Tra Streghe E Blues Non Si Invecchia Mai. Savoy Brown – Witchy Feelin’

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Savoy Brown – Witchy Feelin’ – Ruf Records         

Quest’anno a dicembre anche Kim Simmonds taglia il traguardo delle 70 candeline, ma già nel 2015 ha festeggiato i 50 anni di carriera, con il suo gruppo, nato nei dintorni di Londra come Savoy Brown Blues Band, nel lontano 1965, quando anche i Bluesbreakers di John Mayall iniziano a muovere i primi passi in quello che sarebbe stato definito da lì a poco British Blues, e avrebbe vantato anche gruppi come i Fleetwood Mac, i Chicken Shack, i Ten Years After, e poi i power trios come i Cream o i Taste, gli stessi Free, che erano un terzetto con cantante, più moltissime altre valide formazioni. Anche se Kim Simmonds forse vorrebbe farci credere diversamente (e forse in questo caso ha ragione), i migliori anni della sua band sono stati quelli che arrivano fino al 1970-1971, anche se il gruppo fu uno dei primi ad avere successo pure in America (a parte alcune delle megaband citate prima), dove poi, sul finire degli anni ’70 Simmonds si è trasferito a vivere. Non vi sto a fare ancora una volta la storia del gruppo, ma diciamo  che dopo una quasi innumerevole sequenza di dischi bolsi, i Savoy Brown hanno ripreso a fare buoni dischi dal 2011, quando sono stati messi sotto contratto dalla Ruf http://discoclub.myblog.it/2015/10/05/anche-questanno-50-kim-simmonds-and-savoy-brown-the-devil-to-pay/ . Spesso con titoli macabri che rievocano i temi classici del blues, il diavolo con i suoi segugi, le streghe, ma anche i feticci voodoo evocati nei titoli di ben tre brani di questo album, come fu nel passato, qualcuno ricorda Hellbound Train?

Con Simmonds sono rimasti i soliti Pat DeSalvo al basso e Garnett Grimm alla batteria, il nome del gruppo è tornato in primo piano, dopo due dischi come Kim Simmonds e Savoy Brown, il nostro insiste nel voler cantare, e devo dire che a quasi 70 anni conferma i suoi progressi come vocalist, dicendo che le sue fonti di ispirazione sono JJ Cale, Tony Joe White e Mark Knopfler (meno male che non si ispira a Robert Plant, Rod Stewart o Paul Rodgers, perché lì la vedrei dura), e c’è anche un brano Guitar Slinger, dedicato a Roy Buchanan,  che Simmonds racconta di avere visto nel lontano1969 in un piccolo country bar e che gli è rimasto nella mente fin da allora per la sua straordinaria bravura. Non a caso è uno dei brani più interessanti, brillante e con la solista in evidenza, ma tutto l’album funziona, riprendendo il classico sound degli anni migliori, il suono triangolare del blues-rock più ruspante di cui i Savoy Brown furono (e sono tuttora) tra i migliori praticanti. L’iniziale Why Did You Hoodoo Me in effetti ha più di qualche contatto con i classici swamp di Tony Joe White, con in più la chitarra svolazzante ed ispiratissima di Simmonds e una ritmica stantuffante veramente poderosa; Livin’ On The Bayou rimane dalle parti di New Orleans e dintorni, un misto tra il miglior JJ Cale e i Creedence, con la solista nuovamente in grande spolvero, lirica e pungente. I Can’t Stop The Blues ancora con un riff tangente, conferma la buona vena della band per un blues ad alta densità rock, ma non manca un classico lento d’atmosfera come la vibrante title track Witchy Feelin’, sospesa e minacciosa.

Vintage Man su una persona che non cambia mentre diventa più vecchia (non so perché mi dice qualcosa), è il primo brano dove Simmonds si esibisce alla slide, e qui la voce mi ha ricordato il suo vecchio rivale Stan Webb dei Chicken Shack. Poi il bottleneck è assoluto protagonista nel Mississippi Blues della malinconica e splendida Standing On A Doorway dove Kim regala momenti di grande classe, con Memphis Blues, ancora a tutta slide, che ci trasporta idealmente a qualche centinaio di chilometri di distanza per un’altra eccellente razione delle 12 battute più classiche. Can’t Find Paradise è uno dei pezzi più rock e grintosi, vicini al suono “americano” degli anni ’70 con la solista sempre in primo piano, e in questo caso qualche aggancio con Knopfler ma anche con Clapton si percepisce, non sarà più un giovanotto, ma suona, caspita se suona! Thunder, Lighting And Rain è un altro brano portentoso, quasi otto minuti a tutto wah-wah, con Kim Simmonds che si (ri)scopre novello Jimi Hendrix, con cui aveva fatto delle jam nella Londra psichedelica degli anni ’60, qui riproposte in uno stile degno anche del miglior Buchanan. Per chiudere un album eccellente, il migliore dei Savoy Brown dell’ultimo trentennio (e oltre), manca ancora un raffinato strumentale notturno e jazzy come Close To Midnight, dove Simmonds lavora di fino sulla sua Gibson. Saranno “diversamente giovani” ma ci sanno fare.

Bruno Conti

Anche Per Loro Quest’Anno Sono 50! Kim Simmonds And Savoy Brown – The Devil To Pay

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Kim Simmonds And Savoy Brown – The Devil To Pay 

Da qualche anno a questa a parte, più o meno in coincidenza con l’inizio della seconda decade degli anni 2000, Kim Simmonds ed i suoi Savoy Brown (ma sempre lui è) sembrano avere recuperato una certa consistenza qualitativa a livello discografico, ripulendo una immagine di band leggendaria che si era deteriorata dopo intere decadi di dischi stanchi, triti e ritriti, ripetitivi, poco appetibili anche per i fans più accaniti del vecchio British blues. Dal vivo, sia con dischi nuovi come con pubblicazioni di materiale inedito d’archivio Simmonds e soci avevano mantenuto una loro dignità (come confermato anche dall’ottimo Songs From The Road, uscito un paio di anni or sono http://discoclub.myblog.it/2013/05/08/era-l-ora-savoy-brown-songs-from-the-road/ e dal recentissimo Still Live After 50 Years, un doppio CD registrato a New York venduto solo ai concerti e sul loro sito), ma anche in studio, dopo la firma con la Ruf, hanno sfornato alcuni album di buona fattura, non parliamo di capolavori, ma Voodoo Man del 2011, Goin’ To The Delta, disco registrato in trio dello scorso anno e ora questo The Devil To Pay, sempre con formazione a tre, segnalano una ritrovata vena compositiva di Simmonds, anzi, dirò di più, in passato il biondo Kim non aveva mai scritto così tanti brani, se consideriamo che gli ultimi CD contengono esclusivamente materiale a propria firma, cosa mai successa.

Forse l’idea di divenire anche il cantante fisso della formazione si poteva evitare, perché, per quanto mi sembri di notare un certo miglioramento nelle sue performance vocali degli ultimi anni, il nostro amico non è mai stato un gran cantante e messo a confronto con gente come Chris Youlden, Lonesome Dave Peverett o Dave Walker e Paul Raymond che cantavano in Street Corner Talking,  il disco a cui Simmonds dice di essersi ispirato per il tipo di approccio usato nel nuovo album, registrato in pochi giorni in uno studio di New York nell’aprile di quest’anno, dopo un accurato lavoro di preparazione ed arrangiamento delle canzoni che avrebbero fatto parte del progetto nel suo studio personale casalingo. Le canzoni, come nel caso del precedente Goin’ To The Delta, sono tutte nuove, ma è innegabile che se uno ci si mette di impegno in ognuna si trovano echi, ritmi, riff, idee che vengono dalla storia del blues e del rock (come ha fatto un critico per il succitato disco precedente, un brandello di Chicago Blues, Hound Dog Taylor e Muddy Waters, un riff di chitarra di Son Seals o Buddy Guy, un attacco di Ted Nugent o degli ZZ Top, un ritmo alla Bo Diddley o una “scivolata” di bottleneck).

E la voce, ripeto, pur migliorata, si può paragonare ad un Mark Knopfler con la raucedine, in effetti quando non alza il tono tutto bene, quando si sforza di essere più vigoroso non ci siamo. Però poche righe fa avevo detto che il disco è piuttosto buono e lo confermo. Le parti chitarristiche sono decisamente valide, con punte di eccellenza qui e là, la sezione ritmica di Pat DeSalvo al basso e Garnett Grimm alla batteria è tra le migliori con cui ha suonato negli anni e i pezzi, sia pure sentiti mille volte, suonano comunque freschi, arrangiati con cura ed eseguiti con grande passione. Dallo slow blues appassionato e dall’atmosfera melanconica di Ain’t Got Nobody, con la vecchia Epiphone di Simmonds che traccia traiettorie calde e ricche di feeling, al classico Chicago Blues ritmato e travolgente di Bad Weather Brewing che ricorda proprio il sound classico dei migliori Savoy Brown, rigoroso ma con il vigore del rock nel suo DNA https://www.youtube.com/watch?v=RznhCkZ-VWY , passando per la tirata Grew Up In The Blues, dove la voce mostra i suoi limiti ma la chitarra vola fluida o nello shuffle When Love Goes Wrong, sempre pimpante, il vecchio Kim, 68 anni quest’anno e 50 di carriera alle spalle, ancora una volta dimostra perché è sempre stato considerato uno dei grandi del blues britannico. Ogni tanto si cimenta anche all’armonica, come nella cadenzata Oh Rosa, o in ritmi diddleyani come nella title-track https://www.youtube.com/watch?v=3Xrfkwn4T6o , ci delizia nello strumentale Snakin’ che ricorda quelli dei vecchi maestri dello strumento https://www.youtube.com/watch?v=lYRl-2YoQSU , ed eccelle di nuovo in un lento lancinante come Got An Awful Feelin’, senza dimenticare una cavalcata slide con la sua Gibson 335 nella vorticosa I’ve Been Drinking https://www.youtube.com/watch?v=__ma8TfMvpA . Quindi, con i limiti ricordati, tutto sommato un eccellente disco blues per uno dei maestri del genere.

Bruno Conti

Vecchie Glorie Sempre In Gran Forma, 2. Kim Simmonds And Savoy Brown – Goin’ To The Delta

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Kim Simmonds And Savoy Brown – Goin’ To The Delta – Ruf Records/Ird

Come nel caso del disco dei Wishbone Ash, anche i Savoy Brown ruotano da molti anni intorno alla figura di un musicista, il chitarrista Kim Simmonds, fondatore della band nel lontano 1965 (quindi quasi 50 anni fa) quando il British Blues muoveva i primi passi (sì è vero c’erano già stati Cyril Davies e Alexis Korner) con l’avvento di band come i Bluesbreakers di John Mayall, con Eric Clapton alla solista, già con gli Yardbirds, che insieme a Stones, Animals, Pretty Things e molti altri, si erano fatti portavoce del blues e del R&R nero presso il grande pubblico inglese, “bastardizzando” il classico suono della Chess e degli altri artisti di Chicago, con un vigore che da lì a poco avrebbe dato vita al British blues-rock prima e all’hard rock poi. I Savoy Brown (con Ten Years After, Chicken Shack, Fleetwood Mac) furono uno dei primi gruppi a realizzare dischi di quello che loro consideravano la versione europea del suono di Chicago e della zona del Delta del Mississippi, e in questo senso i primi dischi, Shake Down e Getting To The Point, con Chris Youlden, voce solista, Bob Hall al piano e Martin Stone e in seguito “Lonesome” Dave Peverett alla seconda solista, sono ancora oggi dei grandi dischi di Blues, dove la reinterpretazione di classici delle dodici battute si alternava a brani originali firmati da Simmonds e dagli altri.

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Proprio Simmonds raramente viene ricordato tra i grandi axemen di quella era gloriosa, ma invece è stato uno dei chitarristi migliori dei quegli anni, rigoroso ma ricco di inventiva, capace di suonare in punta di vita, con uno stile quasi jazzato e poi di cavare dal manico della sua chitarra note dure ed incattivite che sarebbero state il preludio alla svolta rock-blues degli anni successivi. Con questo Goin’ To The Delta, dopo gli ottimi Voodoo Man e il disco dal vivo http://discoclub.myblog.it/2013/05/08/era-l-ora-savoy-brown-songs-from-the-road/ , Kim decide di tornare sul “luogo del delitto”, il Delta e la musica di Chicago sono gli spunti da cui parte questo nuovo CD, ma l’approccio è inconsueto, nessuna cover ma tutta una serie di brani firmati dallo stesso Simmonds sulla falsariga del blues classico, suonati con una formazione a tre, solo il bassista Pat De Salvo e il batterista Garnett Grimm ad accompagnarlo. Ed i risultati sono molto buoni, Simmonds non è mai stato un cantante formidabile, ma in quasi mezzo secolo di carriera sui palchi di tutto il mondo ha sviluppato una voce diciamo adequata, abbondantemente controbilanciata dal suono della chitarra che è viva, tagliente e pimpante come poche volte nel corso degli ultimi anni della sua carriera (i due dischi appena citati esclusi).

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L’iniziale Laura Lee mette subito le cose in chiaro, le classiche 12 battute del Chicago Blues più elettrico con una chitarra fluida e pungente come si confà allo stile di Simmonds http://www.youtube.com/watch?v=bTWntcoxjE8 , una parte cantata che viene dal songbook immaginario dei grandi autori neri e la verve e la grinta che i bianchi, che non dovrebbero saperlo suonare, secondo gli stereotipi della critica, hanno aggiunto al blues stesso. Sad News rallenta i tempi ma non l’intensità del lavoro della solista, uno slow blues di quelli duri e puri che era facile trovare nei primi anni della Savoy Brown Blues Band. Nuthin’ Like The Blues alza la quota rock del sound del trio e ci riporta al suono più grintoso del periodo “americano” della band http://www.youtube.com/watch?v=muLScTsbcCU , impressione confermata da uno strepitoso strumentale come Cobra, un boogie blues modellato sulle migliori performances degli ZZ Top, quasi cinque minuti di pura forza chitarristica dove Kim Simmonds ci delizia con tutti i “trucchi” e i virtuosismi del miglior blues-rock elettrico, grandissimo brano, una potenza devastante! When You’ve Got A God Thing http://www.youtube.com/watch?v=_k6_z0UT7GM  e Backstreet Woman si impadroniscono dei ritmi più funky del Blues di Albert King, più groove e basso in bella evidenza, ma con la solista sempre in grado di disegnare assoli ricchi di feeling e mordente.

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Goin’ To The Delta è un altro classico esempio del sapido blues elettrico che usciva dai fumosi locali della Wind City nei gloriosi anni ’60 (e anche da locali come il Marquee e il Klooks Kleek nella Londra dello stesso periodo) http://www.youtube.com/watch?v=mOEBKYIiYvs .Just A Dream è il classico slow blues che non può mancare in un disco che vuole rievocare quel periodo di grande creatività, mentre Turn Your Lamp On introduce elementi R&B e R&R, altri pilastri della musica di quel periodo qui ripresa con il giusto piglio, anche se tra le pieghe dei brani, ovviamente, si respira una aria di déjà vu che non sempre il lavoro della solista di Simmonds può redimere, ma ci prova alla grande. In I Miss Your Love, un altro slow cadenzato e ricco di atmosfera, Kim si cimenta con profitto anche alla slide http://www.youtube.com/watch?v=E9Oc_wUQkuE  per tornare al Chicago blues di Sleeping Rough, forse un po’ ripetitiva: in fondo non stiamo parlando di un capolavoro ma di un buon lavoro indirizzato soprattutto agli amanti del genere, come conferma la conclusiva Going Back, altra escursione nei percorsi collaterali del R&B, sempre punteggiati dalla solista, precisa e puntuale, del nostro amico Kim, che non ha perso la verve dei giorni migliori. Un ennesimo onesto ritorno per una della firme storiche del “blues bianco”!

Bruno Conti

Era L’Ora! Savoy Brown – Songs From The Road

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Savoy Brown –  Songs From The Road – Ruf CD/DVD

Era l’ora. Lo so, si dice spesso, ma in questo caso è più vero che mai. Dopo i chiari segnali di ripresa con un buon disco come Voodoo Man, uscito nel 2011 e di cui vi aveva parlato positivamente sempre chi scrive  e-alla-fine-ne-rimase-uno-il-chitarrista-savoy-brown-voodoo.html, il passo successivo poteva, e doveva, essere un bel CD dal vivo (magari con DVD aggiunto): e così è stato, e anche se non sempre l’assioma, “ah, ma dovrebbero fare un disco Live” viene poi confortato dai risultati sperati, per i Savoy Brown, in questo caso, vale! La serie Songs From The Road della Ruf ha peraltro illustri predecessori: i doppi di Jeff Healey e Luther Allison, e in misura minore quello di Erja Lyytinen, sono ottimi esempi di come usufruire di questi cosiddetti combo, CD+DVD, ottima qualità del suono, immagini ben realizzate e, soprattutto, concerti che soddisfano anche per i contenuti musicali.

Questo dei Savoy Brown in particolare mi sembra il più riuscito in assoluto della serie e tra i migliori dischi dal vivo mai realizzati dalla storica band blues(rock) inglese, che non sempre in passato è stata pari alla sua fama, anche in questo ambito. Ok, della formazione originale c’è solo Kim Simmonds, il biondo chitarrista e leader, ma basta e avanza, se i comprimari (leggi nuovi componenti del gruppo) sono all’altezza della situazione. E questo mi pare proprio il caso: come dicevo per il disco in studio, e confermo per questo live, Joe Whiting è un ottimo cantante, ugola potente e padronanza della scena, l’unica pecca, piccola, è questa sua fissa per il sax inserito in un ambito blues-rock (lascia perdere Joe, che ogni tanto rompi le balle!), soprattutto in considerazione dello stato di grazia di Simmonds, che è veramente magistrale in questo concerto, occhi chiusi, grande concentrazione e una serie di assolo veramente notevole, a conferma della sua reputazione di guitar hero, che se non raggiunge quella dei più grandi, in una ipotetica Top 30 dei migliori nel genere, secondo me, ci entra alla grande. Ben coadiuvato dalla sezione ritmica composta dai “nuovi” Pat De Salvo al basso e Garnett Grimm alla batteria, e con una scelta azzeccata del repertorio i Savoy Brown, o quel che resta di loro, dimostrano che non tutti i “dinosauri”  del rock sono estinti, qualcuno, in area protetta, nelle riserve concertistiche, resiste!

Il pubblico dei fortunati “crucchi” invitati al Musiktheater Piano di Dortmund nel maggio del 2012, non è numeroso, ma caldo ed entusiasta e viene subito investito dal poderoso treno sonoro del brano strumentale 24/7, tratto dall’ultimo Voodoo Man, Joe Whiting è al sax, in questo caso anche con un assolo efficace, ma il protagonista è subito Kim Simmonds, a occhi chiusi comincia a strapazzare con gran classe la sua Gibson d’annata (normale o Flying V). Un attimo e cominciamo a tuffarci nel passato, Looking In è la title-track del sesto album del gruppo, 1970, quando in formazione c’era ancora Lonesome Dave (Peverett) poi nei Foghat, che ha scritto il brano con Simmonds ai tempi, e la chitarra del leader in questo brano, ben sostenuta da un basso pulsante e da una agile batteria, traccia una serie di evoluzioni tra rock, blues e quel tocco raffinato di jazz che lo ha fatto spesso paragonare al suo contemporaneo Alvin Lee, il cantato da blues-rocker americano di Whiting è parimenti efficace. A riprova che il repertorio proveniente da Voodoo Man è di ottima fattura, il loro migliore da lungo tempo a questa parte, anche Natural Man, sempre tirata ma sinuosa nelle linee chitarristiche, non sfigura con i vecchi brani.

Anche il riff di Street Corner Talking è uno di quelli classici del rock-blues, imparentato con alcuni simili che uscivano dai dischi dei Free dell’epoca, e pure il cantato e le linee di chitarra ricordano la coppia Rodgers-Kossoff. She’s Got The Heat, sempre da Voodoo, è una scarica di potente boogie a tempo di slide (o viceversa) con un assatanato Kim Simmonds al “collo di bottiglia”! Time Does Tell era sempre su Street Corner Talking e questa versione non ha nulla da invidiare all’originale cantato da Dave Walker, anzi, il sax rompe un po’ i maroni (come detto in apertura) ma la parte vocale e soprattutto la lunga improvvisazione chitarristica di Kim sono da manuale del perfetto rocker, se non della giovane marmotta. Dalle paludi della Louisiana l’insinuante Voodoo man conferma la ritrovata vena creativa del quartetto (inglese?) e fa il paio con la tirata Meet The Blues Head On sempre dall’ultimo CD e sempre ottima, nella versione live ancora migliore che in studio. Poi siamo invitati tutti sul “treno diretto verso l’inferno”, da Robert Johnson agli Ac/Dc l’argomento ha sempre stimolato la creatività e questa versione monstre di quasi 14 minuti di Hellbound Train, con i suoi picchi e vallate, fermate e ripartenze è una conferma della potenza del rock quando è maneggiato da chi conosce la materia, Simmonds è magistrale in questo brano. Ancora una potente Shockwaves e un altro classico come Tell Mama di nuovo con slide in evidenza prima della conclusione con il super classico Wang Dang Doodle sempre da Street Corner Talking, il disco più saccheggiato insieme all’ultimo.

Nel DVD un’intervista di undici minuti ma anche due ulteriori e micidiali brani, un medley costruito intorno a Litte red rooster e una selvaggia e lunghissima Louisiana Blues, altri 25 minuti di musica in totale che varrebbero il prezzo di ingresso, se già il resto non fosse gustoso oltre modo. Come direbbe Nero Wolfe: “Soddisfacente Kim”! Un’ottima occasione per conoscere i Savoy Brown oppure “un ripasso” proficuo della materia per i ripetenti.

Bruno Conti

E Alla Fine Ne Rimase Uno (Il Chitarrista)! Savoy Brown – Voodoo Moon

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Savoy Brown – Voodoo Moon – Ruf Records CD o LP   

Ero pronto alla ennesima delusione con questo nuovo album dei Savoy Brown, Voodoo Moon, evidentemente dopo oltre 45 anni di onorata carriera il vecchio fuoco del gruppo sembrava essersi spento. Specialmente negli ultimi 15 anni, da quando Kim Simmonds, l’unico membro originale del gruppo sin dalla fondazione, aveva assunto anche il ruolo di cantante (lascia stare Kim!) i dischi si erano succeduti sempre più mosci, routinari e non è che anche gli anni ’80 e ’90 fossero stati così proficui a livello qualitativo. Per cui mi ero avvicinato a questo album senza particolari aspettative e invece… Non siamo di fronte ad un capolavoro, ma sarà il passaggio ad una casa come la Ruf che conosce l’argomento Blues e dintorni come le proprie tasche, sarà la nuova formazione, comunque il risultato finale non è da buttare, anzi, di tanto il tanto, il vecchio “fuoco” che li aveva portati ad essere una delle formazioni più importanti del cosiddetto British Blues Revival si riaccende. Non siamo ai livelli dei primi album come Getting To Point o Blue Matter ma ci avviciniamo al sound più rock di ottimi album come Street Corner Talking e Hellbound Train, il loro più grande successo negli States.

Non dimentichiamo che in questa formazione, negli anni, sono transitati personaggi come Lonesome Dave (Peverett) e Roger Earl che poi avrebbero fondato i Foghat, il pianista Bob Hall e vari musicisti che hanno incrociato la loro carriera anche con Fleetwood Mac, Chicken Shack e il Mighty Baby e Chilli Willi Martin Stone per citarne alcuni. Kim Simmonds dice nelle note del libretto che le canzoni di questo Voodoo Moon sono le migliori che scrive dai primi anni ’70 e probabilmente ha ragione! Ma nel frattempo cosa è successo? Sorvoliamo e concentriamoci su questo album.
Un’altra ragione di trepidazione c’è stata, di primo acchito, quando ho letto i nomi dei nuovi componenti del gruppo: Joe Whiting, la voce solista, un veterano della scena rock americana che non avevo mai incrociato nei miei ascolti che suona anche il sax (poco per fortuna) e la sezione ritmica Pat De Salvo, basso e Garnett Grimm, batteria, tutti mai sentiti, ma devo dire bravi. Soprattutto il cantante, Whiting, che ha una bella voce (non so perché mi ha ricordato la tonalità di Mal dei Primitives, mi è venuta così) adatta al drive rock & blues dell’eccellente brano iniziale Shockwaves con la chitarra di Simmonds in evidenza e il brillante pianino del membro aggiunto Andy Rudy a dargli man forte. Ma anche le atmosfere più ricercate alla Fleewood Mac (periodo blues, obviously) di Natural Man con il lavoro di coloritura del sax che non rompe più di tanto e l’organo che si insinua tra le pieghe del pezzo e gli dà quasi sonorità da swamp rock della Louisiana e gli assoli di Kim Simmonds fluidi ed inventivi rinverdiscono i fasti del passato di quello che si può considerare l’unica “vecchia gloria” del gruppo ma ancora in grande spolvero.

Too Much Money è il brano che, anche per la presenza di un piano elettrico, ha il sound più commerciale e un tantino scontato ma redento dal solito buon lavoro della chitarra e la slide e il groove boogie blues di She’s Got The Heat unito al cantato pimpante di Whiting risollevano subito le sorti del CD. Look At The Sun parte bene ma poi si ammoscia con il cantato di Simmonds (te lo ripeto Kim, lascia perdere, non avevi cantato per 30 anni, ci sarà stato un motivo!), anche il sax più presente non aiuta il brano. Ottimo, forse il migliore del lotto, 24/7, un brano strumentale (sarà un caso?) che profuma di southern rock e con la band che gira alla grande seguendo le evoluzioni della chitarra del leader. Round and round senza infamia e senza lode ancora con il cantato alla camomilla di Simmonds. Tutt’altro discorso per le atmosfere nuovamente brillanti della title-track Voodoo Moon che costruisce un bel crescendo che mi ha ricordato a momenti il riff alla All Along the Watchtower del classico di Dylan-Hendrix. Meet The Blues Head On, nonostante il titolo, è forse il brano più vicino al classico suono rock americano dei Savoy Brown  anni ’70, non male anche se non particolarmente memorabile.

Quindi per concludere, più luci che ombre e dicono che il gruppo dal vivo abbia ancora un bel tiro per cui, senza strapparvi i capelli dall’entusiasmo, potete farci un pensierino se vi piace il genere.

Bruno Conti