritandosi gli appellativi, entrambi meritati per diversi ragioni, di “Master Of The Telecaster” e di essere “il più grande chitarrista sconosciuto del mondo”. Se volete approfondire andate a rileggervi le varie recensioni che gli ho dedicato e quindi entriamo direttamente nei contenuti di questo splendido Live A Town Hall, non prima comunque di una breve premessa. La carriera solista di Buchanan, dopo una lunghissima carriera di sideman, tracciata, almeno negli anni iniziali in https://discoclub.myblog.it/2016/08/24/completare-la-storia-roy-buchanan-the-genius-of-the-guitar-his-early-recordings/ e da varie frequentazioni, anche con Jimi Hendrix, che condurranno ad inizio anni ’70 ad un contratto con la Polydor ed a essere tra i papabili ad entrare negli Stones a sostituire Mick Taylor: i primi quattro album di studio, soprattutto il secondo e il terzo, entrambi pubblicati nel 1973, cementano la sua reputazione e molti colleghi lo citano come un influenza, Jeff Beck, Gary Moore, Danny Gatton, Arlen Roth, Jerry Garcia e svariati altri, ed è proprio con l’album che doveva concludere il suo contratto con la Polydor, Live Stock, che Roy Buchanan realizza il suo miglior disco e anche quello di maggior successo.

Registrato nel novembre del 1974 alla Town Hall e pubblicato l’anno dopo, il disco avrebbe dovuto essere un doppio dal vivo, ma l’etichetta preferì pubblicare un singolo album, comunque formidabile, con soli sei brani tratti da quella serata, più uno registrato all’Amazingrace Coffeehouse, di  Evanston (IL), invece dei due set completi che contavano su ben 21 brani. A distanza di oltre 40 anni da quell’evento la Real Gone Music ha affidato la produzione di questa ristampa a Bill Levenson, uno dei maggiori specialisti nel lavoro di recupero e rimasterizzazione di album classici (tra gli artisti che hanno usufruito del suo lavoro Cream, Eric Clapton, Allman Brothers, B.B. King, giusto per citarne alcuni) che ha fatto un lavoro splendido nel restaurare le due differenti esibizioni di quel fatidico 27 novembre del 1974 a New York. Nella ottima band che accompagna Buchanan, oltre a Malcolm Lukens alle tastiere, John Harrison al basso e Ronnie “Byrd” Foster alla batteria, spicca un giovane Billy Price ala voce solista, di cui di recente vi ho magnificato l’ultimo album in studiohttps://discoclub.myblog.it/2018/07/24/cantanti-cosi-non-ne-fanno-piu-billy-price-reckoning/ .

Il primo CD si apre con un poderoso R&R firmato dallo stesso Roy, una scintillante Done Your Daddy Dirty, un brano strumentale dove Buchanan comincia a scaldare la sua Telecaster a furia di riff e brevi assoli, con quello stile unico e impossibile da imitare con la chitarra che inizia a seguire quelle sue traiettorie sonore ai limiti dell’umano, segue Reelin’& Rockin, swingata e brillante, cantata in modo brillante da Price, un altro strumentale delizioso come la sinuosa Hot Cha, tra rock e soul, e poi ancora la sua versione eccellente di Further On Up The Road, un classico di Clapton, ma sentite come la fa il nostro amico. A questo punto del  concerto arriva uno dei suoi cavalli di battaglia assoluti Roy’s Bluz, che come i tre precedenti era nel Live Stock originale, nella stessa sequenza, un blues lento eccezionale, preceduto da un breve cantato di Buchanan, che, diciamolo, era un cantante francamente scarso, ma sentite come suona la sua solista, quasi posseduto da un’altra entità, con scale musicali impossibili, sonorità lancinanti, miagolii, strepiti e fragori chitarristici che fanno rizzare i peli sulla nuca (degli altri colleghi) e un crescendo sonoro fenomenale, otto minuti di pura magia, sentire per credere. E anche la successiva Can I Change My Mind, per usare un eufemismo, non è niente male, un glorioso R&B cantato splendidamente da Price, prima di arrivare alla sua versione di Hey Joe di Jimi Hendrix, che non era nell’album originale, una rilettura colossale, Buchanan è stato uno dei pochissimi, forse l’unico che poteva suonare i brani di Jimi. (quasi) meglio dell’originale, anche perché era arrivato alle stesse soluzione sonore, in particolare l’uso forsennato del wah-wah, quasi contemporaneamente al mancino di Seattle, che peraltro ammirava e rispettava.

Un attimo per riprenderci con la leggera Too Many Drivers e poi si riprende alla grande con un’altra rilettura quasi criminale e illegale nella sua bellezza, Down By The River di Neil Young, un fiume di note in un crescendo inarrestabile e dolcissimo che probabilmente, forse, supera pure  l’originale del canadese, anche per il cantato veramente ispirato di Price, altri nove minuti memorabili. E che dire di I’m A Ram, presente nel Live Stock originale, altro blues-rock lancinante dal repertorio di Al Green, la suadente In the Beginning, un altro strumentale, quasi alla Santo & Johnny, quasi, e per concludere il primo dischetto un altro lentone veramente splendido e raffinato come Driftin’ & Driftin’, sempre costruito intorno ai crescendo strumentali quasi preternaturali della sua chitarra. Il secondo concerto si apre con un altro blues di quelli folgoranti come I’m Evil, altro brano dove la sua Telecaster viene strapazzata e portata ancora una volta ai limiti delle capacità tecniche del 99% dei chitarristi viventi e vissuti. Poi troviamo altre differenti, ma sempre ottime,  versioni di Too Many Drivers, Done Your Daddy Dirty, Roy’s Bluz, ancora più indemoniata del precedente set, Furthre On Up The Road, Hey Joe, Can I Change My Mind, In The Beginning e per concludere in gloria il tutto, in omaggio a B.B. King, una sontuosa All Over Again (I’ve Got A Mind to Give Up Living), un altro lunghissimo  slow blues di nuovo cantato con passione da Billy Price e con Roy Buchanan che inchioda un’altra performance da sballo alla solista, fluida, ricca di inventiva, dal timbro unico, e con una tecnica e un misto di  feeling e finezza veramente sopraffini, per quello che è stato, devo ribadirlo, uno dei più grandi chitarristi della storia del rock, conosciuti e sconosciuti, qui ai suoi vertici assoluti. Mi tocca, ma ci sta: ristampa imperdibile!

Bruno Conti

Cantanti Così Non Ne Fanno Più Molti! Billy Price – Reckoning

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Billy Price – Reckoning – VizzTone Label

Negli ultimi anni Billy Price sta portando all’incasso tutti I crediti che ha maturato nel corso di una lunga carriera che lo ha portato dal nativo New Jersey, in cui è nato quasi 70 anni fa, registrato all’anagrafe come William Pollak, prima come cantante nella band di Roy Buchanan, nei tre anni in cui ha registrato alcuni dei migliori dischi del grande chitarrista di Ozark, incluso il formidabile Live Stock, proprio di recente ristampato come doppio con il titolo Live At Town Hall, ed in cui la presenza di Price è fondamentale, poi con una serie di album con la propria Keystone Rhythm Band (che urlano con forza “ristampami, ristampami”) ed infine con alcune decadi, diciamo discontinue, in cui il nostro amico ha avuto anche problemi con la giustizia e i suoi dischi sono diventati veramente difficili da trovare. Poi negli anni 2000, prima grazie all’incontro con il chitarrista Fred Chapellier, e poi soprattutto in virtù del disco registrato in coppia con il grande soul man Otis Clay This Time For Real, che ha vinto il Blues Music Award nel 2016, e al bellissimo disco Alive And Strange, pubblicato lo scorso anno, Billy Price si è riappropriato della reputazione di essere uno dei migliori artisti bianchi di soul e blues sull’orbo terracqueo, nonché una delle voci più belle nel genere, con uno splendido timbro tra tenore e baritono.

Questo Reckoning quindi “rischia” veramente di essere la ennesima resa dei conti, ma anche un riconoscimento per questo grande artista: prodotto dal bravissimo chitarrista Kid Andersen, nei suoi studi di Greaseland a San Jose in California, il sedicesimo album del cantante americano potrebbe essere forse il suo migliore in assoluto. Il musicista svedese si è portato con sé il connazionale Alex Pettersen alla batteria (anche lui attualmente in forza a Rick Estrin and The Nighcats), al basso hanno aggiunto Jerry Jemmott (una vera leggenda, uno che ha lavorato con King Curtis, Aretha Franklin e Ray Charles, ma negli anni d’oro, non quei CV un po’ farlocchi” in cui si legge che ha diviso i palchi con… ma dall’altra parte) e ancora Jim Pugh alle tastiere, che ha passato lunghi anni con Robert Cray. E una piccola, ma efficace sezione fiati non la vogliamo aggiungere? Certo e quindi ecco Johnny Bones, sax, e Konstantins Jemeljanovs, tromba, e se servono dei vocalist di supporto Andersen ha in casa la moglie Lisa che si porta dietro Courtney Knott. Qualche altro ospite da Rusty Zinn a Dwayne Morgan e a questo punto rimangono solo da scegliere i brani: qualche pezzo originale e alcune cover scelte con amore e competenza.

39 Steps, firmata dall’attuale tastierista della Billy Price Band, Jimmy Britton, apre le operazioni alla grande, un ciondolante blues’n’soul con organo “scivolante”, sezione ritmica in palla e voci di supporto a puntino, mentre il piano di Pugh e la chitarra di Kid completano l’opera, lui manco a dirla canta alla grande; Dreamer, la prima cover, è un vecchio brano di Bobby “Blue” Bland, un R&B atmosferico di quelli tesi e gagliardi, con voci femminili goduriose e assolo di chitarra tagliente alla Duane Allman, Reckoning è un brano di William Troiani, bassista della band in cui suonava Pettersen, un “funkaccio” sincopato con uso fiati e wah-wah stile blaxploitation, mentre No Time, mossa e brillante, tirata a grande andatura dalla band e con potente assolo di sax, stranamente è una cover di JJ Cale. I Love You More Than Words Can Say scritta da Eddie Floyd e Booker T. Jones è una splendida ed intensa deep soul ballad dal repertorio di Otis Redding, cantata in modo magistrale da Price, e pure I Keep Holding On di Low Rawls in quanto ad intensità vocale del nostro amico non scherza, più mossa e scanzonata si gode comunque alla grande con il call and response con fiati e coriste.

One And One è di Price e Britton, una soul song più melliflua e rilassata, sempre di gran classe, con Billy che se la gode, metaforicamente parlando, con le due ragazze e la band, prima di scatenare il gruppo e la sua voce in una poderosa Get Your Lie Straight, un brano di Denise La Salle, di nuovo tutto fiati, voci e ritmo incalzante, sentire Jemmott al basso e Andersen alla chitarra per credere, per non dire di Pugh all’organo. Never Be Fooled Again, questa volta di Price e Chapellier, profuma di rilassato e vellutato seventies soul, Isley Brothers o Hi records per intenderci, deliziosa, mentre in Expert Witness, del trio Price/Chapellier/Britton Nancy Wright si produce in un ottimo assolo di sax, con Jemmott che impazza nuovamente con il suo funky bass, seguito da tutto la band in grande spolvero. Love Ballad, dice tutto il titolo, è un brano di George Benson del 1979, un lentone di quelli doc, con Andersen alla chitarra-sitar, e non manca neppure un omaggio a Jerry Williams a.k.a Swamp Dogg, altro momento funky-swamp molto sudista e di nuovo cantato e suonato come se gli anni ’70 fossero ancora dietro l’angolo, che bravi tutti i musicisti, che infine si congedano con Your Love Stays With Me, altra ballata cantata magnificamente da Billy Price. Cantanti così non ne fanno più, non fatevelo scappare, uno dei dischi soul dell’anno.

Bruno Conti

Un Chitarrista Sopraffino, E Anche Gli Altri Non Scherzano. Koch Marshall Trio – Toby Arrives

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Koch Marshall Trio – Toby Arrives – The Players Club/Mascot

Gli americani li chiamano organ trios, ma in effetti lo strumento protagonista è principalmente la chitarra elettrica, anche se l’organo svolge una funzione tutt’altro che secondaria, quasi alla pari con la solista, e pure la batteria non scherza, quindi manca solo il basso, sostituito dai pedali dell’organo: per portare il paragone un po’ agli estremi potremmo dire che pure i Doors erano un organ trio, con cantante, mentre nel Koch Marshall Trio siamo in un ambito totalmente strumentale. Un altro album di cui abbiamo parlato recentemente, quello dal vivo del Jimmie Vaughan Trio, era molto simile come approccio http://discoclub.myblog.it/2017/11/05/pochi-ma-buoni-ora-anche-dal-vivo-jimmie-vaughan-trio-featuring-mike-flanigin-live-at-c-boys/ , anche se qualche brano cantato lì c’era, e in quel caso il repertorio era costituito interamente da cover, per lo più riprese da vecchi brani degli anni ’50 e ’60, mentre in questo disco è tutto materiale originale composto, o, se preferite, “improvvisato” per l’occasione. Altri praticanti, con qualche variazione, di questa materia, possono essere Ronnie Earl con la sua band, ma ultimamente aggiunge spesso vocalist e fiati, andando nel passato Danny Gatton con Joey DeFrancesco, anche Stevie Ray Vaughan e Reese Wynans oppure Roy Buchanan e Dick Heinze nei pezzi strumentali. Per non dire di un brano classico come Still Raining, Still Dreaming da Electric Ladyland, dove Jimi Hendrix veniva affiancato da Mike Finnigan e in Voodoo Chile c’era Steve Winwood, anche se il capostipite si potrebbe considerare Jimmy Smith, sia con Kenny Burrell che con Wes Montogomery: si potrebbe andare avanti per delle ore, ma quelli sono i punti di riferimento per Greg Koch, chitarra solista, il figlio Dylan Koch alla batteria, e il protagonista del titolo dell’album Toby Lee Marshall, vero virtuoso dell’organo Hammond B3 (e forzando un po’ il detto, veramente due braccia rubate all’agricoltura, in quanto si era ritirato dalla musica per lavorare in una fattoria).

Anche Greg Koch è un virtuoso della chitarra, solista dotato di grande tecnica, feeling e profonde conoscenze, tanto che sia la Fender che Guitar Player lo hanno usato a lungo come “esperto” dello strumento. Nel suo ultimo disco di quasi 5 anni fa fa Playing Well With Others era circondato da moltissimi amici (da Bonamassa a Robben Ford, passando per Paul Barrère e Jon Cleary) con ottimi risultati http://discoclub.myblog.it/2013/11/03/c-e-sempre-qualcuno-bravo-che-sfugge-greg-koch-band-plays-we/ , gli ospiti per questo Toby Arrives spariscono ma non i risultati, un sound spettacolare, caratterizzato proprio dalle gioie della improvvisazione pura, per gli amanti di chitarra e organo. Koch babbo per l’occasione utilizza una Gibson Les Paul del ’58 nei primi due brani, il sinuoso e potente shuffle Toby Arrives che è proprio un parente stretto del brano di Hendrix appena citato, con l’aggiunta di quel chicken pickin’ che era caratteristica di Buchanan e Gatton,  di cui non fa rimpiangere i virtuosismi estremi attraverso scale musicali quasi impossibili, mentre Marshall “scivola” di brutto con il suo organo e Koch junior swinga di gusto  e in Funk Meat, come da titolo, il sound si fa più rotondo come ritmi, ma la solista ha sempre un suono limpido, nitido e pungente come pochi chitarristi possono vantare, con un controllo dello strumento veramente magnifico e una fluidità di tocco impressionante con le note che escono dalla Gibson di Koch in un fiume inarrestabile.

Anche quando passa, per i restanti sette pezzi dell’album, alla amata Fender Telecaster con dei pickups modello Greg Koch (!), potenziata da un fuzz box: scusate i tecnicismi, ma qui per gli amanti della chitarra c’è veramente da godere, pur se il suono rimane caldo e coinvolgente, con un susseguirsi di assoli veramente splendidi, come nella divertente Heed The Boogaloo che corre su un ritmo che richiama i vecchi groove dei brani Stax di Wilson Pickett o ancor di più i brani strumentali di Booker T & Mg’s, ma con la solista che ha gli stessi virtuosismi del miglior Roy Buchanan, al limite del preternaturale https://www.youtube.com/watch?v=Svj-VZXjiOo  e pure l’organo non scherza. Let’s Go Sinister, sempre uno shuffle, è più sinuosa e swingante, ma la chitarra continua a creare mirabilie sonore, tipiche dei brani strumentali dei grandi virtuosi del blues. Mysterioso il brano più lungo, con i suoi quasi 10 minuti, entra nei territori cari ad un Robben Ford o ad un Allan Holdsworth, con sonorità decisamente più orientate verso il jazz-rock virtuosistico e qualcosa di Zappa; Enter The Rats introduce qualche elemento di country picking, ma giusto un tocco, il tutto comunque preso a velocità sbalorditive, mentre Boogie Yourself Drade, come il titolo lascia intuire, è un boogie southern alla ZZ Top o alla Thorogood, con il trio a tutto riff, e che non si risparmia ancora una volta. Ancora southern per la conclusiva Sin, Repent, Repeat, dove Greg Koch passato alla slide, ricostruisce le atmosfere dei fratelli Allman, Duane e Gregg, altro brano notevole per un album veramente da consigliare a chi ama la chitarra in tutte le sue coniugazioni. Esce il 23 febbraio.

Bruno Conti

Un “Grande” Saluto Per Un Amico Che Non C’è Più. Ronnie Earl & The Broadcasters – The Luckiest Man

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Ronnie Earl & The Broadcasters  – The Luckiest Man – Stony Plain

Ronnie Earl è una garanzia, al di là del fatto qualitativo, e ci arriviamo tra un attimo, ormai anche la cadenza dei suoi album si è fatta costante, dal 2013 a oggi un suo album all’anno non manca mai, e senza che il livello del prodotto ne soffra, anzi. Earl è uno dei veri “Masters Of The Telecasters”, fatto riconosciuto da tutti quelli che amano la buona musica, e il blues in particolare: dotato di una tecnica sopraffina, ma anche di un feeling e di una varietà di “toni” stupefacenti, il chitarrista di New York si è costruito una fama invidiabile attraverso una lunghissima serie di album, che parte all’incirca dalla metà degli anni ’80, quando lascia i Roomful Of Blues, e arriva ai giorni nostri. Dopo un lungo periodo in cui aveva realizzato una sequenza di album perlopiù strumentali, basati sul dualismo chitarra/organo (con rare comparsate vocali) negli ultimi anni ha inserito nella formazione dei Broadcasters la bravissima cantante Diane Blue, in possesso di una voce splendida e dalle mille tonalità, ora dolce e tenera, ora grintosa e passionale, un po’ come il “guitar playing” del suo datore di lavoro http://discoclub.myblog.it/2015/09/09/ritorno-alle-origini-ronnie-earl-the-broadcasters-fathers-day/ . Il titolo di questo nuovo album deriva da una frase che diceva sempre il bassista della band Jim Mouradian, scomparso improvvisamente all’inizio dell’anno dopo uno show, e a cui è dedicato il disco: “I’m the luckiest man you know — and I don’t even know who you know”.

Per l’occasione, in un brano,  Long Lost Conversation, tornano alcuni dei vecchi Broadcasters, che erano presenti nel primo album di Earl del 1983 e che oggi suonano in Sugar Ray And The Bluetones, ovvero  Sugar Ray Norcia voce e armonica, Anthony Geraci, piano, Mike Welch, chitarra, Neil Gouvin, batteria e Michael “Mudcat” Ward, basso. Il brano, lunghissimo, oltre i dieci minuti, è una di quelle piccole perle che Ronnie Earl spesso ci riserva nei suoi dischi, e che fanno sì che i suoi album, sempre di ottimo livello comunque, si elevino oltre la media e la consuetudine dei dischi di blues fatti in serie, parliamo di un slow blues di una classe e di una intensità fuori dal comune, Norcia canta e soffia nell’armonica con grande vigore, Earl inchioda uno di quegli assoli che spesso me lo hanno fatto ritenere l’erede naturale di Roy Buchanan o Danny Gatton, e pure Geraci al piano e Welch alla seconda chitarra ci mettono del loro. Ma non è l’unico pezzo di qualità superba del lavoro, anche la versione di  Death Don’t Have No Mercy, solo la voce ispiratissima di Diane Blue e le chitarre soffuse di Earl e Tabarias, rendono questo omaggio a Mouradian un brano ad alto contenuto emozionale https://www.youtube.com/watch?v=2CTFAsn1CgM , come pure lo strumentale, sempre a lui dedicato Jim’s Song, una delicata ninna nanna di grande purezza e dolcezza. Ma anche nei brani dove suonano gli attuali Broadcasters, oltre a Earl e la Blue, il nuovo bassista Paul Kochanski, Dave Limina all’organo e  Forrest Padgett alla batteria, si respira un’aria di grande classe: dallo shuffle di Heartbreak (It’s Hurtin’ Me), dove gustiamo il solito dualismo organo/chitarra tipico dei dischi del nostro, alla cover di Ain’t That Loving You, altro shuflle godurioso, dove è presente una piccola sezione fiati, e la Blue canta con grande souplesse e finezza questa canzone che era nel repertorio di Buddy Guy  e Bobby “Blue” Bland.

L’altro tour de force del CD è una versione monstre di un super classico del blues, una So Many Roads di quasi 11 minuti, ricca di una intensità e di un calore che raramente si riscontrano nel blues dei giorni nostri, suonata e cantata in modo magnifico e anche la versione, di nuovo con i fiati, di You Don’t Know What Love Is, un classico della canzone americana che era nel repertorio di Billie Holiday, Dinah Washington e Ella Fitzgerald, qui diventa uno splendido blues elettrico cantato in modo più che degno dalla bravissima Diane Blue. E non è, come vi dicevo, che il resto del CD sia si qualità scadente, anzi: pezzi come gli strumentali Southside Stomp e Howlin’ Blues farebbero un figurone in qualsiasi disco blues, come pure la maestosa e struggente gospel song Never Gonna Break My Faith, dove la Blue si misura con l’originale cantato da Aretha Franklin, e Ronnie Earl lavora di fino con la sua solista, senza dimenticare l’eccellente Sweet Vee dove il nostro amico rievoca i fasti dei “lentoni” di Santana, e ancora nell’omaggio ad uno dei maestri nella sontuosa e fiatistica Blues For Magic Sam. Come il buon vino Ronnie Earl ad ogni disco sembra sempre migliorare i suoi standard elevatissimi e anche questa volta centra in pieno l’obiettivo con un altro disco che definirei splendido se non avessi finito gli aggettivi.

Bruno Conti

Tra Streghe E Blues Non Si Invecchia Mai. Savoy Brown – Witchy Feelin’

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Savoy Brown – Witchy Feelin’ – Ruf Records         

Quest’anno a dicembre anche Kim Simmonds taglia il traguardo delle 70 candeline, ma già nel 2015 ha festeggiato i 50 anni di carriera, con il suo gruppo, nato nei dintorni di Londra come Savoy Brown Blues Band, nel lontano 1965, quando anche i Bluesbreakers di John Mayall iniziano a muovere i primi passi in quello che sarebbe stato definito da lì a poco British Blues, e avrebbe vantato anche gruppi come i Fleetwood Mac, i Chicken Shack, i Ten Years After, e poi i power trios come i Cream o i Taste, gli stessi Free, che erano un terzetto con cantante, più moltissime altre valide formazioni. Anche se Kim Simmonds forse vorrebbe farci credere diversamente (e forse in questo caso ha ragione), i migliori anni della sua band sono stati quelli che arrivano fino al 1970-1971, anche se il gruppo fu uno dei primi ad avere successo pure in America (a parte alcune delle megaband citate prima), dove poi, sul finire degli anni ’70 Simmonds si è trasferito a vivere. Non vi sto a fare ancora una volta la storia del gruppo, ma diciamo  che dopo una quasi innumerevole sequenza di dischi bolsi, i Savoy Brown hanno ripreso a fare buoni dischi dal 2011, quando sono stati messi sotto contratto dalla Ruf http://discoclub.myblog.it/2015/10/05/anche-questanno-50-kim-simmonds-and-savoy-brown-the-devil-to-pay/ . Spesso con titoli macabri che rievocano i temi classici del blues, il diavolo con i suoi segugi, le streghe, ma anche i feticci voodoo evocati nei titoli di ben tre brani di questo album, come fu nel passato, qualcuno ricorda Hellbound Train?

Con Simmonds sono rimasti i soliti Pat DeSalvo al basso e Garnett Grimm alla batteria, il nome del gruppo è tornato in primo piano, dopo due dischi come Kim Simmonds e Savoy Brown, il nostro insiste nel voler cantare, e devo dire che a quasi 70 anni conferma i suoi progressi come vocalist, dicendo che le sue fonti di ispirazione sono JJ Cale, Tony Joe White e Mark Knopfler (meno male che non si ispira a Robert Plant, Rod Stewart o Paul Rodgers, perché lì la vedrei dura), e c’è anche un brano Guitar Slinger, dedicato a Roy Buchanan,  che Simmonds racconta di avere visto nel lontano1969 in un piccolo country bar e che gli è rimasto nella mente fin da allora per la sua straordinaria bravura. Non a caso è uno dei brani più interessanti, brillante e con la solista in evidenza, ma tutto l’album funziona, riprendendo il classico sound degli anni migliori, il suono triangolare del blues-rock più ruspante di cui i Savoy Brown furono (e sono tuttora) tra i migliori praticanti. L’iniziale Why Did You Hoodoo Me in effetti ha più di qualche contatto con i classici swamp di Tony Joe White, con in più la chitarra svolazzante ed ispiratissima di Simmonds e una ritmica stantuffante veramente poderosa; Livin’ On The Bayou rimane dalle parti di New Orleans e dintorni, un misto tra il miglior JJ Cale e i Creedence, con la solista nuovamente in grande spolvero, lirica e pungente. I Can’t Stop The Blues ancora con un riff tangente, conferma la buona vena della band per un blues ad alta densità rock, ma non manca un classico lento d’atmosfera come la vibrante title track Witchy Feelin’, sospesa e minacciosa.

Vintage Man su una persona che non cambia mentre diventa più vecchia (non so perché mi dice qualcosa), è il primo brano dove Simmonds si esibisce alla slide, e qui la voce mi ha ricordato il suo vecchio rivale Stan Webb dei Chicken Shack. Poi il bottleneck è assoluto protagonista nel Mississippi Blues della malinconica e splendida Standing On A Doorway dove Kim regala momenti di grande classe, con Memphis Blues, ancora a tutta slide, che ci trasporta idealmente a qualche centinaio di chilometri di distanza per un’altra eccellente razione delle 12 battute più classiche. Can’t Find Paradise è uno dei pezzi più rock e grintosi, vicini al suono “americano” degli anni ’70 con la solista sempre in primo piano, e in questo caso qualche aggancio con Knopfler ma anche con Clapton si percepisce, non sarà più un giovanotto, ma suona, caspita se suona! Thunder, Lighting And Rain è un altro brano portentoso, quasi otto minuti a tutto wah-wah, con Kim Simmonds che si (ri)scopre novello Jimi Hendrix, con cui aveva fatto delle jam nella Londra psichedelica degli anni ’60, qui riproposte in uno stile degno anche del miglior Buchanan. Per chiudere un album eccellente, il migliore dei Savoy Brown dell’ultimo trentennio (e oltre), manca ancora un raffinato strumentale notturno e jazzy come Close To Midnight, dove Simmonds lavora di fino sulla sua Gibson. Saranno “diversamente giovani” ma ci sanno fare.

Bruno Conti

Sempre Più Raro, Formidabile E “Sconosciuto”, Anche A Quasi 30 Anni Dalla Morte! Roy Buchanan – Telemaster Live in ’75

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Roy Buchanan – Telemaster Live in ‘75 – Powerhouse Records

E’ stato detto mille volte, spesso anche dal sottoscritto http://discoclub.myblog.it/2016/01/02/dal-vivo-raro-formidabile-roy-buchanan-lonely-nights-my-fathers-place-1977/ , ma ripeterlo giova: Roy Buchanan è stato uno dei più grandi chitarristi della storia del rock (e del blues), tanto da venire definito “the world’s greatest unknown guitarist”, in possesso di una tecnica mostruosa, che prevedeva il “chicken picking”, l’uso del plettro, ma anche delle dita, del pollice persino, tecniche mutuate dall’uso della lap steel, senza entrare troppo in tecnicismi diciamo che spesso usava queste tecniche contemporaneamente, e nel tempo ci sono stati chitarristi, professionisti e non, che hanno provato a cimentarsi con il suo stile, e sono tuttora inestricabilmente legati alle corde della propria chitarra. Ma Buchanan aveva anche un “tone”, un suono, unico, con lo strumento che sembrava piangere, strepitare, ululare, miagolare, uno dei pochi in grado, non dico di migliorare, ma di replicare gli assoli di Jimi Hendrix, pure quelli col wah-wah, oppure del suo grandissimo ammiratore Jeff Beck. Roy è morto suicida in prigione nel 1988, a Fairfax in Virgina, dopo una lite domestica: ma la sua eredità, il suo retaggio musicale è stato mantenuto vivo da una serie di pubblicazioni d’archivio Live e in studio http://discoclub.myblog.it/2016/08/24/completare-la-storia-roy-buchanan-the-genius-of-the-guitar-his-early-recordings/ , a volte non molto legali, per quanto spesso ben incise, e comunque sempre splendide nei contenuti, ma anche da alcuni dischi approvati dalla famiglia, e in particolare dalla moglie Judy, ancora in vita, o forse da qualcuno dei sette figli e innumerevoli nipoti.

Buchanan, come è noto, ma forse no, per cui diciamolo, aveva rischiato di entrare anche negli Stones, nell’era di Mick Taylor, ma purtroppo non aveva il “physique du role”, per quanto lo avrei visto bene accanto a Keith Richards. Ci ha lasciato una splendida serie di album, soprattutto quelli pubblicati dalla Polydor, dove Roy ha deliziato diverse generazioni di aficionados della chitarra con i suoi assoli al limite del paranormale, ricchi di tecnica e feeling, dischi sia in studio che dal vivo. Proprio da quel periodo viene questo Telemaster Live in ’75, il terzo pubblicato dalla Powerhouse Records, l’etichetta di Tom Principato, grande fan e discepolo di Roy Buchanan e anche di Danny Gatton, altro “mostro sacro” della chitarra elettrica: il primo, uscito nel 2003 era intitolato American Axe, l’altro Live: Amazing Grace, nel 2009, entrambi formidabili. L’unico piccolo appunto che possiamo fare a questo nuovo titolo è la non eccessiva lunghezza, circa 40 minuti, aggiungendo 2 brani registrati nell’agosto del 1973 ai sei provenienti dal concerto del settembre 1975, sempre all’Agora Ballroom di Cleveland. Suonano con lui John Harrison, al basso, Byrd Foster alla batteria e Malcolm Lukens, a organo e piano: i pezzi del suo repertorio sono più o meno sempre quelli, ma come per i grandi della musica classica, ogni esecuzione è talmente diversa che va assaporata e centellinata.

Can I Change My Mind è un delizioso brano tra soul e rock, con l’organo di Lukens che “scivola” sul groove della sezione ritmica, mentre l’assolo parte con una levità e una delicatezza incredibili, poi si sviluppa nel “solito” crescendo meraviglioso di note, prima di lasciare spazio a tutto il gruppo per questo splendido brano di Tyrone Davis. Poi parte Running Out, un brano che sarebbe uscito solo l’anno dopo su A Street Called Straight, quello con il bimbo in copertina con Roy, la dimostrazione lampante che Buchanan avrebbe potuto benissimo suonare rock con gli Stones, un pezzo ruvido e tirato con il nostro che inizia a strapazzare la sua Telecaster come solo lui sapeva fare, scale velocissime ed inconsuete scovate sul manico; segue una Further On Up The Road, leggermente più veloce di altre versioni conosciute, ma il momento topico è comunque sempre quello dell’assolo, in questo caso quasi canonico, quasi, perché dopo un minuto si stufa e cava dalla sua Tele un fiume di note, e pure Lukens fa la sua parte. Non vorrei dire una eresia, non credo però, ma a me il cantante (anche se non accreditato nelle note, al solito scarne) sembra proprio il grande Billy Price, voce storica della band e presente pure nel disco ufficiale del 1975 Live Stock, e di cui, detto per inciso, al 7 Aprile uscirà un nuovo album, Alive And Strange, per la VizzTone.

Ma ritorniamo al concerto, tocca a I Used To Have A Woman, uno di quei blues lancinanti dove Buchanan rivolta la sua chitarra come un calzino, creando un fiume di note che emoziona e stordisce l’ascoltatore grazie alla sua varietà di temi e tonalità, e fantastica pure la parte cantata (confermo può essere solo Price, canta troppo bene!). Non ci siamo ancora ripresi che arriva  una poderosa Sweet Home Chicago, mentre il concerto del ’75, senza soluzione di continuità, termina con lo strumentale classico The Messiah Will Come Again, la chitarra elettrica al limite del preternaturale e oltre. Se considerate che il tutto è inciso benissimo, questo disco è indispensabile. E alla fine ci sono pure i due brani del ’73: prima una travolgente Whole Lotta Shakin’ Goin’ On, dove il cantante è effettivamente “sconosciuto”, ma gli altri, soprattutto Roy, suonano, cazzo (scusate il francesismo) se suonano! E anche il finale, con la sua strepitosa versione strumentale del classico Sweet Dreams, è da sballo. Aspettiamo il prossimo della serie, magari prima di sette o otto anni.

Bruno Conti

roy buchanan rockpalast

P.s. Sempre il 7 aprile verrà (ri)stampato di Roy Buchanan anche questo Live At Rockpalast – Hamburg 1985, in versione CD+DVD, ma comunque le versioni divise del CD e del DVD sono regolarmente in produzione e si dovrebbero trovare con facilità, però per confondere le idee…

Sprazzi Di Gran Classe, Ma… Jimmy Thackery And The Drivers – Spare Keys

jimmy thackery spare keys

Jimmy Thackery And The Drivers – Spare Keys – White River Records                      

A due anni dal precedente Wide Open http://discoclub.myblog.it/2014/10/04/filo-meno-bello-del-solito-jimmy-thackery-and-the-drivers-wide-open/  torna Jimmy Thackery con i fedeli Drivers, che per l’occasione sono Rick Knapp al basso e George Sheppard alla batteria, mentre Chris Reddan lo ha sostituito nel periodo in cui era stato assente per un intervento alla spalla, e quindi appaiono entrambi, ciascuno in sei brani dell’album. Album che conferma il periodo interlocutorio di Thackery con le ultime uscite, buone ma non eccelse, l’ultimo album sopra la media era stato l’ottimo Live In Detroit del 2010 e in parte Feel The Heat del 2011.. Anche nei 12 brani del nuovo album, tutti firmati dallo stesso Jimmy, ci sono vari pezzi in cui si gusta l’eccelsa tecnica chitarristica del nostro, che non si discute, ma altri in cui la sua voce rende ancora meno brillanti composizioni di per sé non fantastiche. Poi in ogni brano ci sono momenti in cui la tecnica, il gusto, il brio di Thackery vengono comunque a galla ma, a mio parere, in modo meno continuo che in passato.

Il surf-blues-rock dello strumentale iniziale Candy Apple Red è scintillante e ricco di tutta la classe indiscutibile di Jimmy, con continue variazioni di timbri e soluzioni sonore della chitarra, e anche la sezione ritmica lavora di fino, e la successiva Blues All Night tiene fede al titolo del brano, un lento  atmosferico ricco di intensità e tecnica, un po’ alla maniera del vecchio Roy Buchanan (anche nella voce, purtroppo), con la solista carica di effetti e riverberi, lancinante e tirata allo spasimo. You Can’t Come Back è un bel rock-blues, sempre appesantito dal non esaltante lavoro vocale di Thackery, e con la solista stranamente trattenuta, meglio lo slow fascinoso, quasi una ballata, No More Than Me, molto raffinato e ricco di feeling, con la sei corde del nostro a cesellare alcuni passaggi strumentali di pregio, che rivitalizzano la parte vocale, francamente moscia. Fighting In The Jungle è una sorta di voodoo rock, pressante e molto mosso anche a livello ritmico, con il lavoro della solista ricco di effetti e dal fluire poderoso, seguita da I’ve Got News For You che sembra (quasi) un pezzo di quelli più rock à la Roy Orbison, in tutto meno che nella voce, ribadisco purtroppo, gli interventi della chitarra non son sufficienti per redimerlo (facciamo una colletta per pagargli un cantante,  come di recente ha fatto Ronnie Earl).

La lunga I Even Lost The Blues vira sul jazz-blues after-hours, manco a farlo apposta proprio alla Ronnie Earl, peccato che Thackery si ostini a cantare, mentre  sulla parte strumentale non si discute. E infatti il turbinio R&R scuola Link Wray/Lonnie Mack dello strumentale Five Inch Knife è da manuale, come pure l’intensissimo slow blues di una magnifica Same Page On Demand dove il nostro rivolta la sua solista come un calzino. Puttin’ The Word Out ha la grinta rock chitarristica dei vecchi brani dei Nighthawks, ma, e scusate se mi ripeto, non ha la voce del primo Mark Wenner. Bella Noche è una strana commistione di ritmi tex-mex di frontiera e struggenti pezzi strumentali a cavallo tra Santo & Johnny e Los Lobos, sulla carta sembra strano, ma vi giuro che nel disco funziona. E niente male anche l’ulteriore strumentale conclusivo, una ondeggiante The Barber’s Guitar, un pezzo tra reggae, ritmi caraibici e le immancabili impennate della solista di Jimmy Thackery, sempre in possesso di un feeling e di una sensibilità di tocco uniche.

Quindi ancora una volta obiettivo raggiunto: al solito molte luci e qualche ombra, non un capolavoro e neppure la sua opera migliore, ma questo signore sa sempre suonare (non mi dispiacerebbe comunque vederlo dal vivo, vedi sopra, è fantastico) e quindi il disco, destinato soprattutto agli appassionati della chitarra, si ascolta comunque con grande  piacere.

Bruno Conti

Per Completare La Storia! Roy Buchanan – The Genius Of The Guitar His Early Recordings

roy buchanan the genius of the guitar

Roy Buchanan – The Genius Of The Guitar His Early Recordings – 2 CD Jasmine Records

In un documentario del 1971 Roy Buchanan venne definito “il più grande chitarrista sconosciuto del mondo”, quando non aveva ancora inciso un disco a nome suo, ma anche lui doveva avere avuto un passato ancora più da sconosciuto, e questa doppia antologia della Jazmine va a esaminare gli anni dal 1957 al 1962, quando il nostro era un giovanotto di belle speranze e negli anni del primo R&R, rockabilly e blues muoveva i primi passi come “guitar for hire”, suonando nei dischi di Dale Hawkins (quello di Susie Q per intenderci), Jerry Hawkins, e nel 1960 era il chitarrista della band di Ronnie Hawkins (il cugino di Dale), che poi sarebbe diventata The Band, e il cui bassista era Robbie Robertson, che studiò con attenzione lo stile di questo chitarrista dalla tecnica già allora fenomenale, che avrebbe suonato anche nei dischi di Merle Kilgore e Freddy Cannon, e di vari altri carneadi molto meno noti.

In questo doppio CD sono raccolti ben 44 brani (ma le durate dei pezzi dell’epoca difficilmente superavano i due minuti) che sicuramente non mancheranno di interessare i numerosi appassionati di Buchanan sparsi per il mondo, che dal 1988 della sua tragica scomparsa sono sempre alla ricerca di materiale nuovo od inedito, soprattutto dal vivo, che possa tenere viva la leggenda di questo grande virtuoso della chitarra, uno dei veri geni assoluti, per quanto misconosciuti, dello strumento. Ah, e per completare la saga degli Hawkins, che avevo letto ma non ricordavo, Jerry era il fratello di Dale, e pure il babbo era uno dei Sons Of The Pioneers originali. Tornando al loro chitarrista di fiducia, senza andare a spulciare brano per brano i contenuti di questo doppio (che comune potete leggere sotto), diciamo che ci sono anche molti motivi di interessi per gli appassionati della musica pre-Beatles, ben serviti anche da un libretto per una volta ricco di particolari sia sulla carriera di Buchanan che sui brani contenuti nei dischetti.

Disc 1

1. HOT TODDY – THE SECRETS
2. TWIN EXHAUST – THE SECRETS
3. THE JAM PART ONE – BOBBY GREGG AND HIS FRIENDS
4. THE JAM PART TWO – BOBBY GREGG AND HIS FRIENDS
5. MY BABE – DALE HAWKINS
6. SOMEDAY ONE DAY – DALE HAWKINS
7. TAKE MY HEART – DALE HAWKINS
8. CLASS OF 59 – BOB LUMAN
9. MY BABY WALKS ALL OVER ME – BOB LUMAN
10. HE WILL COME BACK TO ME – ALIS LESLEY
11. MY BLUE HEAVEN – FREDDY CANNON
12. I GOT A HEART – JERRY HAWKINS
13. SWING DADDY SWING – JERRY HAWKINS
14. I WANT TO LOVE YOU – DALE HAWKINS
15. GRANDMA’S HOUSE – DALE HAWKINS
16. BUTTERCUP – BOB LUMAN
17. DREAMY DOLL – BOB LUMAN
18. I TAKE A TRIP TO THE MOON – MERLE KILGORE
19. IT’LL BE MY FIRST TIME – MERLE KILGORE
20. WILD, WILD WORLD – DALE HAWKINS
21. CHA CHA CHU – JERRY HAWKINS
22. LUCKY JOHNNY – JERRY HAWKINS

Disc 2

ROY BUCHANAN
1. MULE TRAIN STOMP – ROY BUCHANAN
2. PRETTY PLEASE – ROY BUCHANAN
3. RUBY BABY – CODY BRENNAN & THE TEMPS
4. AM I THE ONE – CODY BRENNAN & THE TEMPS
5. SHAKE THE HAND OF A FOOL – CODY BRENNAN & THE TEMPS
6. LONELY NIGHTS – JERRY HAWKINS
7. NEED YOUR LOVIN’ – JERRY HAWKINS
8. AFTER HOURS – ROY BUCHANAN
9. WHISKERS – ROY BUCHANAN
10. THE KICK STEP – PERRY MATES
11. GOTTA GO – PERRY MATES
12. BLUE SKIES – FREDDY CANNON
13. THE BLACKSMITH BLUES – FREDDY CANNON
14. ROUTE 66 – PAUL CURRY
15. HONEYSUCKLE ROSE – PAUL CURRY
16. THE SHUFFLE – BOBBY & THE TEMPS
17. MARY LOU – BOBBY & THE TEMPS
18. TEEN QUEEN OF THE WEEK – FREDDY CANNON
19. WILD GUY – FREDDY CANNON
20. THE TWIST/MOTHER’S CLUB TWIST – DANNY AND THE JUNIORS
21. WHEN THE SAINTS GO TWISTIN’ IN – DANNY AND THE JUNIORS
22. POTATO PEELER – BOBBY GREGG

Diciamo che, a grandi linee, nel primo CD ci sono brani dove Roy Buchanan era la chitarra solista in canzoni anche di particolare pregio storico, per esempio la versione di My Babe di Dale Hawkins, mentre nel secondo CD ci sono alcune delle prime tracce soliste su 45 giri del musicista dell’ Arkansas, ma la divisione è “molto” sottile. Ci sono due strumentali dei The Secrets del 1962, di cui in Twin Exhaust si apprezza la solista di Roy, sempre dal 1962 The Jam Part One & Two di Bobby Gregg & His Friends, in cui già si intuisce perché Buchanan sarebbe stato uno dei grandi dello strumento, pur se sommerso tra sax e organi vari; la versione di My Babe, il celebre brano di Willie Dixon scritto per Little Walter, nella versione di Dale Hawkins, sempre la Chess, diventa un aggressivo R&R con la twangy guitar di Buchanan.

Nel repertorio di Dale Hawkins c’era anche doo wop bianco come la divertente Someday One Day, o pezzi aggressivi alla Elvis come la bella Take My Heart. Bob Luman, tra country e rockabilly aveva una gran voce, mentre Freddy Cannon è stato uno che è entrato varie volte nei Top 10 delle classifiche. Jerry Hawkins, come il fratello, aveva grinta e ritmo, ma la chitarra si sentiva soprattutto nei pezzi di Dale, vedi I Want To Love You o Wild Wild World, comunque spesso in questi brani è comunque una presenza di contorno.

Ma nel disco 2, Mule Train Stomp, a nome Buchanan, del 1961, è uno strumentale del tutto degno di pezzi come The Rumble o simili, con la chitarra già selvaggia, e pure il lato B Pretty Please non scherza. E formazioni come Cody Brennan & The Temps già sparavano R&R come facevano Johnny Kidd & The Pirates sull’altro lato dell’oceano, con Mick Green alla chitarra, sentire Ruby Please per credere, o The Shuflle, prodotta da Leiber & Stoller. Tra i pezzi da ricordare anche una bluesata Lonely Nights, con Jerry Hawkins, del 1958, e una prima versione del suo classico After Hours, che poi re-inciderà per Second Album, già nel 1961 un lancinante slow blues degno della sua fama. E ancora una elegante Blue Skies per Freddy Cannon, una scatenata Route 66 con Paul Curry e una forsennata The Twist con Danny & The Juniors, e la conclusiva Potato Peeler un pezzo degno di Booker T& Mg’s. Sono i piccoli particolari che fanno la storia del rock, e qui ce ne sono tanti. L’inizio di una leggenda!

Bruno Conti

In Studio O Dal Vivo, Sempre un Gran Chitarrista! Tom Principato – Live And Still Kickin’

tom princpipato live and still kickin'

Tom Principato – Live And Still Kickin’ – Powerhouse CD+DVD

Lo avevamo lasciato un paio di anni fa, nel 2013, con l’ottimo Robert Johnson Told Me So http://discoclub.myblog.it/2013/10/15/mi-manda-eric-clapton-tom-principato-robert-johnson-told-me/ , e quindi non vi tedierò di nuovo con vita, morte e miracoli del nostro: mi limito a confermarvi che questo signore è uno dei migliori chitarristi/cantanti attualmente in circolazione in quel ambito che sta fra blues e rock, a maggior ragione in una dimensione concertistica dove si possono godere le sue virtù di grande solista e portatore della memoria storica del passato, due fra tutti nel suo caso, Roy Buchanan e Danny Gatton, entrambi molto presenti nel DNA musicale di Tom Principato. Questo disco dal vivo è l’ideale prosecuzione di un Live And Kickin’ uscito nel lontano 2000 e presenta materiale registrato nel corso del tour che nel 2014 lo ha portato in Europa: infatti si tratta di estratti di due diversi concerti, il primo a Vienna al Barns Of Wolf Trap, con una formazione arricchita da una sezione fiati in alcuni pezzi, e il secondo a Les Escales St. Nazaire in Francia, dove è molto popolare, solo i tre brani finali. Il tutto, che è stato filmato anche per un DVD allegato al CD, viene pubblicato dalla etichetta personale di Principato, la Powerhouse.

E non posso che confermare, oltre alle influenze dei due musicisti ricordati (e di tutti i grandi del blues), una sorta di affinità con Eric Clapton, sin dalla postura con cui Tom si propone sia dal vivo che in foto, ma soprattutto a livello musicale, con questo stile che pesca da tutte le nuances del blues-rock e attraverso la penna e la sensibilità di Principato viene riversato con gusto, grinta e una notevole dose di tecnica sugli ascoltatori dei suoi concerti. Per intenderci, come nel caso di Manolenta, i brani sono costruiti per farci arrivare all’assolo che è il clou della canzone, ma nello stesso tempo, a differenza di quelli della categoria degli “esagerati”, l’assolo è un fine e non un mezzo per farci vedere quanto sono bravi, c’è tanto altro intorno. Tom Principato ovviamente non è il salvatore del blues-rock tout court, ma uno dei praticanti dell’arte di riproporre e reiterare una musica che abbiamo sentito mille volte ma che vive grazie alla capacità del musicista di farlo con i giusti riferimenti, cercando di metterci qualcosa di proprio, magari poco, soprattutto nella interpretazione.

E allora, pescando a caso dalla scaletta del repertorio, ecco scorrere il delizioso assolo con wah-wah che incornicia la ritmata e quasi reggata In the Middle Of Night, dove le tastiere di Tommy Lepson e le percussioni di Josh Howell, altrove anche alla armonica, provvedono a quel tocco caraibico che insaporisce il menu blues, o il r&r fiatistico e ad alta concentrazione boogie della iniziale Call Of The Law, sempre con l’organo a ben spalleggiare le mosse della solista di Principato, che poi fa la sua parte come si deve. O ancora le traiettorie santaneggianti della sinuosa Bo Bo’s Groove, uno strumentale che sembra uscire dai solchi di uno dei primi tre dischi dei Santana, quelli migliori. Hey Now Baby ha la giusta quota funky-soul, mentre Don’t Wanna Do It, sempre con la massiccia presenza dei fiati, è un altro esempio della bella calligrafia delle ri-scritture di Principato dei canoni blues-rock, con Helping Hand che propone il lato blues & soul revue. Cross Cut Saw, una delle rare cover della serata, viene dal repertorio di Albert King, quindi occasione peri indulgere in un lato più blues, anche grazie all’armonica di Howell. Molto piacevoli puree Sweet Angel e la tiratissima Return Of The Voodoo King (un omaggio a Jimi) https://www.youtube.com/watch?v=7lFv7AqBUCo  che chiudono la parte del concerto registrata a Vienna. Nei tre brani parigini non c’è la sezione fiati, e quindi lo spazio per la chitarra di Principato è ancora più evidente, a partire da un sontuoso lento come The Rain Came Pouring Down che evidenzia le influenze di Buchanan, con la solista che disegna traiettorie di grande fascino e tecnica. Le conclusive If Love Is Blind e Robert Johnson Told Me So (con uso di slide), uno dei due brani tratti dall’ultimo album, sono entrambe molto vicine allo spirito di Clapton e quindi estremamente godibili e ricchi di spunti chitarristici di gran classe. Che è quello che si chiede in fondo ad un disco come questo, uno dei migliori Live dell’anno appena concluso.

Bruno Conti

Dal Vivo, Raro E Formidabile! Roy Buchanan – Lonely Nights My Father’s Place 1977

roy buchanan lonely nights

Roy Buchanan – Lonely Nights – My Father’s Place 1977 – Silver Dollar

C’è in giro un bootleg il cui titolo (preso da un documentario del 1971) riassume piuttosto bene la figura di Roy Buchanan: “The World’s Greatest Unknown Guitarist”! E non è vero neppure del tutto, perché comunque Buchanan a 28 anni dal suo suicidio, fu trovato appeso con la propria camicia al collo nel 1988, in una cella di una prigione a Fairfax, Virginia dove era stato rinchiuso per una disputa domestica, dicevo che non è vero, perché Buchanan è stato classificato al n°57 nella classifica di Rolling Stone e al n°46 in quella di Guitar Player, tra i più grandi chitarristi di tutti i tempi, ed è stato, ai tempi, in predicato di sostituire sia Brian Jones che Mick Taylor negli Stones. E non è tutto, tra i suoi discepoli ci sono (o ci sono stati) Gary Moore, Danny Gatton e Jeff Beck, con quest’ultimo che lo considera il più grande in assoluto e gli ha dedicato il brano Cause We’ve Ended As Lovers su Blow By Blow. Tecnicamente e come toni è considerato uno dei migliori (credo che ci sia ancora oggi gente che è rimasta legata alle corde della propria chitarra cercando di riprodurre qualche assolo di Buchanan), un misto di finger e flatpicking, spesso in contemporanea, pedali a profusione (uno dei primi a usare l’Echoplex), al wah-wah tra i pochissimi in grado di replicare, o meglio rivisitare, i soli di Jimi Hendrix, in alcune versione leggendarie di brani del mancino di Seattle https://www.youtube.com/watch?v=FMcjPZgK9GM .

Nella sua discografia, che conta anche due dischi d’oro, a parziale smentita della sua scarsa fama, ci sono parecchi album dal vivo, molti postumi, ma Livestock del 1975 e Live In Japan del 1977 (che Roy considerava il suo migliore di sempre https://www.youtube.com/watch?v=OzJc3gxomec ) sono formidabili, come pure quelli a Austin, Texas https://www.youtube.com/watch?v=DDOIL5OqvYs  e al Rockpalast, ma agli appassionati (e io mi reputo tale, uno dei chitarristi che prediligo in assoluto) fa sempre piacere ascoltare qualche concerto inedito di Buchanan. Il My Father’s Place di Roslyn, New York è sempre stato un locale dove il nostro tornava periodicamente: lo scorso anno la Rockbeat ha pubblicato l’eccellente Shredding The Blues con materiale registrato nel 1978 e nel 1984, ora la Silver Dollar (?!?) pubblica questo broadcast radiofonico registrato il 27 settembre del 1977, informazioni e note zero, solo i titoli dei brani, però qualità sonora eccellente. La formazione dovrebbe essere quella di Loading Zone, il secondo disco della Atlantic, album dove peraltro c’erano anche molti ospiti illustri (Stanley Clarke, Steve Cropper, Narada Michael Walden, Donald “Duck” Dunn, Jan Hammer), ma la sua band live comprendeva Byrd Foster, alla batteria e voce, John Harrison al basso e Malcom Lukens alle tastiere, gli stessi di Live In Japan, con cui questo Lonely Lights ha però in comune solo due brani e tre con Shredding The Blues, quindi s’ha da avere assolutamente, come pure un altro radiofonico del 1973, sempre Live At My Father’s Place https://www.youtube.com/watch?v=tq8MXk4uGd8  (entrambi non di facile reperibilità e relativamente costosi).

roy buchanan live my father's place 1973

Se amate le improvvisazioni alla chitarra elettrica ai limiti dell’impossibile, in questo concerto (e in quasi tutti i dischi di Buchanan) troverete degli esempi scintillanti e quasi al limite delle possibilità tecniche: certo Roy non era una grande cantante (per usare un eufemismo), spesso parlava più che cantare, e comunque Foster, e prima di lui più ancora, Billy Price, erano stati più che adeguati alla bisogna, ma tra i dieci brani di questo album troverete versioni stellari di I’m A Ram, con la chitarra che si arrampica subito verso tonalità impossibili, una inconsueta Honky Tonk che illustra il lato R&R del nostro, con il blues la sua grande passione, ben esemplificato da uno slow micidiale come Since You’ve Been Gone, grande tecnica e feeling allo stato puro (non so dirvi chi suona l’armonica), Further On Up The Road è una delle migliori versioni di questo classico che mai vi capiterà di ascoltare e in Delta Road Buchanan rilascia una serie di soli come non si sentivano dai tempi di Hendrix quando suonava il blues. Altro tuffo nel R&R con una versione ferocissima di Slow Down di Larry Williams (sì, quella che facevano anche i Beatles, non tra le loro cose più memorabili, come rimarca giustamente Ian MacDonald sul suo libro imperdibile dedicato ai quattro di Liverpool),seguita da I’m Evil uno dei suoi capolavori assoluti, improvvisazione chitarristica allo stato puro, mentre Lonely Nights è la sua particolare versione del country, dolce ma irto di spine nelle svisate della solista. E non è finita, c’è pure una versione di Green Onions, che è più bella di quella di Booker T & Mg’s, forse la migliore in assoluto di sempre e per concludere, The Messiah Will Come Again, il brano che ha esercitato l’influenza più profonda su Jeff Beck, un capolavoro di volumi e toni, da manuale della chitarra elettrica https://www.youtube.com/watch?v=deeBQZ8Aklc . Come tutto questo concerto!

Bruno Conti