Con O Senza Rumour Continua Il Suo “Magico” Ritorno. Graham Parker – Cloud Symbols

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Graham Parker – Cloud Symbols – 100% Records

Da quando nel 2012, sempre sotto la spinta del regista americano Judd Apatow, Graham Parker ha deciso di riunire i Rumour, il musicista londinese (anche se lo si può quasi considerare naturalizzato americano, vista la lunga residenza negli States) sta vivendo una sorta di seconda o terza giovinezza a livello artistico. Il musicista “incazzato” degli anni ’70 è forse un lontano ricordo (benché anche nei dischi americani degli anni ’80 e ’90 non le mandava certo a dire, e qualche sprazzo “cattivo” pure nei noughties), ma Parker ora è un signore di 68 anni, compiuti a novembre, che sembra avere trovato una sorta di serenità e saggezza che forse non pareggia la grinta e la forza travolgente dei suoi anni migliori a livello musicale, ma ne evidenzia altri aspetti meno dirompenti, pur confermando la classe e l’abilità di un musicista che non è mai sceso a compromessi con l’industria discografica, ma ha saputo insinuarsi nelle sue pieghe per evidenziarne le magagne: un brano come Mercury Poisoning, dedicato alla sua etichetta discografica dell’epoca, è sintomatico in questo senso https://www.youtube.com/watch?v=YGWK_hvGgkU . Forse i dischi di Graham Parker non dicono più niente di nuovo da molto tempo (ma se il “nuovo” è il 99% di quello che impera al momento, preferisco il vecchio), però il nostro amico non ha perso quel suo tocco “magico”, l’abilità sopraffina di scrivere una canzone, partendo magari da un riff sentito mille volte, che ogni volta però rinnova la gioia del vero appassionato, anche nostalgico, verso una musica che profuma da sempre di soul, di rock classico ( i paragoni con Van Morrison, con gli Stones, con il suo quasi contemporaneo Elvis Costello, non erano fatti a caso), di belle melodie, di una voce che forse non è memorabile, ma è unica ed immediatamente riconoscibile nella sua vena ironica e sardonica, mai dimenticata, anche nei momenti più bui, in cui l’ispirazione sembrava averlo in parte lasciato, o forse non era più fervida come un tempo.

Si diceva di Judd Apatow, il regista, produttore e sceneggiatore, autore soprattutto di commedie, probabilmente non memorabili, ma provvisto dei giusti agganci nell’industria cinematografica, anche con le nuove frontiere di Netflix e delle televisioni via cavo tipo HBO, i cui film hanno comunque avuto sempre buoni riscontri economici e che sembra avere preso a cuore le sorti della carriera di Parker, coinvolgendolo nei suoi film, a partire da This Is 40 https://www.youtube.com/watch?v=1Ob24VlDhMQche incorporava nella propria trama anche la storia della reunion di Parker con i Rumour per registrare Three Chords Good https://discoclub.myblog.it/2012/12/03/di-nuovo-insieme-graham-parker-the-rumour-three-chords-good/ . Ora, dopo l’uscita dell’ancora eccellente Mystery Glue del 2015 https://discoclub.myblog.it/2015/05/19/il-disco-del-giorno-forse-del-mese-graham-parker-the-rumour-mystery-glue/ , Graham ha di fatto concluso l’avventura con la sua vecchia band (mantenendo però Martin Belmont come chitarrista) e contattato nuovamente da Apatow che gli chiedeva nuovi brani da usare nella sua serie Love su Netflix, ha messo mano alla penna e ha firmato, un po’ riluttante all’inizio ma poi convinto, undici nuovi gioiellini per questo Cloud Symbols. Una sorta di concept album che è la storia di un uomo virtuale, diciamo diversamente giovane (lo stesso Graham, che è protagonista, con altri “giovanotti”, dei video del disco), che cerca di districarsi con le nuove tecnologie, e attraverso una serie di deliziosi quadretti sonori ne racconta le vicende: uno che guarda le previsioni del tempo sul suo smartphone, per sapere che tempo fa a Roma o Los Angeles e ne ricava sensazioni divertite e divertenti in Is The Sun Out Anywhere, o si dedica al sesso orale nei doppi sensi di Brushes, oppure ancora glorifica le gioie dell’ubriacarsi in Bathtub Gin.

A livello musicale Parker si è affidato al “nuovo” gruppo dei Goldtops: oltre al citato Belmont, troviamo un altro veterano come Geraint Watkins, in pista come tastierista dagl ianni ’70, nel pub-rock dei Racing Cars, ma anche con Nick Lowe, Dave Edmunds, Willie & the Poor Boys, perfino Rory Gallagher, se c’era bisogno di una fisarmonica, nonché una sezione ritmica composta da Roy Dodds (Mary Coughlan, Eddie Reader, ed altre eroine del folk-rock britannico) alla batteria, e da Simon Edwards (Mary Coughlan, Talk Talk, Billy Bragg) al basso. Senza dimenticare il ritorno dei Rumour Brass, ovvero la sezione fiati che suonava in alcuni dei primi dischi a nome Graham Parker & The Rumour, a partire da Heat Treatment in avanti, non sempre gli stessi, questa volta ci sono Ray Beavis, Dick Hanson e Toby Glucklhorn; con la produzione affidata a Neil Brockbank, il gestore dei Goldtops Studios di Londra, a lungo collaboratore di Nick Lowe, scomparso poco dopo il completamento del disco, e che viene ringraziato nelle note del CD. Quindi un disco dal suono “transatlantico” come sempre: il sound mescola abilmente lo spirito del pop-rock britannico, con soul, r&b e folk americani, grazie alle melodie senza tempo delle canzoni del nostro amico. Dal soul-rock swingante e confortevole come un vecchio calzino dell’iniziale irresistibile Girl In Need, che divide con il grande Van The Man una passione (in)sana per la musica nera più classica americana, con il piedino che non può stare fermo, mentre i fiati all’unisono ci deliziano e organo e armonie vocali sono da goduria pura. L’abbiamo sentito mille volte, ma pochi lo sanno fare così bene. Ancient Past rallenta i tempi e richiama i fasti di vecchi e nuovi Dandy del pop inglese, da Ray Davies a Damon Albarn, con quel fare e pigro ed indolente tipico dei figli e nipoti del vecchio impero britannico, 2:12 ed è già finito, Ma tutti i brani sono particolarmente stringati, l’album dura in tutto 31 minuti. Anche la divertente Brushes ci riporta ai suoni gloriosi dei primi Rumour, altre facce ma stessa musica, per vecchi fan, ma anche i novizi possono goderla con piacere.

Anche Dreamin’, che fa rima con streamin’, ha quel drive tipico dei brani di Parker, con piano e trombone che gli danno quell’aria un po demodé, mentre Is The Sun Out Aniwhere è una di quelle ballate malinconiche e struggenti in cui il musicista britannico eccelle, un suo marchio di fabbrica, con versi e musica che tratteggiano in modo unico una storia d’amore senza tempo, e con i suoi musicisti che pennellano note con classe sopraffina. In Every Saturday Nite tornano i fiati per una riflessione sulle cose che ci piacciono (ma anche no) in una serata nel fine settimana, con quel suo suono abituale che se non ha più la verve e la grinta dei tempi che furono, lo sostituisce con una classe e una souplesse tipica dei (quasi) fuoriclasse. Maida Hill, altra ballatona dall’aria soffusa, è un ennesimo tuffo in quella Londra che sta scomparendo lentamente, ma non se ne vuole andare, fino a che ci sarà qualcuno che ne canterà la storia; Bathtub Gin, tra shuffle e swing jazz, ha sempre questa aria un po’ agée di una musica forse solo per vecchi nostalgici, ma non per questo priva di un proprio fascino, tipica di chi non vuole nascondere che le 70 primavere si avvicinano e non è il caso di fare i finti giovani. Anche se i ricordi del vecchio R&R e del pub rock dei tempi che furono sono ancora in grado di affiorare come nella mossa e brillante Nothin’ From You, ma d’altronde bisogna fare i conti con l’anagrafe e quindi What Happens When Her Beauty Fades?  Semplice: ce la cantiamo allegramente, con fiati, chitarre e ritmi errebì a manetta, come se non ci fosse futuro, ma dal cilindro qualche coniglio lo caviamo ancora. Anche se poi la malinconia ci attanaglia ancora, grazie allo struggente suono della melodica di Geraint Watkins che ci ricorda che le tenerezze di Love Comes, forse non sono solo sdolcinate, Finché qualcuno gli darà credito Graham Parker non deluderà le aspettative dei suoi ammiratori.

Bruno Conti

Beato Tra Le Donne! Duke Robillard – And His Dames Of Rhythm

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Duke Robillard – And His Dames Of Rhythm – M.C. Records/Ird

Il chitarrista del Rhode Island si è sempre più o meno equamente diviso, a livello discografico, tra le sue due grandi passioni musicali, il blues e il jazz e lo swing (preferibilmente “oscuro” e anni ’20 e ’30). Il sottoscritto ha sempre ammesso pubblicamente la sua preferenza per il Duke Robillard bluesman, ma altrettanto onestamente devo ammettere che i suoi album “jazz” sono sempre molto gradevoli all’ascolto e suonati in grande souplesse. Se di solito il blues batte il jazz di misura, almeno per me, diciamo un 1-0, questa volta in compagnia di una serie di voci femminili His Dames Of Rhythm, oltre alla sua band abituale e una sezione fiati completa che rimanda ai suoi giorni con i Roomful Of Blues, per l’occasione jazz e blues impattano sull’1-1 ed è solo l’ascoltatore a godere. Robillard ancora una volta evidenzia la sua conoscenza mostruosa del repertorio jazz e swing della prima parte del secolo scorso, ed ha saputo utilizzare in modo perfetto le sei voci femminili che si alternano a duettare con lui.

Il disco nasce dall’idea di ricreare in questo CD il sound delle vecchie canzoni del repertorio Tin Pan Alley degli anni ’20 e ’30, più che il jazz tout court: la voce pimpante e cristallina di Sunny Crownover, molto old style, apre le danze in una cover di un vecchio brano di Bing Crosby From Monday On, dove  i due, con aria divertita, ricreano quell’atmosfera senza tempo del primo swing, tra fiati “impazziti” e sezione ritmica in spolvero, mentre il clarinetto di Novick e la chitarra di Robillard cesellano piccoli interventi di gran gusto. La brava Sunny poi torna per un’altra divertente My Heart Belongs To Daddy, sexy e zuccherosa il giusto, con qualche tocco tra il latino e il tango, un vecchio pezzo di un musical di Cole Porter che molti ricordano in versioni successive di Ella Fitzgerald e anche di Marylin Monroe (mi sono documentato), con il piano di Bears e la chitarra acustica arch-top di Robillard impeccabili, mentre la Crownover canta divinamente;  la seconda voce ad appalesarsi è quella di Maria Muldaur, che questo repertorio lo frequenta da decenni, il timbro è più vissuto rispetto agli anni d’oro, ma la classe è sempre presente in questa Got The South In My Soul, altro brano degli anni ‘30 delle Boswell Sisters, con improvvisi cambi di tempo, ma anche la voce deliziosa della Muldaur a guidare i musicisti. Poi tocca a Kelley Hunt, voce più grintosa (già presente anche nell’ultimo disco di Robillard, Blues Full Circle dello scorso anno http://discoclub.myblog.it/2016/11/04/anche-potrebbe-il-disco-blues-del-mese-duke-robillard-and-his-all-star-combo-blues-full-circle/ ) e cantante di grande spessore, che il sottoscritto apprezza in modo particolare, la sua rilettura di Please Don’t Talk About Me (altro pezzo degli anni ’30, che vanta decine di versioni, da Billie Holiday e Sinatra, passando per Willie Nelson) ne evidenzia ancora una volta la voce espressiva e ricca di calore, ed è uno dei tanti highlights di questo bel disco, grazie anche all’intermezzo strumentale veramente superbo nella parte centrale del brano.

E non si può non apprezzare anche la presenza di una adorabile Madeleine Peyroux, che per l’occasione sfodera un timbro un filo più “robusto” del solito, ma sempre molto sexy ed ammiccante, tra Bessie Smith e la Holiday, nel vecchio standard di Fats Waller Squeeze Me, dove Robillard con la sua chitarra sostituisce il piano di Waller, mentre Novick è sempre incisivo al clarinetto. Come conferma in Blues In My Heart, dove la voce solista è quella di Catherine Russell, cantante ed attrice nera, meno nota delle colleghe, ma sempre molto efficace, nella canzone si gode anche del lavoro dei fiati, con in evidenza il sax di Kellso. In Walking Stick di Irving Berlin, cantata dal solo Robillard, si apprezza anche un violino (Joe Lepage) che divide gli spazi solisti con Duke. In Lotus Blossom di Billy Strayhorn, ma pure nel repertorio di Duke Ellington, si apprezza di nuovo la voce vellutata della Hunt e la tromba con sordina, presumo di Doug Woolverton, presente anche altrove nel disco. What’s The Reason I’m Not Pleasin’ You, con le conclusive Ready For The River e Call Of The Freaks, sono gli altri brani dove Robillard fa da solo senza ospiti, mentre l’altra voce impiegata è quella dell’attrice di Downtown Abbey Elizabeth McGovern, alle prese con My Myself And I, altro pezzo del repertorio di Billie Holiday, prestazione onesta ma nulla più. Molto meglio Madeleine Peyroux nella dolcissima Easy Living, sempre di “Lady Soul”, e la Muldaur in un altro pezzo delle Boswell Sisters Was That The Human Thing To Do, con il solito clarinetto malandrino di Novick e il violino ad interagire con la solista di Robillard. Manca ancora un brano, cantato da Kelley Hunt, l’unica utilizzata in tre canzoni, sempre splendida nella struggente If I Could Be With You (One Hour Tonight), un altro standard degli anni ’20 di cui si ricorda una versione di Louis Armstrong, che avrebbe certo approvato la parte strumentale tra swing e dixieland. Ancora una volta quindi il “Duca” centra il colpo: “vecchio stile”, ma solita classe.

Bruno Conti

La “Stanza” E’ Sempre Piena! Roomful Of Blues – 45 Live!

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Roomful Of Blues – 45 Live – Alligator Records/IRD

La stanza è sempre piena di Blues e anche per questa occasione gli “inquilini” si sono riuniti per festeggiare i 45 anni di attività della band in una piccola sala da concerto, detto anche club, The Ocean Mist a Matunuck, Rhode Island, nel marzo del 2013. Quasi tutte facce nuove, della formazione originale è rimasto solo il sassofonista Rich Lataille (nel gruppo dal 1970), il nuovo leader della formazione è il chitarrista Chris Vachon e il nuovo cantante si chiama Phil Pemberton. Vachon è stato il produttore degli ultimi 6 album della band e già negli anni ’90 si era assunto l’ingrato compito di sostituire due grandi predecessori come Duke Robillard, il fondatore della band nel 1967 con il pianista Al Copley, e Ronnie Earl. Chi vi scrive preferisce essere sempre sincero e devo dire che gente come Lou Ann Barton, Curtis Salgado, Sugar Ray Norcia, Fran Christina, Preston Hubbard, Greg Piccolo e molti altri che si sono succeduti negli anni, non è facile da sostituire e quindi gli album, secondo me, non hanno più il vigore e la qualità di un tempo, anche se le ultime prove con la Alligator sono sempre state oneste e gagliarde e il Live At Wolf Trap pubblicato nel 2002, quasi poteva rivaleggiare con il super classico Live At Lupo’s Heartbreak pubblicato dalla Varrick nel lontano 1987, quando per l’occasione erano presenti anche Ronnie Earl, Steve Berlin, Curtis Salgado, Ron Levy e tra gli ospiti Cesar Rosas dei Los Lobos.

Se riuscite a trovarlo varrebbe la pena di metterci le mani sopra, ma in caso contrario potreste “accontentarvi” anche di questo 45 Live che sprizza comunque, come di consueto, jump blues, swing, R&R e R&B, da tutti i bytes del CD. Il divertimento è assicurato, vengono rivisitati classici della band e del Blues in un vorticoso intrecciarsi di fiati, chitarre e tastiere assolutamente vintage, sudore, dedizione e gran classe sono le formule applicate con successo.

Just Keep On Rockin’ era su Standing Room del 2005 ed è il modo ideale per iniziare questo giro di danze con i fiati subito in evidenza e la voce classica di Pemberton che cerca di non fare rimpiangere i suoi predecessori. It All Went Down The Drain io la ricordo nella versione di Boz Scaggs ed è un bel bluesazzo tosto e ritmato con chitarra e organo che cercano di prendere il soppravvento sulla sezioni fiati mente Pemberton media con successo tra le due fazioni. Di Jambalaya ce n’è una sola ed anche a tempo di swing blues è sempre un piacere ascoltarla, addirittura in questa guisa ha un che di New Orleans nelle sue corde. Easy Blues è il classico lungo e tirato slow blues (scritto da Magic Sam) che non può mancare nel repertorio di una band come i Roomful of Blues e che permette di apprezzare le qualità solistiche dell’ottimo Vachon che non sarà Robillard o Earl ma ci mette del suo, mentre Pemberton strapazza le sue tonsille con buoni risultati, a dimostrazione che anche con tutti i cambi e a dispetto delle mie parziali perplessità questa è ancora una signora band!

That’s Right, swinga, zompa e rolla di gusto, non a caso fu nominata per un Grammy nel 2003. Crawdad Hole era un brano del grande Big Joe Turner, un signore che conosceva l’argomento jump blues come le sue capaci tasche e anche i Roomful l’hanno approfondito con profitto nel corso degli anni. Ottima versione anche per You Dont Know uno standard di B.B. King adattissimo all’approccio fiatistico da big band dei ROF. Dress Up To Get Messed Up, un titolo, un programma, è un altro dei loro cavalli da battaglia ed era il titolo del loro quarto album del 1984, uno dei migliori in assoluto. Lo strumentale Straight Jacquet illustra il lato swing jazz del gruppo e soddisferà i puristi e anche I left my baby di Count Basie e Jimmy Rushing viene da quella parrocchia più riflessiva ancorché sempre swingante nei fiati. Blue Blue World è un blues scritto da Vachon nel 1998 e ci permette di gustare le evoluzioni dell’ottimo organista Rusty Scott che duetta con lo stesso Vachon. Somebody’s Got To Go è un vecchio brano di Eddie “Cleanhead” Vinson con la vocalità di Phil Pemberton ben evidenziata e tutto il gruppo in spolvero. Turn It On, Turn It Up sono i Roomful con tutti i cilindri della macchina ben oliati e in azione, prima della conclusione con la sincopata e divertente Flip Flap Jack che richiama tutti sulla pista da ballo. Uno dei rari casi in cui una band che si rinnova negli anni mantiene (quasi) inalterato il suo appeal. Molto piacevole e consigliato!

Bruno Conti     

Il Nome Li “Tradisce” Ma Il Blues E’ Genuino! Egidio Juke Ingala & The Jacknives – Tired Of Beggin’

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Egidio Juke Ingala & The Jacknnives – Tired Of Beggin’ – Vintage Roots Rec.

Spesso gli “scribacchini” della carta stampata e non, tra cui includo anche il sottoscritto, si devono fare largo tra centinaia, anzi migliaia di album, che ogni anno continuano a inondare un mercato discografico sempre più asfittico. E ancora più spesso la scelta di cosa parlare e di cosa no, aldilà dei gusti personali, è ristretta anche dalla non facile reperibilità dei prodotti, sempre più auto gestiti dagli artisti stessi. Un CD di produzione indipendente italiana è più difficile da rintracciare di equivalenti prodotti inglesi ed americani (non sempre) e quindi, avendo tra le mani, questo nuovo “disco” di un gruppo italiano (tradito solo dal nome di battesimo del leader), mi accingo a rendervi edotti del tutto.

Intanto Egidio Juke Ingala è attivo discograficamente da un paio di decadi, ma in questa configurazione con i Jacknives si tratta di una prima. Armonicista e cantante, con trio al seguito, qui parliamo di Blues, anzi, come orgogliosamente proclamano sui loro manifesti “Old School Blues With a Swingin’ Feel”. Quindi cover e brani originali, sette per categoria, che sembrano uscire da vecchi vinili degli anni ’50, e soprattutto dal repertorio di etichette super specializzate come la Excello, la Specialty e la Chess Records, ma non i brani più noti, sarebbe troppo facile, quelli proprio oscuri che solo un grande appassionato può scovare. Naturalmente questo restringe e di molto la cerchia dei possibili fruitori ma non la qualità dell’album. Anche l’abbigliamento sfoggiato nelle foto di copertina, rigorosamente in bianco e nero, e la strumentazione, dove la presenza di un basso elettrico è una concessione alla “modernità” dilagante, sono sintomatiche dell’approccio rigoroso alla materia trattata.

Direi che per il leader della band, Egidio Ingala, tutto parte dallo studio di una trinità di armonicisti, Big Walter Horton, Little Walter e George Harmonica Smith (vi chiederete come faccio a saperlo? Semplice, l’ho letto nella piccola cartella stampa allegata al CD, come diceva Mourinho, non sono mica pirla) e poi da lì, con la passione e pedalando in giro per gli States e l’Europa, tra Festival vari,  ti costituisci una tua reputazione, incidi dischi, cerchi di farli conoscere e quindi un “aiutino” nella diffusione del verbo è sempre gradito, immagino. L’Electric Chicago Blues e lo swing della West Coast, che non è quella acida e country degli anni a venire, almeno per loro, sono gli ingredienti principali di questo Tired Of Beggin’, sia nei brani originali come nelle cover. Il sound è quello tipico di altri neo-tradizionalisti americani, direi che per fare un paragone conosciuto a molti, sono dei Fabulous Thunderbirds meno moderni, ma è per semplificare al massimo e spero sia un complimento.

Proprio l’iniziale Winehead Baby viene da quelle coordinate, con quella sua atmosfera vagamente indolente da New Orleans  inizio anni ’50, quando Dave Bartholomew con il suo amico Fats Domino inserivano elementi R&B e R&R nel blues, ma l’assenza del piano e la presenza preponderante di armonica e chitarra fanno sì che il brano abbia un suono decisamente più bluesato. I’m Tired of Beggin’ con il suo cantato leggermente distorto e i ritmi più mossi, viene dalla produzione di Ike Turner, che aveva “inventato” il R&& da poco con Rocket 88 e qui c’è spazio per la chitarra rockabilly di Marco Gisfredi, l’altro solista della band insieme a Ingala. Hey Little Lee, con un cantato leggermente “sporcato” da un leggero eco viene dalla produzione di James Moore, per gli amici (del blues) Slim Harpo. Cool It è uno strumentale swingato scritto da Gisfredi che si ritaglia uno spazio jazzy per la sua chitarra ma ne lascia ampiamente anche all’armonica.

In Last Words Ingala rende il favore, a tempo di shuffle mentre Come Back Baby ha la struttura da pezzo da big jump band ma viene adattato per quartetto. Fallen Teardrops è il classico slow blues d’ordinanza, un altro strumentale scritto da Ingala in tributo a Mastro George Smith, con il solito spazio anche per la chitarra dopo il lungo assolo dell’armonica cromatica. Don’t say a word è più grintosa e cattiva ed è seguita da un brano firmato dal bassista Massimo Pitardi e quindi con un ritmo più funky, qui direi che siamo “addirittura” negli anni ’60! Anche I’m Leaving You è più elettrica, un Howlin’ Wolf minore, qui mi si sembrano i Dr. Feelgood o i Nine Below Zero o se vi sembrano troppo “moderni”, i primissimi Yardbirds o Stones. Per non fare la lista della spesa delle canzoni l’album è validocomunque nella sua interezza e si conclude con Back Track., un omaggio a Walter Jacobs, altro amato componente della trinità dell’armonica. Verrebbe da dire, per Special(is)ty del Blues. Bravi!

La “ricerca” prosegue.

Bruno Conti

Piovono Chitarristi 2. The Duke Robillard Band – Independently Blue

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The Duke Robillard Band – Independently Blue – DixieFrog/Stony Plain

Come dimostra l’articolo determinativo posto prima del nome, anche questa volta siamo di fronte ad un disco della Duke Robillard Band, come nel caso del precedente Low Down And Tore Up, la differenza per l’occasione la fa la presenza di Monster Mike Welch, aggiunto come secondo chitarrista solista (a parte un paio di branoi dove appaiono anche i fiati): quindi il suono è più grintoso del solito (almeno rispetto agli ultimi dischi, perché nel passato, e, occasionalmente anche nelle prove più recenti, il buon Duke è sempre in grado di strapazzare la sua chitarra, quando vuole). Il problema è che Michael John, da Woonsocket, Rhode Island, ultimamente non vuole troppo spesso, preferendo un suono più jazzato, swingante, persino da locali after hours, sempre con una gran classe e una tecnica raffinata, ci mancherebbe, ma con una certa ripetitività che di tanto in tanto ci stufa, per essere dialettali e chiari! E’ una critica magari un po’ forzata, perché dischi come questo si ascoltano sempre volentieri, soprattutto se si ama il Blues, ma da uno come Robillard ci aspettiamo qualcosa di più.

In effetti lo dice anche lo stesso Duke, nelle note del libretto, che ultimamente tende a privilegiare un tipo di sound e materiale più adatto ad un signore nel “settembre dei suoi anni” (è del 1948, quindi 65 quest’anno, ma non ditelo a Springsteen). Forse all’aria “old fashioned” contribuisce anche il fatto che alcuni brani sono firmati da Al Basile, cornettista e amico, che privilegia un suono abitualmente più rilassato, ma per l’occasione, nell’iniziale I Wouldn’t-a Done That, dove Robillard e l’ottimo Mike Welch si scambiano assolo di gusto su un ritmo blues “cattivo” alla giusta temperatura e nella successiva Below Zero, un bel blues roccato come ai vecchi tempi, con il basso che pompa e le due chitarre ancora infoiate come si conviene, sembra esserci una inversione di tendenza. Anche lo strumentale Stapled To the Chicken’s back portato in dote da Welch, è un bell’esempio di Texas Shuffle, con le chitarre “limpide” dei due solisti che si dividono democraticamente gli spazi anche con l’organo di Bruce Bears, mentre Brad Hallen che nel disco precedente suonava quasi sempre il contrabbasso in questo album si cimenta spesso e volentieri al basso elettrico dando una fondazione più solida alle improvvisazioni dei due, che sono dei “manici” notevoli e questo non si discute, anche Welch inquadrato in una formazione meno volatile dimostra una gran classe.

Però (o per fortuna, per chi apprezza lo stile) Robillard ha sempre questa passionaccia per il jazz, magari New Orleans, anni ’20, come nella fiatistica Patrol Wagon Blues, che nella prima parte potrebbe uscire da qualche Cotton Club o da un disco di Ellington o Al Jolson dei tempi di Minnie The Moocher e qui il pianino dell’ottimo Bears ci sta a pennello, con banjo e clarinetto a dividersi gli spazi, e poi nel finale i due solisti pennellano una performance di gran classe alle chitarre elettriche. Laurene è uno di quei R&R alla Chuck Berry che ogni tanto escono dalla penna del buon Duke e Moongate è uno dei rari slow blues d’atmosfera del CD, molto raffinato e con le due chitarre libere di improvvisare anche notevoli tessiture sonore, seguite da un altro blues classico a firma Al Basile I’m Still Laughing cantato con piglio autorevole da un Robillard in buona forma vocale, mentre il suono delle chitarre, anche slide, è molto Chicago Blues.

Un altro strumentale a firma Duke Robillard, Strollin’ With Lowell and BB è uno swingato omaggio ai due signori citati nel titolo, ma non mi entusiasma. Come You Won’t Ever che nasce con l’idea di rendere omaggio omaggio alla musica di Stevie Wonder e Four Tops, ma in pratica sembra la colonna sonora di qualche episodio di Starsky & Hutch, piacevole anche nel groove di basso e batteria e nell’intervento della tromba, ma sicuramente non memorabile. E anche l’altro brano strumentale a firma Monster Mike Welch (il soprannome gli fu dato ad inizio carriera da Dan Aykroyd),  al di là dalla classe dei due, ha un po’ l’aria di una outtake minore e sonnolenta dalla Supersession di Bloomfield, Kooper & Stills. Molto meglio Groovin’ Slow, dove un giro di basso marcatissimo “modernizza” questo omaggio allo stile preciso e da nota singola del grande Wes Montgomery, con le due soliste a scambiarsi soli di precisione chirurgica. If This Is Love è un bel pezzo che avrebbe potuto figurare in un disco di fine anni ’60 del già citato Bloomfield o in qualche disco recente del Robben Ford più bluesy, e a furia di soli pungenti finisce in gloria questo CD, che ha i suoi alti e bassi, ma è vivo e vitale, forse anche per l’apporto di Welch.

Bruno Conti

Tutti Sulla Macchina Del Tempo! Otis Grand – Blues ’65

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Otis Grand – Blues ’65 – Maingate Records

Il titolo è di per sé già abbastanza esplicativo, se aggiungiamo il sottotitolo …For Listening Swingin’ & Dancing, e il motto riportato nel libretto del CD “Good Blues Feel Good”, la filosofia che sta alle radici di questo album è piuttosto chiara: musica, anche scritta oggi, ma con lo spirito di quegli anni, dal 1965 a ritroso, quindi niente rock-blues, che non era stato ancora inventato ma blues puro, meglio se nella migliore tradizione dei dischi che B.B. King incideva in quel periodo per la ABC-Paramount, rockabilly e rock’n’roll, country&western mascherato (ci sono un paio di brani firmati da Charlie Rich), ma anche pura musica da ballo, Rumba Conga Twist è uno strumentale firmato da Grand ma avrebbe potuto essere uno dei successi che eruttavano dai jukebox  in quel fatidico anno. Come molti sanno (in caso contrario ve lo sto dicendo) Otis Grand, come lascia intuire la carnagione, è un bluesman di scuola americana, ma nato a Beirut in Libano e residente a Croydon in Inghilterra, chitarrista sopraffino della vecchia scuola (accentuata in questo disco dall’utilizzo della Gibson Es-335 per evidenziare ulteriormente questo viaggio nel tempo, già peraltro effettuato nel suo precedente album, Hipster Blues, che celebrava la musica Mod & R&B sempre degli anni ’60).

Anni che evidentemente sono quelli della sua formazione musicale (è nato nel 1950, quindi non è più uno sbarbatello), quando il pop, il rock, il soul, il R&B, il country, il R&R e perfino il Blues convivevano nelle classifiche senza problemi, e c’è una bella paginetta nel libretto del CD che ci racconta cosa succedeva nel 1965. Per fare tutto ciò Otis si è recato in quel di Limoges in Francia, con qualche capatina nel Vermont, a conferma dello spirito internazionale del progetto, e con l’aiuto di un cospicuo manipolo di musicisti di nome (ma non di grande fama se non per gli appassionati) ha realizzato questo divertente dischetto: per citarne alcuni, il cantante ed armonicista è lo spesso sottovalutato Sugar Ray Norcia, vocalist dalla voce vellutata (sentite l’eccellente lavoro che fa nel brano d’apertura, la scatenata Pretend, che era cantata in origine da Nat King Cole e dove i fiati, oltre alla voce, sono i grandi protagonisti), al basso e contrabbasso Michael “Mudcat” Ward, Greg Piccolo con il suo sax tenore guida la numerosa pattuglia della sezione fiati, ossia Carl Querfurth, John Peter LoBello, Paul Malfi, Doug “Mr Low” James (già i nomi ti ispirano), Anthony Geraci al piano e organo e l’ex bambino prodigio Monster Mike Welch solista aggiunto in un paio di brani.

Ogni cosa funziona alla grande, Who Will The Next Fool Be, una delle canzoni scritte da Rich, potrebbe provenire da uno dei dischi di B.B. King di quell’annata, chitarra pimpante, una voce che ti mette allegria (e non rimpiangere quella di Bobby Blue Bland che la cantava ai tempi), piano saltellante e atmosfera vintage, ma che classe ragazzi. Proseguendo nell’ascolto di Live At The Regal (ah non è quello, mi sembrava di non avere sbagliato a infilare il dischetto nel lettore), parte uno strepitoso blues con fiati come Bad News Blues On TV, a firma dello stesso Grand che rilascia anche un assolo strepitoso con la sua Gibson d’annata, che se fossi BB King gli farei una telefonata per complimentarmi, ma purtroppo non lo sono. Già detto della coinvolgente Rumba Conga Twist dove la ficcante solista di Grand è di nuovo protagonista, ma tutto il gruppo si diverte, citerei anche un super slow come Do You Remember (When) addirittura pennellato e la divertente e nuovamente scatenata I Washed My Hands In Muddy Water, un successo appunto del 1965 di Stonewall Jackson ma che tutti ricordano (tutti?) nella versione di Elvis Presley del ’71, questa di Grand è decisamente più swingata e blues con Sugar Ray Norcia che soffia alla grande nella sua armonica.

Midnight Blues, l’altro pezzo di Charlie Rich ha un suo perché come l’eccellente escursione nel New Orleans soul rappresentata da Please Don’t Leave, cantata con passione da Brother Roy Oakley, che era il vecchio cantante della band di Grand, ora ritirato dalle scene ma sempre tosto. In molti brani, anche quelli già citati, sembra di ascoltare la vecchia Butterfield Blues Band che nasceva proprio in quel periodo, il suono di Grand è molto Bloomfield, per esempio in In Your Backyard o in Shag Shuffle dove si scambia “fendenti” con Monster Mike Welch, come facevano appunto Bloomfield e Bishop. Warning Blues è un bel duetto tra Norcia e Grand, un blues intenso e gagliardo, come si conviene e la conclusiva Baby Please (Don’t Tease) è un boogie swingato con i due chitarristi e i fiati ancora sugli scudi. Questo è un “passato” che ci piace, divertente e coinvolgente come usava in quel fatidico 1965!

Bruno Conti    

“Vecchio” Blues Ma… Doug Deming & The Jewel Tones – What’s It Gonna Take

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Doug Deming & The Jewel Tones feat. Dennis Gruenling – What’s It Gonna Take – Vizztone

Ogni mese escono decine di nuovi dischi, solo nell’ambito Blues, e il vostro fedelissimo recensore cerca di tenere dietro a tutte le uscite, ma non di tutto si riesce a parlare, ascolto anche dischi che per motivi vari non riesco a recensire ma lo meriterebbero, mentre altri passano nel mio lettore e ne escono senza lasciare traccia. Quindi, onestamente, devo ammettere di non avere mai sentito parlare fino ad una decina di giorni or sono di questo Doug Deming, anche se non escludo di avere ascoltato dischi dove il nostro era presente, almeno leggendo la sua biografia e partecipazioni varie: ha suonato con Kim Wilson, Gary Primich, Lazy Lester e molti altri. Però, se devo essere sincero, comunque non mi era rimasto impresso. Nel suo gruppo, i Jewel Tones, hanno suonato spesso delle special guests, soprattutto armonicisti, in questo What’s It Gonna Take in particolare l’ottimo Dennis Gruenling.

Non ho avuto “frequentazioni” passate con questi musicisti, ma le orecchie per ascoltare, allenate da qualche lustro di lavoro nel campo, ce le ho e quindi mi sbilancio nel dire che questo album non mi ha particolarmente impressionato: se devo scegliere tra i due, direi che la stella del disco è Gruenling, che soffia con gusto, potenza e classe nella sua armonica, risultando una piacevole sorpresa per il sottoscritto. Deming appartiene a quella scuola di Bluesmen, molto legati alla tradizione, Texas swing, sonorità West Coast Blues con retrotoni di R&R, un po’ alla Blasters o alla Fabulous Thunderbirds, ma senza la classe e il tiro dei gruppi citati. La pettinatura con ciuffo è una ulteriore indicazione delle tendenze di stile e musica, come la vecchia Gibson dal suono volutamente retrò. Con questo voglio dire che sono scarsi o che il disco è brutto? Direi di no, sicuramente una nicchia di appassionati per questo tipo di blues c’è, semplicemente gente come Jimmie Vaughan, per fare un nome, lo fa molto meglio. Negli undici brani che compongono questo CD c’è molto materiale firmato dallo stesso Deming, due o tre cover e un brano firmato da Gruenling.

Prendiamo le cover: Poison Ivy, che non è quella scritta da Leiber e Stoller e suonata anche dagli Stones, ma il brano di Mel London,  portato alla fama se non al successo da Willie Mabon, è cantato con deferenza quasi filologica da Deming, che peraltro non ha una voce memorabile,  non decolla verso la stratosfera del Blues, ma si salva per l’ottima performance di Gruenling (che, più o meno in contemporanea, pubblica un disco a nome suo, ancora per la Vizztone, Rockin’ All Day, accompagnato sempre dai Jewel Tones). O I Want You To Be My Baby, una vecchia canzone dal repertorio di Louis Jordan che dovrebbe avere swing e divertimento in pari misura nelle sue corde, ma ha solo il primo, con la chitarra che ricorda vagamente il primissimo Alvin Lee dei Ten Years After quando non aveva ancora deciso di diventare un guitar hero e suonava il repertorio di Woody Herman. Non è tutto così turgido, ci sono momenti di Blues più sentito, come nella grintosa No Big Thrill o nelle atmosfere sospese alla John Lee Hooker della minacciosa An Eye For An Eye ma è sempre Dennis Gruenling che ci regala le migliori sensazioni, come nel frenetico strumentale Bella’s Boogie dove anche Deming è in evidenza con la sua chitarra e tutta le band si lascia andare come probabilmente sono in grado di fare dal vivo. Le dodici battute regnano anche in Think Hard e in Lucky Charm dove il suono è più coinvolgente senza essere memorabile che potrebbe essere il giudizio per tutto il disco. Indicato, se siete completisti e volete ascoltare di tutto un po’, in ambito Blues, non indispensabile ma onesto.

Bruno Conti