In Attesa Del Cofanetto Inedito Previsto Per L’Autunno Ecco La Storia Dei Fleetwood Mac & Peter Green: Un Binomio “Magico” Dal 1967 Al 1971, Parte I

fleetwood mac 1968

Quando Green, Fleetwood, Spencer e Brunning fanno il loro debutto dal vivo al  Windsor Jazz and Blues Festival il 13 agosto del 1967, Peter Green non ha ancora compiuto 21 anni, ma ha già vissuto una stagione breve ed intensa come chitarrista dei Bluesbreakers di John Mayall, dove era entrato in sostituzione di Eric Clapton, realizzando con loro quello splendido disco che risponde al nome di A Hard Road, album che lo lanciò nel panorama del British Blues come una della stelle più fulgide di quegli anni dorati della musica inglese. Tanto che al momento di quell’esordio live la formazione si chiamava Peter Green’s Fleetwood Mac featuring Jeremy Spencer: il bassista era ancora Bob Brunning, in attesa che John McVie si liberasse anche lui dai suoi impegni con Mayall, e il gruppo non aveva ancora un contratto discografico, che sarebbe arrivato da lì a poco per la Blue Horizon di Mike Vernon.

fleetwood mac windsor festival 1967

Nel frattempo Green aveva partecipato come ospite (in tutto l’album meno due brani) al disco del grande pianista blues americano Eddie Boyd intitolato appunto Eddie Boyd And His Blues Band Featuring Peter Green, dove suonavano anche Aynsley Dunbar, John McVie e Mayall, praticamente tutti i Bluesbreakers, album che insieme a 7936 South Rhodes, registrato l’anno successivo insieme ai Fleetwood Mac, se riusciste a trovarli in giro,  vi consiglierei di fare vostri, in quanto si tratta di due eccellenti esempi di blues elettrico della più bell’acqua.

Facciamo un breve passo indietro e per chi non lo conoscesse inquadriamo la figura di Peter Green, uno dei più grandi talenti della chitarra, subito dopo la triade Clapton/Beck/Page, l’irraggiungibile Jimi Hendrix e, forse, pochi altri, tanto che la rivista Rolling Stone ancora in anni recenti lo poneva al numero 58 dei “Più Grandi Chitarristi Di Tutti I Tempi” (ma secondo me meriterebbe di stare molto più in alto) e Guitar Player ha inserito il timbro della sua Gibson Les Paul nel brano strumentale The Supernatural  tra i 50 più ricercati della storia, e infine Mojo, ancora nel 1996, lo poneva al terzo posto assoluto.

Questo solo a mero livello statistico, ma non possiamo dimenticare che B.B. King lo ha sempre considerato uno dei musicisti che aveva il timbro di chitarra più “dolce”, l’unico che era in grado di fargli venire i sudori freddi mentre lo ascoltava. E così vale per tantissimi altri suoi colleghi, da Clapton e Page che lo ammiravano, passando per il suo discepolo Gary Moore che ha ereditato la Gibson Les Paul del 1959, poi acquistata da Kirk Hammett dei Metallica per due milioni di dollari: sarà vero, mi sembra una cifra un tantino esagerata? E tra i tanti che sono stati influenzati dallo stile di Green e si sono espressi con parole di grande rispetto, oltre a Moore, ricordiamo gente come Joe Perry, Andy Powell dei Wishbone Ash, Rich Robinson dei Black Crowes e molti altri. Uno stile che era basato su una grande maestria negli shuffle blues, ma che raggiungeva però il suo massimo splendore in quelle “scale minori” dove Peter otteneva questo “magico” vibrato attraverso il feedback controllato della sua chitarra, un suono pulitissimo tutto feeling e quella serie di note di dieci secondi circa, poi ripetute e sostenute, come nella appena citata The Supernatural e in molti altri brani del repertorio dei Fleetwood Mac, da Black Magic Woman allo strumentale Albatross passando per Man Of The World, fino a sviluppare in seguito un approccio decisamente più rock e tirato, con uno stile più complesso che, nel breve periodo che va dalla seconda metà del 1969 a gran parte del 1970, secondo molti, lo rese il più grande chitarrista dell’epoca (o comunque alla pari con Hendrix e gli altri), impegnato in una delle prime formazioni con due chitarre soliste in un periodo in cui gli Allman Brothers e i Wishbone Ash muovevamo ancora i primi passi.

Gli inizi Blues, Il Periodo Blue Horizon 1967-1969

Nel 1967 esce il primo singolo I Believe My Time Ain’t Long/ Rambling Pony e a settembre entra in formazione John Mcvie e quindi tra novembre e dicembre viene inciso il primo omonimo album, per intenderci quello con in copertina il bidone della spazzatura.

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Fleetwood Mac – Blue Horizon 1968 – ****

Jeremy Spencer, consigliato dal produttore Mike Vernon a Green, che voleva assolutamente un secondo chitarrista in formazione, era un brillante, eclettico e sorprendente virtuoso della slide, grande appassionato di Elmore James e di R&R, un personaggio esuberante e sopra le righe, che faceva da contraltare al più schivo e rigoroso Peter. Il disco fu un successo clamoroso, arrivando fino al 4° posto delle classifiche inglesi vendendo complessivamente più di un milione di copie. L’album non contiene ancora nessuno dei brani classici di Green, ma complessivamente risulta un ottimo disco di Blues, quasi uscisse dalle recondite profondità del South Side di Chicago. La critica, a tutt’oggi, lo considera uno dei dischi seminali di quel fenomeno che fu il British Blues. Mick Fleetwood e John McVie sono una sezione ritmica formidabile (ancora oggi) che permette ai due solisti di improvvisare in piena libertà: Spencer imperversa  con il bottleneck e la sua voce cruda, in versioni sapide di My Heart Beat Like A Hammer, una versione travolgente di Shake Your Moneymaker dove anche Green ci mette del suo, No Place To Go di Howlin’ Wolf con Peter all’armonica, My Baby’s Too Good To Me, l’intensa Cold Black Nighte la potente Got To Move.

Peter Green canta con la sua voce più laconica, ma subito riconoscibile e particolare, le restanti sei: Merry Go Round è uno splendido blues lento, con la chitarra lancinante di Peter ad incantare per il controllo della sua timbrica unica, Long Grey Mare, sempre scritta dal nostro, è un breve shuffle più mosso ed accattivante con Green anche all’armonica, l’unico con Brunning ancora al basso, mentre il traditional Hellhound On My Trail, arrangiato da Green solo per voce e piano è molto rigoroso, Looking For Somebody un altro “bluesone” con uso di armonica, lasciando a I Loved Another Woman il compito di rappresentare quei brani lenti e sognanti, vero marchio di fabbrica del chitarrista di Bethnal Green, unici ed irripetibili, sullo stile di quelli citati prima, con la solista a cesellare note, infine con The World Keep On Turning che illustra anche la sua maestria all’acustica in un blues primigenio.

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NDB. Questo album, come tutti gli altri pubblicati dalla Blue Horizon erano stati raccolti in uno splendido cofanetto di 6 CD The Blue Horizon Sessions 1967-1969, pubblicato dalla Columbia nel 2000, e ricchissimo di miriadi di brani inediti ed outtakes:è fuori produzione, ma se per caso lo trovaste ancora in giro, anche usato, non lasciatevelo sfuggire.

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Mr. Wonderful – Blue Horizon 1968 – ***1/2

Un disco che ha avuto critiche molto discordanti fra loro e non sempre proprio completamente positive, alcuni sono arrivati a dire che Peter Green sembrava “vagare ubriaco nella sua musica”, mentre altri hanno fatto notare che quattro dei brani iniziavano tutti con l’identico riff mutuato dallo stile di Elmore James. Potrebbe esserci un fondo di verità, ma a ben vedere, ed essendo pignoli, un po’ tutti i pezzi di James sono molto somiglianti tra loro e l’atteggiamento di Green, spesso pigro e distratto, potrebbe dare quella impressione riportata poc’anzi.

A me pare comunque un buon album, con alcune punte di eccellenza, anche se in effetti nell’insieme è molto simile al precedente, comunque averne di dischi così, considerando che in alcuni brani ci sono anche i fiati, la futura signora McVie Christine Perfect  che appare alle tastiere e alle armonie vocali e Duster Bennett all’armonica (nel cui disco del 1968 Smiling Like I’m Happy Green suonava in un brano). Stop Messin’ Around è il classico potente shuffle di Green, con uso fiati e il piano della Perfect, I’ve Lost My Baby di Jeremy Spencer è un blues lento ed intensissimo con la guizzante slide in evidenza, Rollin’ Man, ancora di Green, un vivace e mosso errebì, sempre con i fiati e la splendida chitarra del nostro dal timbro limpidissimo che imbastisce un assolo da sballo.

Dust My Broom di Elmore James, è uno quattro dei brani con il riff iniziale identico, ma francamente non vedrei in che altro modo suonarlo, Doctor Brown, in effetti suona simile, e Need Your Love Tonight pure, anche se il ritmo è leggermente più accelerato, ma il blues classico si suonava così (se non si era un genio come Green) e anche Coming Home, essendo sempre di James, legato  a quel tipo di suono, per quanto molto più rallentato, ma l’ultimo brano di Spencer, Evenin’ Boogie,  uno scatenato R&R (altra passione di Jeremy) strumentale, come da titolo viaggia a tutta velocità e i fiati imperversano.

Degli altri pezzi di Green Love That Burns è uno dei suoi magnifici lenti di atmosfera, cantato con grande passione e suonato ancor meglio con la Gibson che distilla feeling a piene mani, e anche If You Be My Baby conferma che Peter Green era uno dei pochi bianchi che poteva competere con i grandi neri del blues, in quanto ad intensità e rigore, Lazy Poker Blues è tirata e vivacissima, con il pianino della Perfect in azione e la chitarra questa volta ingrifata a lanciare fendenti, con la conclusiva Trying Hard To Forget che è un blues duro e puro, un altro lento appassionato e viscerale interpretato con classe cristallina, alla faccia di chi trova questo album scarso.

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The Pious Birds Of Good Omen – Blue Horizon 1969 – ****

Questo disco in teoria (ed anche in pratica) è una sorta di antologia, ma anche uno dei dischi più belli in assoluto dei Fleetwood di quell’epoca (molto bella anche la copertina), in quanto raccoglie alcuni brani usciti solo come singoli, alcuni già pubblicati in English Rose, un album uscito per la Epic ad inizio 1969 solo per il mercato americano, come usava in quei tempi in cui le discografie “transatlantiche” erano spesso diverse tra loro: ci sono alcuni dei capolavori assoluti di Peter Green, la superba Need Your Love So Bad, una ballata meravigliosa dove gli archi e i fiati aggiunti non stonano per nulla, anzi, una canzone che rivaleggia per bellezza struggente con le più belle di B.B. King (e di cui nel CD potenziato presente nel box citato, ci sono ben quattro versioni alternative strepitose).

I Believe My Time Ain’t Long/ Rambling Pony erano i due lati del primo singolo del 1967, The Big Boat e Just The Blues sono due pezzi tratti dalle collaborazioni con il pianista sommo Eddie Boyd, mentre Albatross, pezzo strumentale arrivato al n°1 delle classifiche inglesi, è di fatto una via di mezza tra un brano alla Santo & Johnny e la musica più sublime, dove il pop “orecchiabile” si eleva verso vette di magnificenza assoluta, con le chitarre di Green e del nuovo arrivato Danny Kirwan (entrato in formazione alla fine del 1968, su consiglio di Mick Fleetwood, in quanto Peter Green voleva un altro chitarrista, non essendo Jeremy Spencer più interessato a suonare nei brani di Green)) che vibrano all’unisono in modo da regalare impressioni di solenne magnificenza all’ascoltatore, che credeva di ascoltare forse solo un singolo da classifica, mentre era pura arte, ma in quegli anni succedeva.

E che dire di Black Magic Woman? Il controllo che Peter Green esercita sulle timbriche della sua Gibson Les Paul è superbo, con un riff di abbrivio trillante tra i più riconoscibili di sempre, se poi aggiungiamo che il pezzo è anche una delle costruzioni rock tra le più originali della storia di questa musica, compreso il cambio di tempo nel finale, si sfiora la perfezione. E Carlos Santana, sul pressante suggerimento di Gregg Rolie, che credeva moltissimo nel brano, ci ha costruito sopra una mezza carriera (riconoscendolo peraltro ed invitandolo alla sua induzione nella Rock And Roll Hall Of Fame del 1998, anche se Green non ci fece una gran figura, forse anche a causa di tutte le sue vicissitudini passate e di un pizzico di malizia nell’audio della sua chitarra mixata molto bassa? https://www.youtube.com/watch?v=9ntFjLY5rTc ). L’ultimo singolo contenuto nell’album raccoglie JIgsaw Puzzle Blues e Like Crying, due brevi brani entrambi composizioni di Danny Kirwan, che per certi versi anticipano in parte la futura svolta più rock della band, anche se prima, ad inizio gennaio i Fleetwood Mac si recano a Chicago per registrare un album di blues puro.

Quindi anche se la sequenza cronologica prevederebbe prima Then Play On, registrato tra il 1968 e il 1969 e pubblicato a Settembre del 1969: il seguito della storia lo trovate nella seconda parte dell’articolo.

Fine prima parte.

Bruno Conti

Il “Nuovo” British Blues, Made In Italy. Alex Haynes & The Fever – Howl

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Alex Haynes & The Fever – Howl – Appaloosa Records/Ird

Da non confondere con il quasi omonimo chitarrista texano Alan Haynes, né tantomeno, ovviamente, con Warren Haynes, Alex Haynes è un bluesman britannico: proveniente dal nord del Regno Unito, si è trasferito nella zona di Londra, dove alterna la sua attività di musicista con quella di insegnante (sempre di musica), “mestiere” che condivide con il pianista Richard Coulson, presente al piano come ospite in questo Howl. In attività da una decina di anni ha pubblicato un EP e un album, credo francamente non molto facili da reperire (però il nostro amico nei suoi tour europei  passa spesso dall’Italia, per cui mai dire mai). Anche lui, come le generazioni che lo hanno preceduto è stato influenzato dalla musica di John Lee Hooker e Howlin’ Wolf, per fare un paio di nomi, ma ovviamente anche da tutto il fenomeno storico del British Blues, con una preferenza per i Fleetwood Mac di Peter Green, ma anche altre influenze confluiscono nei suoi brani (10 in questo CD, tutti firmati da Haynes stesso). Ascoltando il primo pezzo Nervous direi anche il Bo Diddley più blues o sul lato inglese i primi Savoy Brown, quando c’era ancora Bob Hall al piano, o i Dr. Feelgood meno deraglianti: comunque c’è grinta, elettricità e potenza, siamo dalle parti di un  blues-rock verace, dove la sezione ritmica italiana dei The Fever, Alessandro Diaferio al basso e Pablo Leoni alla batteria, non si tira indietro e “strapazza” di gusto i propri strumenti, mentre la chitarra di Haynes segue le orme dei grandi solisti di Terra D’Albione che lo hanno preceduto, e anche l’organo di Ernesto Ghezzi, oltre al pianino saltellante di Coulson è a tratti elemento portante del sound.

Ed è solo il primo brano. I’m Your Man (non “quella”) ha qualche retrogusto alla Cream, sempre con l’organo di supporto, e un groove che va anche di boogie, come pure sfarfallii del beat inglese, quello più sporco e genuino delle prime band anni ‘60. Non guasta ricordare che Haynes ha anche una buona voce, solida ed espressiva, come evidenzia l’ipnotica Howl dove si manifesta anche una minacciosa slide, per una canzone dalle atmosfere sospese e sporche, che profumano di Chicago Blues casa Chess rivisto in ottica rock e piccoli tocchi psych, come usava sempre negli anni ’60, prima di rilasciare un esplosivo solo al bottleneck. Shake It Up ha un tiro più roots-rock, saltellante e mossa, con il giusto equilibrio tra melodia e slancio rock and roll, e un riff vagamente alla Creedence; Lonesome Shadows è una ballata tra country e blues, solo la voce di Alex e una chitarra elettrica prima arpeggiata e poi twangy, che rimanda al suono dei primordi del rock, mentre All I Got In This World, con una acustica in modalità nuovamente slide viaggia dalle parti del primo John Lee Hooker, ma anche dell’Elmore James tanto amato dai Fleetwood Mac, senza dimenticare l’hill country blues di RL Burnside ereditato dai North Mississippi Allstars di Luther Dickinson o da Reed Turchi.

I nomi “volano” ma servono ovviamente per far capire la musica, spero: senza dimenticare una poderosa Bad Money, dura e cattiva il giusto, dove il gruppo tira come una cippa lippa. Notevole pure la  deliziosa simil soul ballad con uso d’organo, Solid Sender, dove Alex Haynes sfodera un timbro vocale veramente accattivante e la chitarra disegna interessanti spunti improvvisativi nell’ottimo solo nella parte centrale; e per sparare un altro nome, ecco Andy J Forest,  che appare di persona con la sua armonica per vivacizzare, insieme al piano di Coulson, un pezzo che profuma da lontano di Blues di Chicago, il più classico possibile, con Haynes di nuovo alla slide. E per concludere l’opera rimane la traccia più lunga dell’album Shed My Skin, di nuovo a cavallo tra boogie blues ipnotico e derive psichedeliche elettriche anni ’60 di ottima fattura, con la chitarra che parte per la tangente e non la ferma più nessuno. Decisamente un buon disco, solido e dai contenuti variegati, consigliato a chi ama il blues ancora in grado di sorprendere, non troppo paludato o canonico, per quanto rispettoso dei maestri.

Bruno Conti

Tra Streghe E Blues Non Si Invecchia Mai. Savoy Brown – Witchy Feelin’

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Savoy Brown – Witchy Feelin’ – Ruf Records         

Quest’anno a dicembre anche Kim Simmonds taglia il traguardo delle 70 candeline, ma già nel 2015 ha festeggiato i 50 anni di carriera, con il suo gruppo, nato nei dintorni di Londra come Savoy Brown Blues Band, nel lontano 1965, quando anche i Bluesbreakers di John Mayall iniziano a muovere i primi passi in quello che sarebbe stato definito da lì a poco British Blues, e avrebbe vantato anche gruppi come i Fleetwood Mac, i Chicken Shack, i Ten Years After, e poi i power trios come i Cream o i Taste, gli stessi Free, che erano un terzetto con cantante, più moltissime altre valide formazioni. Anche se Kim Simmonds forse vorrebbe farci credere diversamente (e forse in questo caso ha ragione), i migliori anni della sua band sono stati quelli che arrivano fino al 1970-1971, anche se il gruppo fu uno dei primi ad avere successo pure in America (a parte alcune delle megaband citate prima), dove poi, sul finire degli anni ’70 Simmonds si è trasferito a vivere. Non vi sto a fare ancora una volta la storia del gruppo, ma diciamo  che dopo una quasi innumerevole sequenza di dischi bolsi, i Savoy Brown hanno ripreso a fare buoni dischi dal 2011, quando sono stati messi sotto contratto dalla Ruf http://discoclub.myblog.it/2015/10/05/anche-questanno-50-kim-simmonds-and-savoy-brown-the-devil-to-pay/ . Spesso con titoli macabri che rievocano i temi classici del blues, il diavolo con i suoi segugi, le streghe, ma anche i feticci voodoo evocati nei titoli di ben tre brani di questo album, come fu nel passato, qualcuno ricorda Hellbound Train?

Con Simmonds sono rimasti i soliti Pat DeSalvo al basso e Garnett Grimm alla batteria, il nome del gruppo è tornato in primo piano, dopo due dischi come Kim Simmonds e Savoy Brown, il nostro insiste nel voler cantare, e devo dire che a quasi 70 anni conferma i suoi progressi come vocalist, dicendo che le sue fonti di ispirazione sono JJ Cale, Tony Joe White e Mark Knopfler (meno male che non si ispira a Robert Plant, Rod Stewart o Paul Rodgers, perché lì la vedrei dura), e c’è anche un brano Guitar Slinger, dedicato a Roy Buchanan,  che Simmonds racconta di avere visto nel lontano1969 in un piccolo country bar e che gli è rimasto nella mente fin da allora per la sua straordinaria bravura. Non a caso è uno dei brani più interessanti, brillante e con la solista in evidenza, ma tutto l’album funziona, riprendendo il classico sound degli anni migliori, il suono triangolare del blues-rock più ruspante di cui i Savoy Brown furono (e sono tuttora) tra i migliori praticanti. L’iniziale Why Did You Hoodoo Me in effetti ha più di qualche contatto con i classici swamp di Tony Joe White, con in più la chitarra svolazzante ed ispiratissima di Simmonds e una ritmica stantuffante veramente poderosa; Livin’ On The Bayou rimane dalle parti di New Orleans e dintorni, un misto tra il miglior JJ Cale e i Creedence, con la solista nuovamente in grande spolvero, lirica e pungente. I Can’t Stop The Blues ancora con un riff tangente, conferma la buona vena della band per un blues ad alta densità rock, ma non manca un classico lento d’atmosfera come la vibrante title track Witchy Feelin’, sospesa e minacciosa.

Vintage Man su una persona che non cambia mentre diventa più vecchia (non so perché mi dice qualcosa), è il primo brano dove Simmonds si esibisce alla slide, e qui la voce mi ha ricordato il suo vecchio rivale Stan Webb dei Chicken Shack. Poi il bottleneck è assoluto protagonista nel Mississippi Blues della malinconica e splendida Standing On A Doorway dove Kim regala momenti di grande classe, con Memphis Blues, ancora a tutta slide, che ci trasporta idealmente a qualche centinaio di chilometri di distanza per un’altra eccellente razione delle 12 battute più classiche. Can’t Find Paradise è uno dei pezzi più rock e grintosi, vicini al suono “americano” degli anni ’70 con la solista sempre in primo piano, e in questo caso qualche aggancio con Knopfler ma anche con Clapton si percepisce, non sarà più un giovanotto, ma suona, caspita se suona! Thunder, Lighting And Rain è un altro brano portentoso, quasi otto minuti a tutto wah-wah, con Kim Simmonds che si (ri)scopre novello Jimi Hendrix, con cui aveva fatto delle jam nella Londra psichedelica degli anni ’60, qui riproposte in uno stile degno anche del miglior Buchanan. Per chiudere un album eccellente, il migliore dei Savoy Brown dell’ultimo trentennio (e oltre), manca ancora un raffinato strumentale notturno e jazzy come Close To Midnight, dove Simmonds lavora di fino sulla sua Gibson. Saranno “diversamente giovani” ma ci sanno fare.

Bruno Conti

A Proposito Di Ritorni: Ancora Lui, Eccolo Di Nuovo! Joe Bonamassa – Live At The Greek Theater

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Joe Bonamassa – Live At The Greek Theatre – 2 CD – 2 DVD – Blu-Ray Mascot/Provogue EU JR Adventures USA – 23/09/2016

Ormai non vi propongo più il giochino del “Eravate preoccupati?”: puntuale come un orologio svizzero, almeno due volte all’anno Joe Bonamassa ci propone una nuova uscita discografica. Dopo il notevole Blues Desperation, uscito ad inizio primavera http://discoclub.myblog.it/2016/03/20/supplemento-della-domenica-anteprima-nuovo-joe-bonamassa-ormai-certezza-blues-of-desperation-uscita-il-25-marzo/, questa volta tocca ad un album (o video) dal vivo: solo per citare i luoghi più famosi dove Bonamassa ha suonato, dopo la Royal Albert Hall, il Beacon Theatre, la Vienna Opera House, il Carré Theatre di Amsterdam con Beth Hart, le quattro venue di Londra del tour 2013, Red Rocks, con il tributo a Muddy Waters e Howlin’ Wolf, la Radio City Music Hall, questa volta tocca al Greek Theatre di Los Angeles. Una sorta di giro del mondo in alcune delle più grande locations concertistiche sparse per il globo terracqueo, che probabilmente nei prossimi anni si arricchirà di nuovi capitoli. Come nella serata al Red Rocks a due passi da Denver, in Colorado, anche in questo caso si tratta di un concerto evento, dedicato ai tre grandi “King” del Blues, Albert, Freddie B.B, tre vere leggende che Joe omaggia rileggendo il loro repertorio, con la consueta grande perizia tecnica, ma anche con passione e devozione, da parte di quello che è ormai considerato l’ultimo grande “guitar hero” del blues (e del rock).

Io, per essere sincero, mi aspettavo qualcosa di nuovo delle sue collaborazioni con Beth Hart, magari un disco nuovo di studio, oppure estratti dalla serie di concerti registrati in crociera per la Keeping the Blues Alive at Sea, ma probabilmente è solo questione di tempo. E per non farsi mancare nulla Joe Bonamassa, questa estate, nel nuovo tour, ha dedicato una serie di concerti alla British Blues Explosion, ovvero Eric Clapton, Jeff Beck Jimmy Page, in ordine di apparizione. E questo sarà presumo uno dei prossimi progetti del nostro https://www.youtube.com/watch?list=PLe1oL2lSY_Fv2zNaya13D8jZLhn-B8bnk&v=n_KLvqPVuGQ

Ma nel frattempo prepariamoci a gustarci il nuovo Live At The Greek Theatre, registrato nel suo tour Three Kings durante l’estate del 2015, accompagnato dalla sua fantastica band: Anton Fig (drums), Michael Rhodes (bass), Reese Wynans (Keys), Lee Thornburg (trumpet), Paulie Cerra (saxophone), Ron Dziubla (saxophone), Kirk Fletcher (Guitar), Mahalia Barnes  (la figlia di Jimmy, che è quella che canta con Joe nel primo video all’interno del Post), Jade MaCrae e Juanita Tippins (Vocals). Il concerto uscirà nei consueti formati: doppio CD, doppio DVD, con un secondo dischetto bonus, che contiene vari dietro le quinte registrati durante le prove, un video intitolato Riding With The Kings e una inedita conversazione con i genitori di Bonamassa. Stesso discorso per il Blu-Ray. Naturalmente tutti i formati contengono i 22 brani che sono stati registrati per il concerto:

Tracklist
[CD1]
1. See See Baby
2. Some Other Day, Some Other Time
3. Lonesome Whistle Blues
4. Sittin’ On The Boat Dock
5. You’ve Got To Love Her With A Feeling
6. Going Down
7. I’ll Play The Blues For You
8. I Get Evil
9. Breaking Up Somebody’s Home
10. Angel Of Mercy
11. Cadillac Assembly Line

[CD2]
1. Oh, Pretty Woman
2. Let The Good Times Roll
3. Never Make Your Move Too Soon
4. Ole Time Religion
5. Nobody Loves Me But My Mother
6. Boogie Woogie Woman
7. Hummingbird
8. Hide Away
9. Born Under A Bad Sign
10. The Thrill Is Gone
11. Riding With The Kings

[DVD or Blu-ray]
1. Beginnings
2. See See Baby
3. Some Other Day, Some Other Time
4. Lonesome Whistle Blues
5. Sittin’ On The Boat Dock
6. You ve Got To Love Her With A Feeling
7. Going Down
8. I’ll Play The Blues For You
9. I Get Evil
10. Breaking Up Somebody’s Home
11. Angel Of Mercy
12. Cadillac Assembly Line
13. Oh, Pretty Woman
14. Let The Good Times Roll
15. Never Make Your Move Too Soon
16. Ole Time Religion
17. Nobody Loves Me But My Mother
18. Boogie Woogie Woman
19. Hummingbird
20. Hide Away
21. Born Under A Bad Sign
22. The Thrill Is Gone
23. Riding With The Kings (Credits)

Quindi non ci resta che attendere il prossimo 23 settembre per godere ancora una volta come ricci!

Bruno Conti

Chi Si Accontenta Gode! John Mayall’s Bluesbreakers – Live in 1967 Volume Two

john mayall live in 1967 volume two

John Mayall’s Bluesbreakers – Live in 1967-Volume Two – Forty Below Records 

Leggenda vuole che quando Mike Vernon, il loro produttore, entrando in studio per registrare il nuovo album e notando un amplificatore diverso dal solito, chiedesse “Dov’è Eric Clapton?”e  John Mayall gli rispondesse “Non è più con noi, se ne è andato da qualche settimana”, aggiungendo “Non preoccuparti ne abbiamo uno migliore!”. Con Vernon che preoccupatissimo si chiedeva “Meglio di Clapton?” e Mayall che ribadiva “Magari non ancora, ma aspetta un paio di anni e vedrai!”, presentandogli poi Peter Green. In effetti il giovane Peter Greenbaum aveva già sostituito Eric “God” Manolenta Clapton per qualche giorno, quando era sparito in Grecia nell’estate precedente, ma dall’autunno entrò in formazione a titolo definitivo per registrare A Hard Road, rimanendo poi con i  Bluesbreakers per circa un anno. Chi mi conosce sa che considero Peter Green uno dei dieci più grandi chitarristi bianchi della storia del blues elettrico, e non solo (e lo stesso pensava BB King che lo adorava): in poco più di 4 anni, prima con Mayall e poi nei Fleetwood Mac ha lasciato un segno indelebile nelle vicende del british blues (e del rock). Ma ovviamente non è il caso di raccontare la storia un’ennesima volta, fidatevi!

Il disco dei Bluesbreakers con Green usciva nel febbraio del 1967 e in quel periodo il gruppo suonò spesso nei locali di Londra, con la formazione dove apparivano anche i futuri Fleetwood Mac, John McVie e Mick Fleetwood, che non aveva partecipato alla registrazione dell’album. Il fato benigno volle che un fan olandese della band, tale Tom Huissen fosse presente con un antediluviano registratore a una pista per preservare per i posteri tutti i concerti. John Mayall e il suo ingegnere del suono Eric Corne, a quasi 50 anni di distanza da quelle registrazioni, ne sono venuti in possesso e, nei limiti del possibile, hanno provveduto a restaurarle e pubblicarle Se avete già sentito il primo capitolo di questo Live In 1967, avrete notato che in molti brani il suono è veramente pessimo, per non essere volgari inciso con il c..o, mentre in altri è tra il buono e l’accettabile, però Peter Green suona come un uomo posseduto da una missione, quella di divulgare il blues presso le giovani generazioni, condividendo la visione del suo mentore Mayall. E infatti si parte subito bene con una versione scintillante di Tears In My Eyes, dove Green rilascia un assolo ricco di tecnica e feeling, con quel suono unico e immediatamente riconoscibile che lo ha fatto amare da generazioni di chitarristi a venire, da Santana a Gary Moore (che riceverà in dono la Les Paul di Green) a Rich Robinson dei Black Crowes passando per Joe Perry, oltre a Jimmy Page e Eric Clapton che hanno espresso più volte la loro ammirazione per lo stile di Green, quel vibrato caldo e tremolante che poi si impenna all’improvviso in note lunghe e sostenute. E in questo brano, grazie alla buona incisione tutto si apprezza al massimo.

In altri pezzi bisogna intuirlo, ad esempio nella successiva Your Funeral And My Trial, che sembra incisa nella cantina del locale accanto, a Bromley. So Many Roads, il classico di Otis Rush, come il primo brano viene dalle registrazioni al mitico Marquee di Londra e quindi la registrazione è più che buona, come pure la veemente interpretazione di Green, in serata di grazia. In Bye Bye Bird il pezzo di Sonny Boy Williamson, sempre inciso a Bromley, si intuisce una eccellente performance di Mayall all’armonica, mentre Please Don’t Tell registrato al Ram Jam Club è sempre inciso maluccio, anche se i Bluesbreakers tirano come degli indemoniati, e in Sweet Little Angel Green si merita tutti gli aggettivi spesi per lui da B.B. King, grande versione del classico di Riley King https://www.youtube.com/watch?v=LXnuKmawtIw , come pure Talk To Your Daughter, da sempre un cavallo di battaglia, qui in una versione breve. Bad Boy è un brano minore, e si sente pure male, mentre Stormy Monday appare in una versione lunga e ricca di interventi solisti di Green, siamo al Klooks Kleek e canta Ronnie Jones, che è proprio quello che poi è diventato un famoso DJ in Italia, ma agli inizi era un grande cantante blues, scoperto da Alexis Korner. Greeny è uno dei fantastici strumentali scritti da Peter Green ad inizio carriera, pregasi ascoltare come suona, con Ridin’ On The L&N che si intuisce essere uno dei pezzi forti di Mayall, e pure Chicago Line lo sarebbe, se si sentisse bene. Conclude Double Trouble, un altro standard di Otis Rush, che poi Clapton avrebbe fatto proprio, ma allora Green lo suonava alla grandissima. Bisogna dire, vista la qualità sonora a tratti, che “chi si accontenta gode”, la musica meriterebbe mezza stelletta in più e forse oltre.

Bruno Conti

Il Ritorno Di Uno Dei Fondatori Del British Blues. Mike Vernon – Just A Little Bit

mike vernon just a little bit

Mike Vernon – Just A Little Bit – Cambaya Records/IRD 

Mike Vernon è stato uno dei personaggi più influenti della scena musicale inglese, e dell’allora nascente british blues, dal 1965 in avanti; prima come produttore alla Decca ( ma la sua prima produzione è stata per Five Long Years di Eddie Boyd, su etichetta Fontana), iniziando con l’esordio di John Mayall con i Bluesbreakers, e tutti gli album successivi fino a Blues From Laurel Canyon, ma anche le prime prove di David Bowie, dei Savoy Brown, dei Ten Years After, dei Chicken Shack, nel frattempo fondando anche la Blue Horizon, gloriosa etichetta che tra il 1966 e il 1971 pubblicò alcuni dei migliori dischi del genere, a partire da quelli dei Fleetwood Mac di Peter Green (Di cui avete letto ieri nel Blog, anche se erano quelli “californiani”), tra cui il seminale Blues Jam In Chicago, album che fondeva in modo mirabile i grandi bluesmen neri e le loro controparti bianche, caratteristica sempre presente nelle produzioni di Vernon, grande amante della musica nera, dagli anni ’40 in avanti.

https://www.youtube.com/watch?v=BQjBdROOwH8

Come avranno notato i più attenti lettori ho usato il passato remoto per descrivere il nostro, in quanto da allora in poi il buon Mike ha un po’ vivacchiato, con qualche soprassalto, come quando ha fondato le etichette Indigo e Code Blue negli anni ’90, o quando è ritornato alla produzione nel marzo 2010 per il secondo album del ragazzo prodigio Oli Brown (che si è un po’ perso per strada). Vernon ha anche pubblicato un album solista, Moment Of Madness, nei primi anni ’70, e poi ha partecipato alla storia di alcuni gruppi che definire “minori” è un eufemismo. Quindi, senza volere mancare di rispetto, non è che un nuovo album di Mike era una delle nostre priorità assolute: ma lo ha fatto e quindi parliamone, brevemente. Registrato a Antequera, con una band spagnola, Los Garcia https://www.youtube.com/watch?v=fC2nykC_c0s , il disco ci riporta alle grandi passioni di Vernon: il R&B, il R&R e ovviamente il blues, con note dottissime che tracciano la storia dei brani contenuti in questo Just A Little Bit, che si lascia comunque ascoltare con estremo piacere, anche se il buon Mike non è un cantante formidabile e la sua perizia al kazoo non sopperisce certo ai suoi limiti vocali.

https://www.youtube.com/watch?v=vYdCkS7-B54

Il suono è pimpante e piacevole, molto simile a quello dei dischi fine anni ’60 che il nostro produceva: due chitarre, tastiere, una piccola sezione fiati in alcuni brani, per esempio nell’iniziale Kansas City, ripresa dalla versione più celebre, quella di Wilbert Harrison. Non ci saranno Clapton, Green o Taylor ma i due solisti, presumo fratelli, Gabi e Luis Ignacio Robledo, si disimpegnano con gusto, come altri ospiti che ruotano nella formazione. All By Myself è puro R&R alla Fats Domino, Just A Little Bit è quel R&B che avrebbe influenzato le prime blues band inglesi, The Seventh Son dei due Willie, Dixon e Mabon, è puro Chicago Blues di scuola Chess, Hot Little Mama è un pungente blues di Johnny Guitar Watson. Black Night è un “lentone” di quelli super classici dal repertorio di Charles Brown, mentre Money Honey è proprio il brano poi reso celebre da Elvis Presley e When Things Go Wrong un blues di Tampa Red pescato dalle origini delle 12 battute. Bloodshot Eyes addirittura sfiora territori country/western swing misti a Jump &Jive, molto divertente, come pure la tirata I’m Shakin,’ e Please Send me Someome To love è sempre una signora canzone, come pure le successive Keep Your Hands Off Her e All Around The World, per concludere con una delle canzoni manifesto del R&R Shake Rattle And Roll. In definitiva il CD la sufficienza se la merita, anche per rispetto verso uno delle “eminenze grigie” della storia della nostra musica, mister Mike “Boogie Man” Vernon, anni 71 il 20 novembre.

Bruno Conti