Sprazzi Di Gran Classe, Ma… Jimmy Thackery And The Drivers – Spare Keys

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Jimmy Thackery And The Drivers – Spare Keys – White River Records                      

A due anni dal precedente Wide Open http://discoclub.myblog.it/2014/10/04/filo-meno-bello-del-solito-jimmy-thackery-and-the-drivers-wide-open/  torna Jimmy Thackery con i fedeli Drivers, che per l’occasione sono Rick Knapp al basso e George Sheppard alla batteria, mentre Chris Reddan lo ha sostituito nel periodo in cui era stato assente per un intervento alla spalla, e quindi appaiono entrambi, ciascuno in sei brani dell’album. Album che conferma il periodo interlocutorio di Thackery con le ultime uscite, buone ma non eccelse, l’ultimo album sopra la media era stato l’ottimo Live In Detroit del 2010 e in parte Feel The Heat del 2011.. Anche nei 12 brani del nuovo album, tutti firmati dallo stesso Jimmy, ci sono vari pezzi in cui si gusta l’eccelsa tecnica chitarristica del nostro, che non si discute, ma altri in cui la sua voce rende ancora meno brillanti composizioni di per sé non fantastiche. Poi in ogni brano ci sono momenti in cui la tecnica, il gusto, il brio di Thackery vengono comunque a galla ma, a mio parere, in modo meno continuo che in passato.

Il surf-blues-rock dello strumentale iniziale Candy Apple Red è scintillante e ricco di tutta la classe indiscutibile di Jimmy, con continue variazioni di timbri e soluzioni sonore della chitarra, e anche la sezione ritmica lavora di fino, e la successiva Blues All Night tiene fede al titolo del brano, un lento  atmosferico ricco di intensità e tecnica, un po’ alla maniera del vecchio Roy Buchanan (anche nella voce, purtroppo), con la solista carica di effetti e riverberi, lancinante e tirata allo spasimo. You Can’t Come Back è un bel rock-blues, sempre appesantito dal non esaltante lavoro vocale di Thackery, e con la solista stranamente trattenuta, meglio lo slow fascinoso, quasi una ballata, No More Than Me, molto raffinato e ricco di feeling, con la sei corde del nostro a cesellare alcuni passaggi strumentali di pregio, che rivitalizzano la parte vocale, francamente moscia. Fighting In The Jungle è una sorta di voodoo rock, pressante e molto mosso anche a livello ritmico, con il lavoro della solista ricco di effetti e dal fluire poderoso, seguita da I’ve Got News For You che sembra (quasi) un pezzo di quelli più rock à la Roy Orbison, in tutto meno che nella voce, ribadisco purtroppo, gli interventi della chitarra non son sufficienti per redimerlo (facciamo una colletta per pagargli un cantante,  come di recente ha fatto Ronnie Earl).

La lunga I Even Lost The Blues vira sul jazz-blues after-hours, manco a farlo apposta proprio alla Ronnie Earl, peccato che Thackery si ostini a cantare, mentre  sulla parte strumentale non si discute. E infatti il turbinio R&R scuola Link Wray/Lonnie Mack dello strumentale Five Inch Knife è da manuale, come pure l’intensissimo slow blues di una magnifica Same Page On Demand dove il nostro rivolta la sua solista come un calzino. Puttin’ The Word Out ha la grinta rock chitarristica dei vecchi brani dei Nighthawks, ma, e scusate se mi ripeto, non ha la voce del primo Mark Wenner. Bella Noche è una strana commistione di ritmi tex-mex di frontiera e struggenti pezzi strumentali a cavallo tra Santo & Johnny e Los Lobos, sulla carta sembra strano, ma vi giuro che nel disco funziona. E niente male anche l’ulteriore strumentale conclusivo, una ondeggiante The Barber’s Guitar, un pezzo tra reggae, ritmi caraibici e le immancabili impennate della solista di Jimmy Thackery, sempre in possesso di un feeling e di una sensibilità di tocco uniche.

Quindi ancora una volta obiettivo raggiunto: al solito molte luci e qualche ombra, non un capolavoro e neppure la sua opera migliore, ma questo signore sa sempre suonare (non mi dispiacerebbe comunque vederlo dal vivo, vedi sopra, è fantastico) e quindi il disco, destinato soprattutto agli appassionati della chitarra, si ascolta comunque con grande  piacere.

Bruno Conti

Longevi E Prolifici, Però Non Ne Hanno Fatti Così Tanti! The Nighthawks – 444

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The Nighthawks – 444 – Eller Soul Records

Visto che i 40 anni di carriera li hanno già festeggiati un paio di anni fa, vincendo il primo Blues Music Award della loro carriera (categoria album acustico del 2011!) con Last Train To Bluesville, un album che non mi pareva proprio completamente acustico, diciamo unplugged http://discoclub.myblog.it/2011/01/16/vecchie-glorie-5-the-nighthawks-last-train-to-bluesville/ e neppure il migliore di sempre per i Nighthawks, mentre meglio mi è sembrato il successivo Damn Good Time http://discoclub.myblog.it/2012/06/20/1000-e-non-piu-mille-vecchie-glorie-12-the-nighthawks-damn-g/ . Lo ripeto spesso, ma non essendo Paganini posso farlo, il vecchio gruppo era ben altra cosa: della formazione originale resiste Mark Wenner, grande armonicista e buon cantante, Mark Stutso, che ha condiviso anche 18 anni di carriera con i Drivers di Jimmy Thackery prima di passare alla concorrenza,  è un altro membro “anziano”, diciamo navigato, della band. Ma il problema, se di problema si tratta, è proprio Jimmy Thackery. Diciamocelo francamente, Paul Bell è un bravo chitarrista, molto eclettico, ma non ha la forza e il carisma che aveva (ed ha tuttora) uno come Thackery, una vera forza della natura, come solista, in grado di calarsi in profondità nelle radici del Blues in dischi come Jacks And Kings e Full House, dove c’erano anche Bob Margolin e Pinetop Perkins, o di rilasciare vere fucilate di energia R&R e blues-rock, in album come Rock And Roll, Open All Night, il Live At The Psichedelly, quindi tutto il periodo Adelphi, ma in ogni caso fino alla fuoriuscita del grande Jimmy, a metà anni ’80.

In formazione poi è passata anche gente come Jimmy Nalls, Warren Haynes e James Solberg, ma è non più stata la stessa cosa, mentre spesso i dischi di Jimmy Thackery hanno recuperato la vecchia forza e il vigore dei tempi passati. Di tanto in tanto il gruppo centra l’obiettivo di rilasciare un buon album e, in ogni caso, i loro dischi sono sempre onesti manufatti di blues, destinati a soddisfare le aspettative degli appassionati del genere. Anche questo 444 (che non credo ricordi quasi 5 centurie di carriera, ma si riferisca, dal titolo di uno dei brani, ad uno specifico periodo della notte, 444 A.M.) si inserisce in questo filone: Walk That Walk è una cover di un brano di un gruppo minore di doo-wop degli anni ’50, i Du Droppers, con tutti i componenti che si cimentano con profitto in piacevoli armonie vocali che sostengono le evoluzioni all’armonica di Mr. Wenner.

Sempre efficace al canto e al “soffio” nelle classiche 12 battute di Livin’ The Blues, con le armonie che permangono, mentre la title-track è un rocker sulle tracce dei vecchi dischi Sun, con tanto di chitarra twangy di Bell, You’re gone ha sprazzi del vecchio vigore, con i “sapori” country che emergono, piacevoli e ben dosati, in una inconsueta, nel panorama musicale dei Nighthawks, Honky Tonk Queen, che tiene fede al proprio nome, spingendosi quasi in territori cari ai vecchi Commander Cody, con il valore aggiunto dell’armonica (però sono brani sentiti mille volte da altri gurppi, spesso in versioni anche migliori). Divertente il rockabilly boogie alla Elvis di Got A Lot Of Livin’, con Johnny Castle che pompa sul suo basso e Bell che fa il Link Wray o il Carl Perkins della situazione. Piacevolissima Crawfish, che era uno dei brani di Elvis preferiti da Joe Strummer, un nuovo tuffo negli anni ’50. E poi, finalmente, all’ottavo brano, in The Price Of Love, Paul Bell estrae il “collo di bottiglia” e con la sua slide ci permette di riassaporare il suono gagliardo e minaccioso dei primi anni del gruppo, con duetti chitarra-armonica di pregevole fattura.

High Snakes con vaghi sapori tra Texas e Messico, è un discreto slow d’atmosfera e Nothin’ But The Blues è qualcosa che dovrebbero fare più spesso, anche se l’energia, e il brano, stentano a decollare, a dispetto del buon lavoro di Bell e soprattutto di Wenner all’armonica https://www.youtube.com/watch?v=Po3xVKFVw38 . No secrets è un altro blues rocker che ha echi del vecchio splendore, con la slide sugli scudi e Louisiana Blues è proprio quella di Muddy Waters, in una bella versione elettro-acustica, prima di concludere con Roadside Cross, una delicata ballata folk acustica con Akira Otsuka (?!?) che aggiunge il suo mandolino. Bella, ma c’entra poco con il resto del disco, eclettico fin troppo nelle sue scelte sonore, ma in ultima analisi, sempre più che dignitoso.

Bruno Conti   

Un “Grosso” Chitarrista! Nick Moss – Here I Am

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Nick Moss – Here I Am – Blue Bella Records

Mi perdonerete per il titolo (e spero che anche il “titolare” se dovesse leggere lo farà, perché capita che i musicisti leggano queso Blog), ma se vedete la foto si può capire, e comunque veniamo alle cose serie. Nick Moss, da Chicago Illinois, è su piazza discograficamente parlando da una dozzina di anni, questo Here I Am, è il nono album, tutti rigorosamente pubblicati dalla sua etichetta Blue Bella Records e vista la provenienza uno potrebbe anche aspettarsi che faccia del Blues. E in effetti non si può negare, ma come rileva con intelligenza Jimmy Thackery nelle note introduttive al CD, negli ultimi tempi ed in questo album in particolare il suo stile sta evolvendo verso forme che conglobano rock (molto), funky, un pizzico di southern rock qui, un tocco di Hendrix là, insomma le cose si fanno interessanti. Se il nostro amico è cresciuto a pane e chitarra (e viste le dimensioni fisiche secondo me qualcuna se l’è anche magnata strada facendo) ed ascoltando il disco si sente, perché Nick Moss ha uno stile fluido, variegato e ricco di tecnica e, detto papale papale, ci dà dentro alla grande, con il tempo è diventato anche un buon autore che si scrive tutti i brani e un ottimo cantante dalla voce grintosa.

Questo Here I Am è un bel disco di rock (blues) di quelli gagliardi con tre brani all’inizio e tre alla fine del CD da tre stellette e mezzo anche quattro e una parte centrale più radiofonica, commerciale, vagamente funky, ma come possono esserlo i dischi di Jonny Lang o del John Mayer Trio, quindi comunque a notevole gradazione chitarristica. La partenza è sparata con Why You So Mean! un boogie-rock-blues che ricorda il Rory Gallagher di Tattoo o Blueprint, due chitarre soliste che si rispondono dai canali dello stereo (entrambe suonate da Nick), una in stile slide fantastica, il pianino frenetico di Travis Reed e una sezione ritmica di grande spessore. Sul tutto la voce di Moss che se proprio vogliamo fare un paragone mi ricorda quella del Jeff Healey degli inizi. Se il buongiorno si vede dal mattino qui iniziamo alla grande, l’effetto Healey prosegue anche nella successiva Blood Runs percorsa dalle continue “frustate” della solista e arricchita, oltre che dall’eccellente lavoro a piano e organo del citato Reed, anche da un tocco “black” nei ricorrenti coretti soul. La title-track ha un abbrivio poderoso e riffato alla Led Zeppelin con la sezione ritmica di Nick Skilnic e Patrick Seals che fa del suo meglio per rievocare i fasti della coppia Bonham/Jones, Travis Reed questa volta all’organo aggiunge un tocco southern che ricorda quello di Gregg negli Allman dei tempi d’oro, la fusione dei due stili produce ottimi risultati e l’assolo di Moss è da grandi del rock, praticamente un esempio di come fare dell’ottima musica rock per il nuovo millennio, ricca di citazioni ma suonata con passione, e poi ognuno ci “legge” che vuole: Candy Nation svolta con decisione verso ritmi più funky, un piano elettrico si affianca all’organo e solamente l’assolo di chitarra ha la potenza dei brani precedenti, ma basta e avanza.

I’ll Turn Around è il cosiddetto singolo dell’album, una ballata più morbida poi ripetuta anche in versione radio edit alla fine del CD, tra chitarre acustiche e tastiere in questo caso si curano di più anche le melodie e non solo i grooves e anche se si perde in immediatezza il brano guadagna nella varietà dei suoni e comunque nella parte centrale ottimi assoli di slide e organo danno valore aggiunto alla canzone. Notare la finezza nei testi del libretto, ogni volta che c’è un assolo viene riportato fedelmente anche segnalando il punto in cui avviene, come ai vecchi tempi! Long Haul Jockey come il precedente mi ha ricordato quel suono turgido alla Black Crowes con rimandi zeppeliniani ma anche i Gov’t Mule meno selvaggi e la chitarra viaggia sempre alla grande. Here Comes Moses è un altro brano rock classico dalle atmosfere sospese con il solito lavoro di fino della chitarra che si inventa sempre nuove tonalità. Caught By Suprise è un funky-rock alla Jonny Lang con un suono secco della batteria che si rifà alla musica nera come anche il lavoro di chitarre e tastiere “molto lavorate”. Katie Anne (Slight Return) già dal titolo è un omaggio a Jimi Hendrix  e qui c’è un grande lavoro di wah-wah e organo nella parte centrale e finale in pura modalità jam. Sunday Get Together è un bel brano strumentale finto live, ossia il pubblico si sente ma non c’è, uno slow blues che ricorda in modo impressionante il Peter Green dei Fleetwood Mac In Chicago. In definitiva, uno bravo, molto bravo, tra i migliori chitarristi attualmente in circolazione. Ascoltare per credere!

Bruno Conti

Come Ti Giri, Chitarristi Ovunque…E Non Solo! Jim McCarty And Friends – Live From Callahan’s

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Jim McCarty And Friends – Live From Callahan’s – Cally’s Records and Tapes

Apperò! In questo caso si può proprio parlare di “leggenda del rock” e il termine si applicherebbe anche al suo omonimo inglese, da non confondere, quello era il batterista degli Yardbirds, questo signore invece è stato, tenersi forte, prima con i Detroit Wheels la band che accompagnava Mitch Ryder, poi il chitarrista negli Express di Buddy Miles, e in questa veste ha incontrato e suonato spesso con Jimi Hendrix, lui dice che se lo trovava sempre davanti quando Jimi cercava di convincere Buddy Miles a entrare nei Band Of Gypsys, hanno anche suonato insieme, qualcuna delle jam dove appaiono entrambi è stata pubblicata postuma (e non di suo gradimento) come Nine To The Universe e si vocifera fosse tra i partecipanti alla famosa session ad alta gradazione alcolica tra Hendrix e Jim Morrison poi pubblicata in vari bootleg come I woke up this morning and found myself dead (la finezza dei “pirata(tori)” è sempre da notare), ma McCarty dice di non ricordarselo. Mentre ricorda benissimo di avere suonato in un “incontro” tra Hendrix (che considera il n°1 di sempre) e John Mclaughlin e che quello meriterebbe di venire pubblicato, se il nastro esiste ancora, Hendrix Family prendere nota!

Dal 1970 è stato il chitarrista dei Cactus per tutti i loro dischi cactus, poi dopo una breve pausa, per tutta quella decade ha suonato anche con i Rockets, non i pelatoni francesi di On The Road Again ma The Rockets from Detroit con il suo vecchio pard nei Detroit Wheels, il batterista e cantante JohnnyBee” Badaniek e fatto una serie di album apprezzati dai fans del buon rock ( e una versione di Oh Well Peter Green fu un piccolo successo locale).

Ha suonato anche con il concittadino Bob Seger, nella recente reunion dei Cactus e da qualche anno a questa parte si è dato al Blues con il suo gruppo dei Mystery Train ed eccoci a questo CD. Dal vivo al Callahan’s Music Hall di Auburn nel Michigan (esatto, lo stesso del recente ottimo Live di Shaun Murphy shaun%20murphy, anche lei di Detroit), un locale dove spesso e volentieri si suona della buona musica. Quindi cosa ha pensato il nostro amico Jim McCarty? Quali sono di solito le parti migliori dei concerti, quelle finali o comunque quando gli “ospiti” salgono sul palco per dare pepe a delle esibizioni che già bruciano di proprio. E allora con i suoi “amici” ha pubblicato questo album che raccoglie alcune delle jam sessions registrate tra il 2008 e il 2010 al Callahan. Il risultato finale è eccellente e quanto mai variegato pur restando ancorato ai vari stilemi del Blues.

Ci sono i due brani iniziali, strumentali, con l’eccellente chitarrista Johnny A., J&A Jump e lo slow blues South Boulevard Blues dove le soliste dei due si intrecciano con grande intensità e perizia tecnica (Ted Nugent considera Jim McCarty uno degli inventori di quel suono grasso e vibrante delle chitarre hollow body che poi lui avrebbe perfezionato nella sua Stranglehold) e qui gli strumenti di entrambi filano alla grande. C’è poi il match con l’ottimo armonicista Jason Ricci e i suoi New Blood (Ricci è un “tipino” particolare con vari problemi con la giustizia, anche in questo momento rischia la prigione), ma nel 2008 quando i due duettano in una scintillante cover di Help Me tutto andava bene e il finale con le due chitarre più l’armonica che “ululano” insieme il tema del brano è da grande scuola del Blues. Ottimo anche l’incontro con un altro dei grandi del Blues contemporaneo, Duke Robillard, prima in Hi-Heel Sneakers dove Jim è alla ribalta e poi in West Helena Blues dove il “Duca” si ritaglia i suoi spazi. Nella parte centrale del concerto c’è uno spazio diciamo più divertente dove il jump-blues-swing della formazione ricca di fiati dei Millionaires si estrinseca in un terzetto di tracce dove il ritmo fa muovere il piedino.

Poi si ritorna alle cose serie, una versione di Sweet Sixteen di BB King da manuale del Blues, con John Nemeth che sfodera una interpretazione vocale da brividi, confermandosi come uno dei migliori vocalist delle ultime generazioni, veramente fantastico e McCarty, anche se alle prese con alcuni problemi tecnici per una chitarra non sua, non è da meno. Quasi come Bobby Blue Bland e il vecchio B.B. La rimpatriata con John Badanjek avviene con There’s A Train Comin’ Down The Tracks, in veste acustica ma sempre gustosa. Altra perla, una tiratissima School Rock di Chuck Berry con un arrapato Jimmy Thackery e i suoi Drivers. Gran finale con le atmosfere quasi psichedeliche di Cristo Redentor, il famoso brano strumentale di Duke Person che dava il titolo ad un bel disco di Harvey Mandel. E poi uno che suona Loan Me A Dime (ma nel disco non c’è), il brano di Boz Scaggs dove alla solista c’era Duane Allman godrà sempre della mia imperitura stima.

Potrei concludere con un bel “minchia se suona”!

Bruno Conti

Questo Uomo Suona! Jimmy Thackery and The Drivers – Feel The Heat

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Jimmy Thackery and The Drivers – Feel The Heat – White River Records  

Direi che già la copertina una “ideuzza” sul contenuto del disco ce la dà, comunque per chi non conosce, dopo il Live In Detroit, uno dei migliori dischi della sua pluridecennale carriera, Jimmy Thackery va sempre più underground e indipendente con questo Feel The Heat pubblicato da una piccola etichetta di scarsa reperibilità e il risultato finale non mi convince del tutto (ma averne comunque di dischi così, è solo che si diventa sempre più esigenti).  

Ho recensito parecchi album di Thackery negli ultimi anni e dai gloriosi giorni dei Nighthawks spesso ha saputo cavare dal cilindro delle prove di grande spessore, dall’accoppiata con Tab Benoit di Whiskey Store in studio e dal vivo passando per il fantastico tributo alla musica di Eddie Hinton con We Got It o un altro Live come Wild Night Out. Ma più o meno tutti i suoi dischi danno sempre grandi soddisfazioni agli appassionati della 6 corde, un po’ meno a chi ama anche le corde vocali ovvero le grandi voci.

Ma anche anche in questo CD, la quota chitarristica compensa abbondantemente per eventuali deficit vocali. Si tratti della lunga improvvisazione quasi ferale, alla Gov’t Mule, della poderosa Blind Man In the Night con la chitarra che viene rivoltata come un calzino da Thackery per estrarci sino all’ultima goccia di solismo o il tour de force quasi hendrixiano del fantastico surf-rockabilly-blues spaziale e strumentale di Hang Up and Drive dove chitarra e ritmi (s)corrono velocissimi. Ma anche nella cover morbida e un po’ blasé della Please Accept My Love di BB King che ultimamente va come il pane visto che l’ha ripresa anche Greg Allman nell’ultimo Low Country Blues, quello che si perde eventualmente nella parte vocale viene ripagato in un corposo e classico assolo della chitarra di Thackery.

Anche Take My Blues parte lenta e quasi acustica poi il buon Jimmy comincia a strapazzare la sua chitarra con voluttà e riporta il sorriso sul volto dell’ascoltatore (quella faccia da pirla da air guitar che ti viene quando ascolti degli assoli di questo livello)! Anche il morbido brano strumentale Bluphoria che tanto ricorda il sound della Albatross dei Fleetwood Mac di Peter Green contribuisce alla varietà di stili e “colori” chitarristici che percorrono questo Feel The Heat.

I’ll Be Your Driver è un bel rock-blues corposo che ricorda il Clapton d’annata o i migliori Nighthawks con la solita chitarra esplosiva mentre Bomb The Moon sono meno di tre minuti strumentali tra La bamba e un surf scatenato e lui suona sempre alla grande.

Come confermano I’m Gone e Wannabe altri ottimi esempi di rock-blues da manuale del perfetto chitarrista. La conclusione è affidata a una bellissima ballata tra country, soul, Mark Knopfler e Ry Cooder cantata alla grande da Ernie Cate quello che l’ha anche scritta insieme a Jimmy Thackery, Fading heart e qui si sente che c’è anche un ottimo cantante, esatto quello dei Cate Bros che già cantava nel tributo a Eddie Hinton; le armonie vocali di Reba Russell contribuiscono al fascino di questo brano e sapete cosa vi dico? Ascoltandolo un’ultima volta mentre scrivo queste righe mi devo ricredere, mi sa che ha ragione Thackery e ancora una volta alla fine ci regala un ottimo disco con più luci (tante) che ombre (poche). Quando ci vuole, ci vuole, per cui giudizio più che positivo!

Bruno Conti  

Vecchie Glorie 5. The Nighthawks – Last Train To Bluesville

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Ogni tanto ritorno a questa rubrica, oggi parliamo di Blues!

The Nighthawks Last Train To Bluesville – Rip Bang Records

Ormai anche i Nighthawks hanno superato la boa dei 35 anni di carriera visto che sono in attività dal lontano 1972 (anche se in effetti il primo album, il leggendario Rock’n’Roll risale al 1974) e quindi anche loro per rinverdire vecchi fasti, cercare nuovi stimoli approdano al disco Unplugged, si “accontentano” di farlo per un canale satellitare radiofonico BB King’s Bluesvile Channel irradiato da Sirius Xm che se non appare clamoroso e “glamorous” è sicuramente sincero e ruspante.

Il risultato non ha fermato la loro lenta decadenza (anche se dispiace dirlo) e dopo questo CD anche un altro dei membri fondatori della band ha lasciato l’ovile, parliamo del batterista e secondo vocalist Pete Ragusa che segue il bassista Jan Zukowski e il chitarrista originale Jimmy Thackery, il più bravo e decisivo del gruppo che ormai manca dal 1986 ma continua da allora una carriera solista che nel suo caso non ha mai segnato passi falsi anzi ogni disco è una piacevole sorpresa rimanendo a livelli qualitativi elevatissimi, ma questa come si usa dire è un’altra storia. Ma quando vogliono “tirano ancora”! Guarda qua.

Casualmente (o forse no?) a sostituire Ragusa è arrivato Mark Stutso che è stato per 18 anni il batterista di Jimmy Thackery & The Drivers, corsi e ricorsi storici.
I tempi gloriosi di Open All Night e Jacks and Kings tanto per citare due dei dischi fondamentali e must have della loro discografia sono da tempo alle spalle ma questo disco acustico anzi unplugged ha ancora delle frecce al suo arco anche se mi sembra inferiore al precedente American Landscape vincitore del Wammie Award per il miglior gruppo blues dell’area di Washington e che brillava soprattutto per alcune cover veramente notevoli, un paio di Dylan She Belongs To Me e Most Likely You Go.. e una pimpante Down in The Hole di Tom Waits.
Il repertorio di questo ultimo Last Train To Bluesville, come da titolo, è molto più orientato verso la ripresa di classici e quindi scorrono ben tre brani dal repertorio di Muddy Waters aka McKinley Morganfield, un Little Walter, un Chuck Berry, un Sonny Boy Williamson, un Bo Diddley e la ripresa in chiave più bluesy di I’ll Go Crazy di James Brown.
Completano l’opera la divertente hit dell’era pre- R&R scritta da Leiber & Stoller e resa famosa da Big Joe Turner The Chicken and The Hawk e una versione di Rainin’ In My Heart non quella di Buddy Holly ma il brano di Slim Harpo (James Moore).

Alcuni brani come la cover di Nineteen Years Old cantata da Mark Wenner, il cantante e armonicista che rimane l’unico membro originale della band, hanno echi del vecchio fuoco che ha sempre animato i Nighthawks e anche in questa dimensione acustica rendono un’idea della loro classe, la slide acustica di Paul Bell e l’armonica di Wenner duettano con grande vigore e Mark canta con trasporto ma in altri brani come nella cover della già citata I’ll Go Crazy cantata da Ragusa i risultati sono alquanto loffi (dal dizionario italiano: floscio, moscio, insulso).
Il disco è tutto in bilico, altalenante tra questi due aspetti, ad esempio You Don’t Love Me che è stata scritta da Bo Diddley ma tutti ricordiamo nella riscrittura di Willie Cobbs e nella versione fenomenale degli Allman Brothers (e che è stata cantata anche da Rhianna, ebbene sì!), dicevo che questo brano è bello vivo e pimpante mentre Rainin’ in my heart la trovo al limite del soporifero.
Comunque nel suo insieme il disco si guadagna una stiracchiata sufficienza, c’è di meglio in giro ma anche molto e sottolineo molto di peggio.

Bruno Conti