In Attesa Del Cofanetto Inedito Previsto Per L’Autunno Ecco La Storia Dei Fleetwood Mac & Peter Green: Un Binomio “Magico” Dal 1967 Al 1971, Parte I

fleetwood mac 1968

Quando Green, Fleetwood, Spencer e Brunning fanno il loro debutto dal vivo al  Windsor Jazz and Blues Festival il 13 agosto del 1967, Peter Green non ha ancora compiuto 21 anni, ma ha già vissuto una stagione breve ed intensa come chitarrista dei Bluesbreakers di John Mayall, dove era entrato in sostituzione di Eric Clapton, realizzando con loro quello splendido disco che risponde al nome di A Hard Road, album che lo lanciò nel panorama del British Blues come una della stelle più fulgide di quegli anni dorati della musica inglese. Tanto che al momento di quell’esordio live la formazione si chiamava Peter Green’s Fleetwood Mac featuring Jeremy Spencer: il bassista era ancora Bob Brunning, in attesa che John McVie si liberasse anche lui dai suoi impegni con Mayall, e il gruppo non aveva ancora un contratto discografico, che sarebbe arrivato da lì a poco per la Blue Horizon di Mike Vernon.

fleetwood mac windsor festival 1967

Nel frattempo Green aveva partecipato come ospite (in tutto l’album meno due brani) al disco del grande pianista blues americano Eddie Boyd intitolato appunto Eddie Boyd And His Blues Band Featuring Peter Green, dove suonavano anche Aynsley Dunbar, John McVie e Mayall, praticamente tutti i Bluesbreakers, album che insieme a 7936 South Rhodes, registrato l’anno successivo insieme ai Fleetwood Mac, se riusciste a trovarli in giro,  vi consiglierei di fare vostri, in quanto si tratta di due eccellenti esempi di blues elettrico della più bell’acqua.

Facciamo un breve passo indietro e per chi non lo conoscesse inquadriamo la figura di Peter Green, uno dei più grandi talenti della chitarra, subito dopo la triade Clapton/Beck/Page, l’irraggiungibile Jimi Hendrix e, forse, pochi altri, tanto che la rivista Rolling Stone ancora in anni recenti lo poneva al numero 58 dei “Più Grandi Chitarristi Di Tutti I Tempi” (ma secondo me meriterebbe di stare molto più in alto) e Guitar Player ha inserito il timbro della sua Gibson Les Paul nel brano strumentale The Supernatural  tra i 50 più ricercati della storia, e infine Mojo, ancora nel 1996, lo poneva al terzo posto assoluto.

Questo solo a mero livello statistico, ma non possiamo dimenticare che B.B. King lo ha sempre considerato uno dei musicisti che aveva il timbro di chitarra più “dolce”, l’unico che era in grado di fargli venire i sudori freddi mentre lo ascoltava. E così vale per tantissimi altri suoi colleghi, da Clapton e Page che lo ammiravano, passando per il suo discepolo Gary Moore che ha ereditato la Gibson Les Paul del 1959, poi acquistata da Kirk Hammett dei Metallica per due milioni di dollari: sarà vero, mi sembra una cifra un tantino esagerata? E tra i tanti che sono stati influenzati dallo stile di Green e si sono espressi con parole di grande rispetto, oltre a Moore, ricordiamo gente come Joe Perry, Andy Powell dei Wishbone Ash, Rich Robinson dei Black Crowes e molti altri. Uno stile che era basato su una grande maestria negli shuffle blues, ma che raggiungeva però il suo massimo splendore in quelle “scale minori” dove Peter otteneva questo “magico” vibrato attraverso il feedback controllato della sua chitarra, un suono pulitissimo tutto feeling e quella serie di note di dieci secondi circa, poi ripetute e sostenute, come nella appena citata The Supernatural e in molti altri brani del repertorio dei Fleetwood Mac, da Black Magic Woman allo strumentale Albatross passando per Man Of The World, fino a sviluppare in seguito un approccio decisamente più rock e tirato, con uno stile più complesso che, nel breve periodo che va dalla seconda metà del 1969 a gran parte del 1970, secondo molti, lo rese il più grande chitarrista dell’epoca (o comunque alla pari con Hendrix e gli altri), impegnato in una delle prime formazioni con due chitarre soliste in un periodo in cui gli Allman Brothers e i Wishbone Ash muovevamo ancora i primi passi.

Gli inizi Blues, Il Periodo Blue Horizon 1967-1969

Nel 1967 esce il primo singolo I Believe My Time Ain’t Long/ Rambling Pony e a settembre entra in formazione John Mcvie e quindi tra novembre e dicembre viene inciso il primo omonimo album, per intenderci quello con in copertina il bidone della spazzatura.

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Fleetwood Mac – Blue Horizon 1968 – ****

Jeremy Spencer, consigliato dal produttore Mike Vernon a Green, che voleva assolutamente un secondo chitarrista in formazione, era un brillante, eclettico e sorprendente virtuoso della slide, grande appassionato di Elmore James e di R&R, un personaggio esuberante e sopra le righe, che faceva da contraltare al più schivo e rigoroso Peter. Il disco fu un successo clamoroso, arrivando fino al 4° posto delle classifiche inglesi vendendo complessivamente più di un milione di copie. L’album non contiene ancora nessuno dei brani classici di Green, ma complessivamente risulta un ottimo disco di Blues, quasi uscisse dalle recondite profondità del South Side di Chicago. La critica, a tutt’oggi, lo considera uno dei dischi seminali di quel fenomeno che fu il British Blues. Mick Fleetwood e John McVie sono una sezione ritmica formidabile (ancora oggi) che permette ai due solisti di improvvisare in piena libertà: Spencer imperversa  con il bottleneck e la sua voce cruda, in versioni sapide di My Heart Beat Like A Hammer, una versione travolgente di Shake Your Moneymaker dove anche Green ci mette del suo, No Place To Go di Howlin’ Wolf con Peter all’armonica, My Baby’s Too Good To Me, l’intensa Cold Black Nighte la potente Got To Move.

Peter Green canta con la sua voce più laconica, ma subito riconoscibile e particolare, le restanti sei: Merry Go Round è uno splendido blues lento, con la chitarra lancinante di Peter ad incantare per il controllo della sua timbrica unica, Long Grey Mare, sempre scritta dal nostro, è un breve shuffle più mosso ed accattivante con Green anche all’armonica, l’unico con Brunning ancora al basso, mentre il traditional Hellhound On My Trail, arrangiato da Green solo per voce e piano è molto rigoroso, Looking For Somebody un altro “bluesone” con uso di armonica, lasciando a I Loved Another Woman il compito di rappresentare quei brani lenti e sognanti, vero marchio di fabbrica del chitarrista di Bethnal Green, unici ed irripetibili, sullo stile di quelli citati prima, con la solista a cesellare note, infine con The World Keep On Turning che illustra anche la sua maestria all’acustica in un blues primigenio.

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NDB. Questo album, come tutti gli altri pubblicati dalla Blue Horizon erano stati raccolti in uno splendido cofanetto di 6 CD The Blue Horizon Sessions 1967-1969, pubblicato dalla Columbia nel 2000, e ricchissimo di miriadi di brani inediti ed outtakes:è fuori produzione, ma se per caso lo trovaste ancora in giro, anche usato, non lasciatevelo sfuggire.

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Mr. Wonderful – Blue Horizon 1968 – ***1/2

Un disco che ha avuto critiche molto discordanti fra loro e non sempre proprio completamente positive, alcuni sono arrivati a dire che Peter Green sembrava “vagare ubriaco nella sua musica”, mentre altri hanno fatto notare che quattro dei brani iniziavano tutti con l’identico riff mutuato dallo stile di Elmore James. Potrebbe esserci un fondo di verità, ma a ben vedere, ed essendo pignoli, un po’ tutti i pezzi di James sono molto somiglianti tra loro e l’atteggiamento di Green, spesso pigro e distratto, potrebbe dare quella impressione riportata poc’anzi.

A me pare comunque un buon album, con alcune punte di eccellenza, anche se in effetti nell’insieme è molto simile al precedente, comunque averne di dischi così, considerando che in alcuni brani ci sono anche i fiati, la futura signora McVie Christine Perfect  che appare alle tastiere e alle armonie vocali e Duster Bennett all’armonica (nel cui disco del 1968 Smiling Like I’m Happy Green suonava in un brano). Stop Messin’ Around è il classico potente shuffle di Green, con uso fiati e il piano della Perfect, I’ve Lost My Baby di Jeremy Spencer è un blues lento ed intensissimo con la guizzante slide in evidenza, Rollin’ Man, ancora di Green, un vivace e mosso errebì, sempre con i fiati e la splendida chitarra del nostro dal timbro limpidissimo che imbastisce un assolo da sballo.

Dust My Broom di Elmore James, è uno quattro dei brani con il riff iniziale identico, ma francamente non vedrei in che altro modo suonarlo, Doctor Brown, in effetti suona simile, e Need Your Love Tonight pure, anche se il ritmo è leggermente più accelerato, ma il blues classico si suonava così (se non si era un genio come Green) e anche Coming Home, essendo sempre di James, legato  a quel tipo di suono, per quanto molto più rallentato, ma l’ultimo brano di Spencer, Evenin’ Boogie,  uno scatenato R&R (altra passione di Jeremy) strumentale, come da titolo viaggia a tutta velocità e i fiati imperversano.

Degli altri pezzi di Green Love That Burns è uno dei suoi magnifici lenti di atmosfera, cantato con grande passione e suonato ancor meglio con la Gibson che distilla feeling a piene mani, e anche If You Be My Baby conferma che Peter Green era uno dei pochi bianchi che poteva competere con i grandi neri del blues, in quanto ad intensità e rigore, Lazy Poker Blues è tirata e vivacissima, con il pianino della Perfect in azione e la chitarra questa volta ingrifata a lanciare fendenti, con la conclusiva Trying Hard To Forget che è un blues duro e puro, un altro lento appassionato e viscerale interpretato con classe cristallina, alla faccia di chi trova questo album scarso.

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The Pious Birds Of Good Omen – Blue Horizon 1969 – ****

Questo disco in teoria (ed anche in pratica) è una sorta di antologia, ma anche uno dei dischi più belli in assoluto dei Fleetwood di quell’epoca (molto bella anche la copertina), in quanto raccoglie alcuni brani usciti solo come singoli, alcuni già pubblicati in English Rose, un album uscito per la Epic ad inizio 1969 solo per il mercato americano, come usava in quei tempi in cui le discografie “transatlantiche” erano spesso diverse tra loro: ci sono alcuni dei capolavori assoluti di Peter Green, la superba Need Your Love So Bad, una ballata meravigliosa dove gli archi e i fiati aggiunti non stonano per nulla, anzi, una canzone che rivaleggia per bellezza struggente con le più belle di B.B. King (e di cui nel CD potenziato presente nel box citato, ci sono ben quattro versioni alternative strepitose).

I Believe My Time Ain’t Long/ Rambling Pony erano i due lati del primo singolo del 1967, The Big Boat e Just The Blues sono due pezzi tratti dalle collaborazioni con il pianista sommo Eddie Boyd, mentre Albatross, pezzo strumentale arrivato al n°1 delle classifiche inglesi, è di fatto una via di mezza tra un brano alla Santo & Johnny e la musica più sublime, dove il pop “orecchiabile” si eleva verso vette di magnificenza assoluta, con le chitarre di Green e del nuovo arrivato Danny Kirwan (entrato in formazione alla fine del 1968, su consiglio di Mick Fleetwood, in quanto Peter Green voleva un altro chitarrista, non essendo Jeremy Spencer più interessato a suonare nei brani di Green)) che vibrano all’unisono in modo da regalare impressioni di solenne magnificenza all’ascoltatore, che credeva di ascoltare forse solo un singolo da classifica, mentre era pura arte, ma in quegli anni succedeva.

E che dire di Black Magic Woman? Il controllo che Peter Green esercita sulle timbriche della sua Gibson Les Paul è superbo, con un riff di abbrivio trillante tra i più riconoscibili di sempre, se poi aggiungiamo che il pezzo è anche una delle costruzioni rock tra le più originali della storia di questa musica, compreso il cambio di tempo nel finale, si sfiora la perfezione. E Carlos Santana, sul pressante suggerimento di Gregg Rolie, che credeva moltissimo nel brano, ci ha costruito sopra una mezza carriera (riconoscendolo peraltro ed invitandolo alla sua induzione nella Rock And Roll Hall Of Fame del 1998, anche se Green non ci fece una gran figura, forse anche a causa di tutte le sue vicissitudini passate e di un pizzico di malizia nell’audio della sua chitarra mixata molto bassa? https://www.youtube.com/watch?v=9ntFjLY5rTc ). L’ultimo singolo contenuto nell’album raccoglie JIgsaw Puzzle Blues e Like Crying, due brevi brani entrambi composizioni di Danny Kirwan, che per certi versi anticipano in parte la futura svolta più rock della band, anche se prima, ad inizio gennaio i Fleetwood Mac si recano a Chicago per registrare un album di blues puro.

Quindi anche se la sequenza cronologica prevederebbe prima Then Play On, registrato tra il 1968 e il 1969 e pubblicato a Settembre del 1969: il seguito della storia lo trovate nella seconda parte dell’articolo.

Fine prima parte.

Bruno Conti

John Mayall Retrospective, Il Grande Padre Bianco Del Blues Parte III

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Terza ed ultima parte.

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Back The Roots – 2 LP Polydor 1971 – ***1/2

Mayall se ne accorge e per il successivo album, il doppio Back To The Roots, che indica le intenzioni fin dal titolo, non solo torna al suo passato più blues, ma invita alle sessions tenute tra Londra e Los Angeles due vecchi “alunni” come Eric Clapton e Mick Taylor: nel disco suonano molti altri musicisti, Keef Hartley e Paul Lagos alla batteria, Harvey Mandel e Jerry McGee alla chitarra (futuro solista della band), Taylor al basso e Johnny Almond a sax e flauto, oltre a Sugarcane Harris al violino. I pezzi  con Clapton, manco a dirlo, sono tra i migliori: Prisons On The Road dove Eric duetta con Harris, Accidental Suicide che però senza batteria incide meno anche se Mick Taylor ed Eric suonano insieme, Home Again, solo armonica, piano e “Slowhand”, Looking At Tomorrow, che sembra proprio un pezzo di Clapton e Goodbye December.

Intendiamoci  niente di memorabile, anche se uniti agli ottimi contributi di Mick Taylor, il bel blues lento Marriage Madness, la vorticosa Full Spead Ahead, una sorta di Room To Move 2 ma elettrica, il gagliardo blues-rock di Mr. Censor Man e l’ottimo blues con uso slide di Force Of Nature, fanno sì che l’album sia più che positivo, uno degli ultimi in questo senso.

Memories – Polydor 1971 **1/2

Il disco successivo che esce sempre nel 1971 a novembre, con Mayall accompagnato ancora da Larry Taylor e da Jerry McGee alle chitarre, lo inseriamo nella discografia anche se certo non brilla per qualità, perché da qui in avanti per trovare dischi veramente belli di John Mayall bisognerà cercarli con il lanternino, almeno per una ventina di anni. Quindi vediamo in futuro cosa troveremo, anche se nel 1972 due dischi molto belli escono ancora, entrambi dal vivo, tratti dai concerti del 1971 a Boston e New York per il primo disco e quello del Whisky A Go Go del 1972, per il secondo

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Jazz Blues Fusion – Polydor 1972 ****

Moving On – Polydor 1972 ***1/2

Il titolo è programmatico ancora una volta e la (big) band che accompagna Mayall è strepitosa, una piccola orchestra che mescola musicisti neri e bianchi con risultati di conseguenza strepitosi. Secondo alcuni è addirittura forse il miglior album di Mayall di sempre: diciamo esclusi quelli con i Bluesbreakers. Comunque è un bel sentire: Clifford Solomon al sax, Blue Mitchell alla tromba, Freddy Robinson alla chitarra e Mayall ad armonica e piano sono i solisti, il solito fantastico Larry Taylor al basso e Ron Selico alla batteria, la sezione ritmica. Ragazzi se suonano: Country Road, la travolgente Good Time Boogie, la jazzata Change Your Ways, il lentone Dry Throat, l’improvvisazione immancabile nei concerti di Mayall di Exercise in C Major for Harmonica (sentire anche l’assolo di Larry Taylor!) e la conclusiva Got To To Be This Way, sono una meglio dell’altra.

Moving On è inferiore, sia pure di poco, ma solo perché la formula era già conosciuta e anche se la formazione si amplia ulteriormente, con l’aggiunta di Ernie Watts, Charles Owens e Freddie Jackson ai fiati, mentre Keef Hartley sostituisce Selico, il primo Live si fa ancora preferire: Worried Mind swinga subito di brutto, Keep Your County è dell’ottimo blues intriso di R&B, Christmas 71 un ottimo lento, Things Go Wrong più mossa ed irruenta, Moving On ha un suono più rock-jazz con ottimi interventi dei fiati, e notevole anche la conclusiva High Pressure Living, ma tutto l’album è comunque di eccellente fattura.

Gli Anni Americani Parte Seconda 1973… The Best Of The Rest

Andiamo poi a pescare gli album veramente interessanti che escono dal 1973 in avanti nel lunghissimo periodo americano che si protrae sino ad oggi, sia pure con qualche disavventura personale lungo il cammino, tipo l’incendio che nel 1979 ha distrutto la casa di Mayall a Laurel Canyon.

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Ten Years Are Gone – 2 LP Polydor -1973 ***1/2

Un buon album metà in studio e metà dal vivo all’ Academy Of Music di NY, che più o meno ripete lo stile dei precedenti, sempre con Freddy Robinson, Blue Mitchell e Keef Hartley, a cui si aggiunge il grande Red Holloway al sax e che vede il ritorno di Sugarcane Harris al violino. Tutti i pezzi meno uno sono firmati da Mayall e si segnalano nella parte live le lunghissime Harmonica Free Form, la “solita” improvvisazione in piena libertà di Mayall al suo strumento preferito ed i più di 17 minuti della jazzata e complessa Dark Of The Night, che contiene anche gli assoli dei vari musicisti. Sugli altri dischi degli anni ’70 direi di stendere un velo pietoso, quasi tutti usciti per la ABC, non ne ricordo uno che valga la pena di menzionare, e anche sui musicisti, a parte forse un giovane Rick Vito, non vale la pena soffermarsi, forse potrei ricordare il live The Last Of The British Blues, ma giusto perché ne ho parafrasato il titolo per usarlo nell’articolo. Bottom Line, uscito nel 1979 per la DJM, ha dei musicisti della madonna che suonano nel disco, Lukather, Tropea, i fratelli Brecker, Ritenour, Jeff Porcaro, un produttore come Bob Johnston, ma ci sarà un motivo per cui è l’unico che non è mai uscito in CD: John Mayall goes funky (giuro), terribile. E anche gli anni ’80 non partono bene, anche se nel 1985 esce per l’australiana AIM un disco che riporta in auge il nome del glorioso combo.

Return Of The Bluesbreakes –AIM 1985 ***

In sei pezzi alla chitarra c’è Mick Taylor, negli altri Don McMinn, registrato in quel di Memphis produce Don Nix, il suono è elettrico e vibrante, Mayall è in buona forma vocale e ha voglia di soffiare nell’armonica. I brani con Mick Taylor sono dal vivo in quel di Washington, DC nel 1982, e l’ex Stones non ha perso la mano. Il concerto completo poi uscirà in CD nel 1994 per la Repertoire con il titolo The 1982 Reunion Concert ***1/2, John McVie al basso e Colin Allen alla batteria.

Chicago Line – Island 1988 ***1/2

Qui si torna a ragionare dopo tanti anni, non c’è solo il nome Bluesbreakers, ma anche due validi chitarristi come Coco Montoya e Walter Trout. Esce in CD per la Castle nel 1990, quasi tutti i pezzi sono di Mayall, meno una cover di Jimmy Rogers e una di Blind Boy Fuller, oltre alla prima versione di uno dei cavalli di battaglia di Trout come Life In the Jungle. Blues-rock di buona fattura con due solisti finalmente degni degli anni d’oro dei Bluesbreakers.

A Sense Of Place – Island 1990 ***1/2

Altro disco di buona qualità e altro grande chitarrista che suona a fianco di Mayall: questa volta ad affiancare Coco Montoya c’è un altro eccellente musicista, reduce dai lavori con John Hiatt e Zachary Richard: arriva Sonny Landreth alla slide. Alla batteria, fisso dal 1985 al 2008 c’è sempre il fido Joe Yuele.

Wake Up Call – Silvertone 1993 ***1/2

Nuova etichetta, la Silvertone, per l’ultimo disco con Coco Montoya: per l’occasione Mayall chiama a raccolta parecchi amici per un altro album solido, ricco di energia e buona musica,  e chitarristi come piovesse: Buddy Guy, che è anche la seconda voce solista nel tiratissimo slow blues I Could Cry, Mick Taylor, Albert Collins e David Grissom, con Mavis Staples che canta la title track.

Da Spinning Coin ***1/2 del 1995, se mi passate la battuta, arriva un “grosso” chitarrista, Buddy Whittington che al di là delle dimensioni fisiche è anche un solista di indubbio valore, tanto che rimarrà con Mayall e i Bluesbreakers fino al 2007. Nel 2001 esce un altro album celebrativo della serie.

John Mayall & Friends – Along For The Ride – Eagle Records ***1/2

A fianco di Whittington troviamo Davy Graham, Peter Green, Steve Miller, Steve Cropper, Billy Gibbons, Gary Moore, Jeff Healey, Jonny Lang e l’immancabile Mick Taylor. E sono solo I chitarristi: altri ospiti Dick Heckstall-Smith al sax, Reese Wynans e Billy Preston alle tastiere, più qualche cantante assortito tipo Chris Rea, Otis Rush, Andy Fairweather-Low ed altri amici. Tredici brani e non ne ricordo uno scarso, aggiungere alla lista dei must have. E nel 2003, sempre a proposito di dischi celebrativi, per i 70 anni di Mayall esce,sia in CD che in DVD, il superbo disco dal vivo

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70th Birthday Concert – Eagle 2003 – ****

Serata memorabile che vede il ritorno sul palco dopo oltre 40 anni di Eric Clapton che si riunisce con il suo vecchio mentore.Tra gli ospiti anche Mick Taylor che è la chitarra solista in tutto il concerto, ben spalleggiato da Whittington, e tra le sorprese il vecchio “nemico” Chris Barber al trombone. Repertorio superlativo con Clapton che canta Hoochie Coochie Man e I’m Tore Down e maramaldeggia alla chitarra in splendide versioni  di Hide Away, All Your Love e in una chilometrica, oltre 18 minuti, Have You Heard, che è pura goduria. E il resto non è chi sia scarso, anzi, per usare un fine eufemismo, anche se non siamo di fronte a dei giovanotti, mi scappa un bel minchia se suonano! Direi che fa parte dei dischi imperdibili di John Mayall. Fino al recente Nobody Told Me ****,  36° disco di studio, che lo ha riportato ai vertici assoluti della sua produzione, direi che non ci sono altri album da ricordare, benché A Special Life del 2014 era comunque un buon disco.

Tra le innumerevoli antologie e dischi dal vivo, molti dei quali non sono più disponibili, andrebbero segnalati i due recenti volumi  Live In 1967 Vol. 1&2, peccato che non siano incisi molto bene. Tra le antologie, anche se non più disponibili da parecchio tempo, ma magari verranno ristampate prima o poi, vorrei ricordare ancora i due doppi London Blues 1964-1969 e Room To Move 1969-1974, entrambi ****.  Tra quelli già citati nell’articolo Looking Back ***1/2  del 1971, che raccoglie, singoli, b-sides e inediti. Viceversa tra le cose più recenti Live At The BBC ***1/2 CD della Decca/Universal del 2007, che riporta le registrazioni tra il 1965 e il 1967. Molto interessante anche l’antologia uscita nel 2010 per la Hip-O- Select del gruppo Universal , un cofanetto da 4 CD So Many Roads: An Anthology 1964-1974 ****, però pure questa era a tiratura limitata e non si trova più in commercio.

Quindi augurando lunga vita a John Mayall, magari sarebbe il momento ideale per pubblicare un bel box retrospettivo per festeggiare i suoi 85 anni compiuti.

Bruno Conti

John Mayall Retrospective, Il Grande Padre Bianco Del Blues Parte II

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Seconda Parte

A questo punto John  Mayall è praticamente di nuovo senza gruppo, ma il vecchio John si inventa un nuovo chitarrista, questa volta di 18 anni, e nei Bluesbreakers arriva Mick Taylor per registrare

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Crusade – Decca 1967 ****

E per l’occasione quel diavolo di un Mayall si inventa anche un sestetto con due fiati fissi in formazione, i sassofonisti Rip Kant e Chris Mercer, realizzando un disco, Crusade, che arriva fino all’ottavo posto delle classifiche nel settembre del 1967, anche perché comunque in quegli anni la concorrenza (Beatles e Stones per iniziare, ma pure il resto) non scherzava. John McVie è ancora il bassista, ma alla batteria c’è il nuovo Keef Hartley (che poi fonderà la sua ottima band basata su questo tipo di suono “Jazz-rock”). Nella solita edizione espansa in CD ci sono parecchie bonus, di cui ben otto ancora con Green, tutte estratte peraltro dalla compilation del 1971 Thru The Years, e per non farsi mancare nulla a novembre pubblica anche The Blues Alone ***, un album, come dice il titolo, registrato a maggio in solitaria, prima di A Hard Road, con il solo aiuto di Keef Hartley alle percussioni.

Il 1968 inizia come era finito l’anno precedente: dopo una pausa di qualche mese John Mayall ad aprile entra in studio, sempre con la produzione di Mike Vernon, per registrare quello che sarà l’ultimo album a portare la sigla Bluesbreakers. Si tratta di

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 Bare Wires – Decca 1968 ***1/2

Disco che accentua lo spostamento verso atmosfere più jazz e in un certo senso ancora una volta anticipa i fermenti della scena musicale inglese, che da lì a poco inizierà a proporre le prime band jazz-rock, una delle quali nascerà proprio dall’abbandono di tre dei componenti della band presenti in questo album, John Hiseman alla batteria, Tony Reeves al basso e Dick Hecktall-Smith al sax, tutti confluiranno nei Colosseum. Mick Taylor è ancora la chitarra solista, Chris Mercer e Henry Lowther (anche al violino) sono gli altri due musicisti impegnati ai fiati, e stranamente Bare Wires, uno degli album più “difficili”  incisi da Mayall fino a quel momento , diventa anche quello di maggior successo, arrivando fino al 3° posto delle charts.

Non male per un disco dove la prima facciata contiene una unica lunga suite di quasi 23 minuti Bare Wires Suite, anche se poi in effetti si tratta di un medley di sette brani uniti tra loro, che comunque vira decisamente verso un sound a tratti lontano dal blues abituale dei dischi precedenti, con qualche deriva prog grazie alla presenza del violino di Lowther, ma Taylor fa sentire sempre la sua presenza, sia nella suite che nella “strana” No Reply, solo armonica e chitarra wah-wah a duettare, o nel R&R strumentale Quits, scritto dallo stesso Mick, come pure nel lancinante blues lento Killing Time. Tra le bonus le più interessanti sarebbero quelle estratte da Primal Solos, che però sono incise veramente maluccio, molto meglio i due pezzi Knocker’s Step Forward e Hide And Seek, due potenti blues-rock con Taylor al meglio, che usciranno su Thru The Years nel 1971. In quel periodo era transitato in formazione anche il 15enne Andy Fraser, poi nei Free, ma per il disco successivo, l’ultimo con Mick Taylor, arrivano Colin Allen alla batteria e Stephen Thompson al basso. Il nuovo disco che esce sempre nel 1968 a novembre, nonostante il titolo non è registrato negli Stati Uniti (anche se poi Mayall andrà a vivere proprio in California dal 1969 al 1979), ma al solito a Londra negli studi della Decca, con Mike Vernon alla produzione.

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Blues From Laurel Canyon – Decca 1968 – ****

Ancora una volta oltre al blues ci sono altri elementi sonori, con Taylor impegnato anche alla pedal steel e Allen alle tablas. I testi raccontano dei viaggi e dei primi incontri californiani di John, mentre le canzoni sono tutte legate tra loro senza soluzione di continuità e Mick suona alla grande la solista in un album dal suono potente come testimoniano l’iniziale Vacation, una Walking On Sunset che ricorda molto il boogie dei Canned Heat, l’intima e sognante ballata Laurel Canyon Home, la tirata 2401, con ottimo lavoro di slide di Taylor, brano che ricorda il suono di band british blues come Ten Years After, Savoy Brown, Chicken Shack e per certi versi anche degli Stones, che evidentemente ascoltano attentamente il lavoro del loro futuro compagno. Ready To Rise è un” bluesaccio” Chicago Style alla Muddy Waters, mentre The Bear è sicuramente dedicata Bob Hite dei Canned Heat. In Long Gone Midnight c’è una rimpatriata di Peter Green sempre grande alla chitarra, lasciando per ultima la lunga Fly Tomorrow, quasi 9 minuti con introduzione orientaleggiante delle tablas di Allen e poi  una parte rock che si dipana su un esteso e splendido assolo di chitarra dove Mick Taylor prima di congedarsi dà il meglio di sé.

Gli Anni Americani Prima Parte 1969-1972

Dopo il divorzio dalla Decca, la casa inglese, prima, durante e anche dopo la fine del contratto, pubblica molti dischi che sono raccolte, antologie di materiale dal vivo e inedito, non sempre particolarmente interessanti e spesso incise anche con mezzi tecnici diciamo “poveri”. Comunque il primo album che esce per la Polydor nel 1969 è un (mezzo) capolavoro.

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The Turning Point – Polydor 1969 ****

Dopo il suo album più rock ed elettrico, Blues From Laurel Canyon, Mayall  per l’esordio con la Polydor decide di lanciarsi in un nuovo progetto di “low volume music”, senza batteria e chitarra elettrica, mantenendo Stephen Thompson al basso, e Johnny Almond al sax alto e tenore e flauto, oltre ad introdurre il nuovo membro Jon Mark, virtuoso della chitarra acustica e futuro socio di avventura di Almond, in quella splendida band che risponde al nome di Mark-Almond  che realizzerà una serie di meravigliosi album elettroacustici negli anni ’70. Per il momento Mayall e compagni si ritrovano il 12 luglio del 1969 al Fillmore East di New York per registrare questo disco acustico che segna davvero un “punto di svolta” nella musica rock dell’epoca, un po’ come sarà quasi contemporaneamente per il primo disco degli Hot Tuna.

Solo sette tracce (più le tre aggiunte nella ristampa in CD del 2000), ma una più bella dell’altra: la “politica” The Laws Must Change, ancorata come tutti i brani dal solido groove del basso di Thompson, vive sulle improvvisazioni dell’armonica di Mayall, del flauto di Almond e dell’acustica di Mark, usata anche in funzione ritmica. La musica è vivida ed “elettrica” anche in questa veste “unplugged”,  la delicata Saw Mill Gulch Road, con Mayall impegnato alla slide elettrica, I’m Gonna Fight for You J.B, dedicata a JB Lenoir, uno dei miti di John, un blues acustico che ricorda certe cose di Jansch e Renbourn, con e senza Pentangle, So Hard To Share, con un ottimo Johnny Almond al sax, è uno dei brani più complessi, mentre la splendida California, che apriva la seconda facciata del vecchio LP, come la precedente, anticipa il suono dei dischi di Mark-Almond, tra folk, jazz, rock e canzone d’autore, quasi dieci minuti di pura magia sonora.

Anche Thoughts About Roxanne  vede come autori Mayall, Thompson e Fischer Thompson, ed è un altro lungo brano meditativo e ricercato, prima di lasciare spazio a Room To Move, un brano devastante dove John Mayall rilascia alcune improvvisazioni  fenomenali  per voce ed armonica prese a velocità supersoniche, un pezzo che qualcuno ha definito “incomparabile”: concordo. Tra le bonus Sleeping By Her Side, dove si apprezzano il fingerpicking di Mark e il flauto di Almond.

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Empty Rooms – Polydor 1969 ***1/2

Empty Rooms esce alla fine dell’anno, stessa formazione, con l’aggiunta di Larry Taylor al basso in un pezzo, e cerca di replicare anche in studio il suono di Turning Point, in parte riuscendoci: spiccano la sinuosa Don’t Waste My Time, l’intensa Plan Your Revolution, il folk della sognante Don’t Pick A Flower, le 12 battute di Something New, Waiting For The Right Time, che anticipa certe atmosfere di John Martyn e Nick Drake, l’intricato finger picking di Counting The Days, anche se non tutti i brani sono al livello del  disco precedente.

 

USA Union – Polydor 1970 ***

Dopo quasi un anno esce questo album: sempre formazione senza batteria, Larry Taylor rimane al basso, portandosi dietro il vecchio socio dei Canned Heat, Harvey Mandel alla solista, ed arriva Don “Sugarcane” Harris al violino, dai Mothers Of Invention di Frank Zappa. Quindi nuove ricerche di differenti formule sonore, ma questa volta “l’esperimento” pare meno riuscito. Tutto composto di canzoni d’amore per la fiamma dell’epoca Nancy Throckmorton (già soggetto delle canzoni del precedente Empty Rooms) presenta però anche uno dei primi brani “ecologici” dell’epoca, anticipatore delle future lotte a favore della natura in pericolo, la profetica Nature’s Disappearing, che è anche il brano migliore del disco, con l’armonica di Mayall a duettare con la solista di Mandel e il violino di Harris, mentre il basso pulsante di Taylor è spesso prodigioso. In una sorta di “inseguimento” con gli Hot Tuna, che avevano introdotto Papa John Creach al violino, anche Sugarcane Harris è spesso protagonista con il suo strumento elettrificato di frequente usato con il pedale wah-wah come In You Must Be Crazy, nella romantica Night Flyer, mentre nel barrellhouse di Where Did My Legs Go il protagonista è il piano di John, ma nell’insieme il disco, risentito oggi, è in parte moscio e deludente.

Fine seconda parte, segue.

Bruno Conti

85 E Non Sentirli: Il Suo Miglior Album Da Oltre 40 Anni. John Mayall – Nobody Told Me

john mayall nobody told me

John Mayall – Nobody Told Me – Forty Below Records

John Mayall a novembre ha compiuto 85 anni, ma sembra non avere alcuna intenzione di chiudere la sua carriera: da qualche anno, più o meno in coincidenza con il 70th Birthday Concert, dove a festeggiare con lui l’avvenimento c’erano Eric Clapton e Mick Taylor, due dei suoi “alunni” preferiti nei Bluesbreakers, il musicista di Macclesfield, ha ripreso – ma aveva mai smesso? Sì, direi dalla metà anni ’70 e per buona parte degli ’80 – a macinare dischi di buona fattura, e soprattutto dal 2014, anno in cui ha firmato con la Forty Below Records, l’etichetta di Los Angeles fondata da Eric Corne (che produce con Mayall, anche questo Nobody Told Me), sta pubblicando una serie di album di buona fattura, inframmezzati anche dalla pubblicazione di materiale dal vivo d’archivio, come i due Live In 1967 https://discoclub.myblog.it/2016/05/10/chi-si-accontenta-gode-john-mayalls-bluesbreakers-live-1967-volume-two/ . Lo scorso anno era uscito pure un Three For Road, sempre Live, dove il nostro amico si esibiva appunto dal vivo, rivisitando il suo vecchio materiale, in una formazione priva , per la prima volta da molti anni, della chitarra solista, ed il risultato, come testimoniato su queste pagine virtuali, era stato più che soddisfacente https://discoclub.myblog.it/2018/04/05/quasi-85-anni-ma-ancora-in-gran-forma-john-mayall-three-for-the-road/ . Però già nel corso dello stesso 2018 aveva reintrodotto un (anzi una, per la prima volta una donna) chitarrista, la bravissima Carolyn Wonderland. 

Il nuovo disco in studio (se ho fatto bene i conti, dovrebbe essere il numero 36, a fronte più o meno di altrettanti Live e anche come raccolte ed antologie varie siamo su quella cifra, superando quindi i cento album complessivi in una discografia monumentale) è stato registrato tra gennaio e febbraio del 2018 allo studio 606 di Nothridge, California, di proprietà dei Foo Fighters, e per ribadire il concetto espresso dal buon John che” era tempo ancora una volta di utilizzare il fuoco di una chitarra elettrica” nella propria musica, e per non farsi mancare nulla, oltre alla Wonderland, ci sono ben cinque altri solisti impiegati come ospiti nel nuovo album, che risulta essere addirittura uno dei  più belli in assoluto della sua lunga carriera, a tratti in grado di rivaleggiare, come impeto e forza, con gli album classici degli anni ’60 e primissimi anni ’70. Lo stesso Mayall, a dispetto dell’età. è in grande spolvero a livello vocale, la sezione ritmica, con Greg Rzab al basso e Jay Davenport alla batteria, non fa rimpiangere quelle dei suddetti album, e poi gli ospiti, che ora vediamo, aggiungono proprio “fuoco”e fiamme, senza mai andare sopra le righe, nelle varie esibizioni, con il bonus in alcuni pezzi anche di una sezione fiati guidata da Ron Dziubla al sax.

Sarà anche “solo” un disco di blues elettrico, ma fatto da uno dei maestri assoluti del genere, che pare avere azzeccato, con l’aiuto di Corne,anche la scelta del materiale: What Have I Done Wrong, il celebre brano di Magic Sam, con uso della pimpante sezione fiati, presenta Joe Bonamassa come chitarra solista a fianco della Wonderland, perfetto in un misurato e reiterato assolo che ricorda molto il suo idolo Eric Clapton, ma anche, visto l’uso dei fiati, il suono dell’album Crusade, con Mayall che canta veramente alla grande. The Moon Is Full è un pezzo scritto da Gwendolyn, la moglie di Albert Collins, ed ha la forza dirompente dei migliori brani del chitarrista nero, grazie ad una prestazione sontuosa di Larry McCray alla solista, inconsueta la scelta del brano dove appare il canadese Alex Lifeson dei Rush (bellissimo il suo assolo peraltro), per un omaggio al compatriota Jeff Healey, in un brano dal suono classicheggiante Evil And Here To Stay, con la prima apparizione dell’armonica di Mayall, ottimo anche il lavoro al piano.

Anche Todd Rundgren, che dimostra di saper maneggiare il blues, pesca nel passato un brano di Little Milton, la fiatistica e gagliarda That’s What Love Will Make You Do; il primo dei tre brani dove Carolyn Wonderland è la chitarra solista, stranamente è un pezzo scritto proprio da Joe Bonamassa, una sinuosa Distant Lonesome Train a tutta slide, seguita da Delta Hurricane, un pezzo degli Uptown Horns, quindi con uso fiati, già nel repertorio di Larry McCray, dove per gli interscambi la chitarra solista è proprio quella di Bonamassa, sempre molto misurato ma anche decisamente “vigoroso”. Larry McCray torna per un omaggio al blues-rock di Gary Moore, con un brano del chitarrista irlandese, la flessuosa The Hurt Inside dalla solista fluente, anche in modalità wah-wah. L’ultimo ospite in ordine di apparizione è Steven Van Zandt, alle prese con un pezzo nuovo di Mayall, It’s So Tough, un brano a tempo di shuffle, puro Chicago blues, ma non mancano altre due canzoni scritte da Mayall, entrambe con la Wonderland come chitarra solista, la mossa  e brillante Like It Like You Do, e l’unico lento dell’album Nobody Told Me, un intenso slow cantato con gran classe da Mayall, con la Wonderland a centellinare note, per chiudere un album veramente splendido e sorprendente. Non lasciatevelo sfuggire. Esce domani 22 febbraio.

Bruno Conti

Non Solo Sopravvive Ma Prospera, Ogni Disco E’ Più Bello Del Precedente! Walter Trout – Survivor Blues

walter trout survivor blues

Walter Trout – Survivor Blues – Mascot/Provogue CD

Da quando nel 2014 Walter Trout ha pubblicato un album https://discoclub.myblog.it/2014/05/19/disco-la-vita-walter-trout-the-blues-came-callin/ che raccontava la sua dura lotta con un tumore al fegato quasi terminale, le cose sono cambiate radicalmente. il cantante e chitarrista americano ha subito un trapianto che ha risolto i suoi problemi di salute che sembravano ormai irrimediabili: non solo, Trout, dopo lo scampato pericolo (e anche durante), ha poi inanellato una serie di album, in studio e dal vivo, veramente di grande qualità, l’ultimo era stato https://discoclub.myblog.it/2017/08/29/tutti-insieme-appassionatamente-difficile-fare-meglio-walter-trout-and-friends-were-all-in-this-together/ uscito nell’estate del 2017, in cui aveva chiamato a raccolta una serie di amici per un disco che celebrava la sua musica, ovvero il blues. Non contento dei risultati ottenuti negli ultimi anni il buon Walter insiste e rilancia con questo Survivor Blues, un disco di cover, pescate nel repertorio delle 12 battute, ma cercando perlopiù brani poco noti, in qualche caso anche di autori sconosciuti ai più (ma non agli appassionati): ed il risultato, ancora una volta, è eccellente, un ennesimo album di blues (rock) suonato e cantato con grande classe e impeto. Per una volta la formula classica dei dischi della Mascot/Provogue che prevede la presenza spesso massiccia di ospiti è stata disattesa, nell’album ce ne sono solo due Sugaray Rayford Robby Krieger, e quindi il protagonista assoluto è Walter Trout, o meglio la sua chitarra, che spazia in lungo e in largo nel repertorio classico del blues.

Perché, a ben guardare, come dicevo poc’anzi, per chi ama il genere, quasi tutti i nomi degli autori dei brani non sono certo minori: a partire dal grande Jimmy Dawkins, uno degli esponenti storici del Chicago sound elettrico di casa Delmark, presente con Me, My Guitar And The Blues, che è una sorta di manifesto programmatico di questo album, il classico slow intenso e lancinante, dove Walter Trout, anche in ottima forma vocale, eccelle con la sua fluida chitarra, grazie ad un suono lirico ed intenso, dove si apprezzano anche il piano e l’organo di Skip Edwards, e la perfetta sezione ritmica formata da Johnny Griparic al basso e Michael Leasure alla batteria, fedeli compagni di avventura da qualche anno a questa parte, comunque la serie di assoli prodotti è veramente da sballo. Il produttore Eric Corne, all’opera pure nei dischi precedenti, è il proprietario della Forty Below Records, l’etichetta per la quale incide John Mayall (di cui vi preannuncio Nobody Told Me, un disco strepitoso in uscita verso fine febbraio), un profondo conoscitore della materia che fa un lavoro quasi certosino nella ricerca della migliori sonorità, rigorose ma con molte nuances che lo avvicinano al rock-blues più classico di Trout, il tutto registrato negli studi di Los Angeles di proprietà di Krieger. Be Careful How You Vote, un brano scritto da Sunnyland Slim ricorda nell’andatura le canzoni più vibranti dei Bluesbreakers di Mayall, nei quali Trout, che qui suona anche all’armonica, ha militato ad inizio carriera: suono potente, sempre con la chitarra in grande evidenza; mentre in Woman Don’t Lie, firmata da Luther Johnson ed uno dei pezzi più “oscuri” del CD, come voce duettante con Walter appare il bravissimo Sugaray Rayford, uno dei cantanti più scintillanti del “nuovo” blues, che ricordiamo oltre che nei suoi album solisti nei Mannish Boys, per una canzone sempre ricca di grande forza ed energia.

Sadie, dal repertorio del grande Hound Dog Taylor, è meno scoppiettante dei boogie che siamo soliti accostare al musicista di Chicago, altro punto di forza della etichetta Delmark, ma la canzone gode comunque di un brillante crescendo e oltre alla solista di Walter si apprezza anche il lavoro dell’organo di Edwards; Please Love Me, sempre incalzante nel suo dipanars,i e con Edwards che passa al piano, arriva dal songbook di B.B. King ma è qui trasformata in blues-rock di grande impeto dalle solite folate della solista di Trout, che poi decide di rendere omaggio al suo vecchio datore di lavoro, con uno dei brani più belli scritti da John Mayall, ovvero Nature’s Disappearing, in origine su Usa Union del 1970, la canzone conserva il suo messaggio ecologico ante litteram anche ai giorni nostri https://www.youtube.com/watch?v=9aGft_2FvL8 , e grazie ad un arrangiamento più intimo e rilassato, dove spicca di nuovo l’armonica e una chitarra più misurata e ricca di feeling, conferma l’estrema varietà di temi sonori affrontati nel disco. Red Sun, si trova su un disco della Floyd Lee Band, una band canadese di cui non avevo onestamente mai sentito parlare, e in cui milita il suo autore, tale Joel Poluck, in ogni caso un bel pezzo rock-blues grintoso e ad alta densità chitarristica, con Walter Trout che al solito imperversa con la sua vissuta Fender d’ordinanza, con Something Inside Of Me che è il secondo lento presente nell’album, che porta la firma di Elmore James, ma non sembra uno dei soliti brani a tutta slide del grande bluesman, e ricorda viceversa nel suo dipanarsi uno dei classici slow alla Eric Clapton, con la chitarra che si libra sempre con vibrante intensità.

It Takes Time è un omaggio ad un altro dei grandi chitarristi della scena di Chicago, ovvero Otis Rush, uno shuffle sempre di notevole vigore, come pure Out Of Bad Luck, che porta l’autorevole firma di Magic Sam, altro maestro della chitarra elettrica, che viene fatto rivivere da un Trout sempre in grande spolvero. Nella parte finale del disco a dare man forte al nostro amico arriva Robby Kieger, il vecchio chitarrista dei Doors, qui alla slide, da sempre grande appassionato di blues, ed i due danno vita ad una rilettura ricca di elettricità del classico pezzo di Fred McDowell Goin’ Down To The River https://www.youtube.com/watch?v=8an0THlYgRI , di nuovo con una atmosfera sonora tesa e diretta che ricorda nuovamente il miglior Eric Clapton alle prese con le 12 battute classiche. E per chiudere un disco veramente splendido che segna la definitiva consacrazione di Walter Trout, ammesso che ce ne fosse bisogno, arriva un altro brano di un autore spesso saccheggiato dai bluesmen bianchi di ieri e di oggi, JB Lenoir, di cui viene ripresa in modo brillante e spettacolare una tersa e scintillante God’s Word, con il chitarrista californiano che ancora una volta si esprime a livelli stellari con la sua chitarra. Il primo grande disco del 2019, assolutamente da avere.

Bruno Conti

Quasi 85 Anni, Ma Ancora In Gran Forma! John Mayall – Three For The Road

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John Mayall – Three For The Road – Forty Below Records

Negli ultimi anni John Mayall sembra avere rivitalizzato la sua carriera, prima con una serie di buoni album di studio, dove era affiancato dalla sua ultima band, in cui spiccava la chitarra solista del bravo Rocky Athas, ed una solida sezione ritmica incentrata su Greg Rzab al basso e Jay Davenport alla batteria http://discoclub.myblog.it/2014/06/05/vere-leggende-del-blues-john-mayall-special-life/ . Ma per il tour del 2017 Mayall ha fatto a meno, per la prima volta da lunga pezza, di un chitarrista, ed è tornato alle radici del blues, per un sound incentrato sulla sua voce, l’armonica e le tastiere, rivisitando molti dei brani incisi nelle diverse fasi della sua carriera. in versioni più scarne del solito, ma vibranti di passione e con la giusta intensità. Il tutto è stato registrato nel corso del tour tedesco dello scorso anno.  Nonostante i quasi 85 anni, da compiersi a fine anno, il musicista inglese è in eccellente forma vocale e si disbriga con classe anche nella parte strumentale, senza fare sentire l’assenza del classico chitarrista dei Bluesbreakers: Big Town Playboy, con l’armonica che sfila spedita, raddoppiata dal piano di Mayall e I Feel So Bad, erano entrambe su dischi recenti della produzione del nostro, 2014 e 2015, e godono anche del suono rotondo della sezione ritmica, soprattutto il basso di Rzab.

The Sum Of Something è un brano dell’ottimo Curtis Salgado, un classico shuffle costruito intorno alle evoluzioni del piano elettrico e il con drive sonoro del Mayall d’annata, mentre per Streamline si risale addirittura ai tempi di Crusade, il quarto album con i Bluesbreakers, qui John passa all’organo e il suono si fa più felpato e raffinato, quasi  jazzato. Tears Came Rolling Down viene dalla metà degli anni ’70, forse un brano minore, ma in questo caso in una versione molto intensa, il classico blues lento con ampio uso di pianoforte, ancora una volta dimostra che il blues se ben suonato ha sempre parecchie frecce al proprio arco, per quasi dieci minuti di ottima musica. Ridin’ On The L&N era addirittura su un vecchissimo EP con Paul Butterfield, e poi è stata inserita nella edizione Deluxe del CD  A Hard Road (quello con Peter Green): per l’occasione in versione più rallentata rispetto ad altre versioni prese a 300 all’ora, penso a quella dei Nine Below Zero, comunque nella parte centrale Mayall si scatena al’armonica con un lungo assolo, dove dimostra ancora tutta la sua perizia alla mouth harp.

Don’t Deny Me si trova sul disco del 2017 Talk About That, un buon blues sapido con John all’organo, e anche Lonely Feelings viene dal recente passato del bluesman britannico, un brano dall’atmosfera sospesa e ricercata, buono ma non memorabile, anche se l’intreccio tra la tastiera in modalità  vibrafono e l’armonica è affascinante. Mentre eccellente è la versione di Congo Square, un brano che era su  A Sense Of Place del 1990, con Coco Montoya e Sonny Landreth alle chitarre: la versione su questo Three For The Road supera gli undici minuti e anche se l’assenza delle chitarre non si può non notare, Mayall a piano ed armonica, ben coadiuvato dalla sezione ritmica. ci dà comunque dentro alle grande con una corposa serie di assolo.  Un bel disco dal vivo, sorprendente e vitale, se dovesse essere l’ultimo un buon commiato.

Bruno Conti

Tutti Insieme Appassionatamente: Difficile Fare Meglio! Walter Trout And Friends – We’re All In This Together

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Walter Trout And Friends – We’re All In This Together – Mascot/Provogue

Quando, nella primavera del 2014, usciva The Blues Came Callin’, una sorta di testamento sonoro per Walter Trout costretto in un letto di ospedale, praticamente quasi in fin di vita, in attesa di un trapianto di fegato che non arrivava, con pochi che avrebbero scommesso sulla sua sopravvivenza http://discoclub.myblog.it/2014/05/19/disco-la-vita-walter-trout-the-blues-came-callin/ . E invece, all’ultimo momento, trovato il donatore, Trout è stato sottoposto all’intervento che lo ha salvato e oggi può raccontarlo. O meglio lo ha già raccontato; prima in Battle Scars, un disco che raccontava la sua lenta ripresa http://discoclub.myblog.it/2015/10/03/storia-lieto-fine-walter-trout-battle-scars/ , con canzoni malinconiche, ma ricche di speranza, che narravano degli anni bui, poi lo scorso anno è uscito il celebrativo doppio dal vivo Alive In Amsterdam http://discoclub.myblog.it/2016/06/05/supplemento-della-domenica-anteprima-walter-trout-alive-amsterdam/  ed ora esce questo nuovo We’re All In This Together, un disco veramente bello, una sorta di “With A Little Help From My Friendso The Sound Of Music, un film musicale che in Italia è stato chiamato “Tutti Insieme Appassionatamente”, un album di duetti, con canzoni scritte appositamente da Trout per l’occasione, e se gli album che lo hanno preceduto erano tutti ottimi, il disco di cui andiamo a parlare è veramente eccellente, probabilmente il migliore della sua carriera.

Prodotto dal fido Eric Come, con la band abituale di Walter, ovvero l’immancabile Sammy Avila alle tastiere, oltre a Mike Leasure alla batteria e Johnny Griparic al basso, il disco, sia per la qualità delle canzoni, tutte nuove e di ottimo livello (a parte una cover), sia per gli ospiti veramente formidabili che si alternano brano dopo brano, è veramente di grande spessore. Questa volta si è andati oltre perché Walter Trout ha pescato anche musicisti di altre etichette, e non ha ristretto il campo solo ai chitarristi (per quanto preponderanti), ma anche ad altri strumentisti e cantanti: si parte subito alla grande con un poderoso shuffle come Gonna Hurt Like Hell dove Kenny Wayne Shepherd e Trout si scambiano potenti sciabolate con le loro soliste e il nostro Walter è anche in grande spolvero vocale. Partenza eccellente che viene confermata in un duetto da incorniciare con il maestro della slide Sonny Landreth (secondo Trout il più grande a questa tecnica di sempre), Ain’t Goin’ Back è un voluttuoso brano dove si respirano profumi di Louisiana, su un ritmo acceso e brillante le chitarre scorrono rapide e sicure in un botta e risposta entusiasmante, quasi libidinoso, ragazzi se suonano; The Other Side Of The Pillow è un blues duro e puro che ci rimanda ai fasti della Chicago anni ’60 della Butterfield Blues Band o del gruppo di Charlie Musselwhite, qui come al solito magnifico all’armonica e alla seconda voce.

Poi arriva a sorpresa, o forse no, una She Listens To The Blackbird, in coppia con Mike Zito, che sembra un brano uscito da Brothers and Sisters degli Allman Brothers più country oriented, un incalzante mid-tempo di stampo southern dove anche i florilegi di Avila aggiungono fascino al lavoro dei due chitarristi; notevole poi l’accoppiata con un ispirato Robben Ford, che rende omaggio a tutte le anime del suo passato, in una strumentale Mr. Davis che unisce jazz, poco, e blues alla Freddie King, molto, con risultati di grande fascino. L’unica cover presente è una torrenziale The Sky Is Crying, un duetto devastante con Warren Haynes, qui credo alla slide, per oltre 7 minuti di slow blues che i due avevano già suonato dal vivo e qui ribadiscono in una magica versione di studio; dopo sei brani incredibili, il funky-blues hendrixiano a tutto wah-wah di Somebody Goin’ Down insieme a Eric Gales, che in un altro disco avrebbe spiccato, qui è solo “normale”, ma comunque niente male, come pure un piacevole She Steals My Heart Away, in coppia con il Winter meno noto, Edgar, impegnato a sax e tastiere, per una “leggera” ballatona di stampo R&B che stempera le atmosfere, mentre nella successiva Crash And Burn registrata insieme allo “spirito affine” Joe Louis Walker , i due ci danno dentro di brutto in un electric blues di grande intensità.

Nel brano Too Much To Carry avrebbe dovuto esserci Curtis Salgado, una delle voci più interessanti del blues’n’soul contemporaneo che però di recente ha avuto un infarto, comunque il sostituto è un altro cantante-armonicista con le contropalle come John Nemeth, che non lo fa rimpiangere http://discoclub.myblog.it/2017/06/27/blues-got-soul-da-una-voce-sopraffina-john-nemeth-feelin-freaky/ . Quando il nostro deciderà di ritirarsi, è già pronto il figlio Jon Trout per sostituirlo, e a giudicare da Do You See Me At All, sarà il più tardi possibile, ma l’imprinting e la classe ci sono. L’unica concessione ad un rock più classico la troviamo in Got Nothin’ Left, un pezzo molto adatto all’ospite Randy Bachman, e come dice lo stesso Trout se chiudete gli occhi può sembrare un pezzo dei vecchi BTO, boogie R&R a tutto riff; naturalmente non poteva mancare uno dei mentori di Walter, quel John Mayall di cui Trout è stato l’ultimo grande Bluesbreaker, i due se la giocano in veste acustica in un Blues For Jimmy T, solo chitarra, armonica e la voce del titolare. La conclusione è affidata ad un blues lento di quelli fantastici, la title-track We’re All In This Together, e sono quasi otto minuti dove Walter Trout e Joe Bonamassa distillano dalle rispettive chitarre una serie di solo di grande pregio e tecnica, e cantano pure alla grande, che poi riassume quello che è questo album, un disco veramente bello dove rock e blues vanno a braccetto con grande ardore e notevole brillantezza, difficile fare meglio. Esce venerdì 1° settembre.

Bruno Conti

Il Ritorno Di Uno Dei Fondatori Del British Blues. Mike Vernon – Just A Little Bit

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Mike Vernon – Just A Little Bit – Cambaya Records/IRD 

Mike Vernon è stato uno dei personaggi più influenti della scena musicale inglese, e dell’allora nascente british blues, dal 1965 in avanti; prima come produttore alla Decca ( ma la sua prima produzione è stata per Five Long Years di Eddie Boyd, su etichetta Fontana), iniziando con l’esordio di John Mayall con i Bluesbreakers, e tutti gli album successivi fino a Blues From Laurel Canyon, ma anche le prime prove di David Bowie, dei Savoy Brown, dei Ten Years After, dei Chicken Shack, nel frattempo fondando anche la Blue Horizon, gloriosa etichetta che tra il 1966 e il 1971 pubblicò alcuni dei migliori dischi del genere, a partire da quelli dei Fleetwood Mac di Peter Green (Di cui avete letto ieri nel Blog, anche se erano quelli “californiani”), tra cui il seminale Blues Jam In Chicago, album che fondeva in modo mirabile i grandi bluesmen neri e le loro controparti bianche, caratteristica sempre presente nelle produzioni di Vernon, grande amante della musica nera, dagli anni ’40 in avanti.

https://www.youtube.com/watch?v=BQjBdROOwH8

Come avranno notato i più attenti lettori ho usato il passato remoto per descrivere il nostro, in quanto da allora in poi il buon Mike ha un po’ vivacchiato, con qualche soprassalto, come quando ha fondato le etichette Indigo e Code Blue negli anni ’90, o quando è ritornato alla produzione nel marzo 2010 per il secondo album del ragazzo prodigio Oli Brown (che si è un po’ perso per strada). Vernon ha anche pubblicato un album solista, Moment Of Madness, nei primi anni ’70, e poi ha partecipato alla storia di alcuni gruppi che definire “minori” è un eufemismo. Quindi, senza volere mancare di rispetto, non è che un nuovo album di Mike era una delle nostre priorità assolute: ma lo ha fatto e quindi parliamone, brevemente. Registrato a Antequera, con una band spagnola, Los Garcia https://www.youtube.com/watch?v=fC2nykC_c0s , il disco ci riporta alle grandi passioni di Vernon: il R&B, il R&R e ovviamente il blues, con note dottissime che tracciano la storia dei brani contenuti in questo Just A Little Bit, che si lascia comunque ascoltare con estremo piacere, anche se il buon Mike non è un cantante formidabile e la sua perizia al kazoo non sopperisce certo ai suoi limiti vocali.

https://www.youtube.com/watch?v=vYdCkS7-B54

Il suono è pimpante e piacevole, molto simile a quello dei dischi fine anni ’60 che il nostro produceva: due chitarre, tastiere, una piccola sezione fiati in alcuni brani, per esempio nell’iniziale Kansas City, ripresa dalla versione più celebre, quella di Wilbert Harrison. Non ci saranno Clapton, Green o Taylor ma i due solisti, presumo fratelli, Gabi e Luis Ignacio Robledo, si disimpegnano con gusto, come altri ospiti che ruotano nella formazione. All By Myself è puro R&R alla Fats Domino, Just A Little Bit è quel R&B che avrebbe influenzato le prime blues band inglesi, The Seventh Son dei due Willie, Dixon e Mabon, è puro Chicago Blues di scuola Chess, Hot Little Mama è un pungente blues di Johnny Guitar Watson. Black Night è un “lentone” di quelli super classici dal repertorio di Charles Brown, mentre Money Honey è proprio il brano poi reso celebre da Elvis Presley e When Things Go Wrong un blues di Tampa Red pescato dalle origini delle 12 battute. Bloodshot Eyes addirittura sfiora territori country/western swing misti a Jump &Jive, molto divertente, come pure la tirata I’m Shakin,’ e Please Send me Someome To love è sempre una signora canzone, come pure le successive Keep Your Hands Off Her e All Around The World, per concludere con una delle canzoni manifesto del R&R Shake Rattle And Roll. In definitiva il CD la sufficienza se la merita, anche per rispetto verso uno delle “eminenze grigie” della storia della nostra musica, mister Mike “Boogie Man” Vernon, anni 71 il 20 novembre.

Bruno Conti

Ci Sono Anche Storie A Lieto Fine! Walter Trout – Battle Scars

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Walter Trout – Battle Scars – Provogue/Mascot

Un anno e qualche mese fa, nella primavera del 2014, concludevo la recensione di quello che avrebbe potuto essere l’ultimo album di Walter Trout The Blues Came Callin’, con un sentito “Forza Walter speriamo che tutto vada bene” http://discoclub.myblog.it/2014/05/19/disco-la-vita-walter-trout-the-blues-came-callin/ . E per una volta tutto è andato bene, alla fine di maggio dello scorso anno Trout ha subito in extremis un trapianto di fegato che gli ha salvato la vita, quando tutto sembrava perduto, grazie all’aiuto disinteressato di Kirby Bryant, la moglie di Danny Bryant, allievo, pupillo ed amico di Walter, che ha coordinato la catena di aiuti finanziari che hanno permesso al chitarrista americano, dopo una lunga convalescenza, di ripresentarsi con questo nuovo album che è una sorta di cronaca buia e dolorosa di quello che è successo, piuttosto che una celebrazione gioiosa per una nuova vita che pare ricominciare a livello musicale, così ha voluto Trout e così è stato.

Il nostro amico si è ripreso, anche se porta le cicatrici della battaglia, le Battle Scars, sul volto e nel fisico, ma non nello spirito indomito che gli ha già permesso di esibirsi alla Royal Albert Hall nello scorso mese di giugno nel Leadbelly Blues Festival, di intraprendere un tour mondiale, prima negli Stati Uniti e poi in Europa (Italia esclusa ovviamente) e ora di pubblicare questo nuovo album che conferma il suo status di blues rocker per eccellenza: senza false piaggerie bisogna riconoscere che Walter Trout non è uno dei grandissimi della storia della chitarra, ma è stato uno dei migliori chitarristi nei periodi intermedi della storia dei Canned Heat e dei Bluesbreakers di John Mayall, prima di intraprendere una lunga carriera solista che dal 1989, anno del suo primo album solista, ad oggi, conta ormai la bellezza di 42 album di cui 18 per la Provogue (dati ufficiali), etichetta che gli è rimasta a fianco anche nel momento del bisogno e che nell’anno della sua malattia, ironia della sorte, aveva lanciato un “Year Of The Trout”, ristampando i suoi album in vinile per festeggiare i 25 anni di carriera e proprio Walter ricorda questo fatto in una delle nuove canzoni, My Ship Came In, aggiungendo, non senza una sana dose di autoironia, “And I Missed It”, ho mancato l’occasione, per la prima volta nella mia carriera una casa discografica mi supporta in modo completo e tutto mi frana intorno.

Tornando a questo Battle Scars, il disco è prodotto dal solito Eric Corne nei Kingsize Soundlabs di Los Angeles, con i fidi collaboratori Sammy Avila alle tastiere e il batterista Michael Leasure, mentre il bassista è il nuovo arrivato Johnny Griparic. Sono 12 brani (con l’edizione deluxe, caratterizzata da un libretto più sfizioso, che avrà un codice per scaricare altri due brani extra) di classico rock-blues alla Walter Trout, niente di più e niente di meno, non aspettatevi voli pindarici o grandi cambiamenti in vista, se amate quel rock grintoso ma anche capace di finezze e momenti ricercati, e soprattutto tanta chitarra, qui troverete pane per i vostri denti: i titoli, e i testi, sin dall’iniziale Almost Gone, vertono intorno alla vicenda umana di Trout, ma la musica non ha perso un briciolo del vecchio vigore (e comunque anche The Blues Came Callin’, uscito nel pieno del dramma, era un ottimo disco), con il buon Walter che si esibisce con profitto anche all’armonica, prima di rilasciare i suoi classici strali chitarristici, sarà il solito rock-blues ma questo signore suona, caspita se suona.

Come ribadisce nell’eccellente Omaha, preceduto da un breve preludio strumentale, brano che racconta i mesi di attesa nel centro intensivo del Nebraska Medical Center, e che ha il classico sound del miglior hard rock targato 70’s, niente di nuovo ma suonato con passione e competenza e anche Tomorrow Seems So Far Away, sempre con le tastiere di Avila in bella evidenza, viaggia su queste coordinate sonore, la band tira la volata e Trout con armonica e chitarra si sbizzarrisce nei suoi soli. Forse è una formula risaputa ma fortunatamente ci sono anche variazioni al tema, come nella bella ballata melodica Please Take Me Home, o in un feroce brano quasi di stampo southern-rock come Playin’ Hideaway, dove la chitarra viaggia alla grande. Haunted By The Night e Fly Away sono ulteriori variazioni di questa formula rock, come pure Move on che la ribadisce, il tutto sostenuto dal lavoro della solista di Trout che è la vera protagonista dell’album. La già citata My Ship Came In, con armonica e slide in evidenza sposta il sound verso un blues energico prima di lasciare spazio ad una Cold Cold Ground, che è la classica hard blues ballad con influenze hendrixiane, tipica del repertorio del nostro che ci lascia sulle note di speranza di Gonna Live Again, un pezzo solo voce e chitarra acustica che è una oasi di tranquillità in un disco per il resto piuttosto tirato e poco blues.

Esce il 23 ottobre.

Bruno Conti

Novità Di Settembre (E Di Fine Agosto) Parte I. John Mayall, PIL, The Arcs, Leo Sayer, The Strypes, Jackie Greene, Nathaniel Rateliff

john mayall find a way

Come al solito a metà agosto facciamo un piccolo giro sulle principali (almeno per chi scrive) novità discografiche in uscita durante il mese di settembre, oltre a qualche titolo che sarà pubblicato nella parte finale di agosto, esclusi quelli di cui si è già parlato sul Blog, tipo il box dei Taste e altro. Nei prossimi giorni comunque non mancheranno le recensioni di alcuni dei titoli più interessanti usciti in queste giornate ferragostane e i soliti “recuperi per le vacanze”. Ho cercato di mantenere le uscite di settembre in ordine cronologico, con l’eccezione dei quattro titoli in uscita tra il 21 e il 28 agosto che trovate alla fine del post. Per cui possiamo partire.

Iniziamo con il nuovo album di John Mayall Find A Way To Care, etichetta Forty Below Records, stessa formazione del precedente A Special Life, un ottimo album che aveva segnalato una sorta di nuova vita (musicale) per Mayall, la terza o la quarta, come avete potuto leggere sul Blog http://discoclub.myblog.it/2014/06/05/vere-leggende-del-blues-john-mayall-special-life/. Diciamo subito che il nuovo album conferma questa ritrovata vena e aggiunge una sezione fiati per variare ulteriormente il menu. Esce il 4 settembre.

pil what the world needs now

Nuovo titolo anche per i PIL Public Image Ltd di John Lydon, What The World Needs Now…, che non è il titolo della famosa canzone di Burt Bacharach, decimo album di studio per la band inglese, a tre anni dal precedente This Is Pil, registrato lo scorso anno negli studi Wincraft di proprietà di Steve Winwood, esce sempre il 4 settembre per la loro etichetta Pil Official Limited.

the arcs yours dreamily

The Arcs Yours Dreamily, è il nuovo album della “nuova” band fondata da Dan Auerbach dei Black Keys con un gruppo eterogeneo di musicisti che spazia da Leon Michels, fondatore dell’etichetta Truth And Soul Records (quella di Lee Fields And Expressions, Aloe Blacc e di alcuni remix americani di Amy Winehouse, quindi parliamo di soul), Richard Swift, il bassista per i tour dei Black Keys, Homer Steinweiss della Menahan Street Band, altro gruppo funk & soul, Nick Movshon, collaboratore della Winehouse, l’ottimo chitarrista Kenny Vaughan e per finire la band femminile Mariachi Flor de Toloache. Risultato del disco che uscirà il 4 settembre per la Nonesuch? Giudicate voi… https://www.youtube.com/watch?v=3CyjGhVua_s

Così a occhio, anzi a orecchio mi sembra molto meglio delle ultime cose dei Black Keys.

leo sayer restless years

Altro ritorno inatteso. Nuovo disco anche per Leo Sayer, il cantante inglese, con oltre ottanta milioni di dischi venduti nella sua carriera, pubblica questo nuovo Restless Years per la Right Tracks UK, ma attenzione perché il disco, il primo di studio di Sayer da sei anni a questa parte, per i misteri dell’industria discografica, è già in circolazione da alcuni mesi per il mercato australiano, dove il nostro Leo è molto popolare.

  https://www.youtube.com/watch?v=VtjNJj1Ta_A

Passiamo alle tre uscite di agosto.

jackie greene back to birth


Jackie Greene, oltre ad essere stato la chitarra solista negli ultimi anni dei Black Crowes, al momento in congedo, speriamo non illimitato, era un cantautore con una ottima carriera solista, che ora riprende con Back To Birth, il suo ottavo album di studio, pubblicato dalla Yep Rock il 21 agosto, con la produzione di Steve Berlin. Questi i titoli dei brani:

1. Silver Lining https://www.youtube.com/watch?v=ITXcL89cZ5I
2. Now I Can See For Miles
3. A Face Among The Crowd
4. Light Up Your Window https://www.youtube.com/watch?v=ju-k30jOJv0
5. Trust Somebody
6. Motorhome
7. Hallelujah
8. The King is Dead
9. Where The Downhearted Go
10. You Can’t Have Bad Luck All The Time
11. Back To Birth

Per chi conosce già una conferma, agli altri consiglio di investigare, questo è uno di quelli bravi.

nathaniel rateliff and the night sweats

Sempre il 21 agosto (ma per il mercato italiano esce il 28) nuovo album su Stax/Universal per Nathaniel Rateliff. Già l’etichetta fa presagire un cambio di sound per questo Nathaniel Rateliff & The Night Sweats, ma, sempre per chi non conosce, la bravura del soggetto, elogiato più volte in passato su questo blog: http://discoclub.myblog.it/2010/09/26/un-altra-cosa-da-fare-a-denver-nathaniel-rateliff/ e http://discoclub.myblog.it/2014/02/23/il-ritorno-del-giardiniere-nathaniel-rateliff-falling-faster-than-you-can-run/. Come per Greene vale l’avviso, “trattasi di uno bravo”! Take a look and listen https://www.youtube.com/watch?v=daOC7Lz3FiU :

e

strypes little victories deluxe edition strypes little victories cd

Altro gruppo che ispira al passato con ottimi risultati è quello dei giovanissimi irlandesi The Strypes, che giungono al secondo disco Little Victories, dopo che il disco di esordio Snapshot, su etichetta Virgin/EMI/Universal, come questo nuovo, era arrivato fino al 5° posto delle classifiche inglesi (e al n° 2 in Irlanda). Esce in due versioni, sempre il 21 in UK e il 28 agosto da noi, con la Deluxe che avrà quattro bonus tracks:

1. Get Into It  https://www.youtube.com/watch?v=MCdxkq7DHxM
2. I Need To Be Your Only  https://www.youtube.com/watch?v=K7x98Ai4uUg 
3. A Good Night’s Sleep And A Cab Fare Home
4. Eighty-Four
5. Queen Of The Half Crown
6. (I Wanna Be Your) Everyday
7. Best Man
8. Three Streets And A Village Green
9. Now She’s Gone
10. Cruel Brunette
11. Status Update
12. Scumbag City
[Deluxe Edition Bonus Tracks]
13. Fill The Spaces In
14. Lovers Leave
15. Rejection
16. G.O.V.

Se volete saperne di più andate a leggervi quanto detto dal sottoscritto per il precedente album http://discoclub.myblog.it/tag/strypes/, vale anche per questo, c’è ancora speranza per il futuro!

End of part one, alla prossima!

Bruno Conti