Ecco Un Altro Che Di Dischi Ne Fa Pochini! Dale Watson – Under The Influence

dale watson under the influence

Dale Watson – Under The Influence – Red River CD

Dale Watson, countryman nato in Alabama ma texano al 100%, è sempre stato uno prolifico, ma ultimamente non si ferma più, in quanto si è ormai messo a viaggiare al ritmo di due dischi all’anno: lo avevamo da poco lasciato tra bingo ed escrementi di gallina nello strano live Chicken Shit Bingo http://discoclub.myblog.it/2016/10/24/cacca-gallina-vero-chitarre-dale-watson-his-lonestars-live-at-the-big-t-roadhouse/  che subito ci ritroviamo tra le mani questo Under The Influence, nel quale Dale, come suggerisce il titolo, paga il suo tributo ad artisti e canzoni importanti per la sua formazione musicale. Watson, nonostante la prolificità, è uno che raramente delude, magari non farà mai il capolavoro assoluto, ma quando si mette nel lettore uno dei suoi CD si può star certi di passare una quarantina di minuti in compagnia di ottimo country-rock texano, elettrico e pieno di ritmo, tra honky-tonk fulminanti, gustosi swing e ruspanti boogie e rockabilly, con il vocione del nostro a dominare ed il preciso accompagnamento dei fidi Lone Stars (Chris Crepps al basso, Mike Bernal alla batteria, l’ottimo Don Pawlak alla steel, vero strumento protagonista nell’economia del suono della band, oltre a Earl Poole Ball e T Jarod Bonta al piano).

Under The Influence è un disco decisamente più serio del live da poco pubblicato, e ci fa ritrovare il Watson che più apprezziamo, che, alle prese con un repertorio di grandi canzoni come quelle da lui scelte per questo progetto, non può che fare faville: in più, oltre ad indicare come da prassi i titoli dei brani ed i loro autori, Dale specifica anche a quale versione si è ispirato per la sua cover. Ed il risultato è, come potete intuire, decisamente riuscito. Lonely Blue Boy, un successo di Conway Twitty, ha un delizioso sapore retrò, con tanto di cori doo-wop, gran voce di Dale ed un piacevole alone nostalgico https://www.youtube.com/watch?v=6Dxe0gVPu6U ; You’re Humbuggin’ Me, resa nota da Lefty Frizzell, è puro rockabilly texano, fresco, ritmato e coinvolgente, con un ottimo uso del piano, mentre Lucille, il noto brano di Little Richard, è però riproposto basandosi sulla versione di Waylon Jennings, e Watson mantiene intatta l’atmosfera tipica dello scomparso outlaw, voce tonante, suono potente ed un’aria southern che non guasta. Made In Japan (Buck Owens) è country puro e scintillante, con una splendida steel, melodia classica e grande feeling, That’s What I Like About The South appartiene invece al repertorio di Bob Wills ed è, manco a dirlo, un guizzante western swing dal ritmo acceso ed assoli continui, un elemento in cui il nostro si trova particolarmente a suo agio, mentre Here In Frisco è il primo di due tributi a Merle Haggard, un bellissimo slow in puro Bakersfield style, con la voce di Dale che evoca quella del grande Hag.

Ancora country puro con Pretty Red Wine, di Mel Tillis, un brano saltellante, cadenzato e godibilissimo, con gustosi intrecci tra la chitarra di Watson e la steel di Pawlak; Pure Love è un pezzo scritto da Eddie Rabbitt ma reso popolare da Ronnie Milsap, un brano mosso, anch’esso caratterizzato da un motivo molto classico, ma non intriso di pop come ha spesso fatto il famoso cantante non vedente; I Don’t Wanna Go Home è un giusto omaggio a Doug Sahm con una languida ballata, non male ma io avrei preferito un bel tex-mex, o qualcosa che comunque identificasse meglio l’ex Texas Tornado. Il CD si chiude con il ritmato honky-tonk Most Wanted Woman (Roy Head), un tipo di canzone che Dale canta anche sotto la doccia, la ruspante e roccata If You Want To Be My Woman, ancora Haggard, e con il superclassico Long Black Veil, un brano che hanno rifatto in mille (ricordo splendide versioni di The Band, Joan Baez, Mick Jagger con i Chieftains ed anche di Nick Cave), ma Watson si ispira alla famosa rilettura di Johnny Cash, anche se il confronto con l’Uomo in Nero è assai arduo per chiunque.  Un’altra buona prova per Dale Watson: adesso speriamo che si prenda almeno sei mesi di pausa prima di un altro disco.

Marco Verdi

Per Completare La Storia! Roy Buchanan – The Genius Of The Guitar His Early Recordings

roy buchanan the genius of the guitar

Roy Buchanan – The Genius Of The Guitar His Early Recordings – 2 CD Jasmine Records

In un documentario del 1971 Roy Buchanan venne definito “il più grande chitarrista sconosciuto del mondo”, quando non aveva ancora inciso un disco a nome suo, ma anche lui doveva avere avuto un passato ancora più da sconosciuto, e questa doppia antologia della Jazmine va a esaminare gli anni dal 1957 al 1962, quando il nostro era un giovanotto di belle speranze e negli anni del primo R&R, rockabilly e blues muoveva i primi passi come “guitar for hire”, suonando nei dischi di Dale Hawkins (quello di Susie Q per intenderci), Jerry Hawkins, e nel 1960 era il chitarrista della band di Ronnie Hawkins (il cugino di Dale), che poi sarebbe diventata The Band, e il cui bassista era Robbie Robertson, che studiò con attenzione lo stile di questo chitarrista dalla tecnica già allora fenomenale, che avrebbe suonato anche nei dischi di Merle Kilgore e Freddy Cannon, e di vari altri carneadi molto meno noti.

In questo doppio CD sono raccolti ben 44 brani (ma le durate dei pezzi dell’epoca difficilmente superavano i due minuti) che sicuramente non mancheranno di interessare i numerosi appassionati di Buchanan sparsi per il mondo, che dal 1988 della sua tragica scomparsa sono sempre alla ricerca di materiale nuovo od inedito, soprattutto dal vivo, che possa tenere viva la leggenda di questo grande virtuoso della chitarra, uno dei veri geni assoluti, per quanto misconosciuti, dello strumento. Ah, e per completare la saga degli Hawkins, che avevo letto ma non ricordavo, Jerry era il fratello di Dale, e pure il babbo era uno dei Sons Of The Pioneers originali. Tornando al loro chitarrista di fiducia, senza andare a spulciare brano per brano i contenuti di questo doppio (che comune potete leggere sotto), diciamo che ci sono anche molti motivi di interessi per gli appassionati della musica pre-Beatles, ben serviti anche da un libretto per una volta ricco di particolari sia sulla carriera di Buchanan che sui brani contenuti nei dischetti.

Disc 1

1. HOT TODDY – THE SECRETS
2. TWIN EXHAUST – THE SECRETS
3. THE JAM PART ONE – BOBBY GREGG AND HIS FRIENDS
4. THE JAM PART TWO – BOBBY GREGG AND HIS FRIENDS
5. MY BABE – DALE HAWKINS
6. SOMEDAY ONE DAY – DALE HAWKINS
7. TAKE MY HEART – DALE HAWKINS
8. CLASS OF 59 – BOB LUMAN
9. MY BABY WALKS ALL OVER ME – BOB LUMAN
10. HE WILL COME BACK TO ME – ALIS LESLEY
11. MY BLUE HEAVEN – FREDDY CANNON
12. I GOT A HEART – JERRY HAWKINS
13. SWING DADDY SWING – JERRY HAWKINS
14. I WANT TO LOVE YOU – DALE HAWKINS
15. GRANDMA’S HOUSE – DALE HAWKINS
16. BUTTERCUP – BOB LUMAN
17. DREAMY DOLL – BOB LUMAN
18. I TAKE A TRIP TO THE MOON – MERLE KILGORE
19. IT’LL BE MY FIRST TIME – MERLE KILGORE
20. WILD, WILD WORLD – DALE HAWKINS
21. CHA CHA CHU – JERRY HAWKINS
22. LUCKY JOHNNY – JERRY HAWKINS

Disc 2

ROY BUCHANAN
1. MULE TRAIN STOMP – ROY BUCHANAN
2. PRETTY PLEASE – ROY BUCHANAN
3. RUBY BABY – CODY BRENNAN & THE TEMPS
4. AM I THE ONE – CODY BRENNAN & THE TEMPS
5. SHAKE THE HAND OF A FOOL – CODY BRENNAN & THE TEMPS
6. LONELY NIGHTS – JERRY HAWKINS
7. NEED YOUR LOVIN’ – JERRY HAWKINS
8. AFTER HOURS – ROY BUCHANAN
9. WHISKERS – ROY BUCHANAN
10. THE KICK STEP – PERRY MATES
11. GOTTA GO – PERRY MATES
12. BLUE SKIES – FREDDY CANNON
13. THE BLACKSMITH BLUES – FREDDY CANNON
14. ROUTE 66 – PAUL CURRY
15. HONEYSUCKLE ROSE – PAUL CURRY
16. THE SHUFFLE – BOBBY & THE TEMPS
17. MARY LOU – BOBBY & THE TEMPS
18. TEEN QUEEN OF THE WEEK – FREDDY CANNON
19. WILD GUY – FREDDY CANNON
20. THE TWIST/MOTHER’S CLUB TWIST – DANNY AND THE JUNIORS
21. WHEN THE SAINTS GO TWISTIN’ IN – DANNY AND THE JUNIORS
22. POTATO PEELER – BOBBY GREGG

Diciamo che, a grandi linee, nel primo CD ci sono brani dove Roy Buchanan era la chitarra solista in canzoni anche di particolare pregio storico, per esempio la versione di My Babe di Dale Hawkins, mentre nel secondo CD ci sono alcune delle prime tracce soliste su 45 giri del musicista dell’ Arkansas, ma la divisione è “molto” sottile. Ci sono due strumentali dei The Secrets del 1962, di cui in Twin Exhaust si apprezza la solista di Roy, sempre dal 1962 The Jam Part One & Two di Bobby Gregg & His Friends, in cui già si intuisce perché Buchanan sarebbe stato uno dei grandi dello strumento, pur se sommerso tra sax e organi vari; la versione di My Babe, il celebre brano di Willie Dixon scritto per Little Walter, nella versione di Dale Hawkins, sempre la Chess, diventa un aggressivo R&R con la twangy guitar di Buchanan.

Nel repertorio di Dale Hawkins c’era anche doo wop bianco come la divertente Someday One Day, o pezzi aggressivi alla Elvis come la bella Take My Heart. Bob Luman, tra country e rockabilly aveva una gran voce, mentre Freddy Cannon è stato uno che è entrato varie volte nei Top 10 delle classifiche. Jerry Hawkins, come il fratello, aveva grinta e ritmo, ma la chitarra si sentiva soprattutto nei pezzi di Dale, vedi I Want To Love You o Wild Wild World, comunque spesso in questi brani è comunque una presenza di contorno.

Ma nel disco 2, Mule Train Stomp, a nome Buchanan, del 1961, è uno strumentale del tutto degno di pezzi come The Rumble o simili, con la chitarra già selvaggia, e pure il lato B Pretty Please non scherza. E formazioni come Cody Brennan & The Temps già sparavano R&R come facevano Johnny Kidd & The Pirates sull’altro lato dell’oceano, con Mick Green alla chitarra, sentire Ruby Please per credere, o The Shuflle, prodotta da Leiber & Stoller. Tra i pezzi da ricordare anche una bluesata Lonely Nights, con Jerry Hawkins, del 1958, e una prima versione del suo classico After Hours, che poi re-inciderà per Second Album, già nel 1961 un lancinante slow blues degno della sua fama. E ancora una elegante Blue Skies per Freddy Cannon, una scatenata Route 66 con Paul Curry e una forsennata The Twist con Danny & The Juniors, e la conclusiva Potato Peeler un pezzo degno di Booker T& Mg’s. Sono i piccoli particolari che fanno la storia del rock, e qui ce ne sono tanti. L’inizio di una leggenda!

Bruno Conti

E Anche Questi Sono Bravi.Tra Blues E Rock, Una Nuova Promessa! The Record Company – Give It Back To You

the record company give it back to you

The Record Company – Give It Back To You – Concord/Universal 

E anche questi sono bravi! Sembra che le majors, stimolate da un mercato che è diventato strano, tornino a darsi da fare non solo con vincitori e partecipanti a talent vari, ma anche con musicisti di talento vero, se mi passate il piccolo bisticcio di parole, spesso con lunghe gavette alle spalle (ultimamente sembra che si ritorni in parte al vecchio periodo d’oro in cui si pubblicava tutto quello che si trovava e nel mucchio, spesso, si trovano piccole pepite d’oro). Come è il caso di questi The Record Company (visto che di case discografiche si parla): un trio di stanza a Los Angeles, dove operano e registrano la loro musica, ma le cui origini, almeno per Chris Vos, il leader, chitarrista, voce solista, armonicista, si fanno risalire ad una gioventù trascorsa in una fattoria di proprietà della sua famiglia nel Wisconsin, dove tra una mungitura di mucca, una raccolta di fieno e qualche giretto in trattore, il nostro indulge alla sua passione per la musica: blues classico, con un predilezione per Muddy Waters, John Lee Hooker, Jimmy Reed, ma anche per il rock di Stooges e Rolling Stones.

Nel 2010 si trasferisce a LA, dove non conoscendo nessuno, comincia a fare jam sessions con tutti quelli che incontra, finché non trova Alex Stiff, il futuro bassista dei Record Company, da Loz Feliz,  e dopo una notte di epifania passata ascoltando il disco di John Lee Hooker con i Canned Heat, decidono che è quello che vogliono fare e cominciano a registrare la loro versione di ciò che hanno sentito: il risultato viene spedito in giro a tutti quelli che hanno buone orecchie per sentire, e vengono subito invitati al Montreal Jazz Festival e ad un altro Festival in Canada, iniziano ad incidere i primi EP, tre, più un paio di singoli fino ad ora https://www.youtube.com/watch?v=iin9nxjpbpc , oltre ad avere i loro pezzi utilizzati in pubblicità varie e in alcune serie televisive, la più nota CSI: Scena Del Crimine, ma il colpo di fortuna arriva quando Off The Ground diventa la pubblicità della birra Miller Lite nel marzo del 2015.

A questo punto è fatta, la Concord li mette sotto contratto, li spedisce anche in tour come band di supporto dei Blackberry Smoke e questo Give It Back To You è il risultato finale: un esordio eccellente che non ha ceduto neppure una briciola dell’immediatezza delle prime registrazioni, Marc Cazorla, il batterista che nel frattempo si è unito al gruppo, se la cava anche al piano, Vos, ha un armamentario di chitarre, acustiche, elettriche, dobro, lap e pedal steel, spesso usate anche in modalità slide, Stiff ha una ottima padronanza del basso, sia acustico che elettrico, dove a tratti sembra di ascoltare proprio il mitico Larry Taylor dei primi Canned Heat. I due non hanno paura di sperimentare soluzioni sonore semplici ma anche geniali, per esempio nella iniziale Off The Ground, il brano che li ha fatti conoscere, Alex suona il suo basso elettrico in modalità slide, come il suo amico Chris Vos, anche lui impegnato al bottleneck, è il risultato è un brano dal groove ipnotico, dove rock e blues si fondono senza sforzo, con grande potenza, ma anche raffinatezza, grazie alle complesse armonie vocali, con Vos che si lancia anche in arditi falsetti prima di scoccare una serie di riff che ricordano quelli di Hound Dog Taylor, altro nume tutelare della band.

Schioccare di dita e un giro di contrabbasso sono l’abbrivio di Don’t Let Me Get Lonely, un pezzo che mette in luce il loro amore anche per il rockabilly, ma quello primigenio, anni ’50, con chitarre acustiche ed armonica a sostenere il tema della canzone. Una batteria marziale e un basso insinuante e poderoso sono anche gli elementi portanti di Rita Mae Young, dove la slide di Vos ci porta sulle rive del Mississippi per un tuffo nel blues più canonico. L’armonica è lo strumento guida di On The Move, ma Stiff con il suo basso, quasi solista e Cazorla con la batteria,  sono micidiali nel dare grinta e sostanza ad un brano che ti colpisce dritto nel plesso solare. Hard Day, dalla costruzione elettroacustica, sempre con un handclapping quasi arcano a dare il ritmo, ha una struttura più rock, ma di quello sano delle radici, con l’armonica a legarla ai ritmi del R&R e del Blues.

Feels So Good accelera vorticosamente i ritmi verso il boogie, ma siamo sempre in quel mood alla John Lee Hooker, suonato da Thorogood o dai Canned Heat, con call and response dei vari componenti della band e la chitarra che sferraglia alla grande, alla fine stai proprio bene! A proposito del grande Hook, Turn Me Loose potrebbe essere qualche perla perduta del suo repertorio, ipnotica e ripetitiva come richiede il suo canone sonoro, mentre Give It Back To You, di nuovo con il basso micidiale di Stiff pare rievocare certe fucilate di giri armonici del giovane Andy Fraser nei primi Free, perché, nonostante le chitarre acustiche e l’armonica, questo è Rock’n’Roll, con Vos che canta come un disperato. Il momento Rolling Stones è riservato ad una sontuosa ballata come This Crooked City, che tra pedal steel, piano, chitarre acustiche e cori femminili avvolgenti ricorda gli Stones americani di Sticky Fingers, grande brano. Per concludere manca In The Mood, l’anello mancante tra gli Stooges di Iggy Pop, grazie alla voce volutamente distorta e ai ritmi sghembi, sguaiati ma incalzanti, e la quota blues, fornita dall’armonica spesso presente nei loro brani. Ripeto: questi sono bravi! Esce oggi.

Bruno Conti

Peccato Per La Qualità Sonora Non Perfetta, Ma Il Concerto E’ Fantastico! Robert Gordon & Link Wray – Cleveland ’78

robert gordon link wray cleveland '78

Robert Gordon-Link Wray – Cleveland ’78 – Rockabilly Records/Cleopatra

Agli inizi del 1977, sulla carta, l’idea dell’unione di due musicisti come Robert Gordon (presentato come il possibile “erede” di Elvis Presley, ma allora cantante di una sconosciuta band punk newyorkese come i Tuff Darts, presenti nella doppia leggendaria compilation Live At CBGB’s) e Link Wray (mezzosangue nativo pellerossa, ma anche uno dei veri “inventori” della chitarra elettrica, con il suo brano Rumble), poteva venire solo ad un geniaccio come il produttore Richard Gottehrer (fondatore della Sire Records, ma già in azione nel 1966 con i McCoys di Hang On Sloopy). Non dimentichiamo che quelli erano gli anni del primo punk e della Disco, il R&R e il rockabilly erano delle arti quasi desuete. Ma non dimentichiamo neppure che questi signori erano due talenti naturali: un cantante come Robert Gordon, dalla bella voce baritonale, appassionato di Elvis, ma anche di Gene Vincent, Eddie Cochran, Billy Lee Riley, Jack Scott, uno che aveva saltato la british invasion a piè pari e il cui maggior “successo” con i Tuff Darts fu un brano intitolato All For The Love Of Rock And Roll. E un chitarrista come Link Wray, uno dei primi, se non il primo in assoluto ad usare il feedback in un brano come Rumble (e in questo concerto ce n’è una versione che definire “selvaggia” vuole dire minimizzare le cose), grande successo nel 1958, con un brano che usava anche distorsione e i cosiddetti power chords secoli prima che venissero inventati.

robert gordon with link wray cd bgo

Comunque il primo album omonimo dei due usciva proprio nel 1977, accolto da ottime critiche e pochi mesi dopo, ad agosto, sarebbe scomparso The King of Rock, lasciando un vuoto che anche dischi come questo cercarono di colmare. https://www.youtube.com/watch?v=FfTAWZL2FIg  L’anno dopo i due fecero addirittura meglio, con un secondo disco, pubblicato sempre dalla Private Stock, Fresh Fish Special, che accanto ai soliti classici del R&R e del rockabilly presentava un brano inedito di Bruce Springsteen come Fire https://www.youtube.com/watch?v=_sVgfL3YFhA  (si dice scritto per Elvis e quando il Boss si poteva permettere di non pubblicare decine di canzoni per cui altri cantanti si sarebbero tagliati le vene, altri tempi). Entrambi i dischi si trovano in quel twofer CD, 2 in 1, edito dalla Ace, e che vedete sopra. Proprio pochi giorni dopo l’uscita di quel disco, il 25 marzo del ’78, i due si presentarono sul palco del celebre Agora di Cleveland per un concerto di una devastante potenza ed intensità. Però il dischetto esce per i tipi della Cleopatra, su una fantomatica nuova etichetta chiamata Rockabilly Records! Quindi secondo voi come è inciso? Come un bootleg, quale è e ha già circolato in questa forma. Per fortuna un bootleg di quelli buoni, registrazione cruda e diretta, tipo i migliori volumi della serie di Johnny Winter, ma i contenuti sono esplosivi, aiutati da una sezione ritmica fantastica come Jon Paris al basso (toh che caso, proprio quello che suonava con Winter!) e Anton Fig (oggi con Bonamassa) alla batteria, Robert Gordon e Link Wray dimostrano in meno di cinquanta devastanti minuti come distruggere e ricostruire dalle fondamenta gli elementi fondanti del R&R.

La chitarra fumante di Link Wray (n°45 tra i più grandi chitarristi all-time) emette riff da centrale atomica e, nonostante la registrazione, Gordon canta come se fosse posseduto dai fantasmi dei grandi degli anni ’50: una sequenza inarrestabile che parte con uno dei rari brani originali di Wray, If This Is Wrong, che è più Elvis di Elvis quando saliva per la prima volta sul palco dell’Ed Sullivan Show, se subito dopo non ci fosse Mystery Train che lo è ancora di più, con un assolo che sembra di un Jimmy Page in astinenza da chitarra. Fantastiche anche The Way I Walk https://www.youtube.com/watch?v=jFl2ocTPDpY  e The Fool, un rockabilly firmato da Lee Hazlewood, con i power chords di Link Wray che sembrano provenire da Pete Townshend incrociato con Cliff Gallup, il chitarrista di Gene Vincent.

gordon wray bootleg robert gordon link wray 1

Proprio di Vincent è I Sure Miss You, uno dei rarissimi brani lenti del concerto, ma sempre con una chitarra che ti sega in due, per poi farti a pezzettini in una versione da esplosione termonucleare di Rumble, seguita da un altrettanto cattiva Rawhide, con il brano di Frankie Laine trattato come forse nemmeno gli Who avrebbero osato, in un’orgia di feedback. Red Hot, di uno dei preferiti di Gordon, quel Billy Lee Riley ricordato prima, è un’altra scarica di adrenalina pura https://www.youtube.com/watch?v=FfTAWZL2FIg , poi è di nuovo Elvis time, con una fantastica My Baby Left Me, seguita da una devastante Lonesome Train di Johnny Burnette. Summertime Blues https://www.youtube.com/watch?v=KyQGRx9V7mw  e Twenty Flight Rock in sequenza potrebbero abbattere un elefante, poi il pubblico dell’epoca, un po’ sorpreso, ascolta per una delle prime volte dal vivo il brano di Bruce Springsteen, una Fire proposta in medley con Let’s Play House e per finire un concerto fantastico, che se fosse inciso anche bene sarebbe indimenticabile (ma il sound è comunque più che accettabile), Endless Sleep, un brano in classifica nel 1958, lo stesso anno di Rumble!

Bruno Conti

Longevi E Prolifici, Però Non Ne Hanno Fatti Così Tanti! The Nighthawks – 444

nighthawks 444

The Nighthawks – 444 – Eller Soul Records

Visto che i 40 anni di carriera li hanno già festeggiati un paio di anni fa, vincendo il primo Blues Music Award della loro carriera (categoria album acustico del 2011!) con Last Train To Bluesville, un album che non mi pareva proprio completamente acustico, diciamo unplugged http://discoclub.myblog.it/2011/01/16/vecchie-glorie-5-the-nighthawks-last-train-to-bluesville/ e neppure il migliore di sempre per i Nighthawks, mentre meglio mi è sembrato il successivo Damn Good Time http://discoclub.myblog.it/2012/06/20/1000-e-non-piu-mille-vecchie-glorie-12-the-nighthawks-damn-g/ . Lo ripeto spesso, ma non essendo Paganini posso farlo, il vecchio gruppo era ben altra cosa: della formazione originale resiste Mark Wenner, grande armonicista e buon cantante, Mark Stutso, che ha condiviso anche 18 anni di carriera con i Drivers di Jimmy Thackery prima di passare alla concorrenza,  è un altro membro “anziano”, diciamo navigato, della band. Ma il problema, se di problema si tratta, è proprio Jimmy Thackery. Diciamocelo francamente, Paul Bell è un bravo chitarrista, molto eclettico, ma non ha la forza e il carisma che aveva (ed ha tuttora) uno come Thackery, una vera forza della natura, come solista, in grado di calarsi in profondità nelle radici del Blues in dischi come Jacks And Kings e Full House, dove c’erano anche Bob Margolin e Pinetop Perkins, o di rilasciare vere fucilate di energia R&R e blues-rock, in album come Rock And Roll, Open All Night, il Live At The Psichedelly, quindi tutto il periodo Adelphi, ma in ogni caso fino alla fuoriuscita del grande Jimmy, a metà anni ’80.

In formazione poi è passata anche gente come Jimmy Nalls, Warren Haynes e James Solberg, ma è non più stata la stessa cosa, mentre spesso i dischi di Jimmy Thackery hanno recuperato la vecchia forza e il vigore dei tempi passati. Di tanto in tanto il gruppo centra l’obiettivo di rilasciare un buon album e, in ogni caso, i loro dischi sono sempre onesti manufatti di blues, destinati a soddisfare le aspettative degli appassionati del genere. Anche questo 444 (che non credo ricordi quasi 5 centurie di carriera, ma si riferisca, dal titolo di uno dei brani, ad uno specifico periodo della notte, 444 A.M.) si inserisce in questo filone: Walk That Walk è una cover di un brano di un gruppo minore di doo-wop degli anni ’50, i Du Droppers, con tutti i componenti che si cimentano con profitto in piacevoli armonie vocali che sostengono le evoluzioni all’armonica di Mr. Wenner.

Sempre efficace al canto e al “soffio” nelle classiche 12 battute di Livin’ The Blues, con le armonie che permangono, mentre la title-track è un rocker sulle tracce dei vecchi dischi Sun, con tanto di chitarra twangy di Bell, You’re gone ha sprazzi del vecchio vigore, con i “sapori” country che emergono, piacevoli e ben dosati, in una inconsueta, nel panorama musicale dei Nighthawks, Honky Tonk Queen, che tiene fede al proprio nome, spingendosi quasi in territori cari ai vecchi Commander Cody, con il valore aggiunto dell’armonica (però sono brani sentiti mille volte da altri gurppi, spesso in versioni anche migliori). Divertente il rockabilly boogie alla Elvis di Got A Lot Of Livin’, con Johnny Castle che pompa sul suo basso e Bell che fa il Link Wray o il Carl Perkins della situazione. Piacevolissima Crawfish, che era uno dei brani di Elvis preferiti da Joe Strummer, un nuovo tuffo negli anni ’50. E poi, finalmente, all’ottavo brano, in The Price Of Love, Paul Bell estrae il “collo di bottiglia” e con la sua slide ci permette di riassaporare il suono gagliardo e minaccioso dei primi anni del gruppo, con duetti chitarra-armonica di pregevole fattura.

High Snakes con vaghi sapori tra Texas e Messico, è un discreto slow d’atmosfera e Nothin’ But The Blues è qualcosa che dovrebbero fare più spesso, anche se l’energia, e il brano, stentano a decollare, a dispetto del buon lavoro di Bell e soprattutto di Wenner all’armonica https://www.youtube.com/watch?v=Po3xVKFVw38 . No secrets è un altro blues rocker che ha echi del vecchio splendore, con la slide sugli scudi e Louisiana Blues è proprio quella di Muddy Waters, in una bella versione elettro-acustica, prima di concludere con Roadside Cross, una delicata ballata folk acustica con Akira Otsuka (?!?) che aggiunge il suo mandolino. Bella, ma c’entra poco con il resto del disco, eclettico fin troppo nelle sue scelte sonore, ma in ultima analisi, sempre più che dignitoso.

Bruno Conti   

Dei Simpatici “Buontemponi” Del Rockabilly/Country In Versione Acustica, Bravi Però! Big Sandy And His Fly-Rites Boys – What A Dream It’s Been

big sandy what a dream.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Big Sandy And His Fly-Rite Boys – What A Dream It’s Been – Cow Island Music

In vari anni di recensioni mi sembra di avere incrociato un paio di volte (vado a memoria) la musica di Big Sandy And His Fly-Rite Boys, revivalisti per eccellenza, prima soprattutto rockabilly, poi anche boogie, R&R, country e western swing, una musica sostenuta da energia ed elettricità da vendere, ma anche assai raffinata all’occorrenza. Per cui quando ho visto questo What A Dream It’s Been, con cui festeggiano 25 anni di carriera e dovrebbe essere il loro 14° album, 45, EP, 78 giri(!?!) e ristampe escluse, mi sono meravigliato. Ma come, un album acustico? Per un gruppo di questa fatta è una sorta di ossimoro musicale, una contraddizione in termini, o almeno così sembra sulla carta. E invece funziona: hanno preso dodici brani, pescando dal meglio della loro produzione, tutte canzoni scritte da Robert Williams ossia Big Sandy, e ne hanno completamente stravolto gli arrangiamenti per farne una sorta di unplugged ante (o post) litteram, visto il genere da cui pescano, anche se, ribadisco, il materiale, come composizione, è tutto originale, ma lo spirito è ovviamente quello degli anni ’50, al limite ’60, ma anche moolto prima.

Ci sono echi del primo Elvis, del Buddy Holly più riflessivo, soprattutto con questi arrangiamenti, naturalmente molto western swing, Bob Wills e Spade Cooley nei loro cuori. La loro traiettoria musicale, soprattutto nei primi anni, ha incrociato anche quella di un neo-tradizionalista per eccellenza della prima ora come Dave Alvin (peraltro musicista a tutto tondo) che nel 1994 ha prodotto il loro primo album ufficiale, in un periodo in cui giravano anche Dwight Yoakam ed altri innamorati dei suoni del passato, rivisti con un nuovo spirito. Per questo nuovo capitolo Big Sandy e soci hanno utilizzato un approccio acustico, ma c’è un po’ di tutto nei ritmi e negli stili, bluegrass, country, swing, il rock and roll dell’Elvis della Sun, tex-mex, anche reggae, brani romantici old fashioned e puntatine verso atmosfere più rigorose, ma divertenti sempre, con tocchi folk nella strumentazione molto “stringata”. Nella title-track conclusiva, What A Dream It’s Been, un bel duetto con la bravissima Grey De Lisle (sono anche riusciti a sbagliare il nome sulla copertina), attrice e cantante deliziosa, in grado di avventurarsi in mille generi, si respira quell’aria demodé e sexy dei tempi che furono, ma che in America ha sempre praticanti assai volonterosi e validi al tempo stesso, in grado di rinverdire stili musicali mai sopiti, tra una “spazzolata” e una rullata di batteria, una slappata di contrabbasso, un assolo di acustica o mandolino, tutto l’album scorre molto piacevolmente.

Bruno Conti

Tutti Sulla Macchina Del Tempo! Otis Grand – Blues ’65

otis grand blues '65.jpg

 

 

 

 

 

 

Otis Grand – Blues ’65 – Maingate Records

Il titolo è di per sé già abbastanza esplicativo, se aggiungiamo il sottotitolo …For Listening Swingin’ & Dancing, e il motto riportato nel libretto del CD “Good Blues Feel Good”, la filosofia che sta alle radici di questo album è piuttosto chiara: musica, anche scritta oggi, ma con lo spirito di quegli anni, dal 1965 a ritroso, quindi niente rock-blues, che non era stato ancora inventato ma blues puro, meglio se nella migliore tradizione dei dischi che B.B. King incideva in quel periodo per la ABC-Paramount, rockabilly e rock’n’roll, country&western mascherato (ci sono un paio di brani firmati da Charlie Rich), ma anche pura musica da ballo, Rumba Conga Twist è uno strumentale firmato da Grand ma avrebbe potuto essere uno dei successi che eruttavano dai jukebox  in quel fatidico anno. Come molti sanno (in caso contrario ve lo sto dicendo) Otis Grand, come lascia intuire la carnagione, è un bluesman di scuola americana, ma nato a Beirut in Libano e residente a Croydon in Inghilterra, chitarrista sopraffino della vecchia scuola (accentuata in questo disco dall’utilizzo della Gibson Es-335 per evidenziare ulteriormente questo viaggio nel tempo, già peraltro effettuato nel suo precedente album, Hipster Blues, che celebrava la musica Mod & R&B sempre degli anni ’60).

Anni che evidentemente sono quelli della sua formazione musicale (è nato nel 1950, quindi non è più uno sbarbatello), quando il pop, il rock, il soul, il R&B, il country, il R&R e perfino il Blues convivevano nelle classifiche senza problemi, e c’è una bella paginetta nel libretto del CD che ci racconta cosa succedeva nel 1965. Per fare tutto ciò Otis si è recato in quel di Limoges in Francia, con qualche capatina nel Vermont, a conferma dello spirito internazionale del progetto, e con l’aiuto di un cospicuo manipolo di musicisti di nome (ma non di grande fama se non per gli appassionati) ha realizzato questo divertente dischetto: per citarne alcuni, il cantante ed armonicista è lo spesso sottovalutato Sugar Ray Norcia, vocalist dalla voce vellutata (sentite l’eccellente lavoro che fa nel brano d’apertura, la scatenata Pretend, che era cantata in origine da Nat King Cole e dove i fiati, oltre alla voce, sono i grandi protagonisti), al basso e contrabbasso Michael “Mudcat” Ward, Greg Piccolo con il suo sax tenore guida la numerosa pattuglia della sezione fiati, ossia Carl Querfurth, John Peter LoBello, Paul Malfi, Doug “Mr Low” James (già i nomi ti ispirano), Anthony Geraci al piano e organo e l’ex bambino prodigio Monster Mike Welch solista aggiunto in un paio di brani.

Ogni cosa funziona alla grande, Who Will The Next Fool Be, una delle canzoni scritte da Rich, potrebbe provenire da uno dei dischi di B.B. King di quell’annata, chitarra pimpante, una voce che ti mette allegria (e non rimpiangere quella di Bobby Blue Bland che la cantava ai tempi), piano saltellante e atmosfera vintage, ma che classe ragazzi. Proseguendo nell’ascolto di Live At The Regal (ah non è quello, mi sembrava di non avere sbagliato a infilare il dischetto nel lettore), parte uno strepitoso blues con fiati come Bad News Blues On TV, a firma dello stesso Grand che rilascia anche un assolo strepitoso con la sua Gibson d’annata, che se fossi BB King gli farei una telefonata per complimentarmi, ma purtroppo non lo sono. Già detto della coinvolgente Rumba Conga Twist dove la ficcante solista di Grand è di nuovo protagonista, ma tutto il gruppo si diverte, citerei anche un super slow come Do You Remember (When) addirittura pennellato e la divertente e nuovamente scatenata I Washed My Hands In Muddy Water, un successo appunto del 1965 di Stonewall Jackson ma che tutti ricordano (tutti?) nella versione di Elvis Presley del ’71, questa di Grand è decisamente più swingata e blues con Sugar Ray Norcia che soffia alla grande nella sua armonica.

Midnight Blues, l’altro pezzo di Charlie Rich ha un suo perché come l’eccellente escursione nel New Orleans soul rappresentata da Please Don’t Leave, cantata con passione da Brother Roy Oakley, che era il vecchio cantante della band di Grand, ora ritirato dalle scene ma sempre tosto. In molti brani, anche quelli già citati, sembra di ascoltare la vecchia Butterfield Blues Band che nasceva proprio in quel periodo, il suono di Grand è molto Bloomfield, per esempio in In Your Backyard o in Shag Shuffle dove si scambia “fendenti” con Monster Mike Welch, come facevano appunto Bloomfield e Bishop. Warning Blues è un bel duetto tra Norcia e Grand, un blues intenso e gagliardo, come si conviene e la conclusiva Baby Please (Don’t Tease) è un boogie swingato con i due chitarristi e i fiati ancora sugli scudi. Questo è un “passato” che ci piace, divertente e coinvolgente come usava in quel fatidico 1965!

Bruno Conti    

“Materiale D’Epoca” – Brad Vickers & His Vestapolitans – Traveling Fool

brad vickers.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Brad Vickers & His Vestapolitans – Traveling Fool – ManHatTone Rec.

Questo è un altro disco (ogni tanto ne escono) che più che una novità sembra una ristampa, una sorta di album retrodatato automaticamente e volutamente all’epoca pre-Beatles, tra Blues, R&R e rockabilly ma d’epoca please, con quel suono vintage tipo l’ultimo Mellencamp anche senza spingersi a registrarlo in mono. Il risultato che Brad Vickers e i suoi Vestapolitans ottengono per certi versi non è dissimile da quello delle ultime produzioni di Jimmie Vaughan (di cui esce il secondo capitolo in questi giorni): anche in questo disco oltre ai generi già citati impazzano pure jump and shout, western swing e tutti i generi che erano in voga prima degli anni ’60. E tutto viene ottenuto con materiale scritto per l’occasione da Vickers e Margey Peters, la sua bassista e violinista, con l’occasionale cover scelta nel repertorio Blues classico.

Ovviamente quello che si ascolta può piacere o meno, con la sua aria da vecchio paio di ciabatte o, con rispetto parlando, vecchie mutande, comode e confortevoli, ma non molto belle a vedersi, poco alla moda. La citazione a Jimmie Vaughan si può estendere anche al suo vecchio gruppo, i Fabulous Thunderbirds ma con il sound, ripeto, più da combo che da gruppo rock. Loro sono un sestetto, chitarra, basso, batteria, piano e un paio di fiati con qualche ospite, in particolare il chitarrista Bobby Radcliff che appare in quattro brani con la sua solista dal suono riverberato e scrive anche le note (ovviamente super positive) del disco ma che “puzzano” (a proposito di mutande e calzini) di conflitto di interessi.

Brad Vickers oltre che suonare la chitarra (non parlerei di virtuosismo solistico) canta con entusiasmo e passione rifacendosi al sound dei vecchi dischi Chess tra Lowell Fulsom e Chuck Berry con qualche tocco alla Fats Domino o alla Bill Monroe fusi insieme, come ad esempio quando si sconfina nel western swing bluesato della cover di Diggin’ My Potatoes salace brano dai doppi sensi evidenti scritto da Sonny Terry e con violino e clarinetto in evidenza. Nell’iniziale Traveling Fool sembra di ascoltare un vecchio disco di Chuck Berry con il suo R&R basico dove il piano e il sax vanno a braccetto con il reverbero della chitarra di Radcliff per ricreare quel suono che avrebbe influenzato i primi Stones (Richards in particolare) e Beatles. Ma in questo disco, il terzo della serie per Vickers and Co, l’evoluzione non avviene e il suono rimane ancorato a quelle coordinate.

Anche nella divertente Because I Love You That Way si respira quell’aria 50’s tra R&R e R&B alla Fats Domino che fa muovere il piedino. Non mancano omaggi più evidenti al Blues come nello slow Leave Me Be o nella cover quasi filologica di How Long Blues di Leroy Carr. Anche l’ultimo di Clapton, per certi versi e non in tutti i brani, si rivolgeva a questo tipo di repertorio e di suono (infatti in questo CD appare anche una cover di JB Lenoir) e per questo non mi sentirei di consigliarlo a tutti. Si tratta di un album più che di nicchia, di genere, “antico” se vogliamo e come nella musica classica dove ci sono formazioni che sono famose appunto per il loro approccio filologico all’interpretazione anche Brad Vickers e i suoi amici, aiutati dal produttore Dave Gross cercano di ricreare e perpetrare questo “ritorno alle radici”.

Anche se il brano conclusivo Rockabilly Rumble con le sue derive alla Link Wray annuncia quello che avverrà (avvenne) negli anni a venire!

Quindi se amate sapori forti e sonorità più rock anche nel vostro Blues è meglio lasciar perdere, viceversa se un giretto nel passato di tanto in tanto non vi spaventa, nei quindici brani di questo Traveling Fool  si trovano ampi motivi di piacevole e moderato godimento.

Bruno Conti